Il Sole 24 Ore, 25 novembre 2019
Reati contro la P.A. - Abuso di ufficio - Doppia ingiustizia - Della condotta e del vantaggio patrimoniale conseguito. Il reato di abuso d'ufficio di cui all'art. 323 c.p. ha natura pluri-offensiva, in quanto oltre a ledere l'interesse al buon andamento ed alla trasparenza della Pubblica amministrazione, pregiudica il concorrente interesse del privato a non essere turbato nei propri diritti costituzionalmente garantiti dalla condotta illegittima ed ingiusta posta in essere dal pubblico ufficiale. In tale evenienza il privato danneggiato può proporre opposizione alla richiesta di archiviazione.
• Corte di cassazione, sezione VI, sentenza 8 novembre 2019 n. 45526.
Pubblica amministrazione - Reati contro la P.A. - Abuso d'ufficio - Elementi costitutivi - C.d. doppia e autonoma ingiustizia. Il delitto di abuso d'ufficio è integrato dalla doppia e autonoma ingiustizia, sia della condotta - che deve essere connotata da violazione di norme di legge o di regolamento - che dell'evento di vantaggio patrimoniale conseguito, che deve risultare non spettante in base al diritto oggettivo.
• Corte di cassazione, sezione III, sentenza 30 agosto 2019 n. 36686.
Reati contro la pubblica amministrazione - Abuso d'ufficio - Doppia ingiustizia - Vantaggio patrimoniale. Il reato di abuso d'ufficio è caratterizzato dalla doppia e autonoma ingiustizia, sia della condotta, che deve essere connotata da violazione di norme di legge o di regolamento, che dell'evento, che deve essere costituito da un vantaggio patrimoniale non spettante in base al diritto oggettivo, con la conseguente necessità di una duplice distinta valutazione in proposito, non potendosi fare discendere l'ingiustizia del vantaggio dalla illegittimità del mezzo utilizzato e, quindi, dall'accertata illegittimità della condotta.
• Corte di cassazione, sezione VI, sentenza 30 maggio 2019 n. 24186.
Reati contro la pubblica amministrazione - Delitti - Dei pubblici ufficiali - In genere - Abuso d'ufficio - Violazione di legge - Sviamento di potere - Configurabilità - Fattispecie. In tema di abuso d'ufficio, la violazione di legge cui fa riferimento l'art. 323 cod. pen. riguarda non solo la condotta del pubblico ufficiale in contrasto con le norme che regolano l'esercizio del potere, ma anche quelle che siano dirette alla realizzazione di un interesse collidente con quello per quale il potere è conferito, ponendo in essere un vero e proprio sviamento della funzione. (Fattispecie in cui il sindaco di un Comune aveva disposto la revoca dell'incarico dirigenziale ricoperto da un dipendente candidatosi in una lista contrapposta, apparentemente giustificato tale scelta con esigenze di contenimento della spesa senza che, tuttavia, fosse stata previamente deliberata una diversa organizzazione degli uffici).
• Corte di cassazione, sezione VI, sentenza 4 maggio 2018 n. 19519.
Indagini preliminari - Chiusura delle indagini - Archiviazione - Richiesta del pubblico ministero - Opposizione della persona offesa - Abuso di ufficio finalizzato ad arrecare ad altri un danno ingiusto - Reato pluri-offensivo - Configurabilità - Privato danneggiato - Qualità di persona offesa dal reato - Sussistenza - Opposizione alla richiesta di archiviazione - Ammissibilità - Fondamento. Il reato di abuso di ufficio finalizzato ad arrecare ad altri un danno ingiusto ha natura pluri-offensiva, in quanto è idoneo a ledere, oltre all'interesse pubblico al buon andamento e alla trasparenza della P.A., il concorrente interesse del privato a non essere turbato nei suoi diritti dal comportamento illegittimo e ingiusto del pubblico ufficiale. Ne consegue che il privato danneggiato riveste la qualità di persona offesa dal reato ed è legittimato a proporre opposizione avverso la richiesta di archiviazione del P.M.
• Corte di cassazione, sezione VI, sentenza 11 febbraio 2016 n. 5746.
catanianews.it, 25 novembre 2019
L'evento è stato organizzato dall'Associazione Culturale La Poltrona Rossa che dal 2013 collabora con i due istituti detentivi. Sabato 23 novembre, a Catania, al Museo Emilio Greco e Belliniano, è stata inaugurata la mostra "Artificium", un'esposizione collettiva delle opere d'arte prodotte dalle detenute e dai detenuti degli Istituti Penali per Minorenni Bicocca di Catania e Pontremoli (Ms).
L'evento è stato organizzato dall'Associazione Culturale La Poltrona Rossa che dal 2013 collabora con i due istituti detentivi attraverso laboratori creativi, artistici e artigianali per i/le detenute. Questo è reso possibile grazie ai Fondi Otto Per Mille della Tavola Valdese, il Ministero della Giustizia - Dipartimento per La Giustizia Minorile e di Comunità e i Centri per la Giustizia Minorile di Palermo e Torino.
Tra le tematiche affrontate dagli artisti ristretti, quella che è emersa con maggior enfasi è la condizione della donna, la sua debolezza, il suo coraggio e il suo riscatto. Non è un caso, infatti, che l'evento sia stato programmato proprio durante la settimana in cui si celebra la giornata internazionale contro la violenza sulle donne.
Al taglio del nastro e sul tavolo degli interventi erano presenti: l'assessore alla Cultura del Comune di Catania Barbara Mirabella, che ha reso possibile questo evento offrendo le sale dei due musei civici di Catania; Alessandra Reitano del Museo Civico Emilio Greco e Belliniano; il Direttore dell'Istituto Penale per Minorenni Bicocca di Catania Maria Randazzo; il Pastore Francesco Sciotto della Chiesa Valdese e per dell'Associazione La Poltrona Rossa la sua presidente Ivana Parisi, che ha portato anche i saluti del Direttore dell'Istituto Penale per Minorenni di Pontremoli Mario Abrate, e Vanila Privitera, operatrice. All'apertura dell'evento hanno inoltre partecipato il Commissario Marzia Calcaterra, dell'Istituto Penale per Minorenni Bicocca di Catania, il Dirigente Penitenziario Letizia Bellelli e il Magistrato di Sorveglianza Emma Seminara.
Infine, la cerimonia inaugurale, patrocinata dal Comune di Catania, è stata arricchita dalla presenza dello scrittore e storico dell'arte Davide Sciuto, il quale ha svolto una coinvolgente lezione di storia dell'arte con la proiezione delle opere prodotte dalle ragazze e i ragazzi dell'istituto. Anche quest'anno gli operatori de La Poltrona Rossa svilupperanno nuovi laboratori creativi per i ristretti della Sicilia e della toscana con i progetti approvati dall'Ufficio Otto per Mille della Tavola Valdese. Le attività riprenderanno, dunque, sul tema della "violenza sulle donne" e in particolare a Catania, i ragazzi detenuti, produrranno disegni e pensieri che verranno esposti al Museo Emilio Greco e Belliniano da martedì 26 novembre.
La Mostra propone, inoltre, la collezione "Galea", omaggio ai grandi artisti della storia dell'arte come Monet, Van Gogh, Degas, Mondrian, Rotcho, Lichtenstain e altri e sarà fruibile fino al 1 dicembre presso il Museo Civico Emilio Greco Belliniano in Piazza S. Francesco d'Assisi n. 3 - Catania. Ingresso gratuito.
di Desio Cristalli
lagazzettadisansevero.it, 25 novembre 2019
Da tempo si rincorrono voci maligne sulla nostra Casa circondariale. Sostengono che questa nostra Istituzione possa essere chiusa per chissà quale assurda logica, atteso che il carcere di Porta Torremaggiore svolge una importante funzione nel piano strategico degli istituti di pena di Capitanata.
E' infatti anche una valvola di sfogo importante visto il sovraffollamento spropositato della Casa Circondariale di Foggia ma anche dell'altro vicino carcere di Lucera, spesso storicamente affiancato a San Severo quanto alla Direzione.
Alcuni decenni or sono - erano i tempi della felice Direzione del dr. Umberto Solimene - San Severo fu privata quasi senza preavviso di questa importante struttura penitenziaria. Chi firma questo Editoriale seguì all'epoca molto da vicino quella (triste) faccenda in qualità di corrispondente dalla Capitanata del quotidiano Il Tempo di Roma.
Il Direttore Solimene, colonna portante di quella importante battaglia, chiese ed ottenne senza riserve tutto l'appoggio possibile della Stampa nazionale, interregionale e locale per la crociata che portò poi alla riapertura della nostra Casa Circondariale.
La crociata vide in prima fila, all'epoca, a livello locale e nazionale, non solo Il Tempo, che oltre al sottoscritto contava allora come corrispondente anche l'avv. Dante Azzarone, ma anche La Gazzetta del Mezzogiorno, Rappresentata all'epoca a livello locale dai compianti Colleghi corrispondenti Giuseppantonio Tardio ed Elio Bisceglie.
Fu una vittoria passata alla storia di questa Città anche per la spinta esercitata su Roma dalle Amministrazioni comunali e dalle segreterie locali di alcuni partiti governativi. Ora quella triste pagina non deve tornare d'attualità perché questa volta sarebbe forse impossibile ottenere una riapertura del carcere sanseverese per un modo ormai molto diverso (in senso negativo) di vedere e gestire le cose carcerarie.
Tutto questo discorso punta ad ottenere da subito un occhio attento del nostro Comune, dei Parlamentari e di tutta la Stampa di questa terra ma anche di tutti i Sindacati di categoria per il grave pericolo che corrono tanti posti di lavoro.
Non ci facciamo trovati spiazzati da decisioni improvvise, preveniamole con tutta l'attenzione sociale possibile al fine di non piangere dopo, come sul dirsi, sul latte versato. Naturalmente, nella scia di questo impegno, va inclusa anche l'attenzione meticolosa di quanti operano nel carcere cittadino e che potrebbero anticiparci certe voci prima di chiunque altro, attraverso i loro sindacalisti nazionali. Nel caso maledetto, noi ci saremo sulla barricata ancora una volta e sempre in difesa di tutto il patrimonio pubblico di questa terra. E ricordiamoci che alle fregature che ci riguardano se non ci pensiamo noi non ci pensa nessuno.
di Federico Ferraro*
calabria7.it, 25 novembre 2019
Ancora nessun riscontro positivo dalle realtà imprenditoriali locali: un'occasione persa". All'inizio del mese di luglio è stato promosso dall'Ufficio del Garante comunale di Crotone dei diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale, in sinergia con la Direzione del Carcere, un tavolo istituzionale volto al reinserimento sociale e lavorativo per i detenuti.
L'obiettivo, è stato quello di consentire un effettivo impiego in attività lavorativa delle persone recluse, sulla base della disponibilità da parte della Direzione della Casa circondariale di Crotone a concedere, in comodato d'uso gratuito, le serre ed i laboratori a quella realtà imprenditoriale o cooperativa sociale, disposta ad assumere anche a tempo determinato, alcune unità di detenuti. La legge Smuraglia ha previsto in proposito anche degli incentivi di carattere fiscale a beneficio dell'impresa che assume.
Obiettivo posto all'inizio della "missione" è stato quella di coinvolgere le imprenditorialità del territorio affinché possano favorire il reinserimento nel contesto sociale dei detenuti attualmente presso la Casa circondariale di Crotone. Il tutto volto ad evitare che chi ha sbagliato nei confronti della giustizia, torni a delinquere a motivo della mancanza di lavoro e di sostentamento economico.
Presso la struttura circondariale esistono già laboratori per la lavorazione del ferro e di falegnameria dove i detenuti possono specializzarsi e negli scorsi mesi sono stati fatti anche laboratori di legatoria e di vetreria e molti detenuti sono impegnati anche nella cura del verde e stanno realizzando un campo sportivo a testimonianza della funzione rieducativa della Casa circondariale.
Il reinserimento lavorativo dei detenuti rappresenta non solo una giusta causa sociale da sostenere ma anche una opportunità per le stesse imprese. Il tentativo mira a realizzare un progetto di ampio respiro che possa risultare utile sia per il reinserimento dei detenuti nel contesto sociale sia per la collettività.
Purtroppo, a distanza di diversi mesi, nonostante un interessamento iniziale di alcuni rappresentanti di categoria, legati all'imprenditoria locale, ad oggi non è stata presentata alcuna proposta concreta o quantomeno una comunicazione di disponibilità utile a predisporre una forma di collaborazione con la Casa circondariale di Crotone. Certamente la complessa situazione economica che caratterizza il periodo storico di riferimento e le difficili situazioni occupazionali che affliggono anche i non detenuti hanno inciso e incidono quotidianamente sulla riuscita di tali progetti, sebbene animati dai migliori intenti.
Tuttavia, la mancanza oggi di un riscontro positivo impedisce a tutt'oggi di utilizzare al meglio quegli spazi della casa circondariale che potrebbero essere utilmente impiegati in attività produttive e portatrici di utilità sociale ed economica, e di mettere a sistema quella forza lavoro (dei detenuti) inespressa, prevenendo concreti pericoli di un loro ritorno ad attività illecite, specie a motivo della mancanza occupazionale. Con rammarico devo constatare che, per mancanze di proposte imprenditoriali, non è stato possibile attivare efficacemente il progetto previsto dal tavolo istituzionale e dunque si è persa un' importante opportunità di crescita sociale e di impiego di risorse produttive.
Preciso che l'invito a tutte le realtà legate al mondo della produzione delle imprenditorialità è sempre valido. Pertanto torno a formulare un forte appello a considerare la realtà della Casa circondariale di Crotone e chi vi risiede come un possibile e valido interlocutore per progettualità di lavoro e valorizzazione delle abilità tecniche - manuali.
*Garante comunale dei diritti dei detenuti
di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 25 novembre 2019
Un progetto coinvolge 40 donne ristrette nel carcere. Centosettanta pettorine, i tradizionali "bavaglini", altrimenti dette "pazienza" confezionate in carcere e indossate sulle toghe da magistrati e avvocati reggini durante le udienze.
A farle, al prezzo di vendita di 25 euro l'una, un gruppo di detenute del regime di media e alta sicurezza del carcere San Pietro di Reggio Calabria. Le prime 70 sono state consegnate a giugno scorso ai magistrati che ne hanno finanziato la prima raccolta fondi servita ad acquistare le prime macchine da cucire e le successive cento sono arrivate ora, a novembre, per gli avvocati che con il locale Consiglio dell'Ordine, si sono uniti all'iniziativa. Il progetto nato un anno fa, ha coinvolto circa 40 donne detenute del carcere San Pietro su di un totale di 180 detenute.
Lo racconta l'avvocato Agostino Siviglia, Garante regionale dei diritti dei detenuti della Regione Calabria che con la corrente di magistratura Area democratica della Giustizia e la comunità gesuita CVX, ha partecipato alla raccolta fondi per comprare macchine da cucire e materiale necessario a confezionare la pettorine per gli operatori giudiziari, tutte uguali. "L'iniziativa", racconta Siviglia, "nasce dal progetto "Le voci di dentro, conversazioni in carcere su giustizia e legalità" avviato l'anno scorso tra dicembre 2018 e maggio 2019, siamo andati in carcere sulla scia del viaggio che la Consulta ha fatto nelle carceri italiane incontrando i detenuti per parlare di Costituzione.
Noi l'abbiamo fatto qui a Reggio, nei due istituti penitenziari San Pietro e Arghillà, incontrando le detenute che ci hanno rappresentato problemi ed esigenze di vita carceraria, a cominciare da quelle lavorative. Ed ecco spiegato il perché della raccolta fondi". Ora l'auspicio è quello di "implementare il progetto attraverso altre attività per riuscire a strutturare un collegamento all'esterno quale potrebbe essere una cooperativa sociale per iniziare una nuova vita lavorativa dentro e un domani, anche fuori dal carcere".
di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 25 novembre 2019
Ci commuoviamo per le immagini spettacolari delle proteste a Hong Kong, ma ci giriamo dall'altra parte quando apprendiamo che circa un milione e mezzo di esseri umani appartenenti alla popolazione musulmana degli uiguri è stato deportato nei campi di concentramento detti di "rieducazione".
Ricordare e denunciare le violazioni sistematiche dei diritti umani nel mondo oramai sembra diventato un esercizio patetico, un'invocazione velleitaria destinata allo scacco. La difesa dei diritti fondamentali è sparita dall'agenda dei governi, in primis di quegli europei che pure ipocritamente agitano la bandiera dei valori non negoziabili, delle istituzioni internazionali (come il dispendioso ed inutile ente denominato Nazioni Unite), dai sentimenti dell'opinione pubblica ed è rimasta appannaggio di pochi resistenti, a cominciare da Amnesty International e Human Rights Watch. Dei curdi eroici nella battaglia contro l'Isis e ora abbandonati nelle grinfie di Erdogan ci siamo già dimenticati. Oblio totale sulle centinaia di migliaia di civili siriani sterminati da Assad.
Indifferenza assoluta sul massacro mostruoso di circa cento morti assassinati dai cecchini del regime iraniano durante le manifestazioni che stanno scuotendo Teheran e silenzio generale sulle ragazze che in Iran hanno avuto il coraggio di strapparsi di dosso il velo obbligatorio e gettate in chissà quale antro delle torture. Nessuna richiesta all'Arabia Saudita sul corpo del giornalista Jamal Khashoggi fatto letteralmente a pezzi, con ferocia mafiosa, nel consolato saudita in Turchia. Ci commuoviamo per le immagini spettacolari delle proteste a Hong Kong, ma ci giriamo dall'altra parte quando apprendiamo che circa un milione e mezzo di esseri umani appartenenti alla popolazione musulmana degli uiguri è stato deportato nei campi di concentramento detti di "rieducazione".
E che ne è dell'attenzione pubblica per le proteste contro la dittatura di Maduro in Venezuela? Prima titoloni, proclami, risoluzioni. E poi? Svanita, cancellata persino dai notiziari, azzerata. Nessuna istituzione sportiva ufficiale che dica una sola parola sulla discriminazione delle donne negli stadi del Qatar, solo la tv spagnola e quella tedesca hanno promesso che non vorranno trasmettere le partite dei Mondiali del 2022 giocate negli stadi in cui è vietato l'ingresso libero delle donne: silenzio in Italia, ovviamente. E parliamo delle torture nei campi in Libia solo in rapporto alle ondate migratorie e al pericolo che ce ne può venire, senza scandalizzarci per la cosa in sé, che richiederebbe un intervento immediato dell'Europa. Neanche per sogno. Meglio dimenticare.
di Filippo Santelli
La Repubblica, 25 novembre 2019
Lam: "Ascolteremo con umiltà i cittadini". Una valanga gialla, il colore del campo pro democrazia. Un messaggio a Carrie Lam e a chi l'ha scelta, cioè il Partito comunista lassù a Pechino: i cittadini di Hong Kong vogliono risposte alle cinque domande che da mesi gridano per strada. Vogliono scegliere chi li governa.
Lo hanno ribadito ieri con il voto, l'unico pienamente democratico che è loro concesso. Il governo di Hong Kong ascolterà "certamente con umiltà le opinioni dei cittadini e rifletterà su di loro con serietà". È l'impegno della governatrice Carrie Lam affidato a una nota, il primo commento dopo la pesantissima sconfitta del fronte pro-establishment. Il governo, ha assicura Lam, "rispetterà il risultato del voto".
Ma Pechino ribadisce: "Hong Kong è parte integrante della Cina, a prescindere dal risultato elettorale". Lo ha detto il ministro degli Esteri cinese Wang Yi. "Qualsiasi tentativo di danneggiare il livello di prosperità e stabilità della città - ha aggiunto - non avrà successo".
Le elezioni distrettuali, nei quartieri, solitamente affare di verde pubblico e centri per anziani, si sono trasformate in un referendum sulla protesta di Hong Kong. Il trionfo dei gialli e il tonfo dei blu, il campo governativo e filo cinese, vanno oltre ogni attesa: dei 452 seggi in palio nei 18 quartieri, 388 sono andati a esponenti democratici, che raccolgono nel complesso il 57% dei voti.
Un completo rovesciamento rispetto al precedente rapporto di forza, ma soprattutto il segno dell'avversione per il modo in cui Lam ha gestito il caos di questi mesi. Ignorando le richieste dei cittadini e lasciando solo la polizia a rispondere. Nonostante le violenze dei manifestanti più aggressivi, quelli con archi e molotov, non piacciano a tutti, la maggioranza silenziosa di Hong Kong ritiene che la responsabilità sia del governo e di Pechino.
È stato un voto storico anche per il livello di partecipazione. Fin dal mattino davanti ai seggi si sono formate lunghe file ordinate. In certi quartieri i cittadini hanno aspettato anche due ore per votare. Alla fine il conto complessivo dell'affluenza supera il 70% (dei registrati), quasi tre milioni di persone, il più alto di qualsiasi elezione mai tenuta nell'ex colonia britannica (perfino superiore a quella per il Parlamento, che nonostante sia in parte bloccata a tutela del controllo di Pechino è ben più importante).
Il campo democratico, e gli Stati Uniti che in queste settimane hanno supportato la protesta, esultano per la vittoria. Mentre sull'altro fronte, in attesa del commento ufficiale di Carrie Lam e di Pechino, i giornali di regime comunisti, che alla vigilia delle elezioni avevano invitato a votare "per fermare la violenza" (dei manifestanti), ora puntano il dito contro le interferenze straniere. Ma sono state delle elezioni "pulite", conferma un gruppo di osservatori arrivato in città. Ai seggi la polizia in tenuta antisommossa è rimasta defilata, nessun disordine. E i presunti brogli del campo pro governo (come gli anziani portati con i bus a votare) non si sono visti, o comunque non sembrano aver condizionato il risultato.
Eppure, al di là dei guadagni della Borsa di Hong Kong (vicini al 2%), l'effetto di questo voto è tutt'altro che scontato. La pressione su Carrie Lam da parte del suo campo aumenterà, il prossimo anno si tengono le elezioni per il consiglio legislativo, e un'altra sconfitta del genere sarebbe pesantissima. Le chiederanno di farsi da parte, o almeno di far tesoro della batosta e negoziare.
La Chief executive però ha già mostrato di non avere alcuna autonomia da Pechino, né quella di andarsene né quella di trattare sulle richieste del movimento. In una escalation continua di violenze (prima della "tregua" elettorale vista negli ultimi giorni), il governo cinese ha definito i giovani in nero terroristi e la polizia locale usato un pugno sempre più duro.
Lam ha di fatto ignorato enormi marce pacifiche, poi condannato la guerriglia, e così tra gli elettori democratici pochi si aspettano che ascolti la voce delle urne. Anche perché la piena democrazia è proprio ciò che la protesta chiede, e che Pechino non è disposta a concedere.
di Carlo Bonini e Giuliano Foschini
La Repubblica, 25 novembre 2019
Le segnalazioni trasmesse via web arriveranno in maniera sicura direttamente ai legali dei familiari di Giulio. Sono trascorsi 46 mesi. Quarantasei mesi da quando agenti della National security, il servizio segreto civile egiziano - oggi questo è possibile affermarlo con la certezza dell'indicativo - rapirono Giulio Regeni, ricercatore italiano all'università di Cambridge, al Cairo. Erano le 19:41 del 25 gennaio 2016 quando Giulio uscì di casa, nel quartiere residenziale di Dokki, per raggiungere un amico in piazza Tahrir.
Giulio entrò nella metropolitana circa dieci minuti dopo: alle19:51 le celle telefoniche agganciarono per l'ultima volta il segnale del suo cellulare. Da quel momento Giulio entrò nel buco nero del regime di Al Sisi. Il suo corpo fu ritrovato nove giorni dopo, il 3 febbraio, abbandonato sul ciglio della strada che dal Cairo corre verso Alessandria, sul cavalcavia Hazem Hassan. Era senza vestiti e il suo corpo era stato usato come una lavagna dell'orrore: portava infatti i segni di giorni di tortura.
Questi 46 mesi sono trascorsi nella ricerca, fin qui vana, della verità. I genitori di Giulio, Paola e Claudio, il loro avvocato, Alessandra Ballerini, non hanno mai mollato nemmeno un centimetro. Come i magistrati della procura di Roma, a partire dal sostituto procuratore Sergio Colaiocco che coordina le indagini; come i carabinieri del Ros, i poliziotti dello Sco, che non hanno smesso per un attimo di cercare di ricostruire quello che è accaduto. Le loro sono state indagini che hanno lavorato sulle bugie e i depistaggi arrivati dall'Egitto, isolandone dettagli che, inconsapevolmente, gli egiziani avevano fatto filtrare dagli atti e che si sono verificati cruciali.
Il regime di Al Sisi non ha mai smesso di manipolare e dissimulare la verità, fino al punto di sacrificare, assassinandoli, cinque innocenti, falsamente accusati di aver partecipato all'omicidio di Giulio. Eppure, le informazioni che portano alla verità sono e restano soltanto in Egitto. Lo ha detto il presidente della Camera, Roberto Fico. Lo ha ribadito l'ex presidente del consiglio, oggi commissario europeo, Paolo Gentiloni.
"Per arrivare alla verità sul sequestro, l'omicidio e la tortura di Giulio Regeni è necessaria la collaborazione dell'Egitto". Repubblica insieme alla famiglia Regeni ha deciso per questo di offrire uno strumento che consenta di aprire una strada alternativa alla collaborazione istituzionale.
Nasce per questo da oggi Regenifiles, una piattaforma dove chiunque, in modo anonimo e sicuro, potrà inviare informazioni o documenti utili all'accertamento della verità sull'omicidio di Giulio Regeni. La piattaforma (sviluppata sulla base di GlobaLeaks, un software sviluppato dalla no-profit italiana Hermes Center) è progettata in modo tale che neanche chi la gestisce o legge le segnalazioni possa identificare il mittente. Le segnalazioni arriveranno in maniera assolutamente anonima ai legali della famiglia Regeni, come già sperimentato dall'Autorità nazionale italiana anticorruzione (Anac) che ha utilizzato questa piattaforma per raccogliere le segnalazioni dei whistleblower in materia di anticorruzione.
Come dicono i genitori di Giulio, Paola e Claudio, nell'appello che pubblichiamo, la speranza è di rivolgersi a chi "sa e non ha ancora osato parlare". La procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati cinque agenti della National security, coinvolti nel sequestro. Ma sono decine le persone che hanno indagato illegalmente e strumentalmente su Giulio, quando era ancora vivo. E che probabilmente lo hanno visto quando era detenuto illegalmente, poco prima di essere ammazzato. Un testimone ha raccontato alcuni mesi fa di aver ascoltato un agente egiziano confessare la partecipazione al sequestro. Il suo racconto è ora agli atti della procura di Roma. Che lo ha ritenuto attendibile. E che da mesi, senza fortuna, attende una risposta all'ennesima rogatoria inviata al Cairo. Regenifiles servirà anche a questo. A impedire al regime di Al Sisi di costringere al silenzio chi sa.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 25 novembre 2019
Aisha el-Shater, 39 anni, è la figlia di un alto dirigente della Fratellanza musulmana, Khairat el-Shater, in carcere dal luglio 2013. Per le autorità egiziane, questa relazione di parentela e le sue denunce sulle violazioni dei diritti umani paiono motivi sufficienti per trattenerla in carcere, in condizioni inumane, da oltre un anno. Aisha el-Shater è stata arrestata il 1° novembre 2018 insieme a suo marito, Mohamed Abo Horira, e ad altre 17 persone.
Dopo tre settimane di sparizione forzata - durante le quali, secondo quanto ha denunciato, sarebbe stata picchiata e sottoposta a scariche elettriche - è apparsa di fronte alla Procura suprema per la sicurezza dello stato e posta in detenzione preventiva con l'accusa di "appartenenza a un gruppo terroristico". Da allora la detenzione è stata rinnovata più volte, da giudici e procuratori.
Dal gennaio 2019 si trova nella prigione femminile di al-Qanater: deve rimanere 23 ore al giorno nella sua piccola cella d'isolamento, scarsamente ventilata, con un secchio per fare i bisogni dato che può recarsi al bagno solo due volte al giorno, per non più di un'ora in totale. Dal giorno dell'arresto le vengono negate le visite familiari e le comunicazioni con parenti e avvocati. Secondo fonti mediche, Aisha el-Shater soffre di anemia aplastica, una malattia rara e grave del sangue. In una occasione, quando perdeva molto sangue, è stata trasportata all'ospedale di al-Qasr al-Ainy dove è stata curata con una trasfusione di piastrine. Dovrebbe ricevere cure mediche intensive e specialistiche in una adeguata struttura medica, ma non le viene permesso. In questo modo, rischia di morire. Per il diritto internazionale questa si chiama tortura.
di Flavia Perina
La Stampa, 25 novembre 2019
I ragazzi vedono più lontano di noi e hanno idee molto precise sull'escalation della violenza maschile contro le donne. Gli uomini picchiano le loro compagne perché sono ubriachi o drogati, oppure perché in famiglia sono stati educati a giudicare normale alzare le mani durante un litigio: così ottomila studenti della Generazione Z hanno risposto al sondaggio di Terres des Hommes e Scuola Zoo, realizzato in occasione del 25 novembre, la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne.
Le molte analisi del mondo adulto sulla persistenza del fenomeno - oltre ogni campagna, oltre ogni inasprimento punitivo, oltre ogni riforma - franano davanti alla semplicità divisione di questi studenti e alla loro estraneità alle categorie ideologiche su cui ancora si azzuffano i loro genitori e nonni. Non c'è riferimento al modello patriarcale, al portato divisivo dell'emancipazione femminile, e ci sono scarse tracce pure della vecchia polemica sugli effetti della nuova libertà conquistata dalle ragazze: solo il 16 per cento dei maschi pensa che una donna vestita in modo provocante "se la vada a cercare".
E tuttavia meno della metà degli intervistati, il 45 per cento, dichiara che segnalerebbe alla polizia un molestatore aggressivo: la percentuale precipita al 39 per cento se si considerano le sole risposte delle ragazze.
Solo tre su dieci, poi, ne parlerebbero con "una persona di fiducia": le femmine andrebbero quasi tutte dalla mamma, così come la metà dei maschi, o tutt'al più dagli amici. A pochissimi, solo il 23 per cento, verrebbe in mente di coinvolgere il papà, e anche qui si intravede uno strappo culturale importante perché i tradizionali riferimenti dell'auctoritas - lo Stato, il padre - sono palesemente scartati come possibili interlocutori in un momento di pericolo.
La rilevazione ci racconta dunque un'alta consapevolezza del rischio-violenza insieme alla convinzione che affrontarlo sia responsabilità dei singoli. I giovani scartano entrambi i modelli proposti dalle generazioni precedenti: non convince la soluzione alla Sonny Corleone, col capofamiglia che risolve le brutalità domestiche subite dalla sorella pestando e terrorizzando il colpevole, ma ha scarso successo anche la modalità MeeToo della denuncia in commissariato e magari della pubblica gogna.
È un fallimento delle campagne contro la violenza, l'ennesima conferma della scarsa fiducia di cui gode lo Stato o del declino del ruolo paterno? Forse no. Forse è solo il nuovo approccio di una leva anagrafica pragmatica e poco propensa alle battaglie di principio: per una ragazza/o su due, ci dice ancora il sondaggio, ciò che succede nella coppia è un fatto che va risolto in prima persona.
L'individualismo della Generazione Z non è necessariamente una regressione, anzi è persino possibile che questo nuovo approccio funzioni se significherà più cautela e attenzione nelle relazioni personali e l'isolamento immediato di chi coltiva atteggiamenti violenti.
L'autodifesa segna lo spirito dei tempi in tanti campi, spesso in modo negativo, ma in questo, se applicata fin da giovanissimi, può ottenere il duplice successo di proteggere le ragazze e circondare i violenti di quel discredito sociale che a vent'anni risulta punitivo quanto la galera.
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