Il Secolo XIX, 5 ottobre 2019
Nelle prossime ore il pm di turno deciderà se disporre l'autopsia per chiarire le cause del decesso. Un detenuto di 29 anni di origini magrebine è morto la scorsa notte nel carcere di Marassi a Genova. Secondo le prime informazioni si tratterebbe di un infarto. La salma è stata trasferito all'obitorio ed è a disposizione dell'autorità giudiziaria.
"Sarebbe un errore derubricare a morte per malattia il decesso di quest'uomo - sottolinea Fabio Pagani di Uil-Pa - perché il problema è il contesto in cui è avvenuta: un carcere sovraffollato". A Marassi ci sono 750 detenuti a fronte di una capienza di 430. L'auspicio, conclude il segretario ligure della Uil-Pa, è che "il Governo giallorosso, Bonafede in testa, lavori per sostenere lo sforzo organizzativo e innovativo posto in campo dall'amministrazione penitenziaria (sulla carta) garantendo mezzi e risorse idonee oltre a mettere in campo misure concrete (strutturali, giuridiche e organizzative) per garantire un trattamento dignitoso e rispettoso della persona in regime carcerario".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 ottobre 2019
All'iniziativa hanno partecipato 87 persone ristrette nel reparto penale. Sciopero della fame a sostegno della battaglia per l'ambiente anche in carcere. A farlo è stata una delegazione di detenuti della Casa circondariale di Pisa, che tramite il garante Alberto Marchesi, ha reso nota l'iniziativa. "Intendiamo sostenere, con la nostra solidarietà, la manifestazione degli studenti in favore della salvaguardia del clima del nostro pianeta, attraverso lo sciopero della fame avvenuto il giorno 27 settembre.
La nostra azione pacifica ci rende partecipi di questa importante battaglia civile - si legge in una nota - e se fosse possibile far uscire la nostra iniziativa attraversi i mezzi di stampa ed i media ciò avrebbe un impatto positivo, attirando l'attenzione sul gravissimo problema del cambiamento climatico in atto".
All'iniziativa hanno partecipato 87 persone ristrette nel reparto penale e lo sciopero della fame si è protratto per l'intero arco della giornata, pranzo e cena inclusi. È stata un'idea nata in maniera spontanea a seguito del clamore mediatico che l'evento in questione ha suscitato, al quale le persone detenute hanno inteso aderire con l'unica forma di partecipazione che la loro personale condizione ha consentito. Un'iniziativa nei confronti della quale Marchesi ha espresso "il senso del più vivo apprezzamento".
La rinuncia al cibo per sostenere un ideale da parte chi è privato della libertà personale e si trova quindi in condizione di particolare vulnerabilità e di disagio, ha sottolineato il garante, "rappresenta una delle più alte testimonianze di partecipazione attiva e di adesione a tematiche di straordinario interesse per tutta la collettività.
Il segnale lanciato dall'interno di un istituto di pena, non senza sacrificio, ha un significato di grandissimo spessore morale ed etico". Un messaggio di speranza, "che si unisce a quello indirizzato in tutto il mondo dalle giovani generazioni, affinché siano realizzate politiche di sviluppo e di progresso che rispettino, oltre alla dignità delle popolazioni, anche l'ambiente in cui viviamo, che è patrimonio di tutti gli esseri umani.
La scelta di perseguire politiche di sviluppo sostenibili impone dei sacrifici che le persone che vivono nella Casa circondariale di Pisa non hanno esitato a fare, adoperandosi in maniera spontanea alla condivisione dei temi che hanno ispirato, a Pisa come altrove, movimenti di protesta e di sensibilizzazione collettiva.
Questo esempio merita di essere conosciuto, incoraggiato ed apprezzato nello stesso modo in cui tutti devono essere informati sulle condizioni della vita penitenziaria, della quale molto si parla ma poco si sa - ha proseguito - Il diritto ad un'esistenza dignitosa deve rappresentare un patrimonio di tutti gli esseri umani, purtroppo non sempre assicurato soprattutto negli istituti di pena, dove anche la più piccola rinuncia aggiunge ulteriore sofferenza ai molti sacrifici, di per sé inevitabili in ragione delle condizioni detentive.
Al carcere di Pisa si è rinunciato al cibo in silenzio, senza clamore ma con sofferenza, solo per sostenere un modello di società più equo e solidale, nel quale non ci sia alcuna differenza tra gli ultimi ed i privilegiati per censo, cultura, razza o condizioni personali La diffusione pubblica di questa straordinaria esperienza - ha concluso - aiuta a far comprendere che all'interno di quelle mura, che rappresentano un quartiere della nostra città, di certo poco conosciuto ma non per questo secondario, vivono persone che intendono contribuire, con entusiasmo e trasporto, al dibattito pubblico inerente a temi di globale importanza".
report-age.com, 5 ottobre 2019
Produrranno miele per detenuti e agenti. A vigilare sul trasloco delle api e la rimozione del favo, formato a pochi passi dagli uffici della direzione nel super carcere di Sulmona (Aq), sono stati gli agenti della Polizia Penitenziaria che questa mattina, su segnalazione di un detenuto, ammesso al lavoro all'esterno (S. S. le iniziali), si sono attrezzati di tutto punto per la delicata operazione. Con l'aiuto dell'Apicoltore Francesco Merolli e i consigli di Roberto Venti, medico veterinario e apicoltore, la famiglia di api è stata spostata da mani esperte, trasferendo la Regina dall'albero attiguo alla palazzina della direzione ad una delle 25 arnie dell'istituto gestite da 3 detenuti (M.V., D.P. e E.C.). Tutte le operaie hanno seguito la prima. Per la produzione di miele, il direttore del carcere Sergio Romice fa sapere che quest'anno sono stati garantiti 63 kg di Millefiori di ottima qualità tutto destinato all'autoconsumo interno e del personale in forza all'istituto.
di Luca Imperatore
gnewsonline.it, 5 ottobre 2019
Era un deposito dove si accantonavano scatoloni inutilizzati e ora è diventata una pizzeria. È stata inaugurata questa mattina nella Casa Circondariale Antonio Caputo di Salerno, la pizzeria sociale "La pizza buona dentro e fuori", alla presenza di Rita Romano, direttrice della Casa Circondariale di Salerno, Carmen Guarino, presidente della Fondazione Casamica, Antonia Autuori, presidente della Fondazione Comunità Salernitana e Paola De Roberto, consigliere Comunale di Salerno.
Si sono accesi per la prima volta i forni del locale dedicato alla realizzazione di pizze destinate ai detenuti, ma anche al pubblico esterno dove con soli 3 euro si potranno acquistare una pizza margherita o una pizza marinara. L'inaugurazione segna il punto di arrivo di un protocollo di intesa, siglato il 5 novembre dello scorso anno tra le varie istituzioni, che ha come obiettivo il fine rieducativo della pena e l'inserimento lavorativo dei detenuti. Alla fine del mese di ottobre infatti, partirà anche un corso di formazione, finanziato dalla Regione Campania, per dieci detenuti che avranno la possibilità di conseguire la qualifica professionale di pizzaiolo, un titolo spendibile una volta fuori dal carcere.
Venti i detenuti hanno partecipato al progetto realizzato con il contributo della Camera di Commercio di Salerno e della fondazione Cassa di Risparmio Salernitana e con il supporto del Comune di Salerno, delle fondazioni Comunità Salernitana, che ha destinato il 5×1000 di tre anni fa a questa iniziativa, e Casamica.
"La pizzeria sociale all'interno del carcere di Salerno - ha spiegato Carmen Guarino - prende vita anche grazie all'aiuto di tanti cittadini che hanno partecipato alle nostre serate per la raccolta fondi". Sono stati infatti raccolti 25mila euro, tutti spesi per ristrutturare e allestire quello che un tempo era un vecchio magazzino.
"È per noi una giornata importantissima - spiega la direttrice del carcere Rita Romano - perché segna l'apertura di questo posto verso l'esterno. Il carcere è un luogo che si deve aprire e diventare parte integrante della società".
gonews.it, 5 ottobre 2019
"Ho perso il conto delle iniziative parlamentari di questi anni, nei confronti di qualsiasi Governo. Oggi, di fronte alla mia richiesta di impegni veri, il Governo ha annunciato una serie di iniziative concrete per migliorare la situazione del Carcere di Ranza. Accogliamo positivamente questo impegno sul quale vigileremo con attenzione, giorno dopo giorno, affinché possano essere superate le criticità della casa circondariale".
Con queste parole Susanna Cenni, deputata del Partito democratico interviene dopo la risposta del sottosegretario Vittorio Ferraresi alla sua interpellanza urgente sul carcere di San Gimignano.
Il direttore del carcere. "Ho ricordato che per anni siamo passati da un incarico temporale, o a scavalco con altre strutture, all'altro, ed il sottosegretario ha ricordato che Il 26 settembre scorso è stato conferito un incarico di reggenza per quattro giorni a settimana al dottor Giuseppe Renna, già direttore della casa circondariale di Arezzo, che peraltro ho già sentito telefonicamente e che incontrerò presto.
Con una nota del giorno successivo, ha annunciato Ferraresi, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) ha comunicato che con un bando di prossima emanazione sarà messo a concorso il posto di direttore dell'istituto".
Il personale. Un altro dei problemi di Ranza è legato alla mancanza di personale. Ferraresi ha precisato che a fronte di un organico previsto di 229 unità, la forza amministrata è pari a 216 unità. Le maggiori scoperture, riscontrabili nel ruolo dei sovrintendenti, quantomeno dal punto di vista numerico, sono controbilanciate dall'esubero degli agenti/assistenti, in numero di 195 sui 170 previsti in pianta organica, anche per effetto dell'incremento di 12 unità di cui l'istituto ha recentemente fruito lo scorso mese di luglio. Il sottosegretario ha dichiarato che sono già state attivate le procedure per il concorso interno a complessivi 2.851 posti per la nomina alla qualifica di vice sovrintendente del ruolo sia maschile che femminile del Corpo.
Si tratta di una misura che si innesta a pieno titolo nel più ampio alveo delle mirate politiche di assunzioni anche nel comparto penitenziario. In tale direzione si confida, a breve, di poter disporre di un ampio bacino di risorse umane a cui attingere per sanare le varie scoperture di cui risentono gli istituti di tutto il territorio e rispetto a cui saranno tenute in debita considerazione anche le esigenze, ovviamente, della casa di reclusione di San Gimignano.
Investimenti. Sul fronte delle criticità infrastrutturali, Ferraresi ha sottolineato che la struttura di San Gimignano è oggetto di un finanziamento complessivo di circa 1milione e 500mila euro, per l'esecuzione sia di efficientamento energetico che di adeguamento delle centrali termica e idrica e delle relative sotto-centrali, per la produzione e distribuzione dell'acqua calda sanitaria per le camere detentive, con previsione di recupero delle acque piovane e depurate.
Tra gli interventi da eseguire sono stati contemplati anche quelli di manutenzione straordinaria per il miglioramento dell'approvvigionamento idrico con integrazione dell'impianto di osmosi inversa, di quelli di deferrizzazione e dei filtri. Prosegue Cenni "mi auguro che tutto questo non si perda nelle procedure burocratiche".
Inchiesta giudiziaria. Nell'interrogazione Cenni chiedeva notizie anche sull'inchiesta giudiziaria in atto e il Governo ha confermato che la magistratura sta procedendo nell'indagine. "A differenza di chi, in questi giorni, ha solo cercato di strumentalizzare la vicenda per il proprio tornaconto politico. Spero che tutto si concluda in tempi brevi per il bene di tutti e per la tranquillità di Ranza e dei tanti che da anni lavorano con grande responsabilità dentro l'Istituto".
Cenni ha ricordato il grande impegno locale in questi anni di Comune, Provincia, dei Garanti dei detenuti, del personale che dentro il carcere lavora in differenti funzioni "Tutti questi soggetti hanno bisogno di sapere che lo Stato c'è.
Vigileremo su tutti gli impegni da Lei annunciati - ha risposto Cenni - che da anni segue le vicende legate alla casa circondariale di Ranza - chiedendo al Governo di affiancare il lavoro prezioso che in questi anni hanno portato avanti le istituzioni locali, alcuni soggetti del mondo economico e cooperativo. C'è un impegno complessivo del territorio che mi auguro possa contare su risposte certe e concrete del governo centrale e del Dipartimento di amministrazione penitenziaria".
tvprato.it, 5 ottobre 2019
Il Gruppo Barnaba, che da oltre trent'anni compie un prezioso servizio a favore dei detenuti della Dogaia, ha promosso una serie di incontri di approfondimento della realtà carceraria. Si tratta di un corso aperto a tutte le persone interessate ad avvicinarsi al volontariato all'interno del carcere. I volontari del Gruppo Barnaba operano all'interno della casa circondariale di Prato svolgendo servizi come: insegnamento, sostegno agli indigenti, accompagnamento all'esterno dei detenuti, disbrigo di pratiche burocratiche ma anche organizzazione di corsi formativi come quelli di panificazione, meccanica, cucito, musica e fotografia.
Gli incontri in programma sono tre e si tengono in piazza Mercatale 149, dove hanno sede i Gruppi di Volontariato Vincenziano che hanno dato vita all'esperienza del Gruppo Barnaba. Il primo è in programma sabato 5 ottobre a partire dalle 9,30.
Insieme alla dottoressa Ione Toccafondi, garante dei diritti dei detenuti del carcere di Prato, si farà una prima presentazione del mondo del carcere. Sabato 19 ottobre si parlerà di "vita nel carcere e psicologia del detenuto" con Gesumino Dessì, dirigente del provveditorato Toscana del Ministero di Giustizia. Sabato 26 ottobre Maria Gabriela Lai racconterà l'esperienza del volontariato in carcere. Gli incontri iniziano alle 9,30 e sono previste testimonianze dal carcere. La partecipazione al corso è gratuita ed aperta a tutti. Per informazioni: Sito web: www.gruppobarnaba.it. E-mail:
di Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 5 ottobre 2019
Solo con Tunisia e Algeria c'è una vera intesa. Il peso dei costi per l'Italia. È la promessa di ogni governo, l'impegno che però nessuno è finora mai riuscito a mantenere. Perché per rimpatriare i migranti irregolari è necessario ottenere il "nulla osta" da parte dei Paesi d'origine, quindi ci devono essere in vigore accordi di riammissione.
Ma dei tredici Stati che il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha inserito nel decreto come "sicuri" soltanto con due, Tunisia e Algeria, abbiamo un'intesa mentre con il Marocco c'è un protocollo ma non è mai stato ratificato, siamo affidati alla disponibilità del governo a collaborare su ogni singola richiesta. E dunque non si comprende come si farà a rendere più veloci le procedure e soprattutto dove saranno tenuti gli stranieri in attesa di espulsione. Del resto per comprendere quali siano le difficoltà basta ricordare che Matteo Salvini aveva promesso 500 mila rimpatri in campagna elettorale, diventati 90 mila quando è arrivato al ministero dell'Interno, ma nella realtà è riuscito a far tornare in patria appena 5.261 persone.
In tutto il 2018 i rimpatri sono stati 6.820 e 6.514 nel 2017. Cifre basse a fronte di almeno 600 mila persone che vivono nel nostro Paese senza avere i requisiti, anzi nella maggior parte sono destinatari di un provvedimento di espulsione che però non viene eseguito proprio perché non c'è il via libera a riportarli a casa.
Niente asilo - L'obiettivo del decreto firmato da Di Maio è dichiarato: ridurre il numero di persone che richiedono asilo. Chi proviene da uno Stato "sicuro" non ha infatti diritto allo status di rifugiato a meno che non si trovi in una grave situazione personale di pericolo. Quindi deve tornare nel Paese di origine. E qui sorge il primo ostacolo: gli accordi. Per effettuare il rimpatrio bisogna accertare l'identità dello straniero, trasmettere i dati al consolato e attendere il "nulla osta".
L'intesa con la Tunisia consente due charter a settimana da 40 persone. Il Marocco collabora ma a precise condizioni: niente charter, solo voli di linea e ogni migrante deve essere scortato da almeno due agenti. I costi sono elevati, però sono circa mille le persone accettate ogni anno. L'Egitto si fa carico di identificare gli irregolari e accetta in tempi rapidi i trasferimenti così come Gambia e Nigeria. Con gli altri Stati inseriti nell'elenco del ministero degli Esteri non c'è stata invece finora alcun trattato e non è affatto escluso che questa volontà dell'Italia di intensificare i rimpatri faccia alzare il prezzo richiesto per la cooperazione.
Voli e costi - Certamente l'Italia sostiene costi altissimi per i rimpatri e per questo è stato più volte chiesto all'Unione Europea di farsi carico delle procedure. Per i rimpatri verso Bangladesh e Pakistan, ma anche per Ecuador, Perù e altri Paesi sudamericani la procedura è però ulteriormente complessa, perché si devono utilizzare i voli intercontinentali con la scorta dei poliziotti che al ritorno devono viaggiare per contratto in prima classe. Il costo non è mai inferiore ai 10 mila euro, una cifra considerevole anche se le risorse vengono in gran parte compensate con i fondi europei.
Centri di permanenza - E qui sorge il primo ostacolo: dove tenere chi non ha i requisiti. Attualmente i Centri di permanenza sono solo sei: Palazzo San Gervasio (Potenza), Ponte Galeria (Roma), Torino, Caltanissetta, Brindisi e Bari. Possono ospitare circa 2.200 persone, se il decreto aumenterà il numero di persone in attesa di rimpatrio bisognerà aprire altre strutture, scontrandosi con sindaci e governatori da sempre contrari ad ospitare i Centri di permanenza sul proprio territorio.
tuttoggi.info, 5 ottobre 2019
Prosegue il progetto "Fuori dalla Gabbie" realizzato dal Comune di Spoleto, la Casa di Reclusione di Spoleto, la Fondazione CaveCanem e grazie al contributo dei professionisti del Centro Studio Cani e di Cassazione.net. Da fine agosto ad oggi, sono dieci le giornate di formazione teorico pratica svoltesi nella Casa di Reclusione a cui hanno partecipato i detenuti precedentemente selezionati da un'apposita commissione presieduta dalla psicologa dottoressa Roberta Costagliola, che ha lavorato in equipe con il Comandante della polizia penitenziaria Marco Piersigilli e il coordinatore dell'Area Trattamentale dott. Pietro Carraresi.
Dieci in totale i professionisti che, in questa prima fase di lezioni, si sono alternati per far acquisire ai detenuti competenze, conoscenze e capacità: il prof. Pasquale Bronzo (Professore Associato di diritto processuale penale, docente di diritto penitenziario della Università "Sapienza" di Roma e supervisore scientifico del progetto - ambito di riferimento finalità rieducativa/espiazione penitenziaria), il dott. Pierpaolo Angelici (medico veterinario chirurgo), Andrea Biagi (educatore cinofilo e responsabile operativo del Parco degli animali di Ugnano - Fi), Claudio Giammatteo (operatore del Parco degli animali di Ugnano - Fi), Livio Odorizzi (Responsabile del canile "La Fattoria di Tobia" e del "Leishmania Center" - Roma), Andrea Cristofori (educatore cinofilo e responsabile del Centro Studio Cani - Roma), Mirko Zuccari (educatore cinofilo della Fondazione CaveCanem), la dottoressa Federica Andreini (funzionaria dell'Ufficio Tutela Animali del Comune di Spoleto), l'avv. Federica Faiella (vicepresidente Fondazione CaveCanem e responsabile del progetto), Anastasiya Bondar (assistente alla direzione scientifica).
Le lezioni proseguiranno nel mese di ottobre con il coinvolgimento dei primi 15 cani del canile rifugio: i detenuti, grazie alle competenze acquisite fino ad ora, potranno, insieme ai professionisti coinvolti nel progetto, far vivere loro momenti di gioco e socializzazione e prepararli alla vita in famiglia.
A settembre i detenuti sono stati impegnati anche nei lavori di manutenzione del Canile comunale (il termine è previsto per il mese di dicembre). L'avvio è stato seguito dal Responsabile operativo del Parco degli animali di Ugnano (Fi) Andrea Biagi, grazie alla collaborazione accordata al Comune di Spoleto dalla Direzione Ambiente del Comune di Firenze, che ha coadiuvato gli agenti di Polizia Penitenziaria, insieme ad uno operatore esperto del canile fiorentino, nell'azione di coordinamento dei soggetti detenuti che stanno effettuando la manutenzione straordinaria del canile.
Nei giorni scorsi sono stati consegnati i box (i detenuti hanno provveduto al montaggio) per la realizzazione dell'area che accoglierà i cani del rifugio di Spoleto con problemi comportamentali e massima necessità di cure (anziani e cuccioli).
"Sono state settimane di lavoro intenso - afferma Federica Faiella - che hanno visto la direzione della Casa di Reclusione, gli agenti di polizia penitenziaria, i detenuti, i rappresentanti del Comune, i medici veterinari dell'Unità Sanitaria Locale di Spoleto i docenti lavorare senza sosta e in sinergia per i cani del Comune di Spoleto.
I detenuti, con la supervisione dell'Ispettore Edoardo Cardinali e degli agenti di polizia penitenziaria, hanno lavorato con impegno ed entusiasmo mostrando sensibilità e attenzione nell'interazione con i cani presenti durante le lezioni. Instancabili anche i detenuti impegnati nella manutenzione del canile comunale i quali stanno lavorando per donare ai cani ospitati un rifugio più accogliente e funzionale a soddisfare la finalità del canile quale luogo di transito. Il primo ciclo di lezioni si è concluso con l'intervento del prof. Pasquale Bronzo, che ha illustrato ai detenuti che hanno aderito all'iniziativa il senso della partecipazione ad un progetto di questo tipo nel loro percorso trattamentale". "Ci siamo trovati di fronte a persone - con trascorsi anche molti diversi - tutte motivate, e animate da un desiderio abbastanza evidente di riempire di cose positive il tempo della loro pena" dichiara il prof. Bronzo.
Il progetto beneficerà anche del contributo della dottoressa Manuela Michelazzi (medico veterinario esperto in comportamento, direttore sanitario del Parco Canile di Milano e supervisore scientifico del progetto - ambito di riferimento recupero comportamentale e interazione uomo - cane). L'amministrazione comunale desidera ringraziare la fondatrice e presidente della Fondazione CaveCanem, il Comune di Firenze, il magistrato del Tribunale di Sorveglianza di Spoleto dott.sa Grazia Manganaro, il Direttore della Casa di reclusione Giuseppe Mazzini, il Comandate dell'Istituto di Spoleto Marco Piersigilli, gli agenti di polizia penitenziaria, gli educatori coordinati dal dott. Pietro Carraresi e tutti i professionisti coinvolti che stanno seguendo il progetto "Fuori dalle gabbie" con entusiasmo, competenza e serietà. Al termine del progetto verrà realizzato un documentario sull'esperienza, grazie al lavoro del film-maker regista Andrea Parente che ne sta documentando tutte le fasi.
di Gustavo Ottolenghi
Il Dubbio, 5 ottobre 2019
Dall'Est Europa all'Afghanistan la Cia ha catturato, torturato e a volte ucciso migliaia di sospetti terroristi insultando lo stato di diritto. Nelle guerre, ufficialmente dichiarate o meno, che si svolgono oggi giorno in numerose parti del mondo, per i vari contendenti è essenziale poter conoscere il più possibile del potenziale, delle sedi e delle relazioni occulte del nemico.
Queste notizie raramente possono essere ricevute da prigionieri catturati nei vari teatri di guerra e lo sono estorcendole loro con particolari sistemi di tortura. Questi metodi non sono però ammessi dalle leggi di diritto internazionale e neppure da quelle degli Stati in conflitto: ecco allora che, per sfuggire a queste leggi, gli Usa ricorrono a una operazione - la "Extraordinary rendition", "consegna straordinaria" - per mezzo della quale i prigionieri da loro catturati e ritenuti in possesso di notizie interessanti vengono sottratti alla Giustizia ordinaria e consegnati segretamente a Paesi terzi che li accolgono (a fronte di benefici economici o politici) senza registrazione alcuna in prigioni segrete.
Così i prigionieri diventano "Ghost detained", detenuti fantasma, privati di ogni protezione legale, in quanto giudicati - secondo una definizione del Segretario alla Difesa Usa Donald Rumsfeld (Presidente George W. Bush) "combattenti nemici illegali" e quindi non protetti, come ' prigionieri di guerra', dalle Convenzioni di Ginevra. In questo modo le istituzioni governative e militari di intelligence possono agire su tali prigionieri usando anche metodi che in patria non sarebbero loro concessi.
Occorre però disporre di Nazioni disposte a favorire l'operazione ed esse vennero facilmente trovate: quali sono? la Lituania ove, nel 2001, con la operazione "Amber Rebuff", furono inviati nelle prigioni ("violet sites" di Rudnikai e di Antavillarí) individui catturati dagli Usa in Afghanistan; la Romania, che accolse prigionieri degli Usa nella base dello Esercito a Míchail Kogalniceanu vicino a Costanza e nelle prigioni dello Ufficio governativo Orniss a Bucarestt ("red sites"); la Polonia, che offrì le prigioni delle basi aeree di Szymany e di Stare Krejkute ("blu sites"); la Tailandia, che fornì il vecchio aeroporto di Don Muong vicino a Bangkok e una prigione nella provincia di Udon Tani ("green sítes"; l'Irak che concesse agli Usa di installare prigioni a Abu-Ghraib oltre che lo stesso Afghanistan ove furono installati le basi aeree di Bagram e di Kabul ("Salt Pít") oltre a altri 4 luoghi di prigioni contrassegnati come "cobalt", "grey", "orange" e "brown" sites.
Altri Paesi (Ucraina, Kosovo, Macedonia, Bulgaria, Pakistan e Lahore) sono sospettati di fornire "black sites" agli Usa e ben 54 sono quelli che permettono l'utilizzo dei loro aeroporti per gli scali degli aerei Usa che trasportano "Ghost deteined" nelle varie destinazioni. Si sospetta inoltre che anche a Sanava nello Yemen e a Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti, individui sospettati di terrorismo vengano sottoposti a torture con la supervisione di personale americano.
In tutti questi luoghi i detenuti sono posti a condizioni di vita, inumane e sottoposti a torture crudeli per ottenerne informazioni o per punizione. Ma a questo proposito non si può tacere che punizioni durissime sono praticate dagli americani anche a carico dei loro concittadini delinquenti o sospetti di connivenze con nemici nei loro penitenziari metropolitani (Marion nell'Illinois, Florence nel Colorado, Mariane in Florida, Terre Haute in Indiana, Mac Alister in Oklahoma) ove i detenuti (per lo più musulmani) definiti "displa ced persons' sono sottoposti ad opera delle "Communications Menagement Units" create da George W. Bush nel 2010 a trattamenti indegni di una nazione civile.
I più famosi di questi luoghi "black sites" sono Abu Ghraib in Irak, Bagram in Afghanistan e Guantanamo nell'isola di Cuba. Abuu Ghraib è la prigione centrale di Baghdad, capitale dell'Iraq, e si estende per 14 ettari, ha una quarantina di celle in acciaio, ciascuna delle quali misura m 4 x 4, ed è sorvegliata da 24 torrette di guardia lungo il suo perimetro. Divisa in due parti, di cui una è rimasta sotto il governo iracheno per la detenzione di delinquenti civili, e l'altra concessa totalmente, dal 2006, agli Usa.
Una inchiesta della rete televisiva newyorkese CBS denunciò pubblicamente che, nella prigione, venivano praticate sistematicamente torture sui sospetti terrori- sci detenuti, per cui il Segretario alla Difesa di George W. Bush, Donald Rumsfeld, fu costretto a una ufficiale ammenda per l'accaduto e alla chiusura della prigione nel 2008. Essa fu riaperta con gli stessi scopi nel febbraio 2009 dal Presidente Barak Obama e richiusa definitivamente dallo stesso Obama (aprile, 2014).
Bagram è una base aerea militare degli Usa concessa nell'aeroporto situato a 60 km a nord- est di Kabul, capitale dell'Afghanistan, nella quale si trovava, negli anni Ottanta, all'epoca della loro invasione del Paese, una struttura costruita dai sovietici. Al momento del loro abbandono del Paese, gli americani vi subentrarono e trasformarono l'edificio sovietico in un centro per detenervi i sospetti terroristi islamici talebani catturati ("Parwan Detention Center").
Esso venne aperto alla fine del 2001, ed era costituito da 8 celle di isolamento in legno compensato, pavimento di cemento e tetti di lamiera, recintate da cinque cordoni di filo spinato. Torture e vessazioni vi furono praticate non solo a carico di sospetti terroristi adulti, ma anche - secondo una inchiesta-scoop del New York Times - su adolescenti, e che, nella prigione, vi sarebbero stati detenuti nelle celle degli adulti anche circa 200 bambini. Il Parwan Center venne chiuso nel dicembre 2014 per ordine del Presidente Obama e, negli anni in cui fu attivo, vi furono detenuti 65 sospetti terroristi di cui due deceduti sotto interrogatorio.
Guantánamo è una baia di 116 km larga 7 metri e lunga 23, ottimo porto naturale, che si trova nella punta sud- est dell'isola di Cuba, a 20 km dall'omonima città, della quale, dal 1903, in base al Trattato stipulato dai Presidenti Theodore Roosevelt, americano e Thomas Palma, cubano ("Cuban American Treaty"), gli Usa hanno ottenuto la concessione perpetua al suo uso, a fronte del pagamento di 2.000 dollari oro all'anno (la baia restava tuttavia proprietà del Governo cubano).
Dal 1920 gli Usa vi hanno installato una base militare aeronavale della Us Navy e del Us Marine - Corp (nota anche con l'acronimo di Gtmo) ed è oggi presidiata da circa 10.000 tra marinai e marines al comando dell'Amm. John Ring. Fornita di scuole, chiese protestanti e cattoliche, cinema, palestre, supermercati, nonché, dal 2002, di una prigione nella quale sono detenuti i "combattenti nemici illegali" di Rumsfeld, connessi al terrorismo di matrice islamica.
La prigione è formata da tre campi. I detenuti sono costretti in celle d'acciaio, senza luce né aria fresca e caldo soffocante per 22 ore al giorno, con scarso cibo costituito da grassi animali vietati ai musulmani, spesso incatenati mani e piedi per gli spostamenti e periodicamente sottoposti a interrogatori.
Diventato noto nel mondo per le sistematiche violazioni delle Convenzioni internazionali sui prigionieri di guerra nel 2009 - a seguito di denunce pubbliche di Amnesty International - il Presidente Barak Obama ordinò la chiusura del carcere, ma il Senato respinse tale decisione con 86 voti contrari contro 6. Nel frattempo, 673 prigionieri erano stati rilasciati sui 780 presenti nelle carceri nel 2003: oggi ne restano ancora 107, il cui destino è sempre più precario poiché l'attua le Presidente Donald Trump ha recentemente dichiarato l'abbandono del progetto di chiusura della prigione.
I "trattamenti di interrogatorio avanzati" che vengono praticati vengono effettuati sulla base di quanto descritto in un libro a titolo "Enhanced Interrogation Techniques". Con precisione le tecniche di tortura da applicare ai prigionieri e soprattutto i limiti che i torturatori non devono superare al fine di procurare dolore ma non la morte: e queste tecniche furono da loro personalmente seguite nel carcere "Salt Pit" di Kabul, e prevedono l'esecuzione di una o più di 13 metodiche: la manipolazione nutrizionale, la deprivazione sensoriale, la privazione del sonno, l'isolamento assoluto, la nudità costante con obbligo di ripetute masturbazioni di fronte a personale militare femminile; "attention grasp" (testa del prigioniero bloccata da due mani e poi mossa velocemente e ripetutamente dai due lati dal torturatore); la sodomizzazione obbligata fra prigionieri e con guardie carcerarie; "Wall standing" (prigioniero appoggiato a mani aperte contro un muro coi piedi distanti da esso, costretto a restarvi in modo che tutto il peso del corpo gravasse sulle dita delle mani); getti di acqua bollente e ghiacciata; bendaggio degli occhi per lungi periodi; aizzamento di cani feroci a dilaniare gli arti dei prigionieri; "colpi peronieri", cioè lesioni dei nervi peroneali con conseguente definitiva claudicazione; e soprattutto "Waterboarding" (soffocamento del prigioniero posto a testa all'ingiù con un telo sul viso sul quale viene versata acqua in quantità).
Gli esecutori di tali trattamenti sono appartenenti alle Forze di Polizia militare e dell'Esercito degli Usa e pare che, in talune circostanze, vi abbiano preso parte anche elementi del Regno Unito. Le condizioni dei detenuti nelle prigioni segrete degli Usa sono documentate ampiamente da fotografie scattate dai militari nei vari penitenziari e in svariate condizioni; sono state rappresentate dal pittore Fernando Botero in alcune terrificanti tele presentate anche in una Mostra a Roma nel 2005; e in alcuni film (The road to Guantanámo di M. Winterbottom e M. Whítecross; Taxi to the dark di Alex Gigney e il drammatico X Ray di Peter Sattler).
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 5 ottobre 2019
Obiettivo: far dimenticare una volta per tutte il verde del precedente governo, a partire dalla sua misura più controversa e nello stesso tempo mediatizzata. Così la task force 5 Stelle, composta dai ministri degli Esteri, Luidi Di Maio e della Giustizia, Alfondo Bonafede, hanno scritto e firmato il decreto interministeriale sulla gestione dei migranti. Il testo, presentato ieri mattina, punta a rendere più snelle e veloci le operazioni di rimpatrio dei migranti verso 13 paesi (Algeria, Marocco, Tunisia, Albania, Bosnia, Capo Verde, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro, Senegal, Serbia e Ucraina). In questo modo, secondo i due ministri, si ridurranno a "quattro mesi" le procedure per valutare le richieste d'asilo che arrivano dopo gli sbarchi, rispetto ai circa due anni attuali. Da questi paesi, infatti, è sbarcato il 30% dei circa 7000 migranti arrivati in Italia nel 2019 e, rendendo più veloce la procedura di gestione di questa quota, si toglierà una buona fetta di lavoro ai tribunali.
Attualmente, infatti, l'Italia ha accordi per i rimpatri con pochissimi paesi (Nigeria, Marocco, Tunisia, Egitto) e questo ha fatto sì che i rimpatriati nel 2019 siano poco più di 5mila. Briciole, rispetto alle 70mila richieste di asilo pendenti e difficilmente smaltibili dalle corti sotto organico.
Più cauta negli entusiasmi è stata la ministra dell'Interno, Luciana Lamorgese, ha messo in guardia su come "Il problema immigrazione è complesso e strutturale, nessuno ha la bacchetta magica che nel giro di un mese risolve il problema". Tuttavia, "questo provvedimento può essere utile, può abbreviare i tempi". Ma "dire un mese, due mesi, non do numeri senza avere delle prove ma comunque inciderà sui tempi degli esami" delle richieste di asilo. Da tecnica, infatti, non ha voluto sbilanciarsi sui numeri: "Possiamo parlarne tra 6 mesi e vi posso dire quanto ha inciso. Ritengo ci sarà una riduzione dei tempi".
Il meccanismo di funzionamento del nuovo rimpatrio prevede una serie di step: il primo, l'individuazione di porti sicuri nei 13 paesi previsti; il secondo, il fatto che un migrante proveniente da uno di questi paesi debba presentare, in allegato alla richiesta di asilo, prove specifiche del fatto di essere stato sottoposto a violenze o persecuzioni; il terzo, una valutazione della domanda di protezione che, in mancanza di questi allegati, viene automaticamente respinta e avviata la procedura di rimpatrio. Il ministro Bonafede ha spiegato come, in questo modo, ci sia una "inversione dell'onere della prova" : verranno rifiutate le richieste di chi proviene da paesi considerati sicuri dall'Italia, a meno che il singolo richiedente non dimostri che la sua situazione specifica è degna di tutela.
"Negli ultimi 14 mesi non si è fatto nulla su questo fronte", ha attaccato Luigi Di Maio, mirando in modo esplicito alla gestione dei migranti condotta da Salvini. Sottinteso: il nuovo governo ha subito preso in mano la questione. Questo, secondo il ministro degli Esteri, è un primo passo. La lista dei paesi "può essere allargata" e bisogna continuare a lavorare per la stabilizzazione di altri paesi, uno su tutti la Libia. Questa, dunque, la ricetta del Conte bis per governare i flussi: non solo redistribuzione in Europa, ma rimpatri e limitazione delle partenze. In quest'ottica, ha osservato Di Maio, la cooperazione allo sviluppo rappresenta una "leva per fare sì che da questi paesi non si parta più".
Sul fronte degli accordi per l'accoglienza, la ministra dell'Interno, Luciana Lamorgese, ha spiegato che il pre-accordo raggiunto nel corso del vertice a cinque tra Malta, Italia, Francia, Germania e Finlandia, sarà esaminato a Lussemburgo martedì 8 ottobre. Per ora è "un work in progress" : "Noi lo presenteremo e poi ogni Stato dovrà verificarlo, non è prevista una firma il giorno dopo. Raggiungeremo un risultato se si arriverà a un numero di Stati aderenti tale da garantire una gestione complessiva del fenomeno a livello europeo".
Sul fronte dell'opposizione, l'ex ministro Matteo Salvini non ha accettato di buon grado la mossa degli ex alleati. "Intanto sono triplicati gli sbarchi", ha fatto notare. "Se Di Maio, Conte, Lamorgese, qualcuno si sveglia fanno un servizio agli italiani. Poi quello che accadrà tra 4 mesi sarà interessante vederlo. Intanto questo governo ha calato le braghe e riaperto i porti", è stato il commento.
Nel merito del decreto sui rimpatri, ha invece sottolineato che "L'unico risultato di questo governo mi sembra demenziale. Non solo non vietiamo più l'ingresso delle navi - ha aggiunto Salvini - andiamo noi a prenderli. In merito, ho fatto una interrogazione, per capire quale è il criterio con cui fanno lavorare donne e uomini italiani in mare". La battaglia politica sul tema dei migranti, dunque, è lontano dall'essere chiusa.
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