di Gianluca Amadori
Il Gazzettino, 16 ottobre 2019
Non c'è alcun mistero sulla morte di Maria Teresa Trovato Mazza, Sissy, l'agente di polizia penitenziaria ventottenne, originaria di Taurianova, il cui corpo fu rinvenuto il 1 novembre del 2016, riverso al suolo, in un lago di sangue, in un ascensore dell'ospedale civile di Venezia (dove si era recata a fare visita ad una detenuta), con un proiettile che le aveva trapassato il cranio. La giovane si è spenta lo scorso 12 gennaio, dopo un calvario durato due anni.
A conclusione delle indagini integrative disposte dal Gip, la Procura di Venezia ha confermato la richiesta di archiviazione del fascicolo, ritenendo assodato che si sia trattato di un suicidio, come ipotizzato fin dalla prima richiesta di archiviazione. Il legale che assiste la famiglia della vittima ha già annunciato che presenterà ancora opposizione, allegando nuovi elementi acquisiti grazie alla collaborazione di consulenti tecnici.
È stato il procuratore Bruno Cherchi, ieri mattina ad illustrare i risultati delle indagini integrative, chieste dai familiari della vittima. Gli inquirenti hanno visionato nuovamente tutti i video delle telecamere dell'ospedale, dai quali non risulta alcuna persona sospetta sulle scale o nell'ascensore; nessuno in fuga, attorno a mezzogiorno. Fermo restando che avrebbe lasciato tracce di sangue.
La Procura ha anche individuato la persona inquadrata da una telecamera mentre transitava in un corridoio e si era girato verso l'ascensore (non inquadrato da alcuna telecamera): ha riferito di non aver visto né sentito nulla.I consulenti del pm Elisabetta Spigarelli hanno quindi spiegato che può capitare che la pistola resti impugnata nella mano di chi si è autoinferto un colpo, senza cadere a terra. Anche la mancanza delle impronte di Sissy non è un mistero: quasi mai restano su quel tipo di pistola, a causa della zigrinatura dell'impugnatura e dei lubrificanti utilizzati per pulizia e manutenzione.
Le analisi hanno confermato la presenza sulla pistola di materiale ematico della sola vittima. Mentre gli esperti sostengono che nel 25 per cento di casi simili, sul vivo di volata non restano tracce di sangue anche se la canna della pistola è stata appoggiata alla tempia della vittima.
Dubbi fugati anche in relazione al cellulare di Sissy: la difesa ipotizzava che la giovane l'avesse portato con sè in ospedale e che qualcuno (l'assassino?) lo avesse poi spostato, riportandolo in carcere. Tesi che avrebbe circoscritto il perimetro dei possibili responsabili. Gli accertamenti sulla scheda sim hanno però appurato che quel telefonino è stato sempre nell'armadietto del carcere, dove è stato rinvenuto dopo che Sissy fu trovata moribonda: ha agganciato la cella della Giudecca due volte nel primo mattino del 1 novembre e poi alle 10.30: Sissy alle 11 era già all'ospedale (che dista circa 40 minuti di motoscafo dal carcere).
Il secondo cellulare dell'agente non risulta aver mai generato traffico la mattina del 1 novembre. La Procura ha effettuato accertamenti anche sul cellulare della collega ed ex compagna di Sissy, che quella mattina ha agganciato la cella di via Torino a Mestre, dove la ragazza risiede, e stava riposando dopo aver effettuato un turno notturno. Per accreditare l'ipotesi di un suicidio, il pm cita infine le dichiarazioni della compagna di Sissy, secondo la quale la ventottenne stava passando un periodo di depressione. La richiesta di archiviazione dovrà essere ora presa in esame dal Gip.
di Marina Lomunno
Avvenire, 16 ottobre 2019
Un alloggio dall'Agenzia territoriale per i familiari di chi è in cella. L'arcivescovo: anche le parrocchie offrano i loro locali. Un alloggio di 30 metri quadri messo a disposizione dall'Atc di Torino, l'Agenzia territoriale per la Casa che gestisce l'assegnazione dell'edilizia popolare, è "la nuova tessera del puzzle" che la Caritas subalpina sta assemblando a favore del reinserimento dei detenuti.
Il monolocale ospiterà i parenti che vengono a Torino a trovare i propri congiunti reclusi, ma non possono permettersi la permanenza in albergo, e anche i detenuti in permesso (da soli o con i famigliari) che non hanno altre disponibilità abitative in città. L'appartamento, adiacente al penitenziario cittadino in via delle Primule alle Vallette (il quartiere di edilizia popolare all'estrema periferia nord di Torino nato negli anni 60 per far fronte all'emigrazione dal Sud) è stato inaugurato giovedì 10 ottobre dall'arcivescovo Cesare Nosiglia alla presenza di Domenico Minervini, direttore della Casa circondariale "Lorusso e Cutugno", del vicesindaco di Torino e assessore ai Servizi sociali Sonia Schellino, del presidente Atc Marcello Mazzù e dei volontari, una decina, che si occuperanno della gestione della casa.
Tra questi, come ha spiegato il direttore della Caritas Pierluigi Dovis, "hanno dato la disponibilità ex detenuti che, scontata la loro pena e reinseriti nella società, hanno deciso di restituire in qualche modo il bene ricevuto. Alcuni di loro hanno usufruito dell'ospitalità dell'alloggio".
Sì, perché "La Casa di Silvana" - come è stata intitolato l'appartamento rinnovato di recente - è un progetto nato 20 anni fa su impulso della Caritas che ne affidò la gestione all'associazione "Oltre la Soglia", la cui presidente Silvana Egitto è mancata ad agosto. "Nei circa vent'anni di attività - ha proseguito Dovis - in questa casa hanno trovato accoglienza ogni anno circa cento familiari o ristretti, per una permanenza media di quattro giorni. "Oltre la Soglia", non potendo più accollarsi l'onere di gestione, ci ha chiesto di rilevare l'opera, unica in città e riattivando il servizio ci è parso bello intitolare la casa a Silvana Egitto, una donna che ha dedicato tutta la vita alle persone più fragili".
La Fondazione "Il Riparo Onlus" è la nuova intestataria del contratto di locazione, mentre Caritas coordinerà le attività: "È una scelta che abbiamo fatto dopo l'avvio nel febbraio scorso del servizio di ascolto interno al carcere e delle attività di inserimento nel mondo del volontariato e della formazione professionale dei detenuti".
Da parte sua il direttore Minervini, nel ringraziare la Caritas e l'arcivescovo per l'attenzione alle problematiche carcerarie, ha rilevato come "il volontariato sia indispensabile per fare in modo che le opportunità che offre l'ordinamento carcerario, come i permessi per buona condotta o la messa alla prova, possano realizzarsi: Casa Silvana è uno dei tanti esempi di come la società civile contribuisce al reinserimento dei detenuti nel tessuto sociale".
Monsignor Nosiglia, prima di benedire il monolocale ritinteggiato e rinnovato negli arredi, si è augurato che "Casa Silvana sia il primo di tanti alloggi destinati all'ospitalità delle famiglie dei detenuti: Torino, città dei santi sociali, può fare di più.
Tanti appartamenti in città sono sfitti e possono accogliere chi è in difficoltà. Anche le parrocchie che hanno locali vuoti possono contribuire ad allargare la rete della solidarietà: ospitare un recluso in permesso con la propria famiglia è un gesto di speranza che contribuisce a ridare fiducia vuol ricominciare dopo aver pagato il proprio conto con la giustizia".
di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 16 ottobre 2019
Parlo e prego insieme ai detenuti. Sono pieni di rabbia, ma pregando con loro piano piano vedo un cambiamento. Ha iniziato la tesi esclamando "Salam Aleykum". Poi, nel corso della discussione, ha citato Gesù e Maometto, si è commosso con le parole di Papa Francesco e con le riflessioni del grande imam Ahmad alTayyeb. Ha poi passato in rassegna il Corano e il Vangelo. Davanti a lui, in cattedra, i professori di teologia cristiana, molti dei quali sacerdoti. Dietro a lui, seduti in prima fila, gli imam da tutta Italia.
Hamdan Al Zeqri, ministro di culto a Sollicciano, è uno dei primi musulmani a laurearsi in teologia cristiana. Quella di ieri mattina, alla facoltà teologica dell'Italia centrale di Piazza Tasso, è stata una laurea dalla portata storica (105 il voto finale). "Spero di essere un agente di pace" ha detto Hamdan.
Tema centrale nella tesi di Hamdan, la sua esperienza come guida spirituale nel carcere fiorentino, dove sono tanti i reclusi musulmani. "Sono ragazzi pieni di rabbia - ha raccontato Hamdan - si sentono esclusi, sono trattati come scarti, il loro progetto migratorio è fallito. Il rischio è quello di vederli uscire peggio di come sono entrati". Nella tesi di Hamdan ci sono anche le parole che Papa Francesco ha rivolto agli agenti penitenziari: "Non dimenticatevi del bene che potete fare ogni giorno. I vostri sguardi sono preziosi".
È quello che cerca di fare Hamdan, come raccontato nella tesi: "Parlo e prego insieme a loro, pian piano vedo un cambiamento, le persone passano dalla disperazione alla speranza, la rabbia si placa attraverso un percorso spirituale che è curativo". La sua iscrizione alla facoltà teologica è stata fortemente voluta dalla comunità islamica nell'ottica del dialogo interreligioso. "Questo è un giorno importante perché segna un passo nel cammino del dialogo interreligioso". Presente alla discussione anche il presidente delle Comunità islamiche italiane (Ucoii) Yassine Lafram: "Questa laurea è un segnale importante di autentico dialogo".
politicamentecorretto.com, 16 ottobre 2019
Nella Casa di Reclusione San Michele, ad Alessandria, è stato presentato il progetto "Carcere senza stress", che prevede l'utilizzo del programma di Meditazione Trascendentale per ridurre lo stress, promuovere il benessere psicofisico e una migliore qualità di vita per detenuti, agenti e operatori penitenziari.
Il progetto, della durata di un anno, è iniziato a fine aprile 2019, coinvolge 15 detenuti e 16 tra agenti e operatori della Casa di Reclusione San Michele e della Casa Circondariale Alessandria Cantiello e Gaeta, che hanno imparato la tecnica di Meditazione Trascendentale nell'ambito di un progetto pilota finanziato dal Bando "Libero Relad 2018" della Compagnia di San Paolo.
L'obiettivo è promuovere una concezione culturale e sociale della sistema penale che metta al centro l'individuo, nella titolarità dei suoi diritti e delle sue responsabilità, favorendo il miglioramento della qualità della vita e delle condizioni detentive.
Il progetto "Carcere senza stress" è un ramo del progetto "Friends", sostenuto dal programma Erasmus+ della Commissione Europea, nato per promuove l'inclusione sociale e l'educazione all'interculturalità in tutti i contesti di istruzione e formazione, attraverso l'implementazione della tecnica di Meditazione Trascendentale.
Elena Lombardi Vallauri, direttore Istituti Penitenziari di Alessandria ha dato il benvenuto ai partecipanti. Roberto Baitelli della Fondazione Maharishi ha spiegato che lo stress oggi è un fenomeno di proporzioni epidemiche con gravi ripercussioni sociali e nelle carceri ha raggiunto un livello insostenibile che incide pesantemente sulla salute dei detenuti e del personale, conduce alla crescita delle infrazioni ai regolamenti e di altri comportamenti negativi. Oltre che ostacolare il processo di riabilitazione dei detenuti stessi.
L'antidoto naturale allo stress è il riposo. La tecnica di Meditazione Trascendentale, i cui numerosi benefici sono documentati da 700 studi scientifici, procura un riposo così profondo da sciogliere lo stress già accumulato e aumentare la resistenza allo stress. Negli ultimi 50 anni la Meditazione Trascendentale è stata utilizzata con successo nelle carceri di molte nazioni. Negli Stati Uniti ad esempio è stato utilizzata nelle carceri di massima sicurezza, come San Quintino, Folsom e Walpole con ottimi risultati, che includono la riduzione di ansia, depressione, fatica e rabbia. E aiuta a combattere il modo di pensare criminale, lo stress psicologico, i sintomi traumatici, e porta ad una riduzione delle infrazioni alle regole carcerarie, una riduzione del 30% della recidività.
Paolo Menoni, della Fondazione Maharishi, insegnante della tecnica di Meditazione Trascendentale nel progetto "Carcere senza stress", ha descritto il progetto in corso negli istituti penitenziari di Alessandria e ha riportato le esperienze di alcuni detenuti.
Sia per la condizione carceraria stessa che per il sovraffollamento la vita nel carcere è molto stressante, e se non è possibile modificare queste condizioni, quantomeno è possibile offrire ai detenuti e anche a tutti coloro che operano nel carcere uno strumento che li aiuti ad attingere alle proprie risorse interiori e aumenti il loro benessere psicofisico. Come hanno riportato alcuni partecipanti, "La meditazione mi ha aiutato a superare tante difficoltà: ora il mio pensiero è bello e positivo".
E poi ancora: "La meditazione mi sta facendo finalmente trovare quella pace interiore che ho cercato fin dalla nascita". Successivamente Federico Traversa ha presentato il libro "Boom, Viaggio nella Meditazione Trascendentale", (Chinaski Edizioni) che raccoglie numerose testimonianze su questo argomento da parte di insegnanti qualificati, praticanti della meditazione, medici, artisti e ricercatori.
di Edoardo Albinati
Avvenire, 16 ottobre 2019
Il fotografo romano ha percorso un viaggio inedito e crudo in dieci penitenziari italiani, costruendo un progetto di documentazione delle strutture e di chi le abita. Edoardo Albinati: "Si resta senza fiato di fronte a queste immagini. In prigioni così le persone marciscono".
Nelle fotografie diValerio Bispuri lo sguardo sulla galera diventa spesso lo sguardo della galera, assume cioè il modo di vedere le cose e le persone di chi tra quelle mura è recluso, oppure ci lavora come agente di custodia: distanze ridotte a forza, scorci violenti, gruppetti di persone e singoli volti o corpi improvvisamente ravvicinati, panorami che si interrompono contro una parete scrostata o una muraglia, il riquadro dello spioncino, il vetro del divisorio. Molte immagini infatti ci raggiungono riflesse da un vetro o attraverso di esso.
Il vetro in carcere: elemento di unione per la sua trasparenza e al tempo stesso di separazione, ma soprattutto di duplicazione, per cui riusciamo a vedere non solo chi è guardato ma anche chi sta guardando, gli agenti preposti alla sorveglianza di detenuti e detenute. È un tema ricorrente, quasi ossessivo, in queste fotografie: la presenza del controllore e dei controllati nel medesimo quadro, realizzato con la virtuosistica tecnica dello split-screen o in modo più tradizionale, per esempio nella classica routine del "nuovo giunto", appena tradotto in carcere, che viene accompagnato in matricola ancora con le manette ai polsi.
Ma si tratta comunque di visioni parziali. Anche se nel progetto iniziale la galera doveva essere integralmente "visibile" da un occhio onnisciente capace di frugare e sorvegliare con un unico sguardo (il cosiddetto Panopticon, modello, ad esempio, del famoso ergastolo sull'isola di Santo Stefano), tutto in realtà vi è parziale, frammentato, oscurato, o sezionato in dettagli.
Bispuri accentua il lato drammatico o talvolta anche comico di questa riduzione di un essere umano a una parte del suo corpo, le mani come tagliate via dal resto, le braccia protese, l'addome, la schiena o il petto coperti di scritte e simboli, la tranche di un viso femminile che uno specchietto murato riesce appena a inquadrare, o l'umoristico scambio tra realtà e finzione di quella pistola tatuata sulla pancia di uno che viene impugnata dalla mano di un altro, pronta a tirare il grilletto.
A questi corpi che stanno scadendo nel degrado della detenzione, che sono sempre sul punto di lasciarsi andare (e alcuni lo hanno già fatto, e sono ormai allo sfascio...) viene riservata almeno un po' di beffarda pietà, la minima manutenzione che si riserverebbe alla carrozzeria sgangherata di una vecchia automobile, sicché un istante prima di precipitare vengono riacciuffati da una cura di sé che fa tornare improvvisamente umani anche se, quella cura, come ad esempio truccarsi gli occhi o pettinarsi o irrobustire i muscoli sollevando manubri i cui pesi sono costituiti da maxiconfezioni di bottiglie, andrà sostanzialmente sprecata visto che di quell'aspetto non godrà in fondo nessuno, e la forma fisica fatta di muscoli o di rimmel potrà essere tutt'al più ammirata da qualche altro galeotto o da una guardia.
Bispuri registra senza commenti le attività volte sostanzialmente alla conservazione del proprio profilo umano, includendovi anche il lavoro (raro) e la scuola (rara anche quella): si tratta di episodi sparsi nell'insieme della raccolta. Non si può infatti che restare senza fiato di fronte all'impressione più forte comunicata da queste fotografie: in galera (come del resto non sono in pochi dall'esterno ad augurarsi...) ci si marcisce dentro.
Così come sono fatte queste prigioni, ci si marcisce e basta. Altro che! Le persone marciscono, i loro corpi si sfasciano, la loro mente pure, l'umanità non si riscatta o riabilita, semmai ulteriormente si degrada. Anche per questo e non solo per un fattore tecnico e ottico, molte delle immagini realizzate da Bispuri in interni sono così caliginose, maculate, striate, tenebrose. E spiega come molte di esse abbiano più o meno volutamente un tratto "manierista", ricordino cioè pitture sacre a cavallo tra Cinque e Seicento, sia che compongano corpi nello spazio, sia che concentrino il fuoco su un singolo viso, come l'intenso ritratto di "santo criminale", e più ancora nella blasfema "crocifissione" in copertina, punto d'incontro tra immagini disparate come Pontormo, il cinema di Pasolini, "Cinico tv" e il video dei Nirvana Heart-shaped Box.
Se poi da tante visioni crudeli e ispirate e quasi fantastiche vogliamo tornare di corsa sulla terra, e sul serio sapere come e dove vivono i prigionieri, dove abitano (poiché anche una cella la si abita a tutti gli effetti e diventa la tua casa, nonché la tua residenza anagrafica), ebbene, ci basterà dare un'occhiata alle fotografie 2 e 49. Ecco, la vita dei prigionieri è questa. Corpi e funzioni corporali, mescolati e compressi in pochi metri quadri. Solo poche volte nella collezione di Bispuri lo sguardo si solleva e ci regala una visuale aerea, che nessuno oltre al fotografo in verità potrebbe cogliere, né detenuto né visitatore, e sono i bellissimi e spassionati "totali" dove l'edilizia carceraria espone la sua razionalità impeccabile fatta di blocchi e raggi, e si può finalmente osservare come questi complessi facciano parte di un tessuto urbano, siano incorporati nella città, siano, anzi, delle vere e proprie cittadelle murate all'interno di un'altra città, così come lo sono un cimitero, un tribunale o un grande ospedale urbano. Incorporate e allo stesso nascoste, segretate.
Chi entra in carcere per rappresentarlo sta svolgendo una funzione innaturale e impropria quanto, forse, necessaria. Al termine di questa lunga carrellata di immagini spesso impressionanti, infatti, ne restano nella memoria due in apparenza minori, meno drammatiche, anzi per nulla, o forse sono drammatiche anch'esse proprio perché ogni dramma viene lasciato fuori dalla loro cornice. È implicito, incombe, ma non si vede.
Nella prima, due guardie in una cella, di fronte alla coperta leopardata di una branda a castello: due ritratti virili, molto tipicamente italiani, due uomini al lavoro, che forse è consistito nel perquisire quella cella. Una procedura di routine, e loro paiono assorti, quasi attoniti, subito prima o subito dopo averla svolta. L'altra chiude non a caso il libro: un detenuto, massiccio e pelato, palleggia da solo nel cortile dell'ora d'aria, tutto concentrato sulla palla, come un ragazzino.
calabriapost.net, 16 ottobre 2019
Dalla collaborazione tra la Casa Circondariale di Catanzaro, diretta da Angela Paravati, e l'associazione Universo Minori, presieduta da Rita Tulelli, nasce l'idea di una competizione positiva - e altamente significativa- per un contesto chiamato carcere: il concorso "Pensieri sulla legalità". I detenuti avranno tre mesi di tempo per elaborare riflessioni, scrivere lettere, commenti a notizie di stampa, produrre manufatti artistici o disegni che rappresentino una riflessione sulla legalità.
I lavori saranno selezionati da una giuria ed il migliore sarà premiato. L'iniziativa rientra nel pluriennale percorso portato avanti dall'associazione Universo Minori, da sempre attenta a valorizzare tutto ciò che nel carcere è umanità, e a collaborare con la direzione dell'istituto nelle varie iniziative finalizzate a percorsi di rieducazione e reinserimento.
Nel corso del tempo sono stati valorizzati i temi relativi alla famiglia, con particolare attenzione ai genitori detenuti e alle esigenze dei piccoli che vengono spesso a trovare i papà in carcere, anche attraverso la creazione di laboratori e stanze accoglienti dedicate proprio ai bambini. "La collaborazione con le realtà di volontariato è fondamentale per l'istituzione carcere" afferma la direttrice Angela Paravati "perché la detenzione non deve avere un significato solo afflittivo, ma deve tendere alla rieducazione del condannato e ad un ritorno nella società libera senza rischio di recidiva. Ciò è possibile solo grazie ad un'attenzione della società civile, ad un interesse verso chi per mesi o per anni ha "abitato" nella struttura di Siano". Comprendere non vuol dire compatire: vuol dire ammettere che chi ha sbagliato e ha scontato il suo errore ha diritto ad una seconda possibilità, se accetta di rispettare le regole.
E proprio sull'idea del rispetto delle regole si basa il concorso "Pensieri sulla legalità", un vero e proprio esercizio del pensiero, un'esercitazione sulle alternative di vita, sulla capacità di discernimento, sulla possibilità di scegliere "la cosa giusta da fare", anche alla luce degli errori commessi.
di Gian Antonio Stella
Corriere della Sera, 16 ottobre 2019
Ecco una riflessione su come è stato dato nei decenni il Nobel più importante, quello per la pace. La consegna del Nobel per la letteratura all'austriaco Peter Handke, schierato durante la guerra civile in Jugoslavia dalla parte dei serbi di Slobodan Milosevic e del generale Ratko Mladi, il macellaio di Srebrenica, ha riacceso le polemiche: si può premiare una persona per un pezzo solo della sua vita ignorando il resto? Mah... Al di là dei distinguo di oggi (uomo discutibile, grande scrittore) è comunque un peccato non aprire una riflessione su come è stato dato nei decenni il Nobel più importante, quello della pace.
Perché, certo, la scelta di alcuni politici autori di passi storici ma anche di incoerenze pacifiste (dall'americano Kissinger al vietnamita Le Duc Tho, da Arafat a Rabin o Obama) può essere motivo di dibattito, ma altri Nobel nella lista gridano vendetta. Un esempio? La svedese Alva Reimer Myrdal, premiata nel 1982 per l'"impegno a favore del disarmo" svolto durante la sua seconda vita, dedicata alla diplomazia. Nella prima, infatti, la donna si era dedicata insieme col marito Gunnar Myrdal (lui pure Nobel per l'economia nel '74) alla politica e alla definizione del sistema sociale del suo Paese. E scrisse con lui un libro, Kris i befolkningsfrågan (La crisi nella questione demografica), teorizzano nel 1934 l'urgenza di soluzioni eugenetiche raggelanti. Un esempio? "Consentire a dei genitori idioti di riprodursi ci sembra un argomento indifendibile, da qualsiasi punto di vista. Ogni caso, è un caso di troppo". Una tesi che apriva all'oscena legge eugenetica svedese del 1935 (che avrebbe portato alla sterilizzazione di oltre 63mila persone "difettose", uno scandalo coperto per quarant'anni) ed era in linea con le idee che si andavano imponendo nella Germania nazista per compiersi nella mattanza dei disabili nota come progetto AktionT4.
Di più: quel 1935 fu anche l'anno in cui, per una delle contraddizioni della storia, il Nobel svedese per la pace venne assegnato a uno che se lo meritava davvero, il pacifista tedesco Carl Von Ossietzky. Che non poté mai ritirare il premio perché da due anni era nelle carceri hitleriane. A proposito: sarebbe il caso che Wikipedia, nella pagina in cui elenca i vincitori del Nobel, rimuovesse accanto alla foto del martire non violento il simbolo del Terzo Reich. Che sventola con tanto di croce uncinata.
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 16 ottobre 2019
L'ergastolo è una pena innaturale, che cambia la natura dei comportamenti. Da Gaetano Bresci a Rubin Carter, detto Hurricane e cantato da Bob Dylan: storie della pena capitale in vita contro cui si batterono Perucatti e Spinelli.
Tratto da "Antigone. 25 anni di storia italiana visti da dietro le sbarre", di Susanna Marietti e Valerio Chiola (Round Robin editrice). La storia è quella di Carmelo Musumeci, che ha raccontato con profondità e dolore cosa significhi essere nella condizione di ergastolano ostativo.
"Gaetano Bresci fu Gaspero, condannato all'ergastolo per l'uccisione a Monza del re d'Italia". Così il 22 maggio del 1901 fu archiviata, come se fosse suicidio, la morte dell'anarchico Gaetano Bresci nell'ergastolo-fortezza dell'isola di Santo Stefano a Ventotene. Pochi in realtà credettero al suicidio. Non vi credette ad esempio Sandro Pertini, che in quel carcere vi trascorse un periodo della sua lunga prigionia. A Gaetano Bresci, secondo il futuro presidente della Repubblica, avrebbero fatto il Sant'Antonio, ossia sarebbe stato massacrato di botte fino alla morte. Ancora oggi nello slang delle galere si usa l'espressione Sant'Antonio per indicare una pratica di punizione violenta per le vie brevi. Gaetano Bresci fu dunque probabilmente ammazzato nell'isola degli ergastolani.
Nelle scorse settimane ho avuto la fortuna di visitare l'ex carcere di Santo Stefano insieme a un gruppo di studiosi e studenti dell'Università Roma Tre. Un viaggio che, anche grazie alla sapienza e alla passione di una guida del comune di Ventotene, si è efficacemente trasformato in una lezione di diritto e di etica sull'antropologia della pena e del potere. Il carcere di Santo Stefano, oramai chiuso da decenni, ci interroga intorno a chi sono le persone pericolose, a come vengono trattate, al rapporto tra potere e diritto ma anche tra uso della forza e garanzie fondamentali.
Gaetano Bresci, prima di tornare in Italia per uccidere re Umberto I di Savoia, aveva vissuto nella città americana di Paterson, dove qualche decennio più avanti il pugile Rubin Carter, detto anche Hurricane per la forza devastante che esprimeva sul ring, sarebbe stato arrestato e condannato a tre ergastoli per un delitto che, come sarà successivamente acclarato, non aveva mai commesso. Fu Bob Dylan a raccontare e cantare la storia di Hurricane, ergastolano innocente, condannato, come la stessa Corte Federale Usa riconobbe, per evidenti pregiudizi di discriminazione razziale.
L'ergastolo, al pari della pena di morte, è una pena eliminativa. Solo chi ha vissuto il carcere-fortezza degli ergastolani può intuire cosa significhi la condizione umana dell'ergastolano. Eugenio Perucatti nei primi anni Cinquanta, finita la tragedia fascista, andò a dirigere il carcere di Santo Stefano. Al momento del suo arrivo non c'erano più i dissenzienti politici imprigionati dal regime mussoliniano. Alcuni erano già morti, come ad esempio Antonio Gramsci, proprio a causa della durezza del regime penitenziario. Nel carcere diretto da Perucatti c'erano solo criminali comuni. Lui iniziò ad osservarne la vita di tutti i giorni. Oziavano rinchiusi in celle, che lo scrittore risorgimentale Luigi Settembrini, anche lui recluso a Santo Stefano, circa un secolo prima, aveva definito 'la tomba dei vivi'. Perucatti avviò un percorso di attenuazione della durezza delle condizioni di vita interne. Fece costruire all'interno del carcere dagli stessi ergastolani un campo di calcio nonché quella che lui chiamò con enfasi religiosa la Piazza della Redenzione, con alberi, panchine e viali.
La redenzione di cui parlava e scriveva il direttore Perucatti, non era altro che la risocializzazione di cui negli anni a seguire ha descritto la Corte Costituzionale. Avviò una campagna per l'abolizione della pena dell'ergastolo, suggerendo al suo posto la cosiddetta pena condizionalmente perpetua. Ricevuto dal Presidente della Repubblica, scrisse: "La disumanità della pena dell'ergastolo non sta nel fatto di minacciare ad un individuo di fargli terminare la sua vita in carcere, qualora continuerà ad essere delinquente, ma nel fatto di non offrirgli la possibilità di riscattarsi, modificandosi. In questo senso io penso possano conciliarsi le esigenze della remora al delitto con le ragioni di umanità; la soluzione più giusta e più equa: pena condizionalmente perpetua".
Michele Giua, azionista, professore di chimica, fu incarcerato dai fascisti per lunghi otto anni nelle galere dell'allora Regno d'Italia. Così descriveva la pena dell'ergastolo: "L'ergastolo è immorale oltre che dispendioso; forse meglio la pena di morte per i grandi colpevoli. Eppure vi sono ministri della giustizia che negano la libertà ad ergastolani che hanno passato trentacinque o quaranta anni di galera! Tali ministri sono sacerdoti di una giustizia che nulla ha di umano. Dopo trent'anni di reclusione non si è più uomini, anche nel senso fisico della parola, si è degli spettri nella vita fisica e morale".
La presenza degli ergastolani in un carcere ne cambia la fisionomia. Di fronte a una pena senza prospettiva di rilascio il detenuto pensa più spesso alla morte, oppure a forme di anomalo adattamento al contesto. In un memorabile scritto inviato a Piero Calamandrei, Altiero Spinelli, che per motivi politici aveva scontato durante il regime fascista nove anni di carcere e sei di confino di cui metà del tempo proprio a Ventotene, affermava: "L'ergastolano è il detenuto di cui i reclusi più diffidano perché è quasi regolarmente una spia della direzione, un servitore abbietto dei guardiani. Egli dovrebbe portare una matricola scritta in stoffa nera, ma, per poco che si rilassi la severità della regola carceraria, se la toglie e la sostituisce con la matricola su stoffa bianca o verde dei condannati a tempo".
La pena dell'ergastolo è una pena innaturale che cambia la natura dei comportamenti, li deforma irreversibilmente. L'ergastolo senza alcuna prospettiva di rilascio lo fa assomigliare drammaticamente alla pena capitale.
Avvenire, 16 ottobre 2019
Si intitola "Prigionieri" (Contrasto, pagine 176, euro 39,00) il nuovo reportage di Valerio Bispuri, il primo fotografo ad aver ottenuto, da parte del dipartimento Amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia, l'autorizzazione a visitare alcuni dei più importanti penitenziari italiani, costruendo un progetto di documentazione di queste strutture e di chi le abita: sovraffollamento, precarietà dei fabbricati, mancanza di personale, difficoltà a mettere in piedi programmi di rieducazione del detenuto.
Il libro è accompagnato da un fascicolo con i testi di Edoardo, da oltre vent'anni insegnante nel penitenziario di Rebibbia, e del filosofo Stefano Anastasia, fondatore e presidente onorario dell'associazione Antigone e Garante delle persone private della libertà per le Regioni Lazio e Umbria. Prigionieri sarà presentato il 15 novembre alle 18,30 al Museo Maxxi di Roma. Il libro si apre con una frase di Virginia Woolf: "Ho pensato a quanto spiacevole sia essere chiusi fuori, e ho pensato a quanto sia peggio essere chiusi dentro".
di Nicola Galati
extremaratioassociazione.it, 16 ottobre 2019
Abbiamo tutti negli occhi le immagini delle manifestazioni oceaniche ad Hong Kong, proteste iniziate ad Aprile ma esplose ad inizio Giugno e da allora non più cessate. La causa scatenante è stata la diffusa opposizione ad un emendamento alla legge sull'estradizione presentato dal Governo di Hong Kong. Ad oggi l'estradizione è regolata mediante accordi bilaterali con altri Paesi, tra i quali non vi è la Cina continentale.
L'emendamento avrebbe reso possibile l'estradizione in Cina seppure soltanto per alcuni reati gravi, puniti con una pena di almeno sette anni (quali l'omicidio), e non per reati "politici". In questo spazio si vuole porre l'attenzione sulle questioni riguardanti alcuni aspetti giuridici lasciando ad altri ben più preparati le considerazioni politiche, storiche, strategiche e sociali.
La proposta è stata però vista come un primo cedimento nei confronti della Cina dalle conseguenze ben più significative. La limitazione dell'estradizione ai reati più gravi non è bastata a tranquillizzare i cittadini di Hong Kong ben consci che, una volta superata questa linea rossa, in futuro potrebbe essere facilmente esteso il catalogo di reati per cui è possibile concedere l'estradizione e che, intanto, potrebbero essere strumentalizzate accuse per reati più gravi per poter estradare dissidenti politici. Ciò che più preoccupa è finire nella mani del sistema giudiziario cinese. Mentre ad Hong Kong il sistema giudiziario è indipendente, basato sulla common law anglosassone e non è prevista la pena di morte, in Cina è ancora in vigore la pena di morte, vengono denunciate violazioni dei diritti umani e del diritto di difesa ed il sistema penale è spesso utilizzato per fini politici.
Inoltre, come sottolineato da Giulia Pompili, giornalista esperta di Asia, con la nuova legge anche i cittadini stranieri che si trovano a Hong Kong avrebbero rischiato di essere estradati in Cina.
I manifestanti hanno raggiunto un primo obiettivo: l'emendamento sull'estradizione è stato sospeso dal Governo di Hong Kong in giungo ed è stato ritirato in settembre. Le proteste non si sono però fermate e proseguono ancora oggi; i manifestanti chiedono riforme democratiche, maggiore autonomia, le dimissioni della governatrice, la fine della repressione.
La risposta delle autorità è stata infatti dura e violenta fino a giungere, il 1 ottobre, al grave ferimento di un manifestante, colpito al petto da un colpo d'arma da fuoco esploso da distanza ravvicinata da un poliziotto, immagini che hanno fatto il giro del mondo. Il Governo di Hong Kong, il 5 ottobre, ha anche disposto il divieto di coprire il volto durante le manifestazioni, utilizzando una legge dell'epoca coloniale inglese che non veniva utilizzata dal 1967.
I manifestanti coprono il volto per proteggersi dai gas urticanti e dai lacrimogeni e per non essere identificati dalle autorità temendo gravi ripercussioni. Il diritto ad un giusto processo, il diritto ad un giudice terzo ed imparziale, il diritto di difesa, non sono capricci da azzeccagarbugli, sono le garanzie fondamentali del cittadino per difendersi dagli abusi del potere. La difesa delle libertà dell'individuo passa da un sistema giudiziario liberale ed indipendente. Idee ben chiare ai cittadini di Hong Kong che sono scesi in piazza pur di scongiurare il pericolo di essere estradati e processati in Cina.
Così come la repressione del libero dissenso passa spesso dall'adozione di leggi speciali che reprimono le manifestazioni pubbliche, motivate da supposte emergenze e minacce alla sicurezza. Non vi è alcun riferimento alle vicende italiane, la gravità dei fatti di Hong Kong non si presta a strumentalizzazioni. Si può solo ammirare l'anelito di libertà ed indipendenza che pervade i cittadini di Hong Kong che meritano il sostegno di chi crede ancora in questi valori fondamentali.
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