La Repubblica, 16 novembre 2019
Con dieci centri di ascolto nei quattro istituti del complesso penitenziario romano, l'associazione ha realizzato nel corso degli anni decine di migliaia di interventi. Il Vic (Volontari in Carcere), associazione che rappresenta la Caritas di Roma presso gli istituti penitenziari di Rebibbia, compie 25 anni. In occasione di questo importante anniversario, è in programma, per il 16 novembre, un convegno dal titolo "1994-2019: 25 anni di volontari in carcere sotto il segno dell'accoglienza".
Con all'attivo dieci centri di ascolto nei quattro istituti del complesso penitenziario romano, l'associazione ha realizzato nel corso degli anni decine di migliaia di interventi. In particolare, colloqui quotidiani con i detenuti e i loro familiari per sostenere un percorso di accompagnamento e reinserimento sociale e lavorativo, anche dopo la fine della pena. Solo nel 2018, i colloqui individuali sono stati nel complesso circa 18 mila, 5 mila le persone seguite. Un'attività realizzata da 75 volontari operativi al momento, impegnati anche in altre iniziative.
Il Vic-Volontari in Carcere gestisce, fra l'altro, una casa per l'accoglienza delle persone detenute in permesso premio e per i familiari che vengono da fuori: l'unica struttura a Roma che consente a uomini e donne di trascorrere con i propri familiari i giorni di permesso.
Lo scorso anno, sono state 114 le persone ospitate (di cui 48 detenute) e 36 i familiari. In totale le notti di ospitalità sono state 2.216. L'associazione conta fra le sue attività anche un magazzino per fornire vestiti alle persone detenute indigenti; i pacchi distribuiti nel 2018 sono stati 1.589. E ancora: il Vic-Volontari in Carcere è promotore di corsi ed iniziative in carcere, come la gara di cucina, il corso di yoga e il progetto per i detenuti con disagio mentale della Casa di Reclusione.
Per il suo 25/o compleanno, il Vic-Volontari in Carcere vuole perciò celebrare la ricorrenza insieme alle istituzioni, agli enti, alle associazioni, ai volontari che hanno accompagnato, dal 1994 ad oggi, la sua crescita e il suo affermarsi tra le realtà più attive dentro e fuori gli istituti penitenziari della città. Sarà l'occasione per raccontare le tante storie e testimonianze di detenuti, ex detenuti e volontari che gli uni accanto agli altri hanno percorso, o stanno percorrendo, una strada di recupero e spesso di reinserimento nella società. Il convegno si terrà, alle ore 10,30, presso la Sala Congressi dell'Ospedale Pediatrico Bambin Gesù - Roma, Viale Ferdinando Baldelli, 34.
liveuniversity.it, 16 novembre 2019
Il Garante nazionale sui diritti dei detenuti e delle loro libertà personali spiegherà le proprie funzioni presso il Dipartimento di Giurisprudenza. Il prof. Mauro Palma, docente di Costituzioni Europee e diritti umani all'Università Roma Tre e Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale terrà una lectio magistralis presso il dipartimento di Giurisprudenza dell'Università di Catania sul delicato tema della detenzione e della libertà personale dei detenuti. Il convegno è intitolato "Funzione e ruolo del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale", ruolo di cui lo stesso prof. Palma è rivestito dal 2016.
Questa figura è stata istituita in Italia con la legge n. 10 del 2014, che ne definisce i compiti e la struttura ed è stata designata quale "Meccanismo nazionale di prevenzione" (Npm) in base al Protocollo opzionale alla Convenzione Onu contro la tortura (Opcat).
Il Garante nazionale dei detenuti esercita un'autorità indipendente tramite una composizione collegiale. Il presidente, insieme a due componenti del collegio, è nominato dal Presidente della Repubblica e si avvale della collaborazione di un organo tecnico, l'Ufficio del Garante nazionale, formato da 25 componenti.
L'evento sarà introdotto dai docenti Tommaso Rafaraci e Fabrizio Siracusano e si svolgerà lunedì 18 novembre alle 15, nell'aula magna del Polo didattico "Virlinzi" del dipartimento di Giurisprudenza dell'Università di Catania (via Roccaromana 43/45).
di Roberto Fuccillo
La Repubblica, 16 novembre 2019
Al Molosiglio presentazione del "Blue Marlin II", un 14 metri sequestrato alla criminalità pugliese e ora a disposizione degli ex reclusi di Nisida. "Dovevamo metterci cinque giorni, invece dopo tre eravamo già al largo di Punta Campanella.
E i ragazzi si sono lamentati: "Già arrivati?". Ecco uno degli aneddoti chiave: "Avrebbero potuto passare gli altri due giorni a casa, invece...", racconta Enzo Morgera, patron della Comunità Jonathan, nel rendere conto della traversata da Gallipoli a Napoli, a bordo della "Blue Marlin II", una 14 metri a vela sequestrata alla criminalità pugliese e messa a disposizione ora dei ragazzi della comunità, a loro volta provenienti dalle "esperienze" del carcere minorile di Nisida.
La improvvisa passione per la vela e il mare, rivelata dal magone davanti al golfo, rianima il mondo di questi ragazzi, "troppo spesso in bianco e nero - dice Morgera - a due sole dimensioni, dove basta un nonnulla per far partire una reazione, uno scatto di violenza". Due dei quattro che fanno parte dell'equipaggio hanno precedenti per droga, uno è in carcere per violenze di gruppo legate al calare del cosiddetto branco sul Vomero nelle serate del weekend, un quarto è recluso per rapine seriali a farmacie.
I video della traversata, guidata dallo skipper Michele Morgera, figlio di Enzo, li ritraggono intenti a spazzare la barca, a cucinare o "cazzare la randa". Ma soprattutto a "apprendere la responsabilità verso gli altri, costruire quel senso di comunità che è uno dei migliori sponsor della legalità", come afferma Franco Roberti, ex procuratore antimafia, ora eurodeputato, ospite ieri al Molosiglio alla cerimonia di presentazione della barca che simbolicamente chiude il significato anticrimine di una attività iniziata oltre dieci anni fa, quando Morgera cominciò a girare uffici e direzioni giudiziarie per sottoporre il suo ardito progetto: offrire ai ragazzi un riscatto fra vele e onde.
Un progetto di cui hanno goduto fin qui una settantina di ragazzi con alle spalle storie ricorrenti: nel libro che racconta le prime uscite, con la "Catriona" messa a disposizione dall'associazione "Delfino" di Giovanni Di Guida, c'è il figlio di famiglia operaia sradicata dalla crisi che finisce in carcere per rapina, quello di disoccupato e casalinga arrestato per tentato furto, un altro con genitori separati e sulle spalle un concorso in tentata rapina, infine lo spaccio, la tipologia forse più diffusa.
Ma c'è un'altra continuità, quella fondamentale secondo Morgera: "Tutti i ragazzi hanno trasmesso agli altri questa passione, questa concezione attiva di una possibilità che non fosse solo la passiva opportunità di uscire dal carcere". Nel futuro della "Blue Marlin II" c'è anche la possibilità di offrire escursioni e tour nel golfo di Napoli.
"Se ne parlerà in primavera - dice Silvia Ricciardi, cofondatrice di Jonathan insieme a Morgera - Nel frattempo i ragazzi si alleneranno, devono partecipare anche alla regata dei tre golfi". Attorno all'iniziativa di Jonathan si stringono le autorità. Roberti ammette che "serve più impegno delle istituzioni a sostegno di queste realtà", poi promette che "mi batterò perché l'Europa metta più risorse contro la devianza minorile".
Pietro Spirito, presidente dell'Autorità portuale, si spinge a chiedere "una piattaforma comune di tutte le associazioni", perché "gli spazi sono comunque pochi, io stavolta ho detto sì alla "Blue Marlin" presso la Darsena Acton, ma a volte c'è l'imbarazzo di dover scegliere, sarebbe meglio se arrivassero richieste convergenti".
Maria Gemmabella, direttore dei centri per la giustizia minorile di Napoli, ritiene che "bisogna mettersi assieme per razionalizzare le risorse", chiede a Roberti che "l'Europa escluda dal debito pubblico le spese per le politiche sociali", invoca di "ristrutturare i beni confiscati, che sono spesso costruiti fuori dai piani urbanistici, e quindi pericolosi per chi li occupa, in tempi meno biblici di quelli legati al codice degli appalti".
Insomma gli addetti ai lavori discutono anche senza peli sulla lingua. Senza nascondere le emozioni, come Piero Avallone, presidente del Tribunale per i minorenni di Salerno, perché "iniziammo dieci anni fa". O Alfredo Vaglieco, presidente della Lega Navale, che ospita l'incontro e legge la lettera di auguri di Vincenzo Spadafora, oggi ministro, ma fra i primi a seguire Morgera quando era presidente regionale dell'Unicef. Infine anche Edoardo Pizzo, che porta i saluti di Nicola Ricci, segretario campano della Cgil.
di Massimo Krogh
Il Mattino, 16 novembre 2019
Napoli, nella prestigiosa Università degli Studi Suor Orsola Benincasa, che in un bellissimo edificio custodisce una grande e antica cultura, ho assistito ad un interessante convegno sulla "Brexit e le nuove sfide dell'Unione Europea".
Si è discusso sul prossimo futuro dell'Europa in una visione europea di democrazia liberale, oggi anche influenzata dalla tecnologia, su cui il Suor Orsola ha fatto a Bruxelles un intelligente e previdente investimento, che ancora una volta premia la sua tradizione culturale. Mentre ascoltavo, pensavo che da noi, che abbiamo avuto in casa il fascismo e che ancora oggi sentiamo soffiare sul tema venticelli non tranquillanti, l'argomento del convegno si presentava molto appropriato ed indicato per i tanti giovani che vi assistevano nella stupenda "Sala degli Angeli", gioiello del Suor Orsola.
Pensavo pure che la maggior garanzia per una democrazia liberale non attaccabile, per evitare che diventi illiberale, dovrebbe soprattutto risiedere nel rispetto delle regole dello Stato di diritto; le quali, però, talvolta possono essere un po' altalenanti, perché non sempre ciò che stabiliscono le leggi statuali è effettivamente giusto.
"Legale" è ciò che corrisponde ai dettami delle leggi dello Stato. "Giusto" è un concetto astratto, infatti ciò che può esserlo per Tizio potrebbe non esserlo per Caio. In altre parole, legale e giusto possono spesso coincidere ma non sempre rispecchiano la stessa realtà. Vidi in televisione un caso in cui si dibatteva su una brigatista coinvolta nell'omicidio Moro, che avendo scontato quasi l'intera pena, chiedeva il reddito di cittadinanza.
Qualcuno diceva che, essendosi macchiata di un delitto così grave, inteso a ribaltare lo Stato, non avrebbe dovuto poter beneficiare di un reddito a spese dello Stato; si criticava, perciò, la legge e la conseguente concessione del reddito. Qualcun altro osservava che si trattava di una legge, e dunque buona o cattiva andava applicata.
Giorni addietro "Il Mattino" ha riferito di una inchiesta da cui sarebbe emerso che, per i criteri seguiti, il reddito di cittadinanza andava solo ai trafficanti, ai ladri e agli usurai, vale a dire il contrario del previsto. Analoghe cose ho sentito dalla televisione. Io non so quali siano i criteri che porterebbero a questi effetti distorti, comunque, se accadono questi assurdi capovolgimenti, ciò potrebbe dipendere dalla caduta in basso del Paese in via generale.
In effetti, le leggi sono emesse per confrontarsi e risolvere esigenze della vita concreta, che non sempre coincidono strettamente con la morale e in qualche caso possono ritenersi anche ingiuste; ma se la pena ha una finalità anche rieducativa, chi l'abbia scontata non sembra che possa essere escluso da un beneficio legalmente previsto.
Altri esempi del contrasto tra legale e giusto possono trovarsi nella quota100 e nei contesti migratori. Anche il caso dell'ergastolo ostativo, di cui in questi giorni tanto si discute, tocca in qualche modo l'argomento. Insomma, "legale" e "giusto" sono due concetti ad un tempo lontani e vicini, nel senso che appartengono a sfere diverse (il diritto e la morale), ma possono incontrarsi nelle evenienze della vita. La democrazia liberale è un bene inestimabile che la politica dovrebbe religiosamente custodire piuttosto che turbare come talvolta avviene.
agensir.it, 16 novembre 2019
Un presepe vivente nella Casa circondariale femminile di Pozzuoli. Il progetto del Cpia Napoli Provincia 1 prevede la partecipazione di circa 40 allieve italiane e straniere iscritte ai corsi di scuola per adulti nel carcere e rappresenta la fase conclusiva di un percorso didattico che attraverso la contestualizzazione cronologica, storica e ambientale della Natività, lo studio critico di simbologie, personificazioni e allegorie nell'arte napoletana del presepe, il confronto tra fedi e religioni diverse, ha reso possibile l'allestimento di un itinerario presepiale multietnico e inclusivo, un percorso di concreta mediazione culturale.
Quest'anno, per la prima volta dopo 5 edizioni, la casa circondariale femminile di Pozzuoli apre al territorio e permette a chiunque sia interessato, previa prenotazione e successiva autorizzazione, compatibilmente con le disposizioni normative vigenti, di accedere alla struttura per seguire l'itinerario della Natività. L'evento avrà luogo dal 10 al 12 dicembre. Lo spirito è quello di coinvolgere la società esterna per abbattere diffidenza e preconcetti.
Per prenotarsi è è possibile avanzare richiesta a:
di Daniele Archibugi*
Il Manifesto, 16 novembre 2019
Il Myanmar non è membro della Corte penale internazionale e questo ha impedito fin qui alla corte di agire. L'escamotage consiste nell'indagare almeno sulle violenze transfrontaliere. Meglio di niente?
La Corte penale internazionale (Cpi) ha alla fine deciso di aprire un'indagine sui crimini commessi dal governo birmano contro la minoranza Rohingya. Perché tale indagine non è già stata aperta quando è iniziata la persecuzione nell'ottobre 2016? Qual è suo valore dopo tre anni dall'inizio del massacro? Giornalisti e associazioni per i diritti umani hanno già documentato tempestivamente i crimini commessi dal governo del Myanmar.
La Birmania non è un membro della Cpi, e la mancanza di competenza ha impedito alla corte di agire. Tuttavia, dal momento che alcuni crimini sono stati commessi dal governo del Myanmar in Bangladesh, il paese vicino dove si sono rifugiati da circa 600.000 a un milione di rifugiati Rohingya, si è aperta una possibilità. Il Bangladesh, infatti, è uno dei 122 stati che ha aderito alla Corte. La Cpi è quindi in grado di indagare sui crimini transfrontalieri commessi dagli agenti del governo del Myanmar, ma non sulla maggior parte delle violazioni che si sono verificate entro i confini dello stato. Meglio di niente, potremmo dire, ma la Corte avrebbe potuto fare di più?
Nei suoi quasi 20 anni di attività, la Cpi è riuscita a mandare in prigione solo una manciata di criminali ed è improbabile si aggiungano ad essi qualche soldato o poliziotto birmani, visto che saranno debitamente protetti dal proprio governo. In queste circostanze, la Cpi continua ad essere una sorta di autorità morale senza denti per mordere. Altre organizzazioni della società civile sono riuscite a svolgere esercizi simili molto più rapidamente e con risorse molto minori: il Tribunale permanente dei popoli è già riuscito a emettere una sentenza molto dettagliata, sulla base delle informazioni raccolte da organizzazioni per i diritti umani, giornalisti e vittime. E ben due anni fa.
Il ruolo della giustizia penale internazionale non è solo quello di punire una manciata di criminali. A partire dal Tribunale di Norimberga, i processi servono a denunciare i reati commessi, dare voce alle vittime, riscrivere la storia e spianare la strada per la coesistenza futura. Ma la Cpi, creata dopo una lunga campagna condotta da gruppi per i diritti umani e da qualche governo progressista, dovrebbe ora con più coraggio rispondere alle aspettative.
I Rohingya avrebbero avuto bisogno di un'autorevole missione internazionale per prevenire le persecuzioni, consentendo loro di vivere in sicurezza nella loro patria e non l'hanno ottenuta. Avrebbero avuto bisogno di assistenza internazionale per sopravvivere nei campi dei rifugiati e l'hanno ottenuta solo parzialmente. Avrebbero avuto bisogno che le loro voci fossero ascoltate e che i responsabili dei crimini fossero identificati e, auspicabilmente, puniti.
La Cpi non ha competenza sulle prime due faccende. Ma avrebbe potuto provvedere almeno la terza, e molto prima. Speriamo sia ora in grado di chiudere tempestivamente le indagini. Altrimenti i Rohingya, dopo i danni, subiranno anche la beffa.
* Co-autore di "Delitto e castigo nella società globale" (Roma, Castelvecchi, 2018).
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 15 novembre 2019
Eletto Giovanni Salvi alla presenza di Mattarella. "Contributo prezioso". Al primo appuntamento importante dopo il "caso Palamara", mezzo Consiglio superiore della magistratura sceglie il nuovo procuratore generale della Cassazione: 12 consiglieri su 24 (due posti sono vacanti) hanno eletto Giovanni Salvi, 67 anni di cui 40 con la toga sulle spalle, attuale procuratore generale di Roma.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 15 novembre 2019
Non è sempre facile affermare quanto sia necessario che "nessuno tocchi Caino". È molto difficile quando apprendi, come è capitato in questi giorni, che in Puglia ci sarebbero gruppi di ragazzi, tra cui molti minorenni, responsabili di aver vessato, derubato, torturato e sfruttato un anziano malato psichico.
I 18 arrestati (di cui 8 minori) in provincia di Taranto dovranno rispondere di estorsione continuata, furto aggravato, rapina, detenzione e porto di arma da sparo, atti persecutori. I fatti fanno il paio con quanto avvenne a Manduria nella primavera scorsa quando, in seguito alle torture, fisiche e psicologiche, inflitte da altri ragazzi a un pensionato depresso ed emarginato, si arrivò alla morte dell'uomo il quale, sopraffatto da un clima ormai per lui insopportabile, si lasciò morire, rinunciando a chiedere aiuto e a curarsi.
Sarebbe facile definire "mostri" questi ragazzi, anche perché abbiamo ancora nelle orecchie le loro risate e negli occhi le loro esibizioni sceniche nei loro filmati dopo le bravate. Nei paesi è sempre esistita una persona definita lo "scemo del villaggio", in genere un innocuo e solitario malato psichico che i ragazzi prendevano bonariamente in giro.
Ma che ha sempre avuto una materna protezione sociale: nessuno gli ha mai fatto del male, molti lo hanno aiutato e nutrito. Ma qui stiamo parlando di qualcosa di diverso, prima di tutto perché siamo in presenza di vere estorsioni e rapine, nei confronti di persone deboli nel fisico e nella psiche, e oltre a tutto anche povere. Doppia vigliaccheria, dunque. Ma c'è un'altra aggravante, anche se non in senso tecnico-giuridico, Quella dell'incontenibile necessità di esibizionismo da parte di persone che evidentemente hanno bisogno di uno specchio in cui contemplarsi per mostrare a se stessi di esistere e di essere forti.
Sono persone che vanno trattate con severità, se e quando una sentenza di condanna darà veste giuridica a quel che purtroppo appare già abbastanza probabile sia accaduto. Certo, sono in molti oggi, anche in ambienti politici, a chiedere per questi ragazzi non solo pene esemplari, ma anche e soprattutto quella pena anticipata che è la custodia cautelare in carcere.
Ma attraverso la privazione della libertà e il soggiorno in qualche prigione - ridotte come sono le nostre carceri- in compagnia, per lo meno i maggiorenni, di detenuti che ne sanno più di loro sul piano dell'illegalità, quante possibilità avranno questi giovani di essere ricondotti, come prevede la Costituzione, a un regolare reinserimento nella comunità civile?
Proprio perché i fatti per cui sono stati arrestati sono gravissimi e denotano un altissimo grado di inciviltà, la funzione retributiva della pena dovrà essere piena e totale. Questi ragazzi dovranno restituire ciò che hanno tolto: hanno rapinato denaro, ma anche la dignità a una persona, la sua stessa vita, il senso della sua voglia di esistere. Hanno umiliato fino a uccidere.
Ma non si può combattere la violenza del delitto con la violenza dello Stato, quindi del carcere. Ci sono altri strumenti, che portino queste persone prima di tutto a riconoscere gli altri, a non vederli solo come specchio delle proprie bravate e quindi a fare qualcosa per gli altri, a restituire loro quel che è stato loro tolto. Il carcere non serve a nulla, passare qualche mese o qualche anno a "pulire il culo ai vecchietti" servirebbe molto, ma molto di più.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 15 novembre 2019
Dodici anni di reclusione per omicidio preterintenzionale. Pene per falso agli altri due militari. Sentenza anche per i medici: reato in prescrizione, responsabili solo civilmente. Quando il presidente della prima Corte d'Assise di Roma, Vincenzo Capozza, finisce di leggere la sentenza che condanna per omicidio preterintenzionale Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro, i due carabinieri che la notte del 15 ottobre 2009 pestarono Stefano Cucchi spezzandogli la schiena, ci si sarebbe potuto aspettare di sentire, nell'aula bunker di Rebibbia, un qualche suono di giubilo. E invece no: com'è nello stile di Rita Calore, di Giovanni e Ilaria Cucchi, e dell'avvocato Fabio Anselmo, non una parola, non un gesto, e neppure un sorriso. Solo lacrime, a sciogliere la tensione di questi lunghissimi anni. E il pensiero di Stefano nei loro occhi.
Il Pm Giovanni Musarò - stesso rigore, stesso comportamento - aveva chiesto 18 anni di carcere per i due militari che non erano presenti in aula. Il collegio giudicante, composto anche di giudici popolari, li ha invece condannati a 12 anni, all'interdizione perpetua dai pubblici uffici e al risarcimento pecuniario della famiglia Cucchi da stabilirsi in sede civile. Assolto dall'omicidio preterintenzionale, "per non aver commesso il fatto", il carabiniere Francesco Tedesco (presente in aula), l'imputato che nel corso del processo bis è diventato il testimone chiave del pestaggio e l'accusatore dei suoi due colleghi, condannato però per falso a due anni e sei mesi di reclusione. Secondo questo primo grado di giudizio, anche se ha compilato un falso verbale, non è lui ad aver orchestrato il depistaggio.
Diversa la posizione del maresciallo Roberto Mandolini, all'epoca dei fatti comandante della stazione Appia, condannato per falso a 3 anni e 8 mesi di reclusione e interdetto dai pubblici uffici per 5 anni. Entrambi, Tedesco e Mandolini, sono stati invece assolti dall'accusa di calunnia, reato andato in prescrizione e perciò riqualificato in falsa testimonianza. Entrambi però dovranno risarcire i tre agenti penitenziari che hanno subito il primo processo e che ieri erano seduti nei banchi in attesa della sentenza. Infine assolto il carabiniere Vincenzo Nicolardi, accusato di calunnia, perché "il fatto non costituisce reato".
Entro 90 giorni si avranno le motivazioni della sentenza. E forse allora capiremo se è vero quanto sostenuto da uno dei legali di parte civile, l'avvocato Stefano Maccioni, che ha accolto con sollievo la sentenza arrivata da piazzale Clodio pochi minuti prima della condanna per omicidio preterintenzionale dei due carabinieri. A qualche chilometro di distanza, infatti, la Corte d'assise d'Appello presieduta da Tommaso Picazio ha giudicato i cinque medici dell'ospedale Pertini, dove Stefano Cucchi morì una settimana dopo il pestaggio, assolvendo "per non aver commesso il fatto" solo la dottoressa Stefania Corbi (era in ferie nei due giorni precedenti la morte del ragazzo) mentre ha stabilito per il primario del Reparto di medicina protetta, Aldo Fierro, e per gli altri tre medici, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis Preite e Silvia Di Carlo, il non doversi procedere per intervenuta prescrizione. Erano accusati di omicidio colposo e i giudici hanno comunque confermato la responsabilità civile dei quattro sanitari, da stabilirsi in separata sede, nei confronti dell'unica parte civile rimasta in quel processo, il Comune di Roma. Secondo l'avvocato Maccioni, questa sentenza dimostra una volta di più "che sussiste ed è evidente il nesso causale tra le percosse e la morte".
Evidentemente se ne è convinta anche la Corte. E ora, quando la selva di fotografi si fa intorno alla famiglia Cucchi, Ilaria si rivolge al suo avvocato e compagno, Fabio Anselmo: "Forse ora Stefano potrà risposare in pace", dice. "Ci sono voluti dieci anni e chi è stato al nostro fianco ogni giorno sa benissimo quanta strada abbiamo dovuto fare". Anche il padre Giovanni e la madre Rita ricambiano gli abbracci, e asciugano le lacrime. "Ringraziamo tutti quelli che non ci hanno abbandonato". Il loro pensiero va in particolare ai magistrati Pignatone e Musarò, al carabiniere Riccardo Casamassima, che era in aula, e alla moglie Maria Rosati (tra i primi a rompere il muro di omertà), "per tutto quello che stanno passando". "Grazie anche a Tedesco che, seppur in ritardo - puntualizza Giovanni Cucchi - ha permesso il corso della giustizia". È a questo punto che un carabiniere in servizio nell'aula bunker di Rebibbia, un volto conosciuto a chi ha seguito tutte le udienze, si avvicina a Ilaria e le bacia la mano: "Finalmente dopo tutti questi anni è stata fatta giustizia", dice accompagnando i genitori Cucchi fuori, lontano dai microfoni.
E, come hanno fatto in aula in tanti, a cominciare dal Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, anche a chilometri di distanza c'è chi si stringe idealmente a loro. "Questa sentenza rende giustizia anche per quelli che non sono riusciti ad ottenerla", commenta Patrizia Moretti, mamma di Federico Aldrovandi. Il mondo della politica invece come al solito si spacca: si congratulano tra gli altri il presidente della Camera Roberto Fico, il ministro Luigi Di Maio e molti esponenti della sinistra, mentre Matteo Salvini, che più volte ha attaccato Ilaria, si è rifiutato di chiedere scusa: "Se qualcuno ha usato violenza, ha sbagliato e pagherà ma questo dimostra che la droga fa male. Io combatto la droga sempre e comunque". Polemiche che Giovanni Cucchi rifiuta di commentare: "Nessuno ci restituisce Stefano ma questa sentenza farà luce su tutto il resto".
di Errico Novi
Il Dubbio, 15 novembre 2019
È un vicolo cieco. Anche se i toni, alla fine del lungo vertice di maggioranza sulla giustizia, sono stemperati. In fondo, è proprio il guardasigilli Alfonso Bonafede a essere più cupo di tutti: "Restiamo distanti sulla prescrizione".
- Cucchi. La forza della famiglia che trasformò il lutto in una battaglia civile
- Cucchi, la verità nascosta per dieci lunghi anni
- Prescrizione, Pd contro Bonafede: "Fermala". "No, cambia a gennaio"
- Vittime di reato, perché è necessario coordinare i servizi di assistenza
- Sardegna. Troppi detenuti in alta e massima sicurezza: sono il 37% del totale









