di Marco Damilano
L'Espresso, 13 ottobre 2019
Messo alle spalle Salvini, serve una politica fondata sul protagonismo della società. Capace di interessarsi davvero agli invisibili. Tè e biscotti, stendini per i panni, donne velate, bambini di ogni colore. All'ingresso, un cartello: "C'è la sbarra dietro il cancello, chi esce dovrà chiamare un parente o un amico per farsi aprire a mezzanotte". Superato il primo blocco, un recinto carico di reti da materasso, poltrone di pelle, travi di legno. All'ascensore fermo al piano, un altro cartello che segnala il veleno per i topi e un avviso: "Care mamme e papà, bisogna pulire i sottoscala e il posto dei passeggini dei vostri bambini per una questione igienica e di buona convivenza, altrimenti i passeggini verranno sbattuti fuori". Nel sotterraneo dove si fanno le assemblee, c'è un murale di Che Guevara con l'aureola che lo fa sembrare un Cristo bizantino.
La prima sera di ottobre con Fabrizio Barca, una vita da tecnico in Banca d'Italia e al ministero di via XX Settembre, poi ministro della Coesione sociale nel governo di Mario Monti, oggi animatore del Forum Disuguaglianze Diversità, nelle palazzine occupate di viale del Caravaggio 107, dove abitano più di 380 persone, era la sede dell'assessorato alla Casa della regione Lazio, oggi ospita la più grande occupazione di Roma, probabilmente d'Italia e dunque forse d'Europa.
Va avanti dal 2013, in una condizione di illegalità permanente che per molti è diventata l'unica possibilità di un'esistenza normale, dignità, vita. In tanti sono al Caravaggio fin dall'inizio, c'è da mesi l'attesa che l'ordine di sgombero venga eseguito, com'è avvenuto in estate in un vecchio istituto occupato nel quartiere Primavalle, all'epoca c'era ancora Matteo Salvini al Viminale.
Le inquietudini non sono finite tra gli abitanti della città degli invisibili, il condominio che non potrebbe esistere, la stiva dei clandestini che viaggia a pochi chilometri dal centro di Roma. "Lottiamo per avere un tetto sulla testa", dice Anna. "Le guerre contro i poveri non riguardano solo la stagione politica appena conclusa, sarebbe un errore semplificare tutto attorno alla figura di Salvini. Si sono spaventati dello squilibrio creato dai populisti, ma gestire una situazione diversa non significa cambiare", spiega Luca Fagiano dei Movimenti per l'abitare.
Gli inquilini in gran parte sono in possesso della residenza fittizia concessa ai senza fissa dimora dal Comune di Roma e da altri comuni, via Modesta Valenti, come si chiamava una clochard morta quasi quarant'anni fa alla stazione Termini senza identificazione.
È il pezzo di carta che permette l'assistenza sanitaria o la partecipazione a un concorso, in molti non hanno neppure questa, sono sconosciuti per lo Stato e per l'amministrazione comunale, sono fantasmi. In tanti sono migranti, silenziosi e attenti. Si fanno i turni di pulizia o di sorveglianza, sembra una scena del film di Ettore Scola "C'eravamo tanto amati", l'accampamento notturno dei genitori davanti a una scuola per iscrivere i figli. Gestione collettiva, comunitaria. Resistenza significa fare una vita normale e aspettare.
La casa per tutti è uno dei 169 target indicati dall'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, il 4 ottobre è stato presentato il rapporto che fotografa la situazione in Italia dall'Asvis, l'alleanza presieduta da Enrico Giovannini.
Sono le voci delle viscere, del basso della società, il lato fragile del Paese, anche se questa definizione viene rifiutata dagli occupanti del Caravaggio. Nelle stesse ore, in superficie, un ex vice-ministro dell'Economia, Stefano Fassina, viene ferito mentre partecipa a una manifestazione per il lavoro durante una carica della polizia, si dimette l'intero consiglio di amministrazione dell'Ama, l'agenzia che gestisce i rifiuti della capitale, con una lettera durissima nei confronti della sindaca Virginia Raggi, ripercorrendo le tappe di una vicenda anticipata dall'Espresso nel mese di aprile. Qualche chilometro più in là, a Palazzo Chigi, viene approvata la nota di aggiornamento al documento di programmazione economica che dà i numeri e le indicazioni per la legge di Bilancio in arrivo. Per il presidente del Consiglio Giuseppe Conte farà volare il Paese, lui infatti giura di essere qui per riformare l'Italia, per meno non si sarebbe mosso dal suo studio legale, per il ministro Peppe Provenzano è la più a sinistra degli ultimi anni. Nella palazzina occupata, però, ne dubitano.
Una situazione estrema, si dirà. Il giorno dopo l'assemblea del Caravaggio mi sono ritrovato ad ascoltare i sindaci arrivati a Roma per il festival delle città: il milanese Beppe Sala, e poi l'ex grillino Federico Pizzarotti di Parma, Carlo Salvemini di Lecce, Rinaldo Melucci di Taranto, fino al sindaco della piccola Acri in provincia di Cosenza Pino Capalbo. E il dubbio è ritornato, in tutt'altra sede. "Quando si fa un governo non veniamo ascoltati, quando si fa una manovra economica neppure, ogni volta che viene pubblicato un Def incrociamo le dita e diciamo: speriamo bene!", ha raccontato Sala. "Noi che abbiamo la responsabilità di fronte ai cittadini non possiamo accontentarci di giocare in difesa, dobbiamo essere coinvolti nelle decisioni".
Politica di prossimità, la chiama Salvemini, ribellandosi all'idea di convivere con i servizi che non ci sono, i fondi Ue che non vengono spesi. Non è la riproposizione del partito dei sindaci modello anni Novanta e Duemila, che partiva dalle città per andare alla conquista del Palazzo nazionale. Nel frattempo, il divario tra le due dimensioni si è allargato, fino a far esclamare al sindaco di Taranto Melucci che sono le città "la dimensione politica del futuro". In sala, però, si intuiva che negli ultimi anni il passato è tornato. Nell'Agenda 2030 dell'Onu, per esempio, il quinto obiettivo si propone di eliminare la differenza di genere, ma nella seconda giornata del dibattito le donne con la fascia tricolore erano due su 18 e le intervenute sei su 47 relatori. E il dubbio si è allargato.
Il salvinismo, più di ogni altra cosa, come tutti i sovranismi (pensate a Boris Johnson), è mortificazione del pluralismo e delle autonomie. La sorda contrapposizione tra l'ex ministro dell'Interno e i presidenti delle regioni del Nord, tutti leghisti (più l'emiliano Stefano Bonaccini del Pd), che chiedono allo Stato l'autonomia differenziata, non è soltanto uno scontro correntizio dentro il partito che fu della Padania. La politica di Salvini è stata centralismo, occupazione, richiesta di delega, soluzione di tutti i problemi affidata o all'uomo forte al comando o al singolo cittadino, come nel caso della legge sulla legittima difesa. Anche i decreti sicurezza, di cui parlano Aboubakar Soumahoro e Stefano Allievi sull'Espresso, erano il prodotto di questa concezione. Il blocco delle navi delle Ong deciso da Roma, da una stanza del Viminale (peraltro disabitata dal titolare dell'epoca), così come lo smantellamento della rete Sprar, gli istituti di seconda accoglienza attivati dagli enti locali in collaborazione con il volontariato e il terzo settore, erano due facce della stessa medaglia. Mortificare le diversità, appiattire la società in un'unica dimensione securitaria.
Finito Salvini, almeno per ora, dovrebbe riemergere un'altra idea dello Stato e della politica. Fondata sul pluralismo, il rispetto delle diversità, il protagonismo delle città e della società civile. Dovrebbe essere questo, ben più del no all'aumento dell'Iva, il collante che tiene unita la nuova maggioranza giallorossa. Il Movimento 5 Stelle è nato esattamente dieci anni fa, il 4 ottobre 2009 giorno di San Francesco d'Assisi, con l'icona di Beppe Grillo e da un'idea di Gianroberto Casaleggio, dare voce alla rabbia dei cittadini comuni contro una politica che si era rinchiusa nei suoi quartieri, blindata e sorda rispetto alle proteste e alle frustrazioni degli italiani normali.
Oggi M5S è il partito del Palazzo, il decennale della nascita se l'è scordato. Forse sarà lo stesso Grillo a riprendere la strada, ma intanto i suoi eredi tacciono, per eccesso di furbizia o di imbarazzo. Ma anche il Partito democratico, nato ufficialmente due anni prima, il 14 ottobre 2007, doveva servire nelle intenzioni a raggiungere lo stesso risultato: un grande partito nazionale pensato come uno strumento di partecipazione, non soltanto il giorno dei gazebo per le primarie.
Chi avesse il coraggio di riprendere quei progetti ambiziosi, nei rispettivi campi, avrebbe di fronte a sé le praterie politiche e elettorali. Invece, il segno più evidente di questa stagione politica è l'assenza di uno spazio, quello intermedio che c'è tra le sottili manovre delle leadership di partito e di corrente e il muoversi della società, unito alla ricerca e alla richiesta di spazi.
Matteo Renzi è alla ricerca di spazi, avanza a strappi e forzature, si colloca nel centro del sistema politico e promette colpi di scena e capovolgimenti di fronte, soprattutto ai danni del suo vecchio partito, il Pd. Per altri soggetti, più importante, è l'assenza di uno spazio. Che è un guaio, ma anche un'opportunità.
Cercano uno spazio politico i sindaci, schiacciati dalle alchimie della politica nazionale. Cercano uno spazio i movimenti della società civile, non più minoritari. L'Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile di Enrico Giovannini e il Forum Disuguaglianze Diversità coordinato da Fabrizio Barca sono network che mettono in contatto associazioni nazionali e locali su progetti concreti, sono idealisti e pragmatici, sostituiscono sui territori e nel dibattito politico nazionale i partiti in disarmo organizzativo, culturale, sociale. Sono, da questo punto di vista, i nuovi partiti che uniscono i puntini, anziché dividerli, come faceva il ministro dei decreti sicurezza. Per questo, abolirli non significa compiere un procedimento legislativo, ma prendere una posizione civile e culturale. Per non continuare con una politica che vola ma non tocca le macerie sociali, il desiderio di tetto, i fantasmi che abitano il paesaggio italiano.
di Donatella Di Cesare
L'Espresso, 13 ottobre 2019
Il Muro di Berlino sembrava l'emblema delle frontiere destinate a cadere per sempre. Dall'India al Sahara, dall'America a Cipro, le barriere si sono invece moltiplicate. E sono sempre più invalicabili.
Si ricorda quest'anno la caduta del Muro di Berlino. Era il 9 novembre 1989. Apogeo dell'esclusione, sembrava ricapitolasse in sé i muri del passato. Dopo il crollo di quell'iperbole ultima sarebbero stati spazzati via tutti i resti di oscurantismo che deturpavano ancora la terra.
È accaduto il contrario. Il terzo millennio si è aperto con una nuova età dei muri. Sono state rafforzate le "frontiere conflittuali": il muro tra le due Coree, la "linea verde" che taglia a metà la parte greca da quella turca di Cipro, le trincee tra India e Pakistan, il muro di sabbia del Sahara occidentale che, difeso da oltre 6.000 mine anti-uomo, si estende per 2.730 chilometri. Nelle aree del pianeta a più alta tensione, dall'ex impero sovietico, dove i confini sono divenuti incerti e controversi, al Medio Oriente, squassato da guerre sporche, invasioni e attentati, le barriere sono andate moltiplicandosi. Ma la vera novità sono i muri edificati contro la cosiddetta "immigrazione clandestina". Il più celebre è il "muro di Bush" alla frontiera tra Stati Uniti e Messico.
La tortilla border, la più lunga barriera del mondo, che si snoda fra l'Atlantico e il Pacifico, per oltre tremila chilometri, è stata costruita per vietare l'ingresso ai migrantes, quei poveri che fuggono dai paesi latinoamericani in cerca di una nuova chance di vita. Non di rado ad attenderli è invece la morte - com'è capitato ad Alberto Martinez Ramirez e alla sua bambina Angie Valeria di due anni. Se si tenta di guadare il fiume è perché sulla frontiera si avvicendano palizzate di cemento, reticolati rudimentali, fossati antiveicoli, tubi di acciaio. Composita, intricata, multiforme, quanto la storia dell'immigrazione ispanica in America, la frontiera è costellata da ben dieci città, a cominciare da Tijuana, principale valico sul Pacifico.
Nella parte centrale, intorno a Ciudad Juarez, la zona frontaliera, su entrambe le sponde del Rio Grande, è talmente vasta da essere chiamata Tercera Nación, terza nazione, o anche Mexicamerica. Il nome smentisce la frontiera e la possibilità di chiuderla. Eppure Trump ha vinto le elezioni promettendo di sigillarla. Come se questo bastasse a fermare i migrantes, salvadoregni, colombiani, guatemaltechi, spinti da una disperazione profonda, una miseria tetra.
L'Europa, patria dei diritti umani, che avrebbe dovuto costituire un modello alternativo, ha seguito a ruota l'esempio statunitense. Dal lugubre passato è riemerso il filo spinato, che ha circondato le colline della Macedonia, i prati della Bulgaria, la pianura dell'Ungheria, raggiungendo Serbia, Croazia, Slovenia, quei Paesi solo di recente usciti da conflitti fratricidi. Così è stata chiusa la cosiddetta "rotta balcanica".
Le due enclavi di Ceuta e di Melilla, tra Spagna e Marocco, erano già lì per impedire il passaggio per lo stretto di Gibilterra. E tuttavia le barriere sono state ulteriormente innalzate fino a sei metri e rafforzate con sensori elettronici, illuminazione ad alta intensità, posti di vigilanza alternati, camminamenti per i veicoli di sicurezza. Per il resto l'Europa - anche quella mediterranea, da sempre caratterizzata dall'ospitalità - ha deciso di conformarsi ai criteri della logica poliziesca: droni, elicotteri, soldati, forze dell'ordine, agenti, intelligence, unità d'élite. Porti e aeroporti sotto sorveglianza, accessi interdetti, controlli sistematici - la "fortezza" si è trincerata. Per sottolineare il deserto di ostilità dove il rifugio è un miraggio, l'accoglienza un abbaglio.
Un mondo senza frontiere non è prossimo, né vicino. Si deve anzi scorgere qui un mito della globalizzazione sapientemente manovrato da quelle forze politiche che mietono consensi fomentando la paura, acuendo il disorientamento, facendo leva sull'orrore del vuoto. Che cosa c'è di meglio che ricorrere a vecchi appigli? Ecco l'ossessione delle frontiere, il ritorno dei confini. Nel paesaggio del terzo millennio si sono moltiplicati a dismisura. Il geografo francese Michel Fourier ha accertato di recente almeno 322 frontiere politiche che si snodano per la lunghezza di oltre 248.000 chilometri. Ma cosa sono i confini? Come sono sorti? Che significato hanno oggi?
Per capire è sempre bene storicizzare, risalire alla genealogia, decostruire. Può essere d'aiuto il volume dello storico americano Charles Maier, "Dentro i confini. Territorio e potere dal 1500 a oggi" (Einaudi). Il merito del lavoro è quello di distinguere la terra, in senso fisico, dal "territorio" inteso come spazio politico, idea in grado di essere, per secoli, motore della storia. Assunto a vessillo di identità, investito di attese, diventa la base su cui si viene istituendo la sovranità proprietaria del Stato. Senza lo spazio politico del territorio lo Stato come tale sarebbe, anzi, impensabile. La storia che Maier racconta è quella della spartizione della terra - violenta, condotta con criteri e metodi occidentali.
Particolarmente interessanti sono gli ultimi capitoli dove si disegna il passaggio dagli imperi di fine secoli agli Stati-nazione. Il che non sarebbe stato possibile senza la forzatura del territorio come "spazio vitale", Lebensraum, secondo il gergo nazionalsocialista, rivendicato come area biogeografica dove solo il popolo tedesco avrebbe potuto decidere sovranamente con chi coabitare. Non che questo retaggio sia esaurito. Tutt'altro! Oggi continua a funzionare in quell'ecologia etnica che viene perpetrata subdolamente alle frontiere delle nazioni europee. Maier, però, non denuncia tutto ciò. Dopo aver delineato la storia del "territorio", traccia un quadro della situazione attuale dove la globalizzazione sembra minare dal fondo questo antico e familiare concetto. Con esiti imprevedibili. Come restare legati al territorio in un mondo dominato da Internet? Che ne è del cyberspazio? Certo non pare un bene comune, già spartito, com'è, e già dilaniato da lotte di potere. Il dilemma è se sia uno spazio pre-territoriale o post-territoriale. Si può immaginare che anche lì saranno proiettate esperienze e attese del territorio tradizionale.
Più radicale e dirompente è il libro di Shahram Khosravi, antropologo iraniano, "Io sono confine" (Elèuthera). Si legge con trasporto perché è scritto in prima persona ed è un esempio di quel genere che oggi si chiama "auto-etnografia": i racconti dei migranti - purtroppo rari - che non si limitano a narrare la propria storia, ma riflettono sulla Storia in cui si inserisce. È il caso di Khosravi, iraniano del Bakhtiari, figlio di una famiglia contadina benestante, costretto a fuggire per sottrarsi, solo diciottenne, alla guerra. Oggi insegna antropologia in Svezia, all'Università di Stoccolma.
È uno - si potrebbe dire - che ce l'ha fatta. E tuttavia non dimentica i tanti sconfitti che ha lasciato indietro. Parla anche a loro nome. Il racconto si snoda da quella angolazione esterna, così difficile da assumere per chi guarda tutto nell'ottica statocentrica, e così decisiva per comprendere i fenomeni attuali. Anzitutto il trionfo dei confini. Che cos'è la frontiera per chi sta dall'altra parte? Per il migrante, l'indesiderato, l'anti-cittadino? È violenza sfrontata e discriminatoria. Cartelli, recinzioni, sono lì sia per respingere sia per intimidire. Ma è anche confine di classe: pur imbarazzato ad ammetterlo, il Nord controlla il Sud, stabilisce la mobilità dei lavoratori, preserva la sperequazione salariale. Ed è confine di genere: lo stupro è una sorta di rito di passaggio a cui le donne sono sottoposte in tutti i confini del mondo. Si può far finta di non saperlo. Khosravi non si limita a descrivere.
La ricostruzione narrativa del viaggio è anche una riflessione critica su tanti luoghi comuni che sono andati consolidandosi. Anzitutto sull'attraversamento "illegale" dei confini che è anche una contestazione dell'autorità. Di qui il potenziale sovversivo che ogni migrazione porta con sé e che la rende un atto politico. Ecco perché i migranti non sono pacchi nelle mani dei "trafficanti", come si vorrebbe far credere. In questa visione di comodo, diffusa persino a sinistra, si riduce il migrante a un oggetto, assecondando quella necropolitica che semplicemente lo lascia morire, dopo averlo disumanizzato, se non zoologizzato, per escluderlo da ogni protezione. Ma per di più si rende il "trafficante" un capro espiatorio.
Si può dire che le pagine dedicate a questa figura della zona grigia siano fra le più riuscite del libro. "Agli occhi della legge Homayoun era un trafficante di esseri umani, un criminale e un fuorilegge. Ma nei fatti a me salvò la vita in uno dei luoghi più pericolosi al mondo, una regione di confine dominata da banditi spietati, guardie frontaliere corrotte e mujaheddin afghani". Chi salva, chi protegge, chi sottrae alla morte? E chi condanna, mette a repentaglio? Il "trafficante" diventa il capro espiatore su cui si scaricano le responsabilità.
Una volta oltrepassata la frontiera, dopo innumerevoli vicissitudini, non è detto che sia superato il confine. Anzi c'è una barriera che resta per mesi, per anni, invisibile, impercettibile, difficile da denunciare: quella della discriminazione che insegue, perseguita perfino lo straniero già proclamato "cittadino". Anche la cittadinanza non è sufficiente per accogliere davvero. Sono in molti, da Étienne Balibar a Wendy Brown, a interrogarsi oggi su quel mascheramento che ha reso quasi naturale ciò che è storico: a cominciare dalle frontiere per finire con gli Stati-nazione.
Spesso, nel passato, seguendo le indicazioni dell'arte cartografica che nelle mappe documentava e ratificava l'occupazione dei territori, sono stati presi a pretesto montagne, fiumi, valli, coste, nell'intento di offrire una patina di naturalità ai limiti artificiali. Forse anche per questo è così difficile congedarsi dal concetto di frontiera che, ad esempio, per una penisola come l'Italia, protetta a nord dalle Alpi e circondata dal mare, sembra ovvio. Eppure c'è ben poco di naturale nelle frontiere come negli Stati, deputati a organizzare la vita di chi nasce su un territorio, tenendola separata dalla vita di chi abita magari a pochi chilometri di distanza. Come le frontiere non sono mai linee precise, bensì luoghi, di un fronte-a-fronte, di un faccia-a-faccia, zone di conflitto, ma anche di contatto, di tensione, ma anche di incontro, così i confini, pur segnando la fine di due territori, suggeriscono con quel con- l'idea di una condivisione.
Oggi avviene il contrario. Le frontiere, visibili e invisibili, reali e simboliche, politiche ed etiche, appartengono al variegato paesaggio della delimitazione e dell'esclusione. Tutt'altro che abolite, restano i fondamenti dell'alfabeto geopolitico. I muri lo confermano. La moltiplicazione delle barriere non è solo la risposta del revanscismo nazionalistico, e neppure solo il sintomo della fobia per ciò che è "fuori". Non esiste ancora una psicopolitica dei muri, che analizzi quella pulsione a proteggersi da tutto ciò che è estraneo, a segregarsi sempre e ovunque, che finisce per tradursi in una tragicomica autosegregazione. Ma questo almeno si può dire: che il muro è la messa in scena di una sovranità in declino, pericolante, erosa. Ed è una teatralizzazione tanto più ripugnante e turpe quando avviene in un porto che dovrebbe accogliere, luogo d'approdo atto a far sbarcare, quando la sovranità statuale, risentita e incarognita, si vendica poliziescamente sul corpo di quegli anti-cittadini, i migranti.
globalist.it, 13 ottobre 2019
La decisione del governatore democratico Gavin Newsom che ha già dichiarato una moratoria sulla pena di morte. Il segnale di un'America che prende le distanze dai metodi di Trump: il governatore democratico dello stato americano della California, Gavin Newsom, ha emanato ieri una legge che abolisce le prigioni private.
Le carceri private "contribuiscono all'eccesso di detenzione" e "non riflettono i nostri valori", ha dichiarato Gavin Newson, un democratico che è salito al potere nel gennaio 2019 e che aveva già dichiarato una moratoria sulla pena di morte in California lo scorso marzo, come riportano media Usa.
Il testo promulgato ieri proibisce ai dipartimenti di Correzione della California di approvare o rinnovare, dal 2020, contratti con carceri private, che non avranno più il diritto di esistere nello stato entro il 2028. La stessa misura si applica alle società private che gestiscono centri di detenzione per migranti illegali. Degli attuali 115.000 residenti nelle carceri californiane, circa 1.700 sono detenuti in carceri private, dove le condizioni carcerarie vengono regolarmente criticate da attivisti a difesa dei diritti umani."
di Paola Del Vecchio
Avvenire, 13 ottobre 2019
I media anticipano la sentenza del Tribunale Supremo, che sarà pronunciata domani, contro dodici politici che dichiararono l'indipendenza nel 2017. Escluso il golpe. "Saranno dodici gli anni inflitti a Junqueras". Nel rovente autunno secessionista del 2017 in Catalogna non ci fu una ribellione con una violenza diretta a sovvertire le strutture dello Stato.
Ma i leader indipendentisti furono promotori di una "sedizione tumultuosa", per impedire l'applicazione di leggi statali e dichiarare unilateralmente l'indipendenza. La conclusione della sentenza di condanna dei nove dirigenti catalani in carcere emessa dal Tribunale Supremo, che sarà pronunciata domani, ma è stata già anticipata da tutti i quotidiani e la tv nazionale.
A due anni dal fatidico referendum illegale del primo ottobre - cui l'allora governo di Rajoy rispose con cariche nei seggi - e dalla successiva dichiarazione di indipendenza lasciata senza effetto, l'alta corte considera accreditata per sei ex "conseller" anche l'accusa di malversazione di fondi per la convocazione delle urne. Secondo fonti giudiziarie, il cumulo di reati comporterà per Oriol Junqueras, l'ex vicepresidente catalano e leader di Erc, la pena più pesante: 12 anni di carcere, vicina al massimo dei 15 previsti per la sedizione.
Con pronunciamento unanime, la Corte, presieduta dal giudice Manuel Marchena, avrebbe così sposato la tesi dell'Avvocatura dello Stato, che ha escluso la ribellione, sostenuta dal pro, punita fino a25 anni di carcere. E. che aveva sollecitato 11 anni e mezzo per gli ex conseller Iordi Turull, Josep Run, Maquim Form, Raul Romeva e Dolors Bass; 10 per l'ex presidente del Parlament, Carmen Forcadell e 8 per i "due lordi", Sanchez e Cuixart, leader dell'Anc e di Omnium.
I tre giudicati a piede libero, Santi Vila, Carles Mondó e Meritxell Borràs, pagheranno per la sola disobbedienza. Significa che, dopo 2 anni di prigione preventiva scontati, la cupola politica potrebbe presto lasciare le celle per accedere alla semilibertà. Non servirà comunque a raffreddare il clima rovente e lo "tsunami democratico" in risposta al verdetto in Catalogna. La mobilitazione in nome della "disobbedienza civile", un'azione di forte impatto, che duri il più a lungo possibile, preparata dal popolo indipendentista.
Due anni dopo lo strappo, il conflitto catalano resta senza sbocco, nonostante l'avvicendamento del governo di Slinchez con quello di Rajoy. Con l'ex president Puigdemont e 5 ex conseller riparati all'estero, l'attuale "govem" del successore Quim Torta è fermo su posizioni oltranziste, distanti da quella più pragmatica di Esquerra Republicana, decisa ad abbandonare l'unilateralismo. Ma ricompattate nella difesa dei "prigionieri politici", dopo aver approvato nel "Parlament" una mozione che reclama il ritiro della guardia civile dalla regione e l'indulto.
E l'irrisolta questione territoriale resta un fulcro dell'instabilità politica, alla vigilia delle quarte elezioni in 4 anni, il 10 novembre. La sentenza aggrava il solco fra separatisti e unionisti, che ieri hanno marciato in 10mila a Barcellona, con i leader di Ciudadanos, Pp e Vox, per esigere mano dura e l'arresto di Carles Puigdemontin "esilio" in Belgio.
E da Waterloo in videoconferenza a Terrassa, l'ex president ha esortato "a reagire", al verdetto "farsa". La fuga di notizie sui media ha tenuto banco a Madrid al tradizionale ricevimento per la festa nazionale al palazzo reale, dove il giudice Marchena, fra gli invitati, ha ricordato che la sentenza non è firmata e che possono esserci "discrepanze fino all'ultimo momento" fra le 7 toghe della Corte. Poco distante, il premier Sanchez assicurava che governo ha "previsto ed è pronto a tutti gli scenari".
di Giordano Stabile
La Stampa, 13 ottobre 2019
I curdi: non possiamo più difendervi dallo Stato islamico. Colpi di artiglieria turca sfiorano base Usa a Kobane. L'attacco turco "fa risorgere l'Isis". E i curdi non si sentono più "responsabili della sorveglianza" dei jihadisti prigionieri. L'avvertimento del comandante delle Forze democratiche siriane Redur Khalil arriva mentre la prima città del Rojava, Ras al-Ayn, è ormai perduta e persino soldati statunitensi sono finiti sotto il fuoco dell'artiglieria di Ankara.
Stati Uniti ed Europa devono fare qualcosa, o la bomba Isis gli esploderà in mano. A cinque giorni dell'inizio delle operazioni di terra da parte della Turchia e degli alleati arabi, lo Stato islamico ha rialzato la testa, in uno stile che ricorda l'insorgenza irachena. Attacchi alle prigioni per liberare i combattenti e ingrossare le file delle cellule clandestine. Con l'obiettivo di ricreare un'armata in grado di prendere il controllo del territorio.
Lo ammettono anche gli ufficiali americani. La lotta contro l'Isis è "finita". Un ufficiale curdo ha confermato, in quanto "gli Usa non possono agire senza le Sdf al loro fianco sul terreno". Un concetto che è stato ribadito ieri dal comandante Khalil. "Ci sentiamo traditi e dobbiamo combattere su due fronti, uno contro l'Isis e l'altro con la Turchia. Mantenere la sicurezza nelle prigioni dell'Isis non è più la nostra priorità. Il mondo si può occupare del problema Isis se davvero lo vuole". Ancora più duro il generale Mazloum Kobani: "Gli Usa ci hanno venduti, lasciati soli, al massacro". Tanto che è pronto a chiedere protezione ai russi, una loro "no fly zone". In queste condizioni è impossibile sorvegliare le 20 prigioni dove sono tenuti i 1500 jihadisti più pericolosi, su un totale di 12 mila.
In quella di Qamishlo la fuga è già cominciata. È stata colpita da una bomba, e almeno cinque prigionieri dell'Isis sono riusciti a uscire dalla breccia nel muro di cinta. Un'altra, a Hasakah, dove i detenuti sono alcune centinaia, è stata presa di mira da un'autobomba dei jihadisti, che ha innescato una rivolta interna. Sono due centri che custodiscono soggetti pericolosi, come il foreign fighter francese Adrian Guihal, che fonti locali, finora non confermate in Francia, danno già in fuga. Guihal è responsabile dell'organizzazione degli attentati a Magnanville, due agenti francesi uccisi, e di Nizza, 87 vittime.
A rischio evasione è invece lo svizzero Damien Grivat, uno dei coordinatori dei massacri di Parigi del 12 novembre 2015. La situazione è al limite nel campo di Al-Hol, con 10 mila jihadisti di caratura minore e 58 mila civili, moltissime vedove di combattenti morti. Fra loro ci sono anche Mylène Facre e Dorothée Maquère, vedove dei fratelli Clain. Le irriducibili conducono una guerriglia strisciante dentro il campo, sul punto di esplodere.
Il caos è tale che nella tarda serata di venerdì colpi di artiglieria turca sono finiti a 200 metri dalla base Usa di Kobane i militari dell'avamposto sono stati sfiorati. Ankara ha poi spiegato di aver preso di mira i mortai curdi che colpivano una caserma della polizia oltre la frontiera. Le tensioni con l'America sono però sempre più forti. Senza una no fly zone il tempo gioca a favore dello Stato islamico. Le difese curde, impossibilitate a contrastare i raid aerei in un terreno piatto, privo di ostacoli naturali, cedono. Ieri i miliziani arabi alleati della Turchia hanno preso Ras al-Ayn. I curdi sostengono che il centro è ancora in mano a loro, ma sono circondati.
I miliziani jihadisti di Ahrar al-Sharqiya hanno poi fatto un puntata fino all'autostrada M4, che attraversa tutto il Rojava. Sono stati respinti dopo due ore, ma nel frattempo hanno ucciso a sangue freddo sei civili. Fra loro ci sarebbe anche una nota esponente della leadership curdo-siriana, Hevrin Khalaf. I raid hanno causato perdite pesanti fra i guerriglieri. Il ministero della Difesa di Ankara sostiene che sono 415 i "terroristi neutralizzati". Per l'Osservatorio: siriano dei diritti umani il bilancio è di 74 guerriglieri uccisi, 49 miliziani arabi, 5 soldati turchi.
di Elena Pompei
insideover.com, 13 ottobre 2019
Il 22 settembre abbiamo visto festeggiarsi in pompa magna i 70 anni della Repubblica Popolare Cinese, quando la parata più grande mai dispiegata dal governo ha marciato per ottanta minuti sulle strade di Pechino. Ma nel 1949, all'alba del regime di Mao Zedong, nasceva anche il segreto meglio tenuto della storia contemporanea: i Laogai.
Ispirato dall'esperienza dei Gulag sovietici, nel 1950 Mao Zedong dà vita ai primi Laogai, campi di lavoro e di rieducazione progettati per sfruttare la manodopera dei "nemici del regime". In queste strutture, uomini e donne reclusi senza processo erano sottoposti a lavori forzati e torture, lavaggio del cervello, fame e condizioni igieniche inumane.
Settant'anni dopo, i Laogai sono ancora attivi, evoluti e moltiplicati. L'ultimo dato disponibile della Laogai Research Fundation attesta il numero dei campi attualmente attivi sul suolo cinese ad oltre 1500, ed il conteggio delle vittime - fermo all'epoca maoista - ad oltre 27 milioni di persone.
Molte delle informazioni sui laogai provengono da Harry Wu, un uomo che dopo aver speso 19 anni in un campo di lavoro è fuggito negli Stati Uniti e ha fondato la Laogai Research Fundation, accogliendo e dando supporto alle centinaia di sopravvissuti dispersi in giro per il mondo. Wu sostiene che dal 1949 alla metà degli anni Ottanta si debbano contare almeno 50 milioni di prigionieri, e che il numero dei detenuti si aggira intorno agli otto milioni. Harry, detenuto in 12 diversi campi nel corso dei suoi quasi vent'anni di prigionia, ha raccontato di esecuzioni capitali, traffico di organi, orari lavorativi sfiancanti e una giustizia arbitraria, se non assente.
A seguito delle forti proteste di Harry Wu e degli altri sopravvissuti, i laogai in senso stretto sono stati formalmente aboliti dalla Corte Suprema cinese nel 2013, assieme alla politica del figlio unico; tuttavia, le testimonianze più recenti affermano che, oltre le formalità, i laogai restano la forma di prigionia privilegiata in Cina. I campi di rieducazione al lavoro, però, non sono più da tempo riservati a dissidenti o criminali; nei Laogai ci finisce anche chi è un imprenditore, perché considerato un oppositore di destra. Ci finisce chi ha deciso di infrangere la regola dei due figli. Ci finisce chi fa parte di un ordine religioso o di una minoranza, siano essi musulmani, cristiani o cattolici.
Sabrina Wu, religiosa appartenente ad un ordine protestante e rifugiata politica in Italia, afferma che "solo nel 2018, almeno 23.567 membri della Chiesa sono stati perseguitati direttamente dalle autorità, e più di 10mila persone sono state arrestate". Sabrina, fuggita con alcune consorelle a seguito della persecuzione, sostiene che sono almeno 500mila i cristiani costretti ad espatriare, e che solo in Italia ci sono 854 richiedenti, "ma solo il 10% ha ottenuto l'asilo".
Nel 2019, il ruolo dei Laogai rimane fondamentale per lo Stato cinese. Essi servono senz'altro a perpetuare la macchina dell'intimidazione contro gli oppositori politici, ma sono ancor più necessari perché i prigionieri costituiscono un'inesauribile forza lavoro a costo zero.
Nei Laogai si producono beni che vengono poi importati in tutto il mondo, una realtà che già nel 2004 era emersa violentemente, tanto da spingere alcuni parlamentari europei a chiedere alla Commissione di andare a fondo della natura degli scambi commerciali con la Cina.
Solo nel 2007 la Commissione europea ha potuto affermare che "su ogni bene esportato la Cina deve dare garanzia scritta che non è prodotto nei Laogai e, in mancanza di quest'assicurazione, la Commissione deve proibirne l'importazione nell'Ue". È evidente, però, che a tredici anni di distanza questo non può bastare. Non possiamo più usare la scusa dell'indifferenza: finché l'Occidente accetterà prodotti fabbricati in Cina, i Laogai continueranno ad esistere e, per tornare alle parole di Wu, a fabbricare "due generi di cose: i prodotti e gli uomini".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 ottobre 2019
Stato di agitazione dell'Associazione Nazionale Funzionari del Trattamento (Anft). Gli educatori che operano in carcere sono una figura importantissima nell'opera trattamentale per il detenuto. Insieme al recluso e ad altre figure professionali l'educatore costruisce un progetto educativo e di reintegrazione dell'individuo nel contesto sociale, coinvolgendo i servizi pubblici, le agenzie territoriali, le associazioni e le singole persone che si rendono disponibili. Questi progetti possono essere realizzati non solo all'interno del carcere, ma anche attraverso strumenti legislativi che consentono al detenuto di scontare la sua pena all'esterno dell'istituto, in famiglia o in altre situazioni di vita.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 ottobre 2019
Elisabetta Zamparutti non confermata dall'Italia al Comitato contro la tortura. Non ce l'ha fatta per pochi voti. Elisabetta Zamparutti dell'associazione radicale Nessuno tocchi Caino, non è stata confermata referente dell'Italia nel Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d'Europa (Cpt), nonostante il Comitato stesso abbia espresso parere positivo sulla sua nomina. Il governo italiano ha preferito non confermarla.
corrierequotidiano.it, 12 ottobre 2019
Giornata internazionale dell'educazione in carcere. La scienza accredita lo yoga come strumento di riabilitazione per i carcerati. Migliora l'umore e lo stato di salute mentale in cella, riduce la propensione a comportamenti aggressivi e antisociali dei carcerati e fa calare il tasso di recidiva. Sono questi alcuni dei benefici derivati dallo Yoga come strumento di educazione e recupero per la vita dei detenuti. Una pratica che potrebbe tornare utile alle oltre 50mila persone che affollano le carceri italiane.
Il percorso che i detenuti devono affrontare per avere nuovi contatti con l'ambiente esterno ed essere reinseriti nella società è alle volte lungo e tortuoso anche per via di numerosi problemi psicologici. Basti pensare che secondo i dati del Ministero della Salute il 40% dei reclusi soffre di disturbi psichici, causati da forme di dipendenza da sostanze, problemi nevrotici e di adattamento. Secondo numerose ricerche scientifiche internazionali una soluzione utile per il loro recupero arriva dallo Yoga: stando a quanto riportato da una ricerca della Oxford University e pubblicata sulla Bbc, infatti, sessioni prolungate di yoga in carcere aiutano a migliorare lo stato di salute mentale dei detenuti, alleviando i livelli di ansia e depressione, e portano a un calo della recidiva.
Pratica che potrebbe tornare utile alle oltre 60mila persone che affollano le carceri italiane, secondo i dati Istat, e al 68% di coloro che tendono nuovamente a finire tra le sbarre ripetendo gli stessi errori. Ma non è tutto, perché da una ricerca della Washington State University e pubblicata su Science Daily praticare yoga in carcere aiuta i detenuti nel creare relazioni più sane con i compagni di cella, aumenta la loro sensazione di autostima e riduce la propensione a comportamenti aggressivi e antisociali.
"La pratica dello yoga può essere un valido aiuto per compensare i numerosi problemi psicofisici generati dalla carcerazione. Molto spesso si crea un circolo vizioso che nel tempo può solo aggravarsi ed è per questo che l'apprendimento di una corretta respirazione può mitigare disturbi fisici e stati di tensione crescente - spiega Andrea Di Terlizzi, fondatore di Inner Innovation Project, tra i massimi esperti in Italia di Yoga e scienze antiche.
La mia personale esperienza nel carcere di San Vittore a Milano e in quello di Cremona, risalente agli anni '80, ha portato alla luce un fenomeno rilevante, ovvero che i carcerati, così come le persone libere, possono aver sentito parlare di Yoga e Meditazione oppure non saperne nulla. Tendono subito ad accogliere positivamente o respingere colui che potrebbe insegnarli queste discipline e il fattore rapporto è più importante della pratica in sé. Per questo motivo ci tengo a sottolineare che l'azione riabilitativa dello Yoga non dipende unicamente dall'efficacia della disciplina trasmessa ma soprattutto dall'esperienza di chi la comunica e, nel caso dei detenuti, e dalle sue capacità empatiche nello stabilire con loro il giusto rapporto".
Ma non è tutto, perché alcuni esercizi di yoga, armonizzati con tecniche respiratorie e di concentrazione mentale, consentono la sperimentazione di uno stato di equilibrio nervoso che si riflette sulla percezione generale del carcerato, fornendogli una diversa condizione di calma e autocontrollo. Una ricerca compiuta dalla University of Pennsylvania, pubblicata sulla rivista scientifica Journal of Clinical Psychiatry, ha rilevato un miglioramento significativo in un gruppo di pazienti colpiti da gravi stati di ansia e depressione. E ancora, le sessioni di yoga possono risultare utili anche agli operatori nelle carceri, spesso sottoposti a un grave peso psicologico dovuto al loro lavoro: da un'indagine britannica condotta in un carcere di Manchester e pubblicata su The Telegraph è emerso che oltre 60 addetti dello staff hanno migliorato la propria condizione di salute fisica e mentale grazie a questa disciplina.
L'utilizzo positivo dello yoga come strumento di riabilitazione per i detenuti è un pensiero condiviso dalla dottoressa Amy Bilderbeck del dipartimento di psichiatria e psicologia alla Oxford University, che ha dichiarato alla Bbc: "I nostri ricercatori hanno individuato come i detenuti sottoposti a una sessione intensiva di 10 settimane di yoga hanno migliorato notevolmente le loro condizioni di salute mentale, risultando più inclini alla partecipazione di attività educative rispetto a coloro che continuavano la solita routine. Più della metà dei carcerati adulti torna dietro le sbarre dopo un anno ripetendo gli errori del passato. Per questo motivo sensibilizzare le carceri nell'utilizzo di sedute di yoga e meditazione diventa un monito fondamentale per ridurre il tasso di recidiva e aiutare i detenuti nel loro percorso di riabilitazione all'interno della società".
di Roberto Scarpinato*
Il Fatto Quotidiano, 12 ottobre 2019
Sentenza Cedu. Pericoloso sostenere che i condannati dei clan non sono liberi di collaborare con la giustizia. La sentenza sull'ergastolo ostativo della Corte europea dei diritti dell'uomo nella causa Viola contro l'Italia, appare suscettibile di innescare significative ricadute nella politica criminale adottata dallo Stato italiano contro le mafie dopo la drammatica stagione degli anni 1992-1993.










