Il Centro, 25 novembre 2019
La Corte dei Conti bussa a soldi e chiede a Giulio Petrilli, ex presidente dell'Aret, di pagare 167mila euro (162mila se la cifra verrà pagata entro i termini stabiliti). Una cartella esattoriale dal titolo "Recupero spese dello Stato sentenza Corte dei Conti" è stata recapitata a Petrilli, che ha scritto una nota per raccontare la sua vicenda personale ed esprimere, così, tutto il suo disappunto".
"Io", scrive Petrilli, "chiedo il risarcimento per sei anni di ingiusta detenzione. Acclarata da sentenze definitive. Accusa: banda armata. Poi assolto, tredici carceri speciali in sei anni. Attendevo una risposta in tal senso da parte della presidenza del Consiglio dei ministri, dopo l'ultima delle mie richieste. Speravo e spero.
Ma invece oggi mi viene recapitata una lettera dall'Agenzia delle Entrate nella quale mi si comunica che devo pagare 167.000 euro in quanto da presidente Aret avevo stabilizzato cinque dipendenti e ridotto fortemente l'indennità del direttore da 110.000 mila euro annui a 39.000. Sono senza parole. La Costituzione", conclude amaramente Petrilli, "che stabilisce il diritto al lavoro e l'inviolabilità della libertà personale, nel mio caso sei anni di carcere ingiusto, non vale nulla".
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 25 novembre 2019
Cassazione - Sezione IV penale - Sentenza 28 ottobre 2019 n. 43652. La titolarità di una posizione di garanzia non comporta, in presenza del verificarsi dell'evento, un automatico addebito di responsabilità colposa a carico del garante imponendo il principio di colpevolezza la verifica, in concreto, sia della sussistenza della violazione, da parte del garante, di una regola cautelare (generica o specifica), sia della prevedibilità ed evitabilità dell'evento dannoso che la regola cautelare violata mirava a prevenire (cosiddetta "concretizzazione del rischio"), sia della sussistenza del nesso causale tra la condotta ascrivibile al garante e l'evento dannoso. Lo precisa la Cassazione con la sentenza 28 ottobre 2019 n. 43652.
La responsabilità colposa - In quest'ottica va inoltre sottolineato che la responsabilità colposa non si estende a tutti gli eventi che comunque siano derivati, ma è limitata ai risultati che la norma stessa mira a prevenire. Inoltre il profilo causale della colpa più strettamente aderente al rimprovero personale implica che l'indicato nesso eziologico non si configura quando una condotta appropriata (il cosiddetto "comportamento alternativo lecito") non avrebbe comunque evitato l'evento: infatti, in tema di reati colposi, l'addebito soggettivo dell'evento richiede non solo che l'evento dannoso sia prevedibile, ma altresì che lo stesso sia evitabile dall'agente con l'adozione delle regole cautelari idonee, non potendo invece essere ascritto per colpa un evento che, con una valutazione ex ante, non avrebbe potuto comunque essere evitato.
Il principio applicato dalla Corte - La Corte ha fatto applicazione del principio ormai consolidato in tema di reato colposo, secondo cui l'applicazione del principio di colpevolezza esclude qualsivoglia automatico addebito di responsabilità, a carico di chi pure ricopre la posizione di garanzia, imponendo la verifica in concreto della violazione da parte di tale soggetto della regola cautelare (generica o specifica) e della prevedibilità ed evitabilità dell'evento dannoso che la regola cautelare mirava a prevenire (la cosiddetta "concretizzazione" del rischio). Infatti, l'individualizzazione della responsabilità penale impone di verificare non soltanto se la condotta abbia concorso a determinare l'evento (ciò che si risolve nell'accertamento della sussistenza del "nesso causale") e se la condotta sia stata caratterizzata dalla violazione di una regola cautelare, generica o specifica (ciò che si risolve nell'accertamento dell'elemento soggettivo della "colpa"), ma anche se l'autore della stessa (in ipotesi, il titolare della posizione di garanzia in ordine al rispetto della normativa precauzionale che si ipotizzava produttiva di evento lesivo mortale) potesse "prevedere" ex ante quello "specifico" sviluppo causale e attivarsi per evitarlo.
In quest'ottica ricostruttiva, occorre poi ancora chiedersi se una condotta appropriata (il cosiddetto "comportamento alternativo lecito") avrebbe o no "evitato" l'evento: ciò in quanto si può formalizzare l'addebito solo quando il comportamento diligente avrebbe certamente evitato l'esito antigiuridico o anche solo avrebbe determinato apprezzabili, significative probabilità di scongiurare il danno (tra le tante, sezione IV, 6 novembre 2009, Morelli; nonché sezione IV, 15 novembre 2018, Castellano e altri): infatti, non sarebbe razionale pretendere, fondando poi su di esso un giudizio di rimproverabilità, un comportamento che sarebbe comunque inidoneo a evitare il risultato antigiuridico (cfr. sezioni Unite, 24 aprile 2014, Espenhahn).
In un tale ambito ricostruttivo, in definitiva, la violazione della regola cautelare e la sussistenza del nesso eziologico tra la condotta e l'evento non sono sufficienti per fondare l'affermazione di responsabilità, giacché occorre anche chiedersi, necessariamente, se l'evento derivatone rappresenti o no la "concretizzazione" del rischio che la regola stessa mirava a prevenire e se tale evento fosse evitabile.
di Angela Pederiva
Il Gazzettino, 25 novembre 2019
Da oggi l'Associazione "La Gabbianella" interrompe l'attività svolta per tre lustri a favore dei figli delle detenute. Come il romanzo di Luis Sepúlveda, per vent'anni ha raccontato una storia di amore e di coraggio, dimostrando che si può imparare (e insegnare) a volare al di là dei legami di sangue. Ma oggi La gabbianella lascerà il carcere femminile della Giudecca a Venezia, che insieme a Milano è una delle due città in Italia a ospitare un Istituto a custodia attenuata per madri (Icam) ed è oltretutto l'unico dove i figli delle detenute restano non fino ai 3 bensì ai 6 anni di vita.
L'associazione, impegnata dal 1999 nel settore delle adozioni e dell'affidamento, da tre lustri a questa parte si è occupata anche di quei piccolini, accompagnandoli alla scuola materna e alle visite specialistiche, portandoli a pranzo alla domenica e in spiaggia d'estate: "Ma adesso non ce la sentiamo più di continuare", dice a malincuore la presidente Carla Forcolin.
Gli accordi - All'origine dello scoramento viene indicata una mancanza di programmazione, culminata a fine ottobre in un episodio doloroso per i volontari. "Da ben sette anni spiega la signora Forcolin abbiamo firmato degli accordi importanti, di carattere interistituzionale, che hanno avuto alterne vicende, ma non sono stati mai applicati e questo ha logorato il rapporto, che una volta era davvero buono, con gli operatori.
Il protocollo d'intesa prevedeva molte cose belle, tra cui la costituzione di un gruppo di lavoro formato da cinque soggetti, con noi tra questi, che facessero dei progetti sui bambini, assieme alle loro madri. Ma tutto ciò non si è fatto mai in termini concreti, e lo dimostra, purtroppo, il fatto che, quando uno di questi bimbi ha compiuto i fatidici 6 anni, età in cui si deve lasciare il carcere, è stato posto in affidamento presso una famiglia sconosciuta a lui e alla madre, senza alcuna preparazione. Il bambino è stato portato presso la nuova casa senza nemmeno dare alla madre il tempo di fargli la valigia. Noi non abbiamo potuto accompagnarlo, anche se avremmo potuto mitigare il passaggio da una situazione all'altra".
Perché si è arrivati a tanto? "Per una serie di circostanze complicate risponde la presidente ma anche perché non si è voluto ragionare a sufficienza con la famiglia del bambino circa tutti gli scenari possibili al compimento dei suoi 6 anni. Io volevo tanto ragionare con sua madre, assieme agli assistenti sociali ed educatori, ma non si è voluto e non mi sono mai state date vere spiegazioni in merito a questo divieto".
Ecco dunque il problema: il mancato dialogo con le istituzioni. "Dopo 15 anni siamo diventati degli intrusi confida Forcolin e più abbiamo chiesto l'applicazione degli accordi, più siamo diventati dei rompiscatole invece che dei collaboratori com'era un tempo".
La petizione - In questi due decenni, La gabbianella si è occupata di circa 130 bimbi, di cui 5 in affido dal carcere. "Tutto è cominciato dal mio stesso affidamento di due gemellini che uscivano ricorda la presidente e che ora sono diventati maggiorenni". Ma che sarà ora dei figlioletti delle detenute? "Dovrebbe occuparsene il Comune. Purtroppo temo che nessuno riuscirà a dare cose come la spiaggia per tre giorni interi a settimana ai bambini, senza chiedere un soldo di finanziamento". Ma l'impegno dell'associazione non finirà qui.
"Abbiamo un mucchio di progetti annuncia Forcolin e il primo tra questi è sensibilizzare il Parlamento affinché sia rivista la legge che ha di fatto imprigionato i bambini in modo indiretto fino a 6 anni, invece che fino a 3, togliendo loro tutta la prima infanzia". Sarà così lanciata su Change.org una petizione per chiedere una riforma della norma del 2011 che ha disciplinato gli Icam ma ha anche allungato da 3 a 6 anni l'età di reclusione dei piccini.
Il Sole 24 Ore, 25 novembre 2019
Reati contro la P.A. - Abuso di ufficio - Doppia ingiustizia - Della condotta e del vantaggio patrimoniale conseguito. Il reato di abuso d'ufficio di cui all'art. 323 c.p. ha natura pluri-offensiva, in quanto oltre a ledere l'interesse al buon andamento ed alla trasparenza della Pubblica amministrazione, pregiudica il concorrente interesse del privato a non essere turbato nei propri diritti costituzionalmente garantiti dalla condotta illegittima ed ingiusta posta in essere dal pubblico ufficiale. In tale evenienza il privato danneggiato può proporre opposizione alla richiesta di archiviazione.
• Corte di cassazione, sezione VI, sentenza 8 novembre 2019 n. 45526.
Pubblica amministrazione - Reati contro la P.A. - Abuso d'ufficio - Elementi costitutivi - C.d. doppia e autonoma ingiustizia. Il delitto di abuso d'ufficio è integrato dalla doppia e autonoma ingiustizia, sia della condotta - che deve essere connotata da violazione di norme di legge o di regolamento - che dell'evento di vantaggio patrimoniale conseguito, che deve risultare non spettante in base al diritto oggettivo.
• Corte di cassazione, sezione III, sentenza 30 agosto 2019 n. 36686.
Reati contro la pubblica amministrazione - Abuso d'ufficio - Doppia ingiustizia - Vantaggio patrimoniale. Il reato di abuso d'ufficio è caratterizzato dalla doppia e autonoma ingiustizia, sia della condotta, che deve essere connotata da violazione di norme di legge o di regolamento, che dell'evento, che deve essere costituito da un vantaggio patrimoniale non spettante in base al diritto oggettivo, con la conseguente necessità di una duplice distinta valutazione in proposito, non potendosi fare discendere l'ingiustizia del vantaggio dalla illegittimità del mezzo utilizzato e, quindi, dall'accertata illegittimità della condotta.
• Corte di cassazione, sezione VI, sentenza 30 maggio 2019 n. 24186.
Reati contro la pubblica amministrazione - Delitti - Dei pubblici ufficiali - In genere - Abuso d'ufficio - Violazione di legge - Sviamento di potere - Configurabilità - Fattispecie. In tema di abuso d'ufficio, la violazione di legge cui fa riferimento l'art. 323 cod. pen. riguarda non solo la condotta del pubblico ufficiale in contrasto con le norme che regolano l'esercizio del potere, ma anche quelle che siano dirette alla realizzazione di un interesse collidente con quello per quale il potere è conferito, ponendo in essere un vero e proprio sviamento della funzione. (Fattispecie in cui il sindaco di un Comune aveva disposto la revoca dell'incarico dirigenziale ricoperto da un dipendente candidatosi in una lista contrapposta, apparentemente giustificato tale scelta con esigenze di contenimento della spesa senza che, tuttavia, fosse stata previamente deliberata una diversa organizzazione degli uffici).
• Corte di cassazione, sezione VI, sentenza 4 maggio 2018 n. 19519.
Indagini preliminari - Chiusura delle indagini - Archiviazione - Richiesta del pubblico ministero - Opposizione della persona offesa - Abuso di ufficio finalizzato ad arrecare ad altri un danno ingiusto - Reato pluri-offensivo - Configurabilità - Privato danneggiato - Qualità di persona offesa dal reato - Sussistenza - Opposizione alla richiesta di archiviazione - Ammissibilità - Fondamento. Il reato di abuso di ufficio finalizzato ad arrecare ad altri un danno ingiusto ha natura pluri-offensiva, in quanto è idoneo a ledere, oltre all'interesse pubblico al buon andamento e alla trasparenza della P.A., il concorrente interesse del privato a non essere turbato nei suoi diritti dal comportamento illegittimo e ingiusto del pubblico ufficiale. Ne consegue che il privato danneggiato riveste la qualità di persona offesa dal reato ed è legittimato a proporre opposizione avverso la richiesta di archiviazione del P.M.
• Corte di cassazione, sezione VI, sentenza 11 febbraio 2016 n. 5746.
catanianews.it, 25 novembre 2019
L'evento è stato organizzato dall'Associazione Culturale La Poltrona Rossa che dal 2013 collabora con i due istituti detentivi. Sabato 23 novembre, a Catania, al Museo Emilio Greco e Belliniano, è stata inaugurata la mostra "Artificium", un'esposizione collettiva delle opere d'arte prodotte dalle detenute e dai detenuti degli Istituti Penali per Minorenni Bicocca di Catania e Pontremoli (Ms).
L'evento è stato organizzato dall'Associazione Culturale La Poltrona Rossa che dal 2013 collabora con i due istituti detentivi attraverso laboratori creativi, artistici e artigianali per i/le detenute. Questo è reso possibile grazie ai Fondi Otto Per Mille della Tavola Valdese, il Ministero della Giustizia - Dipartimento per La Giustizia Minorile e di Comunità e i Centri per la Giustizia Minorile di Palermo e Torino.
Tra le tematiche affrontate dagli artisti ristretti, quella che è emersa con maggior enfasi è la condizione della donna, la sua debolezza, il suo coraggio e il suo riscatto. Non è un caso, infatti, che l'evento sia stato programmato proprio durante la settimana in cui si celebra la giornata internazionale contro la violenza sulle donne.
Al taglio del nastro e sul tavolo degli interventi erano presenti: l'assessore alla Cultura del Comune di Catania Barbara Mirabella, che ha reso possibile questo evento offrendo le sale dei due musei civici di Catania; Alessandra Reitano del Museo Civico Emilio Greco e Belliniano; il Direttore dell'Istituto Penale per Minorenni Bicocca di Catania Maria Randazzo; il Pastore Francesco Sciotto della Chiesa Valdese e per dell'Associazione La Poltrona Rossa la sua presidente Ivana Parisi, che ha portato anche i saluti del Direttore dell'Istituto Penale per Minorenni di Pontremoli Mario Abrate, e Vanila Privitera, operatrice. All'apertura dell'evento hanno inoltre partecipato il Commissario Marzia Calcaterra, dell'Istituto Penale per Minorenni Bicocca di Catania, il Dirigente Penitenziario Letizia Bellelli e il Magistrato di Sorveglianza Emma Seminara.
Infine, la cerimonia inaugurale, patrocinata dal Comune di Catania, è stata arricchita dalla presenza dello scrittore e storico dell'arte Davide Sciuto, il quale ha svolto una coinvolgente lezione di storia dell'arte con la proiezione delle opere prodotte dalle ragazze e i ragazzi dell'istituto. Anche quest'anno gli operatori de La Poltrona Rossa svilupperanno nuovi laboratori creativi per i ristretti della Sicilia e della toscana con i progetti approvati dall'Ufficio Otto per Mille della Tavola Valdese. Le attività riprenderanno, dunque, sul tema della "violenza sulle donne" e in particolare a Catania, i ragazzi detenuti, produrranno disegni e pensieri che verranno esposti al Museo Emilio Greco e Belliniano da martedì 26 novembre.
La Mostra propone, inoltre, la collezione "Galea", omaggio ai grandi artisti della storia dell'arte come Monet, Van Gogh, Degas, Mondrian, Rotcho, Lichtenstain e altri e sarà fruibile fino al 1 dicembre presso il Museo Civico Emilio Greco Belliniano in Piazza S. Francesco d'Assisi n. 3 - Catania. Ingresso gratuito.
di Desio Cristalli
lagazzettadisansevero.it, 25 novembre 2019
Da tempo si rincorrono voci maligne sulla nostra Casa circondariale. Sostengono che questa nostra Istituzione possa essere chiusa per chissà quale assurda logica, atteso che il carcere di Porta Torremaggiore svolge una importante funzione nel piano strategico degli istituti di pena di Capitanata.
E' infatti anche una valvola di sfogo importante visto il sovraffollamento spropositato della Casa Circondariale di Foggia ma anche dell'altro vicino carcere di Lucera, spesso storicamente affiancato a San Severo quanto alla Direzione.
Alcuni decenni or sono - erano i tempi della felice Direzione del dr. Umberto Solimene - San Severo fu privata quasi senza preavviso di questa importante struttura penitenziaria. Chi firma questo Editoriale seguì all'epoca molto da vicino quella (triste) faccenda in qualità di corrispondente dalla Capitanata del quotidiano Il Tempo di Roma.
Il Direttore Solimene, colonna portante di quella importante battaglia, chiese ed ottenne senza riserve tutto l'appoggio possibile della Stampa nazionale, interregionale e locale per la crociata che portò poi alla riapertura della nostra Casa Circondariale.
La crociata vide in prima fila, all'epoca, a livello locale e nazionale, non solo Il Tempo, che oltre al sottoscritto contava allora come corrispondente anche l'avv. Dante Azzarone, ma anche La Gazzetta del Mezzogiorno, Rappresentata all'epoca a livello locale dai compianti Colleghi corrispondenti Giuseppantonio Tardio ed Elio Bisceglie.
Fu una vittoria passata alla storia di questa Città anche per la spinta esercitata su Roma dalle Amministrazioni comunali e dalle segreterie locali di alcuni partiti governativi. Ora quella triste pagina non deve tornare d'attualità perché questa volta sarebbe forse impossibile ottenere una riapertura del carcere sanseverese per un modo ormai molto diverso (in senso negativo) di vedere e gestire le cose carcerarie.
Tutto questo discorso punta ad ottenere da subito un occhio attento del nostro Comune, dei Parlamentari e di tutta la Stampa di questa terra ma anche di tutti i Sindacati di categoria per il grave pericolo che corrono tanti posti di lavoro.
Non ci facciamo trovati spiazzati da decisioni improvvise, preveniamole con tutta l'attenzione sociale possibile al fine di non piangere dopo, come sul dirsi, sul latte versato. Naturalmente, nella scia di questo impegno, va inclusa anche l'attenzione meticolosa di quanti operano nel carcere cittadino e che potrebbero anticiparci certe voci prima di chiunque altro, attraverso i loro sindacalisti nazionali. Nel caso maledetto, noi ci saremo sulla barricata ancora una volta e sempre in difesa di tutto il patrimonio pubblico di questa terra. E ricordiamoci che alle fregature che ci riguardano se non ci pensiamo noi non ci pensa nessuno.
di Federico Ferraro*
calabria7.it, 25 novembre 2019
Ancora nessun riscontro positivo dalle realtà imprenditoriali locali: un'occasione persa". All'inizio del mese di luglio è stato promosso dall'Ufficio del Garante comunale di Crotone dei diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale, in sinergia con la Direzione del Carcere, un tavolo istituzionale volto al reinserimento sociale e lavorativo per i detenuti.
L'obiettivo, è stato quello di consentire un effettivo impiego in attività lavorativa delle persone recluse, sulla base della disponibilità da parte della Direzione della Casa circondariale di Crotone a concedere, in comodato d'uso gratuito, le serre ed i laboratori a quella realtà imprenditoriale o cooperativa sociale, disposta ad assumere anche a tempo determinato, alcune unità di detenuti. La legge Smuraglia ha previsto in proposito anche degli incentivi di carattere fiscale a beneficio dell'impresa che assume.
Obiettivo posto all'inizio della "missione" è stato quella di coinvolgere le imprenditorialità del territorio affinché possano favorire il reinserimento nel contesto sociale dei detenuti attualmente presso la Casa circondariale di Crotone. Il tutto volto ad evitare che chi ha sbagliato nei confronti della giustizia, torni a delinquere a motivo della mancanza di lavoro e di sostentamento economico.
Presso la struttura circondariale esistono già laboratori per la lavorazione del ferro e di falegnameria dove i detenuti possono specializzarsi e negli scorsi mesi sono stati fatti anche laboratori di legatoria e di vetreria e molti detenuti sono impegnati anche nella cura del verde e stanno realizzando un campo sportivo a testimonianza della funzione rieducativa della Casa circondariale.
Il reinserimento lavorativo dei detenuti rappresenta non solo una giusta causa sociale da sostenere ma anche una opportunità per le stesse imprese. Il tentativo mira a realizzare un progetto di ampio respiro che possa risultare utile sia per il reinserimento dei detenuti nel contesto sociale sia per la collettività.
Purtroppo, a distanza di diversi mesi, nonostante un interessamento iniziale di alcuni rappresentanti di categoria, legati all'imprenditoria locale, ad oggi non è stata presentata alcuna proposta concreta o quantomeno una comunicazione di disponibilità utile a predisporre una forma di collaborazione con la Casa circondariale di Crotone. Certamente la complessa situazione economica che caratterizza il periodo storico di riferimento e le difficili situazioni occupazionali che affliggono anche i non detenuti hanno inciso e incidono quotidianamente sulla riuscita di tali progetti, sebbene animati dai migliori intenti.
Tuttavia, la mancanza oggi di un riscontro positivo impedisce a tutt'oggi di utilizzare al meglio quegli spazi della casa circondariale che potrebbero essere utilmente impiegati in attività produttive e portatrici di utilità sociale ed economica, e di mettere a sistema quella forza lavoro (dei detenuti) inespressa, prevenendo concreti pericoli di un loro ritorno ad attività illecite, specie a motivo della mancanza occupazionale. Con rammarico devo constatare che, per mancanze di proposte imprenditoriali, non è stato possibile attivare efficacemente il progetto previsto dal tavolo istituzionale e dunque si è persa un' importante opportunità di crescita sociale e di impiego di risorse produttive.
Preciso che l'invito a tutte le realtà legate al mondo della produzione delle imprenditorialità è sempre valido. Pertanto torno a formulare un forte appello a considerare la realtà della Casa circondariale di Crotone e chi vi risiede come un possibile e valido interlocutore per progettualità di lavoro e valorizzazione delle abilità tecniche - manuali.
*Garante comunale dei diritti dei detenuti
di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 25 novembre 2019
Un progetto coinvolge 40 donne ristrette nel carcere. Centosettanta pettorine, i tradizionali "bavaglini", altrimenti dette "pazienza" confezionate in carcere e indossate sulle toghe da magistrati e avvocati reggini durante le udienze.
A farle, al prezzo di vendita di 25 euro l'una, un gruppo di detenute del regime di media e alta sicurezza del carcere San Pietro di Reggio Calabria. Le prime 70 sono state consegnate a giugno scorso ai magistrati che ne hanno finanziato la prima raccolta fondi servita ad acquistare le prime macchine da cucire e le successive cento sono arrivate ora, a novembre, per gli avvocati che con il locale Consiglio dell'Ordine, si sono uniti all'iniziativa. Il progetto nato un anno fa, ha coinvolto circa 40 donne detenute del carcere San Pietro su di un totale di 180 detenute.
Lo racconta l'avvocato Agostino Siviglia, Garante regionale dei diritti dei detenuti della Regione Calabria che con la corrente di magistratura Area democratica della Giustizia e la comunità gesuita CVX, ha partecipato alla raccolta fondi per comprare macchine da cucire e materiale necessario a confezionare la pettorine per gli operatori giudiziari, tutte uguali. "L'iniziativa", racconta Siviglia, "nasce dal progetto "Le voci di dentro, conversazioni in carcere su giustizia e legalità" avviato l'anno scorso tra dicembre 2018 e maggio 2019, siamo andati in carcere sulla scia del viaggio che la Consulta ha fatto nelle carceri italiane incontrando i detenuti per parlare di Costituzione.
Noi l'abbiamo fatto qui a Reggio, nei due istituti penitenziari San Pietro e Arghillà, incontrando le detenute che ci hanno rappresentato problemi ed esigenze di vita carceraria, a cominciare da quelle lavorative. Ed ecco spiegato il perché della raccolta fondi". Ora l'auspicio è quello di "implementare il progetto attraverso altre attività per riuscire a strutturare un collegamento all'esterno quale potrebbe essere una cooperativa sociale per iniziare una nuova vita lavorativa dentro e un domani, anche fuori dal carcere".
di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 25 novembre 2019
Ci commuoviamo per le immagini spettacolari delle proteste a Hong Kong, ma ci giriamo dall'altra parte quando apprendiamo che circa un milione e mezzo di esseri umani appartenenti alla popolazione musulmana degli uiguri è stato deportato nei campi di concentramento detti di "rieducazione".
Ricordare e denunciare le violazioni sistematiche dei diritti umani nel mondo oramai sembra diventato un esercizio patetico, un'invocazione velleitaria destinata allo scacco. La difesa dei diritti fondamentali è sparita dall'agenda dei governi, in primis di quegli europei che pure ipocritamente agitano la bandiera dei valori non negoziabili, delle istituzioni internazionali (come il dispendioso ed inutile ente denominato Nazioni Unite), dai sentimenti dell'opinione pubblica ed è rimasta appannaggio di pochi resistenti, a cominciare da Amnesty International e Human Rights Watch. Dei curdi eroici nella battaglia contro l'Isis e ora abbandonati nelle grinfie di Erdogan ci siamo già dimenticati. Oblio totale sulle centinaia di migliaia di civili siriani sterminati da Assad.
Indifferenza assoluta sul massacro mostruoso di circa cento morti assassinati dai cecchini del regime iraniano durante le manifestazioni che stanno scuotendo Teheran e silenzio generale sulle ragazze che in Iran hanno avuto il coraggio di strapparsi di dosso il velo obbligatorio e gettate in chissà quale antro delle torture. Nessuna richiesta all'Arabia Saudita sul corpo del giornalista Jamal Khashoggi fatto letteralmente a pezzi, con ferocia mafiosa, nel consolato saudita in Turchia. Ci commuoviamo per le immagini spettacolari delle proteste a Hong Kong, ma ci giriamo dall'altra parte quando apprendiamo che circa un milione e mezzo di esseri umani appartenenti alla popolazione musulmana degli uiguri è stato deportato nei campi di concentramento detti di "rieducazione".
E che ne è dell'attenzione pubblica per le proteste contro la dittatura di Maduro in Venezuela? Prima titoloni, proclami, risoluzioni. E poi? Svanita, cancellata persino dai notiziari, azzerata. Nessuna istituzione sportiva ufficiale che dica una sola parola sulla discriminazione delle donne negli stadi del Qatar, solo la tv spagnola e quella tedesca hanno promesso che non vorranno trasmettere le partite dei Mondiali del 2022 giocate negli stadi in cui è vietato l'ingresso libero delle donne: silenzio in Italia, ovviamente. E parliamo delle torture nei campi in Libia solo in rapporto alle ondate migratorie e al pericolo che ce ne può venire, senza scandalizzarci per la cosa in sé, che richiederebbe un intervento immediato dell'Europa. Neanche per sogno. Meglio dimenticare.
di Filippo Santelli
La Repubblica, 25 novembre 2019
Lam: "Ascolteremo con umiltà i cittadini". Una valanga gialla, il colore del campo pro democrazia. Un messaggio a Carrie Lam e a chi l'ha scelta, cioè il Partito comunista lassù a Pechino: i cittadini di Hong Kong vogliono risposte alle cinque domande che da mesi gridano per strada. Vogliono scegliere chi li governa.
Lo hanno ribadito ieri con il voto, l'unico pienamente democratico che è loro concesso. Il governo di Hong Kong ascolterà "certamente con umiltà le opinioni dei cittadini e rifletterà su di loro con serietà". È l'impegno della governatrice Carrie Lam affidato a una nota, il primo commento dopo la pesantissima sconfitta del fronte pro-establishment. Il governo, ha assicura Lam, "rispetterà il risultato del voto".
Ma Pechino ribadisce: "Hong Kong è parte integrante della Cina, a prescindere dal risultato elettorale". Lo ha detto il ministro degli Esteri cinese Wang Yi. "Qualsiasi tentativo di danneggiare il livello di prosperità e stabilità della città - ha aggiunto - non avrà successo".
Le elezioni distrettuali, nei quartieri, solitamente affare di verde pubblico e centri per anziani, si sono trasformate in un referendum sulla protesta di Hong Kong. Il trionfo dei gialli e il tonfo dei blu, il campo governativo e filo cinese, vanno oltre ogni attesa: dei 452 seggi in palio nei 18 quartieri, 388 sono andati a esponenti democratici, che raccolgono nel complesso il 57% dei voti.
Un completo rovesciamento rispetto al precedente rapporto di forza, ma soprattutto il segno dell'avversione per il modo in cui Lam ha gestito il caos di questi mesi. Ignorando le richieste dei cittadini e lasciando solo la polizia a rispondere. Nonostante le violenze dei manifestanti più aggressivi, quelli con archi e molotov, non piacciano a tutti, la maggioranza silenziosa di Hong Kong ritiene che la responsabilità sia del governo e di Pechino.
È stato un voto storico anche per il livello di partecipazione. Fin dal mattino davanti ai seggi si sono formate lunghe file ordinate. In certi quartieri i cittadini hanno aspettato anche due ore per votare. Alla fine il conto complessivo dell'affluenza supera il 70% (dei registrati), quasi tre milioni di persone, il più alto di qualsiasi elezione mai tenuta nell'ex colonia britannica (perfino superiore a quella per il Parlamento, che nonostante sia in parte bloccata a tutela del controllo di Pechino è ben più importante).
Il campo democratico, e gli Stati Uniti che in queste settimane hanno supportato la protesta, esultano per la vittoria. Mentre sull'altro fronte, in attesa del commento ufficiale di Carrie Lam e di Pechino, i giornali di regime comunisti, che alla vigilia delle elezioni avevano invitato a votare "per fermare la violenza" (dei manifestanti), ora puntano il dito contro le interferenze straniere. Ma sono state delle elezioni "pulite", conferma un gruppo di osservatori arrivato in città. Ai seggi la polizia in tenuta antisommossa è rimasta defilata, nessun disordine. E i presunti brogli del campo pro governo (come gli anziani portati con i bus a votare) non si sono visti, o comunque non sembrano aver condizionato il risultato.
Eppure, al di là dei guadagni della Borsa di Hong Kong (vicini al 2%), l'effetto di questo voto è tutt'altro che scontato. La pressione su Carrie Lam da parte del suo campo aumenterà, il prossimo anno si tengono le elezioni per il consiglio legislativo, e un'altra sconfitta del genere sarebbe pesantissima. Le chiederanno di farsi da parte, o almeno di far tesoro della batosta e negoziare.
La Chief executive però ha già mostrato di non avere alcuna autonomia da Pechino, né quella di andarsene né quella di trattare sulle richieste del movimento. In una escalation continua di violenze (prima della "tregua" elettorale vista negli ultimi giorni), il governo cinese ha definito i giovani in nero terroristi e la polizia locale usato un pugno sempre più duro.
Lam ha di fatto ignorato enormi marce pacifiche, poi condannato la guerriglia, e così tra gli elettori democratici pochi si aspettano che ascolti la voce delle urne. Anche perché la piena democrazia è proprio ciò che la protesta chiede, e che Pechino non è disposta a concedere.
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