di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 15 ottobre 2019
La sentenza della Cedu sul caso Ocalan. "Le prigioni non dovrebbero essere come le porte dell'inferno, dove si avvererebbero le parole di Dante: lasciate ogni speranza, voi ch'entrate". Così hanno scritto i giudici della Corte europea dei diritti umani (Cedu) nella sentenza del 18 marzo 2014 per il caso Ocalan (leader curdo del Pkk) contro la Turchia, condannando lo Stato di Erdogan per la violazione dell'articolo 3 della Convenzione, dal momento che la legge turca "non prevede, dopo un certo periodo di detenzione, alcun meccanismo di riesame della pena all'ergastolo comminata per reati come quelli commessi da Ocalan, allo scopo di valutare se continuano a sussistere motivi legittimi per tenere la persona in carcere".
Parliamo della stessa identica sentenza riguardante il caso Viola che ha condannato definitivamente l'Italia, perché - come stabilisce l'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario prevede che la richiesta di ammissione alla liberazione condizionale sia subordinata alla collaborazione con la giustizia.
Anche a Istanbul c'è quello aggravato - Per quanto riguarda la Turchia, l'articolo 107 della legge n. 5275 sull'esecuzione delle pene e delle misure di sicurezza prevede la possibilità della libertà condizionale, su riserva di buona condotta, per le persone condannate alla pena della reclusione (severa) a vita dopo un periodo minimo di detenzione di trent'anni, per i condannati alla pena della reclusione a vita (ordinaria) dopo un periodo minimo di detenzione di ventiquattro anni e per gli alti condannati dopo aver scontato un periodo pari ai due terzi della loro pena detentiva.
Tuttavia, sempre secondo la medesima disposizione, i condannati alla pena della reclusione a vita aggravata per dei reati contro la sicurezza dello Stato, contro l'ordine costituzionale e contro la difesa nazionale (quindi come il caso di Ocalan) commessi in gruppi organizzati all'estero non possono essere ammessi al beneficio della libertà condizionale. In sostanza anche la Turchia, come il nostro Paese, ha due forme di ergastolo: uno "ordinario" e l'altro "aggravato" (in Italia viene definito "ostativo").
Il Pkk è ormai un partito illegale - Da ricordare che Ocalan aveva fondato nel 1978 il Partito dei lavoratori del Kurdistan, meglio conosciuto con il nome di Pkk, che per anni ha combattuto per il riconoscimento di una propria etnia. Il Pkk è ancora una realtà presente nel sud- est della Turchia benché sia considerato un partito illegale. Inizialmente era un gruppo che s'ispirava al marxismo- leninismo, rivendicando (insieme ad altri partiti tra cui il Pyax, il Pyd, e il Kpd) la fondazione di uno stato indipendente nella regione storico- linguistica del Kurdistan. Il Pkk, però, al fine delle sue rivendicazioni, utilizzava metodi violenti ricorrendo spesso al conflitto armato, ricorrendo anche all'uso di attentati dinamitardi e kamikaze contro obiettivi militari turchi, ritenuti oppressori del popolo curdo.
Quando Ocalan arrivò a Roma - Come sappiamo giunse a Roma il 12 novembre 1998 accompagnato da Ramon Mantovani, all'epoca deputato di Rifondazione Comunista. Il leader del Pkk si consegnò alla polizia italiana, sperando di ottenere entro qualche giorno asilo politico. Questa sua richiesta provocò un dibattito sull'opportunità di accettare tale richiesta. Alla fine - ricordiamo che c'era il governo D'Alema venne espulso in Kenia, dove poi le forze di intelligence lo presero e riportato in Turchia. In seguito la pena di morte gli verrà commutata in ergastolo a vita. D'altro canto la Cedu ha voluto esprimere concetti che poi ribadirà anche nei confronti del nostro Paese. "Le difficoltà - hanno scritto i giudici di Strasburgo - che gli Stati si trovano a dover affrontare nella nostra epoca per proteggere le loro popolazioni dalla violenza terrorista sono reali. Tuttavia - hanno sottolineato -, l'articolo 3 non prevede alcuna limitazione, non consente alcuna deroga, neppure in caso di pericolo pubblico che minaccia la vita della nazione". Un concetto che i giudici hanno dovuto cristallizzare nella sentenza, perché il governo turco ha difeso la legittimità dell'ergastolo a vita, spiegando che Ocalan si era reso responsabile di una campagna di violenza che la sua ex organizzazione ha condotto e che ha costato la vita a migliaia di persone, tra cui numerose vittime civili innocenti.
Deciderà sempre un giudice - La Cedu ha ben spiegato che "nessun problema si pone rispetto all'articolo 3 se, ad esempio, un condannato all'ergastolo che, in base alla legge nazionale, può in teoria ottenere la liberazione, richiede di essere liberato ma si vede rifiutata la richiesta per il fatto che egli continua a rappresentare un pericolo per la società". In sintesi, è esattamente lo stesso concetto espresso per quanto riguarda la sentenza di condanna nei confronti dell'Italia. Non si tratta di alcun automatismo, ma la concessione all'ergastolano di poter chiedere la liberazione condizionale dopo un numero congruo di anni di detenzione: sarà sempre un giudice a valutare se concedergliela o meno. La Cedu ha citato anche una sentenza della Corte costituzionale tedesca su un caso relativo alla reclusione a vita, la quale ha sottolineato che la pena perpetua "sarebbe incompatibile con la disposizione della Legge fondamentale che consacra la dignità umana che, coercitivamente, lo Stato privi una persona della propria libertà senza dargli almeno una possibilità di poterla un giorno recuperare".
di Sergio Nazzaro*
La Repubblica, 15 ottobre 2019
Il traffico di esseri umani, considerato nelle due forme dello smuggling e del trafficking, costituisce ormai, per gli illeciti profitti che ne derivano, il secondo settore d'interesse illecito delle più qualificate organizzazioni criminali di matrice etnica, dopo il traffico di droga. Tale dato è riscontrato anche per la criminalità nigeriana, affermatasi negli ultimi venti anni in Europa, negli Stati Uniti e nel Sud America in entrambe le attività.
In Italia, in particolare, gruppi di tale etnia hanno cominciato a mettersi in evidenza negli anni Ottanta, in coincidenza coi consistenti flussi migratori provenienti dal continente africano, insediandosi inizialmente nel casertano e dedicandosi allo sfruttamento di giovani prostitute connazionali. Nel corso degli anni, i sodalizi nigeriani si sono diffusi su tutto il territorio nazionale, creando stabili e consistenti insediamenti, soprattutto nella città di Torino, divenuta la principale destinazione italiana delle giovani donne nigeriane trafficate ai fini di sfruttamento sessuale, ma anche nel Veneto (Padova), in Lombardia (Brescia e Milano) e, in misura minore, nel centro-sud, come confermato dalla presente attività di indagine.
La maggiore colonia di cittadini nigeriani è situata tuttavia proprio in Campania, a Castel Volturno, un piccolo paese del casertano che sorge sul litorale Domizio, a poche decine di chilometri da Napoli, dove una sensibile quota della popolazione è formata proprio da persone di tale nazionalità. Ed è proprio nel casertano, e nella zona Domiziana della provincia di Napoli, che sono state effettuate, anche nel recentissimo passato, innumerevoli operazioni di polizia nei confronti di tantissimi soggetti di nazionalità nigeriana.
Ciascun gruppo si caratterizza per la comune provenienza etnico-tribale che contribuisce a garantire, unitamente ai vincoli familiari e alle tradizioni magico-religiose, una elevata compattezza interna, che rende possibile un'efficace operatività nonostante la ricorrente suddivisione in cellule attive in diverse aree territoriali. Si tratta di gruppi connotati da un alto livello organizzativo e di pericolosità, ai quali sono riconducibili i caratteri dell'associazione mafiosa, sotto il profilo del metodo "violento" scaturente dalla forza di intimidazione del vincolo associativo adoperato dai promotori dell'associazione per ottenere l'assoggettamento dei soggetti sfruttati a fine di prostituzione.
I dati dell'attività di contrasto alla matrice criminale relativi agli ultimi tre anni, ne confermano la capillare distribuzione sul territorio, la tendenza a un accresciuto coinvolgimento in attività illecite di vario tipo, tra le quali prevalgono quelli in materia di stupefacenti e immigrazione clandestina.
La maggior parte delle ragazze trafficate ai fini dello sfruttamento sessuale proviene dal sud della Nigeria (Benin City o Lagos) o da alcune cittadine dell'interno e appartiene solitamente alle tribù Igbo, Yoruba, Bini, Edo. Sono tutte donne con una età compresa tra i 16 ed i 25 anni con un basso livello di istruzione.
La situazione di precarietà economica e la speranza di trovare all'estero migliori condizioni di vita, agevolano le attività delle organizzazioni criminali. Le famiglie delle vittime, allo scopo di finanziare il viaggio verso l'estero delle proprie figlie, contraggono debiti con le "madame" che possono arrivare a 50.000, e in alcuni casi anche a 60.000 euro. Cifre che verranno saldate proprio attraverso il successivo sfruttamento delle trafficate.
Una volta esaurita la fase del reclutamento, i gruppi criminali organizzano il viaggio verso le destinazioni finali. Predispongono la documentazione necessaria all'espatrio, spesso assicurata dalle proprie cellule attive in territorio estero, con specifici compiti di reperimento, attraverso canali internet, dei documenti di viaggio e dei biglietti. Tali attività vengono compiute attraverso l'uso fraudolento di codici di carte di credito, preventivamente captate da sodali incaricati dell'attività. Il passaporto, in alcuni casi, viene ottenuto direttamente da soggetti che hanno contatti di natura illegale con la polizia locale e con elementi che si trovano all'interno delle varie ambasciate che rilasciano i visti d'ingresso. Sono passaporti "regolari", acquisiti attraverso l'organizzazione criminale, che poi, in maniera fraudolenta, si limita a sostituire la fotografia. In alcuni casi i passaporti sono inviati per posta in Italia o fatti arrivare attraverso un amico o un parente.
Il luogo di partenza, nella maggior parte dei casi, è l'aeroporto di Lagos in Nigeria. Il primo scalo è un altro aeroporto africano, spesso in Ghana, dove è presente storicamente una forte comunità di origine nigeriana, ma anche a Cotonou, città del vicino Stato del Benin. Altre volte la prima tappa è invece nel Togo, da dove le donne partono per la Spagna (Barcellona e Madrid) prima di arrivare in Italia.
Le principali città di elezione dei traffici di "smistamento" delle donne, sono: Torino, Milano, Genova, Verona, Padova, Brescia e Mestre per il nord; Livorno, Rimini, Perugia e l'hinterland romano per il centro; Napoli, Castel Volturno e l'agro domiziano per il sud. Queste donne arrivano in Italia in aereo, facendo scalo negli aeroporti di Milano e a Fiumicino, e vengono prese in consegna dai referenti delle consorterie che le affidano alle madame o ad altre donne di fiducia delle stesse madame che hanno compiti di controllo e riscossione dei proventi della prostituzione.
Le madame rivestono una funzione essenziale all'interno del sodalizio criminale. Spesso, infatti, è la stessa madame, scaricatasi a sua volta del debito contratto, a inserirsi nell'attività di "acquisto", pagando tra i 10.000 e 12.000 euro, per l'ingresso delle ragazze. In tal modo si garantisce la destinazione e l'amministrazione finale delle ragazze, usufruendo di un maggior guadagno. Queste stesse donne hanno il compito di sorvegliare le ragazze e di avviarle all'esercizio della prostituzione, e lo fanno ricorrendo a metodi di coercizione psicologica e morale come la sottrazione dei documenti d'identificazione, utilizzati dall'organizzazione per l'ingresso di altre donne, e la segregazione delle vittime in alloggi gestiti dai sodalizi, oltre che con il ricorso ai riti magico-esoterici, come i riti vudù, particolarmente efficaci per l'assoggettamento delle giovani sfruttate.
*Sergio Nazzaro è l'autore di "Mafia Nigeriana. La prima indagine della squadra antitratta edizioni Città Nuova")
Corriere di Bologna, 15 ottobre 2019
Si chiama AtmospHera la sala cinematografica da 200 posti realizzata all'interno della Casa Circondariale Rocco D'Amato di Bologna. L'ha voluta l'associazione Cinevasioni, che tra queste mura dal 2016 organizza l'omonimo festival di cinema, rivolto anche al pubblico esterno, come cì scrive un lettore. In giuria ci sono i detenuti che hanno partecipato al laboratorio CiakinCarcere. Il corso viene riproposto per il terzo anno consecutivo.
Ha solo cambiato nome in "Cinevasioni Scuola", È frequentato da una ventina di persone di diverse nazionalità, scelte dalla direzione del carcere, recluse sia nel reparto penale (pene definitive) sia in quello giudiziario (in attesa di giudizio). Ed è finalizzato anche ad acquisire una professionalità in vista di un futuro reinserimento lavorativo dei detenuti. Il film inaugurale è stato "Ammore e malavita" dei Manetti Bros: presenti alla proiezione, l'hanno introdotto.
Giornale di Sicilia, 15 ottobre 2019
Dopo il record di "Enigma 23" allo Stabile della città tocca ora a "Transiti". Dal Pagliarelli al palcoscenico del teatro Biondo in un progetto che evoca riscatto e rinascita. I detenuti - attori della casa circondariale Pagliarelli - Lo Russo di Palermo escono allo scoperto e propongono il loro nuovo lavoro "Transiti", frutto di un anno di lavoro all'interno del carcere e che ha debuttato a giugno nella casa circondariale. L'appuntamento per la compagnia "Evasioni", diretta dalla regista Daniela Mangiacavallo che firma anche la regia del testo scritto insieme al drammaturgo Rosario Palazzolo, è per sabato 19 ottobre alle 21 al Teatro Biondo, che con l'associazione Baccanica, che cura il progetto di teatro con i detenuti, ha già avviato una collaborazione.
Dopo il record di "Enigma 23" allo Stabile della città tocca ora a "Transiti", uno studio sulle opere di Jean Paul Sartre e Martin Heidegger. "Transiti" è un viaggio chiamato vita, tra imprevisti, attese e qualche volta un profondo vuoto da attraversare. Una riflessione intima sul valore che diamo al tempo. "Transiti" va in scena con i costumi realizzati all'interno del carcere frutto di un corso di sartoria teatrale realizzato dall'associazione "Baccanica": i detenuti armati di ago e filo hanno lavorato alla preparazione dei costumi guidati da Giulia Santoro. Anche le scenografie sono state realizzate dagli ospiti del Pagliarelli impegnati in un progetto sui mestieri in carcere, finanziato dalla Fondazione Acri - programma Per Aspera ad Astra.
Metro, stoffe, colori per tessere una nuova vita e un sogno oltre le sbarre. Volti assonnati, infreddoliti, stanchi, felici, malinconici, persi attendono il treno. "Macchine di carne ed ossa" si muovono freneticamente verso il loro qualcosa, umanità distratta, assetata di ignoto. Intorno ai binari solo il vuoto, l'attesa. Uno speaker annuncia il ritardo del treno, poi il guasto. Un'interminabile attesa fatta di incontri, addii, abbracci, arrivederci... per scoprire solo se stessi.
L'esistenza, l'essere, l'inatteso, l'ignoto come possibilità di prendere coscienza del viaggio chiamato vita. Rimane solo quell'istante, il futuro è qualcosa di molto lontano, a cui penseremo dopo. La compagnia teatrale Evasioni diretta da Daniela Mangiacavallo nasce quattro anni fa all'interno della sezione maschile della Casa Circondariale Pagliarelli-Lo Russo di Palermo. Il Teatro che percorriamo ogni giorno costruisce relazioni e produce bellezza umana.
trcgiornale.it, 15 ottobre 2019
Al teatro della casa Circondariale di Civitavecchia, si è svolto lo spettacolo "Il Campo" liberamente ispirato al libro "I ragazzi della via Pal" di Molnàr e interpretato dai detenuti della compagnia "Addentro". Il "Progetto Fortezza" si rivolge alla popolazione detenuta maschile e femminile della Casa Circondariale e della Casa di Reclusione di Civitavecchia e nasce con l'intento di utilizzare il potenziale terapeutico dell'arte teatrale come strumento di prevenzione e riabilitazione del disagio mentale attraverso la promozione generale del benessere psico-fisico. L'esperienza teatrale, infatti, non svolge una semplice funzione ricreativa e di stimolo intellettuale, poiché permette lo sfogo, la canalizzazione e la trasformazione in atti costruttivi di emozioni potenzialmente distruttive. Si tratta di fatto, di interventi di prevenzione primaria, secondaria e terziaria in ambito psicologico e psichiatrico.
Nel periodo di riferimento di 6 mesi sono stati coinvolti 36 detenuti, e di questi 16 hanno partecipato alla rappresentazione finale. I partecipanti avevano età ed etnie differenti. Le differenti etnie hanno costituito una ricchezza di risorse, prima fra tutte la possibilità dio trovare un linguaggio comune, attraverso l'espressività teatrale si è evidenziata una diminuzione dell'aggressività e degli atteggiamenti negativi, e l'utilizzo di comportamenti più congrui e adeguati all'ambiente detentivo.
Il laboratorio teatrale ha rappresentato un'effettiva ed efficace terapia del disagio, nonché uno stimolo per l'attivazione delle risorse personali di pazienti e operatori con conseguenze trasformative di luoghi e persone. Lo spettacolo "Il Campo" si è svolto in un clima di grande commozione, presenti la dottoressa Andò, la dottoressa Celozzi e il Direttore Generale Quintavalle che ha manifestato la sua soddisfazione nel progetto.
di Valerio Sofia
Il Dubbio, 15 ottobre 2019
Dodici condanne: 13 anni di prigione all'ex vicepremier Oriol Junqueras, mandato di cattura per Puidjemont. La prima sentenza di condanna per il tentativo secessionista della Catalogna ha subito scatenato la contestazione di piazza. La Corte suprema spagnola ha condannato nove dei dodici catalani che hanno avuto un ruolo nella secessione della Catalogna nel 2017 con pene che vanno dai 9 ai 13 anni di carcere per sedizione e appropriazione indebita di fondi pubblici.
Condanne dure, ma non quanto richiedeva l'accusa, e in questo senso vanno forse anche lette come un tentativo di mediazione, che però non è stato per nulla apprezzato dalla parte catalana.
La procura infatti aveva chiesto fino a 25 anni di prigione per l'ex vicepresidente regionale della Generalitat Oriol Junqueras, poi presidente, che invece è stato condannato a 13 anni di prigione. Pene fino a 12 anni sono state inflitte a Carme Forcadell, Ios Jordis, e altri cinque ex ministri della giunta catalana. La Corte ha evitato di accogliere l'accusa di tradimento.
La Corte ha poi assolto dall'accusa di malversazione altri tre imputati, che peraltro non sono in carcere, e che dunque non andranno in prigione. Intanto in perfetta coincidenza un giudice spagnolo ha emesso un nuovo mandato internazionale di arresto per l'ex presidente della Generalitat catalana Carles Puigdemont, che si trova attualmente in auto- esilio in Belgio. Anche per lui l'accusa è di sedizione e appropriazione indebita.
Pacata la reazione del governo di Madrid. "Rispetto e senso di responsabilità" sono le parole chiave, pronunciate per primo dal ministro per lo Sviluppo, segretario dell'organizzazione del Psoe, José Luis balos. Il ministro ha aggiunto che la sentenza "rende chiaro che in Spagna lo Stato di diritto funziona". "A seguito della decisione della Corte suprema, dobbiamo voltare pagina sulla base di una pacifica coesistenza in Catalogna attraverso il dialogo. Possiamo iniziare un nuovo capitolo per una Catalogna moderna, plurale e tollerante", ha commentato il premier spagnolo Pedro Sanchez.
Di tutt'altro tenore le reazioni catalane. Junqueras, il principale attivista catalano a favore dell'indipendenza, ha assicurato che, nonostante le dure sentenze inflitte, il movimento separatista tornerà "ancora più forte, oggi non è finito nulla, non ci avete né sconfitto né convinto". "100 anni di carcere in totale. Una barbarie. Ora più che mai, al vostro fianco e al fianco delle vostre famiglie. Bisogna reagire, come mai prima d'ora. Per il futuro dei nostri figli. Per la democrazia, Per l'Europa. Per la Catalogna", ha scritto su Twitter Carles Puigdemont.
Le manifestazioni di protesta intanto hanno destato qualche preoccupazione. Tensione all'aeroporto di Barcellona, dove la polizia ha caricato i manifestanti, mentre gli indipendentisti hanno interrotto varie strade della regione.
di Bernardo Valli
La Repubblica, 15 ottobre 2019
Trump ha abbandonato i curdi, Putin non va oltre la diplomazia e l'Europa è inconsistente: ecco perché la Turchia ha mano libera. Per Erdogan, il presidente turco, i principali obiettivi dell'offensiva in Siria sono uno politico e l'altro militare. Quello politico riguarda la Turchia dove la sua popolarità era in netto ribasso, come si è visto alle ultime elezioni amministrative, quando l'opposizione ha ottenuto un notevole successo.
Da lui subìto come un'umiliazione. Le azioni a sfondo nazionalista consentono di recuperare larga parte dell'opinione pubblica ed è quello che sta accadendo con la spedizione contro i curdi di Siria. Le minoranze sono spesso le vittime. In Turchia uno pensa agli armeni. Il carattere politico dell'operazione ha un'ampia dimensione internazionale.
Il ritiro americano e quindi l'abbandono degli alleati curdi decisi da Donald Trump hanno lasciato a Erdogan la libertà di agire. La fedeltà agli impegni del presidente della superpotenza non si è dimostrata salda. Ancor meno autentica. Non ha tenuto conto che i curdi sono stati la sua fanteria nella lotta contro il "califfato".
Trump ha superato i suoi predecessori, Bush padre e Bush figlio, nel provocare danni in Medio Oriente. Si è detto di un silenzioso consenso russo alla spedizione turca in Siria, senza che ci siano state conferme in merito. Né penso ci saranno. Vladimir Putin è alleato del regime di Damasco, che negli ultimi giorni si è schierato con i curdi e ha mandato l'esercito sul confine turco. Ma il presidente russo si è limitato a favorire l'accordo tra curdi e Bashar el Assad. Ha svolto un'azione diplomatica e ha lasciato intendere che non andrà oltre. È quel che pensa lo stesso Erdogan. L' ha affermato, senza entrare nei dettagli.
È come se Putin avesse affidato al regime di Damasco il compito di aiutare i suoi amici curdi. Lui non si impegnerà direttamente. In quanto agli europei che hanno sbattuto la porta in faccia per anni alla Turchia ansiosa di entrare nell'Unione, in questa occasione dimostrano tutta la loro debolezza. La loro vergognosa inconsistenza è evidente di fronte alla grave crisi, che rischia di traboccare in un conflitto più ampio. Non lo esclude quel che sta accadendo tra Turchia da un lato e dall'altro il regime di Damasco e i curdi. Già il numero dei morti e l'importante movimento di truppe consentono di parlare della "guerra di Erdogan".
Il quale restituisce adesso lo schiaffo, quello subito con l'umiliante rifiuto all'ingresso nell'Unione. La sua offensiva mette in risalto l'incapacità degli europei a concordare un'azione comune e riduce a frantumati balbettii le dichiarazioni sull'embargo delle armi ai suoi danni. Visto che la Turchia è uno dei principali membri è lecito parlare di un forte scollamento tra alleati nella Nato. Conclusione: il ritiro americano precipitoso e l'impotenza europea non aumentano il prestigio dell'Occidente difensore della democrazia.
Il secondo obiettivo, quello militare, non manca di incognite. Non era previsto un accordo tanto rapido tra i curdi di Siria e il regime di Damasco. Abbandonati da Trump i curdi si sono rivolti a Bashar el Assad, il quale in poche ore ha schierato l'esercito al confine, a ridosso e all'interno della zona amministrata dai curdi e aggredita dai turchi. Erano anni che i militari di Damasco non mettevano piede in quella regione autonoma. Nelle due zone di confine, quella turca e quella siriana, vivono forti comunità curde. Quella di Kobane si è difesa con coraggio dai jihadisti del "califfato" quando quest'ultimo disponeva di notevoli forze.
Ho assistito a una di quelle battaglie, che si concluse con una strage e tra le macerie. L'offensiva turca ha indirettamente favorito in queste ore la fuga di molti prigionieri dai luoghi di detenzione organizzati allora, dopo quello scontro armato. Gli evasi si sono dati alla macchia con la probabile intenzione di rianimare la battaglia perduta. Erdogan gliene ha offerto l'occasione. L'intenzione dei turchi è di spezzare i rapporti tra i due versanti della frontiera, dove vivono comunità curde.
Quella installata in Siria ha conquistato una forte autonomia e ha creato un apparato dirigente di qualità. Ma i turchi denunciano i suoi rapporti, la sua complicità, con il Partito dei lavoratori curdi (Pkk), operante in territorio turco che Ankara considera un movimento terrorista. Il progetto di Erdogan sarebbe di installare nelle zone abitate dai curdi la massa di siriani profughi che si trovano in Turchia. Servirebbe da muro di separazione tra le due comunità a ridosso del confine. Il popolo curdo merita l'attenzione dell'Occidente.
Esso conta trenta-quaranta milioni di persone, distribuite tra Iran, Turchia, Siria e Iraq. Il Kurdistan iracheno, ricco di petrolio, ha conquistato una forte autonomia rispetto allo Stato iracheno, e ha creato istituzioni assai più liberali di quelle esistenti tra i vicini. È curioso che, almeno fino a qualche tempo fa, la Turchia avesse buoni rapporti con il Kurdistan iracheno. E al tempo stesso perseguitasse le minoranze curde di casa. Adesso anche quelle siriane. La spiegazione è forse che i curdi dell'Iraq hanno il petrolio.
di Gianluca Di Feo
La Repubblica, 15 ottobre 2019
Condanna a parole dell'invasione di Erdogan, misure concrete contro le trivellazioni turche a Cipro. Che mettono a rischio il giacimento di Eni e Total. Tanto che Parigi manda la flotta. Per difendere i curdi l'Europa tergiversa, usando parole dure senza provvedimenti concreti. Ma quando entrano in campo interessi economici l'atteggiamento cambia. E sono pronte a muoversi le cannoniere. Ieri in maniera sorprendente l'Ue ha messo sullo stesso piano le centinaia di morti provocate dall'invasione della Siria settentrionale e i giacimenti di petrolio a largo di Cipro, oggetto di una lunga contesa tra Ankara e uno dei più piccoli stati dell'Unione. Una disputa che però mette a rischio i fatturati di Total ed Eni, le compagnie italiana e francese che hanno i diritti di sfruttamento. Contro la guerra c'è soltanto la "condanna" mentre a Bruxelles si è deciso di adottare "misure restrittive nei confronti delle persone fisiche e giuridiche responsabili o coinvolte in attività perforazione di idrocarburi nel Mediterraneo orientale".
Non solo. Parigi ha spedito due navi militari per pattugliare le acque di Cipro: la scorsa settimana due delle fregate più moderne della flotta francese sono arrivate a Larnaca, formalmente per partecipare ad esercitazioni con la minuscola marina locale. In realtà, devono dimostrare la volontà di non cedere un miglio alle pretese petrolifere di Recep Tayyip Erdogan. Il ministro della Difesa greco Nikos Panagiotopoulos ha dichiarato di avere chiesto il sostegno francese "per rispondere alle provocazioni turche". E ha aggiunto: "Credo che anche l'Italia farà qualcosa di simile".
Non è la prima crisi in quel mare. I turchi hanno occupato parte di Cipro nel 1974, dando vita a un'autoproclamata repubblica autonoma del Nord: è il più antico conflitto irrisolto d'Europa, con l'isola divisa in due da un lungo muro. La scoperta dei giacimenti però è molto più recente ed ha riaperto quella ferita.
Nel febbraio 2018 la flotta di Ankara ha sbarrato la strada alla nave inviata dall'Eni per le esplorazioni petrolifere. Il governo Gentiloni ha protestato, facendo intervenire nella zona la fregata Zaffiro della nostra Marina. Dopo un confronto abbastanza teso, Roma preferì desistere e l'Eni rinunciare ai sondaggi. Trascorsi diciotto mesi di calma, a inizio ottobre i turchi sono passati all'offensiva mandando l'unità speciale Yavuz a esplorare proprio l'area del "blocco 7": uno dei giacimenti assegnati a Eni e Total.
La missione turca ha provocato una dura reazione del governo cipriota, che lo scorso 4 ottobre l'ha definita "una pesante escalation nelle violazione della nostra sovranità". E anche gli Stati Uniti - alcune concessioni sono della Exxonmobil - si sono allineati, tanto che il segretario di Stato Mike Pompeo ha parlato di perforazioni "illegali e inaccettabili". Ma il ministro dell'Energia di Erdogan, Fatih Donmez, ha risposto che non intende rinunciare allo sfruttamento di quelle risorse: "Abbiamo già perforato due pozzi a est e a ovest di Cipro, Yavuz realizzerà il nostro terzo pozzo. Queste attività proseguiranno con determinazione". L'arrivo della flotta francese e le sanzioni annunciate dall'Ue adesso rendono la situazione esplosiva. Con Ankara che ieri ha ribadito di non volere cedere. Un altro fronte tra Turchia ed Europa, molto più determinata ad agire per proteggere i giacimenti che non per salvare le popolazioni della Siria.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 15 ottobre 2019
Alla frontiera si ammassano i civili in fuga dopo l'accordo con Damasco. E mentre già sventola la bandiera siriana cresce il rimpianto per l'autonomia persa. Stanno qualche ora in fila, attendono pazienti. Salvo poi venire ricacciati indietro con i bambini, le valigie troppo grandi, le mogli troppo coperte che sudano copiosamente sotto il sole ancora caldo di metà ottobre, l'aria secca, le sporte di vestiti pesanti.
"Partono adesso quelli di noi che in passato hanno combattuto contro il regime di Bashar Assad, oppure i giovani renitenti alla leva. Non vogliono essere costretti nelle unità di punizione dell'esercito nazionale siriano, mandate subito a combattere e morire in prima linea contro i turchi", confida un quarantenne dall'aria distinta.
Lascia capire di essere un alto esponente dell'intelligence di Rojava, ma si mette in coda paziente come tanti altri. Il centinaio di chilometri di viaggio dalla città di Qamishli al confine di Semalka sul Tigri rivela la profondità del dramma che sta traumatizzando i curdi siriani. In passato questa regione collinosa, verde, puntellata di pozzi petroliferi, è sempre stata considerata una delle più stabili per le decine di villaggi a popolazione quasi totalmente curda.
E anche adesso a prima vista poco sembra cambiato. I posti di blocco paiono ancora saldamente in mano ai soldati curdi, le loro bandiere sventolano dovunque, come sempre.
Ad ogni incrocio, sugli edifici più alti delle caserme, continua a troneggiare la gigantografia di "Apo", Abdullah Ocalan, il leader storico e massimo ideologo del socialismo militare curdo. Non importa che da un ventennio sia chiuso in una prigione turca. Per Erdogan è il diavolo in persona, incarna l'alleanza militante e "terroristica" tra il Pkk, il Partito dei Lavoratori curdo in Turchia, e i combattenti di Rojava. Un fronte che per il presidente turco va eliminato a qualsiasi prezzo. Se però si scava un poco non è facile scoprire la nuova fragilità dell'intero sistema di autogoverno costruito negli ultimi otto anni. "Non sappiamo cosa troverete domani.
Noi curdi vogliamo controllare da soli il confine con l'Iraq. Ma non è detto che da Damasco non cerchino di mandare i loro agenti dei servizi per monitorare i transiti", ammette sotto voce una delle principali addette a timbrare i passaporti al valico di Semalka. L'altra notte le guardie mandavano via le auto delle famiglie che volevano accamparsi nelle vicinanze per essere prime la mattina dopo all'apertura degli uffici.
"Qui ci sono installazioni militari. L'aviazione turca opera spesso di notte, potrebbe bombardare in ogni momento", spiegavano. Deserta dopo il tramonto anche la vicina cittadina di Derek. È stata abbellita e ampliata negli ultimi anni con alberghi e ristoranti, soprattutto grazie ai copiosi finanziamenti americani, per offrire un centro di ritrovo e svago ai dirigenti di Rojava. Proprio per questo ora viene disertata, temuta.
Ma il discorso che va per la maggiore nei caffè, tra la gente riguarda adesso la valenza reale della nuova alleanza con il regime di Damasco, sotto l'egida di Mosca, per fare fronte comune contro l'invasione turca. Ancora non si era asciugato due sere fa l'inchiostro delle firme, che già i soldati di Bashar Assad irrompevano verso le linee dei combattimenti passando per Hasakah, Ain Issa, Tel Tamar, sino al vecchio fronte di Manbij e quello nuovo tra Ras Al Ayn e Tel Abyad.
I capi del Rojava continuano a ribadire che per ora si tratta solo di intese militari "preliminari", dettate all'emergenza. "I contenuti politici dell'accordo vanno ancora messi a punto. Lo faremo in un secondo tempo", dice tra i tanti Badran Jia Kurd. Un altro, Aldar Xelil, alla stampa internazionale minimizza spiegando che è un adattamento pragmatico "figlio delle difficoltà". In realtà, sul campo si notano cambiamenti importanti. L'altra sera a Qamishli erano sparite le consuete pattuglie curde che si muovono nei quartieri controllati dai fedeli al regime di Bashar. Damasco ha sempre negato qualsiasi forma di autonomia curda e nulla lascia credere abbia cambiato politica. Tutt'altro. Per la prima volta dal ritiro dopo lo scoppio delle rivolte nel 2011, i suoi soldati tornano a marciare per le strade del Nordest siriano. Nulla lascia credere che smetteranno di farlo.
Uno degli articoli in discussione nell'accordo contempla che le unità curde vengano assorbite in quelle dell'esercito regolare. Inoltre su tutti gli edifici pubblici dell'intera Rojava dovrà sventolare la bandiera nazionale. Una mossa non solo simbolica. Il regime espande la sovranità. Non sono pochi adesso i curdi che iniziano a mettere in dubbio il valore del tributo di sangue pagato dalle loro forze armate nella guerra contro Isis: oltre 11.000 morti e quasi il doppio di feriti.
Un numero enorme, specie se si pensa che Rojava conta in tutto meno di 60.000 effettivi tra combattenti uomini e donne. "Valeva la pena perdere tanti soldati alla luce del tradimento americano?", si chiedeva ieri un giovane giornalista della televisione locale. Lo smarrimento è palpabile. Il futuro un'incognita inquietante. Rispondeva disilluso un suo collega: "Possiamo dire che abbiamo vissuto otto anni inebrianti di libertà, almeno saranno un punto fermo nei libri della storia del popolo curdo. Ma li stiamo perdendo".
di Donatella Di Cesare
Il Manifesto, 15 ottobre 2019
Comunque si voglia valutare la complessa questione catalana, è indubbio che si è trattato di un processo politico, dove sono state giudicate anzitutto le idee. E questo è inaccettabile in una democrazia. La parola chiave della sentenza emessa dalla Corte Suprema spagnola è "sedición", sedizione, cioè la rivolta pubblica contro l'autorità. Ma le pene sono talmente pesanti che, malgrado ogni smentita, dietro sembra risuonare il reato di ribellione, vale a dire uso della violenza anticostituzionale. Il che è in linea con tutto il processo contro gli esponenti dell'indipendentismo catalano, un processo durato due anni, durante i quali gli imputati, costretti al carcere preventivo, non hanno potuto far valere i loro diritti.
Particolarmente significative sono la condanna a 12 anni inflitta a Carme Forcadell, filologa e attivista politica, ex presidente del Parlament catalano e quella a 13 anni, la più alta di tutte, con cui è stato punito Oriol Junqueras, ex vicepresidente del governo catalano, leader del partito di Sinistra repubblicana (Esquerra Republicana). Alla sedizione si aggiunge il reato di malversazione, cioè l'utilizzo di fondi pubblici impiegati per il referendum del 2017. Occorre ricordare che ad essere colpiti sono anche i rappresentanti della società civile accusati di "disobbedienza". Il bersaglio è tutto l'indipendentismo catalano. Ada Colau, sindaca di Barcellona, ha parlato giustamente di "sentenza crudele". Le manifestazioni di protesta riempiono le strade della Catalogna, da Girona a Lleida, mentre sono previste anche azioni di sabotaggio.
Come il carcere preventivo non ha aiutato ad affrontare il problema, così questo giudizio finirà per aggravare ed esasperare il conflitto trasferendolo alla Corte europea e ai tribunali internazionali.
Il verdetto segna una svolta inquietante nella storia della Spagna postfranchista. Comunque si voglia valutare la complessa questione catalana, è indubbio infatti che si è trattato di un processo politico, dove sono state giudicate anzitutto le idee. E questo è inaccettabile in una democrazia.
Pesa in tutta la vicenda il ruolo ambivalente giocato dal Partito socialista di Pédro Sanchez che alla fin fine non si è impegnato a trovare una via d'uscita, come dimostrano le richieste di condanna presentate dalla Procura e dall'Avvocatura di Stato, cariche nominate dal governo. Tutto ciò avrà importanti conseguenze sulle prossime elezioni spagnole del 10 novembre. Non si può escludere che ne approfitti non tanto il Partito popolare, quanto l'ultradestra di Vox, il partito erede di Francisco Franco, guidato ora da Santiago Abascal, che al motto di "Prima gli spagnoli!", oltre ad abolire l'aborto e mettere fuori legge le organizzazioni femministe, vuole chiudere i porti ai "clandestini", autorizzare solo lo spostamento di popoli di lingua e cultura ispanica e soprattutto eliminare le autonomie. Il che deve far riflettere sulla collocazione politica dell'indipendentismo catalano attaccato da un inquietante fronte reazionario come non si era mai visto negli ultimi decenni.
Emerge oggi, attraverso questo verdetto, quanto gli Stati-nazione europei siano un ostacolo alla vita dei popoli, producendo conflitti interni, fomentando il sovranismo, richiedendo neppure troppo tacitamente la pulizia etnica alle frontiere. Emblematico è proprio lo Stato-nazione spagnolo con le sue differenze linguistiche e culturali, che dovrebbero arricchirlo, e la sua aspirazione a una fantomatica identità. Proprio questo è il tema che la sinistra anti-sovranista dovrebbe ripensare.
L'Europa avrebbe dovuto diventare una nuova e flessibile forma politica sovranazionale, capace proprio per ciò di ospitare al suo interno le autonomie, garantendo i diritti attraverso una nuova cittadinanza, aperta anche ai migranti. È rimasta invece un coacervo di Stati-nazione in continua competizione, sempre più ripiegati su se stessi e gelosi della propria sovranità.
Nell'Europa attuale, che ha chiuso un occhio, anzi due, sull'annessione della Crimea, la questione catalana, pur non essendo l'unica, ha un valore simbolico. Anzitutto per quella grande tradizione democratica che la Catalogna rappresenta. Ma anche perché il conflitto non ha tanto connotati proto-nazionali (anche se non mancano frange identitarie), quanto post-nazionali. Questo spiega perché mette in discussione il tema dello Stato, tocca l'Europa, investe la democrazia, richiede una risposta internazionalista.
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