di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 15 ottobre 2019
"Troppe assoluzioni". Accantonati i reati prescritti entro 2 anni. Processi a numero chiuso. Non oltre un predefinito tot l'anno. Anche a costo di instradare consapevolmente su un binario morto quelli destinati a prescriversi entro 2 anni. Una soluzione d'urto contro la presa in giro di "un produttivismo senza qualità" che, nell'ossessione di macinare statistiche, produce però già in primo grado pure un numero inaccettabile di assoluzioni (quasi una su due).
I responsabili degli uffici del distretto di Corte d'Appello di Brescia (uno dei più grandi fra i 26 italiani, che con quello di Milano si divide la Lombardia) insieme agli avvocati rinunciano all'ipocrisia auto-propagandistica delle cerimonie degli anni giudiziari, e si assumono invece una responsabilità: quella di mettere nero su bianco, e dunque di rendere controllabile anziché opaca nel non detto del fatto quotidiano, la presa d'atto della crisi di una grossa parte del sistema penale, quella dei processi per reati di competenza del giudice monocratico (come furti, truffe, ricettazioni), in particolare i giudizi su citazione diretta del pm.
Il punto di partenza è la constatazione che la quantità di procedimenti istruiti dalle Procure (spesso in maniera incompleta o sbrigativa) è fisicamente incompatibile con la capacità di definizione dei Tribunali (nel caso bresciano 6.50o arrivati contro 4.50o celebrati), con il risultato che le prime udienze sono fissate - ad esempio a Brescia e Bergamo - tra 2021 e 2023. Il che innesca una doppia catena di danni.
Ai cittadini, che pagano il prezzo (sempre personale, talvolta anche lavorativo) del restare appesi per anni già solo ad attendere un primo verdetto. Ma anche ai processi, perché poi in aula le deposizioni dei testi sono ormai scolorite dal tempo trascorso e cresce la possibilità di assoluzioni. Che infatti già in primo grado in giro per l'Italia sono spaventosamente alte, come il Corriere aveva additato in gennaio a partire da un rilievo del presidente del Tribunale di Torino: Brescia rileva ad esempio un tasso di assoluzione nel rito monocratico tra il 40% e il 45%, addirittura oltre il 50% sui furti, mentre nel collegiale va dal 20% al 35%. "Produrre magari meno ma almeno meglio" è l'obiettivo delle Linee Guida promosse dai presidenti della Corte d'Appello e del Tribunale bresciani, Claudio Castelli e Vittorio Masia, e condivise con Uffici giudiziari e Avvocatura.
Assunta una capacità massima di 4.000 processi l'anno a Brescia, 3.500 a Bergamo, 1.250 a Mantova, 1.150 a Cremona, entro questo tetto i calendari d'udienza verranno formati in proporzione con tre quote di processi. Quelli a "priorità legali", stabilite da leggi in base al tipo di reato; quelli a "priorità convenzionali", dipendenti dalle specificità socio-economiche del territorio (ad esempio lesioni da colpe professionali o gli infortuni sul lavoro); e infine i non prioritari, tra i quali - scelta delicata - quei reati la cui prescrizione sia destinata a maturare nei successivi 24 mesi e i cui processi dunque si presume non facciano in tempo ad essere celebrati.
di Giada Chirivì
ideawebtv.it, 15 ottobre 2019
Un modo per conoscere sempre più la realtà delle Case Circondariali. Tra le molte proposte della Fiera del Tartufo non è venuto a mancare l'appuntamento con l'iniziativa "Tutti i Diritti-Produzioni Ristrette", la quale offre visibilità alle iniziative su detenzione, legalità e diritti umani. Giunta alla sua ottava edizione, la manifestazione ha avuto luogo presso Piazza Pertinace in concomitanza con i Mercati della Terra, proponendo visibilità all'economia penitenziaria del nord Italia. Le merci esposte sono il risultato di prodotti realizzati da detenuti, che aderiscono ai progetti offerti dalle cooperative che operano sui vari centri, il cui scopo è il reinserimento sociale e lavorativo.
Tra le diverse realtà presenti, troviamo il centro anti violenza donne "Mai + Sole" di Savigliano, che propone un progetto di cucito rivolto ai detenuti maschi del carcere Morandi di Saluzzo. Grazie all'utilizzo di tessuti di recupero, vengono realizzate borse, a cui viene cucito lo slogan: "mai più dentro", creato dai partecipanti stessi. Non è mancato il progetto "Valelapena", che presso la Casa Circondariale di Alba ha realizzato un vigneto curato dai detenuti, che dopo un'accurata formazione professionale, possono procedere alla coltivazione e produzione dei vini.
di Federico Rampini
La Repubblica, 15 ottobre 2019
Economia, vincono gli studi sugli ultimi. Tre premiati: due sono marito e moglie. I vincitori del premio Nobel per l'economia quest'anno sono tre. Una coppia, marito e moglie: l'indiano Abhijit Banerjee e la francese Esther Duflo, entrambi docenti al Massachusetts Institute of Technology. Al terzo è l'americano Michael Kremer, che insegna ad Harvard. Tutti e tre sono studiosi dello sviluppo.
Secondo le motivazioni del premio, si sono distinti per aver "introdotto un nuovo approccio per ottenere risposte affidabili sui modi migliori per combattere la povertà globale. In due decenni, il loro nuovo approccio sperimentale ha trasformato l'economia dello sviluppo, che ora è un fiorente campo di ricerca".
Quello che hanno in comune è l'approccio "sperimentale", appunto: cioè pragmatico, empirico, ai problemi del sottosviluppo e delle diseguaglianze. Niente proclami ideologici, bensì la ricerca delle soluzioni che funzionano, sperimentandole sul campo per sottoporle alla prova dell'efficacia. Uscire dalle stanze dell'accademia, andare tra la gente a vedere cosa funziona e cosa no.
Per fare un esempio, un esperimento di cui si occupò la Duflo all'inizio della sua carriera (quando era appena 34enne), consisteva nel distribuire un medicinale contro i vermi intestinali in un campione di scuole del Kenya: con una spesa minima l'assiduità degli scolari in classe aumentò del 25%. La coppia Banerjee-Duflo ha appena pubblicato un libro, "Good Economics for Hard Times" (Public Affairs, New York 2019), cioè "una buona economia per tempi duri", che uscirà in italiano presso Laterza.
È una lettura sorprendente, non è il saggio di economia che ti aspetteresti da due accademici titolati. Ci rivela che Banerjee e Duflo hanno molto da dirci su di noi, oltre che sulle ricette giuste per sollevare l'Africa dalla miseria. Sono anche due fustigatori spietati della propria professione. Il libro comincia con una barzelletta feroce sugli economisti, e non a caso: il punto di partenza è il crollo della loro credibilità, solo il 25% dei cittadini ha qualche fiducia negli esperti di economia. Peggio di così nella stima popolare ci sono solo i politici.
Le ragioni sono tante e i due neo-premiati dal Nobel non ne risparmiano nessuna. Tanto per cominciare c'è un dilagante conflitto d'interessi: "Quegli economisti che vanno in tv e scrivono sui giornali sono spesso portavoce di interessi aziendali, prescindono dall'evidenza empirica, hanno un pregiudizio favorevole ai mercati ad ogni costo". In un piccolo test significativo si scopre che la maggioranza dei cittadini pensa che i chief executive siano troppo pagati, mentre gli economisti no. A loro i super stipendi dei top manager vanno bene.
Il legame con i fondi per la ricerca economica elargiti dalle multinazionali potrebbe essere una spiegazione di questo accecamento ideologico? Ma dopo aver denunciato gli economisti legati al mondo del business, i due Nobel se la prendono anche coni loro colleghi che lavorano per istituzioni pubbliche, teoricamente "asettiche" e protette da ogni interferenza d'interessi privati.
Ci ricordano, per esempio, che i super-esperti del Fondo monetario internazionale hanno sistematicamente sbagliato le loro previsioni sull'economia globale. Un altro tratto saliente del libro di Banerjee-Dufilo è l'importanza assegnata alla "dignità umana", spesso un bene più prezioso dello stesso reddito.
Questo ci porta all'altro grande tema, dove i due Nobel ci parlano di noi. È la decadenza della democrazia, e il ruolo delle scienze sociali per rimediarvi. I due autori osservano che in America il 61% dei democratici considerano i repubblicani indistintamente razzisti, sessisti e bigotti oscurantisti. La sinistra ha una visione "millenarista" - cioè apocalittica - dell'ascesa dei populismi. I repubblicani contraccambiano con altrettanti pregiudizi.
Il ruolo delle scienze sociali, economia in testa, secondo Banerjee e Duflo deve essere quello di ricostruire le basi concrete e pragmatiche di un dibattito pubblico, civile e rispettoso. Non si ricostruisce una democrazia sana se ci si affronta con astratti proclami di principio, del tipo "sono per gli immigrati perché sono generoso e umanitario", oppure "sono contro perché minacciano l'identità della mia nazione".
L'approccio sperimentale, giustamente premiato dal Nobel, richiede allo studioso serio di consumare la suola delle scarpe: andare sul terreno, studiare caso per caso, distinguere, entrare nel vivo delle cose che interessano o preoccupano o spaventano i cittadini.
di Laura Parmeggiani
ilnuovogiornale.it, 15 ottobre 2019
Un corso di teatro in carcere e un protocollo, ancora da siglare, con le associazioni professionali piacentine, per una possibile integrazione socio-lavorativa di giovani detenuti, a fine pena. Un'idea nata dall'incontro tra il prefetto Maurizio Falco e il presidente del Rotary Piacenza Pietro Coppelli, nel luglio scorso, parlando di disagio giovanile e di possibili service del Rotary Piacenza in questa direzione. Detto e fatto. Il percorso, già definito, potrà contare sul coordinamento complessivo della Prefettura, il sostegno del Rotary Piacenza, la professionalità della direttrice della Casa circondariale "Le Novate", Maria Gabriella Lusi, oltre che sul talento e l'esperienza di Mino Manni, attore e regista.
Se n'è parlato per la prima volta in modo ufficiale nel corso di una conviviale rotariana all'albergo Roma a cui, oltre al prefetto Falco, al presidente Coppelli e a tutti i protagonisti del progetto, ha partecipato anche il presidente del Comitato esecutivo della Banca di Piacenza avvocato Corrado Sforza Fogliani.
Circa 15, di età inferiore ai 25 anni, scelti in modo mirato, i detenuti che parteciperanno al corso di teatro; lavoreranno con Manni per 4 mesi, tutti i lunedì pomeriggio, da gennaio 2020. L'artista piacentino, che già lo scorso anno aveva curato un progetto simile, sempre in carcere, e incentrato su "Giulio Cesare" di Shakespeare, questa volta ha scelto Iliade "Lavoreremo sul testo di Omero, ma anche sulla riscrittura di Baricco, con un linguaggio adatto e facendo leva sui valori che quest'opera trasmette - ha precisato Manni -. Useremo il teatro come veicolo di comunicazione, come esempio raro di corrispondenza universale, terreno efficace per un recupero e una nuova consapevolezza, senza paura di essere giudicati".
Il service rotariano, come rimarcato all'unisono dal prefetto Falco, dal presidente Coppelli e dalla direttrice Lusi, punta a mettere insieme il dentro e il fuori dal carcere nel modo più efficace possibile, perché prepara i ragazzi per un futuro reinserimento, dando loro la certezza di poter tornare ad essere una risorsa per la società. Un gesto di valenza sociale, che contribuirà a migliorare la sicurezza del territorio, ma non un atto di buonismo gratuito. Applicato secondo regole di civiltà, premierà chi lo merita.
Il laboratorio teatrale si chiuderà con una rappresentazione finale, in spazi dedicati. "In collaborazione con la Scuola edile di Piacenza, stiamo riqualificando alcuni spazi perché l'esperienza del teatro possa avere un set adeguato all'interno dell'Istituto delle Novate - ha annunciato la direttrice Lusi durante la serata Rotariana -. Stiamo predisponendo un percorso di formazione professionale per allestire un locale che si presti ad ospitare spettacoli teatrali ed eventi simili".
Un segnale di apertura, un gesto di coraggio, un'azione concreta oltre facili slogan. Il progetto di teatro in carcere firmato Prefettura e Rotary Piacenza è in linea con lo spirito della nostra città "A Piacenza sono riuscito a fare cose che non avrei mai immaginato - ha affermato il Prefetto riferendosi proprio a questo aspetto. Anche in questo caso, la comunità piacentina, conferma di essere improntata al valore del fare, seguendo una tradizione di positività e concretezza".
Il Tirreno, 15 ottobre 2019
Non solo alternanza scuola lavoro e crediti formativi. L'opportunità di affacciarsi su un mondo del tutto diverso rispetto alle tradizionali lezioni tra i banchi. "Quali prospettive di lavoro nel sociale? Esperienza in carcere": è il seminario che il 16 ottobre vedrà coinvolti gli studenti di 4 e 5 del liceo scienze umane di Piombino. "Incontro importante - spiega la dirigente Isis Carducci Volta Pacinotti Gabriella Raimo - anche per acquistare consapevolezza e spendibile in un secondo momento, qualora gli allievi decidessero di partecipare a selezioni per assistente sociale in carcere". Per questo sarà rilasciato un attestato di partecipazione. Progetto promosso da Università delle 3 Età - Unitre, Casa di reclusione Porto Azzurro e Volterra.
Verrà anche presentato il Premio letterario "Casalini" per i detenuti, con due membri della giuria: Pablo Gorini e Fabio Canessa. E saranno distribuite copie del volume "L'altra Libertà" che raccoglie composizioni di detenuti. Appuntamento alle 9,30 nell'auditorium del liceo in via della Pace. Dopo il saluto di Raimo, la relazione di Luca Lischi, capo di gabinetto dell'assessorato regionale a istruzione, formazione e lavoro" sul tema "Conoscere, comprendere, cogliere"; alle 10, 30 "Esperienze lavorative", relatori la direttrice della casa di reclusione Volterra Maria Grazia Giampiccolo e Giuseppina Canu, responsabile area educativa di Porto Azzurro. Interventi degli studenti. Alle 12, 30: sosta pranzo self-service. Dalle 14 si parlerà delle esperienza di volontariato in carcere. Introduce il presidente Unitre di Porto Azzurro Davide Casalini. Tra gli argomenti, come detto, pure il premio letterario (la premiazione dei detenuti alla casa di reclusione di Livorno il 6 novembre).
lacnews24.it, 15 ottobre 2019
Saranno affiancati da personale dell'azienda del tonno nel confezionamento delle cassette regalo che saranno messe in vendita per le festività natalizie. Un'opportunità, di lavoro e di riscatto, un modo per fare sentire i detenuti non più soli e per rafforzare in loro la convinzione che, una volta scontata la pena, un'altra vita fuori dal cercare è possibile.
Torna, per il quarto anno consecutivo, l'iniziativa della Callipo, che porterà all'assunzione di sette ristretti nella casa circondariale di Vibo Valentia ai quali sarà affidato il confezionamento di 11.000 cassette regalo contenenti una selezione di pregiati prodotti dell'azienda che saranno messi in vendita per le festività natalizie. Il percorso lavorativo prevede l'affiancamento da parte del personale esperto per trasferire, oltre alle tecniche di confezionamento, anche lo spirito ed i valori dell'azienda del tonno che opera in Calabria da ormai 106 anni.
"Sono particolarmente grata all'imprenditore Callipo per la particolare attenzione manifestata anche quest'anno verso questa struttura confermando l'assunzione di 7 detenuti - ha commentato la direttrice del penitenziario Angela Marcello. Il suo impegno spero che sia di esempio anche per altri imprenditori affinché considerino l'istituto penitenziario come opportunità concreta anche per le loro attività, dando maggiori possibilità ai detenuti della struttura.
"Si tratta di un progetto che ci sta molto a cuore - ha invece ribadito Callipo - perché ci permette di dare, concretamente, un'occasione di riscatto a 7 detenuti del penitenziario di Vibo Valentia. È un'occasione molto significativa anche per i nostri dipendenti che, ogni anno, a fine progetto, dicono di sentirsi umanamente toccati dal confronto con i detenuti e dai loro racconti, spesso malinconici, ma carichi della speranza di poter riprendere un giorno in mano la loro vita. Ringrazio la direttrice Marcello per aver immediatamente accolto la nostra richiesta di proseguimento del progetto, avviato con successo negli anni scorsi con il precedente direttore Antonio Galati". La gestione delle assunzioni dei detenuti è stata affidata a a Openjobmetis Spa.
di Chiara Pazzaglia
Avvenire, 15 ottobre 2019
Si chiama "Brigata del Pratello", che è il nome con cui i bolognesi conoscono l'Istituto Penale Minorenni "Siciliani", ed è la prima osteria d'Italia aperta in un carcere minorile. Impiegherà come cuochi e camerieri, su turni, 8 dei 25 ospiti della struttura.
Lo scopo, come spiega Antonio Pappalardo, il Dirigente del Centro per la Giustizia Minorile di Emilia-Romagna e Marche, "è anzitutto formativo". Ai ragazzi "viene data la possibilità di sperimentare in una situazione reale quanto apprendono durante un corso apposito, organizzato dall'Ente di formazione professionale Fomal all'interno del carcere".
Al Direttore dell'Istituto penale Alfonso Paggiarino il compito di riportare le impressioni degli aspiranti chef e camerieri coinvolti nel progetto: "Ho scoperto una passione", dice uno. "Sono bravissimo nel fare la pasta e la pizza", aggiunge un altro. La costante è che i ragazzi pensano che questa possa essere "una speranza per il loro futuro, anche lavorativo, una volta usciti". Quello che è certo è che, oltre alle competenze in ambito ristorativo, i giovani detenuti "apprendono anche come ci si deve comportare con i clienti, a lavorare in squadra, nella "brigata di cucina", come ricorda il nome dell'osteria, collaborando con i colleghi e ascoltando gli ordini dello chef, per eseguirli al meglio", dice Paggiarino.
E non è uno chef a caso quello che è stato scelto come insegnante: si tratta di Mirko Gadignani, "che è anche cuoco del Bologna Calcio, elemento che esercita ulteriore appeal sui detenuti coinvolti". Il progetto, che è sostenuto dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e dalla Regione Emilia Romagna, si inserisce nell'ambito di numerose iniziative volte alla rieducazione, al recupero, alla rigenerazione personale dei giovani ospiti del Pratello, che durante la giornata "giocano a calcio, frequentano corsi di teatro e di formazione professionale e la scuola, di ogni ordine e grado, a seconda dell'età e del livello di istruzione precedente", continua il direttore della struttura bolognese.
Le porte del carcere si sono aperte per la prima volta per i commensali nei giorni scorsi. All'inaugurazione era presente l'arcivescovo di Bologna, cardinale Matteo Maria Zuppi, mentre il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha inviato un messaggio augurale ai promotori dell'iniziativa di riscatto sociale a favore dei giovani detenuti. Successivamente, le cene - evento avranno luogo una o due volte al mese, per 40-50 coperti alla volta.
E richiesta un'offerta libera e si accede solo dopo un accurato controllo dei documenti: un'osteria, sì, ma pur sempre dietro le sbarre. E "sbarrini", infatti, si chiamano i biscotti che ogni commensale potrà portarsi a casa come ricordo dell'esperienza, che potrà così essere condivisa con i familiari. Alcune delle materie prime utilizzate verranno direttamente dall'orto "a chilometro O" che è dentro al carcere. I partecipanti percepiranno anche un'indennità per il lavoro svolto.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 15 ottobre 2019
La sentenza della Cedu sul caso Ocalan. "Le prigioni non dovrebbero essere come le porte dell'inferno, dove si avvererebbero le parole di Dante: lasciate ogni speranza, voi ch'entrate". Così hanno scritto i giudici della Corte europea dei diritti umani (Cedu) nella sentenza del 18 marzo 2014 per il caso Ocalan (leader curdo del Pkk) contro la Turchia, condannando lo Stato di Erdogan per la violazione dell'articolo 3 della Convenzione, dal momento che la legge turca "non prevede, dopo un certo periodo di detenzione, alcun meccanismo di riesame della pena all'ergastolo comminata per reati come quelli commessi da Ocalan, allo scopo di valutare se continuano a sussistere motivi legittimi per tenere la persona in carcere".
Parliamo della stessa identica sentenza riguardante il caso Viola che ha condannato definitivamente l'Italia, perché - come stabilisce l'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario prevede che la richiesta di ammissione alla liberazione condizionale sia subordinata alla collaborazione con la giustizia.
Anche a Istanbul c'è quello aggravato - Per quanto riguarda la Turchia, l'articolo 107 della legge n. 5275 sull'esecuzione delle pene e delle misure di sicurezza prevede la possibilità della libertà condizionale, su riserva di buona condotta, per le persone condannate alla pena della reclusione (severa) a vita dopo un periodo minimo di detenzione di trent'anni, per i condannati alla pena della reclusione a vita (ordinaria) dopo un periodo minimo di detenzione di ventiquattro anni e per gli alti condannati dopo aver scontato un periodo pari ai due terzi della loro pena detentiva.
Tuttavia, sempre secondo la medesima disposizione, i condannati alla pena della reclusione a vita aggravata per dei reati contro la sicurezza dello Stato, contro l'ordine costituzionale e contro la difesa nazionale (quindi come il caso di Ocalan) commessi in gruppi organizzati all'estero non possono essere ammessi al beneficio della libertà condizionale. In sostanza anche la Turchia, come il nostro Paese, ha due forme di ergastolo: uno "ordinario" e l'altro "aggravato" (in Italia viene definito "ostativo").
Il Pkk è ormai un partito illegale - Da ricordare che Ocalan aveva fondato nel 1978 il Partito dei lavoratori del Kurdistan, meglio conosciuto con il nome di Pkk, che per anni ha combattuto per il riconoscimento di una propria etnia. Il Pkk è ancora una realtà presente nel sud- est della Turchia benché sia considerato un partito illegale. Inizialmente era un gruppo che s'ispirava al marxismo- leninismo, rivendicando (insieme ad altri partiti tra cui il Pyax, il Pyd, e il Kpd) la fondazione di uno stato indipendente nella regione storico- linguistica del Kurdistan. Il Pkk, però, al fine delle sue rivendicazioni, utilizzava metodi violenti ricorrendo spesso al conflitto armato, ricorrendo anche all'uso di attentati dinamitardi e kamikaze contro obiettivi militari turchi, ritenuti oppressori del popolo curdo.
Quando Ocalan arrivò a Roma - Come sappiamo giunse a Roma il 12 novembre 1998 accompagnato da Ramon Mantovani, all'epoca deputato di Rifondazione Comunista. Il leader del Pkk si consegnò alla polizia italiana, sperando di ottenere entro qualche giorno asilo politico. Questa sua richiesta provocò un dibattito sull'opportunità di accettare tale richiesta. Alla fine - ricordiamo che c'era il governo D'Alema venne espulso in Kenia, dove poi le forze di intelligence lo presero e riportato in Turchia. In seguito la pena di morte gli verrà commutata in ergastolo a vita. D'altro canto la Cedu ha voluto esprimere concetti che poi ribadirà anche nei confronti del nostro Paese. "Le difficoltà - hanno scritto i giudici di Strasburgo - che gli Stati si trovano a dover affrontare nella nostra epoca per proteggere le loro popolazioni dalla violenza terrorista sono reali. Tuttavia - hanno sottolineato -, l'articolo 3 non prevede alcuna limitazione, non consente alcuna deroga, neppure in caso di pericolo pubblico che minaccia la vita della nazione". Un concetto che i giudici hanno dovuto cristallizzare nella sentenza, perché il governo turco ha difeso la legittimità dell'ergastolo a vita, spiegando che Ocalan si era reso responsabile di una campagna di violenza che la sua ex organizzazione ha condotto e che ha costato la vita a migliaia di persone, tra cui numerose vittime civili innocenti.
Deciderà sempre un giudice - La Cedu ha ben spiegato che "nessun problema si pone rispetto all'articolo 3 se, ad esempio, un condannato all'ergastolo che, in base alla legge nazionale, può in teoria ottenere la liberazione, richiede di essere liberato ma si vede rifiutata la richiesta per il fatto che egli continua a rappresentare un pericolo per la società". In sintesi, è esattamente lo stesso concetto espresso per quanto riguarda la sentenza di condanna nei confronti dell'Italia. Non si tratta di alcun automatismo, ma la concessione all'ergastolano di poter chiedere la liberazione condizionale dopo un numero congruo di anni di detenzione: sarà sempre un giudice a valutare se concedergliela o meno. La Cedu ha citato anche una sentenza della Corte costituzionale tedesca su un caso relativo alla reclusione a vita, la quale ha sottolineato che la pena perpetua "sarebbe incompatibile con la disposizione della Legge fondamentale che consacra la dignità umana che, coercitivamente, lo Stato privi una persona della propria libertà senza dargli almeno una possibilità di poterla un giorno recuperare".
di Sergio Nazzaro*
La Repubblica, 15 ottobre 2019
Il traffico di esseri umani, considerato nelle due forme dello smuggling e del trafficking, costituisce ormai, per gli illeciti profitti che ne derivano, il secondo settore d'interesse illecito delle più qualificate organizzazioni criminali di matrice etnica, dopo il traffico di droga. Tale dato è riscontrato anche per la criminalità nigeriana, affermatasi negli ultimi venti anni in Europa, negli Stati Uniti e nel Sud America in entrambe le attività.
In Italia, in particolare, gruppi di tale etnia hanno cominciato a mettersi in evidenza negli anni Ottanta, in coincidenza coi consistenti flussi migratori provenienti dal continente africano, insediandosi inizialmente nel casertano e dedicandosi allo sfruttamento di giovani prostitute connazionali. Nel corso degli anni, i sodalizi nigeriani si sono diffusi su tutto il territorio nazionale, creando stabili e consistenti insediamenti, soprattutto nella città di Torino, divenuta la principale destinazione italiana delle giovani donne nigeriane trafficate ai fini di sfruttamento sessuale, ma anche nel Veneto (Padova), in Lombardia (Brescia e Milano) e, in misura minore, nel centro-sud, come confermato dalla presente attività di indagine.
La maggiore colonia di cittadini nigeriani è situata tuttavia proprio in Campania, a Castel Volturno, un piccolo paese del casertano che sorge sul litorale Domizio, a poche decine di chilometri da Napoli, dove una sensibile quota della popolazione è formata proprio da persone di tale nazionalità. Ed è proprio nel casertano, e nella zona Domiziana della provincia di Napoli, che sono state effettuate, anche nel recentissimo passato, innumerevoli operazioni di polizia nei confronti di tantissimi soggetti di nazionalità nigeriana.
Ciascun gruppo si caratterizza per la comune provenienza etnico-tribale che contribuisce a garantire, unitamente ai vincoli familiari e alle tradizioni magico-religiose, una elevata compattezza interna, che rende possibile un'efficace operatività nonostante la ricorrente suddivisione in cellule attive in diverse aree territoriali. Si tratta di gruppi connotati da un alto livello organizzativo e di pericolosità, ai quali sono riconducibili i caratteri dell'associazione mafiosa, sotto il profilo del metodo "violento" scaturente dalla forza di intimidazione del vincolo associativo adoperato dai promotori dell'associazione per ottenere l'assoggettamento dei soggetti sfruttati a fine di prostituzione.
I dati dell'attività di contrasto alla matrice criminale relativi agli ultimi tre anni, ne confermano la capillare distribuzione sul territorio, la tendenza a un accresciuto coinvolgimento in attività illecite di vario tipo, tra le quali prevalgono quelli in materia di stupefacenti e immigrazione clandestina.
La maggior parte delle ragazze trafficate ai fini dello sfruttamento sessuale proviene dal sud della Nigeria (Benin City o Lagos) o da alcune cittadine dell'interno e appartiene solitamente alle tribù Igbo, Yoruba, Bini, Edo. Sono tutte donne con una età compresa tra i 16 ed i 25 anni con un basso livello di istruzione.
La situazione di precarietà economica e la speranza di trovare all'estero migliori condizioni di vita, agevolano le attività delle organizzazioni criminali. Le famiglie delle vittime, allo scopo di finanziare il viaggio verso l'estero delle proprie figlie, contraggono debiti con le "madame" che possono arrivare a 50.000, e in alcuni casi anche a 60.000 euro. Cifre che verranno saldate proprio attraverso il successivo sfruttamento delle trafficate.
Una volta esaurita la fase del reclutamento, i gruppi criminali organizzano il viaggio verso le destinazioni finali. Predispongono la documentazione necessaria all'espatrio, spesso assicurata dalle proprie cellule attive in territorio estero, con specifici compiti di reperimento, attraverso canali internet, dei documenti di viaggio e dei biglietti. Tali attività vengono compiute attraverso l'uso fraudolento di codici di carte di credito, preventivamente captate da sodali incaricati dell'attività. Il passaporto, in alcuni casi, viene ottenuto direttamente da soggetti che hanno contatti di natura illegale con la polizia locale e con elementi che si trovano all'interno delle varie ambasciate che rilasciano i visti d'ingresso. Sono passaporti "regolari", acquisiti attraverso l'organizzazione criminale, che poi, in maniera fraudolenta, si limita a sostituire la fotografia. In alcuni casi i passaporti sono inviati per posta in Italia o fatti arrivare attraverso un amico o un parente.
Il luogo di partenza, nella maggior parte dei casi, è l'aeroporto di Lagos in Nigeria. Il primo scalo è un altro aeroporto africano, spesso in Ghana, dove è presente storicamente una forte comunità di origine nigeriana, ma anche a Cotonou, città del vicino Stato del Benin. Altre volte la prima tappa è invece nel Togo, da dove le donne partono per la Spagna (Barcellona e Madrid) prima di arrivare in Italia.
Le principali città di elezione dei traffici di "smistamento" delle donne, sono: Torino, Milano, Genova, Verona, Padova, Brescia e Mestre per il nord; Livorno, Rimini, Perugia e l'hinterland romano per il centro; Napoli, Castel Volturno e l'agro domiziano per il sud. Queste donne arrivano in Italia in aereo, facendo scalo negli aeroporti di Milano e a Fiumicino, e vengono prese in consegna dai referenti delle consorterie che le affidano alle madame o ad altre donne di fiducia delle stesse madame che hanno compiti di controllo e riscossione dei proventi della prostituzione.
Le madame rivestono una funzione essenziale all'interno del sodalizio criminale. Spesso, infatti, è la stessa madame, scaricatasi a sua volta del debito contratto, a inserirsi nell'attività di "acquisto", pagando tra i 10.000 e 12.000 euro, per l'ingresso delle ragazze. In tal modo si garantisce la destinazione e l'amministrazione finale delle ragazze, usufruendo di un maggior guadagno. Queste stesse donne hanno il compito di sorvegliare le ragazze e di avviarle all'esercizio della prostituzione, e lo fanno ricorrendo a metodi di coercizione psicologica e morale come la sottrazione dei documenti d'identificazione, utilizzati dall'organizzazione per l'ingresso di altre donne, e la segregazione delle vittime in alloggi gestiti dai sodalizi, oltre che con il ricorso ai riti magico-esoterici, come i riti vudù, particolarmente efficaci per l'assoggettamento delle giovani sfruttate.
*Sergio Nazzaro è l'autore di "Mafia Nigeriana. La prima indagine della squadra antitratta edizioni Città Nuova")
Corriere di Bologna, 15 ottobre 2019
Si chiama AtmospHera la sala cinematografica da 200 posti realizzata all'interno della Casa Circondariale Rocco D'Amato di Bologna. L'ha voluta l'associazione Cinevasioni, che tra queste mura dal 2016 organizza l'omonimo festival di cinema, rivolto anche al pubblico esterno, come cì scrive un lettore. In giuria ci sono i detenuti che hanno partecipato al laboratorio CiakinCarcere. Il corso viene riproposto per il terzo anno consecutivo.
Ha solo cambiato nome in "Cinevasioni Scuola", È frequentato da una ventina di persone di diverse nazionalità, scelte dalla direzione del carcere, recluse sia nel reparto penale (pene definitive) sia in quello giudiziario (in attesa di giudizio). Ed è finalizzato anche ad acquisire una professionalità in vista di un futuro reinserimento lavorativo dei detenuti. Il film inaugurale è stato "Ammore e malavita" dei Manetti Bros: presenti alla proiezione, l'hanno introdotto.
- Palermo. "Transiti" al teatro Biondo: in scena i detenuti del Pagliarelli
- Civitavecchia. Asl Rm 4 in carcere, prosegue il "Progetto Fortezza"
- Spagna. Pugno duro contro gli indipendentisti: scontri a Barcellona
- Perché nessuno ferma il Sultano
- Guerra in Siria. Ue: sanzioni per difendere il petrolio, non per salvare i curdi










