di Laura Ambrosi
Il Sole 24 Ore, 9 ottobre 2019
Corte di cassazione - Sezione III penale - Sentenza 8 ottobre 2019 n. 41124. L'esclusione del concorso nel reato tra utilizzatore ed emittente le false fatture, opera soltanto se il destinatario non risponde del delitto di dichiarazione fraudolenta. Ne consegue che se ha ricevuto i documenti e non li ha utilizzati concorre nel reato commesso da chi ha emesso le fatture fittizie. A fornire questa precisazione è la Cassazione, terza sezione penale, con la sentenza 41124 depositata ieri.
Alla legale rappresentante di una società veniva contestato il concorso nel reato di emissione di fatture per operazioni inesistenti. Più precisamente, la società era stata destinataria di fatture emesse da un terzo soggetto considerate fittizie, ma che non erano confluite nella relativa dichiarazione presentata. La difesa evidenziava così che nessun illecito era stato commesso. Nelle more del giudizio di appello, interveniva la prescrizione per tale reato, ma venivano comunque confermate le statuizioni civili. L'imputata ricorreva così in Cassazione lamentando, tra i diversi motivi, anche la violazione della norma disciplinata dall'articolo 9 del Dlgs 74/00. In particolare, è previsto che non può sussistere il concorso tra l'emittente di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti e chi le utilizza.
La Suprema corte, rigettando l'eccezione sul punto, ha fornito alcune importanti precisazioni. Innanzitutto, nella sentenza è stato evidenziato che il legislatore con tale norma ha inteso evitare che l'utilizzazione di fatture false da parte del destinatario (punita dall'articolo 2 del Dlgs 74/00) possa integrare anche il concorso nell'emissione delle stesse (punita dall'articolo 8 dello stesso decreto). E viceversa, ossia che la mera emissione possa integrare il concorso con il relativo utilizzo, cosi come avveniva con la precedente normativa penale tributaria (cosiddette manette agli evasori). Si tratta dello stesso fatto poiché l'emissione della fattura, trova la sua naturale conseguenza nell'utilizzazione e l'utilizzazione trova il suo naturale antecedente nell'emissione. Con l'articolo 9, quindi, è stato escluso che un soggetto possa essere colpito per due volte da sanzione penale per la medesima vicenda illecita.
La Cassazione ha però precisato che l'esclusione del concorso, non opera se il destinatario delle fatture non le abbia utilizzate. L'articolo 2 del Dlgs 74/00 punisce con la reclusione da un anno e sei mesi a sei anni chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o l'Iva indica in una delle dichiarazioni fatture o altri documenti per operazioni inesistenti. Tuttavia, in assenza dell'utilizzo, ossia della presentazione di una dichiarazione contenente i citati documenti falsi, l'imprenditore non commette alcun reato.
Va da sé quindi che se non esiste il delitto in capo all'utilizzatore, non sussiste la necessità di evitare la doppia sanzione tutelata dal legislatore. Pertanto, secondo i giudici di legittimità, solo il potenziale utilizzatore di documenti o fatture emesse per operazioni inesistenti può concorrere, ove ne sussistano i presupposti, con l'emittente non essendo applicabile l'esclusione prevista dalla norma.
di Sergio Segio
dirittiglobali.it, 9 ottobre 2019
Le reazioni alla sentenza della Corte Europea sui diritti umani riguardo il cosiddetto "ergastolo ostativo", che, respingendo il ricorso presentato dal governo italiano, ribadisce la disumanità di un ergastolo senza alcuna possibilità di benefici e di liberazione condizionale, invece prevista per l'ergastolo "normale" (dopo 26 anni di pena scontata, è bene ricordare a coloro, dell'antimafia dell' "occhio per occhio", che si stracciano oggi le vesti) mostrano ancora una volta quella innaturale convergenza bipartisan tra sinistra, destra, centro che ormai da decenni esiste sul carcere duro, sulla cosiddetta sicurezza, sul populismo penale.
Era successo lo stesso al tempo della sentenza con la quale il medesimo organismo aveva condannato l'Italia per la morte in 41bis di Bernardo Provenzano, tenuto in carcere sino al decesso. Al (ex) capo mafioso era stato nuovamente prorogato il regime di cui all'art. 41bis (il cosiddetto carcere duro) il 23 marzo 2016, ossia poco prima della sua morte, avvenuta il 13 luglio 2016; ciò nonostante da tempo fosse ridotto a uno stato puramente vegetativo. Anche in quel caso vi era stata la reazione pavloviana degli "addetti ai lavori" delle procure e dei loro supporter mediatici e politici: "il 41bis non si tocca". Come ora ripetono: "il 4bis non si tocca", pena, addirittura, "uccidere nuovamente Falcone e Borsellino".
Proprio la vicenda Provenzano, però, mostra a chiunque non sia accecato da furore vendicativo, che la ratio - prevalente, se non assoluta - di tali norme non è quella dichiarata, ovvero rendere impossibile o almeno difficile la comunicazione tra mafiosi in carcere e quelli in libertà, di interrompere sodalizi criminali, di assicurare legalità e giustizia al livello che la particolare pericolosità mafiosa necessita, bensì quella di costringere alla "collaborazione giudiziaria" attraverso forme di pressione che alcuni qualificano invece come tortura. Insomma, contro la mafia e il terrorismo il fine giustifica i mezzi. Anche nei confronti di quanti sono in carcere, quello dell'isolamento del 41bis, da decenni. Anche rispetto a ex appartenenti a organizzazioni criminali da tempo scomparse.
Tali misure finiscono dunque per avere una semplice, e terribile, funzione simbolica, per dire: "chi attacca lo Stato deve morire in carcere". Niente più che una vendetta con funzione deterrente e rassicurativa nei confronti di opinioni pubbliche disinformate e sapientemente manipolate con dosi quotidiane di giustizialismo. Anche oggi media e commentatori confondono l'ergastolo ostativo con l'ergastolo tout court o assicurano che quest'ultimo in realtà non esiste. In effetti, degli oltre 1700 ergastolani attuali, i due terzi sono "ostativi", ma il rimanente terzo non gode certo di alcun automatismo di benefici, sottoposti invece a costante osservazione e progressione e alla valutazione dei magistrati.
Le radici di questo irrigidimento o imbarbarimento non solo dei sentimenti pubblici, ma prima e assieme degli apparati normativi e delle prassi che a livello giudiziario e carcerario si sono progressivamente instaurate, sono da ricercare nella logica di emergenza e Stato dell'eccezione. Emergenza ed eccezione che poi, sempre, divengono stabili e "nuova normalità".
In quella visione, che data dai tempi della "madre di tutte le emergenze", quella contro le forme di ribellione armata negli anni Settanta, il deviante, il reo, viene trasformato in un nemico da annichilire e distruggere a tutti i costi, anche al prezzo di rinunciare allo Stato di diritto, o comunque a sue parti fondamentali, e di imporre ripetute e progressive lacerazioni all'ordinamento penale e a quello penitenziario.
Parafrasando il famoso sermone del pastore Martin Niemöller: "Prima colpirono i terroristi: erano nemici dello Stato e del sistema dei partiti. Allora li torturarono, fecero leggi d'eccezione e tribunali speciali, li misero in carceri speciali, li assoggettarono all'articolo 90 (l'antesignano del 41bis), li sottoposero a condanne esemplari. (si era a cavallo tra gli anni 70 e gli anni Ottanta). Poi si accanirono contro i tossicodipendenti, importando dagli Stati Uniti le logiche della "Tolleranza zero", con cui stigmatizzarono i consumatori di sostanze e di cui riempirono le carceri, trasformando la "guerra alla droga" in lotta a oltranza contro le vittime delle droghe, che intanto morivano a migliaia. (dal 1973, allorché è iniziato questo tipo di rilevazione, i morti per overdose in Italia sono stati 25.069). Anche in quel caso si fecero nuove leggi, improntate alla massima severità, trasformando un problema sociale e sanitario in una questione penale. (si era alla fine degli anni Ottanta).
Poi fu la volta dei mafiosi: erano fuoriusciti dallo spazio e dal ruolo ancillare del potere politico che storicamente avevano avuto: avevano osato mordere la mano che li aveva sempre nutriti e spesso protetti. E furono di nuovo leggi speciali, l'ergastolo ostativo e il 41bis. (e siamo all'inizio degli anni Novanta). Poi nel mirino finirono i poveri, i senzatetto, i mendicanti, i malati psichici: disturbavano, e allora vennero criminalizzati a colpi di decreti-sicurezza e di leggi sul "decoro urbano". Il carcere, del resto, è un business che tende a incrementare sé stesso (oltre 10 milioni di detenuti a livello mondiale; il record lo hanno gli Stati Uniti, con 2.121.300, vale a dire 710 detenuti ogni 100 mila abitanti). È insomma avvenuta "la trasformazione del povero da figura economicamente inutile se in libertà, a soggetto economicamente redditizio quando prigioniero" (Elisabetta Grande, Il terzo strike - la prigione in America, Sellerio, 2007) (e si è arrivati agli anni Novanta e Duemila).
Poi venne il turno degli immigrati: erano troppi, un flusso continuo che faceva paura e che facilmente poteva essere strumentalizzato da forze politiche sempre più ciniche. Vennero varate apposite norme: la legge Martelli del 1990 che cercava di governare i flussi, programmandoli sulla base delle necessità produttive del Paese: riducendo così gli uomini a braccia; assieme, sanzionava penalmente, anche con il carcere, l'immigrazione clandestina e fissava i meccanismi di espulsione. La successiva legge Turco-Napolitano del 1998 istituì per la prima volta i Centri di Permanenza Temporanei, vale a dire luoghi in cui detenere persone colpevoli solo di essere straniere, sottoponendole a un "diritto penale del nemico". Su questi impianti normativi, inasprendoli ulteriormente, interverrà poi la legge Bossi-Fini del 2002. Poi arrivarono Minniti e Salvini. E siamo all'oggi.
Lo Stato d'eccezione aveva individuato il nuovo nemico nello straniero; più di recente, ha iniziato a criminalizzare anche quelli che considera suoi complici, vale a dire le Organizzazioni Non Governative, le ONG. Intanto, migranti e rifugiati continuano a morire a decine di migliaia nel tentativo di entrare in Europa; a finire in Centri di identificazione ed espulsione o, ora, nei CPR, spesso peggiori delle carceri; a essere sfruttati bestialmente nelle campagne del Mezzogiorno; a essere quotidianamente discriminati e sempre più spesso aggrediti nelle città. Doppiamente perseguitati, in quanto stranieri e in quanto poveri (ed è storia che dura da oltre 30 anni, ma che oggi vede un drastico peggioramento perché il razzismo promana direttamente dall'alto, dalla politica, dalle politiche dei governi, dagli imprenditori dell'odio e dai professionisti della paura).
Per i rom, infine, non c'è stata una stagione, per quanto lunga: la loro persecuzione comincia nella notte dei secoli e non ha mai avuto fine. Grazie a tutto ciò il sistema penale e penitenziario si è irrigidito, dall'alto verso il basso. La riforma e le misure alternative si sono inceppate e svuotate. Gli ergastolani crescono anno dopo anno, in controtendenza rispetto le statistiche sulla criminalità.
Nel 1981, l'anno in cui si tenne il referendum per l'abrogazione della pena perpetua promosso dal Partito Radicale (che ottenne, pare incredibile, il 22,63% dei consensi, oltre 7 milioni di voti), gli ergastolani erano 318. Nel 1989, allorché la Camera approvò (anche questo pare ora incredibile) un ordine del giorno per l'abolizione del carcere a vita, erano circa 400.
A fine 2018 gli ergastolani in carcere erano 1.748. Nel 2017 erano 1.735; un anno prima erano 1.687. Nel 2015 erano 1.633, nel 2014 1.584. Nel 2005 erano 1.224. E così via. I reati più gravi, invece, gli omicidi sono in forte calo rispetto dagli anni Novanta (da 1.916 omicidi volontari nel 1991 a 368 nel 2017). In particolare, mostrano una consistente diminuzione gli omicidi compiuti dalla criminalità organizzata (da 342 a 55) e ancor più quelli commessi dalla criminalità comune (da 879 a 144). Questi i dati, questo il quadro. Il resto è propaganda e sentimento di vendetta. Legittimo e anche comprensibile se riguarda il singolo, barbaro e ingiustificabile se promana dalle istituzioni.
di Ivan Cimmarusti
Il Sole 24 Ore, 9 ottobre 2019
"Un capo mafia rimane tale fino a quando non muore o non diventa collaboratore di giustizia". Neanche un ergastolo può far venire meno quel legame con la struttura associativa. Per questo il verdetto della Cedu, che boccia l'Italia sull'ergastolo ostativo, "sicuramente influisce negativamente sul contrasto alla criminalità organizzata". Ne è convinto il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri, tra i massimi esperti in materia di mafie, che al Sole 24 Ore ha voluto sottolineare, implicitamente, la necessità di un adeguamento a livello europeo della normativa in tema di criminalità organizzata.
Procuratore, la decisione della Cedu può essere un pericolo per la lotta alla mafia in Italia?
Con il passare degli anni in carcere non si smette di essere mafiosi. Un capo mafia è sempre una persona in grado di dare ordini, i suoi desiderata vanno eseguiti. Nel momento in cui questa persona potrà lasciare il carcere, allora gli altri componenti del clan inevitabilmente ne terranno conto.
C'è un contrasto con l'evoluzione normativa italiana sulle mafie?
Il problema è che in Europa non c'è consapevolezza di quello che sono le mafie, perché nel cuore dell'Unione c'è la convinzione che siano un problema italiano. Anche dopo la strage di Duisburg (il 15 agosto 2007 sei affiliati alla ndrangheta furono uccisi davanti a un ristorante italiano, ndr), i politici tedeschi hanno detto "qui la mafia non c'è".
Eppure in Italia sono stati proprio i gravi fatti di sangue a dare impulso alle leggi antimafia...
In Europa questo è avvenuto con gli attentati terroristici. È stata la paura a portare interventi importanti in materia di sicurezza, così da creare una azione comune. La stagione delle stragi mafiose in Italia ha portato all'introduzione di importanti misure, come il 416 bis (associazione mafiosa, approvata a seguito dell'omicidio di Pio La Torre, ndr), il 41bis (carcere duro, divenuto legge a ridosso delle stragi di Capaci e di via D'Amelio, ndr). Possibile che la storia e il tempo ha cancellato il terrore di quel periodo?
È una questione culturale?
Si può dire che le mafie fanno meno paura, perché uccidono meno, ma le mafie con il traffico di droga e il riciclaggio comprano tutto quello che c'è sul mercato, quindi fanno saltare l'economia pulita. Questo avviene in Germania, ma anche nel cuore dell'Europa. Sono reati non immediatamente percepiti, quindi si crea l'erronea convinzione che non ci sia la mafia. Ma si tratta di una convinzione sbagliata, che può portare a una errata valutazione del pericolo da parte dei giudici.
di Stefano Di Cecio
reportcult.it, 9 ottobre 2019
Un progetto non solo artistico e cinematografico, ma anche sociale e culturale. L'associazione
Teatro Electra di Pistoia, diretta da Giuseppe Tesi, ha organizzato l'incontro che si è tenuto fra i detenuti della Casa Circondariale di Pistoia e Alessio Boni, noto attore di cinema, teatro e televisione.
L'iniziativa nasce all'interno di un progetto di Electra Teatro che intende portare le testimonianze dei detenuti, le loro esperienze e il loro vissuto all'esterno del carcere grazie alla realizzazione di un cortometraggio che possa arrivare a un pubblico vasto. Durante un briefing che si è svolto prima dell'incontro con i detenuti emerge che il "dentro" e il "fuori" sono realtà molto diverse fra loro.
Il "fuori" ha una naturale predisposizione a dimenticarsi di quelli che sono "dentro" quasi fossero "rifiuti speciali" da dimenticare, un "contenitore di disagio" dice il Commissario Capo Mario Salzano. Ben diversa invece è la realtà: ferma restando la condanna per il reato e la sua espiazione, rimane la difficoltà del reinserimento in una vita "normale" che per gli ex detenuti spesso non esiste più. Si arriva così al paradosso che la "rieducazione" demandata al periodo di detenzione si rivela quindi inefficace col rischio che la persona, perché di persone si tratta, torni di nuovo a commettere reati.
"Il problema è fuori" dice Alessio Boni, "è lì che devono essere trovate soluzioni. Le risorse sono poche, il lavoro è complesso, il tempo durante la detenzione si dilata e ciò che deve essere fatto non può limitarsi ad un mero riempitivo o passatempo. Bisogna puntare ad un cambiamento reale attraverso una riflessione su se stessi ma poi il "fuori" deve essere capace di lasciare più spazi per la reintegrazione, pena il rischio di far ripiombare le persone in condizioni di ripetere gli errori fatti".
Nell'incontro che si è svolto subito dopo nella palestra della Casa Circondariale Alessio Boni ha stimolato i detenuti con domande e affermazioni precise e puntuali, dimostrando interesse e sensibilità. Anche le domande dei detenuti sono state molte e interessanti, come "quale sia stata la lezione imparata in Africa in Malawi, Mozambico, nelle scuole negli ospedali" o "la differenza tra il carcere visto come attore nei film ed entrando in prima persona in un vero carcere".
Il cortometraggio che verrà realizzato da Electra Teatro avrà come "cornice" il testo di una poesia che consentirà di estrapolare alcuni argomenti sviluppati poi con le testimonianze dei detenuti. Si conta molto sulla sua visibilità e sulla sua diffusione sì da aumentare la sensibilità del "fuori" e renderlo partecipe di questo "mondo a parte". Il carcere marchia le persone a vita ma, come diceva De André, "se capirai, se li cercherai fino in fondo, se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo".
di Francesco Ricupero
osservatoreromano.va, 9 ottobre 2019
Scrivere libera la mente, aiuta a riflettere sui propri errori ed è un'occasione per aiutare "chi sta fuori" a non ripeterli. Partendo da questa convinzione la Società San Vincenzo dè Paoli, anche quest'anno, assegnerà il prossimo 11 ottobre, presso la Casa Circondariale di Matera, il premio "Carlo Castelli" per la solidarietà destinato ai detenuti delle carceri italiane che vogliono cambiare vita. E sì, perché cambiare vita è possibile.
"Non lasciatevi mai imprigionare nella cella buia di un cuore senza speranza, non cedete alla rassegnazione. Dio è più grande di ogni problema e vi attende per amarvi", ha detto Papa Francesco il 14 settembre scorso, in occasione dell'udienza ai cappellani delle carceri italiane, alla polizia e al personale dell'amministrazione penitenziaria, esortando i detenuti ad avere coraggio perché si è nel cuore di Dio anche se ci si sente smarriti e indegni.
Quello promosso dalla San Vincenzo de Paoli è senza dubbio uno dei concorsi letterari rivolto ai detenuti più ambito d'Italia. Giunto alla sua dodicesima edizione, il premio si ispira alla testimonianza di Carlo Castelli (1924-1998) volontario vincenziano nelle carceri e pioniere nell'opera di recupero sociale dei detenuti. Con il tema "Riconoscere l'Umanità in sé e negli altri per una nuova convivenza", il concorso di quest'anno è patrocinato da Senato della Repubblica, Camera dei Deputati, ministero della Giustizia, Università Europea di Roma, Fondazione Matera-Basilicata 2019 e ha ottenuto il riconoscimento di una speciale medaglia del presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella.
"Ogni anno - spiega all'"Osservatore Romano" Antonio Gianfico, presidente della Federazione nazionale Società di San Vincenzo de Paoli - riceviamo centinaia di testi dai reclusi di tutte le carceri italiane. Il mondo carcerario è un condominio fatto di spazi angusti, di regole rigide, di relazioni forzate, di privazioni e di sofferenza. C'è quindi la necessità e la convenienza di condividere al meglio quel poco che si ha materialmente a disposizione, ma, soprattutto, di attingere a quelle risorse interiori che possono veramente segnare una svolta nella propria vita. Dagli scritti pervenuti - prosegue Gianfico - emerge un'umanità soffocata dalla sofferenza, un'umanità che si confronta con quella del vicino, che cerca di abbattere il muro del pregiudizio, di comprendere e valorizzare le differenze. Una convivenza di prossimità".
Imparando dagli errori del passato si può aprire un nuovo capitolo della propria esistenza e si può davvero fare qualcosa di buono ed utile non solo per se stessi, ma anche per gli altri.
"Ed è per questa ragione - spiega al nostro giornale Claudio Messina, delegato per le carceri della Società di San Vincenzo de Paoli e organizzatore del premio Castelli - che, anche nel premiare le opere scelte, abbiamo pensato di dare una libertà in più al candidato, il quale oltre a ricevere un riconoscimento per sé, sceglierà una buona causa nel sociale a cui destinare un'altra parte del premio in denaro. Ecco una buona possibilità, per chi ha sbagliato nella vita, di riscattarsi offrendo un contributo alla società".
La cerimonia di premiazione sarà preceduta dal convegno dal titolo: "In carcere con umanità. Nell'incontro la scoperta dei valori comuni". Tra i relatori: Luigi Accattoli, Guido Traversa, Rita Barbera, don Raffaele Sarno, Gabriella Feraboli, Carmelo Cantone.
Ai tre vincitori di questa edizione vanno assegnati rispettivamente 1.000, 800 e 600 euro, con il merito di finanziare anche un progetto di solidarietà. In aggiunta ai premi, a nome di ciascuno dei tre vincitori, saranno devoluti nell'ordine: 1.000 euro per finanziare la costruzione di un'aula scolastica a Lurhala (Repubblica Democratica del Congo); 1.000 euro per un progetto formativo e di reinserimento sociale di un giovane dell'Istituto penale minorile di Bari; 800 euro per l'adozione a distanza di un bambino della Bolivia per i prossimi 5 anni.
Le tre opere, scritte dai detenuti, che saranno premiate a Matera sono: Per chi muore, per chi rimane di Carmelo Gallico del carcere circondariale di Tolmezzo (Udine); Riscoprire i rapporti di buon vicinato di Alessandro Cozzi della casa di reclusione Opera di Milano e Un padre di Alessandro Crisafulli, sempre del carcere Opera di Milano.
piacenzaonline.info, 9 ottobre 2019
Si concretizza un'idea nata dall'incontro tra il Prefetto Maurizio Falco ed il Presidente del Rotary Piacenza Pietro Coppelli. A coordinare il corso sarà Mino Manni, attore e regista. Un corso di teatro in carcere ed un protocollo (ancora da siglare) con le associazioni professionali piacentine, per una possibile integrazione socio-lavorativa di giovani detenuti, a fine pena.
Un'idea nata dall'incontro tra il Prefetto Maurizio Falco ed il Presidente del Rotary Piacenza Pietro Coppelli, nel luglio scorso, parlando di disagio giovanile e di possibili service del Rotary Piacenza in questa direzione. Detto e fatto. Il percorso, già definito, potrà contare sul coordinamento complessivo della Prefettura, il sostegno del Rotary Piacenza, la professionalità della Direttrice della Casa circondariale "Le Novate", Maria Gabriella Lusi, oltre che sul talento e l'esperienza di Mino Manni, attore e regista.
Se ne è parlato per la prima volta in modo ufficiale nel corso di una conviviale rotariana presso l'Albergo Roma a cui, oltre al Prefetto Falco, al Presidente Coppelli e a tutti i protagonisti del progetto, ha partecipato anche il Presidente del Comitato esecutivo della Banca di Piacenza Corrado Sforza Fogliani. Saranno circa quindici, con età inferiore ai 25 anni, scelti in modo mirato, i detenuti che parteciperanno al corso di teatro; lavoreranno con Manni per 4 mesi, tutti i lunedì pomeriggio, da gennaio 2020.
L'artista piacentino, che già lo scorso anno aveva curato un progetto simile, sempre in carcere, e incentrato su "Giulio Cesare" di Shakespeare, questa volta ha scelto Iliade. "Lavoreremo sul testo di Omero - ha precisato Manni - ma anche sulla riscrittura di Baricco, con un linguaggio adatto e facendo leva sui valori che quest'opera trasmette. Useremo il teatro come veicolo di comunicazione, come esempio raro di corrispondenza universale, terreno efficace per un recupero e una nuova consapevolezza, senza paura di essere giudicati".
Il service rotariano, come rimarcato all'unisono dal Prefetto Falco, dal Presidente Coppelli e dalla Direttrice Lusi, punta a mettere insieme il dentro e il fuori dal carcere nel modo più efficace possibile, perché prepara i ragazzi per un futuro reinserimento, dando loro la certezza di poter tornare ad essere una risorsa per la società.
Un gesto di valenza sociale, che contribuirà a migliorare la sicurezza del territorio, ma non un atto di buonismo gratuito. Applicato secondo regole di civiltà, premierà chi lo merita. Il laboratorio teatrale si chiuderà con una rappresentazione finale, in spazi dedicati. "In collaborazione con la Scuola edile di Piacenza, stiamo riqualificando alcuni spazi perché l'esperienza del teatro possa avere un set adeguato all'interno dell'Istituto delle Novate - ha annunciato la Direttrice Lusi durante la serata Rotariana - stiamo predisponendo un percorso di formazione professionale per allestire un locale che si presti ad ospitare spettacoli teatrali ed eventi simili".
Un segnale di apertura, un gesto di coraggio, un'azione concreta oltre facili slogan. Il progetto di teatro in carcere firmato Prefettura e Rotary Piacenza è in linea con lo spirito della nostra città. "A Piacenza sono riuscito a fare cose che non avrei mai immaginato - ha affermato il Prefetto Falco riferendosi proprio a questo aspetto - anche in questo caso, la comunità piacentina, conferma di essere improntata al valore del fare, seguendo una tradizione di positività e concretezza".
irpinianews.it, 9 ottobre 2019
Otto madri e 11 bimbi: l'Icam di Lauro tra le carceri con più presenze in Italia. Sono gli ultimi dati disponibili, aggiornati al 31 agosto 2019. Se ne discuterà nel seminario "Il cuore oltre le sbarre", organizzato dal Consiglio dell'Ordine degli Avvocati a Roma.
In generale, quarantotto le madri detenute nelle carceri italiane con 52 figli al seguito. L'istituto Le vallette di Torino, con 10 recluse e 13 bambini, peraltro istituto di custodia attenuata (Icam), guida la classifica del maggior numero di presenze, seguito da Rebibbia Femminile (11 donne e 11 bimbi), dall'Icam San Vittore di Milano (9 donne e 9 bambini) e dall'Icam Lauro in Campania (8 madri e 8 figli).
"Troppo spesso il carcere viene inteso come un tappeto sotto il quale nascondere la polvere della società civile- il commento del Presidente del Coa Roma, Antonino Galletti- mentre è bene, anche attraverso questi eventi e queste giornate di studio, accendere un riflettore su realtà dure come la genitorialità nelle carceri".
Un tema che riguarda non solo i figli che convivono con la madre dietro le sbarre, ma anche quell'enorme numero di bambini che ogni giorno entrano in carcere per incontrare il detenuto, circa 100 mila. "La Costituzione tutela il diritto all'affettività e quando il genitore è detenuto, questo diritto deve essere preso in considerazione e tutelato sotto un duplice aspetto - spiega il consigliere Saveria Mobrici, moderatore del convegno - precisamente il diritto per l'internato di esercitare la propria genitorialità ed il diritto del figlio minore di veder riconosciuto la continuità del legame affettivo con il proprio genitore con una tutela massima anche sotto il profilo psicologico salvaguardando la dignità di questi bambini, come il non subire la perquisizione, la spoliazione degli oggetti personali e non subire i rimproveri da parte dei soggetti che sono adibiti al controllo del detenuto".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 ottobre 2019
Le testimonianze raccolte a Ferragosto dalla delegazione del Partito Radicale. Una relazione dettagliata sulle presunte violenza inviata al Dap e al Garante. Rita Bernardini confida in una opportuna e urgente ispezione. Indossa soltanto un paio di mutande di carta e riferisce di essere stato vittima di violenze da parte della polizia penitenziaria.
Lo avrebbero lasciato in cella liscia per 3 giorni, ha mangiato due viti, da 20 giorni le ha dentro nella pancia e ha provato anche ad impiccarsi. Un altro detenuto ancora riferisce che l'avrebbero lasciato, ammanettato, nel passeggio per una giornata e una nottata intera senza mangiare né bere e l'avrebbero preso a schiaffi e pedate. Altri ancora hanno riferito di essere stati testimoni di detenuti ammanettati e strisciati per terra.
Sembra la descrizione di Guantánamo, ma parliamo del carcere siciliano di Agrigento e sono tutte testimonianze raccolte dalla delegazione del Partito Radicale guidata da Rita Bernardini. Parliamo della visita effettuata il 17 agosto scorso nell'ambito della terza edizione straordinaria del ferragosto in carcere promosso dal Partito Radicale.
La relazione, ben dettagliata con nome e cognome dei detenuti che hanno esternato i presunti comportamenti violenti da parte di taluni agenti penitenziari, è stata inviata al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, esortandoli nell'effettuare - con la prudenza del caso - una visita ispettiva per fare chiarezza. Presunti abusi che sarebbero stati commessi nella sezione isolamento.
Parliamo di un piccolo reparto ubicato al piano terra, in prossimità dell'area sanitaria, dove confluiscono detenuti di alta sicurezza, di media sicurezza e detenuti protetti, nonché i nuovi giunti che vengono temporaneamente sistemati in una camera di accettazione. Nella relazione stilata dal Partito Radicale si legge che nelle finestre di molte camere detentive, oltre alle sbarre, sono applicate reti a maglia stretta che limitano l'ingresso di aria e luce naturale. In molte celle, al momento della visita, il blindo della porta risultava chiuso. Oltre a ciò, i sei piccoli cortili passeggio di cui dispone il reparto isolamento "sono spazi squallidi - si legge sempre nella relazione - con il wc alla turca, sprovvisti di panchine".
Diversi detenuti, come detto, hanno denunciato presunti abusi. Racconti che sono concordanti. "Gli agenti ti stuzzicano per farti sbagliare e poi ti alzano le mani, qui c'è la squadretta che alza le mani con i manganelli, qui ti lasciano notti e notti all'aria con le manette", riferisce un detenuto. Un altro ancora riferisce la stessa identica situazione.
Altri ancora chiedono di andare via. "Quello che io ho visto qua non l'ho visto da nessuna parte, e ne ho girati istituti in tanti anni di carcere; ho visto detenuti ammanettati e strisciati per terra; io da qui voglio andare via", riferisce un detenuto che avrebbe assistito a presunti atti di violenza da parte degli agenti di polizia penitenziaria.
In altre testimonianze ancora, riaffiora il termine di "squadretta", che evoca i tempi passati dei forti abusi della polizia penitenziaria denunciati per la prima volta da uomini delle istituzioni come Franco Corleone, l'attuale garante dei detenuti della regione Toscana, quando era sottosegretario del ministero della Giustizia. La "squadretta" non è uno strumento di disegno, come verrebbe facilmente in mente a chi ne ha usato uno, ma un corpo speciale pronto ad entrare in azione alla bisogna. Un corpo che non è contemplato dall'ordinamento penitenziario e tanto meno dalla nostra Costituzione.
Ma sono testimonianze che dovranno essere riscontrare. Non mancano altre testimonianze legate all'utilizzo non propriamente ordinario dell'isolamento. "Sono in isolamento da 7 mesi; mi trovo qui perché protesto, vorrei essere trasferito in un carcere della Puglia; qui il blindo della porta è stato chiuso per una settimana; io faccio solo un'ora e mezza d'aria perché nel passeggio non c'è il wc e se torno in cella per andare in bagno poi non mi fanno ritornare al passeggio", riferisce un altro detenuto che ha affermato di aver già scontato il reato ostativo.
La relazione del Partito Radicale è da settembre sul tavolo del Dap ed è stato inviato anche all'autorità del garante nazionale delle persone private della libertà. Per ora, il Dap non ha risposto, ma Rita Bernardini confida per una sua opportuna e urgente ispezione per far luce sui fatti denunciati dai detenuti della Casa circondariale di Agrigento "Pasquale Di Lorenzo".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 9 ottobre 2019
Corte di Cassazione - Sezione VI - Sentenza 8 ottobre 2019 n. 41246. La rappresentanza sindacale delle forze dell'ordine non era legittimata a costituirsi parte civile contro i manifestanti "No Tav", per le lesioni riportate dagli agenti in occasione delle violente proteste contro l'apertura del cantiere dei lavori per la galleria ferroviaria della tratta Torino-Lione.
La vicenda degli scontri tra Polizia e No Tav del 3 luglio 2011 si arricchisce delle motivazioni della Cassazione riportate nella sentenza n. 41246 di ieri, che decide - annullando con rinvio la decisione della Corte di appello di Torino - il ricorso di legittimità di 4 manifestanti imputati per i reati violenza e lesioni commessi in concorso contro le forze di polizia. Annullate le statuizioni legate alla costituzione del sindacato come parte civile, per il resto la Cassazione rinvia la causa affinché venga meglio motivata l'esclusione della causa di non punibilità e l'aggravante dell'aver agito in concorso per i manifestanti.
Il sindacato - Spiega la Cassazione che, la partecipazione al processo del sindacato di polizia è giustificata solo nel caso di violazioni alla condizione lavorativa dei poliziotti: sicurezza sul luogo di lavoro, tutela della salute e dell'integrità fisica del poliziotto, in quanto lavoratore. E, di conseguenza, il giudizio della Cassazione è sul punto netto, quando afferma che quanto avvenuto, cioè uno scontro anche fisico e violento tra manifestanti e agenti rappresenta in realtà un rischio connesso al lavoro di quest'ultimi. Quindi lo scontro di piazza non rappresenta quell'attentato alle condizioni di lavoro degli agenti, che giustifica la tutela e l'azione del sindacato di appartenenza. Escluso anche che il sindacato in tal caso potesse agire a tutela della generica onorabilità della categoria di lavoratori che rappresenta.
Gli atti violenti - La sentenza è molto interessante nei rilievi sui criteri utilizzabili per poter attribuire un gesto criminoso a una persona di cui viene rilevata, ad esempio fotograficamente, la presenza sulla scena di una manifestazione collettiva. Si chiarisce che, per l'attribuzione di specifiche condotte penalmente rilevanti, va raggiunta una prova piena e che non basta l'accertata presenza sui luoghi per essere ritenuti responsabili di tutti gli accadimenti registrati in una data situazione.
Non poteva quindi essere sufficiente ai giudici di merito - per condannare i manifestanti ricorrenti per le violenze fisiche e i danni contro la polizia o per i danneggiamenti al cantiere - far constatare l'esistenza di rilievi fotografici della loro presenza in una data ora del giorno della protesta. Infatti, la Cassazione precisa che, i reati di cui si vuole attribuire la responsabilità penale, che è personale, a chi partecipa a una manifestazione collettiva non possono essere accertati solo sulla base di una rilevazione temporalmente troppo distante dallo specifico fatto.
Il concorso - Lo stesso rilievo di legittimità è stato fatto sul punto del concorso materiale o morale ai fatti violenti: va dimostrato il contributo materiale o morale senza necessità di un previo accordo. Ma è aggravante che non può essere desunta de plano dalla compresenza degli imputati.
La reazione scusabile -Infine, andrà ripetuto anche il giudizio di merito sulla negata applicazione dell'invocata causa di non punibilità, prevista per chi reagisce all'uso abusivo della violenza da parte della polizia. In questo caso si dibatte sul come i lacrimogeni siano stati impiegati, ad esempio se ad altezza uomo, e se ciò avvenne prima o dopo il lancio degli oggetti da parte dei manifestanti. Sul punto la Cassazione è chiara nell'affermare che sussiste la non punibilità quando l'atto dell'agente sia oggettivamente illegittimo e non viene meno se manchi la consapevolezza di tale illegittimità.
vogheranews.it, 9 ottobre 2019
Iniziate ieri le lezioni. Inaugurate anche delle nuove aule. 100 gli studenti. Anche nel carcere di Voghera suona la campanella della scuola. Ieri, mercoledì 8 ottobre, si è aperto l'anno scolastico alla Casa Circondariale di Voghera. E per l'occasione sono state anche inaugurate le nuove aule e l'Aula Magna. A tagliare il nastro, la direttrice Stefania Mussio, che, sin dal suo arrivo a capo della struttura penitenziaria di via Prati Nuovi, credendo la scuola la più importante attività di recupero di chi sta dietro le sbarre, ha investito risorse ed energie per la riqualificazione degli spazi, cominciando proprio dall'area che ospita i corsi scolastici realizzati in rete con l'IIS Maserati-Baratta e il Cpia di Voghera.
Alla casa circondariale sono presenti tre classi per l'indirizzo Geometri (1^, 2^ e 3^) e altrettante per l'indirizzo Ragionieri (1^, 4^, 5^), nonché due classi per la Licenza Media. Dopo il taglio del nastro in Aula Magna, il direttore, il dirigente dell'Istituto Maserati-Baratta, il Comandante di Reparto e il Capo-Area Giuridico-Pedagogica, hanno dato il loro benvenuto ai circa 100 alunni e ai docenti.
"Grazie alle donazioni pervenute e al lavoro accurato delle persone detenute, è stato possibile recuperare le aule per renderle più accoglienti e adeguate alla missione educativa della scuola, vero fondamento su cui basare nuovi progetti di vita", ha detto la direttrice.
"La presenza di più etnie - ha precisato il Comandante di Reparto Michela Morello - permetterà inoltre di facilitare l'integrazione sociale e culturale per un arricchimento reciproco". "L'obiettivo da porsi all'avvio di questo nuovo anno scolastico non sia solo il conseguimento di un titolo di studio, ma il saper cogliere quegli stimoli che portano a un autentico desiderio di apprendere" ha aggiunto l'educatrice Di Tullio.
A sua volta, il Dirigente Scolastico Filippo Dezza ha sottolineato come per le persone detenute la scuola abbia una valenza del tutto positiva, poiché non è un obbligo, ma una scelta libera e consapevole. Una particolare parola di gratitudine il preside l'ha rivolta agli insegnanti, che con dedizione e passione svolgono il loro lavoro in un contesto difficile e complicato.
Dezza ha anche incoraggiato i detenuti a cogliere tutte le positive proposte che sono rivolte loro e ad avviare un cammino di autentica ricerca. Un ringraziamento è stato infine poi rivolto agli operatori di polizia penitenziaria, agli educatori e alle persone detenute che hanno collaborato alla realizzazione dei nuovi spazi.
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