di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 17 novembre 2019
Pasquale Grasso in corsa al Csm, dopo le dimissioni dall'Anm. Nella sede del sindacato delle toghe il confronto tra i tre candidati alle suppletive. In lizza anche Elisabetta Chinaglia di Area e Silvia Corinaldesi di Unicost. "Mi sono candidato al Csm per andare a dare scandalo.
Il Messaggero, 17 novembre 2019
In quarantatré, tra cui una donna incinta e due minorenni, lavoravano segregati dietro una porta blindata, senza servizi igienici e senza una finestra. Con loro altre venti lavoratori in nero scoperti dai carabinieri in un unico laboratorio del Napoletano dove si lavoravano pellami per note griffe di moda.
È accaduto a Melito, alle porte di Napoli; il titolare dell'azienda è stato arrestato ed è finito ai domiciliari su ordine del Gip del Tribunale di Napoli Nord. "Ho sbagliato" sono le parole pronunciate dall'imprenditore ai carabinieri che lo hanno ammanettato dopo aver liberato i dipendenti segregati, ormai allo stremo delle forze in quanto lasciati senza servizi igienici e finestre per diverse ore.
Il blitz è stato coordinato dalla Procura di Napoli Nord, diretta da Francesco Greco, che ha lanciato una vera offensiva contro il lavoro nero e il caporalato, setacciando a tappeto soprattutto gli opifici, in particolare calzaturifici e laboratori per la produzione delle pelli, dove si registrano spesso episodi di sfruttamento e di totale mancanza di regole. Molto grave quanto emerso a Melito dove il laboratorio che lavora per importanti griffe di moda andava avanti quasi esclusivamente con il lavoro non contrattualizzato, fatto soprattutto da donne.
L'ispezione è stata effettuata dai carabinieri del Nas di Napoli guidati da Vincenzo Maresca, che in totale hanno scoperto nell'opificio 78 operai, di cui 57 risultati senza alcun contratto. Dietro la porta blindata 43 persone con i volti stremati e terrorizzati.
Hanno chiesto di andare subito in bagno. Sequestrato il laboratorio con le attrezzature per circa 2,5 milioni di euro e comminato sanzioni per 600mila euro. Una marcia contro lo sfruttamento del lavoro nero è stata indetta dai sindacati per martedì prossimo.
di Guido Catalano
coratoviva.it, 17 novembre 2019
Una serata di riflessione e di conoscenza, quella del 15 novembre nella Chiesa di San Domenico di Corato insieme a Don Gino Tarantini e don Riccardo Agresti, sacerdote di Andria che si occupa del progetto diocesano "Senza Sbarre" che coinvolge detenuti ed ex detenuti. In occasione dei quarant'anni di sacerdozio di don Gino Tarantini, don Riccardo Agresti è stato invitato a parlare del suo progetto che mira a riabilitare i detenuti attraverso il lavoro. Stimolato dagli interventi del giornalista Franco Tempesta, don Riccardo ha parlato del progetto.
"Siamo entrati nella realtà del mondo carcerario. Il mistero più grande - spiega Don Riccardo - era cosa noi potessimo fare per questi nostri fratelli. Come risposta a questa domanda è nato il progetto "Senza sbarre". Il magistrato può decidere di indirizzare i pregiudicati anche verso delle comunità e non solo verso il carcere".
E, parlando dei destinatari del suo progetto che coinvolge detenuti ed ex detenuti in un laboratorio per la produzione di pasta e taralli spiega: "Chi lavora al progetto sono persone che hanno sbagliato e vogliono redimersi. Prima di questo progetto non c'era alcuna comunità che faceva questo lavoro di rieducazione. L'altra scommessa è che noi vogliamo educarli ad un lavoro che deve farli sognare. Una rieducazione socio-lavorativa".
"Noi riusciamo a calmare e rieducare le persone solo ed esclusivamente con l'arma dell'amore. Ci troviamo difronte delle persone fragili che vanno trattate con molta delicatezza e con molta sensibilità umana. Noi non abbiamo paura del carcerato ma abbiamo paura delle persone che parlano male e che provano invidia. Ci vuole da parte del carcerato la forza di dire "basta". Noi partiamo prima dalla parola di Dio per trasmettere i valori di umanità e di amore" ha continuato don Riccardo. Una diretta testimonianza del progetto "Senza Sbarre" è stata fornita da una delle persone coinvolte, un ragazzo proveniente dal Senegal. In Italia da 16 anni, Saku ha passato un periodo in carcere ed è stato accolto in seguito nella comunità di don Riccardo.
"Tutti possiamo sbagliare ma l'importante è capire dove si è sbagliato e cercare di rimediare il più possibile. Tutti i giorni facciamo dei sacrifici per noi stessi, per vivere bene con noi stessi. Se siamo qui oggi è merito soprattutto di chi si è fidato di noi, vedendo la nostra sincerità di intenti. Cerco di essere più responsabile. Il mio sogno è quello di avere una famiglia, quindi cercherò lavoro. Vorrei avere un ruolo anche nella comunità di Don Riccardo" ha detto Saku. Sull'argomento è intervenuta anche la senatrice Bruna Piarulli, presente all'incontro. Il suo intervento parte dalla sua esperienza di dirigente di istituti penitenziari, per anni a contatto con i detenuti.
"Riconosco la lungimiranza di Don Riccardo che ha impiegato queste persone per la loro crescita personale. M impegnerò per fare in modo che questo progetto possa diventare una realtà stabilizzata in tutta Italia. Le attività di questa comunità sono note al Ministro della giustizia e si prevedono vari provvedimenti per sostenere questi progetti. Mi auguro che questo momento sia condiviso dall'intera collettività" ha riferito la parlamentare coratina.
di Giovanni Tizian
L'Espresso, 17 novembre 2019
Il primo grado riconosce l'omicidio preterintenzionale da parte di due agenti. Gli esecutori del pestaggio sono stati condannati a 12 anni e il super testimone assolto dal reato più grave. Ora il prossimo passo è accertare le responsabilità di chi ha depistato per tutto questo tempo.
Dieci anni per ottenere verità e giustizia. Dieci anni per chiarire una volta per tutte che Stefano Cucchi non è morto di droga. È stato ucciso della botte dei carabinieri. Due di loro sono stati condannati a 12 anni: Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro. Il processo di primo grado che si è concluso con il riconoscimento da parte della corte del reato di omicidio preterintenzionale ha avuto la sua svolta ad aprile scorso.
Quando cioè Francesco Tedesco uno dei militari presenti quella notte, per troppo tempo ostaggio del silenzio corporativo dell'Arma, durante la sua testimonianza da imputato ha deciso di dire la verità. Non ha retto più il peso della menzogna. Da quel momento si è aperto uno squarcio profondo nel muro di gomma alzato dall'Arma anche attraverso falsi ripetuti e depistaggi, per i quali si aprirà un nuovo processo. Le parole di Tedesco sono crollate come macigni sulle spalle dei suoi colleghi, forti della protezioni ricevute nei dieci anni dal pestaggio di Cucchi. L'Espresso aveva intervistato l'avvocato Eugenio Pini, che segue Tedesco e lo ha accompagnato nel percorso di "pentimento".
"Ricordo ancora il terrore nei suoi occhi e lo sforzo nel raccontarmi quell'inconfessabile segreto", ricordava con L'Espresso Eugenio Pini. Perché il vicebrigadiere Francesco Tedesco, imputato nel processo bis sulla morte di Stefano Cucchi, ha deciso di violare il codice non scritto dell'Arma? Qual è il motivo che lo ha spinto a raccontare la verità su quella tragica notte di dieci anni fa? "Rammento perfettamente le sue parole", ricorda Pini, "mi disse: "avvocato, se Stefano Cucchi è morto per le lesioni procurate dai miei colleghi, io voglio raccontare tutto, non posso più tacere". Dopo il primo interrogatorio con il procuratore Giuseppe Pignatone e con il sostituto Giovanni Musarò, mi disse: "finalmente mi sono tolto questo enorme peso e mi sento rinato"".
Un gesto destinato a mutare il corso del processo contro i carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale e di falso. Con Tedesco testimone diventa difficile sostenere che Cucchi non sia stato pestato a sangue la notte dell'arresto. Il vice brigadiere era lì, aveva visto tutto. E ha tentato di fermare la furia dei suoi colleghi. "Francesco Tedesco mi aveva conferito l'incarico di assisterlo nel novembre 2015. Nel primo appuntamento mi raccontò cosa avvenne la notte tra il 15 ed il 16 di dieci anni fa. Raccolsi la narrazione dei fatti con molta attenzione e ricordo che Tedesco, nel parlarne, era molto spaventato. Abbiamo analizzato immediatamente tutti i possibili risvolti. Volevo comprendere se fosse sua intenzione rivelare tutto pubblicamente. In quel momento la verità sul caso Cucchi era ancora lontana. Così sono prevalsi in lui il timore di raccontare i fatti e la condizione di prostrazione che hanno accompagnato Tedesco in questi ultimi dieci anni. Non posso dimenticare il terrore che provava Tedesco e lo sforzo che fece nel raccontare, per la prima volta, questo inconfessabile segreto. Mi resi anche conto della sua difficoltà di parlarne con una persona estranea al mondo militare".
In quel momento, quindi, il carabiniere decide di tacere e accettare senza fiatare il ruolo di indagato dopo che la procura di Roma con il pm Giovanni Musarò aveva riaperto il fascicolo su Cucchi. Tedesco aveva paura. Ma era solo questione di tempo, la verità stava per riaffiorare. "Poi Tedesco ha trovato il coraggio. L'aver compreso la gravità dei fatti a cui ha assistito, lo ha portato a chiedere scusa alla famiglia Cucchi e ai colleghi della Polizia Penitenziaria accusati ingiustamente, all'inizio della sua testimonianza in tribunale. Al termine dell'udienza, si è poi avvicinato a Ilaria Cucchi per dirle: mi dispiace".
Tedesco, però, è isolato. I colleghi imputati restano abbottonati nei loro cappotti di silenzio, convinti che indossare una divisa significhi impunità. "Liberissimi di farlo. Tutti gli altri imputati hanno deciso la strategia opposta rinunciando addirittura a sottoporsi ad esame. Certo, il processo va avanti e possono ancora rendere delle spontanee dichiarazioni", spiega l'avvocato Pini, veterano nella difesa di poliziotti e carabinieri. "Effettivamente ho difeso e difendo numerosi appartenenti alle forze dell'ordine e alle forze armate, coinvolti in processi penali. Ritengo che la difesa debba impostarsi su posizioni oggettive, razionali e rispettose delle vittime. Il becero oltranzismo sterile è controproducente per la persona che si assiste e difende. Con una visione più ampia condivido l'imperativo profondamente umano esortato da Papa Francesco di smilitarizzare il cuore dell'uomo".
"Cucchi fu colpito prima con uno schiaffo violento in pieno volto. Poi Di Bernardo (uno dei carabinieri imputati ndr) lo spinse. E D'Alessandro (altro militare sotto processo ndr) diede a Cucchi un forte calcio con la punta del piede all'altezza dell'ano. Nel frattempo io mi ero alzato e avevo detto: "Basta, finitela, che cazzo fate, non vi permettete". Ma proseguì nell'azione spingendo con violenza Cucchi e provocandone una caduta in terra sul bacino, poi sbatté anche la testa. Io sentii un rumore della testa che batteva. Quindi sempre D'Alessandro gli diede un calcio in faccia, a quel punto mi alzai e li allontanai da Stefano".
È il racconto fatto da Tedesco ai pm e poi ribadito nell'aula del tribunale dove è in corso il processo bis sulla sua morte. Una testimonianza che ha messo in crisi la strategia difensiva degli altri imputati. E non solo. Sul processo, infatti, si è abbattuto il ciclone dei depistaggi per nascondere la verità sul caso Cucchi. Un nuovo capitolo che vede indagati diversi carabinieri più alti in grado. Si tratta dei militari che hanno coperto le responsabilità dei loro sottoposti in tutti questi anni.
Il pm Giovanni Musarò ha ricostruito la catena gerarchica delle omissioni. "Questo nuovo procedimento scaturisce certamente da un fatto: la mancanza di atti della polizia giudiziaria riferibili alle lesioni procurate a Stefano Cucchi. L'altra considerazione che riguarda direttamente il mio assistito è che, di fronte a quello che siamo abituati a conoscere come il cosiddetto muro di gomma, le difficoltà non le incontra solo chi dall'esterno vuole conoscere la verità ma anche chi, dall'interno, vuole comunicarla all'esterno. In altre parole, il muro è il medesimo e, una volta che crolla, si possono finalmente incontrare le sofferenze delle persone che hanno vissuto, chiaramente in modo diverso, questa limitazione. Fatemi dire che la stretta di mano tra la signora Ilaria Cucchi ed il Carabiniere Francesco Tedesco può rappresentare proprio questo momento di incontro". Anche l'avvocato parla di muro di gomma. Quel muro che cadrà definitivamente nel processo sui protagonisti dei depistaggi che per dieci anni hanno reso impossibile accertare la verità su quella notte iniziata in via Lemonia. Omissioni che portano il timbro della catena gerarchica dell'Arma.
di Maurizio Di Fazio
L'Espresso, 17 novembre 2019
Orari impossibili, mansioni punitive, privacy violata. Così le imprese tendono a sbarazzarsi dei dipendenti malati. E spesso ci riescono. Il cancro e il lavoro. Il male del secolo e l'umanità in azienda. Chi viene colpito da un tumore deve lottare spesso due volte: contro la peggiore delle malattie, e contro mobbing e cinismo sul posto di lavoro.
Diventa un fardello, un intralcio al totem produttivo. Viene adibito a funzioni durissime, come se avesse ormai le ore contate, o destinato a compiti perfettamente inutili. E pensare che la cura di un paziente oncologico passa anche per il potere continuare a svolgere le normali attività di tutti i giorni. Comprese quelle lavorative.
C'è chi è costretto a licenziarsi, e c'è chi resiste, magari al prezzo d'aggravarsi di salute. Il cancro in età lavorativa è un problema che nel nostro paese coinvolge più di un milione di persone (dati dell'associazione italiana registri tumori). L'ultima indagine Favo-Censis ci racconta che ben 274 mila connazionali sono stati licenziati o indotti alle dimissioni dopo una diagnosi tumorale. I casi sono a migliaia, ma restano per lo più sommersi. La stragrande maggioranza preferisce infatti non palesarsi: si vergogna di questo "cancro aggiuntivo" che divora le sue speranze. Qualche lavoratore ha però accettato di raccontarci la sua storia.
Gloria ha 45 anni e lavora nella grande distribuzione organizzata, come cassiera in un ipermercato. Passa le merci allo scanner dei prezzi. Ha avuto due tumori al seno, più una recidiva. In tutto tre operazioni, di quelle invasive. "Ho dovuto ricostruirmi entrambi i seni, e anche un braccio e un pezzo di schiena. Ma sulle prime l'azienda per cui lavoro non mi ha riconosciuto la malattia. Per loro, i miei erano interventi di chirurgia plastica. Roba estetica, insomma. Roba da pazzi". Poi ha inizio il carosello, o meglio, il "martirio invisibile" degli orari impossibili. "Ero appena uscita da un ciclo massiccio di chemio e radio.
Avevo diritto a due ore al giorno di riposo, grazie alla legge 104. Ma la mia azienda ha cominciato a crearmi degli orari assurdi, concepiti apposta per portarmi al licenziamento. Invece di dividermi il monte-ore equamente, me ne mettevano poche un giorno e tante un altro. Non consentendomi così di fruire delle due ore quotidiane di riposo prescritte per legge".
In alcuni giorni Gloria riposa solo un'ora, in altri le canoniche due; ma nel frattempo il suo orario è stato allargato, alla chetichella, a dismisura. Adesso la donna lavora non più quattro, ma anche cinque o sei ore al dì. A un certo punto getta la spugna e si licenzia. "Certo, mi aiutava molto il fatto di uscire di casa, la ricerca di una parvenza di normalità... ma non ce la facevo più ad andare avanti a quelle condizioni. Con quei turni massacranti e schizofrenici.
Alla quinta ora di fila, mi diventava tutto pesante e insostenibile. Con le operazioni che ho avuto io, poi, scansionare i prodotti a un ritmo vorticoso al codice a barre è una tortura medievale. Mi hanno costretta, di fatto, ad andarmene, a mettermi in malattia". Oggi Gloria è in cura dallo psicologo. A farle male, più della malattia, è stato il comportamento machiavellico del suo ex datore di lavoro.
Molti tengono segreta la malattia, temendo lo stigma aziendale. E c'è ancora chi si mette in ferie per effettuare gli esami e le cure di prassi. Eppure esiste tutta una serie di diritti conquistati nel corso del tempo. La leva su cui poggiano è quasi sempre la legge 104 del 1992, che tutela le persone disabili.
I lavoratori malati di cancro possono essere equiparati ai portatori di handicap gravi, e in quanto tali lavorare nella sede più vicina al loro domicilio, svolgere mansioni adeguate alla loro capacità lavorativa (a parità di stipendio), essere esentati dai turni di notte e avere accesso al part-time durante i trattamenti. Sempre grazie alla 104, i malati oncologici fruiscono di permessi retribuiti, pari a due ore al giorno come abbiamo visto nel caso di Gloria o a tre giorni continuativi o frazionati.
C'è poi il cosiddetto "periodo di comporto", la cui durata varia a seconda del tipo di contratto collettivo nazionale di categoria. Nel corso di questa fase, il lavoratore (a cui verrà corrisposto un salario ridotto) è libero di assentarsi senza che l'azienda possa licenziarlo. Superato il tetto massimo consentito, è invece possibile cacciarlo anche se è ancora malato. Nel commercio e nei servizi, e nel settore privato, il periodo di comporto dura 180 giorni, diluiti in un anno solare. Nel pubblico impiego sale a 18 mesi (sempre frazionati) nel triennio. Nel caso dei metalmeccanici e degli autotrasportatori, il periodo di comporto è secco (un unico, lungo blocco di allontanamento dal lavoro) e oscilla in base all'anzianità di servizio del lavoratore malato. Il limite invalicabile è di un anno di assenza semi-retribuita.
Antonietta ha trentacinque anni. È, o meglio era, una commessa. Pesa 45 chili: ha difficoltà a nutrirsi a causa di un linfoma. Può mangiare solo a orari fissi. Dovendosi assentare per le sue cure, si è vista bollare come assenteista, con tanto di campagna denigratoria orchestrata dall'alto, nonostante i vertici la conoscessero bene la verità. "Molti miei colleghi stavano cominciando a crederci alle parole dei nostri capi, che mi dipingevano come una negligente, "quella che non lavora mai". Manco andassi a ballare in quelle ore, e non a bombardarmi di chemio".
La sua odissea è punteggiata da mille episodi spiacevoli, umiliazioni e variazioni speciose sul tema: "Cercavano di procurarmi inciampi con gli orari, e guadagnarmi una visita era, ogni volta, una battaglia. "Dammi prima il certificato": era questo il loro mantra-standard". Eppure la certificazione è appannaggio del medico aziendale, e non può o non dovrebbe finire sotto gli occhi del management. Altrimenti vivremmo in un Stato di polizia sanitaria, e i lavoratori sotto ricatto. Anche lei va dallo psicologo.
"Lo Stato dovrebbe intervenire urgentemente. Soprattutto nel privato. Occorrono regole e paletti. È una guerra che noi combattiamo e combatteremo nei posti di lavoro, ma non è sufficiente", spiega Francesco Iacovone del direttivo Cobas nazionale, tra i più attivi su questo fronte. I malati oncologici dovrebbero lavorare il giusto, senza queste montagne russe ingenerose e insalubri. Per fortuna non funziona sempre così: esistono aziende, come le cooperative di consumo, che tutelano chi ha un tumore, e garantiscono loro il mantenimento dell'occupazione anche dopo il periodo di comporto. C'è inoltre un aspetto su cui riflettere: perché la tutela arriva al massimo a 18 mesi, quando un malato di cancro può dirsi guarito solo dopo cinque anni e prima di allora le recidive sono in agguato?".
Mario ha 56 anni, e un tumore alla prostata. Ha un contratto a tempo indeterminato come addetto amministrativo in un negozio di un brand del lusso. Il suo era un lavoro di responsabilità. Stava in ufficio, dietro le quinte. Ma da quando s'è ammalato gli tocca infilare i soldi nella cassa continua del bancomat, e basta.
Davanti allo sguardo indiscreto dei colleghi e soprattutto dei clienti di passaggio. Perché dopo l'operazione soffre di incontinenza, corre in bagno ogni mezz'ora. Un pubblico ludibrio che si ripete tutti i giorni. E sta lì ad aspettare che la cassiera gli passi l'incasso per versarlo. Prima e dopo non ha nulla da fare. "Mi fanno fare soltanto questo e mi sento inutile, superfluo. Ed è così imbarazzante far vedere a tutti che non sto bene. Cosa darei per tornare nel guscio protettivo del mio ufficio, alle mie vecchie mansioni". Mario è seguito da uno psichiatra.
L'articolo 32 della nostra Costituzione mette la tutela della salute tra i diritti fondamentali della persona. Ecco perché esiste, per esempio, il sopraccitato periodo di comporto. Ma non basta, e la dignità di questi malati gravissimi è troppo spesso calpestata. Serve una legge nazionale organica, perché i diritti fin qui acquisiti sono frutto dei piccoli frammenti finiti all'interno di qualche legge di riforma del lavoro, del livellamento allo status di disabile o portatore d'handicap, dei vari contratti collettivi nazionali e del "buon cuore" delle singole aziende.
La stessa Aimac, l'associazione italiana dei malati di cancro, chiede da tempo una legge-quadro sul malato oncologico. "La disabilità oncologica è la nuova disabilità di massa, ma questo paziente ha esigenze peculiari perché la sua malattia ha un andamento ciclico e altalenante", ha dichiarato Elisabetta Iannelli, vicepresidente dell'Aimac. "Le leggi vigenti sono pensate invece per le cronicità stabilizzate". A rimetterci è soprattutto il mondo del lavoro. Da un tumore si può guarire, dal "cancro in azienda" no.
agensir.it, 17 novembre 2019
"Transiti" è la mostra di opere pittoriche, disegni, versi poetici realizzati dai detenuti della casa circondariale di Terni nell'ambito del progetto "Arte in carcere", realizzato da Gisella Manuetti Bonelli e promosso dalla Caritas diocesana e dall'associazione di volontariato San Martino.
La mostra, allestita nel Cenacolo San Marco di Terni, sarà inaugurata oggi pomeriggio, alle 17, alla presenza degli operatori e rappresentanti del carcere, dei volontari e di alcuni detenuti autori delle opere. L'esposizione, che propone circa 50 opere pittoriche realizzate dai detenuti e decine di poesie e pensieri scritti da alcuni detenuti, resterà aperta fino al 23 novembre dalle 10 alle 12.30 e dalle 16.30 alle 19.30.
Le opere potranno essere acquistate con un'offerta in denaro e il ricavato sarà utilizzato per l'acquisto dei materiali per il laboratorio artistico, per le necessità del detenuto autore dell'opera e per un fondo comune. "Per i detenuti che lo frequentano, il laboratorio artistico è diventato un punto di riferimento per socializzare - spiega la coordinatrice del progetto Gisella Manuetti Bonelli - per intraprendere un percorso di introspezione e crescita personale acquisendo elementi tecnici sul disegno e sul colore".
lasettimanalivorno.it, 17 novembre 2019
Dopo Roma, Milano, Torino, ma anche Porto Azzurro, Brescia, Volterra ed altre sedi, per il diciottesimo anniversario del Premio "Casalini", c'è stato un ritorno nel territorio che lo ha visto nascere tanti anni fa nel carcere elbano per una intuizione felice di un gruppo di volontari. Era il primo concorso a livello nazionale di un Premio letterario riservato ai detenuti, a quelle persone che non avevano modo di far uscire le loro voci da quei luoghi di dolore e di solitudine. Fu sicuramente un'intuizione felice. Ogni anno, i promotori e la giuria del Premio compiono un viaggio simbolico incontro ai detenuti, ogni anno in un carcere diverso e per chiudere questa XVIII edizione, è stato scelto il carcere di Livorno.
Nel carcere, persone che hanno commesso dei reati si stanno rieducando e riabilitando: questo richiede la nostra Costituzione. Non è un compito facile, ma ogni azione positiva può portare un contributo, così un incitamento alla scrittura può portare a riflettere, talora a rivedere le proprie scelte di vita.
La giuria sceglie le opere migliori che premia con una piccola somma di denaro: chi la riceve si sente orgoglioso di aver prodotto qualcosa di positivo che lo gratifica ed anche chi non viene premiato, ha la soddisfazione di far leggere i propri pensieri, di far conoscere i propri sentimenti, troppo spesso ignorati. Le opere migliori sono pubblicate dalla Regione Toscana nel volume "L'altra Libertà" che, tutti gli anni, raccoglie e diffonde i lavori scelti.
Poi ci sono i familiari, sempre umiliati e mortificati che, una volta tanto, ritrovano l'orgoglio per quel figlio o quella figlia che ha sbagliato, ma è stato capace di produrre qualcosa di bello. Emanuele Casalini è stato, insieme alla moglie Lucia tuttora attiva, il promotore del premio: È stato preside del Liceo classico di Piombino per molti anni, ma ha anche tenuto lezioni all'università di Pisa promuovendo corsi su Dante. Negli anni sessanta è stato presidente diocesano della A.C. Impegnato in politica ha ricoperto la carica di capogruppo consiliare della D.C. Si è mostrato sempre sensibile ai problemi del mondo carcerario in particolare nelle case di detenzione di Porto Azzurro e Volterra. Quest'anno alla cerimonia di premiazione, che si svolge al carcere di Livorno è stato invitato il vescovo Giusti.
agensir.it, 17 novembre 2019
Nel 2018 oltre 15mila colloqui. Ieri la Festa di volontari e detenuti, decina di migliaia di interventi. Solo nel 2018 oltre 15mila colloqui individuali, con 5 mila persone. Venticinque anni accanto ai detenuti e alle loro famiglie, decine di migliaia di interventi, migliaia di persone seguite ed ospitate.
È il sintetico ma significativo bilancio di Vic-Volontari in Carcere, associazione promossa dalla Caritas di Roma ed operativa negli istituti di detenzione di Rebibbia, che oggi ha celebrato in un convegno - dal titolo "1994-2019: 25 anni di Volontari in Carcere sotto il segno dell'accoglienza" - all'ospedale pediatrico Bambino Gesù il suo 25/o compleanno. Confermando la loro vicinanza e l'impegno di collaborazione all'associazione sono intervenuti, fra gli altri il Cardinal Vicario di Roma Angelo De Donatis e il Provveditore Regionale Amministrazione Penitenziaria Carmelo Cantone.
Al convegno, detenuti e volontari hanno raccontato esperienze di vita all'interno e all'esterno del carcere. Testimonianze di percorsi complessi affrontati gli uni accanto agli altri volti al recupero e al reinserimento nella società. Stralci di storie di detenuti e di volontari, raccolti negli anni, sono stati letti da due attori, Andrea Calabretta e Alessandra Della Guardia. Racconti di emozioni e scoperte, di amicizie e di accoglienze inattese. Testimonianze di speranza e di possibili nuovi percorsi di vita. Ad accompagnare i racconti tre musicisti; alla fisarmonica Ferdinando Ciarelli, al violino Miriam Costantin, alla chitarra Paolo Tornabuoni.
"Le storie dei volontari del VIC - ha affermato don Sandro Spriano, presidente onorario del Vic-Volontari in Carcere - raccontano di persone che, nel loro impegno, riconoscono l'importanza determinante dell'Altro, che si decide di accogliere, secondo il nostro principio per cui al detenuto va dato spazio nel proprio tempo, nella propria casa, nelle proprie amicizie, nella propria città. Tramite l'esempio dei volontari e degli strumenti che abbiamo a disposizione, come la casa alloggio e la cooperativa e-Team per il reinserimento lavorativo, vogliamo essere portatori di buone pratiche e di idee".
"Per noi - ha sottolineato Francesco Moggi Presidente VIC - la vera sfida è questa: trarre dalla nostra storia, dalla nostra esperienza, dalle energie dei volontari, le proposte per rendere il carcere l'ultima delle soluzioni e promuovere, per chi ha sbagliato, una nuova accoglienza nella società. Noi crediamo - ha sottolineato ancora Moggi - che il cambiamento sia possibile e vogliamo essere sostenitori dello sviluppo e dell'applicazione di forme alternative alla detenzione. Si tratta di un ruolo politico e lo vogliamo svolgere con le autorità, gli enti, le associazioni e i privati cittadini che condividono l'idea della giustizia riconciliativa e vogliono parlare a una sola voce a favore del reinserimento dei detenuti".
Con all'attivo dieci Centri di Ascolto nei quattro istituti del complesso penitenziario romano, migliaia i colloqui quotidiani effettuati con i detenuti e i loro familiari per sostenere un percorso di accompagnamento e reinserimento. Il Vic-Volontari in carcere gestisce anche una casa per l'accoglienza delle persone detenute in permesso premio e per i familiari che vengono da fuori: l'unica struttura a Roma che consente a uomini e donne di trascorrere con i propri familiari i giorni di permesso. Ed ancora: sostegno ai detenuti con problemi psichici, progetti per attività in carcere come feste con figli minori, pranzo di Natale, gare di cucina e corsi di yoga; fornitura di vestiari per i detenuti indigenti. 75 i volontari operativi al momento, persone in formazione costante.
Un numero di interventi, di natura non solo quantitativa, di difficile stima nel corso di questi anni. Ma che solo per il 2018 ha registrato:
- 15.125 colloqui individuali con 4.879 persone; i contatti con i familiari sono stati 2.952;
- 1.216 persone seguite in via continuativa in percorsi di accompagnamento verso la fine pena;
- 99 persone ospitate nella casa alloggio; di cui 48 detenuti/e, 36 familiari e 15 ex detenuti usciti dal carcere ma alla ricerca di una casa; nel complesso le notti di ospitalità sono state 2.216;
- 1.589 pacchi con vestiti distribuiti, 4,3 tonnellate di generi per l'igiene personale e 5,8 tonnellate di generi alimentari.
di Ilaria Pennacchini
L'Osservatore Romano, 17 novembre 2019
Tutti possono diventare perfetti oratori con un po' di pratica, l'impegno e la conoscenza di qualche semplice, ma oculata, strategia. È il presupposto di Guerra di Parole, un'iniziativa promossa da PerLaRe - Associazione Per La Retorica e sostenuta da Toyota Motor Italia, che vede "scontrarsi" carcerati e studenti universitari in una competizione educativa a colpi di dialettica. Il format #Guerradiparole - vincitore del premio Prodotto Formativo 2016 - ha come obiettivo quello di promuovere l'autocontrollo e l'esercizio della parola, due strumenti indispensabili per far valere le proprie ragioni e gestire civilmente, senza ricorrere all'uso della forza, qualsiasi situazione di contrasto.
Portare il gioco nelle carceri, così come collocare detenuti e studenti sullo stesso piano, non solo è un buon modo per mantenere vivo il contatto tra il mondo esterno e quello del carcere, ma è anche l'occasione per creare un ponte - quello del dialogo - che favorisca il reinserimento dei reclusi nel tessuto della società.
Dopo le precedenti edizioni di Roma e di Napoli, il IV scontro si svolgerà a Milano, il 23 novembre 2019, presso il carcere di San Vittore. Questa volta a sfidare i detenuti saranno i ragazzi dell'Università degli studi di Milano statale. Tra gli organizzatori del progetto - supportato da Ferpi - Federazione relazioni pubbliche italiana - oltre a PerLaRe - associazione Per La Retorica e all'Università degli studi di Milano statale - figurano la Crui - Conferenza dei rettori delle università italiane, la Casa circondariale di Milano San Vittore, con l'Unione camere penali italiane - Osservatorio carcere Ucpi, Amici della Nave.
L'idea nasce dal desiderio di riportare l'arte del discorso al centro della formazione degli individui, universitari o detenuti che siano. La discussione (o disputatio), del resto, è uno dei metodi di studio più efficaci nell'apprendimento. Ne erano ben consapevoli i maestri delle università del medioevo, che riconoscevano nella riflessione critica - che scaturisce dalla quaestio, ovvero la domanda sorta dalla lettura dei testi (la lectio) - il momento in cui l'allievo dimostra, per la prima volta, di saper mettere in pratica le nozioni assimilate.
A questo proposito il celebre accademico francese Jacques Le Goff scriveva: "L'intellettuale universitario nasce nel momento in cui da passivo diventa attivo, quando comincia a mettere in discussione il testo, che è oramai solo un supporto quando si discute. Il maestro non è più un esegeta ma un pensatore".
Ebbene, volendo mantenere saldo il legame con la tradizione, la struttura della gara riprende il modello della disputatio utramque partem medievale - un esercizio didattico impiegato ancora oggi nella formazione manageriale, mirato a rafforzare l'arte oratoria - e prevede l'assegnazione alle due squadre di una quaestio, un tema di attualità che esse dovranno difendere o contraddire a seconda del round. Ogni gruppo, infatti, nel primo tempo sosterrà una tesi, che nella seconda parte della gara verrà difesa dalla squadra avversaria.
I due round in cui si divide la sfida - ognuno della durata di 15 minuti - saranno aperti e chiusi da un minuto di appello in versione rap. Quest'anno il tema scelto dagli organizzatori sarà: "L'opinione pubblica è il sale della democrazia o il dominio del populismo?".
Come per le edizioni precedenti, lo scontro sarà preceduto da quattro incontri formativi - che quest'anno sono stati fissati il 24 ottobre, l'8, il 13 e il 21 novembre - ai quali le due squadre devono partecipare separatamente. Durante questi seminari ravvicinati, i due gruppi saranno seguiti personalmente dalla presidente dell'associazione PerLaRe (Per La Retorica) Flavia Trupia, dall'attore regista Enrico Roccaforte e dal rapper Amir Issaa, e apprenderanno le tecniche della retorica, del teatro e del rap.
Una giuria di sette "professionisti della parola" - tra cui linguisti, giornalisti e attori - avrà il compito di valutare l'esposizione delle due squadre e di decretare i vincitori in base a tre criteri: il rispetto delle regole, la forza delle argomentazioni e, non meno importante, l'uso del linguaggio del corpo. Proprio quest'ultimo, spesso sottovalutato e trascurato dal sistema scolastico e accademico, riveste, invece, un ruolo fondamentale nell'esercizio della retorica e costituisce uno dei presupposti per la riuscita di un buon discorso.
È uno dei motivi per cui, nelle edizioni precedenti, i giovani studenti universitari - dotati di grandi competenze teoriche ma inesperti sul piano pratico - sono stati battuti dai detenuti, i quali, essendosi formati nella palestra della vita, si muovono e si esprimono con maggiore disinvoltura.
Il carcere di San Vittore sarà dunque teatro di uno scontro dialettico tra la teoria e la pratica, tra i banchi di scuola e gli insegnamenti della vita, tra il mondo esterno e la prigione, il cui esito non è assolutamente scontato. Infatti quest'anno - afferma Flavia Trupia - "gli studenti potrebbero stupirci" e riscattare la loro posizione di secondi.
di Lucia Capuzzi
Avvenire, 17 novembre 2019
L'atmosfera è esplosiva. La Bolivia rischia di andare "fuori controllo se le autorità non gestiscono la situazione con attenzione". Parola dell'Onu che, per bocca dell'Alto commissario per i diritti umani, Michelle Bachelet, insieme alla Commissione interamericana, ha denunciato "l'utilizzo sproporzionato della forza da parte di agenti e militari" dopo le ennesime violenze nella notte tra venerdì e sabato.
Epicentro del conflitto la regione del Chaparé, roccaforte dei sostenitori di Evo Morales, in autoesilio in Messico dopo le dimissioni, domenica scorsa. I "cocaleros" di Sacaba - produttori di foglia di coca, settore da cui proviene lo stesso Morales - hanno organizzato una marcia verso Cochabamba per protestare contro il governo ad interim guidato da Jeanine Afiez, esponente dell'opposizione.
Negli scontri con le forze di sicurezza, nove contadini sono stati uccisi, altri venti sono rimasti feriti. Il tragico bilancio delle proteste di segno opposto, in atto dalle elezioni del 20 ottobre, è salito, così, a diciannove vittime -14 nell'ultima settimana - 550 feriti e oltre seicento arrestati. A La Paz e a El Alto, ci sono stati combattimenti tra migliaia di "pochos rojos" - fedelissimi del precedente presidente - e la polizia.
L'uscita di scena di Morales - accusato dall'Organizzazione degli Stati americani (Osa) di brogli e costretto a lasciare su "suggerimento" delle forze armate - non solo non ha risolto la crisi. Bensì l'ha esacerbata. L'intervento dei militari ha consentito a quest'ultimo di imputare la propria caduta a un "golpe".
Da Città del Messico, Evo, come lo chiamano i boliviani, continua a ripeterlo. "La mia colpa è di essere il primo leader indigeno" afferma colui che, pur di correre a un quarto mandato, non ha esitato a forzare la Costituzione e a ignorare l'esito del referendum del 2016. Nell'ultimo appello, in realtà, Morales ha cercato di abbassare i toni, invitando al dialogo con l'opposizione e dicendosi disposto a farsi da parte.
La tensione, però, a La Paz non è diminuita. A tenerla elevata contribuisce il peso crescente dell'ala radicale nel movimento anti-Morales, inizialmente, variegato sotto il profilo sociale. Ora, invece, a prevalere sono i comitati civici - in particolare quello di Santa Cruz che fa capo a Luis Camacho - vicini all'élite non indigena dell'est e da sempre ferocemente anti-Morales.
Le prime mosse del nuovo esecutivo ne sono la dimostrazione. A poche ore dal dramma di Sacaba, Afiez ha firmato un controverso decreto che esonerai militari da responsabilità penali quando "nelle operazioni per ristabilire l'ordine interno" "agiscano per legittima difesa o stato di necessità".
"È una licenza di uccidere", ha tuonato il Movimiento al socialismo (Mas), il partito di Morales. Quest'ultimo - che rifiuta la nomina di Afiez, non ratificata dai deputati - ha convocato per martedì una riunione del Parlamento - dove ha la maggioranza di due terzi - per convocare nuove elezioni. La tentazione del "tutto o niente" - quella che ha portato Morales a passare da statista pragmatico, in grado combinare crescita e ridistribuzione a "candidato a oltranza" - resta il principale scoglio alla pacificazione.
Questa presuppone il dialogo, come ha sottolineato anche ieri la Conferenza episcopale boliviana. "Chiediamo al governo di astenersi da atti di eccessiva violenza contro i manifestanti", si legge nell'ultimo comunicato.
La posta in gioco è alta. Il principale successo di Morales, oltre all'aver dimezzato la povertà, è l'inclusione degli indigeni maggioranza della popolazione - nella dinamica nazionale. Ora, però, il delicato equilibrio si sta spezzando. E la crisi politica è a un passo dal trasformarsi in guerra civile etnica.
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