di Stefania Vatieri
La Nuova Sardegna, 27 novembre 2019
Un gruppo di detenuti celebra la Giornata contro la violenza sulle donne. I detenuti di Badu e Carros dicono No alla violenza sulle donne. Nella giornata mondiale è stata presentata all'interno della casa circondariale nuorese l'installazione sul tema della violenza di genere creata da un gruppo di detenuti, che attraverso l'arte hanno voluto esprimere il loro pensiero.
Una iniziativa messa in campo dalla direttrice Patrizia Incollu e dal commissario capo della polizia penitenziaria del carcere barbaricino e referente regionale delle pari opportunità della polizia penitenziaria, Manuela Cojana, che grazie alla collaborazione di un gruppo di detenuti hanno dato vita a un'opera con l'obiettivo di sensibilizzare i detenuti sul sempre più attuale tema della violenza sulle donne. Il simbolo scelto è l'ormai celebre scarpetta rossa che i detenuti hanno intagliato e posizionato alla base di un pannello dove è stata incisa la frase dello scrittore irlandese Oscar Wilde: "Date alle donne occasioni adeguate ed esse potranno fare tutto". Ai lati dell'opera due sedie rosse che simboleggiano la quotidianità. "In questa giornata così importante abbiamo voluto lanciare un messaggio e dare voce al pensiero dei detenuti del carcere di Badu e Carros - spiega Manuela Cojana commissario capo della Polizia penitenziaria.
I detenuti hanno lavorato diversi giorni per la realizzazione dell'installazione con l'aiuto del capo d'arte falegname del carcere. La frase l'ho scelta perché racchiude una tematica molto importante che parla di opportunità negate e uomini sempre più intimoriti dal valore delle donne". Un problema che secondo la referente per le pari opportunità sfocerebbe nei gesti estremi di cui ogni giorno sono piene le cronache dei giornali.
Ogni quarto d'ora c'è una donna che subisce una violenza. Un dato agghiacciante, che racconta non solo un verità che fa paura ma anche il fatto che a colpire siano uomini vicini, nella cerchia di parenti e amici, delle nostre madri, sorelle, compagne e amiche.
È noto infatti che sono spesso i partner o gli ex partner a commettere gli atti più gravi: in Italia sono responsabili del 62,7 per cento degli stupri. Una lunga scia di violenza che a volte culmina con l'estrema conseguenza: il femminicidio, dove nel 38 per cento dei casi di omicidi di donne, il responsabile è, ancora una volta, il partner.
In Italia e nel mondo subisce violenza, mediamente, una donna su tre dai 15 anni in su". "Stiamo parlando di un fenomeno dilagante che negli ultimi anni sta assumendo i contorni di una vera emergenza sociale - conclude Manuela Cojana. Il fatto che l'opera sia stata realizzata da mani maschili simboleggia il fatto che senza l'aiuto degli uomini non è possibile porre fine a questo sterminio".
Per la giornata mondiale contro la violenza sulle donne è stato scelto il 25 novembre perché in questo stesso giorno del 1960, furono uccise le tre sorelle Mirabal, attiviste politiche della Repubblica Dominicana. È una data importante, per ricordare a tutti che il rispetto è alla base di ogni rapporto e che non possiamo continuare a veder crescere il numero delle donne che subiscono violenza. Simbolo di questa giornata sono appunto le scarpe rosse.
di Paoletta Farina
La Nuova Sardegna, 27 novembre 2019
Progetto del Polo universitario carcerario di Bancali: un team al femminile insegna la "sorellanza". "Riparto da me". Tre parole in cui è condensata l'esperienza che sta vivendo una decina di detenute del carcere di Bancali. Grazie a un progetto del Polo universitario penitenziario, creato e proposto da un gruppo di volontarie di cui fanno parte la docente e delegata al Pup per il Dipartimento di Agraria, Marilena Budroni, Caterina Arru, direttrice della Biblioteca universitaria, Rita Marras, da sempre impegnata nella tutela dei detenuti, la naturopata Angela Sanna e la counselor Laura Masala.
Il progetto è stato fortemente voluto anche dal delegato rettorale Emmanuele Farris e dalla responsabile dell'Area trattamentale del carcere di Bancali Ilenia Troffa. Il Pup dell'Università da diversi anni porta avanti un lavoro di orientamento e istruzione universitaria all'interno di diversi istituti penitenziari (oltre Sassari, Alghero, Tempio e Nuoro) e che ha già visto numerosi detenuti conseguire una laurea. Era quindi tempo di provare ad interagire con le donne carcerate, minoranza spesso dimenticata.
Un team tutto al femminile si è messo all'opera, coinvolgendo prima di tutto gli educatori, e dal 7 novembre (e lo farà fino al prossimo mese) incontra settimanalmente le donne in carcere per offrire strumenti utili di consapevolezza delle capacità e delle potenzialità di ogni persona. Perché le donne abbiano la possibilità di costruire autostima già in carcere e un futuro quando le sbarre si riapriranno e ci sarà una nuova vita a cui andare incontro. È infatti dimostrato che le donne sono punti di snodo fondamentali per sovvertire il degrado e la violenza familiare, un destino che spesso sembra ineluttabile e che può non esserlo se le donne cambiano la percezione di se stesse.
Un percorso reso possibile anche dalla direttrice del carcere, Elisa Milanesi, e dagli educatori che hanno aderito mettendo in campo le loro competenze e affiancando il gruppo di volontarie. "Un progetto innovativo e unico in questo momento nelle carceri italiane, dove la collaborazione tra Università, Area trattamentale e libere professioniste consente di ottenere sinergie a vantaggio delle detenute, ma anche delle istituzioni coinvolte", spiega la responsabile Marilena Budroni.
La popolazione carceraria femminile, a Bancali è una minoranza di appena 11 donne rispetto ai 451 detenuti complessivi. Donne con un livello basso di istruzione, molte straniere, così che anche la comunicazione non è sempre facile.
Perciò, gli incontri non hanno un approccio didattico di tipo accademico, ma tendono a creare anche al di là dei temi che vengono affrontati, un rapporto tra donne che vivono all'interno di una casa di reclusione e donne che vivono al di fuori, in uno scambio reciproco di condivisione di esperienze e vita.
"Direi che il fine ultimo è di creare una "sorellanza" che regala a tutte le donne coinvolte arricchimento, e consapevolezza che la diversità è un bene da coltivare, che niente è mai perduto e che si può ricominciare a credere in se stesse anche in carcere", afferma Budroni. Le emozioni sono palpabili ad ogni incontro, a partire dal primo di presentazione del progetto, per le rose regalate alle detenute e tanti altri momenti di grande empatia si sono creati da quando sono cominciati gli appuntamenti settimanali.
Sedute in cerchio, si pratica tutte insieme autostima, yoga e meditazione, utili - come è stato dimostrato in altre carceri che già hanno avviato questo tipo di sperimentazione - contro stress, conflitti e autolesionismo. Si impara a prendersi cura di mente e il corpo, del proprio benessere fisico attraverso l'aroma terapia e la naturopatia di genere, a praticare una alimentazione sana e adottare uno stile corretto di vita.
"Le detenute, dopo una diffidenza iniziale, stanno partecipando con curiosità e gradimento - racconta Marilena Budroni - e anche per noi si è aperta un'opportunità di conoscenza e comprensione di una realtà troppo spesso ignorata. Ci siamo trovate di fronte a persone profondamente vere, con un passato di violenze subite ma che hanno voglia di riscatto e noi vogliamo offrire loro gli strumenti per poter arrivare a una rinascita. Anche la violenza sulle donne si combatte rafforzando le donne".
Con il progetto "Riparto da me" il Polo universitario penitenziario aggiunge un nuovo tassello alla missione educativa nei confronti della popolazione carceraria, perché è la cultura che può sconfiggere la violenza.
di Michele Sasso
La Stampa, 27 novembre 2019
A luglio 2016 morirono 20 persone in un bar-ristorante di Dacca. Un tribunale antiterrorismo di Dacca, la capitale del Bangladesh, ha condannato sette persone alla pena di morte in relazione all'attacco sferrato il primo luglio 2016 contro il bar-ristorante Holey Artisan Bakery nel quartiere diplomatico di Gulshan nel quale morirono 20 persone, tra cui nove italiani. Lo riferisce il sito "Bdnews24". Mojibur Rahman è il giudice che ha emesso le sentenze, contro le quali gli imputati possono ricorrere in appello.
I sette condannati a morte - Jahangir Hossain alias Rajib Gandhi, Rakibul Hasan Regan, Aslam Hossain alias Rashedul Islam alias Rash, Abdus Sabur Khan alias Soheil Mahfuz, Hadisur Rahman Sagar, Shariful Islam Khaled alias Khalid e Mamunur Rashid Ripon - erano presenti in tribunale al momento della lettura della sentenza. Un altro imputato, Mizanur Rahman alias Boro Mizan, è stato assolto dai giudici di un altro tribunale.
Nell'attentato di matrice jihadista nel quartiere diplomatico di Gulshan, oltre alle vittime locali, morirono anche sette giapponesi, un americano e un indiano. I terroristi obbligarono i clienti del ristorante a recitare versi del Corano, e uccisero gli occidentali che non conoscevano il testo sacro. Gli imputati condannati sono accusati di aver ideato il massacro, che fu opera invece di cinque giovani.
Il commando fece irruzione nel ristorante nel tardo pomeriggio, e vi rimase tutta la notte. Le forze di sicurezza decisero l'assalto al locale all'alba e dopo ore di scontro a fuoco hanno tratto in salvo 13 persone ma gli altri erano stati evidentemente già trucidati. Una volta dentro il bar ristorante nel quartiere diplomatico della capitale del Bangladesh, le teste di cuoio - hanno trovato i corpi senza vita di 20 persone. Nove italiani, sette giapponesi, una studentessa indiana appena 19enne e tre bengalesi dei quali uno era cittadino americano.
Dei sette terroristi del commando, sei sono stati uccisi e uno catturato. Tutti i componenti del commando erano cittadini del Bangladesh. Due anni dopo, il 26 novembre 2018, la corte aveva presentato accuse formali per otto membri del gruppo jihadista locale Jamaat-ul-Mujahideen. Il processo prese il via dopo una settimana, il 3 dicembre. La polizia ha accertato che all'attacco parteciparono 21 persone, ma solo 8 furono accusate, poiché le altre 13, inclusi i cinque esecutori della strage, morirono nell'attentato o in altre operazioni successive delle forze speciali. Le autopsie sui corpi dei nove italiani evidenziarono segni di torture, tagli provocati da armi affilate (probabilmente machete) e mutilazioni. Nell'attentato morirono i connazionali Cristian Rossi, 47 anni; Marco Tondat, 39; Nadia Benedetti, 52; Adele Puglisi, 54; Simona Monti, 33; Claudia Maria D'Antona, 56; Vincenzo D'Allestro, 46; Maria Riboli, 34; Claudio Cappelli, 45.
Corriere della Sera, 27 novembre 2019
Erano stati condannati all'ergastolo quando avevano 16 anni. Tre uomini arrestati nel 1983 e giudicati colpevoli dell'assassinio di un teenager in una scuola pubblica di Baltimora sono stati scarcerati dopo che la magistratura ha riconosciuto l'errore giudiziario. Alfred Chestnut, Andrew Stewart e Ransom Watkins, ora ultracinquantenni, avevano 16 anni ed erano studenti di liceo quando 36 anni fa finirono dietro le sbarre. All'epoca, l'assassinio del quattordicenne DeWitt Duckett aveva fatto scalpore: il ragazzino era stato ferito mortalmente per rubargli un giaccone della Georgetown University. Revisionando il caso gli investigatori hanno scoperto che a sparargli era stato un altro studente, Michael Willis, a sua volta ucciso in una sparatoria nel 2002.Chestnut, Stewart e Watkins avevano fin dall'inizio protestato la loro innocenza. E avevano continuato a battersi, tanto da rinunciare allo sconto di pena e restare in cella perché negavano di aver commesso il fatto.
Il caso era stato riaperto su insistenza di Chestnut, che qualche mese fa aveva scritto una lettera alle autorità dopo aver ottenuto i documenti con i racconti di diversi testimoni. I quali avevano identificato il killer ma erano stati ignorati dalla polizia.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 27 novembre 2019
Il Tribunale dei ministri sul caso migranti: lo Stato di primo contatto è quello della nave. La responsabilità di assegnare un "porto sicuro" alle navi con i profughi soccorsi in mare spetta allo "Stato di primo contatto", che però non è sempre facile individuare. Tuttavia, volendo seguire "alla lettera" le indicazioni che si possono ricavare da Convenzioni e accordi, "lo Stato di primo contatto non può che identificarsi in quello della nave che ha provveduto al salvataggio"; dunque se un'imbarcazione che ha raccolto i naufraghi batte bandiera tedesca, è alla Germania che deve rivolgersi per ottenere l'approdo.
Così ritiene il tribunale dei ministri di Roma, che anche per questo motivo, il 21 novembre, ha archiviato le accuse di omissione di atti d'ufficio e abuso d'ufficio nei confronti dell'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini e del capo di Gabinetto Matteo Piantedosi, per aver negato lo sbarco ai 65 migranti che si trovavano a bordo della nave tedesca Alan Kurdi, della Ong Sea Eye, nell'aprile scorso. "L'assenza di norme di portata precettiva chiara applicabili alla vicenda - hanno scritto i giudici Maurizio Silvestri, Marcella Trovato e Chiara Gallo - non consente di individuare, con riferimento all'ipotizzato, indebito rifiuto di indicazione del Pos (Place of safety), precisi obblighi di legge violati dagli indagati, e di conseguenza di ricondurre i loro comportamenti a fattispecie di rilevanza penale".
Niente reati quindi, e niente processo. Qualche giorno fa Salvini aveva esultato alla notizia dell'archiviazione: "Finalmente un tribunale riconosce che bloccare gli sbarchi non autorizzati non è reato"; ora le motivazioni del provvedimento potrebbero accrescere la sua soddisfazione. Oltre a stabilire la responsabilità dello Stato di appartenenza della nave che ha soccorso i profughi, infatti, il tribunale romano aggiunge che quando - come nel caso della Alan Kurdi, e come spesso accade - le coste di quel Paese sono troppo lontane, "la normativa non offre soluzioni precettive idonee ai fini di un intervento efficace volto alla tutela della sicurezza dei migranti in percolo". Le leggi sono inadeguate, e tutto è rimesso a "una concreta e fattiva cooperazione tra gli Stati interessati che, fino a oggi, è di fatto scritta solo sulla carta".
L'interpretazione di norme e regolamenti, però, sembra tutt'altro che scontata. E difficilmente il provvedimento del tribunale porrà fine a denunce e inchieste. Come dimostra la richiesta della Procura di Roma, che aveva sollecitato i giudici ad archiviare il fascicolo con motivazioni ben diverse. Secondo le conclusioni del pm Sergio Colaiocco (avallate dai procuratori aggiunti Michele Prestipino, Paolo Ielo e Francesco Caporale), una volta interpellata l'Italia aveva l'obbligo di concedere il Pos, in forza della Convenzione di Amburgo. Ma non il ministero dell'Interno (e dunque Salvini), bensì la Guardia costiera, che fa capo al ministero delle Infrastrutture. Il quale con un atto del 2015 ha delegato la pratica al Viminale per accelerare le procedure: ma ciò non fa venire meno la propria responsabilità, e le eventuali omissioni.
Nel caso della Alan Kurdi, Salvini fece scrivere a Piantedosi una direttiva di divieto d'ingresso e transito nelle acque italiane che per i pm "appare in contrasto con più di una disposizione di legge". Tuttavia per contestare l'abuso d'ufficio serve un "dolo intenzionale" mirato a provocare danni a terzi, mentre l'ex ministro e il suo capo di Gabinetto avevano altri intenti. Di qui la richiesta di archiviazione per ragioni del tutto differenti da quelle del tribunale: l'illecito di Salvini ci fu, senza però rientrare nei reati di omissione o abuso d'ufficio.
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 27 novembre 2019
Il detenuto era un malato terminale ma, denunciano i palestinesi, Israele non gli ha concesso di morire a casa. Almeno 70 i palestinesi feriti o intossicati dai gas lacrimogeni durante le proteste. Sami Abu Diak è spirato nella notte tra lunedì e martedì nel centro medico israeliano di Assaf Harofeh, in stato di detenzione e non a casa, con la sua famiglia, come chiedevano da settimane tante voci palestinesi di fronte al rapido aggravarsi delle sue condizioni.
Abu Diak, 36 anni, ammalato di cancro, è il 222esimo prigioniero politico palestinese a morire in carcere in Israele dall'inizio, 52 anni fa, dell'occupazione di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme. "È stato curato in ritardo e male", denunciano i palestinesi. Nonostante fosse un malato terminale e versasse in condizioni critiche, spiegano, i servizi carcerari hanno impedito "fino all'ultimo che Abu Diak ricevesse visite familiari e cure idonee".
Originario di Jenin, nel 2002 Abu Diak era stato arrestato appena 18enne con l'accusa di essere coinvolto nell'uccisione di tre palestinesi collaborazionisti di Israele e condannato a tre ergastoli. "Porteremo il suo caso e quello di altri detenuti nelle carceri israeliane davanti alle organizzazioni internazionali in modo che Israele venga punito per i suoi crimini", ha promesso Ahmed al Tamimi, del Comitato esecutivo dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina. Il movimento islamico Hamas ha condannato quella che ha descritto come "negligenza medica adottata come da Israele per provocare la morte dei detenuti, è un crimine contro l'umanità e una violazione del diritto internazionale".
La morte in carcere di Sami Abu Diak ha accesso i cortei e i raduni del "Giorno della rabbia" con cui ieri i palestinesi, mobilitati principalmente da Fatah, hanno protestato contro la recente decisione presa dall'Amministrazione Trump di non considerare più illegali le colonie israeliane costruite in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Una settantina di manifestanti sono rimasti feriti o intossicati da proiettili di gomma e dal lancio di lacrimogeni da parte dei soldati israeliani. I cortei più partecipati si sono visti a Nablus, Betlemme e Ramallah.
"Abbiamo compiuto solo un primo passo, abbiamo un programma articolato su come rendere libere le nostre città", ha commentato Khaled Mansour dell'ufficio politico del Partito popolare (ex Partito comunista). Non mancano le voci critiche. "Il Giorno della Rabbia ha portato in strada gli attivisti e i ragazzi delle scuole ma non la classe media palestinese. E questo è un segnale grave", notava ieri l'attivista Bilal Jadu.
I palestinesi protestano contro gli insediamenti coloniali e tra i coloni serpeggia il nervosismo. Questi ultimi hanno incassato il nuovo "regalo" di Donald Trump ma guardano con nervosismo alla sorte del premier di destra e principale fautore della colonizzazione, Benyamin Netanyahu, incriminato la scorsa settimana per corruzione, abuso di potere e frode.
Un'uscita di scena di Netanyahu e la possibile creazione di una maggioranza centrista dopo le probabili nuove elezioni legislative (a marzo) - il partito centrista Blu Bianco guadagna dei sondaggi dopo l'incriminazione del premier - se da un lato non lasciano immaginare cambiamenti di qualche rilievo nel rapporto tra occupanti ed occupati, tra israeliani e palestinesi, dall'altro potrebbero mettere il freno all'annessione a Israele di buona parte della Cisgiordania occupata promessa da Netanyahu.
Al nervosismo si richiamano alcuni per spiegare il moltiplicarsi degli episodi di vandalismo compiuti nelle ultime settimane dai coloni israeliani a danno di palestinesi e talvolta anche dell'Esercito. Scritte ingiuriose in ebraico sono apparse ieri mattina sulle case del villaggio palestinese di Jabaa, in apparente risposta alla rimozione da parte dell'Esercito di una tenda eretta dai coloni in un uliveto fuori dall'insediamento di Bat Ayin.
Ad Ayn as Sawiyah i coloni, denunciano i palestinesi, hanno distrutto circa 30 alberi di ulivo. Venerdì scorso sassi lanciati dai coloni hanno ferito una decina di palestinesi a Hebron, tra cui un bimbo di 18 mesi. Il centro israeliano per i diritti umani B'Tselem riferisce che negli ultimi due anni si è registrato un aumento considerevole del numero di attacchi contro i palestinesi da parte dei coloni.
di Youssef Hassan Holgado
Il Manifesto, 27 novembre 2019
A due anni dall'attentato. Terremoto politico nel governo laburista e sull'Isola, si dimettono in successione: il braccio destro del premier e il ministro del Turismo, si sospende il titolare dell'Economia.
"Tre anni dopo che nostra moglie e madre ha rivelato i crimini finanziari di Keith Schembri e due anni dopo il suo assassinio, Schembri si è dimesso dalla carica di capo di gabinetto del primo ministro Joseph Muscat". Inizia così il comunicato dei famigliari di Daphne Caruana Galizia, assassinata due anni fa mentre indagava su un caso di corruzione che coinvolgeva vari esponenti politici maltesi. Tra questi c'è anche il ministro del Turismo Konrad Mizzi, le cui dimissioni hanno fatto seguito a quelle del capo di gabinetto. Un vero e proprio terremoto politico causato dagli ultimi importanti sviluppi relativi all'indagine sull'assassinio della giornalista.
Il 14 novembre è stato arrestato Melvin Theuma, formalmente un tassista ma figura grigia in questa vicenda, considerato l'intermediario tra gli assassini e il mandante dell'attentato. Per confessare il nome del mandante, Theuma ha chiesto e ottenuto la grazia dal presidente della Repubblica, l'unico in grado di concedere e firmare un tale atto. Il nome fatto dal tassista è quello di Yorgen Fenech, un noto imprenditore che è stato arrestato dalle forze armate maltesi mentre era in fuga dall'Isola con il suo yacht. Dal giorno del suo arresto, avvenuto mercoledì scorso, Fenech è stato rilasciato su cauzione per ben tre volte secondo il Times di Malta. Nel frattempo, durante gli interrogatori con la polizia ha chiesto il perdono presidenziale in cambio della verità sull'assassinio di Daphne.
È stato proprio Fenech a dare vita a questa serie di dimissioni visto che avrebbe collegato Keith Schembri ad un grave caso di corruzione. Il magnate maltese, secondo il Times of Malta, avrebbe anche affermato di essere soltanto un anello della catena che porta all'omicidio della giornalista. Fenech avrebbe dichiarato inoltre che Schembri conoscesse l'intermediario Theuma e che addirittura gli avrebbe promesso un incarico di governo.
Le accuse gravissime, ancora da verificare da parte degli inquirenti, hanno portato alle dimissioni del capo di gabinetto ieri mattina, dopo che la polizia ha perquisito la sua casa. Poi è stato il turno del ministro Konrad Mizzi il quale ha affermato: "Ho sentito il dovere, nel contesto delle attuali circostanze politiche, di dimettermi con lealtà verso la gente, il Partito Laburista e il presidente del consiglio dei ministri. Voglio chiarire ancora una volta - ha continuato Mizzi - che non ho avuto alcuna relazione, direttamente o indirettamente con 17 Black o Yorgen Fenech". Sarebbe proprio la società offshore 17 Black, di cui Fenech è proprietario, il mezzo attraverso il quale ottenevano le presunte tangenti i due membri del governo laburista. Nel frattempo il ministro dell'economia Chris Cardona si è autosospeso fino a conclusione delle indagini.
"Esortiamo ora le autorità maltesi a perseguire immediatamente Schembri per la sua vasta e lunga attività criminale" affermano i famigliari di Daphne. Chiedono anche di capire come mai il primo ministro Muscat avrebbe protetto i membri del suo governo fino ad oggi. "Il mancato perseguimento di Schembri, Mizzi e dei loro protettori ha avuto conseguenze fatali per nostra moglie e nostra madre. Se ciò continuerà, ci saranno conseguenze fatali per la democrazia maltese" concludono i famigliari. A distanza di due anni dalla sua morte, finalmente le inchieste di Daphne, da sempre screditate e prese di mira dal mondo politico, stanno facendo tremare non soltanto il governo, ma l'intera Isola.
di Giusy Santella
mardeisargassi.it, 26 novembre 2019
Da tempo, l'Italia arretra sul piano della tutela dei diritti attraverso i suoi esponenti politici e, di solito, lo fa con grande acclamazione dei più. Appena pochi giorni fa, ad esempio, Matteo Salvini è stato ospite del Congresso Nazionale del Sindacato Autonomo della Polizia e, per l'occasione, ha ribadito che, dovesse tornare al governo, abolirebbe il reato di tortura perché, a suo dire, la polizia deve essere libera di lavorare.
La Repubblica, 26 novembre 2019
L'iniziativa, alla seconda edizione, è promossa dalla Fondazione "Con il Sud" nell'ottica di affermare il principio del fine rieducativo della pena. Reinventarsi pasticceri, fornai, operatori ecologici, sarti. Apprendere un mestiere e, magari, trovare anche un impiego stabile. Una prospettiva che potrà realizzarsi grazie agli 8 progetti, selezionati con il Bando "E vado a lavorare", per il reinserimento socio-lavorativo dei detenuti nelle regioni del Mezzogiorno.
di Daniele Livreri*
Il Dubbio, 26 novembre 2019
Da qualche tempo, soprattutto in correlazione al dibattito sulla lotta all'evasione fiscale, si assiste a ripetute invocazioni a un maggior impiego dello strumento detentivo. Il tutto sembra sottendere un argomento noto: il nostro è il paese del ben godi, in cui in carcere non ci sta nessuno, se non qualche mal capitato straniero. In linea con questa visione delle cose, qualche anno fa un noto giornalista riportava in tv una sorta di barzelletta raccontatagli da un magistrato, per il quale, piuttosto che pagare salatissimi divorzi, conveniva uccidere il coniuge, tanto non si finiva in galera.









