di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 14 ottobre 2019
Nei giorni scorsi a Ginevra oltre 85 attori fra governi, società civile e organizzazioni internazionali e regionali hanno assunto centinaia di nuovi impegni per porre fine all'apolidia, causa primaria di privazione di diritti umani per milioni di persone nel mondo. Oltre 300 dichiarazioni di impegni sono state presentate nel corso di una riunione organizzata dall'Unhcr, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati.
La riunione, conosciuta come Segmento di alto livello sull'apolidia (High-Level Segment on Statelessness), rientrava nella serie di incontri annuali tenuti dal Comitato Esecutivo dell'Unhcr. Quest'elevato numero di assunzioni di impegni è senza precedenti per una singola occasione. Fra questi, oltre 220 sono stati presi da più di 55 Stati con la promessa di aderire o ratificare le convenzioni delle Nazioni Unite sull'apolidia, facilitare la naturalizzazione delle persone apolidi, prevenire l'apolidia ponendo fine alla discriminazione di genere in seno alle leggi in materia di cittadinanza, assicurare la registrazione universale delle nascite, garantire protezione agli apolidi e migliorare o intraprendere la raccolta di dati inerenti alle popolazioni apolidi.
Altri Paesi impegnati a riformare le leggi in materia di cittadinanza che impediscono alle donne di far ereditare la propria nazionalità ai propri figli. Questa settimana l'Unhcr ha accolto con favore l'emendamento della Repubblica Islamica dell'Iran a una legge sulla cittadinanza che permette ai figli di donne iraniane e padri non iraniani di usufruire di una procedura per l'acquisizione della nazionalità iraniana. Fra le altre dichiarazioni di impegni, oltre 35 erano relative all'incremento degli sforzi per assicurare la registrazione universale delle nascite, oltre 30 hanno riguardato l'istituzione di procedure per l'identificazione delle persone apolidi al fine di garantire loro protezione e facilitarne la naturalizzazione, e oltre 15 hanno rappresentavano la volontà degli Stati di introdurre tutele giuridiche in seno alle proprie legislazioni sulla cittadinanza per prevenire i casi di apolidia nell'infanzia.
"Stiamo costituendo una massa critica nello sforzo globale di porre fine all'apolidia. Questa settimana ha mostrato l'esistenza di un livello di volontà e impegno politico senza precedenti volti a risolvere questa questione e, in primo luogo, a prevenire che essa si manifesti - ha dichiarato Filippo Grandi, alto commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati.
È fondamentale che tali assunzioni di impegni ora si trasformino in azioni. Aumenteremo gli sforzi per aiutare gli Stati a conseguire l'obiettivo di sradicare l'apolidia in modo definitivo - un obiettivo che è alla nostra portata, finché tale slancio continuerà". L'Unhcr ha indetto il Segmento di alto livello sull'apolidia una volta giunti a metà percorso della campagna decennale #IBelong, lanciata nel 2014 per porre fine all'apolidia entro il 2024.
Vi sono almeno 3,9 milioni di apolidi noti nel mondo, ma si stima che il numero reale su scala mondiale sia significativamente più elevato, non per ultimo poiché le statistiche sull'apolidia sono disponibili solo per un terzo degli Stati a livello globale. Al fine di identificare e assistere con più efficacia le persone apolidi, più di 25 Stati si sono impegnati ad adottare misure volte a migliorare la raccolta di dati inerenti all'apolidia, in alcuni Paesi anche tramite lo svolgimento di censimenti nazionali. L'apolidia segna le vite di milioni di persone in tutto il mondo, privandole dei diritti legali o dei servizi essenziali ed emarginandole sia sul piano politico sia su quello economico, portandole a subire discriminazioni e a essere particolarmente vulnerabili a sfruttamento e abusi.
di Laura Grasso
Ristretti Orizzonti, 14 ottobre 2019
Grazie alla volontà della Direzione della Casa circondariale Bicocca di Catania, col patrocinio del Dap Direzione Generale Detenuti e Trattamento e della Onlus Libertarea di Torino dal 30 settembre è stata realizzata la Terza edizione del progetto "Scritture dal Silenzio" che si è conclusa il 4 ottobre.
Il progetto da me ideato è finalizzato all'insegnamento della Scrittura Trasduzionale. Trattasi di un metodo di scrittura - frutto di una ricerca che conduco dal 1997 - che permette a chiunque - indipendentemente dal grado di istruzione - di attingere nel profondo della propria interiorità e di rivelarne i sorprendenti contenuti, diversamente inaccessibili.
Dal 2015, in qualità di volontaria, avevo già realizzato questo progetto oltre che all'Istituto Bicocca, presso gli Istituti penitenziari di Porto Azzurro all'Isola d'Elba, di Cagliari Uta, di Regina Coeli e di Rebibbia a Roma.
L'esperienza ha dimostrato che tale metodo, oltre ad aprire nuovi spazi espressivi e di auto-conoscenza, senza pretenderlo né dichiararlo, di fatto sembra proporre ai partecipanti un vero e proprio percorso di "ricostruzione" interiore. Una scintilla di rinascente fiducia in sé stessi è l'effetto portante di questi seminari.
E' tale scintilla, l'inaspettata propulsione rigeneratrice e risanatrice che induce un processo virtuoso capace di creare interessanti prospettive di riabilitazione. Attraverso il metodo vengono forniti gli strumenti operativi ed i contenuti per poter continuare il percorso in autonomia, anche una volta concluso l'incontro; in questa ottica si tratta di una proposta a lungo termine.
Nei giorni 7-8 ottobre il progetto "Scritture dal Silenzio" è stato realizzato per la prima volta ad Agrigento, presso l'Istituto Petrusa e nei giorni 9-10-11 ottobre, presso l'istituto Ucciardone di Palermo.
di Gabriella Colarusso
La Repubblica, 14 ottobre 2019
Batte con oltre il 75% dei voti il rivale Nabil Karoui. "Ringrazio i giovani che hanno aperto una nuova pagina". Kais Saied, il professore di diritto costituzionale che fino a un anno fa era sconosciuto anche ai più accorti analisti politici tunisini, è il nuovo presidente della Tunisia.
"Ringrazio i giovani che hanno aperto una nuova pagina" nella storia del Paese, ha detto ieri subito dopo l'elezione. Sessantuno anni, in pensione da poco, è stato eletto al secondo turno delle presidenziali con un'ampia maggioranza, oltre il 76,9% dei voti, battendo Nabil Karoui, un uomo d'affari molto potente in Tunisia, considerato una specie di Berlusconi tunisino per via dei suoi interessi nel settore dei media (è proprietario della principale televisione privata del Paese, Nessma tv). Karoui ha passato gran parte della campagna elettorale in carcere: era stato arrestato a fine agosto con l'accusa di riciclaggio, frode finanziaria e corruzione.
Entrambi erano considerati candidati anti-establishment, populisti. Il neo presidente, Saied, ha condotto una campagna elettorale molto sobria - i media l'hanno soprannominato Robocop per il suo modo di parlare un po' rigido, sempre in perfetto arabo classico - con pochi soldi e nessun partito politico tradizionale alle spalle, anche se ha poi avuto il sostegno di Ennhada (Movimento per la rinascita), il movimento islamico moderato che ha conquistato la maggioranza dei seggi alle recenti elezioni parlamentari, e di una parte della sinistra tunisina.
"Cercheremo di costruire una nuova Tunisia", ha detto, stoico, di fronte alla sua famiglia e alla stampa dopo la proclamazione dei risultati. "Conosco l'entità della responsabilità".
La sua campagna contro la corruzione e contro il sistema politico tunisino ha conquistato il consenso di molti nel Paese, soprattutto nelle periferie e nell'entroterra tunisino, più colpito dalla crisi economica, ma ha anche spaventato laici e minoranze per le posizioni ultra conservatrici di Saied sul piano sociale, vicine all'islamismo più radicale. Il neo presidente si è detto favorevole alla pena di morte, contrario ai diritti delle persone omosessuali e alla pari eredità per uomini e donne.
Durante i suoi discorsi pubblici, ha espresso spesso molto scetticismo nei confronti della democrazia parlamentare e vorrebbe riformare le istituzioni tunisine introducendo elementi di democrazia diretta e decentralizzando il più possibile i poteri dello Stato. Iperfederalista in patria, e sostenitore del panarabismo in politica estera. "Il potere deve appartenere direttamente alle persone", ha detto. Ma con il Parlamento e i suoi rappresentanti Saied dovrà fare i conti, considerato che la Costituzione tunisina che anche lui ha contribuito a scrivere affida al presidente poteri limitati.
di Marco Travaglio
Il Fatto Quotidiano, 13 ottobre 2019
La nostra copertina dell'altro ieri, sulla bozza del ministro della Giustizia per le manette agli evasori, non è piaciuta a Gad Lerner che è personcina sensibile e l'ha riprodotta su Twitter con un commento affranto: "Manette sbattute così in prima pagina, non c'è buona causa che giustifichi questa perversione. Con tutto quel che succede nel mondo... e ora datemi pure dell'amico degli evasori".
Sotto, com'era prevedibile, una raffica di leggiadre contumelie al sottoscritto e al Fatto Quotidiano (i famosi "hater" e "odiatori" che, quando odiano dalla parte giusta, diventano boccioli di rosa). Insulto per insulto, potremmo rispondere che è quantomeno inelegante, per un giornalista di un gruppo edito da due famiglie fiscalmente a dir poco discutibili, dare del pervertito a chi chiede che gli evasori vadano in galera, come in tutto il mondo civile.
Ma non ci abbassiamo a tanto, anche perché non pensiamo che sia la sua frequentazione con editori-evasori a suscitare in Lerner cotanta repulsione per le manette a chi le merita. Non è un fatto personale, ma culturale. Che nasce nei due filoni del pensiero purtroppo dominante, molto diversi fra loro, ma accomunati dall'allergia al senso dello Stato e allo Stato di diritto, cioè per il principio di responsabilità: chi sbaglia paga e chi delinque viene punito.
Il primo è quello da cui proviene Gad: quello dei gruppettari di ultrasinistra anni 60 e 70, così abituati a fuggire dalle forze dell'ordine e dai magistrati da non riuscire a liberarsene nemmeno dopo 40-50 anni. L'altro è l'impunitarismo dei ricchi e dei potenti, abituati a una giustizia di classe forte coi deboli e debole coi forti, ai quali Gad è estraneo, ma che nel suo mondo hanno pescato a piene mani per sostenere sui rispettivi giornali le loro battaglie contro la legge uguale per tutti.
Queste due culture, che partono dagli antipodi ma si uniscono nella comune avversione alla legalità, si sono saldate negli anni del berlusconismo, quando molti ex-extraparlamentari di sinistra (che già flirtavano con Craxi per la sua guerra ai giudici) si ritrovarono al servizio di B..
Oppure, anche se stavano sulla sponda opposta (come Gad), invocavano continue amnistie e indulti, intimando alla sinistra di guardarsi dalla "via giudiziaria": pareva brutto che un amico dei mafiosi, un frodatore e un corruttore di giudici, finanzieri, senatori, testimoni e minorenni finisse a processo e poi in galera.
Ora, confidando nella smemoratezza sulle stragi politico-mafiose e sulle retrostanti trattative, insigni esponenti di quelle due culture applaudono insieme le sentenze di Cedu e Grande Chambre contro l'ergastolo "ostativo".
Quelle che regalano agli stragisti insperate aspettative di resurrezione. Naturalmente ciascuno è liberissimo di pensarla come gli pare. Ma è davvero paradossale che chi difende la legalità e lo Stato di diritto sia chiamato continuamente a giustificarsi dai sedicenti "garantisti" per il sol fatto di chiedere l'applicazione della legge. I "pervertiti", caro Gad, non siamo noi: siete voi. Le manette sono uno strumento previsto dalle norme per assicurare alla giustizia i criminali: quelli di strada e quelli in guanti gialli e colletto bianco.
Ti dirò di più: negli Stati Uniti, e non solo là, gli evasori e i frodatori fiscali, come i corrotti, i corruttori, i bancarottieri e i falsificatori di bilanci, vengono condannati a pene detentive molto pesanti, che regolarmente scontano nei penitenziari di Stato accanto ad assassini, stupratori, terroristi e trafficanti di droga, non solo con le manette ai polsi, ma anche con le catene ai piedi.
Per evitare che scappino o che commettano altri reati (le manette salvano anche vite umane, come ha appena dimostrato la strage alla Questura di Trieste: i due agenti assassinati, se avessero ammanettato il ladro appena fermato, sarebbero ancora vivi). Ma anche perché servano di lezione a chi sta fuori, affinché gli passi la tentazione di delinquere.
Perciò, non di rado, arrestati e detenuti - poveracci e white collar - vengono esibiti in manette e in catene: perché le pene, quando sono certe e vere, non finte come da noi, hanno una funzione deterrente prim'ancora che rieducativa. E quella rieducativa dipende anch'essa dalla certezza della pena: se uno sa di poter delinquere facendola franca, non si rieduca mai. Anzi si diseduca vieppiù.
Quindi no, non penso affatto che Lerner abbia orrore per le manette perché sia un evasore o un amico degli evasori. Penso che Gad e quelli come lui non abbiano senso dello Stato e non abbiano ancora introiettato il principio di responsabilità che regge lo Stato di diritto, cioè l'unica forma di convivenza civile che trattiene i cittadini dal farsi giustizia da soli come nel Far West. Non vorrei beccarmi altri tweet e insulti.
Ma confesso che mi prudono le mani quando ogni anno pago fino all'ultimo euro di tasse e poi penso che, grazie al centrosinistra e al centrodestra, milioni di evasori vivono alle mie spalle senza mai rischiare la galera. E neppure un'indagine, se hanno cura di non superare le soglie di impunità gentilmente offerte nel 2015 da Renzi & C.: 250 mila euro di omesso versamento Iva; 1,5 milioni non dichiarati di frode fiscale; 150 mila euro di dichiarazione infedele; 10% di false valutazioni; 50 mila euro di omessa dichiarazione.
Ecco, io questi ladri vorrei vederli in manette (e magari pure in catene), come accadrebbe se queste somme, anziché all'erario, le rubassero in un portafogli, in una borsetta, in un'abitazione, in una banca, in un negozio. Solo le manette possono spaventare gli evasori fino a indurli a rinunciare ai loro enormi guadagni per versare il dovuto allo Stato. Quindi continuerò a pubblicare manette in prima pagina finché non troverò un governo che tratta tutti i ladri allo stesso modo. O lascia rubare tutti, o non lascia rubare nessuno.
di Gabriella Imperatori
Corriere di Verona, 13 ottobre 2019
Dalla conferma da parte della Corte Europea per i Diritti Umani della condanna all'Italia per il persistere dell'ergastolo ostativo, il dibattito si è fatto più polemico e incandescente. L'ergastolo è di per sé una condanna che alcuni paragonano a una prolungata pena di morte, ma quello ostativo (che "osta", cioè si oppone a qualsiasi modifica) è molto degradante, perché vìola la dignità della persona, sia pur rea de terribili delitti come quelli di mafia e terrorismo, e potrebbe essere considerato incostituzionale (su questo si esprimerà la Consulta), perché il carcere ha lo scopo di una possibile redenzione del colpevole e non solo quello afflittivo.
di Gabriele Massaro
lavocediasti.it, 13 ottobre 2019
L'esponente politico ha commentato positivamente il pronunciamento della Corte Europea per i diritti umani, che ha invitato l'Italia a modificare la norma sull'ergastolo ostativo.
A margine della presentazione del corso di gestione dei conflitti tra agenti di Polizia Penitenziaria e detenuti, presentato ieri mattina ad Asti, abbiamo chiesto all'On. Bruno Mellano, Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, un commento in merito al recente pronunciamento con il quale la Grande camera della Corte europea per i diritti umani (Cedu), con sede a Strasburgo, ha invitato l'Italia a rivedere la sua legge che regolamenta il cosiddetto ergastolo ostativo. Pena inflitta principalmente a persone macchiatesi di reati di tipo mafioso.
di Carmelo Sardo
buttanissima.it, 13 ottobre 2019
Come fa a recuperarsi e a essere restituito alla società un detenuto che dovrà stare in galera fino a quando non sarà morto? La politica non tiene conto che perfino il peggiore dei criminali possa ravvedersi. Ci sono argomenti sui quali, senza una approfondita conoscenza, a pronunciarsi si rischia di annaspare nella più disarmante ignoranza e si finisce per dare in pasto, a chi è facile all'abbindolamento, teorie populistiche e facili retoriche fasulle, ingozzando chi all'intelletto che latita rimedia con ragionamenti di pancia. Prendiamo la notizia di questi giorni che riguarda l'ergastolo ostativo e la sonora bocciatura che ha subìto l'Italia ad opera della Corte europea dei diritti dell'uomo. Che cos'è intanto l'ergastolo ostativo, o il cosiddetto articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario?
di Alberto Gentili
Il Messaggero, 13 ottobre 2019
Intervista al vicepresidente del Csm: "I cittadini non possono attendere anni, è negare il diritto". Ermini non ha dubbi: prima strutture e risorse. E sulla questione morale ammette che "c'è ancora da lavorare, Csm e magistratura sono apparsi deboli".
Vicepresidente Ermini, il plenum del Csm è stato integrato con l'elezione dei giudici Di Matteo e D'Amato. Ritiene rimarginata la profonda ferita inferta dallo scandalo Palamara e dall'inchiesta di Perugia sul tentativo di pilotare le nomine di alcuni procuratori?
"No, ancora no, c'è da lavorare ancora parecchio. E il passato non si può e non si deve dimenticare. Ciò che è accaduto deve essere un monito. E poi, sotto l'aspetto numerico, dobbiamo integrare il giudice di merito e provvedere alla nomina, spero prima di dicembre, del nuovo procuratore generale presso la Cassazione".
Dunque la questione morale non è ancora alle spalle...
"Va affrontata quotidianamente. La questione morale si supera con una tensione etica e morale continua, di pari passo al nostro lavoro".
Lei ha detto: "Il Csm non va normalizzato". Cosa intende?
"Il Csm e la magistratura sono apparsi deboli all'opinione pubblica a causa delle note vicende. Ma non ritenevo e non ritengo giusto che gli altri poteri dello Stato, in particolare il potere legislativo, possano approvare delle norme che potrebbero diminuire la funzione che la Costituzione assegna e prevede per il Consiglio superiore".
Ha chiesto "un cambio di passo" al Csm. In concreto?
"Ho chiesto che le correnti si limitino a svolgere un lavoro di valorizzazione degli ideali e delle posizioni tecnico-giuridico- scientifiche-valoriali, interpretando i diversi modi di concepire il lavoro dei magistrati. Ma se le correnti agiscono per proporre esclusivamente i loro candidati, al di là delle valutazioni di merito, ciò è inaccettabile. È un metodo che non deve più esistere e che va cambiato".
Insomma, i magistrati una volta eletti si devono spogliare delle rispettive casacche?
"Esattamente. Del resto lo dice anche la Costituzione: nel momento in cui un giudice entra nel Csm non deve rispondere a chi lo ha eletto. Non esiste alcun rapporto fiduciario. Chi viene eletto nel Csm deve rispondere solo alla legge e alla Costituzione: non si deve scegliere in base alle appartenenze, si deve scegliere il migliore. E se qualcuno questa idea non ce l'ha ancora in testa, farò tutto ciò che è nelle mie possibilità per renderla chiara e indiscutibile. Tanto più che, non essendoci la rielezione, chi entra nel Csm è un uomo libero che non deve cercare consenso. Per la stessa ragione nelle varie votazioni non devono esistere maggioranze precostituire in base all'appartenenza correntizia o politica".
Però il sostegno delle correnti è decisivo per entrare nel Csm, non è perciò semplice spezzare il cordone ombelicale...
"In questo Paese bisogna mettersi in testa che esistono le istituzioni e che tutti facciamo parte delle istituzioni. Ci deve essere un senso civico e valoriale che deve prescindere dall'appartenenza a una corrente o a un partito".
Queste sono belle parole e belle intenzioni, ma ha individuato un modo per debellare e sterilizzare l'influenza delle correnti?
"Ci sto provando. E devo dire che finora ho trovato nei consiglieri una buona rispondenza. Bisogna però che i consiglieri non si sentano pressati dalle correnti e che le correnti evitino di fare pressioni". Per la riforma del Csm, il Guardasigilli Bonafede propone il sorteggio. Cosa ne pensa? "È fortemente dubbia la sua costituzionalità, in quanto negherebbe l'elettività e la rappresentatività previste dalla Carta. Sarebbe una sorta di normalizzazione. Cambiamo piuttosto il sistema della rappresentatività: passiamo dal collegio unico nazionale, in cui inevitabilmente le correnti hanno un peso, a piccoli collegi per valorizzare il rapporto tra magistrati e territorio. Così facendo emergerebbero i giudici più bravi e stimati, indipendentemente dall'appartenenza".
Dopo lo scandalo Palamara, è stata interrotta la procedura di nomina del procuratore capo di Roma. Quando pensa che verrà scelto il successore di Pignatone?
"Il 22 e il 24 ottobre ci saranno le audizioni dei candidati, cosa che avevo chiesto nel maggio scorso ma mi venne negata. Dopo di che avvieremo le discussioni per la nomina che avverrà in tempi brevi, spero entro la fine di gennaio".
Quali garanzie si sente di offrire che questa nomina, come quelle dei procuratori di Torino e Perugia, avvenga in modo limpido ed esclusivamente in base al merito?
"Rispetteremo l'istruttoria in modo chiaro, limpido e trasparente, esaminando i profili dei singoli candidati con grande attenzione. Ciò che è accaduto in passato, non accadrà più. Il Csm deve essere una casa di vetro".
Dal primo gennaio verrà cancellata la prescrizione dopo il primo grado di giudizio. Il Pd chiede che prima vengano fissati tempi certi per la durata dei processi. È d'accordo?
"L'approvazione delle leggi appartiene al Parlamento, dunque non ho titolo per intervenire in questa discussione. Il Csm aveva già espresso il proprio parere, a titolo personale affermo che abolire la prescrizione, senza che prima siano stati introdotti strumenti per rendere rapida e certa la durata dei processi, sarebbe sbagliato. A farne le spese sarebbero i cittadini: non solo gli imputati, ma anche le parti offese che non possono attendere anni e anni prima di avere una sentenza. Del resto è la Costituzione a parlare di durata ragionevole dei processi. I processi infiniti sono una negazione del diritto".
Se i processi durano tanto la responsabilità è anche dei magistrati. O no?
"Il problema è che non ci sono strutture e risorse. Oltre alle buone leggi bisogna dare ai magistrati gli strumenti, il personale, le aule, per svolgere i processi e smaltire gli arretrati".
Bonafede nelle sue linee guida ha fissato in 4 anni la durata dei processi civili e penali nei tre gradi di giudizio. È un proposito velleitario?
"No, è giusto. Bisogna però, come dicevo, potenziare Procure e Tribunali, decidersi una volta per tutte a stanziare le risorse necessarie".
Cosa ne pensa dell'uso del Trojan per le intercettazioni?
"Le intercettazioni come strumento investigativo non vanno ridotte: servono a smascherare chi compie i reati. Il problema è la loro diffusione: chi gestisce le intercettazioni, a chi vanno in mano, cosa va a finire nel fascicolo del dibattimento, ciò che può essere diffuso e come si tutela la privacy delle persone che nulla hanno a che fare con il processo ma che finiscono ugualmente per essere distrutte".
Lei in questi mesi ha spesso ha ringraziato Mattarella per il sostegno. Il capo dello Stato svolge in modo effettivo, e non solo formale, il ruolo di presidente del Csm?
"Il capo dello Stato segue con grande attenzione, quasi quotidiana, il lavoro del Consiglio. E nei momenti di grande difficoltà a me e ai consiglieri, che ringrazio, Mattarella ha dato una grande spinta e una grande fiducia. È stato un faro e, direi, anche uno scudo".
di Chiara Genovese
periodicodaily.com, 13 ottobre 2019
Oggi ricorre la Giornata Internazionale dell'Educazione in Carcere. Per l'occasione, abbiamo avuto il privilegio di intervistare il professor Simone Zacchini, docente di Storia della Filosofia presso l'Università degli Studi di Siena e da anni impegnato nel campo dell'insegnamento nelle carceri, argomento sul quale ha scritto diversi testi.
Quanto e perché è importante la formazione all'interno di un carcere?
Il carcere è un sistema non solo punitivo per i trasgressori, ma anche riabilitativo. Il tempo della pena è commisurato non solo al danno, ma anche al tempo necessario alla riabilitazione per tornare in società. Così la funzione del carcere è sostanzialmente rieducativa, fin da quando, a fine Settecento, il supplizio di tradizione medievale è stato sostituito dall'Istituzione Carceraria.
Come si svolge l'attività didattica all'interno di un carcere?
In carcere, le due fondamentali attività rieducative sono la scolarizzazione e l'insegnamento di un lavoro. Io ho svolto attività integrativa, con un progetto di filosofia.
I corsi sono volontari? Vi è molta affluenza?
I miei corsi sono volontari, ma partecipano sempre tutti.
C'è una differenza nell'apertura ai nuovi apprendimenti tra i detenuti più giovani e quelli più anziani? E tra uomini e donne?
Naturalmente, in carcere uomini e donne sono separati, e spesso in istituti differenti. Io ho svolto attività in una casa circondariale maschile.
Il suo lavoro è incentrato in special modo sulla filosofia. Come influisce lo studio delle materie umanistiche sulla visione della legalità (e della vita in generale) di detenuti ed ex detenuti?
Ha un impatto importante perché permette di incontrare un modo di pensare e vedere che era totalmente estraneo ai detenuti. Nessuno di loro aveva mai avuto l'opportunità di confrontarsi con certe tematiche e quindi li hanno sia incuriositi che affascinati.
Quanto è difficile per il docente "farsi accettare" da una fascia di studenti così particolare?
Dipende da come il docente si pone. Non si sopporta tanto volentieri un docente autoritario o arrogante, in un ambiente di privazione di libertà e di sorveglianza totale. Ho cercato di entrare nella loro voglia di mettersi in gioco e di cambiare. La mia attività è stata così accettata benissimo.
Quali prospettive si aprono alla persona che esce dal carcere? Quanto e come influisce la formazione nel futuro di un ex detenuto?
Dipende. La società intera dovrebbe frequentare corsi di filosofia e invito alla tolleranza. C'è però un atteggiamento di forte chiusura nei confronti degli ex detenuti. Io li invito a non farsi schiacciare dagli stereotipi e a cominciare una vita dove si è sempre soggetto delle proprie scelte e non oggetto del pregiudizio.
Tra i suoi campi d'interesse, oltre a storia dell'arte e filosofia, anche la musica ha una grande rilevanza. Adopera la musica nell'approccio all'insegnamento con i detenuti? Quanto e come può influire?
Tutte le arti contribuiscono. Anzi, siamo noi a vederle come settorializzate: in realtà, l'arte è unica ed ha la funzione non solo di meravigliare e piacere, ma anche di orientare diversamente il nostro modo di pensare. Per questo è determinante in tutti i contesti.
di Antonio Biasi
Gazzetta del Mezzogiorno, 13 ottobre 2019
La famiglia "malata" uccide più della mafia. Non è una novità purtroppo, ma una amara constatazione che continua a lasciare sconcertati. La tragedia avvenuta a Orta Nova, nel Foggiano, dove un agente penitenziario ha ucciso la moglie e due figlie (18 e 12 anni) togliendosi poi la vita, è solo l'ultimo di una inesauribile serie di casi.
Nei primi 12 giorni del mese ci sono state cinque tragedie che vedono come vittime mogli o compagne, più una sesta nella quale il femminicidio, per fortuna, è stato solo tentato. In media, ogni due giorni una donna viene ammazzata dal compagno di vita, e non di rado, anche i figli della coppia finiscono nel mirino del genitore killer. A Orta Nova un terzo figlio è scampato alla furia del padre perché lavora lontano da casa.
Siamo di fronte a un autentico bollettino di guerra che non conosce soste, nonostante le iniziative, anche parlamentari, rivolte a definire nuove figure di reato, aggravanti e, all'avvio di campagne di sensibilizzazione per squarciare il muro di silenzio dietro il quale maturano e poi esplodono le tragedie.
Nella fattispecie, il caso di Orta Nova fa scattare l'allarme sulle problematiche psicologiche e relazionali che taluni lavori possono far scaturire o aggravare. Da parte di psicologi e sindacati degli agenti di custodia si fa presente come sia necessario vigilare di più sulle condizioni di salute mentale nei luoghi di lavoro, soprattutto quelli che comportano situazioni di stress dovute a interazioni sociali particolarmente complesse e pericolose.
Come pure viene lanciato l'allarme sulle gravose condizioni di lavoro degli agenti penitenziari dovute, oltre che alla natura particolare dell'impiego, soprattutto al sovraffollamento carcerario, con le inevitabili conseguenze di possibili disagi. Proprio l'altro ieri un agente di custodia si è ucciso a Piacenza. Nei giorni scorsi, il Sappe, uno dei sindacati degli agenti di custodia, aveva evidenziato la carenza di personale nel carcere del capoluogo dauno.
Non si sa ancora, cosa possa aver scatenato la furia omicida e suicida dell'agente di Orta Nova, però va sottolineato come queste tragedie non conoscano confini. Riguardano ogni ambito sociale e lavorativo e colpiscono indifferentemente da Nord a Sud. Quindi sarebbe errato circoscrivere al lavoro dell'agente la fonte della tragedia, per quanto possa aver funzionato come aggravante. Resta insoluto il problema di come prevenire la mattanza.
Non tutti i drammi hanno campanelli d'allarme o manifestano i cosiddetti "reati spia": stalking, maltrattamenti, percosse, violenze sessuali. Nel caso di Orta Nova chi conosceva l'agente di custodia lo descrive come taciturno, forse un po' troppo chiuso in se stesso, ma non sembra che quanto accaduto possa essere ascritto alle cosiddette "tragedie annunciate": tante volte si riscontrano tutti i "sintomi" di quello che poi drammaticamente viene ad accadere.
Ma a volte, come ad Orta Nova, non è così. E l'esplosione di violenza colpisce come un fulmine a ciel sereno. Ma, almeno nei casi in cui il processo di degenerazione dei rapporti familiari si evidenzi chiaramente, come non di rado avviene nelle separazioni particolarmente conflittuali, almeno in quei casi sarebbe possibile intervenire.
Qui, però, anche le iniziative legislative messe in atto, come il Codice rosso sulla violenza di genere, vanno a cozzare contro le carenze di organico e strutturali di chi dovrebbe intervenire. Chiedere aiuto e segnalare il disagio psicologico, proprio o di chi è vicino, non sempre riesce a evitare i drammi, ma resta ancora l'unica strada per cercare di prevenire lo scoppio della violenza. In attesa di una maturazione delle coscienze, auspicabile, ma difficilmente prevedibile.
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