di Massimo Adinolfi
Il Foglio, 2 ottobre 2019
Lo scandalo del reddito di cittadinanza alla ex brigatista Saraceni. Non so quale sia il modo migliore per impressionare l'opinione pubblica e lucrare sulla vicenda: "Brigatista in panciolle riceve soldi dallo Stato"? Oppure, più direttamente: "Uccidi e ti sarà dato"?
In un caso o nell'altro, e nei molti altri casi in cui la vicenda è rimbalzata sui giornali, prevale su tutto l'indignazione: diamo il reddito di cittadinanza agli assassini? Che enormità! La Lega ha addirittura annunciato di voler bloccare il Parlamento finché il sussidio non sarà ritirato, ma anche nella maggioranza, anche nel Pd si percepisce l'imbarazzo: c'è qualcosa che non va, nella legge, qualcosa non ha funzionato, controlleremo, verificheremo, correggeremo.
Evidentemente, nessuno ha il coraggio di dire che una legge, che fornisce un sostegno economico a una persona che è agli arresti domiciliari e ha due figli a carico, non è affatto una cattiva legge. Non si trova uno straccio di parlamentare - ma neanche un magistrato, per la verità - che prenda in faccia il vento dell'impopolarità e dica: forse è giusto, forse ha senso, forse può servire.
Non benché, ma proprio perché la legge aiuta una detenuta, che ha certamente qualche difficoltà in più, non in meno, a trovare un lavoro e di che sfamare i propri figli. Oppure si ritiene che un'assassina può (o deve) morire di fame, lei e tutta la stirpe che ha generato? Se è così, perché non dovremmo essere coerenti e abolire le mense in carcere, almeno per coloro che si sono macchiati di reati di sangue? Che se la vedano da soli! Oppure: perché non irridiamo e additiamo indignati al pubblico ludibrio coloro che si preoccupano della qualità della vita dei detenuti, dell'affettività, dell'igiene o del cibo negli istituti penitenziari?
Che sono tutte queste manfrine, tutte queste smancerie? Questi sono delinquenti, gente che ha sparato, gente che ha ammazzato: se la sono cercata, che vogliono ora? Questa del resto è la logica del "buttare via la chiave" e del far marcire in galera: probabilmente, il solo fatto che Federica Saraceni non sia rinchiusa in qualche gattabuia desta rabbia, in coloro per i quali il reinserimento e la finalità rieducativa sono tutte stronzate (scritte, però, nella Costituzione).
In questo caso, la legge considera che una persona in determinate condizioni economiche, a più di dieci anni di distanza dalla sentenza, può essere fatta oggetto di certe politiche di assistenza. Il presidente dell'Inps ha confermato: i requisiti di indigenza sussistono; per questo, a meno che non si ritenga sia giusto che un'ex terrorista versi in condizioni di povertà, insieme con la sua prole maledetta, a meno di non avere una concezione vendicativa della giustizia penale, che si riverberi anche sulle condizioni economiche e sociali, non riesco a vedere nulla di sbagliato in tutto ciò. Vedo al contrario qualcosa di nobile, che fa la superiorità etica dello Stato sulla stupida violenza criminale.
Ma certo, lo hanno chiamato reddito di cittadinanza e ora si accorgono che non avevano le idee chiare su cosa significasse cittadinanza: quali obblighi, quali doveri ma anche quali diritti. Non è la sola cosa su cui non avevano le idee chiare, quando, con l'introduzione del reddito, hanno addirittura abolito la povertà (così disse l'attuale ministro degli esteri, che la Farnesina l'abbia in gloria).
Ma questa è un'altra storia, e non è il caso di rifarla qui, dove si parla di diritti, dignità, umanità: queste sconosciute. Certo, è un paradosso che il reddito vada a chi ha ucciso un uomo la cui missione di studioso fu quella di aiutare i bisognosi. Ma è un paradosso che squassa la coscienza di chi commise quel delitto, ma che uno Stato può e deve invece rivendicare a suo merito. Non vergognarsene, come purtroppo sta accadendo.
di Pino Corrias
La Repubblica, 2 ottobre 2019
Di Maio: "Non possiamo permettere che Saraceni abbia l'assegno". E Forza Italia attacca: "La Lega bocciò l'emendamento contro la norma". Il governo rivedrà le regole di assegnazione del reddito di cittadinanza dopo il clamore suscitato dalla scoperta che della misura usufruisce l'ex brigatista - tuttora agli arresti domiciliari - Federica Saraceni, condannata a 21 anni e mezzo per l'omicidio di Massimo D'Antona.
A muoversi in questa direzione è il viceministro dell'Economia Antonio Misiani, che sottolinea: "Bisogna cambiare le regole di attribuzione del reddito". Oggi riunione tecnica al Lavoro con la ministra Nunzia Catalfo, la Giustizia e l'Inps. Lo stesso Luigi Di Maio, ministro degli Esteri e anima del provvedimento con il precedente governo, ha detto: "Non possiamo permettere che una brigatista possa ottenere il reddito di cittadinanza".
Il Pd, per bocca del capogruppo alla Camera Graziano Delrio, insiste: "Chiediamo che al più presto si verifichi e si modifichi la norma sulla concessione del reddito di cittadinanza legandola, nel caso di detenuti per gravi reati, a un effettivo ravvedimento e collaborazione con lo Stato. Nessuno può premiare chi non si ravvede e collabora".
Sulla storia è intervenuto, dopo un giorno di silenzio, il padre di Federica Saraceni, Luigi, già parlamentare del Pds e dei Democratici di sinistra, ex magistrato nonché difensore della figlia: "Prima del reddito di cittadinanza mia figlia percepiva il reddito d'inclusione. Dobbiamo mandarla a fare la prostituta o buttarla in una discarica? Mia figlia dice una cosa: datemi un lavoro e rinuncio al reddito di cittadinanza".
E ancora: "Federica è stata condannata per un errore. L'attacco parte dalla destra becera e reazionaria, purtroppo la sinistra si accoda perché la destra specula sulle emozioni e la sinistra non è mai capace di una propria autonomia".
Il provvedimento, sottolinea il Partito democratico, "fu votato e approvato dalla Lega, che ora inscena una protesta propagandistica". E al leader del Carroccio, Matteo Salvini - che ha tuonato "chiariscano o fermiamo i lavori del Parlamento" - chiede conto anche Sandra Savino (Forza Italia): "I deputati della Lega sono gli stessi che nel marzo scorso votarono contro un emendamento di Forza Italia che mirava proprio a evitare casi analoghi a quello emerso in questi giorni".
La vedova del giuslavorista, Olga D'Antona, si dice certa che Federica Saraceni non abbia "davvero bisogno" di quel denaro perché "ha una famiglia alle spalle che da sempre si occupa di lei e dei suoi figli, che l'ha sempre sostenuta. Rinunci al reddito e lo lasci a chi ne ha bisogno".
Il Dubbio, 2 ottobre 2019
I penalisti proclamano lo stop alle udienze dal 21 al 25 ottobre. La delibera firmata dal presidente delle camere penali Caiazza e dal segretario Rosso definisce "aberrante" lo stop alla prescrizione. "È ormai imminente il termine di entrata in vigore della norma che di fatto abroga la prescrizione del reato dopo la pronunzia della sentenza resa dal giudice del primo grado". Inizia così la nota con cui l'Unione Camere penali comunica la proclamazione di un'intera settimana di astensioni dalle udienze, da lunedì 21 a venerdì 25 ottobre, contro la soppressione dell'istituto.
di Greta Privitera
Vanity Fair, 2 ottobre 2019
Dai voti brillanti all'overdose: la storia di Anna è quella di tantissimi americani caduti nella trappola degli antidolorifici facili e dell'eroina. Un'epidemia che si può fermare solo colpendo Big Pharma. Nel 2017 30 mila americani sono morti di overdose da oppiacei. La dipendenza di solito inizia con la prescrizione di potenti antidolorifici che creano assuefazione in tempi rapidissimi.
Anna - leggings, felpa lunga e chignon biondo spettinato - era la più bella di First Street. Sapeva di esserlo, ma non lo dava a vedere, soprattutto alle ragazzine vicine di casa che la studiavano da dietro le persiane delle loro camerette. Nel quartiere, un sobborgo per ricchi dirigenti di Ford e General Motors a 30 chilometri da Detroit, dicevano che era la più brava delle tre sorelle: prendeva bei voti e giocava a calcio nella squadra del liceo. Piaceva a un sacco di ragazzi: era l'immagine dell'adolescente modello.
Finito il liceo è partita per il college, io sono rientrata in Italia e ci siamo perse di vista, ma ogni volta che tornavo in Michigan avevo notizie dei suoi successi: aveva preso due lauree in marketing. Sui social la sua vita sembrava perfetta: selfie con le amiche, fidanzati bellissimi, feste universitarie e vacanze in bikini. Poi, un pomeriggio post natalizio del 2015, l'ho incontrata in un centro commerciale vicino a casa sua: vederla mi ha sconvolto. "Quel periodo è stato il più difficile della mia dipendenza", racconta ora, "ero appena passata al metadone".
Non lo sapevo, nessuno sapeva, e ritrovarmi davanti alla sua versione infernale mi ha sconvolto: aveva la pelle grigia e gli occhi socchiusi, i pensieri sconnessi e trenta chili in più che la rendevano irriconoscibile. Quando ho chiesto informazioni ad amici comuni mi è stato risposto: "Soffre di mal di testa fortissimi, ed è in cura". Poi, un anno dopo, è stata proprio lei che su Facebook ha spiegato l'abisso: "Sono lucida, da un mese. Ho fatto uso di oppioidi, e poi di eroina, per 4 anni".
La storia di Anna assomiglia a quella delle protagoniste di Euphoria, la serie Hbo in onda dal 26 settembre su Sky Atlantic, che racconta il tormento di un gruppo di adolescenti tra droga, alcol e sesso. E proprio come Rue - interpretata dalla bravissima Zendaya - dice: "So solo che a un certo punto non volevo altro che provare quella sensazione di nulla totale".
Anna ha fatto parte delle centinaia di migliaia di americani dipendenti da farmaci a base di oppio che negli Stati Uniti chiamano opiodemic, l'epidemia che nel 2017 ha ucciso per overdose trentamila persone. "Tutto è partito davvero da un mal di testa. In alcuni momenti il dolore era così forte che finivo in ospedale. Dopo il college sono tornata a vivere dai miei per capire che cosa mi stesse succedendo. Un dottore mi ha prescritto un antidolorifico oppiaceo, il Vicodin, quello del Dr. House per capirci, ed è iniziata così la mia dipendenza". Dice di ricordarsi molto bene la sensazione che ha provato la prima volta che in pronto soccorso le hanno fatto una flebo di Dilaudid, un potente analgesico derivato dalla morfina: "Mi sono detta "non so che cosa sia, ma so che mi piace moltissimo".
Gli analgesici che le prescrivevano erano quelli che si danno per la cura del dolore nel post operatorio, o nelle terapie palliative. Nel suo caso, come in tanti altri, il dottore era diventato lo spacciatore legale. Anna oggi si chiede se questi professionisti agiscano in buona fede oppure no. Nelle ultime settimane, le due multinazionali farmaceutiche Purdue Pharma e Johnson & Johnson sono finite sulle prime pagine dei giornali perché accusate di essere tra i colpevoli della opiodemic, per il loro marketing aggressivo che spinge i medici a prescrivere i farmaci a base di oppioidi anche quando non è necessario.
"C'erano giorni in cui ingoiavo anche venti pillole in 24 ore". Usava Vicodin, Dilaudid, Benadryl, Oxycontin, Norco. Non ha mai provato il Fentanyl, l'oppiaceo sintetico, ottanta volte più forte della morfina, che lo scorso agosto ha ucciso Andrea Zamperoni, lo chef italiano che viveva a New York, e che negli ultimi anni sta facendo una strage.
"Queste pillole mi facevano sentire bene, invincibile, anestetizzavano la mia tristezza, mi rendevano euforica, almeno per un po'. E per avere le prescrizioni mi sono trasformata in un'attrice". Quando non aveva più niente in casa, andava su internet e leggeva i sintomi peggiori per mentire ai dottori del pronto soccorso che alla fine la riempivano delle sostanze di cui aveva bisogno. Comprava anche dagli spacciatori di prescrizioni che vendevano le prescrizioni di anziani bisognosi di fare qualche soldo.
"Né i miei amici, né la mia famiglia immaginavano nulla. In quel periodo facevo la cameriera e mi illudevo che, una volta risolti i miei casini, avrei trovato il lavoro dei sogni. In realtà pensavo solo a come recuperare l'oppio e non farmi beccare. Finché ho potuto ho curato la superficie - belle macchine, bei vestiti - per nascondere il marcio che era cresciuto sotto". Ma poi non ce l'ha più fatta, la dipendenza era impossibile da mascherare.
"Non avevo più un amico. Condividevo il mio problema solo con i fidanzati, ragazzi con altri segreti da nascondere. Era come se tra simili avessimo un tacito accordo di copertura: "Io non dico cosa fai, tu non dici cosa faccio"". Uno di questi usava l'eroina, abitava in un paese vicino al suo, tra i suburb più ricchi d'America. "Una sera del 2014, mentre guardavamo un episodio di Breaking Bad, l'ho provata anch'io e ci sono finita dentro. La sniffavamo, a volte ce la facevamo in vena. Poi, quando lui ha deciso di disintossicarsi, ci siamo lasciati".
Anna racconta che nel 2015 ormai era chiaro che la sua vita fosse un disastro, ma sua madre e suo padre facevano fatica ad ammetterlo, sapevano che abusava di farmaci che loro chiamavano "per il mal di testa" ma non volevano vedere tutto il resto. "Sono anche finita in carcere dopo aver guidato senza patente, me l'avevano tolta per guida in stato di ebbrezza. Ci sono stata due mesi. Lì, le compagne di cella mi hanno insegnato come trovare l'eroina a Detroit: ora che non avevo il fidanzato dovevo arrangiarmi". Ammette però che ha sempre preferito le medicine all'eroina, non le piaceva bucarsi, nemmeno andare dagli spacciatori: "I dottori erano meglio", dice.
Nei quattro anni di dipendenza, Anna ha avuto almeno quindici crisi di astinenza: "Come stai male quando non hai l'oppio in circolo è impossibile da spiegare. Ti senti sotto un treno, vai fuori di testa, vomiti, non riesci a mangiare, vuoi solo sdraiarti su un pavimento fresco perché dentro vai a fuoco, piangi, speri di morire. L'unica soluzione è rifarti". Nell'ultimo periodo non usciva nemmeno più di casa, lo faceva solo per prendere la roba.
"Mi capitava di pippare in cameretta, mentre mia madre era in cucina a preparare la cena, e magari mia nipote nella stanza accanto a disegnare". Ormai sniffava per scendere dal letto, per stare in piedi, per camminare, per respirare. Una sera, durante una cena in famiglia, la sorella più piccola, litigando con i genitori, ha svelato il segreto: "Vi arrabbiate con me, ma non vi rendete conto che quella si fa di eroina?".
Finalmente il sipario era crollato e Anna poteva piangere, disperarsi e chiedere aiuto, non c'era più nessuna parte da brava ragazza da recitare. La madre è diventata l'angelo custode che l'ha accompagnata nel percorso di disintossicazione: prima il metadone, poi la rehab, e infine la comunità in Florida, nella quale ha vissuto due anni, dal 2016 al 2018. "Oggi ho 30 anni e vivo dai miei nonni a due chilometri da casa dei miei genitori. Faccio la cameriera in un ristorante italiano della zona e l'anno prossimo vorrei iscrivermi a veterinaria".
affaritaliani.it, 2 ottobre 2019
Torna la Guerra di Parole, sfida dialettica che vede confrontarsi studenti dell'Università Statale di Milano e detenuti di San Vittore. Studenti dell'Università Statale di Milano sfidano i detenuti del carcere di San Vittore in una guerra... di parole. Torna con una nuova edizione la particolare sfida dialettica promossa da PerLaRe-Associazione Per La Retorica, che prevede anche un corso gratis di public speaking per tutti i partecipanti.
La squadra degli studenti e quella dei detenuti saranno preparate separatamente da PerLaRe e si incontreranno tra loro solo il giorno del dibattito, che si terrà a Milano nel carcere di San Vittore, il 23 novembre. Le lezioni di public speaking dedicate agli studenti si terranno nella sede dell'Università. Sono previsti in tutto quattro incontri, con l'esperta di retorica Flavia Trupia, l'attore e regista Enrico Roccaforte, il rapper Amir Issaa. Una giuria di esperti decreterà infine la squadra vincitrice.
Iscrizioni entro il 14 ottobre inviando una mail a
"La Guerra di Parole - spiegano gli organizzatori - non è un talent show. Gli organizzatori non cercano talenti innati, ma ragazzi e ragazze che abbiano voglia di migliorare le proprie capacità di parlare in pubblico e di mettersi in gioco".
Obiettivo del progetto #GuerradiParole, giunto alla quarta edizione, è preparare i partecipanti ad affermare le proprie ragioni solo con lo strumento pacifico della parola. La squadra vincitrice sarà quella maggiormente in grado di difendere la propria tesi con argomentazioni credibili, senza perdere la calma, alzare la voce o insultare.
In generale, le gare di retorica hanno la finalità di preparare i partecipanti ad affrontare la vita e il lavoro, contesti in cui è inevitabile confrontarsi con opinioni diverse. La #GuerradiParole è un format registrato e ha vinto il premio Prodotto Formativo dell'Anno 2016.
tuttoggi.info, 2 ottobre 2019
L'evento, organizzato da Fulgineamente, vuole mettere in relazione i cittadini di Foligno con una realtà carceraria. L'associazione Fulgineamente, presieduta da Ivana Donati, organizza a Foligno, nei giorni 4, 5 e 6 ottobre, una mostra-convegno sul volontariato in carcere, presso la sala Piermarini in corso Cavour, con il patrocinio del Comune di Foligno e della Fondazione Carifol. L'associazione opera, con numerosi volontari, da tre anni nella casa di reclusione di Spoleto con il progetto "Lib(e)ri dentro", e nell'ultimo anno anche nel carcere di Capanne. L'evento vuole mettere in relazione i cittadini di Foligno con una realtà, quella carceraria, sulla quale si riversano tanti pregiudizi, e che può invece riservare sorprese ove si ponga mente al cammino di riconciliazione che tanti detenuti compiono.
Questo cammino molto spesso passa dagli studi scolastici, dall'arte, dalla cultura in generale, dalla musica e dal teatro, con il contributo, a volte determinante, dei volontari. In questo contesto nascono opere artistiche di rilevante valore, itinerari scolastici che si concludono con la laurea, oppure interpretazioni teatrali di successo. A questo proposito la compagnia SineNomine, diretta dal prof. Giorgio Flamini, che presenterà a Foligno due spettacoli, costituisce una ibridazione tra il dentro ed il fuori, poiché annovera tra le sue fila attori detenuti e attori professionisti. Il momento del confronto sarà rappresentato dalla tavola rotonda di domenica 6 ottobre alle 10, nella quale i volontari parleranno della loro esperienza e dove interverranno anche detenuti ed ex detenuti.
Il programma in particolare prevede: venerdì 4 ottobre alle 17, alla sala Piermarini in corso Cavour, inaugurazione della mostra; alle 17.30 la prof.ssa Daniela Masciotti, il dott. Giovanni Spada e il sig. Ye Jiandong illustreranno il progetto sul lager di Bolzano, da loro curato sotto la direzione della prof. Olga Lucchi, di cui sarà ricordata l'appassionata attività in carcere. Si concluderà alle 19 con un aperitivo.
Il sabato mattina, 5 ottobre, sono previste visite guidate delle scuole superiori di Foligno con letture di scritti di detenuti. Il pomeriggio del sabato sarà dedicato alla presentazione di due tesi di laurea. La prima "Il cibo in carcere", alle 16, vedrà protagonista il dott. Tommaso Amato, laureato in scienza delle comunicazioni nel 2017. La tesi sarà illustrata dal prof. Giovanni Pizza, docente dell'Università di Perugia. La seconda "Lettere dal carcere di Antonio Gramsci", alle 18, verrà presentata dal prof. Fausto Gentili e dal dott. Luigi Della Volpe, che con questo lavoro ha conseguito la laurea nel 2017.
Il mattino di domenica 6, a partire dalle 10, ci sarà la già menzionata tavola rotonda sul volontariato in carcere. Il pomeriggio, per la felicità di adulti e bambini, la compagnia SineNomine proporrà alle 16, presso la sala Piermarini, lo spettacolo "Pinocchio scomposto", realizzato nell'ambito del festival di Spoleto di questo anno, e che ha avuto ampi consensi di pubblico e critica.
Alle 17.30 si proseguirà con la presentazione della terza tesi a cura della prof.ssa Francesca Gianformaggio, che insieme al dott. Patrizio Trovato parlerà de "I paesaggi di Giuseppe Verga".
Gli incontri del pomeriggio si concluderanno, alle 18.30 con un libro: "Il risolutore", scritto dal detenuto Giambattista Scarfone, pubblicato da Morlacchi; ne parleranno il cugino dell'autore, dott. Antonio Scarfone e le volontarie Alessandra Squarta e Luciana Speroni. L'iniziativa si concluderà allo Zut, alle ore 20.30, con lo spettacolo teatrale "Monologhi" interpretato dagli attori della compagnia SineNomine, per il quale è necessaria la prenotazione al numero 3472939271. Responsabili e curatrici del progetto sono Rita Cerioni e Lucia Vezzoni, volontarie nella casa di reclusione di Spoleto.
di Silvia Morosi
Corriere della Sera - Buone notizie, 2 ottobre 2019
Bollate - Le "Carte Bollate" per informare. Un giornale scritto, pensato e finanziato dai detenuti, aiutati nella redazione da alcuni volontari, giornalisti professionisti ed esperti di comunicazione. Un bimestrale che non si occupa solo di raccontare la situazione e i problemi dentro il carcere, ma che fa informazione, per raccontare il mondo "visto dalle sbarre".
Nato nel 2002 e attualmente diretto da Susanna Ripamonti, Carte Bollate ha l'obiettivo di creare canali di dialogo con la società civile ed essere uno strumento di dibattito con l'Istituzione carceraria. Dai primi mesi del 2011 ha anche avviato un'attività di formazione, rivolta alle scuole di giornalismo e ai giornalisti professionisti.
San Vittore - Diventare chef tra feste e buffet. Scoprirsi chef all'interno del carcere è possibile grazie alla Libera Scuola di Cucina gestita dalla cooperativa sociale "A&I". Un meccanismo virtuoso di reinserimento nel lavoro che dal 2012 coinvolge le detenute in percorsi formativi che ne sviluppino le competenze professionali, spendibili un domani nella ristorazione. La particolarità di questo progetto è quella di affiancare alla teoria anche la pratica, con l'organizzazione di eventi didattici nei quali - guidati dagli educatori sperimentare il lavoro sul campo con la simulazione di buffet, l'organizzazione di feste a tema o buffet in carcere aperti alla cittadinanza, imparando anche il servizio a tavola.
Opera - Riscatto (e lavoro) arrivando dal pane. Un forno che cuoce a pieno ritmo, un gruppo di detenuti in cerca di riscatto e la voglia di creare con il lavoro un ponte con il mondo esterno. È nato così nel 2013 il progetto della cooperativa "InOpera", un laboratorio di panetteria e prodotti da forno - fatti come una volta - all'interno della Casa di reclusione: "Rispondiamo al mercato con un prodotto naturale, che dura di più, che aiuta a evitare sprechi e offre qualità e risparmio per il consumatore". Solo così, con una professionalità in mano, chi per troppo tempo è stato lontano dalla vita civile può tornare a guardare al futuro con fiducia e responsabilità.
Beccaria - Rugbisti in campo con gli "All Blacks". Imparare sul campo l'importanza delle regole e il significato della lealtà. Sono questi i principi che portano alla meta la "Freedom Rugby", la squadra del minorile Beccaria attiva dal 2008. Ogni sabato i ragazzi prendono parte agli allenamenti organizzati per loro da alcuni volontari a rotazione tra allenatori, educatori e giocatori dell'As. Rugby Milano, che varcano il portone di via Calchi e Taeggi. Tra i tanti traguardi ottenuti anche l'arrivo nel dicembre 2009 degli "All Blacks", scesi nel piccolo campo dell'Istituto per un allenamento, e nel 2012 la realizzazione del documentario "All Bec, il senso di una meta", che racconta il significato profondo di questa esperienza (che va oltre le regole del gioco).
Bollate - Un vivaio di rose e futuri giardinieri. Si chiama Cascina Bollate, è una cooperativa nata nel 2007 nel carcere milanese da cui prende il nome. Vi lavorano giardinieri detenuti e non, che coordinati da Susanna Magistretti imparano un mestiere in un vivaio di erbacee perenni, graminacee, buddleje e una collezione di rose antiche messa a punto con Anna Peyron. Obiettivo: portare dentro una impostazione professionale, portare "fuori" lavoratori e prodotti di qualità. "Il giardino - ricorda il loro motto - non è solo un luogo di pace, è anche un posto dove attraverso i fallimenti si imparano la pazienza, la costanza, la precisione".
San Vittore - Viaggio sulla Nave fuori dalla droga. C'è una 'Navè al quarto piano del terzo raggio per i detenuti con problemi di dipendenza. Un reparto speciale dove si cerca di dare concretezza all'articolo 27 della Costituzione: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Un reparto rivoluzionario in cui dal 2002 le celle sono aperte dodici ore: in questo tempo si susseguono attività terapeutiche sulle sostanze e le dipendenze, lezioni di legalità, la realizzazione del mensile L'Oblò, l'appuntamento settimanale con le prove del Coro, l'educazione all'ascolto della musica con il progetto "C02" di Franco Mussida, gli incontri sull'arte e molto altro.
Opera - "Opera liquida": il teatro che unisce. Il teatro come strumento di espressione e condivisione. Dal 2009 l'associazione e compagnia 'Opera liquida' è attiva all'interno del carcere con un laboratorio per i detenuti di media sicurezza. L'idea è di utilizzare il palcoscenico come luogo di riflessione, oltrepassando le sbarre, su temi di attualità, portando in scena opere originali che nascono dai testi degli attori detenuti: l'idea - si legge sul sito - è quella di "trasformare la liquidità da dato negativo della vita contemporanea a valore". L'esperienza del teatro unisce così alla società le persone che stanno scontando una pena, in una riflessione che può favorire il cambiamento e il superamento di pregiudizi e luoghi comuni.
Beccaria - Imparo il mestiere e qui non torno più. Come abbattere il tasso di recidiva tra i minori che hanno avuto un'esperienza in carcere? La risposta è una: con il lavoro. È questa la convinzione che ha spinto il minorile Beccaria a realizzare insieme con la cooperativa Cidiesse - nata nel quartiere di Città Studi nel 1989, inizialmente occupata nel reinserimento lavorativo di ex tossicodipendenti - un laboratorio per insegnare ai ragazzi reclusi a realizzare circuiti elettrici per l'automazione industriale: i giovani imparano, così, a leggere schemi elettrici e a comporre i quadri. Il corso inizia durante il periodo di detenzione, ma prosegue anche dopo l'uscita dal carcere. Dalla strada al lavoro: "Dal bullo al bullone".
di Marcella Pace
Il Centro, 2 ottobre 2019
Dopo la segnalazione di Pettinari (M5S), il sottosegretario annuncia la redistribuzione dei detenuti. Sovraffollamento della casa circondariale. Sottodimensionamento dell'organico in servizio effettivo. Malfunzionamento dei sistemi di sicurezza automatizzati, danneggiati durante uno degli eventi alluvionali della scorsa primavera.
Carenza di posti dedicati a detenuti con problemi psichici. Sono queste le criticità in cui versa il carcere di Pescara, accertate dal vice presidente del Consiglio regionale Domenico Pettinari e segnalate al ministro Alfonso Bonafede e al sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi. Criticità che sono state ulteriormente constatate nella visita di ieri mattina del garante dei detenuti della Regione Abruzzo, Gianmarco Cifaldi, accompagnato proprio da Pettinari.
L'11 giugno scorso, Pettinari, dopo un'ispezione, ha inviato una prima lettera al ministro Bonafede, alla quale è seguito, il 19 settembre, un sollecito, diretto al sottosegretario Ferraresi. Nella nota il vicepresidente fa riferimento a un "pesante sovraffollamento" ma anche a "turni massacranti".
Alla comunicazione è stata allegata una relazione della segreteria provinciale di Pescara del sindacato autonomo di polizia penitenziaria. E i numeri parlano chiaro. Il carcere di San Donato ha una capienza di 270 reclusi, mentre ne detiene 390. L'organico del personale di polizia penitenziaria ammonterebbe a 160 unità ma in servizio effettivo ce ne sono 126, di cui 13 ispettori, 2 sovrintendenti, 96 assistenti uomini e 15 donne. "Le 34 unità di poliziotti mancanti", riporta la relazione, riguardano "17 non assegnate e 17 distaccate in altri uffici". Il sindacato, pertanto, suggerisce di far rientrare almeno 15 unità maschili, tanto più che il personale è gravato da turni fino a 12 ore.
"Nella corrispondenza con il ministero", sottolinea Pettinari (del M5s), "ho posto più volte la questione delle strumentazioni usurate per le porte elettriche che dividono un settore dall'altro e dell'elevato numero di detenuti a fronte di pochi agenti di polizia penitenziaria. Una carenza ancor più evidente nel reparto psichiatrico della casa circondariale di Pescara. Il reparto, gestito dalla Asl, ha spazio per 6 detenuti con problemi psichiatrici, ma spesso a causa del sovraffollamento il numero cresce, toccando anche punte di 20 persone che necessitano di assistenza psichiatrica. Quando lo spazio manca, questi detenuti sono trasferiti in altri settori del carcere, entrando così a contatto con altri ospiti. Si creano situazioni potenzialmente molto pericolose che il poco personale deve gestire al meglio delle sue possibilità. Il rischio purtroppo è grande", commenta Pettinari.
Ma qualcosa potrebbe accadere. "Dal ministero, proprio questa mattina" (ieri per chi ci legge), "ho ricevuto una risposta a firma del sottosegretario Ferraresi che mi aggiorna sull'impegno a monitorare l'interlocuzione per quanto riguarda l'elettrificazione dei cancelli". In merito al sovraffollamento, la soluzione potrebbe giungere dall'operazione di ridistribuzione di 280 carcerati su tutto il territorio nazionale, dei quali 91 nel distretto del provveditorato regionale del Lazio, Abruzzo e Molise.
"Per la situazione relativa alla popolazione detenuta nel corso dell'anno 2019", scrive a questo proposito Ferraresi, "al fine di garantire un'equa distribuzione sul territorio nazionale dei reclusi, sono stati emessi provvedimenti deflattivi per la movimentazione di circa 280 unità". Nessun riferimento, invece, al sottodimensionamento dell'organico, mentre viene ribadita la presenza di un reparto per 7 detenuti affetti da disturbi psichiatrici.
"Su quest'ultimo punto, tornerò a chiedere maggiori delucidazioni. L'attenzione è alta", conclude Pettinari, "e la risposta di Ferraresi mi fa ben sperare sull'intenzione di non abbandonare a sé stessa la casa circondariale di Pescara, dal canto mio di certo non abbasserò la guardia e continuerò a sollecitare il ministero e tutti gli organi competenti su quanto accade in Abruzzo".
di Simona Volpicelli
21secolo.news, 2 ottobre 2019
Protesta dei detenuti del carcere di Secondigliano, per mancanza di linea Sky e la scarsa qualità di carne del vitto. Durante la giornata di lunedì 30 settembre, un episodio decisamente insolito è avvenuto presso il carcere di Secondigliano, in provincia di Napoli. I detenuti si sono "uniti" ed organizzati in una protesta, riguardante sia la mancanza di segnale Sky nelle celle, sia la dubbia qualità della carne loro offerta.
La protesta è stata inscenata da circa quaranta detenuti, appartenenti al circuito Media Sicurezza nel Centro Penitenziario, i quali, verso le 13.00 del mattino, hanno dimostrato il loro dissenso, per le suddette "mancanze" loro offerte, attraverso un blocco effettuato nel cortile, rifiutandosi di rientrare nel rispettivo reparto di appartenenza. Si sono così barricati nel cortile del carcere, rifiutandosi di rientrare nelle apposite celle, utilizzando i carrelli del vitto per creare una barriera ed ostruire i passaggi.
Le motivazioni che hanno scatenato la protesta dei detenuti riguardano, nel dettaglio, sia la mancanza della trasmissione della linea Sky, offerta ai detenuti dalla Curia di Napoli e trasmessa nelle celle, sia la qualità della carne, che, secondo il loro giudizio, non sarebbe di buona qualità.
Ovviamente, sono stati attimi di tensione, tanto che i poliziotti hanno pensato di dover intervenire in un'azione anti - sommossa per riportare la situazione ad uno status regolare, ma, per fortuna, hanno cercato, con ottimi risultati, di far ragionare i detenuti, riuscendo a far si che rientrassero nelle loro celle, evitando così l'utilizzo di azioni di forza. La protesta è stata placata in un paio d'ore, tanto che alle 15.30 i detenuti erano già rientrati regolarmente nelle rispettive celle.
di Leo Lancari
Il Manifesto, 2 ottobre 2019
Lampedusa 3 ottobre 2013. Furono 368 le vittime del naufragio al largo dell'isola, 155 i sopravvissuti. Le immagini delle bare allineate all'interno dell'hangar, con le quattro più piccole e bianche posizionate davanti a tutte, hanno fatto il giro del mondo e resteranno tra quelle destinate a diventare uno dei simboli dei tanti drammi dell'immigrazione. Furono 368 le vittime del naufragio avvenuto il 3 ottobre 2013 davanti Lampedusa, la tragedia che, almeno per qualche tempo, riuscì a cambiare le politiche europee sull'immigrazione. Dopo quel dramma, infatti, il governo italiano, allora premier era Enrico Letta, diede il via all'operazione Mare nostrum che in 12 mesi di attività riuscì a salvare più di 160 mila uomini, donne e bambini. Grazie a quella missione "l'Italia ha salvato l'onore dell'Europa", dirà anni dopo il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker, quando ancora la politica dei porti chiusi era presente solo nei peggiori incubi.
Non sono ancora le cinque del mattino quando il barcone con a bordo tra i 500 e i 550 migranti partiti il primo ottobre dal porto libico di Misurata, si avvicina finalmente alle coste italiane. Solo mezzo miglio separa l'imbarcazione, un vecchio peschereccio lungo venti metri, dall'isola dei Conigli. Non più di due chilometri dal porto di Lampedusa. In quei giorni l'isola è ancora piena di turisti che si godono la coda dell'estate, gli alberghi sono pieni, gli ombrelloni degli stabilimenti tutti occupati. Condizioni meteorologiche favorevoli alla partenze dei migranti, tanto che quella stessa notte la Guardia costiera era intervenuta in soccorso di altri due barconi con 460 persone a bordo. Nessuno quindi, probabilmente, si aspettava che una terza imbarcazione fosse in arrivo.
Secondo le testimonianze dei sopravvissuti uno degli scafisti avrebbe acceso uno straccio per attirare l'attenzione dei soccorritori, provocando così un incendio. Presi dal panico, i migranti si sarebbero spostati tutti sullo stesso lato del peschereccio provocandone il rovesciamento. A centinaia caddero in acqua, molti dei quali affogarono subito, ma furono tantissimi quelli che rimasero prigionieri sullo scafo.
I primi ad accorgersi di quanto stava accadendo furono alcuni pescatori che intervennero subito, ma i tentativi di salvataggio furono resi più difficili della nafta che si era mischiata all'acqua. "Mi sono salvato aggrappandomi ai corpi senza vita dei miei compagni di viaggio che galleggiavano accanto a me", racconterà anni dopo uno dei sopravvissuti, Eskindr, un giovane eritreo diciottenne all'epoca della tragedia. "Sono rimasto in acqua quattro ore, ho aiutato altra gente a restare a galla e a salvarsi durate quel tempo".
Quella di Lampedusa fu sopratutto una strage di eritrei. Delle 368 vittime, 360 fuggivano infatti dall'Eritrea, mentre le restanti otto provenivano dall'Etiopia. 155 furono invece le persone tratte in salvo, tra cui 41 minori. Per quella strage il 13 febbraio 2015 un somalo indicato dai sopravvissuti come uno degli scafisti, è stato condannato a 30 anni di carcere per tratta di esseri umani, associazione per delinquere e violenza sessuale. Sentenza confermata il 15 aprile 2016 dalla Corte di Assise di Appello di Palermo.
Grazie al Comitato 3 ottobre, nato immediatamente dopo la tragedia, il 16 marzo del 2016 il Senato ha invece approvato in via definitiva l'istituzione della Giornata nazionale in memoria delle vittime dell'immigrazione che si celebra ogni anno a Lampedusa il giorno del naufragio. L'anno scorso nessun esponente del governo gialloverde partecipò alle cerimonie. Ma va detto che neanche il nome di un esponente del nuovo governo giallorosso appare finora nel programma delle manifestazioni di quest'anno.
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