di Marco Pagli
Il Manifesto, 14 novembre 2019
Viaggio dentro il carcere di Roumieh, il più grande del paese: 4mila detenuti, profughi senza permesso, persone ai margini, bambini. Lo specchio di una società che chiede equità. Bisogna inerpicarsi su una strada tortuosa, che dal lungomare sale sui colli orientali della città, per scendere in uno dei peggiori inferni di Beirut e del Libano intero. Tutto intorno, a punteggiare uno scenario di cave e calanchi, una miriade di villette affacciate sul baratro raccontano di una speculazione edilizia che è diventata ormai un tratto distintivo di quella che chiamano la Parigi del Medio Oriente.
Una discesa, che è salita, agli inferi. Una contraddizione tra le molte che vive un paese scosso dai tumulti di quella che viene definita la nuova "primavera araba". Ma per capire le ragioni di una protesta così esplosiva - tanto da aver provocato in pochi giorni la caduta del governo - bisogna partire dalle radici. Scendere all'inferno per poter parlare di ciò che accade in superficie.
E Roumieh un inferno lo è. Un penitenziario che da solo assorbe più della metà dei detenuti di tutto il Libano: 4mila prigionieri tra criminali comuni, profughi senza permesso, disgraziati rimasti ai margini di un sistema tra i più dispari che esistano, terroristi o presunti tali, minori. A fronte di una capacità massima che si aggira attorno ai mille posti. Tuttavia, nella sua pancia, si agita molto di più. Ed è probabilmente la testimonianza più preziosa delle ragioni di una rivolta, che giura di diventare rivoluzione.
Non certo la prima che si promette all'ombra dei Cedri, senza che sia mai cambiato molto. Ma di sicuro finora capace di mettere in discussione la stessa architrave portante del paese. Quella fragile ma inespugnabile tela di ragno, intessuta tra 18 confessioni, che è sopravvissuta a tutti gli sconvolgimenti che l'Oriente Medio e Vicino ha vissuto negli ultimi settant'anni. Il viaggio nell'inferno di Roumieh comincia di fronte a una sbarra mobile, pilotata dal braccio muscoloso di un agente della Isf (Inrternal Security Force). Cioè la polizia libanese, dipendente dal ministero dell'Interno che in Libano - altra amara contraddizione - è responsabile del settore penitenziario. Quella che segue è un'interminabile via crucis di check point. La stessa che ogni settimana i familiari sono costretti a percorrere per incontrare i detenuti. Quindici minuti, one shot. Attraverso pannelli e inferriate e mediati dagli apparecchi, se il prigioniero è ancora in attesa di sentenza - e lo è nel 60% dei casi. In uno stanzone comune, se invece c'è già stata una condanna o se il detenuto è minorenne.
Come Youssef - nome di fantasia, per ovvie ragioni - che a dodici anni sconta una pena per omicidio. E nello strazio a guardarlo e ad ascoltarlo non può che tornare alla mente quel Cafarnao che nel 2018 è valso alla regista Nadine Labaki il premio della giuria al Festival di Cannes. Ma i problemi non si fermano qui. "Il sovraffollamento è il più evidente - spiega Charlotte Tanios di Mouvement Social, una delle principali associazioni libanesi che da decenni lavora nelle prigioni - celle spesso da 70-80 persone, promiscuità e sporcizia ne sono allo stesso tempo cause ed effetti. Nessuna assistenza offerta dallo Stato, né servizi di socializzazione e riabilitazione. Le uniche attività svolte all'interno del carcere sono realizzate dalle associazioni".
Mouvement Social e Ajem (Association Justice et Miséricorde) sono i partner locali di un progetto presentato da Arci e Arcs e finanziato dall'Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo. Si chiama "Droit" e ha l'ambizione di migliorare le condizioni detentive in Libano con azioni mirate e il potenziamento dei servizi socio-assistenziali prestati dalle associazioni. Manal El Dika e Salma Maalouf lavorano dentro Roumieh proprio grazie ad Ajem. Assistente sociale la prima e psicologa la seconda. Raccontano delle paure dei detenuti. Che quella dei secondini - personale non formato, che nel carcere lavora praticamente per punizione - sarebbe la minore, visto che le guardie sono solo 90 in tutta la struttura.
"Semmai il detenuto ha paura degli altri prigionieri - dicono - Scoppiano continui scontri, specie tra sciiti e sunniti. Ma anche tra libanesi e stranieri (dall'inizio della guerra in Siria si stima che il numero di internati in Libano sia aumentato di oltre il 30%, ndr). A causa della scarsità di personale penitenziario, l'ordine è mantenuto grazie ai cosiddetti shawish: detenuti, che un po' come i kapò gestiscono l'organizzazione interna di ciascuna sezione e cercano di evitare i problemi. Anche se i problemi rimangono".
Come le scarse condizioni igieniche: ogni sezione del carcere ha a disposizione un gallone al giorno di acqua - fredda, ovviamente - per la doccia. O il cibo, che tanto è pessimo che spesso non viene consumato. Oppure la mancanza di servizi sociali, con solo il 4% dei detenuti che ha accesso a formazione e assistenza. O ancora le condizioni psico-fisiche degli stessi. "Sono frustrati, depressi - continuano. Moltissimi si isolano e vivono in una realtà immaginaria. Aiutare queste persone è difficilissimo e i tentativi di suicidio sono all'ordine del giorno".
Problemi che, sommati all'analfabetismo, alla povertà, al vasto consumo di droga e alla mancanza di prospettive, fanno di Roumieh uno specchio aumentato della realtà sociale libanese. Quella che non sta all'inferno, ma che abita una superficie oggi scossa dalle rivendicazioni e dalle proteste popolari. Quella che magari questa volta riuscirà a farla, la rivoluzione.
di Alessandro Capriccioli*
Il Riformista, 13 novembre 2019
Lunedì c'è stato un altro suicidio nel carcere di Viterbo. Un ragazzo di 24 anni. al quale restavano da scontare solo pochi mesi. si è impiccato nella sua cella. Non ce la faceva più. Con la sua morte sono 41 le persone che quest'anno si sono suicidate in carcere.
Il carcere di Viterbo è uno dei peggiori. Sono andato a visitarlo molte volte, come Consigliere regionale. E ho potuto registrare un grande numero di violenze e condizioni di vita terribili. Si chiama "Mammagialla" ed è un carcere punitivo.
di Katya Maugeri
sicilianetwork.info, 13 novembre 2019
Da punitivo, basato su torture e umiliazioni, a rieducativo. Nel corso degli anni si è evoluto così il sistema carcerario cercando di porre al centro del trattamento l'uomo, il detenuto, l'uomo attraverso strumenti utili per il suo - graduale - recupero e reinserimento nella società.
di Giovanni Altoprati
Il Riformista, 13 novembre 2019
Nessuno vuol votare la riforma Bonafede. I dubbi dei Dem, di Italia Viva e di una parte di Leu minacciano l'approvazione del disegno di legge, inviso soprattutto per la modifica della prescrizione. Il ministro sempre più solo.
"La riforma è pronta". La riforma "epocale" della giustizia targata Alfonso Bonafede attende solo di essere approvata. Chi dovrà votarla, però, non è chiaro. Il Guardasigilli, dopo settimane di silenzio, ha dunque rotto gli indugi.
In una lunga intervista domenica scorsa al quotidiano "La Repubblica", Bonafede ha dichiarato che il testo è pronto da "un mese" e che è stato inviato "a tutte le forze politiche". "I cittadini - ha aggiunto - non possono più aspettare, è il momento di partire senza tentennamenti", stigmatizzando "il troppo tempo" che i partiti si stanno prendendo per analizzare il testo.
Il Pd, in particolare, è il partito che "ha chiesto più tempo" prima di pronunciarsi definitivamente sulla riforma della giustizia. Un atteggiamento che ha messo già in allarme il ministro pentastellato.
"Se qualcuno cercasse di perdere tempo finirebbe per fare lo stesso giochetto della Lega, che ha fatto di tutto per bloccare la riforma fino al punto di andare ad una crisi di governo. Dalla Lega, da sempre vicina all'idea berlusconiana della giustizia, me lo aspetto ma dal Pd e dal centrosinistra no".
Il punto più indigesto è, ovviamente, il blocco della prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Blocco, in vigore dal prossimo primo gennaio, sia in caso di condanna che di assoluzione. Lo stop della prescrizione è uno dei temi identitari dei Movimento fondato da Grillo e Casaleggio fin dalle sue origini.
Insieme al reddito di cittadinanza, all'acqua pubblica, al no agli inceneritori, fermare le lancette del processo penale rappresenta il coronamento del sogno giustizialista grillino. Anche a costo di trasformare il Paese in un enorme Tribunale affollato di imputati a vita in balia dei pm. Portare a casa lo stop della prescrizione è quindi una questione di fondamentale importanza per l'esistenza stessa del Movimento.
Il problema è che nessuno degli alleati di governo, tranne l'ex procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso di Leu, è disposto a dare il via libera ad una norma manifestamente incostituzionale in quanto in contrasto con il principio della ragionevole durata del processo. Il Pd, Italia viva e la maggioranza di Leu hanno già fatto capire che "urgono correttivi". È inutile bloccare la prescrizione se il sistema giudiziario non è in grado di garantire in maniera efficace tempi certi per la conclusione dei processi, fanno presente a Bonafede.
Tre, essenzialmente, le contro proposte degli alleati di governo. Rinvio dell'entrata in vigore per verificare l'efficacia della riforma penale, sconti di pena per il condannato se viene superato un certo lasso temporale, non previsione dello stop per chi sia stato assolto in primo grado. Bonafede non intende però tornare sui propri passi ed ha già fatto capire che il provvedimento va vene così.
Consapevole che il bilancio del suo mandato è fino ad oggi, per usure un eufemismo, poco entusiasmante. Lo "Spazza-corrotti" rischia di essere spazzato dalla Corte costituzionale, la riforma dell'ordinamento penitenziario voluta dall'allora ministro Andrea Orlando è stata azzerata, con il sovraffollamento della popolazione carceraria che sta crescendo in maniera esponenziale, la riforma del Csm con l'introduzione del sorteggio stronca correnti è finita su un binario morto.
Senza contare un'altra riforma, quella delle intercettazioni, la cui entrata in vigore è stata già procrastinata più volte. Il ministro della Giustizia sa di non avere alleati in questa partita. Anzi, ha tutti contro: le Camere penali hanno indetto per la prima settimana di dicembre cinque giorni di astensione dalle udienze, il mondo universitario è sulle barricate, parte della magistratura, quella maggioritaria e meno ideologizza, è critica su riforme che paralizzerebbero un sistema già al collasso.
Ma il MSS, pur azzoppato dalle ultime elezioni, ha sempre la maggiorata in Parlamento. Ai grillini il compito di fare il miracolo in queste ultime settimane del 2019: convincere gli alleati che "la certezza della pena è un valore" e che "il carcere è una svolta culturale". Se i dem e Renzi non dovessero cambiare idea, l'ipotesi di una crisi di governo, proprio sulla giustizia, non sarebbe così remota.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 novembre 2019
In carcere fin dal 1982 per reato di mafia e dagli anni 90 in poi, ininterrottamente al 41bis, è rimasto senza parenti e, visto che il regime duro consente i colloqui solo per un'ora al mese con i familiari, non ha mai potuto parlare con nessuno.
L'unico contatto con l'esterno via epistolare con una donna, Rosetta, con la quale non ha nessun legame di sangue, nonostante faccia parte - seppur acquisita - della sua famiglia. I suoi legali, le avvocate Barbara Amicarella e Benedetta Di Cesare del foro de L'Aquila, sono riusciti ad ottenere l'impossibile. Una battaglia legale a colpi di istanze e rinvii che ha permesso, dopo 37 anni, di fargli fare, la settimana scorsa un colloquio di un'ora.
Nessun colloquio, per decenni tumulato vivo e l'unico contatto con l'esterno è stato per via epistolare con una donna, Rosetta, con la quale non ha nessun legame di sangue, nonostante faccia parte - seppur acquisita - della sua famiglia. Lei si ricorda di lui giovane, ed è l'unica che gli scrive da anni, quando gli spedisce pacchi di pasta e qualche soldo per potergli permettere di compare qualcosa allo spaccio del carcere. Sì perché stare al 41bis significa essere isolato da tutti, ed è difficile vivere solamente con quello che ti passano.
Il 41bis, la cui ratio teoricamente dovrebbe consistere esclusivamente quella di evitare che un boss dia ordini all'esterno al proprio gruppo criminale di appartenenza, ha diverse misure afflittive che rendono sempre più difficoltosa la tenuta del regime differenziato, perché si esce inevitabilmente fuori dal perimetro costituzionale. Una è proprio quella di avere una sola ora di colloquio al mese, esclusivamente con i parenti di primo grado, e dietro un vetro divisore. I suoi legali, le avvocate Barbara Amicarella e Benedetta Di Cesare del foro de L'Aquila, sono riusciti ad ottenere l'impossibile. Una battaglia legale a colpi di istanze e rinvii che ha permesso, dopo 37 anni, di fargli fare un colloquio di un'ora. Un caso eccezionale al 41bis: il primo colloquio effettuato con una persona che non appartiene a nessun grado di parentela. Rosetta è la figlia della sorella della zia materna acquisita del recluso.
Tramite i legali, il recluso al 41bis aveva fatto istanza alla magistratura di sorveglianza che però ha rigettato. A quel punto ha impugnato il rigetto e ha fatto reclamo al tribunale di sorveglianza. Ma nulla da fare. Il Tribunale di sorveglianza de L'Aquila ha rigettato con il presupposto che il legame affettivo tra lui e Rosetta, che avrebbe dovuto integrare il requisito dei "ragionevoli motivi", necessario a giustificare il colloquio visivo con persone diverse dai familiari, ai sensi dell'art. 37, comma 1, d. P. R. 30 giugno 2000, n. 230, non risultava dimostrato, non essendo sufficienti a tal proposito gli accrediti periodici di somme di denaro ricevuti mediante vaglia postale dal detenuto e l'intensa corrispondenza epistolare intercorsa tra i due soggetti durante la detenzione del ricorrente. I legali hanno ricorso per Cassazione deducendo violazione di legge e vizio di motivazione del provvedimento impugnato. Un ricorso dichiarato fondato dai giudici che hanno sottolineato come la lettura dell'art. 37, comma 1, D.P.R. n. 230 del 2000 non legittima una tale interpretazione restrittiva della nozione di "ragionevoli motivi", "non potendosi escludere - scrivono i giudici della Cassazione - la rilevanza di situazioni collegate alla condizione detentiva patita dall'istante, valutabili su un piano esclusivamente soggettivo". I giudici della Corte suprema hanno quindi annullato l'ordinanza della magistratura di sorveglianza con rinvio, la quale poi ha dato finalmente il via libera al colloquio.
Ma non finisce qui. Nel frattempo il detenuto è stato trasferito al carcere di Sassari e, come spesso accade, la direzione dell'istituto non ha dato luogo all'autorizzazione. Ancora una volta si è fermato tutto e le avvocate Amicarella e Di Cesare hanno dovuto fare ottemperanza. Anche questo ostacolo è stato superato e la settimana scorsa, dopo 37 anni, Rosetta ha potuto fare il colloquio per un'ora, dietro il vetro divisorio. Il recluso al 41bis, d'altro canto, ha avuto finalmente un contatto visivo con un altro essere umano, con il quale ha avuto contatti solamente epistolari per decenni. È stata concessa così, grazie a una battaglia legale, una sola ora di umanità. Inevitabilmente ci si chiede se tutto ciò sia compatibile con l'articolo 27 della Costituzione
di Davide Mosso*
Ristretti Orizzonti, 13 novembre 2019
La situazione delle persone detenute nei carceri italiani, ed in quello di Torino in particolare, si fa ogni giorno più seria e preoccupante. Tutto ciò peraltro in un clima di frastornante silenzio. Di disinteresse quando non di grave corresponsabilità. Il 9 luglio scorso gli avvocati penalisti italiani indicono un giorno di astensione dalle udienze per sensibilizzare al tema l'opinione pubblica. Ma soprattutto per sollecitare il ministro Bonafede e gli operatori di giustizia a porre prontamente rimedio alla "disastrosa ed esplosiva condizione carceraria del Paese".
di Mauro Ungaro e Selina Trevisan
La Voce Isontina, 13 novembre 2019
L'impegno delle religiose per un carcere dal volto umano. Nell'ottica di un carcere che non punisce ma educa, fondamentale è la presenza al suo interno dei tanti religiosi e religiose che, oltre a portare la Parola dietro le sbarre, offrono ascolto, comprensione e affetto umano ai detenuti e detenute. L'iniziativa dell'Usmi per la Pastorale carceraria e il punto con la referente nazionale suor Annuccia Maestroni.
di Francesco D'Agostino
Avvenire, 13 novembre 2019
È davvero nobile la formula dell'articolo 27, terzo comma, della nostra Carta fondamentale, che sostiene esplicitamente che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
di Errico Novi
Il Dubbio, 13 novembre 2019
Bonafede pronto al sì sull'idea dell'ex presidente del Senato: voto all'americana. Che le correnti dei magistrati debbano riorganizzarsi non ci sono dubbi. Il caso Palamara ha segnato un punto di non ritorno. Ma non è il solo fattore da considerare: l'altro è la scelta ormai irreversibile compiuta dal guardasigilli Alfonso Bonafede e condivisa dal Pd, con cui restano pure enormi distanze sulla prescrizione: arginare decisamente il peso dei gruppi associativi, favorire il merito nell'elezione dei togati al Csm anziché le logiche di appartenenza.
La novità è che il ministro non ha neanche più l'imbarazzo di dover trovare un'alternativa al sorteggio, ritenuto dagli alleati, e non solo, a forte rischio di incostituzionalità. Si va verso tutt'altra soluzione. E a suggerirla è un attore rimasto finora piuttosto in disparte nel dibattito interno alla maggioranza, Pietro Grasso.
Il voto "americano" suggerito da Grasso - Nell'intervista a Repubblica che domenica ha certificato la netta divergenza tra Bonafede e il Pd sulla prescrizione, lo stesso ministro della Giustizia ha detto: "Non mi sono mai legato al sorteggio come metodo insuperabile, mi interessa trovare una soluzione che superi le degenerazioni del correntismo, e mi sono giunte proposte interessanti più del sorteggio".
L'allusione è innanzitutto al lodo Grasso. Una sorta di elezione all'americana: 150 magistrati, eletti in collegi molto piccoli, che a loro volta sceglierebbero tra di loro chi debba rappresentare le toghe al Consiglio superiore. In Italia ci sono 150 Tribunali. Secondo lo schema Grasso, nei distretti più grandi, come quelli di Roma, Milano e Napoli, i collegi non potrebbero essere sovrapposti al singolo Tribunale. Le sedi maggiori sarebbero ripartite cioè in più collegi.
In tal modo sarebbe favorita assai più la conoscenza diretta, da parte dei magistrati elettori, del singolo candidato. I 150 eletti nella prima fase verrebbero ripartiti in 20 circoscrizioni, quanti dovrebbero essere i consiglieri togati del futuro Csm. I 15 eletti in ciascuna circoscrizione dunque eleggerebbero a Palazzo dei Marescialli un solo magistrato. Sarebbero eleggibili i 5 più votati, con un eventuale successivo ballottaggio.
La base della magistratura potrebbe assai più facilmente orientarsi verso chi mostra di avere il progetto più interessante per l'autogoverno, di conoscere da vicino le necessità di giudici e pm, di essere insomma avvantaggiato sul piano del merito piuttosto che per il sostegno di una corrente nazionale. Grasso spiega infatti: "Sulla base dei principi di rappresentanza e merito, ho cercato una modalità che, a partire dalla base, individui coloro che abbiano maggiore considerazione e rispetto tra i colleghi con i quali lavorano ogni giorno".
Ma sulla riforma Leu non è compatta - L'interesse di Bonafede per la soluzione indicata dall'ex presidente del Senato, e che andrà comunque valutata anche dal Pd e da Italia viva, non corrisponde d'altra parte a una generale sintonia fra il guardasigilli e i parlamentari di Liberi e uguali. Anche perché, se proprio Pietro Grasso è anche tra i meno contrari al blocca- prescrizione, su quest'ultimo aspetto va segnalata la forte critica del capogruppo di Leu nella commissione Giustizia di Montecitorio, Federico Conte: "L'idea di bloccare la prescrizione dopo il primo grado contiene una visione illiberale del processo", ha detto il deputato campano quando è stata messa sul tavolo, un anno fa, la norma, poi approvata, che abolisce l'estinzione del reato una volta emessa la sentenza di primo grado.
"Il principio di ragionevole durata è un elemento fondamentale della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e della nostra Costituzione. Il processo "a vita" viola i diritti dell'imputato, appesantisce la macchina della Giustizia, e trova proprio nella magistratura il principale oppositore", aveva ricordato Conte.
A suo giudizio "la soluzione alla prescrizione è rendere più efficiente il sistema e celebrare i processi in tempi rapidi", che è poi divenuto infatti l'obiettivo della riforma del processo. Una linea persino più severa di quella espressa finora dal Pd. E che dimostra come singoli punti della riforma, a cominciare dall'elezione al Csm, siano anche vicini ad essere sciolti, ma anche come sul passaggio più difficile, la norma sull'estinzione dei reati, la maggioranza si trovi ancora in alto mare.
di Antonio Maria Mira
Avvenire, 13 novembre 2019
Giuseppe Miele aspetta ancora giustizia per la morte del fratello Pasquale, ucciso dalla camorra trenta anni fa. Ma non ha atteso per perdonare gli assassini del fratello. "Mi ha aiutato il mio cammino di fede", spiega in occasione dell'incontro con le scuole organizzato per ricordare quel drammatico giorno. E racconta come quel perdono lo porta anche in carcere, incontrando tanti detenuti di Secondigliano, camorristi compresi. "Lo faccio per mio fratello. Così Pasquale è ancora vivo, malgrado quel terribile giorno".
Era il 6 novembre 1999. Una notte di tempesta a Grumo Nevano, paesone a nord di Napoli. Pioggia, vento, tuoni. La famiglia Miele, piccoli imprenditori tessili, raccolta davanti al televisore, non si accorge di un rumore diverso. Ma più tardi vedono a terra i vetri rotti di una finestra. Pasquale si avvicina. Un secondo colpo risuona nella notte. E un pallettone partito da un fucile a canne mozze lo colpisce al collo. Per il giovane non c'è niente da fare. Muore dissanguato in pochi minuti. Ucciso per aver detto 'no' alle violente pretese del clan. Muore davanti ai genitori.
Aveva appena 27 anni, era fidanzato, il matrimonio già fissato per sette mesi dopo. Vittima innocente delle mafie, uno dei più di mille nomi che ogni 21 marzo vengono letti in tante piazze italiane in occasione della Giornata della memoria e dell'impegno, promossa da Libera. Per il 75 per cento di loro non si è avuto verità e giustizia, come ha nuovamente denunciato don Luigi Ciotti, nell'incontro con le scuole. E lo è stato anche per Pasquale. Processualmente non sono stati identificati né gli esecutori né i mandanti. "Nessuno ci è venuto a dire cosa sia successo quella notte. Chi ha sparato. Chi lo ha mandato. Si sono incolpati l'un l'altro, e così i colpevoli non sono stati individuati. Nessuno. Così l'omicidio di mio fratello è stato messo in disparte, dimenticato". Ma Pasquale non può, non deve essere una "vittima di serie B". Così Giuseppe, fratello maggiore (allora aveva 29 anni), si è impegnato a tenere viva la memoria.
"Vado nelle scuole, incontro tanti giovani, per raccontare la storia di un giovane come loro". Organizza incontri, manifestazioni, corse podistiche, biciclettate, per non far dimenticare il nome del fratello. Sempre presente alle iniziative del coordinamento regionale di Libera memoria, che unisce tanti familiari delle vittime innocenti della camorra. E lo fa anche in carcere. Andando a parlare di perdono, "come ho fatto in tribunale, quando per la prima volta sono stato chiamato a testimoniare". Poi nel 1995, appena sette anni dopo la violenta morte del fratello più piccolo, inizia l'impegno tra i detenuti. "All'interno del cammino neocatecumenale, ho accettato l'invito del cappellano di Secondigliano a fare catechesi ai detenuti. Prima in infermeria, poi nei vari padiglioni, anche tra i camorristi".
All'inizio non è stato facile. "Facevamo la catechesi sul perdono ma non erano molto attenti. Allora il cappellano mi ha chiesto di raccontare la storia di mio fratello. Non si sentiva volare una mosca". I detenuti ascoltavano con attenzione quel giovane che ricordava la morte violenta del fratello ma che parlava di perdono. E quelle parole lasciavano il segno. Anche nei boss. "Alla fine un capo zona si fermò e mi disse: 'Speriamo che prima di uscire il Signore mi faccia capire cosa devo fare". Lui avrebbe voluto vendicarsi dell'uccisione di un familiare, ma il mio racconto del perdono, malgrado la morte di Pasquale, aveva messo in dubbio le sue certezze. "Vieni proprio qui da noi a parlare di perdono", mi disse".
Quegli incontri, quelle parole di Giuseppe, quel suo perdonare avevano rivoltato le vite dei camorristi. Ma Giuseppe sa di non essere solo. "Siamo in tanti familiari di vittime innocenti a impegnarci nelle carceri. Noi gettiamo solo il seme, poi è il Signore a fare il raccolto".
Non si sente un eroe, né un primo della classe. Come tanti familiari di vittime innocenti, non cerca le luci dei riflettori. Una vita semplice, modesta, la moglie sempre al suo fianco, cinque figli, uno porta il nome di Pasquale. Mi accolgono e raccontano una vita dura, non facile, con la camorra tornata a chiedere il pizzo anche venti anni dopo, non sazia di quella morte.
Ma anche questa volta hanno trovato una netta risposta di rifiuto, come allora. È quello che Giuseppe va a raccontare, perdono e giustizia. "Questo mi aiuta. Se non avessi fatto tutto questo non so cosa avrei fatto della mia vita. E tutto questo rende mio fratello ancora vivo. Ma almeno fatemi sapere chi lo ha ucciso. Penso sia un nostro diritto. L'ho già perdonato".
- Il processo sulla "trattativa" Stato-mafia nasconde la verità sulle stragi
- Il procuratore di Napoli prova a fermare la gogna mediatico-giudiziaria
- Fisco: il partito di Renzi rompe il fronte delle manette
- Manette agli evasori, sanzioni sotto esame alla Camera
- "Così la 'Ndrangheta arruola i bambini soldato"









