di Valter Vecellio
lindro.it, 17 ottobre 2019
Il suo destino è quello di diventare un numero, il nome scritto frettolosamente in un registro, per essere presto dimenticato. Se c'è una moglie, una compagna, dei figli, loro piangeranno (oppure no? Chissà); e presto il corpo verrà tumulato, una cerimonia frettolosa, in "solitaria". Finisce cosi, la presenza in terra di Roberto L., detenuto italiano, anni 52 anni. È evaso definitivamente l'altro giorno: ha preso una corda, ne ha fatto una specie di cintura, mentre gli altri compagni di cella dormivano, si è ritirato nel locale utilizzato come bagno, e lì si è impiccato.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 17 ottobre 2019
Sì al blocco della prescrizione. Sulle telefonate passa l'impostazione dem. In gran silenzio, la maggioranza giallo-rossa ha trovato l'accordo sulla giustizia. Anche gli scogli più ardui sembrano alle spalle: sulle intercettazioni, sul sistema elettorale del Consiglio superiore della magistratura (accantonata ogni ipotesi di sorteggio), sul blocco della prescrizione, sulla riforma del processo penale e civile, la sintesi politica c'è.
di Nunzio Smacchia*
Gazzetta del Mezzogiorno, 17 ottobre 2019
La Corte europea dei diritti dell'uomo ha definitivamente bocciato l'ergastolo ostativo, perché è in contrasto con l'art. 3 della convenzione sui diritti umani che vieta trattamenti disumani e degradanti. La sentenza critica quella parte in cui il detenuto condannato per reati di mafia non possa accedere ai benefici di legge come tutti gli altri ergastolani, perché ha deciso di non collaborare con la giustizia, non si pente e non rinnega la sua appartenenza al credo mafioso.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 17 ottobre 2019
Nel perseguimento della legalità è "assolutamente necessario proseguire nella lotta alle organizzazioni mafiose e potenziare le misure di contrasto all'evasione fiscale, anche prevedendo l'inasprimento delle pene per gli evasori e rendendo più trasparenti le transazioni commerciali". Lo ha detto il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, illustrando le linee programmatiche del suo dicastero davanti alla Commissione Giustizia della Camera.
di Errico Novi
Il Dubbio, 17 ottobre 2019
Non si può escludere che la riforma penale e del Csm contenga l'ipotesi di "verifiche sull'equilibrio" dei magistrati. Non è affatto tramontata la previsione di sanzioni disciplinari per i giudici "tardivi" nel depositare le sentenze. Eppure con sorprendente coralità tre storici gruppi dell'associazionismo giudiziario, ossia Unicost, Area e Magistratura indipendente, pronunciano la loro "ferma contrarietà" a un'altra possibile novità in arrivo con il ddl del ministro Bonafede: il riconoscimento agli avvocati del diritto a votare nei Consigli giudiziari anche sulle valutazioni di professionalità delle toghe.
In realtà un testo ufficiale della riforma Bonafede non è ancora disponibile. Certo da parte del guardasigilli, del Pd e di Italia viva c'è l'intenzione di rivedere anche il funzionamento dei Consigli giudiziari, gli organismi istituiti in ogni distretto che cooperano con il Csm nell'autogoverno della magistratura. Alcuni esponenti della maggioranza si sono sbilanciati a favore della partecipazione a pieno titolo di avvocati e professori universitari anche quando si decide sulla professionalità di pm e giudici.
Ma soprattutto lo ha fatto, a titolo personale, il vicepresidente del Csm David Ermini, che in un'intervista al Dubbio ha definito "molto importante" la "valutazione dell'avvocatura sulla professionalità dei magistrati". Di fonte a una situazione comunque ancora fluida, correnti moderate e progressiste si trovano per una volta allineate: no al voto degli avvocati. Al momento non si registra una nota ufficiale di Autonomia e Indipendenza: ma non ci sono dubbi su un'avversione al giudizio della classe forense che, nel caso del gruppo fondato da Davigo, è notoriamente persino più radicale rispetto agli altri.
Unicost paventa il rischio di "effetti distorsivi" sulle dinamiche processuali e ricorda come la riforma del 2006 già consenta agli Ordini forensi la segnalazione di "ogni fatto rilevante" per la valutazione dei giudici: segnalazioni che però vengono fornite appunto in forma "cartolare". Magistratura indipendente arriva addirittura ad alludere agli avvocati quali "soggetti estranei alla giurisdizione", in contrasto con riflessioni ormai diffusissime nell'ordine giudiziario, nel quale si radica sempre più l'idea di una indispensabile alleanza tra avvocatura e magistratura. Secondo Area, poi, "proposte" come quelle relative ai Consigli giudiziari finirebbero per "radicare nell'opinione pubblica l'idea che la magistratura abbia necessità di controlli esterni essendo inadeguati quelli, rigorosi, cui i magistrati italiani sono sottoposti".
La stessa corrente progressista ricorda, in modo anche più preciso delle altre, che "il "cosiddetto diritto di tribuna della classe forense è stato già esteso in modo consistente". Dato indiscutibile: basti citare il caso recentissimo del Consiglio giudiziario di Bari, in cui la partecipazione (seppur senza voto) degli avvocati alle valutazioni di professionalità è stata appena introdotta. C'è dunque uno scarto evidente tra l'allarme delle correnti e la pratica quotidiana della giurisdizione. Soprattutto, i timori di veder pregiudicata "l'indipendenza e la serenità" delle toghe sono in contraddizione con quanto dichiarato più volte da magistrati della levatura di Giovanni Canzio.
Proprio il presidente emerito della Cassazione, da componente di diritto del Csm, ha sostenuto con forza l'opportunità che in ogni Consiglio giudiziario, almeno il presidente dell'Ordine capoluogo partecipi ai lavori "con pieni poteri deliberativi". Anche considerata quella che Canzio, in un'intervista a questo giornale, ha definito come una "distonia rispetto al Csm, nel quale la presenza attiva dei membri eletti dal Parlamento - avvocati e professori universitari - è assolutamente garantita pleno iure.
Non si comprende", secondo il presidente emerito della Suprema corte, "perché la ratio dell'articolo 104 della Costituzione - evitare cioè il rischio di un governo autoreferenziale e corporativo dello statuto professionale dei magistrati - non debba permeare anche le regole dei Consigli giudiziari, che pure sono organi distrettuali ausiliari dell'autogoverno della magistratura e titolari di poteri prevalentemente consultivi in tutte le materie riservate al Csm".
In quell'intervista rilasciata lo scorso aprile al Dubbio, Canzio ha evocato "l'indipendenza di giudizio, la correttezza dei comportamenti e la serietà dei contributi offerti dagli avvocati e dai professori nelle valutazioni dei magistrati". Un atteggiamento impeccabile che lui stesso spiega di aver "potuto constatare" da presidente dei Consigli giudiziari di Milano e L'Aquila e presso la stessa Cassazione, nel cui Consiglio direttivo siede a pieno titolo il rappresentante dell'avvocatura - in quel caso è il presidente del Cnf.
Soprattutto, Canzio ha intravisto nella "avversione di talune componenti della magistratura associata" una certa fatica a "considerare quali siano i valori in gioco". Riferimento alla "autonomia della giurisdizione" che può essere difesa solo con l'impegno condiviso di magistrati e avvocati. Certo sarà più arduo difenderla con un arroccamento sindacalista quale quello che sembra leggersi dietro il no delle correnti alle ipotesi di riforma. Un muro spiegabile forse con la campagna elettorale in corso per le suppletive ma sganciato da una visione più ampia sul futuro della giustizia.
Corriere della Sera, 17 ottobre 2019
I legali: "Va resa giustizia a Stefano, ma anche a chi è stato accusato ingiustamente. Ai nostri assistiti è stata strappata la vita dalle mani". Una vicenda giudiziaria che ha "devastato la loro vita". E ora "va resa giustizia a Stefano, ma anche a chi è stato accusato ingiustamente". I tre agenti della polizia penitenziaria, assolti in maniera definitiva nel primo processo sulla morte di Stefano Cucchi, attraverso i propri legali chiedono ora giustizia, nelle battute finali del procedimento contro cinque carabinieri. La sentenza è prevista a novembre.
"Riacquisire la dignità calpestata" - Le parti civili chiedono anche un risarcimento di un milione di euro per ognuno dei tre agenti della penitenziaria. Per il legale Diego Perugini, parte civile per uno degli agenti imputati nel primo processo, la vita del suo assistito "è stata distrutta da una cronaca giudiziaria che l'ha descritto come l'omicida di Stefano Cucchi. Gli hanno strappato la vita dalle mani. La sua vita è stata devastata. Un danno fatto anche alla giustizia". Per l'avvocato Massimo Mauro, dev'essere "resa giustizia a Stefano Cucchi e giustizia a tre appartenenti della polizia penitenziaria che devono riacquisire quella dignità che è stata loro calpestata".
I tre carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale - Sulla stessa linea la parte civile che rappresenta Rita Calore, madre di Stefano, e l'associazione Cittadinanzattiva Onlus: "Il processo Cucchi diventerà un simbolo di come il sistema giudiziario possa rimediare ai propri errori - ha spiegato l'avvocato Stefano Maccioni -. Esattamente oggi, dieci anni fa, in queste ore - ha ricordato il penalista - Stefano veniva portato in tribunale per l'udienza di convalida del suo arresto". In aula è intervenuto anche il legale di Vincenzo Nicolardi, uno dei carabinieri imputati per calunnia. L'avvocato Alessandro Poli ha spiegato le ragioni del suo assistito: "In merito alle annotazioni di servizio dei carabinieri dopo la morte di Cucchi, prese in esame in aula, Nicolardi ha riconosciuto solo quella del 27 ottobre 2009, perché quella redatta il 16 ottobre non era stata scritta e firmata né mai vista da lui. Nella relazione del 27 ottobre, Nicolardi aveva specificato: fin quando è stato con noi non aveva lamentato nessun dolore. Quelle annotazioni erano state redatte dopo la morte di Stefano per fare chiarezza sulla vicenda, su richiesta dei vertici dell'Arma". Poli ha poi segnalato "le incongruenze" all'interno delle dichiarazioni dell'imputato-testimone, il carabiniere Francesco Tedesco, il quale ha denunciato di aver assistito al pestaggio di Cucchi da parte - secondo la sua testimonianza - dei colleghi Di Bernardo e D'Alessandro nella stazione Appia. I tre carabinieri sono accusati di omicidio preterintenzionale.
Le false accuse - Tedesco - così come Vincenzo Nicolardi e come l'allora comandante della stazione Appia, Roberto Mandolini - deve rispondere anche dell'accusa di falso e calunnia, per l'omissione nel verbale d'arresto dei nomi di Di Bernardo e D'Alessandro, e per aver testimoniato il falso al processo di primo grado, con dichiarazioni che portarono all'accusa di tre agenti della polizia penitenziaria per i reati di lesioni personali e abuso di autorità.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 17 ottobre 2019
Corte di cassazione - Sezione III penale - Sentenza 15 ottobre 2019 n. 42513. A fronte di una declaratoria immediata di non punibilità, per maturata prescrizione del reato di lottizzazione abusiva, è possibile che scatti comunque la misura reale della confisca obbligatoria. Però solo quando sia stata accertata, con adeguata motivazione in contraddittorio tra le parti, la sussistenza degli elementi oggettivo e soggettivo del reato.
Ma - come chiarisce la Cassazione con la sentenza n. 42513depositata ieri - la colpevolezza per il reato prescritto non può essere desunta dagli atti irripetibili, contenuti nel fascicolo del dibattimento, se il contraddittorio non è stato instaurato tra le parti, in applicazione dell'articolo 129 del Codice di procedura penale (obbligo dell'immediata declaratoria della causa di non punibilità).
In tale caso, manca quella valenza probatoria che giustifica l'adozione dello strumento ablativo della confisca, prevista come obbligatoria dalla legge (articolo 44, comma 2, del testo unico dell'edilizia). In aderenza anche alla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, la Corte di cassazione ha ritenuto inammissibile il ricorso del Procuratore della Repubblica proprio per la mancanza di un avvenuto accertamento della responsabilità penale di chi era imputato del reato edilizio.
Il rimedio amministrativo - Resta quindi ferma la restituzione disposta dal giudice di merito dei beni che erano stati sottoposti a sequestro preventivo e a cui si opponeva il ricorso in Cassazione. Il rimedio però in una siffatta situazione esiste ed è la Cassazione a prospettarlo. Cioé, che ha seguito della trasmissione degli atti disposta dalla sentenza impugnata a favore dell'autorità amministrativa, scatti l'eventuale successivo esercizio del potere-dovere di procedere all'acquisizione delle aree lottizzate al patrimonio comunale.
E in caso l'amministrazione non agisca è comunque possibile il contrasto di tale inerzia da parte della giustizia amministrativa. Compreso il caso del mancato esercizio dei poteri sostitutivi da parte della Regione. Valutazione giurisdizionale che può arrivare fino in sede penale in caso di inerzia "patologica".
gonews.it, 17 ottobre 2019
In Commissione regionale Sanità e politiche sociali, l'audizione specifica su San Gimignano. "Mancano le strutture per i detenuti con disturbi mentali". "La Regione Toscana non è in ritardo con i lavori di ristrutturazione solo sull'ex carcere del Pozzale, come ho denunciato la scorsa settimana, ma anche nelle altre strutture detentive. E il problema - dice il consigliere regionale della Lega, Jacopo Alberti - all'interno delle comunità carcerarie, come emerso in commissione, è proprio l'alto numero di detenuti con disturbi mentali che dovrebbe stare in un altro posto, seguire un altro percorso.
Oggi dovevamo parlare di San Gimignano, alla luce dell'inchiesta che è stata avviata, ma abbiamo avuto una panoramica su tutte le strutture, che ha evidenziato una grave carenza da parte della Regione. Non possiamo abbandonare né i detenuti, né i pazienti, né tutto il personale che lavora in queste strutture, e che ogni giorno affronta situazioni precarie al limite del pericoloso".
"Dalla Regione ci dicono che la Rems del Pozzale di Empoli non aprirà fino a febbraio 2020, cioè a 3 anni quasi esatti dalla chiusura dell'Ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino: da tre anni la Regione non riesce a riaprire una struttura che sarebbe fondamentale per la cura e la gestione di detenuti particolarmente complessi.
Non sappiamo a che punto siano i lavori di ristrutturazione, sappiamo solo che la struttura doveva essere pronta prima della chiusura dell'Opg, infatti è chiusa del 2016. C'era un piano da 800.000 euro, ma la Regione ha avuto dalla Stato 11,5 milioni per provvedere alla chiusura dell'Opg. Nei prossimi giorni chiederò spiegazioni dettagliate su quei fondi, voglio sapere come sono stati utilizzati".
"Dalla rilevazione dell'Ars risulta che su 3100 detenuti, 912 hanno presentato almeno un disturbo psichiatrico. Le diagnosi prevalenti sono disturbi da dipendenza di sostanze (14%), il 5,4% presenta disturbi nevrotici e di adattamento, disturbi di personalità e comportamento (4%), il 3,5% sono alcol-correlati, il 2,9% è affetto da disturbi affettivi psicotici e l'1,5% depressivi non psicotici, oltre a un 3,5% di detenuti che presentano sintomi e sindromi non classificate.
Ma le strutture, sia carcerarie che Rems - conclude l'esponente della Lega - dovrebbero aiutare detenuti e pazienti a rientrare nella comunità, a guarire: in questa situazione, nessuno migliora, e il personale è continuamente sotto stress. Ho letto delle proteste di Corleone: evidentemente non siamo gli unici ad esserci accorti che in Toscana ci sono gravi carenze da gestire e ritardi inaccettabili".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 ottobre 2019
La deposizione a Palermo dell'ex direttore dell'Ufficio detenuti del Dap. il dirigente ha ricordato gli interventi dei tribunali di sorveglianza, e la successiva sentenza della consulta che indicava di valutare caso per caso i rinnovi. L'unica prova, senza deduzioni logico fattuali, sulla presunta trattativa è il mancato rinnovo del 41bis a oltre 300 soggetti da parte dell'ex ministro della giustizia Giovanni Conso. Ma nel corso dell'udienza del processo d'appello sulla trattativa Stato-mafia di lunedì scorso, sono emersi chiarimenti da parte del teste Andrea Calabria (ex direttore dell'ufficio detenuti del Dap) che rischiano di indebolire ulteriormente la prova.
Partiamo però dalla tesi della condanna di primo grado. Secondo l'accusa, la sostituzione dell'allora direttore del Dap Nicolò Amato con Adalberto Capriotti costituì il tentativo di mettere alla guida del Dipartimento un uomo che avrebbe garantito il suo sostegno al dialogo sul carcere duro ai boss avviato da parte dello Stato con la mafia. Per evitare nuove stragi e omicidi eccellenti, sempre secondo i pm, pezzi delle istituzioni avrebbero trattato con Cosa nostra concedendo un alleggerimento dei 41bis realizzato, nel novembre del 1993, con la mancata proroga di oltre 300 provvedimenti di carcere duro.
Il presidente della Corte Angelo Pellino ha approfondito il tema, ponendo specifiche domande a Calabria, relative a vari documenti anche da lui sottoscritti, divergenze all'interno del dipartimento, prassi che seguivano l'iter della concessione della proroga o meno ai detenuti al 41bis ed eventuali pressioni ricevuti in merito ai decreti relativi alla proroga.
L'ex direttore dell'ufficio del Dap ha innanzitutto chiarito la situazione della gestione dei detenuti al 41bis. Parliamo del periodo nel quale, la misura, era ancora di carattere emergenziale e la procedura per rinnovare o meno il 41bis non era ancora ben definita. E, di fatto, come ha spiegato Calabria, in quel periodo ci furono numerosi interventi da parte dei tribunali di sorveglianza, tanto da poi scaturire la famosa - ma poco citata - sentenza della Corte costituzionale la quale aveva espressamente indicato di valutare caso per caso i soggetti prossimi alla data del rinnovo del 41bis. Lo stesso ministro Conso si attenne alle indicazioni. Calabria ha spiegato che con il suo ex capo del Dap Francesco Di Maggio non scorreva buon sangue. Lo ha descritto come un accentratore, poco incline alla collegialità e non amante della burocrazia.
Un comportamento che creava tensione. Ma non sul 41bis, dove - ha dichiarato - non ha ricevuto alcuna pressione. Il ruolo di Calabria era di tipo tecnico giuridico. Lui stesso, di concerto con gli altri esponenti del Dap, ha emanato note relative alla detenzione del 41bis.
Così come, man mano che i decreti arrivavano a scadenza, era costretto - visto che ancora la norma non era chiara- a chiedere informazioni sui singoli detenuti alla Dia, all'allora Sco, tribunali e distretti antimafia. In una nota del 29 giugno del 1993 - che durante il processo di primo grado aveva sollevato inquietanti quesiti -, lo stesso Calabria, in merito all'eventuale mancate proroghe, scrisse che sarebbe servito come "atto di distensione".
Ma l'ex direttore dell'ufficio detenuti ha chiarito bene a cosa si riferiva tale espressione. All'epoca erano tantissimi i detenuti al 41bis, tanto da provocare all'interno delle carceri che ospitavano le sezioni, un grave sovraffollamento visto che occupavano celle che prima servivano per i detenuti comuni. Ciò creava problemi di gestione.
Quindi per "distensione", si intendeva una questione interna. Nulla a che vedere con dei segnali di distensione nei confronti della mafia. Come detto, l'ex ministro Conso, in linea con il dettato della Consulta, non ha prorogato il 41bis a 334 detenuti, i quali non erano mafiosi di grosso calibro. Calabria ha anche voluto sottolineare che rimanevano comunque in una sezione di alta sicurezza, per poi rimandarli al 41bis se sorgevano altri elementi che ne accertassero l'esigenza.
romasette.it, 17 ottobre 2019
Ad accesso diretto, senza prenotazione, è rivolto alle persone che hanno bisogno di proseguire il percorso terapeutico intrapreso negli istituti di pena. Un "ambulatorio di continuità" destinato all'assistenza dei pazienti ex detenuti è stato attivato dall'Istituto Spallanzani ed è il primo della regione Lazio. Le cure sono rivolte alle persone che escono dal carcere e hanno bisogno di proseguire il percorso terapeutico intrapreso all'interno degli istituti di pena e mirano anche a non compromettere i risultati di controllo delle malattie infettive raggiunti grazie all'assistenza infettivologica organizzata nei penitenziari durante il periodo di detenzione.
"Questa iniziativa - spiega il Garante dei detenuti di Lazio e Umbria Stefano Anastasìa - si propone di evitare che le persone in terapia per infezione da Hiv, Hbv, Hcv e tubercolosi all'uscita dal carcere si trovino senza alcun riferimento e, nell'attesa di appuntamenti presso ambulatori dedicati, possano restare senza terapia e interrompere un percorso clinico e terapeutico che garantisca la salvaguardia del loro stato di salute che si è tentato di costruire durante il periodo detentivo, anche alla luce del percorso riabilitativo".
L'interruzione del percorso clinico terapeutico infatti crea un danno alla persona malata e potrebbe creare un problema di salute pubblica perché, non completando i cicli di cura, i pazienti possono costituire una fonte di trasmissione di malattie infettive.
L'ambulatorio è gestito dagli specialisti infettivologi dello Spallanzani ed è attivo come sportello ad accesso diretto, senza prenotazione dal lunedì al sabato dalle 8.30 alle 13, in via Portuense 292 (informazioni allo 06-55170239/267). "Si tratta di un servizio e di una sperimentazione molto importanti - commenta Anastasìa.
Sappiamo che il carcere costituisce spesso il primo accesso ai servizi sanitari per patologie pregresse e non diagnosticate. È importante che quel contatto, quella presa in carico, quella relazione fiduciaria che si è stabilita in carcere tra sanitari e paziente abbia una continuità anche fuori dalle mura. Per questo sono grato alla direzione dello Spallanzani per questa iniziativa che spero possa diffondersi anche in altri contesti del territorio regionale".
L'Istituto Spallanzani è vicino ai bisogni della popolazione carceraria da molti anni con un servizio di assistenza ai detenuti che prevede l'erogazione di assistenza sanitaria alle persone affette da patologie infettive e ristrette nelle carceri romane. Il servizio è regolato dalle convenzioni stipulate con le Aziende sanitarie locali competenti per territorio.
"Attivo già dal 2000 - spiega una nota dell'Istituto -, il servizio svolge attività di consulenza infettivologica presso l'area penitenziaria di Rebibbia e la Casa circondariale Regina Coeli, con accessi tri-settimanali. La popolazione carceraria di questi istituti rappresenta gran parte della popolazione carceraria della regione Lazio. Il modello assistenziale adottato garantisce una reale parità di trattamento tra individui detenuti, anche grazie a specifici percorsi diagnostico-terapeutici e l'appropriatezza delle prestazioni, secondo criteri e protocolli validati dalla comunità scientifica".
- Santa Maria Capua Vetere (Ce). Condotta idrica per il carcere: la gara d'appalto
- Massa Marittima (Gr). In carcere si impara l'arte dell'apicultura
- Bologna. Dibattito sulla giustizia riparativa con Garanti e magistrati
- Trento. Torna "Fa' la cosa giusta": dal muro parlante all'economia carceraria
- Pisa. Si alza il sipario sulla "Scuola di Teatro Don Bosco" per detenuti










