africarivista.it, 7 ottobre 2019
Centinaia di eritrei hanno manifestato fuori dal quartier generale delle Nazioni Unite chiedendo il rilascio dei loro connazionali ancora rinchiusi nelle carceri libiche. Migliaia di africani, compresi molti eritrei che continuano a fuggire dal loro Paese, si trovano imbottigliati in Libia. Dopo aver percorso centinaia di chilometri a piedi o con mezzi di fortuna, vengono imprigionati in terribili campi di detenzione sotto il controllo delle milizie che rispondono ai governi di Tripoli o di Bengasi. Molti di essi inviano chiamate di aiuto sui telefoni cellulari ai loro familiari rifugiati in Europa. E le famiglie, quando possono, inviano loro i fondi per pagare il riscatto e farli fuggire.
"Ho parlato con alcuni migranti eritrei tre settimane fa. Erano stati catturati dalle milizie. Non ho idea di cosa sia stato fatto loro successivamente", afferma ai microfoni di Rfi, Tewodros Eyasu. Questo ex rifugiato eritreo, ora in Svizzera, deplora l'inazione della comunità internazionale. A suo parere non esiste la volontà di evacuare i migranti dalla Libia pur sapendo che gran parte di essi vengono torturati dalle milizie.
Questa posizione è condivisa da Zewdi Tesfa Mariam. Anche lei di origine eritrea, afferma di aver ricevuto decine di terribili video inviati dai compatrioti prigionieri.
"Ci sentiamo impotenti. Che cosa possiamo fare quando vediamo immagini di connazionali imprigionati e torturati? Che cosa possiamo dire di fronte a questa tragedia? L'Europa vive con campi di concentramenti a poche centinaia di chilometri dalle sue coste. Come può accettarlo?", dice Zewdi. Simone è tra quelli che sono riusciti a fuggire dalla morsa delle milizie libiche in cambio di un riscatto. "Siamo stati nelle loro mani per quasi un mese e mezzo. Eravamo nel mezzo del Sahara, senza nulla. Un bicchiere d'acqua al giorno. Non ho parole per spiegare la situazione che si vive in quei luoghi", osserva.
Secondo l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), gli eritrei sono tra quelli che hanno le maggiori probabilità di morire durante la traversata del Mediterraneo anche perché, a causa della loro fede e della loro storia, sono quelli che subiscono il maggior numero di abusi rispetto agli altri migranti.
di Alessandro Orsini
Il Messaggero, 6 ottobre 2019
La Libia continua a essere la principale fonte di preoccupazione del governo Conte nel Mediterraneo. Il generale Haftar è sordo agli inviti di pace e continua ad assediare Tripoli da sei mesi. Le notizie che hanno segnato questa settimana sono pessime. L'l ottobre Haftar ha prima attaccato l'aeroporto di Mitiga e poi quello di Misurata.
All'alba di giovedì 3 ottobre, ha bombardato la parte sud di Tripoli, a cui ha fatto seguire cinque raid aerei contro la periferia di Sirte. Secondo gli ultimi dati dell'Onu, l'avanzata di Haftar ha causato 1100 morti mentre le persone che hanno dovuto abbandonare le proprie case sono centoventimila. Durante l'amministrazione Obama, nonostante la Libia fosse divisa in due governi rivali, uno a Tobruk e l'altro a Tripoli, la situazione non era mai degenerata in uno scontro aperto, per ragioni di pudore più che per calcoli politici.
Per quanto il pudore non conti niente in politica internazionale, sotto Obama, ebbe incredibilmente un ruolo. Obama riteneva che la Libia rappresentasse una grande vergogna per l'Occidente e non voleva che tale vergogna fosse accresciuta da una nuova guerra. In un'intervista a "The Atlantic", nell'aprile 2016, Obama aveva accusato Francia e Inghilterra di avere voluto abbattere il regime di Gheddafi, ma di non avere poi fatto niente per risollevare il Paese dalle sue miserie. Distruzione sì, ricostruzione no: questa, in sintesi, era la critica di Obama alla fine del suo secondo mandato. Jeffrey Goldberg, l'intervistatore, rivelò che, in pubblico, Obama definiva la situazione in Libia "un casino".
In privato, invece, la sua rabbia per il fallimento occidentale si spogliava di ogni abbellimento diplomatico. Il comportamento dei Paesi europei in Libia, parola di Obama, aveva dato vita a "uno spettacolo di merda" (shit show).
Obama si era fidato degli europei. A suo dire, sarebbe spettato a loro il compito della ricostruzione, data la vicinanza geografica con la Libia. Un anno dopo i bombardamenti, Sarkozy non fu rieletto, mentre Cameron fu distratto da altre faccende, referendum sulla brexit incluso, che avrebbe portato alle sue dimissioni.
Con Trump, ogni pudore si è dissolto e la Libia è sprofondata nel caos della guerra. Trump ha annunciato il proprio disimpegno dalla Libia e, siccome non la reputa importante per gli interessi americani, ha utilizzato quel Paese martoriato per migliorare i rapporti con tre Paesi arabi che gli sono utili per combattere contro l'Iran. Stiamo parlando di Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti, i quali vorrebbero imporre il proprio dominio sulla Libia utilizzando Haftar come testa d'ariete.
Una volta conquistata Tripoli, ammesso che ci riesca, Haftar darebbe vita a un governo, i cui ministri verrebbero concordati con i governi da cui è armato e finanziato. Dal canto suo, l'Italia, che protegge il governo di Tripoli, non ha saputo bilanciare le forze di Tobruk per molte ragioni, di cui due sono evidenti. La prima è che i governi italiani sono cambiati troppo di frequente proprio mentre la Libia richiedeva un'Italia molto stabile.
La seconda è che i rapporti tra l'Italia e i principali Paesi europei sono peggiorati precipitosamente durante il primo governo Conte che, soprattutto dopo la vittoria della Lega alle Europee, ha iniziato a essere percepito all'estero come il governo Salvini. Non a caso, l'assedio di Tripoli è iniziato il 4 aprile 2019, mentre Salvini cercava di costruire un'alleanza europea contro la Merkel e Macron ovvero la Germania e la Francia, i Paesi più potenti d'Europa. Nessuno dei quali aveva un interesse a stabilizzare la Libia in favore dell'Italia.
La legge immutabile della politica stabilisce che nessun governo favorisce chi cerca di abbatterlo. In sintesi, Salvini ambiva alla caduta di Merkel e Macron, che ambivano alla caduta di Salvini. La conseguenza è che l'Italia si è trovata isolata in Libia. Pochi sanno che il governo di Tripoli sarebbe caduto da tempo, se non fosse intervenuto Erdogan in sua difesa. Se la Turchia si ritirasse, Tripoli cadrebbe.
Oggi i rapporti tra l'Italia e l'Europa stanno migliorando ed è lecito nutrire la speranza che tale miglioramento si ripercuota anche sulla Libia. Questo però richiede un grande sforzo diplomatico che, finora, Luigi Di Maio non ha profuso. Egli è un ministro degli Esteri molto assorbito dalla politica interna, essendo il leader del Movimento 5 Stelle.
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 6 ottobre 2019
Intervista a Sebastiano Ardita, ex dirigente dell'amministrazione penitenziaria. Sebastiano Ardita attualmente è consigliere del Csm, fino all'anno scorso era procuratore aggiunto di Catania. Pm antimafia e anti corruzione, è un conoscitore del mondo delle carceri: è stato direttore generale dell'Ufficio detenuti del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap).
Quanto conta per Cosa Nostra, per la 'ndrangheta e per le altre mafie ottenere la fine dell'ergastolo ostativo?
Ne va della sopravvivenza del sistema mafioso tradizionale, che ha patito la crisi più grave in conseguenza della reazione dello Stato dopo le stragi del 1992-93. Ma sarebbe il successo più importante - non so quanto voluto in termini di risultato - della nuova mafia silente, impegnata a reinvestire nell'economia più che nelle azioni criminali visibili. Attenuatasi la paura di nuove stragi, l'effetto potrebbe essere quello del ritorno in libertà di alcuni boss irriducibili. È facile immaginare che tornerebbero a guidare compagini che avevano deciso di abbandonare i sistemi tradizionali, in qualche caso disinteressandosi di chi stava sepolto dagli ergastoli e dal carcere duro, il 41bis. Non è facile prevedere cosa potrebbe accadere sul territorio.
Dall'osservatorio "privilegiato" del Dap cosa ha appreso rispetto al sentire dei capimafia ergastolani e al 41 bis?
Che questi temi sono seguiti con grande interesse da coloro che rappresentano l'unico vero vertice di Cosa nostra e che attualmente sono pressoché tutti detenuti. E mi sembra evidente che, dal loro punto di vista, trent'anni senza stragi cominciano a provocare i primi effetti sulla sensibilità della opinione pubblica. Quindi sperano o credono che ora ci sia spazio per ottenere benefici.
C'è chi pensa sia inaccettabile il "fine pena mai"...
Ma stiamo riferendoci alle associazioni di tipo mafioso, dove i singoli operano nel quadro di compagini organizzate che pianificano delitti - anche se non necessariamente di sangue. È rischioso confondere questo tema con quello della rieducazione di condannati, anche a pene severe, che però non operano all'interno della criminalità organizzata. Il mafioso militante, una volta uscito dal carcere, dovrà tornare a servire l'organizzazione fino alla morte.
Le risulta che i tentativi mafiosi di far rivedere l'ergastolo siano continuati anche dopo le stragi e non solo da parte di Cosa Nostra?
Certo che mi risulta. Dal famoso "papello" di Riina in poi esiste una attenzione fondamentale a questo tema che sembra passo dopo passo avvicinarsi all'obiettivo finale del superamento dell'ergastolo anche per i boss.
Quali sarebbero le conseguenze di un'abolizione dell'ergastolo ostativo?
L'esclusione dai benefici ai mafiosi militanti, anche se filtrata da una legge, è prevista per chi nega alla radice ogni dialogo con lo Stato e dunque la possibilità di una risocializzazione. Qui parliamo della possibilità di far uscire dal carcere i mafiosi stragisti o coloro che ne hanno seguito le strategie.
I boss hanno anche sperato nell'Europa che non conosce il sistema mafioso?
Possono contare sulla buona fede di tutti coloro che non conoscono la capacità delle organizzazioni mafiose di rigenerarsi in pochissimo tempo con la sola presenza dei loro capi storici. Sono anni che assistiamo a cronache giudiziarie che ci rappresentano l'arresto di capi mafia un po' da tutte le parti, ma si tratta di luogotenenti, sostituti dei sostituti dei veri capi che furono arrestati negli anni 90. Ci vogliono decine di anni perché nasca un nuovo Riina o Santapaola o Bagarella. Tutto quello che è venuto dopo è solo la copia sbiadita dei grandi boss. Quindi il loro rilascio sarebbe molto pericoloso.
di Liana Milella
La Repubblica, 6 ottobre 2019
I diritti contano, è fin troppo ovvio. Ma tra i diritti delle vittime e quelli dei carnefici quali contano di più? Non solo: chi, come scelta di vita, decide scientemente di perseguire lo stragismo, mafioso o terroristico che sia, può poi rivendicare per sé i medesimi diritti che spettano a ogni altro uomo che non abbia tenuto comportamenti così devastanti per la vita di tanti innocenti?
di Carmelo Musumeci
osservatoriorepressione.info, 6 ottobre 2019
"L'ergastolo ostativo è questo: una morte a gocce che annienta la speranza di costruire un futuro, l'idea di poter scegliere una nuova strada - diversa - da intraprendere. La gente lo sa cosa accade dentro il carcere? Mi sono chiesto tante volte. La risposta è no. Ed è per questo che ho cominciato a scrivere, a raccontare cosa accadeva in quelle mura, alte, protette dalle sbarre. La speranza non andrebbe mai negata a nessuno: molti giovani ergastolani, entrati in carcere all'età di 18/19 anni senza poterne più uscire, potrebbero essere salvati". ("Illuminato Fichera: la libertà nell'era del carcere", di Daniel Monni e Carmelo Musumeci).
di Maria Brucale*
Ristretti Orizzonti, 6 ottobre 2019
Il sette ottobre Strasburgo deciderà sulla ammissibilità della richiesta, formulata dal governo italiano, che sul ricorso "Viola v. Italia" decida la Grande Camera.
Il governo ha, infatti, contestato la pronuncia del 13 giugno scorso con cui, in piena coerenza con la giurisprudenza ormai costante, la prima sezione della Cedu ha ravvisato una violazione dell'art. 3 della convenzione da parte dell'Italia laddove non consente ai condannati all'ergastolo per i reati di cui all'art. 4bis O.P. di aspirare alla libertà se non collaborano utilmente con la giustizia.
di Lirio Abbate
L'Espresso, 6 ottobre 2019
Il 22 ottobre nel Palazzo della Consulta si deciderà se cancellare una delle norme per il contrasto
alla mafia proposte da Giovanni Falcone quando era direttore generale degli affari penali al ministero di via Arenula.
di Gianni Barbacetto
Il Fatto Quotidiano, 6 ottobre 2019
Domani i giudici di Strasburgo possono "condannare" il carcere a vita senza permessi per mafiosi e terroristi. Ma il fronte abolizionista guarda già oltre. È allarmato, il procuratore nazionale antimafia: "La nostra attuale legislazione sulla criminalità organizzata ha avuto risultati positivi e ha consentitole collaborazioni di giustizia", dichiara Federico Cafiero De Raho.
di Claudia Guasco
Il Messaggero, 6 ottobre 2019
Domani la decisione sul ricorso del governo italiano a Strasburgo contro la pronuncia di giugno. La decisione prevista domani dalla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo sull'ergastolo ostativo, pone "il serio rischio di ritrovarci fuori dal carcere anche boss mafiosi e terroristi" e la possibilità di "una serie infinita di ricorsi da parte di questi detenuti".
Lo afferma il ministro degli Esteri e capo del M5S Luigi Di Maio su Facebook sottolineando che "è doveroso aprire una seria riflessione, lo dobbiamo alle troppe vittime di mafia e terrorismo che hanno perso la vita senza nessuna colpa".
A giugno la Corte europea dei diritti dell'uomo ha sancito che l'ergastolo ostativo rappresenterebbe una violazione dei principi della dignità umana. Se domani il verdetto sul ricorso presentato dal governo confermasse questa posizione "ovviamente - argomenta Di Maio - si andrebbero a depotenziare gli strumenti giudiziari che oggi ci permettono di fronteggiare il fenomeno mafioso e terroristico. E non si tratta di un problema che interessa solo l'Italia, ma ne va della sicurezza di tutta l'Europa".
Di Maio sottolinea che "da sempre il Movimento si batte contro la mafia e i mafiosi" e che "ancora oggi siamo davanti a un fenomeno che, nonostante l'ottimo lavoro di magistratura e forze dell'ordine, continua a rimanere vivo nel nostro Paese". "Uno degli strumenti a disposizione della giustizia italiana - conclude - è quello dell'ergastolo ostativo. Una delle tante intuizioni del magistrato Giovanni Falcone che ci ha permesso di contrastare con fermezza mafiosi e terroristi". Contro l'abolizione della linea dura sui mafiosi anche il guardasigilli Alfonso Bonafede e la delegazione pentastellata in commissione Antimafia.
"La posizione dell'Italia è chiara", ricorda il ministro della Giustizia: "l'ergastolo ostativo rappresenta un caposaldo della lotta alla mafia e al terrorismo. La legislazione italiana si è dimostrata molto efficace nella lotta a questi fenomeni che, tra l'altro, non sono solo italiani ma anche europei".
di Gian Carlo Caselli*
Il Fatto Quotidiano, 6 ottobre 2019
Il 13 giugno la Corte Europea dei diritti dell'uomo ha accolto un ricorso contro l'ergastolo "ostativo". Tutti gli ergastolani, anche i mafiosi al 41bis in quanto "irriducibili", potrebbero così fruire di benefici come lavoro esterno, permessi premio o misure alternative. Di fatto sarebbero messi in condizione di poter facilmente fuggire, recuperando piena libertà di azione criminale.
L'ultima parola spetta ancora alla Grande Chambre. Sinceramente, spero che gli autorevoli giuristi che la compongono decidano non in vitro, ma immergendosi nella realtà concreta della mafia. Calzando i mocassini delle persone interessate prima di giudicarle, come i pellerossa invocavano da Manitou.
Emergerebbe così un primo dato, storicamente e culturalmente certo, confermato da tutte le esperienze giudiziarie (su Cosa nostra in particolare). La qualità di "uomo d'onore", una volta acquisita, cessa soltanto con la morte. Anche se si trasferisce in luoghi lontani, e quindi non viene impiegato attivamente negli affari della sua "famiglia", l'affiliato deve sempre essere disponibile a soddisfare qualunque richiesta dell'organizzazione.
Ciò perché (come dimostrano studiosi tra i più qualificati) il modello culturale del comportamento mafioso si manifesta come dipendenza assoluta dell'individuo dal "clan". Dipendenza che funziona come una "cintura di sicurezza" capace di fornire protezione; e come un apparato ideologico che dà un senso di "appartenenza" ed è garanzia di segretezza, coesione e forza.
In sostanza, il mafioso viene educato a sentirsi e divenire un "suddito", attraverso una duplice equazione: da un lato "individuo = debolezza-fragilità-soccombenza"; dall'altro: "gruppo = forza-potere-status" (così gli psicologi e psicoterapeuti che hanno analizzato la "identità mafiosa"). Questa duplice equazione ha storicamente trovato un preciso e concreto riscontro proprio negli effetti dell'articolo 41bis.
La norma venne introdotta con la specifica finalità di interrompere le comunicazioni (prima scandalosamente facili) dei mafiosi detenuti fra loro e con l'esterno, e dunque la possibilità di decidere e organizzare ancora delitti, sia dentro che fuori del carcere. La sua applicazione ebbe però un importante effetto "aggiuntivo": l'isolamento materiale e psicologico mediante la brusca privazione del sostegno informativo e assistenziale dell'organizzazione (la "forza del gruppo"). Col risultato che vi fu una massiccia "diserzione" da Cosa nostra di mafiosi detenuti che scelsero di collaborare con lo Stato.
E la perniciosa interazione tra 41bis e pentitismo non sfuggì di certo al "capo dei capi", Totò Riina, che la commentò dicendo che si sarebbe "giocato anche i denti" per far annullare la legge sui pentiti e l'articolo 41bis. Un riscontro della evidente peculiarità della "identità mafiosa" è dato poi da alcune costanti che si riscontrano nella psicologia dei killer.
Da un lato, la totale immedesimazione con il collettivo Cosa Nostra, vissuto come l'unico mondo in cui vi siano individui degni di essere riconosciuti come "persone". E nel contempo la rappresentazione del mondo esterno come una realtà "nemica", oggetto di predazione, nella quale vivono individui destinati a essere assoggettati, che non hanno dignità di persone, quasi fossero oggetti disumanizzati.
Di qui la comprovata, assoluta mancanza di senso di colpa da parte dei killer, convinti di appartenere a una entità speciale, con un totale distacco emotivo che disattiva la sfera dei sentimenti. Un distacco che emerge dallo stesso linguaggio usato, dove - per fare un esempio - l'informazione giusta per localizzare la vittima si chiama "avere la battuta", termine che richiama la caccia: caccia di persone considerate alla stregua di viventi non umani.
Quanto meno con fortissime e tremende probabilità, stravolgere l'ergastolo ostativo, per i mafiosi che pentendosi non hanno spezzato le catene che li vincolano in perpetuo al clan, equivarrebbe quindi (ontologicamente!) ad armarli di nuovo, inceppando nel contempo lo schema che facilita le collaborazioni. Un pericolo concreto per l'Italia e un rischio che l'Europa (stante la penetrazione della mafia ovunque) non si può permettere. Se non a prezzo di una "dimissione dalla realtà" che causerebbe un pernicioso "summum ius, summa iniuria".
*Già procuratore di Torino e Palermo
- Contro il sovraffollamento si ricorre ai domiciliari: la misura più inutile. Peccato
- Sebastiano Ardita: "Per rieducare serve la volontà del condannato"
- Parma. Servizio Civile, un anno aiutando i detenuti e le loro famiglie
- In carcere un detenuto su due è affetto da disturbi psichici
- Luciana Delle Donne: "Così il carcere è diventato la mia vita"










