di Giulio Benedetti
Il Sole 24 Ore, 15 ottobre 2019
Corte di Cassazione - Sentenza. 41601/2019. Il condomino è responsabile penalmente dei canti dei suoi galli. È il caso trattato dalla Corte di Cassazione (sent. 41601/2019) che ha dichiarato inammissibile il ricorso di un condomino contro la sentenza di condanna a 20 giorni di arresto per il reato di disturbo alle occupazioni ed al riposo dei vicini (articolo 659 del Codice penale). Il condomino custodiva, all'interno del condominio, tre galli e delle galline, i quali, lasciati liberi, in orario notturno, cantavano in continuazione. Va anche ricordato che l'articolo 1138 del Codice civile afferma che il regolamento condominiale non può vietare di possedere o detenere animali domestici ma non specifica la loro specie e tale indeterminatezza crea indubbi problemi nella convivenza quotidiana.
Il condomino non interveniva, nonostante le segnalazioni ricevute, e i canti disturbavano il riposo di un numero indeterminato di persone.
E ricorreva affermando che nessun accertamento tecnico era stato compiuto per stabilire il superamento della soglia di normale tollerabilità delle emissioni. La Cassazione respingeva le argomentazioni difensive in quanto il giudice aveva accertato che galli e galline, tenuti nel condomino, erano soliti cantare di giorno e di notte, nonostante le proteste degli altri condòmini e i richiami formali dell'amministratore, tanto che per il fastidio una condomina era costretta a cambiare casa.
Il tecnico dell'Arpa accertava che i tre galli, rinchiusi in una baracca, cantavano per cinque o sei minuti a intervalli di 20-30 minuti e venivano calcolati in 18 minuti ben 106 eventi sonori, percepibili dalla strada, con una frequenza di dieci secondo uno dall'altro. Inoltre i galli rispondevano ai richiami dei loro consimili presenti all'interno di un'abitazione vicina, e tale situazione amplificava, di notte, i rumori ed i disagi degli altri condòmini. La condotta dell'imputato, che non impediva gli strepiti, integrava la contravvenzione sotto il profilo oggettivo ed è inquadrabile più nel dolo eventuale che in quello della colpa.
di Vladimiro Zagrebelsky*
Il Sole 24 Ore, 15 ottobre 2019
La questione sull'ergastolo ostativo riguarda il diritto a che il giudice possa prendere in esame la posizione del detenuto nel suo complesso, in tutti gli aspetti che in concreto presenta nel corso dell'esecuzione della pena. Le polemiche che hanno accompagnato la sentenza della Corte europea dei diritti umani sull'"ergastolo ostativo" possono ora essere accantonate in attesa della prossima decisione della Corte costituzionale, che deciderà se il regime di quel tipo di pena contrasti con l'art. 27 della Costituzione.
La sentenza della Corte costituzionale sarà certo accolta da critiche di un segno o dell'altro a seconda del suo tenore. Ma almeno non si potrà dire - come con leggerezza è stato fatto per la Corte europea - che la sua sentenza dimostra che quei giudici non conoscono la realtà italiana e giudicano su cose che ignorano.
Il quesito cui risponderà la Corte Costituzionale, infatti, è stato sollevato da giudici italiani, specificamente competenti nella materia. Si tratta della Corte Cassazione e del Tribunale di Sorveglianza di Perugia, per casi di diniego dei permessi premio che l'art. 30-ter dell'Ordinamento penitenziario ammette come "parte integrante del programma di trattamento", ma che sono esclusi per i condannati per una serie di reati (di mafia e terrorismo, ma anche contro la pubblica amministrazione e altri ancora, che nulla hanno a che vedere con mafia e terrorismo), a meno che il condannato non collabori con l'autorità, ricostruendo pienamente i fatti e indicando i suoi complici.
La possibilità di ammissione a permessi premio del detenuto che se li merita, è funzionale del programma di rieducazione. Nello stesso senso si sono da tempo pronunciate sia la Corte costituzionale, che la Corte europea. L'art. 27 della Costituzione stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Il caso deciso dalla Corte europea dei diritti umani riguardava invece l'impossibilità per il condannato all'ergastolo di vedere esaminata dal giudice la sua domanda di liberazione condizionale (dopo 26 anni di detenzione) per la sola ragione, assolutamente impeditiva, che non ha collaborato con l'autorità. Assolutamente impeditiva significa che qualunque altra considerazione, relativa al caso concreto, è irrilevante.
La questione che la Corte costituzionale deciderà è in sostanza la stessa affrontata dalla Corte europea, anche se le norme di riferimento (della Costituzione e della Convezione europea dei diritti umani) sono diverse. Per la Corte costituzionale si tratta del contrasto con la finalità rieducativa della pena e per la Corte europea del carattere inumano di un ergastolo che esclude il condannato dalla possibilità di accesso a quell'aspetto del trattamento rieducativo che è rappresentato dai benefici penitenziari e rende irrilevante ogni progresso che il detenuto compia, a meno che non collabori con l'autorità. È l'irrilevanza di ogni risultato del processo rieducativo, organizzato dall'amministrazione penitenziaria e cui il detenuto deve partecipare, che rende quel tipo di ergastolo "senza speranza" e quindi, secondo la giurisprudenza della Corte europea, inumano.
Nel giudizio avanti la Corte costituzionale, come in quello della Corte europea non si tratta naturalmente di decidere se i condannati abbiano diritto ai permessi premio o alla libertà condizionale. La questione riguarda il diritto a che il giudice possa prendere in esame la posizione del detenuto nel suo complesso, in tutti gli aspetti che in concreto presenta nel corso dell'esecuzione della pena. Secondo la Corte europea la mancata collaborazione è certo un elemento rilevante, ma può essere equivoca in concreto, per esempio perché motivata dal timore di ritorsioni da parte dell'ambiente criminale cui il detenuto ha appartenuto o perché solo opportunistica.
L'inidoneità della mancata collaborazione a offrire una prova non equivoca di pericolosità e di persistente appartenenza al gruppo criminoso, in ogni caso e a prescindere dalla possibile esistenza di prove di segno diverso, è la ragione per cui la Corte europea ha ritenuta eccessiva, rispetto allo scopo legittimo di prevenzione del crimine, la condizione non superabile in alcun modo di collaborazione con l'autorità. È cioè l'esclusione della valutazione del giudice competente nella materia, che produce una non giustificata esclusione dei detenuti da momenti importanti del trattamento rieducativo e rende irrilevante ogni sviluppo della personalità, nel corso dei lunghi anni di carcere.
Dirà la Corte costituzionale se l'esclusione senza eccezione e senza valutazione giudiziaria dai benefici che sono funzionali alla rieducazione contrasta con la finalità propria di ogni pena. Per la Corte europea nei casi di ergastolo ostativo quando non vi sia stata collaborazione con l'autorità, l'inumanità di quel tipo di pena deriva dalla troppo rigida e automatica esclusione dei benefici che fanno parte del trattamento del detenuto e di ogni rilevanza di qualunque progresso rieducativo eventualmente dimostrato da fatti diversi dalla collaborazione con l'autorità.
*Magistrato, già giudice presso la Corte europea dei diritti dell'uomo
di Giovanni Falconieri
Corriere di Torino, 15 ottobre 2019
"Chiedono spesso qualcosa che aiuti a dormire". "Gli psicofarmaci si usano a litri". È la testimonianza resa in tribunale da Fulvio Pitanti, 80 anni, responsabile medico del Cpr di Torino, durante uno dei tanti processi relativi alle rivolte dei migranti scoppiate nella struttura di corso Brunelleschi e costate, in una occasione, anche il ferimento di un poliziotto.
Uno dei fattori che periodicamente scatenano le proteste dei "trattenuti" - così vengono definiti gli ospiti del Cpr dagli addetti ai lavori - è la qualità dell'assistenza medica. Pitanti è intervenuto al processo su richiesta dei difensori degli imputati.
Ed è stato invitato a raccontare in che maniera è organizzato quello che lui stesso ha definito in aula "un ambulatorio di prima linea". Il responsabile ha spiegato che a diversi "trattenuti" vengono spesso somministrati dei calmanti. "Alla sera - ha sottolineato - capita che gli stranieri ci chiedano qualcosa che li aiuti a dormire: in quei casi diamo del Valium, che non è uno psicofarmaco. Poi capita però che alcuni di loro ci riferiscano che quando erano in carcere prendevano il Rivotril: non capisco il motivo, visto che si tratta di un antiepilettico. Ma se posseggono la prescrizione del medico, io procedo".
Quanto alle ambulanze, Pitanti ha quindi sottolineato che "si devono muovere solo su richiesta del nostro ambulatorio. Questo per evitare che qualcuno, dal Cpr, le faccia arrivare senza motivo, come è già successo in passato. Se ne viene chiamata una, la centrale contatta il nostro presidio medico per avere conferma".
L'ultima rivolta in ordine di tempo è stata registrata lo scorso agosto, quando un ispettore di polizia è rimasto ferito a una mano e tre persone sono state arrestate. Quella protesta fu la terza in pochi giorni, certamente la più violenta. Il poliziotto, che riportò la frattura di due falangi con una prognosi di trenta giorni, ha raccontato di aver dovuto fronteggiare per ore, insieme a cinque carabinieri, oltre 150 ospiti della struttura, sotto una sassaiola fittissima.
Solo l'intervento di tre squadre del Reparto Mobile fu in grado di riportare la situazione sotto controllo. In carcere erano quindi finiti due marocchini e un tunisino, di 24, 31 e 33 anni. L'ispettore di polizia si lasciò infine andare a un duro sfogo su Facebook: "Per un po' non voglio sentire parlare di comprensione, integrazione ed accoglienza". Il sindacato di polizia Siap parlò di situazione di emergenza al Cpr e sottolineò che ad aggravarla era la scarsità del personale.
dal Direttivo della Camera Penale di Firenze
camerepenali.it, 15 ottobre 2019
Un uomo vive ristretto nella propria abitazione, colpito da un'ordinanza cautelare disposta dalla Corte d'Appello perché un'altra Nazione ne ha chiesto l'estradizione, e si teme che possa fuggire; i giudici che ordinano la misura ritengono che i domiciliari siano sufficienti, anche perché sull'uomo vigilerà l'occhio impassibile d'un braccialetto elettronico.
In pendenza del procedimento, il nipote - figlio della sorella - viene colpito da un ictus: le condizioni appaiono subito gravissime, il giovane viene ricoverato in terapia intensiva, in coma farmacologico, la prognosi è riservata, anzi disperata.
Il detenuto chiede di poterlo visitare in ospedale, per salutarlo un'ultima volta finché è in vita. Lo chiede una, due, tre, quattro volte: ogni volta fornendo tutti i chiarimenti che i giudici, rigorosissimi, volta per volta richiedono (non è dimostrato che sia il nipote: si produce lo stato di famiglia; non è dimostrato il pericolo di vita: si produce la cartella clinica; etc.).
Eppure i giudici della Corte, inflessibili, rigettano: tutte e quattro le volte. Perché, spiegano, la visita ai moribondi non è prevista dal codice, e perché lo stato di coma non consentirebbe comunque di interagire col moribondo, che non s'accorgerebbe di nulla. Inutilmente il difensore protesta, accorato: qui non è questione di fine diritto, bensì di umanità, di dignità, di rispetto dei diritti fondamentali della persona.
È questione di pietas, avrebbero detto gli antichi. La malattia frattanto s'aggrava, le condizioni precipitano, il nipote muore. Lo zio vorrebbe andare almeno al funerale, ma le ragioni cautelari prevalgono di nuovo: difficile controllare qualcuno nel contesto di un funerale pubblico, scrivono i giudici, vada semmai (dopo) a pregare sulla sua tomba, con la scorta. Però, nelle more, ha miglior sorte la richiesta d'andare dal dentista: vada pure, senza scorta.
È una storia triste, di burocratica disumanità. È la storia di come un sistema giudiziario sappia restare ferocemente indifferente alle ragioni di umanità, al punto da negare l'esercizio di un fondamentale diritto della personalità, quello di salutare in limine mortis un proprio caro, e di piangerlo ai suoi funerali.
Vi sono ragioni plausibili per giustificare un esercizio così spietato della giurisdizione? La Costituzione vieta qualsiasi trattamento detentivo "contrario al senso di umanità". Vi sono forse ragioni pratiche? Può forse il costo ipotetico di una scorta per il tempo d'una visita ad un moribondo, o di un funerale, indurre una Comunità a rinnegare il dovere di rispettare la dignità d'ogni persona, ancorché ristretta? Siamo sicuri che le domande che poniamo appariranno tutte - ed a tutti - solo retoriche.
di Adelaide Pierucci
Il Messaggero, 15 ottobre 2019
A Regina Coeli un uomo di 52 anni trovato impiccato in cella a un metro e mezzo di altezza: la Procura ha aperto un fascicolo. Penzolava da un gancio della cella con la tuta stretta al collo. Dai rilievi si calcola che era appeso a poco più di un metro e mezzo di altezza. Forse da qualche ora. Ci sono dei nodi da sciogliere sul caso del detenuto trovato morto sabato mattina a Regina Coeli. In procura è stato aperto un fascicolo per omicidio volontario.
Ed il corpo è stato messo a disposizione di un medico legale affinché effettui, già nella giornata di oggi, gli esami autoptici. Gli accertamenti sulla morte di Roberto L., 52 anni, sono stati aperti, insomma, a largo spettro, anche se l'ipotesi iniziale del suicidio non è stata accantonata, anzi dai primi dati resterebbe la più accreditata.
Il detenuto, un tecnico di Monteverde, era finito nel carcere di Trastevere nell'aprile 2018 dopo una lite furibonda con la madre e l'aggressione con coltelli e lanci di barbecue dal terzo piano contro i carabinieri intervenuti per riportarlo alla calma. Tra i punti da chiarire dal pm Alberto Galanti, assegnatario del fascicolo, i motivi per cui il detenuto sia stato trovato impiccato coi pantaloni della sua tuta, in bagno, a poco più di ventiquattro ore dall'assegnazione della nuova cella.
Era stato lui stesso, per motivi di incompatibilità con altri compagni, a chiedere il trasferimento in un altro braccio, ma alla fine l'amministrazione penitenziaria aveva disposto solo la variazione della cella. Un passaggio che avrebbe dovuto sollevarlo da possibili incomprensioni. L'allarme all'ottavo braccio, invece, è scattato poco dopo le sette del mattino.
Sono stati i tre compagni di stanza - una cella piccola, malmessa chiusa da un antico chiavistello - ad avvertire gli agenti della polizia penitenziaria. Ma al loro arrivo il corpo era già stato adagiato a terra. L'ultimo gesto estremo compiuto dai compagni di cella nella speranza di poterlo mettere in salvo. "Abbiamo aperto il bagno per preparare il caffè", ha spiegato uno dei detenuti agli investigatori, "lì è appoggiato il tavolinetto sul quale prepariamo la caffettiera al mattino. Non ci eravamo accorti dell'assenza". "Non abbiamo sentito rumori", ha raccontato un altro detenuto, "e nemmeno la sera avevamo notato situazioni sospette. Sembrava tranquillo".
Il detenuto trovato impiccato in realtà era stato provato da un lutto nelle ultime settimane. A settembre aveva perso la madre, l'unica che le era rimasta sempre vicina nelle sue traversie, compresa l'ultima, l'ennesima, bravata compiuta per di più contro di lei in preda all'alcol e alla droga. I sindacati di polizia hanno subito puntato il dito sulla piaga suicidi.
"Dal 2000 ad oggi sono oltre mille i suicidi nelle carceri italiane", è stato il commento di Daniele Nicastrini, segretario regionale Lazio del sindacato Uspp. "Fatti che provocano anche un forte stress correlato a danno del personale di polizia penitenziaria", ha aggiunto. Nel 2018 i suicidi negli istituti di pena sono stati 63.
di Dacia Maraini
Corriere della Sera, 15 ottobre 2019
Il 19 ottobre ci saranno manifestazioni in tutto il mondo per protestare contro la prepotenza gratuita e illegittima del dittatore Erdogan. Facciamoci sentire. Ogni tanto la storia presenta delle occasioni di indignazione emotiva a cui è difficile sottrarsi. È successo nel 1936 con la guerra di Spagna quando migliaia di giovani da tutta Europa sono partiti per combattere il colpo di Stato di Francisco Franco.
È successo nel 1956 quando la coraggiosa Ungheria, uscita dagli orrori dello stalinismo, stava per darsi una organizzazione democratica ed è stata invasa dai carri armati russi. Certamente ci sono stati altri orrori, altre prepotenze, ma quando una ingiusta sopraffazione colpisce un piccolo popolo di combattenti armati solo della loro passione, le emozioni che suscita sono insopprimibili.
È comunque un buon segno: vuol dire che il sentimento di indignazione politica riesce ancora a colpire il cuore di nuove generazioni considerate indifferenti e prive di memoria. Il popolo curdo ha combattuto a mani nude contro i terroristi dell'Isis, ha dato esempi straordinari di solidarietà e di pratica democratica. È il solo popolo in mezzo a tanti in cui le donne vengono considerate pari all'uomo, senza doversi trasformare in neri fantasmi vaganti. Oggi questo piccolo popolo valoroso viene sloggiato dalle sue terre, incalzato bombardato con crudeltà.
Dicono che Erdogan sia in difficoltà al suo interno e stia cercando di trovare la rivincita attraverso un atto di guerra. Una tattica tipica dei dittatori: creare allarme suscitando il sentimento nazionalistico, e così riprendere il controllo della situazione interna. Cosa fare? Ascoltiamo i suggerimenti di chi conosce dal vivo la situazione come i giovani audaci di "Un ponte per", la sola organizzazione umanitaria presente sul campo: bloccare la vendita delle armi alla Turchia, chiudere lo spazio aereo, stabilire sanzioni durissime contro i prodotti turchi.
Ora veniamo a sapere che, per disperazione, essendo stati abbandonati dagli Usa, i curdi si stanno affidando a un poco affidabile Assad. "Non lasciamoli soli" gridano i tanti generosi ragazzi che sono partiti per aiutare una comunità minacciata di sterminio. "Sono gli unici che hanno sempre combattuto contro i tagliatori di gola dell'Isis". E ancora: "Mandate medicine, acqua, cibi, indumenti a chi oggi è spogliato di tutto". Comunque sappiamo che il 19 ottobre ci saranno manifestazioni in tutto il mondo per protestare contro la prepotenza gratuita e illegittima del dittatore Erdogan. Facciamoci sentire.
quicosenza.it, 15 ottobre 2019
Il Governo ha risposto ai Radicali a Montecitorio. Ripristinati i corsi nelle strutture detentive di Paola, Cosenza, Rossano e Castrovillari. "In tutti gli Istituti Penitenziari sono stati attivati percorsi didattici completi, in numero tale da consentire di accogliere tutti gli iscritti, nel rispetto della normativa vigente sul numero minimo d'iscritti per ciascuna classe".
Questo è quel che ha riferito l'On. Giuseppe De Cristofaro, Sottosegretario di Stato all'Istruzione, all'Università ed alla Ricerca del Governo Conte bis, in risposta all'Interrogazione Parlamentare n. 5/02198 del 30 maggio 2019 dagli Onorevoli Alessandro Fusacchia (Più Europa) e Gabriele Toccafondi (Italia Viva), sollecitata da Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani, all'esito delle visite effettuate insieme all'esponente radicale Valentina Anna Moretti, negli Istituti Penitenziari di Paola, Cosenza, Castrovillari e Rossano, interessati da provvedimenti di soppressione e/o riduzione dell'offerta formativa per i detenuti da parte dell'Ufficio Scolastico Provinciale di Cosenza.
Il Governo ha risposto alla Camera dei Deputati durante la seduta della VII Commissione Cultura, Scienza e Istruzione lo scorso 9 ottobre, sulla base delle notizie fornite dall'Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria.
In particolare, ha riferito che con Circolare Ministeriale n. 422 del 28 marzo 2019, è stato disposto che "in ogni caso, l'attivazione nell'ambito delle risorse dell'organico di autonomia, di almeno un primo periodo didattico in ciascun Istituto di Prevenzione" per cui, in coerenza con la stessa, l'Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria ha attivato, per l'anno scolastico 2019/2020, almeno un primo periodo didattico in ciascuno degli Istituti Penitenziari. In più, è stato possibile attivare almeno un secondo periodo didattico e un terzo periodo didattico, quale percorso conclusivo del percorso di studi. Più in dettaglio, il Sottosegretario all'Istruzione De Cristofaro, ha riferito che sono stati autorizzati i seguenti percorsi:
"Nella sezione carceraria di Castrovillari, sono stati autorizzati due primi periodi didattici, due secondi periodi didattici e due terzi periodi didattici, relativamente all'indirizzo professionale alberghiero e all'indirizzo tecnico di meccanica e meccatronica". È stato precisato che "la proposta avanzata dalle istituzioni scolastiche di riferimento, in organico di diritto, risulta non conforme ai parametri minimi prescritti dalla normativa vigente laddove, a fronte di un numero di iscrizioni pari a 91, è stata richiesta l'autorizzazione di 17 classi, con una media di 5 iscritti per classe".
"Nella sezione carceraria di Rossano sono stati autorizzati tre primi periodi didattici, un secondo periodo didattico e un terzo periodo didattico, di cui un primo periodo didattico per l'indirizzo professionale alberghiero (di nuova istituzione) e due primi, un secondo e un terzo periodo didattico per l'indirizzo tecnico di meccanica e meccatronica. Anche in questo caso, la proposta avanzata dall'istituzione scolastica di riferimento, in organico di diritto, risulta non conforme ai parametri minimi prescritti dalla normativa vigente laddove, a fronte di un numero complessivo di iscrizioni comunicate pari a 131, è stata richiesta l'autorizzazione di 11 classi con una media di 11 iscritti per classe."
"Nella sezione carceraria di Cosenza sono stati autorizzati due primi periodi didattici, due secondi periodi didattici e un terzo periodo didattico, di cui un primo, un secondo e un terzo periodo didattico per l'indirizzo professionale alberghiero e un primo e un secondo periodo didattico per l'indirizzo tecnico di amministrazione, finanza e marketing. Similmente, la proposta avanzata dall'istituzione scolastica di riferimento, in organico di diritto, risulta non conforme ai parametri minimi prescritti dalla normativa vigente laddove, a fronte di un numero complessivo di iscrizioni comunicate pari a 79, è stata richiesta l'autorizzazione di 9 classi, con una media di 8 iscritti a classe".
"Nella sezione carceraria di Paola sono stati autorizzati due primi periodi didattici, un secondo periodo didattico e un terzo periodo didattico per l'indirizzo professionale alberghiero. Stessa circostanza per la proposta avanzata dall'istituzione scolastica di riferimento, in organico di diritto, che risulta non conforme ai parametri minimi prescritti dalla normativa vigente laddove, a fronte di un numero complessivo di iscrizioni comunicate pari a 105, è stata richiesta l'autorizzazione di 9 classi, con una media di 11 iscritti per classe".
Nei prossimi giorni, autorizzato dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia, annuncia il radicale Quintieri, andrò subito a verificare di persona se le circostanze riferite al Governo dall'Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria siano veritiere perché alcuni numeri esposti dall'On. De Cristofaro, mi sembrano sbagliati, come ad esempio quelli relativi alla Casa di Reclusione di Rossano ove, per quanto mi risulta, i detenuti iscritti a corsi di istruzione secondaria superiore all'epoca dei fatti - secondo dati ufficiali - erano 165 e non 131 come invece rappresentato (95 detenuti Alta Sicurezza Itis, 55 media sicurezza Itis e 15 media sicurezza Ipseoa). Qualora dovessi riscontrare difformità rispetto a quanto comunicato, relazionerò immediatamente a tutte le Autorità competenti, oltre a sollecitare la presentazione di un nuovo atto di sindacato ispettivo alla Camera dei Deputati. Per il momento ringrazio gli Onorevoli Fusacchia e Toccafondi per l'Interrogazione nonché il Sottosegretario De Cristofaro per la risposta fornita.
di Luca Imperatore
gnewsonline.it, 15 ottobre 2019
Oggi, 15 ottobre, la Corte costituzionale tornerà nel carcere milanese di San Vittore, dove ha fatto tappa l'anno scorso con il Viaggio in Italia, l'iniziativa promossa dalla stessa Consulta per aprire l'Istituzione alla società e incontrarla fisicamente per diffondere la cultura costituzionale.
Alle ore 15,00, nella Rotonda della casa circondariale, il giudice costituzionale Francesco Viganò terrà una lezione su La pena e la Costituzione, tema proposto dai detenuti del gruppo di lavoro Costituzione Viva coordinato dal professor Antonio Casella.
Costituzione Viva è un progetto nato dopo la tappa milanese del Viaggio in Italia del 2018. In quell'occasione fu la vicepresidente Marta Cartabia a incontrare gli ospiti della casa circondariale, alcuni dei quali avrebbero poi dato vita al gruppo di lavoro, per continuare ad approfondire i temi della legalità costituzionale, anche con la collaborazione di esterni.
"Il progetto dimostra che il Viaggio - con la tappa a San Vittore - non è stato un punto di arrivo ma di partenza per un itinerario ancora più lungo e importante, perché a promuoverlo e a portarlo avanti sono gli stessi detenuti e perché è finalizzato a coltivare e ad alimentare la cultura costituzionale dentro le mura del carcere, con lo sguardo proiettato oltre quelle mura, in una prospettiva di libertà" si legge in una nota della Corte costituzionale.
Proprio per i suoi contenuti e le sue finalità, la Corte costituzionale ha proposto di tornare a San Vittore il 15 ottobre di ogni anno con uno dei suoi giudici, eventualmente anche emeriti, in modo che le attività del gruppo di lavoro siano orientate a questo appuntamento fisso, destinato ad essere per tutti - come il Viaggio in Italia - una straordinaria occasione di scambio di conoscenze, esperienze ed emozioni.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 15 ottobre 2019
Se oggi l'87% dello donne sconfigge il tumore al seno - prima patologia oncologica femminile - lo si deve anche alla diffusione su larga scala in Italia dei programmi di screening mammografico che permettono di individuare la neoplasia quando è ancora in fase precoce e può essere curata, evitando anche terapie invasive. Assicurare lo screening alle donne detenute non risulta sempre di facile attuazione: per sottoporsi a una mammografia o un'ecografia ogni donna dovrebbe essere accompagnata con scorta nella struttura sanitaria, con un notevole impegno economico e organizzativo.
Per semplificare l'accesso alle indagini diagnostiche delle donne detenute e renderlo sistematico, negli ultimi anni alcuni istituti hanno aderito a programmi di prevenzione itineranti. Tra i primi, quello realizzato nella casa circondariale di Rebibbia "Germana Stefanini" dove periodicamente, dal 2015, le attività di screening vengono effettuate attraverso l'uso di pulmini, macchinari mobili e personale specializzato.
In occasione di Ottobre Rosa, mese della prevenzione del tumore al seno, gli istituti e le sezioni femminili del Lazio (Roma Rebibbia, Civitavecchia e Latina) saranno raggiunti dalla Carovana della Prevenzione, Programma Nazionale Itinerante di Promozione della Salute Femminile di Komen Italia onlus, pensato per le donne che vivono in condizioni di disagio sociale ed economico e che, per questo, dedicano meno attenzione alla propria salute.
L'iniziativa è stata resa possibile dal contributo offerto all'Associazione dall'ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale del Lazio d'intesa con l'Ufficio del Garante regionale dei diritti dei detenuti. Il programma prevede esami per la diagnosi precoce dei tumori del seno e del collo dell'utero, sessioni educative ed eventi di sensibilizzazione.
Nei giorni scorsi un'analoga iniziativa è stata organizzata nella casa circondariale di Messina dalla breast unit dell'A.S.P. Paolo La Paglia, che ha offerto indagini mirate a tutte le donne dell'Istituto, compreso il personale civile e quello della Polizia Penitenziaria.
di Sandro De Riccardis
La Repubblica, 15 ottobre 2019
Vista la volante ha ingerito qualcosa, poi all'improvviso è stato male nella cella della questura. Inutile la corsa in ospedale, disposta l'autopsia: forse l'involucro dello stupefacente si è rotto.
Viene notato durante un normale servizio di pattugliamento dagli agenti di una volante. Il magrebino si aggira nei parchetti alla fine di via Giovanni da Cermenate, poco lontano da piazzale Ferrara, alla periferia sud della città. Vede la volante e cambia direzione, poi cerca di nascondersi dietro le siepi, tanto da far insospettire i poliziotti. Che vedono anche l'uomo tirare qualcosa fuori dalle tasche e metterla in bocca.
Quando lo raggiungono e lo fermano, alle 18 di sabato, lo trovano senza documenti. Sulla base delle generalità che comunica, viene identificato come un tunisino di 46 anni, già raggiunto da un provvedimento di espulsione dal territorio italiano emesso a gennaio. Così l'uomo viene trasferito in questura e rinchiuso nelle camere di sicurezza.
Non manifesta malesseri fino a quando, dalle videocamere che controllano l'interno delle celle, altri poliziotti non lo vedono cadere per terra e non rialzarsi più. Scatta subito l'allarme, viene richiamata l'ambulanza che si trova in via Fatebenefratelli, fuori dalla questura, intervenuta per assistere un altro fermato, diabetico, che si trova in cella con il tunisino.
I sanitari entrano e lo soccorrono, l'uomo dice di avvertire forti dolori all'addome. Poi è preda di convulsioni. È così che viene trasferito in codice giallo al vicino Fatebenefratelli. Sono le 18.30. In pochi minuti la situazione precipita. Mentre è in ambulanza perde conoscenza e inizia a emettere schiuma dalla bocca.
Quando arriva in ospedale, è passata poco più di un'ora e mezzo dal fermo. Ma l'uomo ora è in condizioni gravissime, in arresto cardiocircolatorio. Un'ora dopo, alle 19.30, muore. Viene subito avvisato il pm di turno, Enrico Pavone, che ordina l'autopsia per togliere ogni dubbio sulle cause della morte.
Perché l'ipotesi più verosimile è che a uccidere il magrebino sia stata la sostanza che lui stesso ha ingerito. Per sfuggire al controllo ed evitare di essere trovato con lo stupefacente. Ma - questa resta la ricostruzione più probabile - la confezione che conteneva la droga, di cellophane o carta stagnola, nella fretta di anticipare il controllo di polizia, potrebbe essere stata chiusa male. Tanto da rilasciare droga nel corpo, una volta ingerita.
Sostanza che potrebbe essere stata fatale all'uomo. Dalle prime analisi nel sangue, riferisce la questura, risulterebbero tracce di stupefacente nell'organismo. Sarà ora l'esame autoptico a verificare questa ricostruzione.
Che si basa anche sui precedenti di polizia a carico della vittima. Il tunisino, irregolare e senza una residenza ufficiale in città, oltre a essere gravato dall'ordine di espulsione, aveva dei precedenti con diversi alias per detenzione a fini di spaccio, resistenza e lesioni. Arrivato nel 2007 per la prima volta in Italia, era stato detenuto diverse volte a Milano, Novara e altri penitenziari. Aveva sempre dichiarato di essere tunisino, ma il consolato aveva chiesto verifiche sulla sua reale nazionalità.
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- Piombino (Li). Al liceo un seminario sulle esperienze in carcere e le prospettive di lavoro










