di Giulio Benedetti
Il Sole 24 Ore, 8 ottobre 2019
Corte di cassazione - Sezione II - Sentenza 13 settembre n. 39402. Il reato di appropriazione indebita si "compie" al momento del passaggio di consegne tra vecchio e nuovo amministratore: lo afferma la Cassazione (sentenza 39702/2019). La precisazione è importantissima perché questo reato si prescrive, per l'articolo 157 del Codice penale, in sette anni e mezzo, un periodo assai breve data la durata dei processi penali, per cui spesso si arriva al giudizio di legittimità con la prescrizione già maturata e, pertanto, con l'estinzione del reato anche se già accertato nei precedenti gradi di giudizio.
In tale contesto appare essenziale accertare quando si realizza il reato di appropriazione indebita condominiale: dal momento della interversione del possesso, con la destinazione delle somme condominiali ai bisogni privati dell'amministratore, oppure al momento del passaggio delle consegne con la nomina del nuovo amministratore? La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un amministratore condominiale contro la sentenza che lo aveva condannato per il reato di appropriazione indebita e di truffa (entrambi aggravati).
Il ricorrente sosteneva che per i due reati la querela presentata era stata tardivamente presentata e che, comunque, entrambi erano prescritti. Ma la Corte di Cassazione affermava che il delitto di appropriazione indebita è un reato istantaneo che si consuma con la prima condotta appropriativa, cioè nel momento in cui l'agente compia un atto di dominio sulla cosa con la volontà di ritenere la cosa come propria. la Cassazione ha quindi ritenuto consumato il delitto di appropriazione indebita sulle somme relative al condominio, introitate a seguito di rendiconti da parte di colui che ne era stato amministratore, alla cessazione della carica, momento in cui, in mancanza della restituzione dell'importo delle somme ricevute nel corso della gestione, si verifica con certezza l'interversione del possesso.
In precedenza la Corte di cassazione (sentenza 40870/2017) affermava che l'amministratore condominiale riveste nei confronti del condominio il ruolo di mandatario e quindi (articolo 1713 del Codice civile), al termine del contratto, deve rendere il conto della sua amministrazione e deve consegnare al mandante tutto ciò che ha ricevuto nel corso della sua gestione e ha anche l'incarico di recuperare le somme dovute dai condòmini morosi e riguardanti anche la precedente gestione. È del tutto illogico ritenere che l'amministratore, a fine mandato, debba restituire solo quanto riguarda la gestione dell'anno e non tutto ciò che ha ricevuto per conto del condominio, comprese le somme riguardanti le precedenti gestioni. Il reato di appropriazione indebita si realizza allora quando il detentore si rifiuti di restituire quanto ha ricevuto durante il suo mandato, come pure le somme introitate a seguito dei vari rendiconti annuali e tale dispersione può essere accertato solo con la consegna della cassa.
Quindi, per la Cassazione, il delitto si realizza all'atto della cessazione della carica, in quanto solo allora si verifica l'interversione del possesso. In definitiva l'interpretazione della Corte di cassazione sposta in avanti il termine di decorrenza della prescrizione nel reato di appropriazione indebita, dall'attimo del singolo atto di "disposizione" a fini personali del denaro del condominio a quello posteriore del passaggio di consegne della documentazione e del denaro della cassa al nuovo amministratore condominiale.
di Daniele Livreri*
Il Dubbio, 8 ottobre 2019
Due domeniche fa, nel corso di una nota trasmissione televisiva, un importante Ministro ha fatto riferimento alla necessità di "mettere il carcere per i grandi evasori", il giornalista che lo intervistava ha precisato che "la legge c'è già" ma la soglia di "tre milioni di euro" per mandare in galera l'evasore è troppo alta. Questo scenario-francamente sconcertante- di lassismo legislativo era stato accreditato anche in un articolo pubblicato alcuni giorni prima da uno tra i più diffusi quotidiani nazionali.
A fronte di affermazioni di tale tenore, provenienti o comunque accreditate financo da un esponente del Governo, il cittadino comune è chiaramente indotto a indignarsi e a invocare un intervento riformatore che gli renda giustizia. Tuttavia si tratta di prospettazioni errate: il "carcere", per richiamare l'espressione usata dal Ministro, è già previsto per i reati tributari e le soglie di punibilità, nei casi in cui siano previste, sono quasi sempre molto più basse di quelle indicate in questi giorni.
Infatti per i casi di evasione realizzata attraverso il ricorso a fatture o documenti che riportino costi inesistenti è prevista la reclusione fino a sei anni e la norma non contiene alcuna soglia di punibilità: in altri termini in tali casi si può "andare in carcere" anche se il costo falsamente documentato sia di poche migliaia di euro. Marginalmente può notarsi che sei anni di reclusione costituiscono la stessa pena che l'attuale Ministro degli Esteri ritiene significativa per chi ottiene illecitamente il c. d. reddito di cittadinanza.
In altri casi è sì previsto che la pena detentiva si applichi soltanto se si evade più di un certo importo, ma esso è assai più basso di quel che si vuol far credere. Infatti per il reato di omessa dichiarazione la pena detentiva si applica se si evadano più di 50.000 euro, o 150.000, per il reato di omesso versamento di ritenute. Ciò detto, è forse opportuno chiarire se il famoso tetto di tre milioni esista oppure no. Per risolvere il mistero bisogna fare riferimento alla norma che disciplina la c. d. dichiarazione infedele, cioè il caso di chi, senza utilizzare documenti falsi, indichi elementi attivi inferiori rispetto a quelli reali o elementi passivi inesistenti.
In questo caso il reato è punito (con una pena detentiva, ovviamente) se ricorrono congiuntamente due requisiti: 1) l'imposta evasa è superiore a 150.000 euro; 2) gli elementi attivi sottratti all'imposizione siano più del 10% di quelli indicati in dichiarazione. Tuttavia se gli elementi attivi non indicati dovessero essere più di 3.000.000 di euro, l'evasore sarebbe punito anche se essi non superassero il 10% di quelli indicati in dichiarazione. In altri termini non occorre affatto che l'evasione sia superiore a 3 milioni di euro per punire l'evasore. Ovviamente si può credere che le pene detentive previste nel sistema penale tributario debbano essere inasprite oppure le soglie abbassate o addirittura eliminate, ma sicuramente non si possono diffondere semplificazioni fuorvianti in ordine alla normativa che disciplina i reati tributari: il "carcere" è già previsto e per soglie molto più basse.
*Avvocato
Ristretti Orizzonti, 8 ottobre 2019
Con oltre 11.700 persone (dati al 15 settembre 2019), la Lombardia è la regione italiana con la più alta percentuale (19,6% sul totale nazionale) di condannati che scontano la pena fuori dal carcere, attraverso principalmente Misure alternative e Sanzioni di comunità, le modalità di esecuzione penale più efficaci rispetto all'abbattimento della recidiva e meno costose.
Il quadro è delineato in uno studio redatto su dati del Dipartimento "Giustizia minorile e di comunità" da Sesta Opera San Fedele, associazione di volontariato penitenziario, che da sabato 12 ottobre promuove un ciclo di incontri di formazione dedicato al "Riconoscere e sostenere le fragilità psichiche negli autori di reato" (piazza San Fedele, 4). Un'occasione per tutti per riflettere sulla situazione a partire da questi numeri.
"Il ricorso alle Misure alternative conferma il grande impegno della magistratura lombarda - ha spiegato il Presidente di Sesta Opera, Guido Chiaretti. L'altro lato della medaglia chiama, però, società civile e volontari a una grande responsabilità e impegno: accompagnare e sostenere tali condannati nell'esecuzione della pena fuori dal carcere, lontano dalle tante attività di rieducazione fornite negli istituti di pena lombardi. Noi li chiamiamo i Condannati Invisibili".
Nello specifico, in Lombardia a fine agosto in carcere c'erano 8.618 detenuti, mentre 11.754 persone stavano scontando la pena fuori, con un rapporto di 100 a 136. Nella sola città di Milano si contavano 4.556 condannati alle varie Misure e Sanzioni di comunità, contro 3.738 detenuti nei suoi tre istituti di pena.
Per quanto riguarda la distribuzione delle pene scontate sul territorio nelle province lombarde, sede di Uepe, Bergamo registra 1.250 casi, Brescia 2.158, Como 1.363, Mantova 693, Pavia 687 e Varese 1.047. A livello nazionale, il 30% sono in Affidamento in prova ai servizi sociali e altrettante sono Messe alla Prova, mentre il 18% sconta la pena con la Detenzione domiciliare. Si tratta perlopiù di uomini di nazionalità italiana (82%).
Circa il 50% hanno una età compresa tra i 30 e i 49 anni. Gli stranieri ammessi alle Misure alternative e in carico agli Uepe sono circa il 18% del totale, di cui poco meno di metà provengono dall'Europa (Ue e altri Paesi europei) e circa un terzo dall'Africa (circa il 6% del totale nazionale).
palermotoday.it, 8 ottobre 2019
È morto in circostanze da chiarire il primo testimone sulla mafia nigeriana a Palermo, recentemente finito in manette in un'altra inchiesta della procura Antimafia. Si tratta di Emeka Don, nigeriano di 29 anni, che tra il 2014 e il 2016 raccontò di un'aggressione subita nel quartiere di Ballarò, svelando ai pm alcuni componenti della Black Axe (banda nigeriana), ma che lo scorso luglio era finito in carcere con l'accusa di far parte dei Viking (altra banda nigeriana) nell'ambito del blitz "Disconnection zone" della Squadra mobile.
Il decesso è avvenuto nella mattinata di ieri al Civico di Palermo a causa di una crisi ipoglicemica. L'uomo - detenuto al carcere Pagliarelli - era stato trasferito al nosocomio nella serata di sabato. Per questo la Dda stamane ha disposto l'autopsia della salma di Emeka Don, dopo che ieri sera un collettivo si è raccolto in un presidio davanti la Squadra mobile di Palermo.
"Vogliamo sapere cosa è accaduto - racconta Frank Obidike, rappresentante del circolo multiculturale Arci Ikenga - per noi è davvero anomalo, come si fa a morire in carcere per una malattia del genere? Sappiamo che in carcere c'erano delle persone che lo volevano morto per quello che lui ha testimoniato".
Emeka Don - che poi venne ospitato nel dormitorio di Biagio Conte - aveva raccontato ai pm di essere stato aggredito il 26 gennaio 2014 da Austine Johnbull (detto Ewosa), poi condannato per tentato omicidio con l'uso di un'ascia (oggetto che caratterizza la banda Black Axe) a 12 anni di reclusione, confermati dalla corte d'Appello. La sua testimonianza, comprese le cicatrici riportate in seguito all'episodio, fu rilanciate dalla stampa internazionale che raccontò la presenza della mafia nigeriana a Palermo.
di Marina Crisafi
Il Sole 24 Ore, 8 ottobre 2019
Corte di Cassazione - Sezione V - Sentenza 20 settembre 2019 n. 38900. È aggravato dall'esposizione alla pubblica fede il furto di buste della spesa, occhiali e in genere effetti personali lasciati all'interno dell'auto. È quanto ha affermato la Cassazione (sentenza n. 38900/2019), aderendo all'orientamento che ravvisa la circostanza aggravante ex articolo 625, comma primo, n. 7, del codice penalenon soltanto con riferimento agli "accessori" tipici dell'auto ma anche agli oggetti lasciati all'interno della vettura per necessità o consuetudine.
La vicenda - Nella vicenda portata all'attenzione della quinta sezione penale, un uomo veniva condannato in prime cure alla pena di un anno e due mesi di reclusione e 400 euro di multa per aver sottratto beni (come borse, fotocamere, scatole contenenti scarpe e mazzi di chiavi) contenuti in due autovetture parcheggiate in strada.
La condanna veniva confermata dalla Corte d'appello di Torino e l'imputato adiva, quindi, il Palazzaccio, invocando la non configurabilità dell'aggravante dell'esposizione alla pubblica fede poiché i beni oggetto dei reati non costituivano parte integrante dei mezzi esposti alla pubblica fede, né potevano ritenersi "accessori". A sostegno della propria tesi, citava la giurisprudenza di legittimità che esclude dalle condizioni di configurabilità dell'aggravante le cose che non abbiano una tale relazione con la res esposta alla pubblica fede in cui sono stati lasciati.
I due orientamenti - La Corte, però, rigetta il ricorso e ripercorre gli orientamenti in materia, dando atto delle diverse "sensibilità registrate nel corso degli anni" sul tema.
Secondo un'opzione interpretativa più restrittiva, spiega la Suprema corte, il furto di oggetti che si trovano all'interno di un'autovettura lasciata incustodita sulla pubblica via deve considerarsi aggravato per l'esposizione alla pubblica fede solamente quando si tratta di oggetti "costituenti parte integrante del veicolo o destinati, in modo durevole, al servizio o all'ornamento dello stesso" (cfr. Cass. n. 30358/2016; n. 44035/2014).
Pertanto, in tale ottica, non sarebbero esposti alla pubblica fede, gli oggetti che solo occasionalmente si trovano all'interno dell'autovettura, poiché lasciati per ragioni contingenti o per dimenticanza, ma che non costituiscono il normale corredo dell'auto.
Tuttavia, evidenziano gli Ermellini, secondo un altro orientamento, la circostanza aggravante dell'esposizione alla pubblica fede, ricorre non solo relativamente all'azione furtiva riguardante oggetti custoditi in auto che costituiscono un suo accessorio o che ne formano, in base all'uso corrente, la normale dotazione, ma altresì, quei beni che si trovano in macchina per "necessità - e - in ragione di impellenti bisogni della vita quotidiana ai quali l'offeso è chiamato a far fronte" (cfr. tra le altre Cass. n. 33557/2016; Cass. n. 44580/2015).
La decisione - La Cassazione, pur ritenendo che l'ambito sia molto condizionato dalle fattispecie concrete che di volta in volta si presentano all'interprete, ritiene di aderire proprio a quest'ultimo orientamento, maggiormente aderente all'attuale realtà storico-sociale e meglio rispondente alla ratio dell'aggravamento previsto dall'articolo 625, 1° comma, n. 7 Cp.
In sostanza, considerato che per pubblica fede deve intendersi il senso di affidamento verso la proprietà altrui in cui confida chi deve lasciare una cosa (anche solo temporaneamente) incustodita, tale valutazione di gravità, a detta del Palazzaccio va estesa anche a quei beni che si trovino in tale condizione a causa "di impellenti bisogni della vita quotidiana" connessi "ai tempi e alle incombenze odierne".
"In tale prospettiva - precisano i giudici - la rapidità degli spostamenti, la freneticità dei ritmi e l'utilizzo sempre maggiore della propria autovettura come 'basè per organizzare la propria giornata di vita, professionale e privata, impone che nel concetto di cose lasciate per necessità e consuetudine siano ricompresi anche quei beni che, di difficile trasporto per ingombro e peso, debbano essere lasciati in auto nel mentre si attende ad ulteriori incombenze, nonché eventuali oggetti e documenti che l'offeso detenga all'interno dell'autovettura e che per necessità e comodità di custodia abbia lasciato ivi". E in tale nozione rientrano, pertanto, tutti gli effetti personali (documenti, monili d'oro, occhiali), così come mazzi di chiavi, certificati e buste contenenti spese di generi alimentari e non.
Ristretti Orizzonti, 8 ottobre 2019
"Effi. Storia di una figlia e di una madre", drammaturgia e regia di Paolo Billi, coreografie di Elvio Pereira de Assunçao. Debutta presso il Centro Giovanile Mons. G. Sismondo di Pontremoli, giovedì 17 Ottobre alle ore 21 (con repliche il 18 e il 19 ottobre, sempre alle ore 21) il nuovo spettacolo teatrale dal titolo "Effi. Storia di una figlia e di una madre", che vede protagoniste le ragazze dell'Istituto Penale Minorile di Pontremoli e un gruppo di attori pontremolesi: Lorenzo Borrelli, Alberto Santini, Delfina Reggiani, Eleonora Casetta.
Allo spettacolo partecipa come attrice Maddalena Pasini, che cura anche l'aiuto regia e Elena G. un ragazza coinvolta nei progetti teatrali degli anni scorsi, durante il suo periodo di detenzione, e che oggi, da esterna, continua l'esperienza teatrale.
Dopo aver affrontato nello spettacolo del 2018 "Perduti padri. Smarrite figlie" lo smarrimento delle figlie di fronte a padri perduti dietro a se stessi e che non si rendono conto di essere padri. Nello spettacolo del 2019 "Effi. Storia di una figlia e di una madre", la protagonista è una figlia e la madre; nel nuovo spettacolo stanno al centro i conflitti e le cicatrici indelebili provocate da una madre più preoccupata a realizzare, attraverso la figlia, i propri progetti, che offrire alla figlia la possibilità di costruire una propria vita.
La drammaturgia è liberamente ispirata a "Effi Briest" di Theodore Fontane, romanzo di fine ottocento, che Thomas Mann considerava tra i dodici romanzi fondamentali da tenere in biblioteca. È la storia tragica di una giovanissima figlia che cresce in mondi di rigide convenzioni e opprimenti sensi del dovere, tra false saggezze e falsi moralismi. Nel 1974, il regista R.W. Fassbinder ne trasse uno splendido film in bianco e nero, con protagonista Anna Schygulla.
"Effi. Storia di una figlia e di una madre" non viene allestito su un palcoscenico teatrale, ma in un grande spazio scenico vuoto (il salone del Centro Giovanile Mons. G. Sismondo), trasformato in una stanza con pavimento e pareti nere, dove il pubblico entrerà dentro la scena, seduto su panche di legno per tre lati, a diretto contatto con le giovani attrici, che si trovano al centro dell'attenzione, senza vie di fuga.
Quattro sono stati i laboratori che hanno coinvolto le ragazze dell'Ipm, gli studenti dell'Istituto di Istruzione Superiore Belmesseri di Pontremoli e il gruppo di appassionati di teatro, che da quattro anni partecipa al progetto all'interno dell'Ipm. Il laboratorio di scrittura, a cura di Filippo Milani, ha prodotto i testi che sono confluiti nel copione dello spettacolo; il laboratorio di sartoria, a cura di Paola Lorenzi, ha realizzato i costumi; il laboratorio di decorazione scenografica, a cura di Irene Ferrari, con le ragazze dell'Ipm, ha decorato gli oggetti di scena; il laboratorio di teatro, a cura di Paolo Billi, Elvio Pereira Assunçao e Maddalena Pasini, ha permesso la costruzione dello spettacolo finale.
Il progetto è in collaborazione con l' Istituto Penale per i Minorenni di Pontremoli, con il Comune di Pontremoli e la Regione Toscana. Il progetto è realizzato dal Teatro del Pratello di Bologna e dal Centro Giovanile Mons. G. Sismondo. L'organizzazione è a cura di Enrica Talamini e Milena Lisoni e il coordinamento del progetto è seguito da Amaranta Capelli.
Le prenotazioni si possono effettuare al numero 3331679211 o via mail all'indirizzo
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 8 ottobre 2019
Corte di cassazione - Sentenza 7 ottobre 2019 n. 41056. In caso di omesso versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali, "la contestazione e la notifica dell'avvenuto accertamento della violazione, prescindono dall'iscrizione a ruolo dei relativi crediti, perché tale iscrizione attiene al successivo procedimento di riscossione e non può assumere, perciò, rilevanza a fini penali". Lo ha stabilito la III Sezione penale della Cassazione, sentenza 41056 del 7 ottobre, affermando un principio di diritto.
Secondo il ricorrente, un legale rappresentante di una società cooperativa, condannato a tre mesi e 200 euro di multa per non aver versato le ritenute sulla retribuzioni dei dipendenti dal febbraio al dicembre 2012 (per un totale di 23mila euro), "l'iscrizione a ruolo è il presupposto per l'invio della diffida". Per cui, l'iscrizione tardiva avrebbe avuto come effetto il mancato superamento della soglia di punibilità annuale.
Una lettura bocciata dalla Suprema corte secondo cui, innanzi tutto, siamo davanti ad una prospettazione "puramente ipotetica". "Poiché infatti l'Inps - ricostruisce la sentenza - non aveva comunicato il momento in cui era stata effettuata l'iscrizione, non vi era prova del rispetto del relativo termine decadenziale; con l'ulteriore conseguenza che la diffida non sarebbe stata possibile". Ma questo, argomenta la decisione, certifica unicamente che è il ricorrente stesso a non sapere quando l'iscrizione a ruolo sia avvenuta, "attribuendo all'amministrazione previdenziale un onere non previsto dalla legge penale, ovvero quello di comunicare all'interessato, non solo l'avviso di accertamento ma anche l'iscrizione a ruolo del credito, che sarebbe prodromica rispetto a tale avviso". "Gli artt. 24 e 25 del Dlgs n. 46 del 1999, che stabiliscono l'iscrizione a ruolo dei crediti degli enti pubblici previdenziali e i relativi termini di decadenza - prosegue infatti la Corte -, disciplinano la fase della riscossione mediante ruolo, che è successiva rispetto a quella dell'accertamento e della richiesta di versamento a norma dell'art. 2, comma 1bis, del Dl n. 463 del 1983, il quale esclude la punibilità nel caso di versamento delle ritenute entro tre mesi dalla contestazione o dalla notifica dell'avvenuto accertamento della violazione".
Rispetto poi all'altro motivo di ricorso, in cui si lamenta la notifica degli avvisi di accertamento presso il domicilio e non presso la sede della persona giuridica, la Corte ricorda, che per la giurisprudenza di legittimità, "non sono necessarie particolari formalità per la notifica dell'accertamento". "Con la conseguenza che - conclude la decisione - la comunicazione della contestazione al contravventore è validamente perfezionata anche in caso di notificazione dell'atto effettuata mediante raccomandata con ricevuta di ritorno, perfezionatasi per compiuta giacenza, dando luogo ad una presunzione legale di conoscenza che può essere vinta ove il contravventore provi di non avere avuto, senza colpa, notizia dell'atto, mediante la dimostrazione di un fatto o di una situazione, non superabile con l'ordinaria diligenza, che spezzi o interrompa in modo duraturo il collegamento fra il destinatario ed il luogo di destinazione della comunicazione". Ma, nel caso specifico, il ricorrente "non solo non ha dimostrato, ma non ha neanche prospettato la mancanza di conoscenza dell'avvenuta notificazione, regolare sul piano formale".
di Silvana Cortignani
tusciaweb.eu, 8 ottobre 2019
Aveva minacciato un agente della Polizia penitenziaria. Era a processo con altri tre detenuti. Si è aperto ieri e subito chiuso per estinzione del reato in seguito alla morte in carcere dell'imputato il processo a Andrea Di Nino, il detenuto romano 36enne che il 21 maggio 2018 si è tolto la vita impiccandosi in cella a Mammagialla.
Pochi mesi prima, il 13 dicembre 2017, nel corso di disordini scoppiati in infermeria, assieme ad altri tre reclusi, Di Nino avrebbe minacciato un assistente capo della Polizia penitenziaria.
L'obiettivo, secondo l'accusa, sarebbe stato costringere l'agente della penitenziaria e l'infermiera di turno "a omettere un atto dell'ufficio e, segnatamente, per farli desistere dal compiere la procedura relativa alla somministrazione della terapia farmacologica".
Davanti al giudice Elisabetta Massini, Di Nino avrebbe dovuto rispondere di minacce e oltraggio a pubblico ufficiale, in concorso con gli altri tre detenuti rimasti coinvolti nell'episodio, uno dei quali difeso dall'avvocato Giovanni Bartoletti, per i quali il processo si è regolarmente aperto ieri con l'ammissione delle prove. Sono un 41enne originario di Roma, ma residente a Vejano, un 31enne anche lui romano e un 44enne d'origine marocchina. I primi testimoni saranno sentiti nell'udienza fissata per il 25 maggio 2020 alle ore 9,30.
Di Nino, al momento in cui fu rinvenuto cadavere, era in carcere da due anni per possesso di stupefacenti. Ha lasciato una compagna e 5 figli. Il corpo senza vita dell'uomo venne rinvenuto attorno alle ore 22. Si era suicidato in cella di isolamento, dal penitenziario sarebbe uscito di lì a un anno. Lo scorso 25 maggio, per ricordare lui e le altre vittime del carcere, c'è stato un presidio di fronte al palazzo di giustizia di via Falcone e Borsellino. Quattro le inchieste contro ignoti aperte dalla procura della repubblica di Viterbo per altrettanti casi sospetti di violenze e suicidi nel carcere sulla Teverina, tra cui la morte di Di Nino.
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 8 ottobre 2019
Rabbia e amarezza tra i curdi che avevano creduto alle promesse degli Stati uniti e che dovranno fronteggiare una operazione militare enorme. Ankara punta a creare una "zona cuscinetto" in Siria dove inviare i profughi e a far naufragare qualsiasi ipotesi di sovranità curda.
Sono trascorse poche ore dalla "pugnalata" inferta da Donald Trump alla schiena del popolo curdo e le truppe turche sono già pronte a riversarsi nel territorio settentrionale siriano e ad attaccare i combattenti curdi. La luce verde all'invasione potrebbe arrivare oggi. Il Parlamento turco discuterà una mozione che estende di un anno l'autorizzazione delle missioni militari in Siria e Iraq. Il voto favorevole non è in discussione. "Possiamo arrivare una notte all'improvviso" ha avvertito minacciosamente il presidente Recep Tayyib Erdogan. Un bagno di sangue innocente è il rischio più concreto.
Un alto funzionario turco ieri spiegava alla Reuters che l'offensiva nel nord-est della Siria scatterà quando i soldati americani, un migliaio, lasceranno i territori controllati dai curdi, da coloro che sino a due giorni fa erano "alleati di ferro" degli Stati uniti e che negli ultimi anni, con un altissimo prezzo di sangue, hanno contribuito in modo determinante alla sconfitta in Siria degli uomini dello Stato islamico. Quel passato e quell'alleanza, per Donald Trump non contano più nulla. "La Turchia avvierà presto la sua operazione nel Siria settentrionale a lungo pianificata. Le forze armate degli Stati Uniti non sosterranno o saranno coinvolte nell'operazione", si legge nel comunicato diffuso dopo il colloquio telefonico che il presidente Usa ha avuto con Erdogan. Addio, non ci servite più, ora sono cavoli vostri, noi ce ne andiamo. Il succo più o meno è questo. Trump ha persino rinfacciato ai curdi di aver ricevuto fondi americani per la guerra all'Isis. "I curdi hanno combattuto con noi, ma sono stati pagati con enormi somme di denaro ed equipaggiamenti per farlo. Combattono la Turchia da decenni. Ho tenuto da parte questa lotta per quasi tre anni, ma è tempo per noi di uscire da queste infinite guerre ridicole, molte delle quali tribali, e portare i nostri soldati a casa", ha scritto in uno dei suoi tweet a raffica. Sommerso dalle critiche interne, anche dei Repubblicani, persino di Nikki Haley, fino a qualche tempo fa suo braccio armato alle Nazioni unite, Trump ha corretto parzialmente la rotta lanciando un ammonimento a Erdogan: "Se la Turchia farà qualcosa che io, nella mia enorme e ineguagliabile saggezza, considero oltre il limite, distruggerò totalmente e annullerò l'economia della Turchia".
Siamo pronti a resistere ad oltranza all'esercito turco. Lo ripetono le Fds, le Forze democratiche siriane a maggioranza curda, e i combattenti del Pyd-Ypg che Ankara considera "terroristi" come il Pkk di Abdallah Ocalan e che è decisa ad annientare. "Se la Turchia rompe i patti siamo pronti alla guerra e a difendere i diritti del nostro popolo", ha comunicato il comando militare della Rojava. Tanta rabbia e amarezza regnano nelle stanze dei comandi politici e militari curdi in queste ore. "Gli Stati Uniti non hanno rispettato i loro impegni nel nord-est della Siria e, ritirandosi, trasformeranno l'area in una zona di guerra", ha twittato Mustafa Bali, portavoce delle Fds. "La nostra gente merita una spiegazione a proposito dell'accordo sul meccanismo di sicurezza e della fuga degli Stati Uniti dalle proprie responsabilità", ha aggiunto. Mette in guardia da un ritorno dell'Isis, causato dai turchi, il Consiglio esecutivo del KNK, il Congresso Nazionale Curdo.
Erdogan ha fretta di attaccare, prima che l'imprevedibile Trump possa ripensarci. Il suo piano è chiarissimo. L'offensiva militare servirà a cacciare via i combattenti curdi e a costituire e rafforzare la "zona cuscinetto" in territorio siriano, profonda decine di km, che Ankara intendeva pattugliare congiuntamente con le truppe Usa. Poi quando ha capito che Trump procedeva con il freno a mano tirato, Erdogan ha rotto gli indugi. Nel territorio siriano occupato, la Turchia intende mandare almeno un milione dei profughi siriani oggi all'interno dei suoi confini.
La Russia alleata della Siria sapeva e ora lascerà fare ad Erdogan? Lo nega il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, che ieri si è affrettato a chiarire che Vladimir Putin non ha discusso con Erdogan i piani militari turchi. "Il Cremlino - ha detto - ritiene che l'integrità territoriale della Siria è il punto di partenza negli sforzi per trovare una soluzione del conflitto". Cosa intenda Mosca per tutela dell'integrità territoriale siriana, mentre la Siria sta per essere invasa, non è semplice da comprendere. Timida la reazione dell'Unione europea. La portavoce Maja Kocijancic, ha detto che "l'Ue ha detto fin dall'inizio che qualsiasi soluzione sostenibile per il conflitto siriano non verrà trovata con mezzi militari, ma richiede una vera transizione, in linea con le risoluzioni del Consiglio di sicurezza. L'Ue resta impegnata per l'unità, la sovranità e l'integrità territoriale dello Stato siriano".
di Daniela Corneo
Corriere di Bologna, 8 ottobre 2019
Giovedì la prima serata con il ministro Bonafede. Sei ragazzi tra sala e fornelli. È l'unico ristorante (in Europa) che apre i battenti dentro a un carcere minorile. Giovedì, con le autorità, tra cui il neo cardinale Matteo Zuppi, ci sarà la "prima" dell'osteria "Brigata del Pratello". Due cene al mese a cui potranno partecipare, a offerta libera, i cittadini. In sala e in cucina: 6 giovani detenuti. Ecco cosa prevede il menu inaugurale.
Si potrà entrare in carcere a cena con amici, parenti, colleghi. Ai fornelli e in sala ci saranno alcuni dei ragazzi detenuti al Pratello che, preparando i piatti e servendoli alle persone che decideranno di vivere questa esperienza, non solo si formeranno come cuochi e camerieri, ma aggiungeranno un tassello al loro rientro nella società, in qualunque momento sia previsto. Se ne parlava da quasi dieci anni, ma giovedì accadrà: aprirà i battenti la "Brigata del Pratello", l'unica osteria in Italia (e in Europa) all'interno di un istituto penale minorile.
Un progetto portato avanti con tenacia dagli operatori di Fomal, ente accreditato dalla Regione (e presieduto da Beatrice Draghetti) per la formazione professionale dell'ambito della ristorazione e dal carcere minorile del Pratello con il contributo della Fondazione del Monte e di viale Aldo Moro. "Questa osteria - ha detto ieri Draghetti - costituirà un ulteriore tassello nella formazione professionale di questi ragazzi che avranno a che fare con un pubblico vero per una o due volte al mese".
Le prime tre cene, quella di giovedì e le altre due previste a novembre e dicembre, saranno su invito: parteciperanno istituzioni e personaggi individuati da Fomal e Regione, tra cui, per la "prima", il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede (è stato invitato e scioglierà presto la riserva sulla sua presenza) e il neo cardinale Matteo Zuppi. Per loro i ragazzi - 6 in tutto, 3 ai fornelli e 3 in sala, che si alterneranno nelle varie cene - hanno pensato a un menù dall'antipasto al dolce: lasagne, filetto di maiale al pistacchio, una mela in tre diverse varianti come dolce. I menu differenziati per motivi religiosi non sono previsti, ma i ragazzi del Pratello li realizzano abitualmente quando a tavola si siedono solo loro.
"Ma niente tortellini al pollo", dice scherzando lo chef-docente che li guida da anni, Mirko Gadignani, che è lo chef del Bologna calcio e della Fortitudo. "È da dieci anni che stiamo lavorando al progetto dell'osteria - spiega - e finalmente ce l'abbiamo fatta. Per noi è divertente lavorare con questi ragazzi, siamo riusciti a portarne diversi fuori a lavorare una volta scontata la pena, alcuni anche allo stadio. Abbiamo fatto migliaia di pizze insieme a loro, sono bravissimi", sorride lo chef. Che a fianco a sé ha in questa avventura anche lo chef Alberto Di Pasqua e il maître Fabrizio Cariati. Tutto sotto la guida di Valeria Bonora, responsabile dell'area socioeducativa di Fomal.
Da gennaio l'osteria al Pratello sarà poi aperta al pubblico: si potrà prenotare sul sito della "Brigata del Pratello" e, dopo le procedure di prassi per la sicurezza, una o due volte al mese saranno in 40-45 gli ammessi alle cene a offerta libera che saranno servite nell'ala del chiostro dell'antico monastero restaurato. Saranno usate le verdure coltivate nell'orto all'interno del Pratello e ad addobbare i tavoli ci saranno le composizioni realizzate da persone disabili seguite sempre da Fomal. Il ricavato delle cene servirà a sostenere i costi aggiuntivi per personale esterno, materie prime, attrezzature. "I ragazzi quando usciranno dal carcere - spiegano il dirigente per Emilia-Romagna e Marche della giustizia minorile Antonio Pappalardo e il direttore del Pratello Alfonso Poggiarino - avranno una professionalità da spendere, per loro è una grande occasione".
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