di Fabrizio Assandri
La Stampa, 18 ottobre 2019
Il cappellano Silvio Grosso: sarebbe sbagliato generalizzare. "Servirebbe una riforma della giustizia per migliorare la vita all'interno del carcere". Quando noto qualche tensione, tra agenti e detenuti, faccio presente la cosa al capo della sezione, allo stesso agente se è il caso, e all'ispettore. Ma di episodi di violenza non ne ero al corrente". Silvio Grosso fa parte della fraternità dei monaci apostolici diocesani a cui è affidata la cappellania del carcere.
Di cosa parlano i detenuti nei colloqui con lei?
"Mi raccontano la loro difficoltà e la fatica rispetto alla situazione che vivono che, anche se frutto di loro scelte, provoca grande sofferenza".
Le hanno mai segnalato episodi di violenza e torture?
"No. Posso però dire che dalla mia esperienza, da parte delle figure apicali, man mano che si sale nella gerarchia della gestione del carcere, c'è e c'è sempre stato lo sforzo di mantenere un clima disteso all'interno dell'istituto penitenziario".
Vuole dire che il problema sta ai livelli più bassi?
"Voglio solo dire che in una situazione di grande sovraffollamento come quella attuale, che non fa che peggiorare da mesi, con gli agenti costretti a turni molto pressanti, un clima di tensione possa esserci. Per quel che ho visto io, però, molti agenti sanno gestire i rapporti smorzando le frizioni della vita quotidiana dietro le sbarre. Parlo di cose banali e normali. Ma qui si parla di altro: violenze e torture, di questo non avevo assolutamente alcuna contezza. Sulla vicenda sta indagando la Procura e io non ho altro da aggiungere".
Qual è la sua reazione?
"Avverto il rischio che questa faccenda, insieme ad altre che purtroppo si sono rivelate vere, spinga a fare di tutta l'erba un fascio, così come a volte accade quando i violenti sono i detenuti. Ma né da una parte né dall'altra bisogna generalizzare. Al di là di questo episodio, è giusto ribadire che le condizioni di vita del carcere sono estremamente difficili e faticose per tutti quelli che ci vivono e ci lavorano. Per questo bisognerebbe metter mano a una riforma della giustizia, per la quale il carcere non sia più così al centro rispetto ad altre modalità di esecuzione penale, sarebbe un modo per migliorare le condizioni di vita all'interno del carcere".
di Gad Lerner
Il Venerdì di Repubblica, 18 ottobre 2019
Ho atteso che si quietassero un poco le acque intorno al caso del reddito di cittadinanza (623 euro al mese) percepito da Federica Saraceni, detenuta agli arresti domiciliari per reati di terrorismo politico, fra cui il concorso nella preparazione di un agguato in cui vent'anni fa perse la vita il giuslavorista Massimo D'Antona.
Ho atteso che i parlamentari della Lega sospendessero lo sciopero del voto proclamato contro una legge che loro stessi avevano votato (e poi rifiutato di modificare). Non è la loro disinvoltura a colpirmi. Non hanno forse di recente i leghisti festeggiato come una grande vittoria la chiusura del megacentro per migranti di Mineo creato dal ministro leghista Roberto Maroni? No, è il tumulto di umane lacerazioni e dì sentimenti condensati in quella tragedia italiana a rendere necessaria la pacatezza, nell'affrontarla.
L'aggravante - se così si può dire - che ha fatto esplodere il caso, è l'appartenenza familiare di Federica Saraceni: figlia di Luigi, uno dei fondatori di Magistratura Democratica poi impegnato politicamente a sinistra; e nipote di Silvio, un avvocato calabrese antifascista a sua volta militante al fianco dei braccianti di Castrovillari.
Borghesia progressista, insomma. Qual è la misteriosa ragione per cui da una simile storia familiare una figlia giunga a compiere la scelta brigatista, con la violenza criminale che le è propria? È il doloroso interrogativo che percorre il libro di Luigi Saraceni, "Un secolo e poco più", che Sellerio ha pubblicato con prefazione di Giuliano Pisapia.
Ma è anche l'interrogativo che dovettero porsi, ormai quasi mezzo secolo fa, tanti giovani militanti fra i quali c'ero anch'io, di fronte al passaggio alla lotta armata di nostri compagni di cui avevamo conosciuto la generosità e stentavamo a riconoscere il successivo fanatismo. Furono anni tormentosi in cui la nostra netta critica pubblica del terrorismo di sinistra s'intrecciava con una familiarità tale da renderla talora troppo cauta, talora addirittura pericolosa. Il rancore persistente intorno a vicende come quella di Federica Saraceni impedisce di accettare la dose inevitabile, irrimediabile di male che esse contengono.
Cosa dovrebbe fare lo Stato a Federica Saraceni? Rimetterla in cella (ha due figli piccoli)? Imporle i lavori forzati gratuiti in carcere? Gettare via le chiavi, come si usa dire? Oppure, come chiede esasperato suo padre, per mantenersi lei dovrebbe andare a prostituirsi o a far rapine? Ci sono vite sbagliate, per tante ragioni diverse, talvolta odiose, che a un certo punto lo Stato, in un modo o nell'altro, deve accollarsi. A meno che quelle vite sbagliate si scelga di eliminarle, cioè si scelga la barbarie.
firstonline.info, 18 ottobre 2019
A Milano la IV edizione della gara di retorica e rap tra gli studenti dell'Università Statale e i detenuti di San Vittore: lezioni il 24 ottobre, 8, 13 e 21 novembre, finalissima il 23 novembre nel "ring" del carcere milanese. Si chiama "Guerra di Parole" ed è l'iniziativa, giunta alla IV edizione, nella quale studenti e detenuti si sfidano a colpi di dialettica, prima sostenendo una posizione, poi il suo contrario.
Dopo Roma e Napoli, quest'anno la Guerra di parole arriva a Milano dove a scontrarsi sono gli allievi dell'Università Statale vs i detenuti del Carcere di San Vittore. Tema di questa edizione: "L'opinione pubblica è il sale della democrazia o il dominio del populismo?"
Per prepararsi, i due gruppi partecipano separatamente a un corso di formazione per apprendere le tecniche della retorica, del teatro e del rap. Le lezioni sono fissate per il 24 ottobre, 8, 13 e 21 novembre e sono tenute da Flavia Trupia, presidente dell'Associazione PerLaRe (Per La Retorica), dall'attore e regista Enrico Roccaforte e dal rapper Amir Issaa.
La sfida finale si tiene il 23 novembre 2019 su un "ring" d'eccezione, il carcere di San Vittore. Si svolge in due round di 15 minuti, aperti e chiusi da un appello di 1 minuto in versione rap in cui le due squadre devono prima difendere un'idea e poi il suo contrario. Allo scadere, una Giuria di sette componenti decreta la squadra vincitrice in base ad alcuni criteri: il rispetto delle regole, la forza delle argomentazioni e l'utilizzo del linguaggio del corpo.
"Le prime tre edizioni della Guerra di Parole - ricorda Flavia Trupia, presidente dell'Associazione PerLaRe (Per la retorica) - sono state vinte dai detenuti, malgrado gli studenti abbiamo dimostrato di avere tecnica e determinazione. Nell'arte oratoria non conta solo la preparazione tradizionale, ma anche la capacità di gestire il corpo, di divertire e di comunicare con l'uditorio. Abilità che raramente vengono acquisite tra i banchi. Inoltre non è facile per gli studenti, a vent'anni, entrare in un carcere e sfidare degli adulti che si sono formati nell'università della vita. Ma quest'anno gli studenti potrebbero stupirci".
L'iniziativa è sostenuta da Toyota Motor Italia ed è organizzata da PerLaRe - Associazione Per La Retorica, Università degli Studi di Milano La Statale, Crui - Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, Casa Circondariale di Milano San Vittore, insieme a Unione Camere Penali Italiane - Osservatorio Carcere Ucpi, Amici della Nave. Il progetto è supportato da Ferpi-Federazione Relazioni Pubbliche Italiana. Per iscriversi è necessario entro il 5 novembre inviare una mail a
di Manuela Marziani
Il Giorno, 18 ottobre 2019
Convenzione per lavori socialmente utili di soggetti sottoposti a misure alternative alla pena o ex detenuti. Un reato commesso e la pena da scontare diventa un'opportunità di crescita, fuori dal carcere, al servizio della comunità. A Milano il lavoro di pubblica utilità che consiste nella prestazione di un'attività non retribuita in diversi enti si è rivelato un'occasione per diverse persone e lo stesso potrebbe accadere a Pavia.
È stata sottoscritta ieri mattina, infatti, una convenzione per l'inserimento in lavori di socialmente utili di soggetti sottoposti a misure alternative alla pena o ex detenuti: a firmarla sono stati oggi il Comune di Pavia, rappresentato dal sindaco Fabrizio Fracassi, e il tribunale di Pavia, con la presidente Annamaria Gatto.
Sono 15 i posti a disposizione in diversi settori (verde, servizi sociali, cultura e sicurezza), per l'inserimento di persone sanzionate per fattispecie penali che contemplino la possibilità di estinguere le misure del carcere o delle sanzioni pecuniarie.
"Chi ha sbagliato ha la possibilità di donare del tempo alla collettività - ha sottolineato la presidente del tribunale Annamaria Gatto. A Milano un regista che era stato condannato per guida in stato d'ebbrezza, ha realizzato dei filmati sui danni dell'alcol. Terminato il suo impegno, ha continuato a svolgere attività di volontariato. Un dirigente d'azienda laureato in ingegneria, invece, ha aiutato i ragazzi a colmare le loro lacune in matematica. Non sempre il carcere è la soluzione. I lavori di pubblica utilità sono un gesto di civiltà e aiutano il reinserimento".
La convenzione, che esisteva già in passato e aveva dato un'opportunità a due o tre persone, ora sarà estesa anche ai non residenti a Pavia. "L'accordo - ha detto il sindaco Fabrizio Fracassi - che non ha alcun costo per il Comune, se non la sottoscrizione di un'assicurazione, è già attiva e, avendo allargato le possibilità per coloro che ne possono beneficiare, siamo in grado di dare una possibilità a tante persone, dopo aver seguito un corso di formazione on line". La convenzione garantisce un duplice risultato: per l'ente pubblico l'utilizzo di personale senza costi, per il Tribunale e per il soggetto interessato l'estinzione della pena in un contesto di pubblica utilità e recupero educativo. "I tossicodipendenti che commettono reati legati alla loro dipendenza - ha ricordato l'assessore ai servizi sociali Anna Zucconi - possono svolgere lavori all'interno delle comunità, mentre altre persone si possono dedicare ai disabili.
Dal punto di vista emozionale questo può essere molto utile". L'effettivo svolgimento dell'attività lavorativa a favore della collettività sarà verificato dall'Ufficio di esecuzione penale esterna. Il reato più frequente che potrà essere estinto attraverso i lavori socialmente utili è la guida in stato d'ebbrezza "nel quale possiamo incorrere tutti" ha ricordato l'assessore alla sicurezza Pietro Trivi. Recentemente la Polstrada di Pavia ha trovato 47 (37 uomini e 10 donne) autisti positivi all'etilometro e ne ha deferiti 45 all'autorità giudiziaria per il tasso alcolemico più elevato, che comporta la denuncia penale. Non è un reato, ma una violazione del Codice della strada, invece la guida con uso improprio del cellulare. Un fenomeno in continua ascesa con gravi conseguenze, visto che un'alta percentuale di incidenti si verifica proprio a causa dell'inevitabile distrazione dovuta all'uso improprio del telefono.
Nell'ultima settimana le pattuglie della Polstrada dirette dal vice questore Luciana Giorgi, anche servendosi auto in borghese, ha contestato 66 violazioni. E nei prossimi giorni i controlli saranno incrementati affiancando l'attività di repressione su strada a una di prevenzione cercando di sensibilizzare i cittadini attraverso le attività di educazione stradale svolte nelle scuole.
wired.it, 18 ottobre 2019
Il giornalista Shane Bauer ha passato quattro mesi come secondino in un carcere della Louisiana, per poi scrivere "American Prison": un resoconto di violenza, mancanza di igiene, crolli psicologici e negazione di diritti. L'abbiamo intervistato.
Che cosa succede realmente in un carcere? In che condizioni vivono i detenuti? Vengono garantiti i diritti costituzionali? "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte", hanno scritto i padri costituenti all'articolo 27. In maniera analoga, anche l'VIII emendamento della costituzione americana prevede che "non devono essere richieste cauzioni o multe troppo elevate o inflitte punizioni eccessive e crudeli".
Nonostante entrambe le costituzioni si pongano nell'ottica di garantire la dignità dei detenuti, la messa in pratica è, sempre in entrambi i casi, molto lontana dal vedersi realizzata. In Italia, l'Associazione Antigone fa da osservatore della situazione carceraria; in America, secondo Shane Bauer, pluripremiato giornalista investigativo della testata indipendente Mother Jones, siamo di fronte alla maggiore emergenza sociale del paese.
American Prison è il libro-inchiesta, non ancora tradotto in Italia, in cui Bauer racconta la sua esperienza di quattro mesi come secondino in un carcere della Louisiana gestito dalla Corrections Corporation of America (Ccca, ora Core Civic).
Bauer è stato assunto con il suo vero nome - cercando su Google appare come giornalista investigativo - mostrando da subito le falle delle carceri private americane nella gestione della propria attività. Wired ha incontrato il reporter durante il Festival di Internazionale a Ferrara il 4-6 ottobre scorsi.
Shane Bauer, perché questa spiccata sensibilità verso il tema delle carceri?
"Ho passato due anni in carcere. Ero in Siria, da poco tempo avevo iniziato a fare il reporter dal Medioriente. Un giorno, assieme ad altri due amici, stavo facendo trekking sul confine tra Iran e Iraq quando fummo arrestati tutti e tre e portati in un carcere iracheno. Di questi due anni, quattro mesi li ho trascorsi in isolamento. Quando venni scarcerato e riuscii a tornare a casa assieme ai miei due amici, nelle carceri americane era in corso un enorme sciopero della fame. In California era molto forte la protesta dei prigionieri condannati all'isolamento, che ci possono rimanere anche per periodi lunghissimi, anche quarant'anni. Ho iniziato a scrivere di questa situazione e ad approfondirla sempre di più: in America c'è il più grande sistema carcerario del mondo - il 25% dei detenuti a livello mondiale è negli Stati Uniti - ed è un problema sociale enorme, il più grande di questo paese. L'aver vissuto personalmente il carcere, mi ha portato investigare sempre più a fondo questo argomento".
Shane Bauer
Perché è arrivato a scrivere American Prison?
"Dopo aver scritto sul tema delle carceri per alcuni anni, ho iniziato a capire che per un giornalista è estremamente difficile poter avere accesso a un carcere. Il sistema penitenziario cerca di fare in modo che i giornalisti stiano il più lontano possibile, e questo è molto evidente negli Stati Uniti nelle carceri gestite da società private a scopo di lucro. Si tratta di penitenziari che non hanno gli stessi requisiti delle carceri gestite dal sistema federale, che ammette invece un certo grado di accesso da parte del pubblico. Per capire meglio questa situazione, ho deciso di fare una domanda di lavoro. Con grande sorpresa da parte mia, sono stato assunto come guardia in poco tempo. Quando sono entrato nel carcere di Winnfield ho capito che lì c'era davvero una grande storia da raccontare, e questo mi ha portato a studiare la storia e il ruolo delle carceri americane fin dalle sue origini".
Quali sono stati i fatti che l'hanno maggiormente impressionata in questa esperienza?
"Appare evidente che l'obiettivo delle compagnie che gestiscono le prigioni private americane sia abbattere i costi per fare più profitti. Gli stipendi dello staff sono molto bassi, circa 9 dollari all'ora, ovvero poco più di un cameriere di McDonald's. Per questo motivo, per esempio, le guardie carcerarie vendono droga ai detenuti per guadagnare dei soldi in più. I prigionieri sono molto violenti, anche per la scarsa preparazione dello staff. La situazione sanitaria è un tema enorme per queste compagnie: se un carcerato sta molto male e la Cca manda il detenuto in ospedale, deve poi pagare le cure mediche: ma l'azienda non vuole farlo, ovviamente. Ho infatti incontrato detenuti che avevano perso le gambe a causa della degenerazione di un'infezione in cancrena, persone in gravi condizioni di salute e che avevano assolutamente bisogno di cure mediche, vedersi negare l'assistenza da parte dello stesso personale sanitario a cui erano state affidate.
Le condizioni igienico-sanitarie sono davvero precarie, così come l'assistenza del personale. Inoltre, ci sono pochissimi programmi di riabilitazione dei detenuti e servizi di supporto per l'assistenza psichiatrica. Ho incontrato un uomo che si è suicidato per non essere riuscito ad ottenere il supporto a livello medico-psichiatrico che richiedeva da molto tempo e per il quale aveva intrapreso lo sciopero della fame. Ma questo servizio di cure psichiatriche non esiste nelle prigioni gestite dalla Cca. Quando è morto, pesava circa 32 chilogrammi: la direzione del carcere ha fatto di tutto per coprire il fatto, mettendo in atto molte azioni affinché la notizia non venisse diffusa al di fuori del penitenziario".
Quindi la Cca cerca di fare in modo che quanto avviene nelle sue prigioni non venga portato alla luce?
"Certamente. Ad esempio, in carcere avvengono molti accoltellamenti - i detenuti spesso si costruiscono da soli i coltelli - e nei quattro mesi in cui ho lavorato in carcere ho tenuto il conto di questi episodi. Poiché la Cca è obbligata a redigere un report annuale da consegnare allo stato, ho richiesto al Federal Bureau of Prisons il report di quell'anno: la Cca aveva dichiarato un numero di accoltellamenti annuo che corrispondeva a meno di quello da me rilevato nel corso di soli quattro mesi. Siamo dunque di fronte a una chiara manipolazione dei dati. Le compagnie private non vogliono che lo stato venga a conoscenza di quanto succede davvero nelle loro prigioni".
Ritiene ci siano delle differenze tra quanto accade nelle prigioni gestite dalle compagnie private rispetto alla gestione delle carceri pubbliche?
"Premesso che in America anche le carceri pubbliche sono in pessime condizioni, al pari di quelle private, e quindi non ha molto senso fare un paragone di questo tipo, ci sono delle peculiarità relative alle carceri private legate alla necessità di fare profitti. Per cui, nelle carceri pubbliche, il personale viene seguito sotto il profilo della formazione, viene retribuito meglio, si trovano servizi di cure psichiatriche, sia per i detenuti che per il personale interno, e molti più programmi di riabilitazione rivolti ai detenuti. Tutto ciò non esiste nelle carceri private e, infatti, i detenuti sono molto più violenti nelle carceri privati che in quelle pubbliche".
Sono previsti dei controlli periodici da parte dello Stato sull'operato delle compagnie private che gestiscono carceri?
"Ci dovrebbe essere, ma per quello che ho visto, quando arrivano i controlli, i detenuti vengono messi in condizioni di maggiore stabilità psichica per l'intera durata della visita, ma poi tutto ritorna come prima. Sebbene anche lo stato sappia che le carceri private non sono gestite in maniera corretta, di fatto poi non interviene perché ha bisogno di contenere i costi legati alle detenzioni e le carceri private sono molto più economiche di quelle pubbliche".
Quali sono state le conseguenze sulle sue condizioni di salute dopo questa esperienza come guardia carceraria?
"Durante i quattro mesi trascorsi in carcere, ho assistito a una trasformazione di me stesso sotto il profilo psicologico. È vero che ero arrivato lì per vedere che cosa accadeva realmente, ma ero a tutti gli effetti un secondino e, quindi, dovevo entrare completamente in questa dimensione. È stato molto difficile per me: sono diventato molto più autoritario, dovevo esercitare il mio potere sui carcerati, dovevo punirli anche fisicamente ed è stato estremamente complesso riuscire a controllare il mio equilibrio emotivo e psicologico in questa situazione. Questo è quello che, in assoluto, mi ha messo più alla prova e che mi ha segnato molto a livello personale. Una volta conclusa questa esperienza, e rientrato nel mio ambiente quotidiano, non è stato facile ritornare alla normalità: molte guardie carcerarie si suicidano, in percentuale molto più elevata dei soldati americani. Il carcere, quindi, è un ambiente distruttivo non solo per i detenuti ma anche per lo staff che ci lavora".
Che tipo di esperienza giornalistica è stata la sua? La suggerirebbe ad altri che vogliono produrre contenuti giornalistici di qualità?
"Il giornalismo sotto copertura è, oggi, poco diffuso in America, lo è stato maggiormente in passato. Ora i giornalisti hanno paura a intraprendere questo tipo di indagini perché potrebbero essere perseguiti penalmente da parte delle aziende o delle istituzioni e dovrebbero assumersi la responsabilità di gestire delle informazioni estremamente delicate. Non posso permettermi di suggerire ad altri di intraprendere un'esperienza analoga alla mia, che richiede un coinvolgimento totale della propria vita. Un giornalista, prima di fare questa scelta, deve sentire il suo progetto come la missione della propria esistenza, con tutti i rischi connessi. Tuttavia, è fondamentale sottolineare come in America sia sempre più difficile accedere alle informazioni di istituzioni molto potenti ed è per questo che il metodo tradizionale di fare giornalismo non funziona: se non puoi avere accesso alle informazioni non puoi scrivere e documentare e credo che, in questi casi, altri metodi di fare giornalismo siano più appropriati. Nel mio caso, la scelta che ho fatto lo è stata".
Ci sono stati dei cambiamenti nel mondo carcerario dopo l'avvento dell'era Trump?
"Complessivamente non è cambiato molto, ma alla fine della presidenza di Barack Obama, venne dichiarato che non ci sarebbero mai più state carceri private, ovvero che i contratti con le companies come la Cca non sarebbero stati rinnovati. Quando Obama dichiarò questo, le azioni delle due maggiori aziende che gestiscono carceri in America, quotate in borsa, sono cadute a picco, perdendo la metà del loro valore nell'arco di un giorno. Il giorno in cui Trump si insediò alla Casa Bianca, le azioni di queste due compagnie scalarono il mercato azionario, raggiungendo il valore in assoluto più alto di tutte le altre aziende quotate al Nyse Mkt. Gli investitori sapevano che Trump avrebbe adottato una linea molto dura nella gestione dell'immigrazione e le compagnie private gestiscono la maggior parte delle prigioni dove arrivano detenuti immigrati. Trump cancellò immediatamente le decisioni prese da Obama e ora queste aziende sono molto più forti e solide di quanto lo fossero in precedenza. Basti pensare che il Ceo dell'azienda per cui ho lavorato, Damon T. Hininger, ha dichiarato agli investitori che l'arrivo di Trump è stato per la Core Civic un fatto di assoluta positività".
Che cosa dovrebbe cambiare nella nostra società perché cambino anche le modalità con cui sono gestite le carceri?
"Io sono convinto che le carceri private andrebbero abolite, ed è un'idea piuttosto condivisa. Il motivo della loro esistenza è il fatto che abbiamo moltissime persone in carcere: più di due milioni di persone negli Stati Uniti sono in carcere, quindi un costo molto elevato da sostenere per lo Stato. Per affrontare il problema alla radice, dovrebbero esserci molte meno persone che vengono condannate alla detenzione, ma questo aspetto ha molte sfaccettature che riguardano sia la durata della pena sia l'enorme potere che è nelle mani dei pubblici ministeri americani.
L'accusa, in genere, vuole arrivare a un processo per intentare causa a chi viene ritenuto colpevole di un reato, anche attraverso il ricatto. Per esempio, all'accusato di un reato di furto viene prospettata una pena dimezzata nel caso accetti di sottoporsi a processo: quindici anni anziché trenta. Quindi, molte persone accettano di andare a processo, anche se si tratta, alla fine, di una prospettiva di sentenza ugualmente molto lunga. Per questo motivo sono convinto che il potere dei pubblici ministeri debba essere ridimensionato. In molti stati le pene per lo spaccio di droga prevedono sentenze minime di anni di detenzione molto elevate e questo andrebbe sicuramente rivisto. Il problema delle carceri affonda nelle tematiche più profonde della nostra società, in primis il razzismo e su come noi gestiamo il problema della criminalità. Una volta rivisti questi temi rispetto alla gestione attuale, automaticamente il numero delle persone incarcerate diminuirebbe".
Ci sono stati dei miglioramenti nella riabilitazione dei detenuti negli Stati Uniti negli ultimi anni?
"Sì, possiamo dire che qualcosa sta cambiando, soprattutto per i reati legati allo spaccio di droga. I detenuti accusati di spaccio, che solitamente utilizzano queste sostanze, vengono assegnati a programmi di riabilitazione specifici con una minore permanenza in carcere. Questo sembra aver già dato degli effetti positivi. Inoltre, molti politici repubblicani sono a favore di questi programmi perché consentono di risparmiare denaro pubblico".
Dopo questa esperienza, che cosa si sentirebbe di dire a dei detenuti affinché riescano a cambiare il loro percorso di vita?
"La maggior parte dei detenuti americani vengono rilasciati, ma il carcere non è un luogo dove una persona possa ricostruire sé stessa e la propria vita. I detenuti da me conosciuti che sono riusciti a cambiare vita hanno sempre ammesso che ce l'hanno fatta perché hanno deciso di prendere in mano la propria vita, impegnandosi con tutta la propria volontà a raggiungere un cambiamento. È una decisione profonda e personale, che riguarda unicamente l'individuo. Abbiamo esperienze in cui dei detenuti hanno preso delle iniziative per promuovere, per sé stessi ma anche per altri, un cambiamento radicale della propria vita.
Questo significa che se i detenuti decidono di organizzarsi collettivamente, con degli obiettivi di "auto-rieducazione" i risultati possono essere sorprendenti. Ad esempio, per me è stato un onore poter partecipare durante il Festival di Internazionale a Ferrara a un incontro con Earlonne Woods e Nigel Poor, autori del podcast Ear Hustle. Earlonne è un ex detenuto di colore che, grazie all'aiuto dell'artista Nagel Poor, che da anni lavora con i detenuti a titolo volontario, ha scoperto nel mondo dei podcast la via per cambiare la sua vita. Le sue capacità gli hanno fatto vincere uno dei premi più importanti nel mondo dei podcast, con Ear Hustle appunto, valendogli una riduzione della pena. Quindi, la collaborazione e la solidarietà tra detenuti è importante, ed è una potenzialità che deve essere incoraggiata e gestita in modo intelligente".
Che cosa pensa della situazione carceraria italiana?
"Ammetto che non conosco nel dettaglio quanto avvenga in Italia. So che ci sono circa 70mila detenuti e, facendo un raffronto con gli Stati Uniti, il numero dei detenuti nelle carceri americani è sette volte maggiore che in Italia rispetto alla popolazione dei due paesi. Con questo non voglio dire che la situazione delle carceri italiane sia migliore, ma è un raffronto che fa perlomeno capire quanto il sistema carcerario americano sia davvero molto lontano rispetto al vostro paese".
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 18 ottobre 2019
Los Angeles: polemiche sulla schiavitù imposta ai morosi. Sono oltre 100mila le persone assegnate ai "Servizi per la comunità", in gran parte neri e poveri. Il Guardian: "è puro schiavismo". Otto milioni di ore di lavoro non retribuito in un anno, l'equivalente di 4.900 posti di lavoro salariato. Agenzie governative che possono contare su circa tre milioni di ore di servizi di vario genere gratuiti, sostituendo 1.800 posti di lavoro.
Sono le cifre da capogiro che riguardano la municipalità di Los Angeles dove i tribunali, in maniera sempre più ampia, ricorrono al lavoro coatto al posto della carcerazione. L'università californiana Ucla ha pubblicato mercoledì scorso i risultati di un'indagine che ha messo in luce aspetti inquietanti.
Attualmente sono almeno 100mila le persone condannate a svolgere i cosiddetti "servizi per la comunità", a questo vero e proprio sistema sono interessati molti dipartimenti governativi e organizzazioni no profit. Lo studio, ripreso anche dal quotidiano britannico Guardian, parla espressamente di sfruttamento e "furto di salario" al quale sono sottoposti principalmente persone con problemi di debiti (multe automobilistiche, tasse e contenziosi economici con lo Stato, assegni di mantenimento non pagati) e in larga parte (89%) appartenenti alla comunità nera, tanto da far parlare di "profilazione razziale".
Succede poi che in molti non riescono a completare il lavoro entro le scadenze imposte dai tribunali e un condannato su cinque alla fine incorre nel reato di violazione della libertà vigilata finendo comunque in cella in una sorta di "doppia pena". Quella che doveva essere un'alternativa alla prigione diventa praticamente una condanna a vita in cui il debito non si estingue mai.
Inoltre, rileva la ricerca dell'Ucla, aumentano le diseguaglianze e si crea "una forza lavoro non regolamentata in cui i lavoratori sono vulnerabili agli abusi". Per il professore di Diritto Noah Zatz che ha coordinato l'inchiesta: "Normalmente, è incostituzionale minacciare le persone con la prigione se non lavorano... Questo è un sistema di estrazione gestito dal governo che si rivolge a comunità di colore e comunità a basso reddito".
Così nonostante esista negli Stati Uniti una corposa statistica sui sistemi di punizione ingiusti, i "servizi alla comunità" non rientrano fra questi anche perché mancano controlli adeguati. I condannati a questo tipo di lavoro sono considerati infatti volontari ma spesso sono assegnati a posizioni accanto a lavoratori retribuiti, per lo più si tratta si tratta di occupazioni manuali come rimozione di graffiti, raccolta dei rifiuti e lavoro di pulizia in genere.
Non è raro trovare queste persone in luoghi come Cal-Trans, l'agenzia di transito statale, i parchi di quartiere e i dipartimenti municipali oppure l'Esercito della Salvezza e i centri servizi della comunità locale. E talvolta, come nel caso della 24enne Silvia Lopez condannata per possesso di stupefacenti, capita anche di subire violenze mentre si stanno svolgendo i propri compiti senza nessuna forma di protezione giuridica.
Secondo i dati raccolti dai ricercatori, di fronte a molestie o abusi sessuali e altre forme di maltrattamenti i lavoratori possono fare ben poco, l'alternativa tra andare in prigione o lavorare è talmente stringente da frenare le possibili denunce. Per la responsabile della ricerca legale e politica presso il Centro di lavoro Ucla, Tia Koonse, tutto ciò "ha un effetto agghiacciante se si vuol chiedere alloggio, chiedere un pasto o una pausa bagno, reclamare i propri diritti". Per adesso i portavoce dei tribunali della contea di Los Angeles hanno rifiutato di commentare quello che sta succedendo.
di Luigi Manconi
La Stampa, 18 ottobre 2019
A quanti arrivano in Italia e chiedono asilo lo Stato nei centri di accoglienza offre solo vitto e alloggio e nessuna possibilità di relazione positiva col territorio e con i suoi abitanti. Sono diminuiti gli sbarchi, si dice, ed è vero. Ed è altrettanto vero che, rispetto al minore numero di quanti arrivano sulle nostre coste, è cresciuta la percentuale dei morti. Ma dove e come collocare, all'interno di questa macabra contabilità, quelle donne rimaste imprigionate nel relitto ritrovato a 60 metri di profondità nel Mediterraneo, a sei miglia da Lampedusa?
E come calcolare - sotto quale voce delle statistiche - il bambino che annega abbracciato alla madre? Se questi sono i sommersi, i salvati, coloro che giungono in Italia, non finiscono certo di penare. Il quadro politico italiano ed europeo rivela qualche esile segnale di novità. Il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese ha fatto sapere di voler "avviare un confronto con le Ong impegnate in operazioni di soccorso in mare".
Poche parole, pronunciate con sobrietà e quasi incidentalmente (si tratta pur sempre di un prefetto), all'interno di un'intervista rilasciata al Corriere della Sera qualche giorno fa. Ma se quell'intenzione avesse un seguito concreto, sarebbe qualcosa di simile a un capovolgimento, su un punto cruciale, della politica per l'immigrazione perseguita dal precedente capo del Viminale.
Le Ong, definite "criminali" da Matteo Salvini e, non dimentichiamolo, "taxi del mare" da Di Maio, diventerebbero - come vogliono il buon senso e l'intelligenza politica - interlocutori delle nostre istituzioni, in un'impresa fondamentale quale è la salvezza di vite umane. Sarebbe un bene per tutti, per i naufraghi in primo luogo, ma anche per quelle stesse istituzioni. Ancor prima, c'è la possibilità di modificare significativamente e rapidamente la strategia del precedente governo che già si è rivelata, oltre che velleitaria e impotente (per quanto riguarda, in particolare, i rapporti con l'Ue), drammaticamente autolesionista.
L'atto politico più pericoloso contro la sicurezza pubblica, tra i molti compiuti dall'ex ministro dell'Interno Salvini, è stato anche il più subdolo: ovvero il drastico ridimensionamento del sistema di accoglienza per i profughi, lo Sprar (Sistema per la protezione di richiedenti asilo e rifugiati), ora riservato ai soli rifugiati e ai minori, con l'esclusione dei richiedenti asilo, che costituivano la maggior parte delle persone in accoglienza.
Lo Sprar ha rappresentato una strategia saggia e lungimirante, che ha sottratto i profughi ai grandi centri, desolati e alienanti, e li ha distribuiti in piccole aggregazioni, diffuse sull'intero territorio nazionale, in una percentuale rispetto al numero dei residenti che non suscitasse allarmi sociali e conflitti inter-etnici.
Un modello di progressiva inclusione degli stranieri nel sistema della cittadinanza, al quale i decreti sicurezza voluti da Matteo Salvini hanno inferto un colpo micidiale. Ricordate la velenosa campagna sui "35 euro regalati agli immigrati"? E avete presente quale solco di rancore ha potuto scavare tra questi ultimi e gli strati più deboli della società italiana? Si trattava, va da sé, di una menzogna: dei 35 euro quotidiani a persona, allo straniero andavano 2,50 euro (spesso in generi, come sigarette e schede telefoniche).
Il resto serviva a finanziare i servizi di accoglienza e di assistenza e a retribuire gli operatori (nella stragrande maggioranza italiani e spesso assai competenti). Un anno fa, una circolare del ministro dell'Interno ha riscritto completamente il capitolato delle gare d'appalto per la fornitura dei beni e servizi per i centri di accoglienza, rivedendo al ribasso gli stanziamenti, tagliando una serie di servizi ritenuti inutili e riducendo al minimo le figure professionali, e il numero degli operatori, dissipando così una risorsa preziosa per il gracile sistema di welfare del nostro Paese. A quanti arrivano in Italia e chiedono asilo, oggi lo Stato nei centri di accoglienza offre solo vitto e alloggio e nessuna possibilità di relazione positiva col territorio e con i suoi abitanti. Eppure, tutti, ma proprio tutti, coloro che si interessano di flussi migratori, compresi quanti lo fanno da posizioni di destra, sanno che l'apprendimento della lingua e di capacità professionali è lo strumento irrinunciabile al fine di garantire la convivenza pacifica tra residenti e stranieri.
Col primo decreto sicurezza, questa opportunità viene semplicemente azzerata, con quali conseguenze per l'ordine pubblico è facile intuire, dal momento che quella misura finisce col consegnare alla marginalità molte migliaia di persone. Intanto quegli scandalosi 35 euro si sono ridotti nei nuovi bandi a cifre oscillanti tra i 19 e i 26 euro, e gli effetti sociali sono già sotto gli occhi di chi voglia vederli.
È qui che può intervenire il ministro Lamorgese: con un decreto ministeriale potrebbe ripristinare, nello schema di capitolato, i servizi tagliati un anno fa. E magari rinforzarli proprio per quanto riguarda la formazione professionale e l'apprendimento della lingua e degli elementi essenziali della cultura, della storia e della legislazione del nostro Paese.
Inoltre, il ministro potrebbe riprendere il Piano nazionale per l'integrazione che per legge andrebbe rivisto ogni due anni: un piano perfettamente in linea con quanto previsto dalle agende europee. Sono scelte che potrebbero essere fatte immediatamente e che non richiederebbero i tempi lunghi di una pur sacrosanta e indispensabile revisione delle normative sulla sicurezza. E, soprattutto, rappresenterebbero quel segnale di discontinuità che in tanti ancora attendono da questo governo.
La Repubblica, 18 ottobre 2019
Il report di Medici Senza Frontiere. I profughi trasferiti nei due centri di Zliten e Souq Al Khamees. "Urgente creare rifugi per una protezione immediata ai migranti in Libia". A seguito della chiusura, il 14 ottobre scorso, del centro di detenzione di Misurata, nella regione costiera centrale della Libia, più di un centinaio di rifugiati e migranti sono stati trasferiti nei due centri di detenzione di Zliten e Souq Al Khamees, nella stessa regione. Le condizioni di detenzione di questi due centri sono note alle autorità libiche e all'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) per essere estremamente difficili, come anche riportato dalle équipe di Medici Senza Frontiere (Msf) in diverse occasioni.
Uomini, donne e bambini detenuti. Trattenuti arbitrariamente per mesi e in molti casi per anni, con poco accesso a cibo, acqua e accesso all'aria, saranno così esposti alle stesse condizioni disumane. Alcuni di loro sono state vittime di torture e traffico durante il loro soggiorno nel Paese. "Chiudere un centro di detenzione sarebbe un passo avanti positivo se rifugiati e migranti avessero la libertà di movimento, protezione e assistenza. Ma in questa situazione sono passati da una condizione di detenzione a un'altra, vedendo le loro condizioni peggiorare ulteriormente, rimanendo bloccati in un ciclo senza fine di disperazione e violenza. Come minimo, dovrebbero essere rilasciati e assistiti in un ambiente più sicuro" dichiara Sacha Petiot, capo missione di Msf in Libia.
L'uccisione di 60 persone. Il conflitto armato iniziato ad aprile intorno a Tripoli ha reso la situazione più pericolosa per rifugiati e migranti detenuti nelle zone di guerra. In questo difficile contesto, la tragica morte di circa 60 persone, secondo le stime, durante l'attacco aereo del centro di detenzione di Tajoura, avvenuto nella notte del 2 luglio, aveva portato a un rinnovato appello per la chiusura dei centri di detenzione in Libia, anche da parte delle stesse autorità libiche.
In Libia nessun luogo è sicuro. Attualmente non ci sono strutture sicure in Libia dove rifugiati e migranti possono trovare protezione e assistenza. L'unica struttura gestita da Unhcr, il Centro di Raccolta e Partenza a Tripoli, è ora satura e l'Unhcr ha affermato che non è più in grado di accogliere persone vulnerabili. "Abbiamo bisogno di un maggior numero di evacuazioni di persone fuori dalla Libia. Ed è urgente sviluppare un'alternativa alla detenzione come creare rifugi che diano una protezione immediata e temporanea in Libia. Altrimenti, i migranti e rifugiati più vulnerabili sono condannati a una condizione di detenzione senza fine ed esposti a maggiori rischi e sofferenze" sottolinea Petiot.
L'appello di Medici Senza Frontiere. MSF rinnova il suo appello per il rilascio di queste persone, per l'aumento delle evacuazioni fuori dalla Libia e per porre fine alla politica europea di intercettazione e rientro forzato in Libia delle persone che tentano di fuggire via mare. Dal 2016 MSF lavora nei centri di detenzione libici dove fornisce assistenza medica di base e psicologica e garantisce il trasferimento dei casi urgenti negli ospedali. L'organizzazione lavora per alleviare le sofferenze di rifugiati, richiedenti asilo e migranti detenuti arbitrariamente e accendere i riflettori sulle condizioni disumane di detenzione. Msf opera anche nel Mediterraneo Centrale in partnership con Sos Mediterranee a bordo della nave di ricerca e soccorso Ocean Viking, fino a quando migranti e rifugiati continueranno a rischiare le loro vite per fuggire alle orribili condizioni subite in Libia e mancherà un sistema dedicato di ricerca e soccorso.
di Marco Galluzzo
Corriere della Sera, 18 ottobre 2019
L'incontro ad Ankara tra il leader turco e il vice presidente americano è durato un'ora e quaranta minuti. Il ministro degli Esteri turco: "L'accordo costituisce una pausa delle operazioni militari. Il tweet di Trump: "Milioni di vite saranno salvate, grazie Erdogan". Turchia e Stati Uniti hanno raggiunto un accordo per un cessate il fuoco in Siria di 120 ore in cui gli Usa favoriranno l'evacuazione dei combattenti curdi dalla zona di sicurezza concordata con Ankara. Lo ha detto il vicepresidente americano Mike Pence dopo l'incontro con Erdogan. Il presidente Usa Donald Trump, revocherà le sanzioni contro la Turchia dopo il cessate il fuoco. È il risultato di un colloquio che si è svolto ieri ad Ankara fra Erdogan e Mike Pence. Il faccia a faccia tra il leader turco e il vice presidente americano è andato avanti per un'ora e quaranta minuti, e a quanto pare ha prodotto dei risultati concreti.
La Turchia sarebbe disponibile ad una tregua di 120 ore, un cessate il fuoco però condizionato. "Gli Stati Uniti lavoreranno al fianco della Turchia, e con le nazioni di tutto il mondo per garantire che la pace e la stabilità siano all'ordine del giorno in questa zona sicura al confine tra Siria e Turchia", ha detto Pence. La conferenza stampa di Pence è stata preceduta da un tweet del presidente Donald Trump: "Grandi notizie dalla Turchia. Grazie Erdogan. Milioni di vite saranno risparmiate. Questo accordo non avrebbe mai potuto essere fatto tre giorni fa. È servito un po' di amore "difficile" per ottenerlo. Una grande cosa per tutti. Sono fiero di tutti!". Con la sua dichiarazione il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha aperto la strada a una possibile tregua mediata anche dai militari di Mosca. "La Russia trasmette i messaggi tra Damasco e Ankara. Se la Russia toglie gli elementi (curdi) dell'Ypg dalla regione insieme all'esercito siriano, non ci opporremo".
L'incontro è avvenuto con l'eco di accuse incrociate fra Turchia e Stati Uniti. Si è saputo che il presidente turco ha "buttato nel cestino" la lettera ricevuta il 9 ottobre dal Donald Trump. Nella lettera, Trump invitava Erdogan a "non fare lo spaccone" e a "non essere stupido" riguardo all'offensiva militare lanciata da Ankara in Siria. La storia ti giudicherà favorevolmente" se rinuncerai all'offensiva trovando un'intesa con i curdi, mentre ti considererà "per sempre come il diavolo se non accadranno cose buone. Non essere sciocco!", concludeva Trump. E ancora: "Sii ragionevole, non essere troppo duro, non fare lo stupido o ti distruggo l'economia. Ti chiamo più tardi".
Ieri si è svolta anche una telefonata molto lunga fra il premier italiano Giuseppe Conte e il presidente Erdogan, prima del Consiglio europeo di Bruxelles. "Non sono mancati momenti di forte tensione a fronte del fermo e reiterato invito del presidente Conte ad interrompere questa iniziativa militare, che ha effetti negativi sulla popolazione civile", rimarcano fonti dello staff di Palazzo Chigi. Si è trattato di un colloquio in certe fasi infuocato, in cui i due leader si sono anche scontrati.
La telefonata fra Conte ed Erdogan è durata più di un'ora e in un comunicato di Palazzo Chigi si rimarca che il presidente del Consiglio "ha invitato con forza il leader turco ad interrompere l'incursione militare nel nord est della Siria e a ritirare immediatamente le truppe".
Nel colloquio telefonico con Erdogan, Conte ha rimarcato che "la protezione della popolazione civile e la risoluzione dei conflitti sono priorità irrinunciabili per l'Italia e per l'intera comunità internazionale, esortando il presidente Erdogan a svolgere con responsabilità il ruolo geopolitico e di alleato Nato che la Turchia strategicamente detiene". Arrivato a Bruxelles, per lui come per gli altri leader, la buona notizia della tregua.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 ottobre 2019
All'assemblea che si è svolta a Milano è intervenuto anche il Capo del Dap Basentini. La realtà del mondo penitenziario è molto più difficile di quello che si riesce a immaginare, evocando anche gli ultimi comportamenti emersi di taluni agenti penitenziari, sottolineando che i comportamenti dei singoli non devono però macchiare l'intera categoria. Lo ha detto il Capo del Dap Francesco Basentini, all'assemblea dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, riunita a Milano il 4 e il 5 ottobre scorso.
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