di Luca Imperatore
gnewsonline.it, 15 ottobre 2019
Oggi, 15 ottobre, la Corte costituzionale tornerà nel carcere milanese di San Vittore, dove ha fatto tappa l'anno scorso con il Viaggio in Italia, l'iniziativa promossa dalla stessa Consulta per aprire l'Istituzione alla società e incontrarla fisicamente per diffondere la cultura costituzionale.
Alle ore 15,00, nella Rotonda della casa circondariale, il giudice costituzionale Francesco Viganò terrà una lezione su La pena e la Costituzione, tema proposto dai detenuti del gruppo di lavoro Costituzione Viva coordinato dal professor Antonio Casella.
Costituzione Viva è un progetto nato dopo la tappa milanese del Viaggio in Italia del 2018. In quell'occasione fu la vicepresidente Marta Cartabia a incontrare gli ospiti della casa circondariale, alcuni dei quali avrebbero poi dato vita al gruppo di lavoro, per continuare ad approfondire i temi della legalità costituzionale, anche con la collaborazione di esterni.
"Il progetto dimostra che il Viaggio - con la tappa a San Vittore - non è stato un punto di arrivo ma di partenza per un itinerario ancora più lungo e importante, perché a promuoverlo e a portarlo avanti sono gli stessi detenuti e perché è finalizzato a coltivare e ad alimentare la cultura costituzionale dentro le mura del carcere, con lo sguardo proiettato oltre quelle mura, in una prospettiva di libertà" si legge in una nota della Corte costituzionale.
Proprio per i suoi contenuti e le sue finalità, la Corte costituzionale ha proposto di tornare a San Vittore il 15 ottobre di ogni anno con uno dei suoi giudici, eventualmente anche emeriti, in modo che le attività del gruppo di lavoro siano orientate a questo appuntamento fisso, destinato ad essere per tutti - come il Viaggio in Italia - una straordinaria occasione di scambio di conoscenze, esperienze ed emozioni.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 15 ottobre 2019
Se oggi l'87% dello donne sconfigge il tumore al seno - prima patologia oncologica femminile - lo si deve anche alla diffusione su larga scala in Italia dei programmi di screening mammografico che permettono di individuare la neoplasia quando è ancora in fase precoce e può essere curata, evitando anche terapie invasive. Assicurare lo screening alle donne detenute non risulta sempre di facile attuazione: per sottoporsi a una mammografia o un'ecografia ogni donna dovrebbe essere accompagnata con scorta nella struttura sanitaria, con un notevole impegno economico e organizzativo.
Per semplificare l'accesso alle indagini diagnostiche delle donne detenute e renderlo sistematico, negli ultimi anni alcuni istituti hanno aderito a programmi di prevenzione itineranti. Tra i primi, quello realizzato nella casa circondariale di Rebibbia "Germana Stefanini" dove periodicamente, dal 2015, le attività di screening vengono effettuate attraverso l'uso di pulmini, macchinari mobili e personale specializzato.
In occasione di Ottobre Rosa, mese della prevenzione del tumore al seno, gli istituti e le sezioni femminili del Lazio (Roma Rebibbia, Civitavecchia e Latina) saranno raggiunti dalla Carovana della Prevenzione, Programma Nazionale Itinerante di Promozione della Salute Femminile di Komen Italia onlus, pensato per le donne che vivono in condizioni di disagio sociale ed economico e che, per questo, dedicano meno attenzione alla propria salute.
L'iniziativa è stata resa possibile dal contributo offerto all'Associazione dall'ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale del Lazio d'intesa con l'Ufficio del Garante regionale dei diritti dei detenuti. Il programma prevede esami per la diagnosi precoce dei tumori del seno e del collo dell'utero, sessioni educative ed eventi di sensibilizzazione.
Nei giorni scorsi un'analoga iniziativa è stata organizzata nella casa circondariale di Messina dalla breast unit dell'A.S.P. Paolo La Paglia, che ha offerto indagini mirate a tutte le donne dell'Istituto, compreso il personale civile e quello della Polizia Penitenziaria.
di Sandro De Riccardis
La Repubblica, 15 ottobre 2019
Vista la volante ha ingerito qualcosa, poi all'improvviso è stato male nella cella della questura. Inutile la corsa in ospedale, disposta l'autopsia: forse l'involucro dello stupefacente si è rotto.
Viene notato durante un normale servizio di pattugliamento dagli agenti di una volante. Il magrebino si aggira nei parchetti alla fine di via Giovanni da Cermenate, poco lontano da piazzale Ferrara, alla periferia sud della città. Vede la volante e cambia direzione, poi cerca di nascondersi dietro le siepi, tanto da far insospettire i poliziotti. Che vedono anche l'uomo tirare qualcosa fuori dalle tasche e metterla in bocca.
Quando lo raggiungono e lo fermano, alle 18 di sabato, lo trovano senza documenti. Sulla base delle generalità che comunica, viene identificato come un tunisino di 46 anni, già raggiunto da un provvedimento di espulsione dal territorio italiano emesso a gennaio. Così l'uomo viene trasferito in questura e rinchiuso nelle camere di sicurezza.
Non manifesta malesseri fino a quando, dalle videocamere che controllano l'interno delle celle, altri poliziotti non lo vedono cadere per terra e non rialzarsi più. Scatta subito l'allarme, viene richiamata l'ambulanza che si trova in via Fatebenefratelli, fuori dalla questura, intervenuta per assistere un altro fermato, diabetico, che si trova in cella con il tunisino.
I sanitari entrano e lo soccorrono, l'uomo dice di avvertire forti dolori all'addome. Poi è preda di convulsioni. È così che viene trasferito in codice giallo al vicino Fatebenefratelli. Sono le 18.30. In pochi minuti la situazione precipita. Mentre è in ambulanza perde conoscenza e inizia a emettere schiuma dalla bocca.
Quando arriva in ospedale, è passata poco più di un'ora e mezzo dal fermo. Ma l'uomo ora è in condizioni gravissime, in arresto cardiocircolatorio. Un'ora dopo, alle 19.30, muore. Viene subito avvisato il pm di turno, Enrico Pavone, che ordina l'autopsia per togliere ogni dubbio sulle cause della morte.
Perché l'ipotesi più verosimile è che a uccidere il magrebino sia stata la sostanza che lui stesso ha ingerito. Per sfuggire al controllo ed evitare di essere trovato con lo stupefacente. Ma - questa resta la ricostruzione più probabile - la confezione che conteneva la droga, di cellophane o carta stagnola, nella fretta di anticipare il controllo di polizia, potrebbe essere stata chiusa male. Tanto da rilasciare droga nel corpo, una volta ingerita.
Sostanza che potrebbe essere stata fatale all'uomo. Dalle prime analisi nel sangue, riferisce la questura, risulterebbero tracce di stupefacente nell'organismo. Sarà ora l'esame autoptico a verificare questa ricostruzione.
Che si basa anche sui precedenti di polizia a carico della vittima. Il tunisino, irregolare e senza una residenza ufficiale in città, oltre a essere gravato dall'ordine di espulsione, aveva dei precedenti con diversi alias per detenzione a fini di spaccio, resistenza e lesioni. Arrivato nel 2007 per la prima volta in Italia, era stato detenuto diverse volte a Milano, Novara e altri penitenziari. Aveva sempre dichiarato di essere tunisino, ma il consolato aveva chiesto verifiche sulla sua reale nazionalità.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 15 ottobre 2019
"Troppe assoluzioni". Accantonati i reati prescritti entro 2 anni. Processi a numero chiuso. Non oltre un predefinito tot l'anno. Anche a costo di instradare consapevolmente su un binario morto quelli destinati a prescriversi entro 2 anni. Una soluzione d'urto contro la presa in giro di "un produttivismo senza qualità" che, nell'ossessione di macinare statistiche, produce però già in primo grado pure un numero inaccettabile di assoluzioni (quasi una su due).
I responsabili degli uffici del distretto di Corte d'Appello di Brescia (uno dei più grandi fra i 26 italiani, che con quello di Milano si divide la Lombardia) insieme agli avvocati rinunciano all'ipocrisia auto-propagandistica delle cerimonie degli anni giudiziari, e si assumono invece una responsabilità: quella di mettere nero su bianco, e dunque di rendere controllabile anziché opaca nel non detto del fatto quotidiano, la presa d'atto della crisi di una grossa parte del sistema penale, quella dei processi per reati di competenza del giudice monocratico (come furti, truffe, ricettazioni), in particolare i giudizi su citazione diretta del pm.
Il punto di partenza è la constatazione che la quantità di procedimenti istruiti dalle Procure (spesso in maniera incompleta o sbrigativa) è fisicamente incompatibile con la capacità di definizione dei Tribunali (nel caso bresciano 6.50o arrivati contro 4.50o celebrati), con il risultato che le prime udienze sono fissate - ad esempio a Brescia e Bergamo - tra 2021 e 2023. Il che innesca una doppia catena di danni.
Ai cittadini, che pagano il prezzo (sempre personale, talvolta anche lavorativo) del restare appesi per anni già solo ad attendere un primo verdetto. Ma anche ai processi, perché poi in aula le deposizioni dei testi sono ormai scolorite dal tempo trascorso e cresce la possibilità di assoluzioni. Che infatti già in primo grado in giro per l'Italia sono spaventosamente alte, come il Corriere aveva additato in gennaio a partire da un rilievo del presidente del Tribunale di Torino: Brescia rileva ad esempio un tasso di assoluzione nel rito monocratico tra il 40% e il 45%, addirittura oltre il 50% sui furti, mentre nel collegiale va dal 20% al 35%. "Produrre magari meno ma almeno meglio" è l'obiettivo delle Linee Guida promosse dai presidenti della Corte d'Appello e del Tribunale bresciani, Claudio Castelli e Vittorio Masia, e condivise con Uffici giudiziari e Avvocatura.
Assunta una capacità massima di 4.000 processi l'anno a Brescia, 3.500 a Bergamo, 1.250 a Mantova, 1.150 a Cremona, entro questo tetto i calendari d'udienza verranno formati in proporzione con tre quote di processi. Quelli a "priorità legali", stabilite da leggi in base al tipo di reato; quelli a "priorità convenzionali", dipendenti dalle specificità socio-economiche del territorio (ad esempio lesioni da colpe professionali o gli infortuni sul lavoro); e infine i non prioritari, tra i quali - scelta delicata - quei reati la cui prescrizione sia destinata a maturare nei successivi 24 mesi e i cui processi dunque si presume non facciano in tempo ad essere celebrati.
di Giada Chirivì
ideawebtv.it, 15 ottobre 2019
Un modo per conoscere sempre più la realtà delle Case Circondariali. Tra le molte proposte della Fiera del Tartufo non è venuto a mancare l'appuntamento con l'iniziativa "Tutti i Diritti-Produzioni Ristrette", la quale offre visibilità alle iniziative su detenzione, legalità e diritti umani. Giunta alla sua ottava edizione, la manifestazione ha avuto luogo presso Piazza Pertinace in concomitanza con i Mercati della Terra, proponendo visibilità all'economia penitenziaria del nord Italia. Le merci esposte sono il risultato di prodotti realizzati da detenuti, che aderiscono ai progetti offerti dalle cooperative che operano sui vari centri, il cui scopo è il reinserimento sociale e lavorativo.
Tra le diverse realtà presenti, troviamo il centro anti violenza donne "Mai + Sole" di Savigliano, che propone un progetto di cucito rivolto ai detenuti maschi del carcere Morandi di Saluzzo. Grazie all'utilizzo di tessuti di recupero, vengono realizzate borse, a cui viene cucito lo slogan: "mai più dentro", creato dai partecipanti stessi. Non è mancato il progetto "Valelapena", che presso la Casa Circondariale di Alba ha realizzato un vigneto curato dai detenuti, che dopo un'accurata formazione professionale, possono procedere alla coltivazione e produzione dei vini.
di Federico Rampini
La Repubblica, 15 ottobre 2019
Economia, vincono gli studi sugli ultimi. Tre premiati: due sono marito e moglie. I vincitori del premio Nobel per l'economia quest'anno sono tre. Una coppia, marito e moglie: l'indiano Abhijit Banerjee e la francese Esther Duflo, entrambi docenti al Massachusetts Institute of Technology. Al terzo è l'americano Michael Kremer, che insegna ad Harvard. Tutti e tre sono studiosi dello sviluppo.
Secondo le motivazioni del premio, si sono distinti per aver "introdotto un nuovo approccio per ottenere risposte affidabili sui modi migliori per combattere la povertà globale. In due decenni, il loro nuovo approccio sperimentale ha trasformato l'economia dello sviluppo, che ora è un fiorente campo di ricerca".
Quello che hanno in comune è l'approccio "sperimentale", appunto: cioè pragmatico, empirico, ai problemi del sottosviluppo e delle diseguaglianze. Niente proclami ideologici, bensì la ricerca delle soluzioni che funzionano, sperimentandole sul campo per sottoporle alla prova dell'efficacia. Uscire dalle stanze dell'accademia, andare tra la gente a vedere cosa funziona e cosa no.
Per fare un esempio, un esperimento di cui si occupò la Duflo all'inizio della sua carriera (quando era appena 34enne), consisteva nel distribuire un medicinale contro i vermi intestinali in un campione di scuole del Kenya: con una spesa minima l'assiduità degli scolari in classe aumentò del 25%. La coppia Banerjee-Duflo ha appena pubblicato un libro, "Good Economics for Hard Times" (Public Affairs, New York 2019), cioè "una buona economia per tempi duri", che uscirà in italiano presso Laterza.
È una lettura sorprendente, non è il saggio di economia che ti aspetteresti da due accademici titolati. Ci rivela che Banerjee e Duflo hanno molto da dirci su di noi, oltre che sulle ricette giuste per sollevare l'Africa dalla miseria. Sono anche due fustigatori spietati della propria professione. Il libro comincia con una barzelletta feroce sugli economisti, e non a caso: il punto di partenza è il crollo della loro credibilità, solo il 25% dei cittadini ha qualche fiducia negli esperti di economia. Peggio di così nella stima popolare ci sono solo i politici.
Le ragioni sono tante e i due neo-premiati dal Nobel non ne risparmiano nessuna. Tanto per cominciare c'è un dilagante conflitto d'interessi: "Quegli economisti che vanno in tv e scrivono sui giornali sono spesso portavoce di interessi aziendali, prescindono dall'evidenza empirica, hanno un pregiudizio favorevole ai mercati ad ogni costo". In un piccolo test significativo si scopre che la maggioranza dei cittadini pensa che i chief executive siano troppo pagati, mentre gli economisti no. A loro i super stipendi dei top manager vanno bene.
Il legame con i fondi per la ricerca economica elargiti dalle multinazionali potrebbe essere una spiegazione di questo accecamento ideologico? Ma dopo aver denunciato gli economisti legati al mondo del business, i due Nobel se la prendono anche coni loro colleghi che lavorano per istituzioni pubbliche, teoricamente "asettiche" e protette da ogni interferenza d'interessi privati.
Ci ricordano, per esempio, che i super-esperti del Fondo monetario internazionale hanno sistematicamente sbagliato le loro previsioni sull'economia globale. Un altro tratto saliente del libro di Banerjee-Dufilo è l'importanza assegnata alla "dignità umana", spesso un bene più prezioso dello stesso reddito.
Questo ci porta all'altro grande tema, dove i due Nobel ci parlano di noi. È la decadenza della democrazia, e il ruolo delle scienze sociali per rimediarvi. I due autori osservano che in America il 61% dei democratici considerano i repubblicani indistintamente razzisti, sessisti e bigotti oscurantisti. La sinistra ha una visione "millenarista" - cioè apocalittica - dell'ascesa dei populismi. I repubblicani contraccambiano con altrettanti pregiudizi.
Il ruolo delle scienze sociali, economia in testa, secondo Banerjee e Duflo deve essere quello di ricostruire le basi concrete e pragmatiche di un dibattito pubblico, civile e rispettoso. Non si ricostruisce una democrazia sana se ci si affronta con astratti proclami di principio, del tipo "sono per gli immigrati perché sono generoso e umanitario", oppure "sono contro perché minacciano l'identità della mia nazione".
L'approccio sperimentale, giustamente premiato dal Nobel, richiede allo studioso serio di consumare la suola delle scarpe: andare sul terreno, studiare caso per caso, distinguere, entrare nel vivo delle cose che interessano o preoccupano o spaventano i cittadini.
di Laura Parmeggiani
ilnuovogiornale.it, 15 ottobre 2019
Un corso di teatro in carcere e un protocollo, ancora da siglare, con le associazioni professionali piacentine, per una possibile integrazione socio-lavorativa di giovani detenuti, a fine pena. Un'idea nata dall'incontro tra il prefetto Maurizio Falco e il presidente del Rotary Piacenza Pietro Coppelli, nel luglio scorso, parlando di disagio giovanile e di possibili service del Rotary Piacenza in questa direzione. Detto e fatto. Il percorso, già definito, potrà contare sul coordinamento complessivo della Prefettura, il sostegno del Rotary Piacenza, la professionalità della direttrice della Casa circondariale "Le Novate", Maria Gabriella Lusi, oltre che sul talento e l'esperienza di Mino Manni, attore e regista.
Se n'è parlato per la prima volta in modo ufficiale nel corso di una conviviale rotariana all'albergo Roma a cui, oltre al prefetto Falco, al presidente Coppelli e a tutti i protagonisti del progetto, ha partecipato anche il presidente del Comitato esecutivo della Banca di Piacenza avvocato Corrado Sforza Fogliani.
Circa 15, di età inferiore ai 25 anni, scelti in modo mirato, i detenuti che parteciperanno al corso di teatro; lavoreranno con Manni per 4 mesi, tutti i lunedì pomeriggio, da gennaio 2020. L'artista piacentino, che già lo scorso anno aveva curato un progetto simile, sempre in carcere, e incentrato su "Giulio Cesare" di Shakespeare, questa volta ha scelto Iliade "Lavoreremo sul testo di Omero, ma anche sulla riscrittura di Baricco, con un linguaggio adatto e facendo leva sui valori che quest'opera trasmette - ha precisato Manni -. Useremo il teatro come veicolo di comunicazione, come esempio raro di corrispondenza universale, terreno efficace per un recupero e una nuova consapevolezza, senza paura di essere giudicati".
Il service rotariano, come rimarcato all'unisono dal prefetto Falco, dal presidente Coppelli e dalla direttrice Lusi, punta a mettere insieme il dentro e il fuori dal carcere nel modo più efficace possibile, perché prepara i ragazzi per un futuro reinserimento, dando loro la certezza di poter tornare ad essere una risorsa per la società. Un gesto di valenza sociale, che contribuirà a migliorare la sicurezza del territorio, ma non un atto di buonismo gratuito. Applicato secondo regole di civiltà, premierà chi lo merita.
Il laboratorio teatrale si chiuderà con una rappresentazione finale, in spazi dedicati. "In collaborazione con la Scuola edile di Piacenza, stiamo riqualificando alcuni spazi perché l'esperienza del teatro possa avere un set adeguato all'interno dell'Istituto delle Novate - ha annunciato la direttrice Lusi durante la serata Rotariana -. Stiamo predisponendo un percorso di formazione professionale per allestire un locale che si presti ad ospitare spettacoli teatrali ed eventi simili".
Un segnale di apertura, un gesto di coraggio, un'azione concreta oltre facili slogan. Il progetto di teatro in carcere firmato Prefettura e Rotary Piacenza è in linea con lo spirito della nostra città "A Piacenza sono riuscito a fare cose che non avrei mai immaginato - ha affermato il Prefetto riferendosi proprio a questo aspetto. Anche in questo caso, la comunità piacentina, conferma di essere improntata al valore del fare, seguendo una tradizione di positività e concretezza".
Il Tirreno, 15 ottobre 2019
Non solo alternanza scuola lavoro e crediti formativi. L'opportunità di affacciarsi su un mondo del tutto diverso rispetto alle tradizionali lezioni tra i banchi. "Quali prospettive di lavoro nel sociale? Esperienza in carcere": è il seminario che il 16 ottobre vedrà coinvolti gli studenti di 4 e 5 del liceo scienze umane di Piombino. "Incontro importante - spiega la dirigente Isis Carducci Volta Pacinotti Gabriella Raimo - anche per acquistare consapevolezza e spendibile in un secondo momento, qualora gli allievi decidessero di partecipare a selezioni per assistente sociale in carcere". Per questo sarà rilasciato un attestato di partecipazione. Progetto promosso da Università delle 3 Età - Unitre, Casa di reclusione Porto Azzurro e Volterra.
Verrà anche presentato il Premio letterario "Casalini" per i detenuti, con due membri della giuria: Pablo Gorini e Fabio Canessa. E saranno distribuite copie del volume "L'altra Libertà" che raccoglie composizioni di detenuti. Appuntamento alle 9,30 nell'auditorium del liceo in via della Pace. Dopo il saluto di Raimo, la relazione di Luca Lischi, capo di gabinetto dell'assessorato regionale a istruzione, formazione e lavoro" sul tema "Conoscere, comprendere, cogliere"; alle 10, 30 "Esperienze lavorative", relatori la direttrice della casa di reclusione Volterra Maria Grazia Giampiccolo e Giuseppina Canu, responsabile area educativa di Porto Azzurro. Interventi degli studenti. Alle 12, 30: sosta pranzo self-service. Dalle 14 si parlerà delle esperienza di volontariato in carcere. Introduce il presidente Unitre di Porto Azzurro Davide Casalini. Tra gli argomenti, come detto, pure il premio letterario (la premiazione dei detenuti alla casa di reclusione di Livorno il 6 novembre).
lacnews24.it, 15 ottobre 2019
Saranno affiancati da personale dell'azienda del tonno nel confezionamento delle cassette regalo che saranno messe in vendita per le festività natalizie. Un'opportunità, di lavoro e di riscatto, un modo per fare sentire i detenuti non più soli e per rafforzare in loro la convinzione che, una volta scontata la pena, un'altra vita fuori dal cercare è possibile.
Torna, per il quarto anno consecutivo, l'iniziativa della Callipo, che porterà all'assunzione di sette ristretti nella casa circondariale di Vibo Valentia ai quali sarà affidato il confezionamento di 11.000 cassette regalo contenenti una selezione di pregiati prodotti dell'azienda che saranno messi in vendita per le festività natalizie. Il percorso lavorativo prevede l'affiancamento da parte del personale esperto per trasferire, oltre alle tecniche di confezionamento, anche lo spirito ed i valori dell'azienda del tonno che opera in Calabria da ormai 106 anni.
"Sono particolarmente grata all'imprenditore Callipo per la particolare attenzione manifestata anche quest'anno verso questa struttura confermando l'assunzione di 7 detenuti - ha commentato la direttrice del penitenziario Angela Marcello. Il suo impegno spero che sia di esempio anche per altri imprenditori affinché considerino l'istituto penitenziario come opportunità concreta anche per le loro attività, dando maggiori possibilità ai detenuti della struttura.
"Si tratta di un progetto che ci sta molto a cuore - ha invece ribadito Callipo - perché ci permette di dare, concretamente, un'occasione di riscatto a 7 detenuti del penitenziario di Vibo Valentia. È un'occasione molto significativa anche per i nostri dipendenti che, ogni anno, a fine progetto, dicono di sentirsi umanamente toccati dal confronto con i detenuti e dai loro racconti, spesso malinconici, ma carichi della speranza di poter riprendere un giorno in mano la loro vita. Ringrazio la direttrice Marcello per aver immediatamente accolto la nostra richiesta di proseguimento del progetto, avviato con successo negli anni scorsi con il precedente direttore Antonio Galati". La gestione delle assunzioni dei detenuti è stata affidata a a Openjobmetis Spa.
di Chiara Pazzaglia
Avvenire, 15 ottobre 2019
Si chiama "Brigata del Pratello", che è il nome con cui i bolognesi conoscono l'Istituto Penale Minorenni "Siciliani", ed è la prima osteria d'Italia aperta in un carcere minorile. Impiegherà come cuochi e camerieri, su turni, 8 dei 25 ospiti della struttura.
Lo scopo, come spiega Antonio Pappalardo, il Dirigente del Centro per la Giustizia Minorile di Emilia-Romagna e Marche, "è anzitutto formativo". Ai ragazzi "viene data la possibilità di sperimentare in una situazione reale quanto apprendono durante un corso apposito, organizzato dall'Ente di formazione professionale Fomal all'interno del carcere".
Al Direttore dell'Istituto penale Alfonso Paggiarino il compito di riportare le impressioni degli aspiranti chef e camerieri coinvolti nel progetto: "Ho scoperto una passione", dice uno. "Sono bravissimo nel fare la pasta e la pizza", aggiunge un altro. La costante è che i ragazzi pensano che questa possa essere "una speranza per il loro futuro, anche lavorativo, una volta usciti". Quello che è certo è che, oltre alle competenze in ambito ristorativo, i giovani detenuti "apprendono anche come ci si deve comportare con i clienti, a lavorare in squadra, nella "brigata di cucina", come ricorda il nome dell'osteria, collaborando con i colleghi e ascoltando gli ordini dello chef, per eseguirli al meglio", dice Paggiarino.
E non è uno chef a caso quello che è stato scelto come insegnante: si tratta di Mirko Gadignani, "che è anche cuoco del Bologna Calcio, elemento che esercita ulteriore appeal sui detenuti coinvolti". Il progetto, che è sostenuto dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e dalla Regione Emilia Romagna, si inserisce nell'ambito di numerose iniziative volte alla rieducazione, al recupero, alla rigenerazione personale dei giovani ospiti del Pratello, che durante la giornata "giocano a calcio, frequentano corsi di teatro e di formazione professionale e la scuola, di ogni ordine e grado, a seconda dell'età e del livello di istruzione precedente", continua il direttore della struttura bolognese.
Le porte del carcere si sono aperte per la prima volta per i commensali nei giorni scorsi. All'inaugurazione era presente l'arcivescovo di Bologna, cardinale Matteo Maria Zuppi, mentre il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha inviato un messaggio augurale ai promotori dell'iniziativa di riscatto sociale a favore dei giovani detenuti. Successivamente, le cene - evento avranno luogo una o due volte al mese, per 40-50 coperti alla volta.
E richiesta un'offerta libera e si accede solo dopo un accurato controllo dei documenti: un'osteria, sì, ma pur sempre dietro le sbarre. E "sbarrini", infatti, si chiamano i biscotti che ogni commensale potrà portarsi a casa come ricordo dell'esperienza, che potrà così essere condivisa con i familiari. Alcune delle materie prime utilizzate verranno direttamente dall'orto "a chilometro O" che è dentro al carcere. I partecipanti percepiranno anche un'indennità per il lavoro svolto.










