di Eleonora Martini
Il Manifesto, 13 novembre 2019
Si conclude il processo ai medici e quello ai carabinieri responsabili del pestaggio. Il magistrato Bona Galvagno ammette di non essere idoneo a giudicare i graduati dell'Arma. Ha ammesso egli stesso di essere un ex carabiniere in congedo e dunque di non essere idoneo a giudicare gli otto graduati dell'Arma accusati a vario titolo di aver coperto la verità e di aver depistato le indagini sulla morte di Stefano Cucchi.
Perciò il giudice Federico Bona Galvagno si è astenuto, ieri, accettando l'istanza avanzata dalla famiglia del giovane geometra romano. A questo punto il processo inizierà il 16 dicembre prossimo, ma già si prevede una temperatura altissima nelle aule di Piazzale Clodio dove i difensori del generale Alessandro Casarsa, il più alto in grado degli otto imputati, hanno presentato nella lista dei testi tra gli altri il generale Vittorio Tomasone, all'epoca numero uno del Comando provinciale, e addirittura il sostituto procuratore Vincenzo Barba, il primo pm che si è occupato del caso.
Il magistrato romano condusse però indagini che hanno portato su una pista ritenuta sbagliata evidentemente non solo dalla famiglia Cucchi, non a caso ritiratasi dal primo processo, quello ai cinque medici dell'ospedale Pertini che domani arriverà alla terza sentenza in Corte d'Appello, dopo due rinvii della Cassazione per annullamento delle assoluzioni. E per uscire da quel vicolo cieco che non voleva affrontare il nodo di "pestaggio di Stato" tenuto nascosto per dieci lunghissimi anni, ci volle la determinazione di una famiglia, la tenacia di una sorella e l'impegno del procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone e del pm Giovanni Musarò.
Un impegno che invece per l'avvocata Maria Lampitella, difensore di Raffaele D'Alessandro, uno dei due carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale nel processo bis, è un "elefantismo investigativo arrivato a livelli inammissibili". Dice proprio così, l'avvocata, nella sua arringa finale pronunciata ieri nell'aula bunker di Rebibbia, prima della sentenza prevista sempre per domani. E ammette candidamente di avere "un'unica remora: avrei dovuto chiedere - afferma l'avvocata Lampitella - il rito abbreviato per il mio assistito, prima che il pm Musarò cambiasse il capo d'imputazione da lesioni a omicidio", in seguito alla testimonianza di esperti medico-legali.
Sono ore decisive dunque, queste, per una famiglia che si dice "allo stremo delle forze". Lo scrive su Facebook Ilaria Cucchi: "Mamma e papà sanno già di essere condannati all'ergastolo di processi che si protrarranno fino alla fine della loro vita". La giornata di ieri però è stata proficua per due ragioni: per l'astensione ottenuta dal giudice Bona Galvagno e per l'ammissione del pestaggio da parte degli stessi difensori dei principali imputati del processo bis. Nessuno più ormai mette in dubbio l'esatta dinamica degli eventi, nessuno nega più le violenze. Semmai quel che gli avvocati di Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro - gli unici imputati ad essere accusati di omicidio preterintenzionale e per i quali la procura ha chiesto 18 anni di carcere (mentre Francesco Tedesco, Roberto Mandolini e Vincenzo Nicolardi devono rispondere a vario titolo dell'accusa di falso) - hanno tentato di dimostrare nelle loro arringhe difensive è che non c'è alcun nesso di causalità tra le botte subite dal giovane arrestato per spaccio la notte del 15 ottobre 2009 e la sua morte avvenuta il 22 ottobre.
È un momento delicato, perché la prima Corte d'Assise deciderà domani se riconoscere che il "pestaggio degno di teppisti da stadio" era stato eseguito dai due carabinieri senza preoccuparsi delle conseguenze potenzialmente mortali, come sostiene il pm Giovanni Musarò, o se dare ragione alle difese che viceversa vorrebbero rigettare la palla nella direzione dalla quale è arrivata e far discendere la morte di Cucchi da "altri eventi intervenuti durante l'ospedalizzazione", come sostenuto dall'avvocata Antonella De Benedictis che difende Alessio Di Bernardo.
Secondo la legale, deve essere riconosciuto "il disvalore penale della condotta" dei due carabinieri-picchiatori. Inoltre, dice l'avvocata, "se è vero che la lesione alla colonna ha causato la vescica neurologica, bisogna ammettere però che il globo vescicale, causa della morte, si è creato dopo, per colpa di un infermiere. Nel momento in cui il catetere è stato inserito - conclude l'avvocata - automaticamente si è interrotto il nesso tra il pestaggio e la morte". La richiesta per D'Alessandro e Di Bernardo è, naturalmente, di assoluzione o in subordine la derubricazione del reato in lesioni, le attenuanti e il minimo della pena.
"Ascoltando i difensori degli imputati che oggi ammettono tranquillamente il pestaggio inflitto a Stefano - scrive Ilaria Cucchi - non posso non pensare quanto esso sia stato ostinatamente negato dal prof. Paolo Arbarello, consulente della Procura nominato per l'autopsia. Non posso non pensare alla prima perizia Grandi - Cattaneo che ipotizzando anche la caduta ha fatto morire mio fratello di fame e di sete. Non posso non pensare al braccio di ferro tra la Corte d'Assise di Appello e la Corte di Cassazione sulla responsabilità dei medici per la sua morte. La prima assolve e riassolve. La seconda annulla e riannulla quelle assoluzioni. Un rimpallo di 4 sentenze". Ora c'è solo da attendere. Domani, 14 novembre.
Il Secolo XIX, 13 novembre 2019
Il Tribunale di Genova ha sottoscritto l'Accordo di rete per l'istituto di messa alla prova "come espressione di educazione alla legalità e di responsabilità verso la comunità", aprendo due sportelli di informazione ai cittadini (uno al Tribunale di Genova, l'altro al l'ex tribunale di Chiavari).
Possono accedere alla misura, sotto determinate condizioni i soggetti imputati per i reati puniti conia sola pena pecuniaria o con la pena edittale detentiva non superiore nel massimo a quattro anni, sola, congiunta o alternativa alla pena pecuniaria, nonché per i delitti indicati dal comma 2 dell'articolo 550 del Codice di procedura penale.
Sospeso il procedimento, l'imputato viene affidato all'ufficio di esecuzione penale esterna (Uepe). Le attività prevedono il lavoro per pubblica utilità, il risarcimento e la mediazione con la vittima.
di Marino Bisso
La Repubblica, 13 novembre 2019
Da sette mesi è dietro alle sbarre per un furto da 60 euro compiuto perché quando assume droghe diventa un'altra persona. Non si controlla più perché è affetto dal disturbo bipolare, una patologia psichiatrica che alterna fasi depressive a fasi maniacali di eccitazione.
I soggetti che ne soffrono sono spesso inconsapevoli. Da anni sua madre lotta perché venga ricoverato e curato in strutture adeguata i Rems (Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza) e non lasciato in una cella.
Lei è Loretta Rossi Stuart, sorella dell'attore Kim: "Giacomo l'ho visto ieri, resiste ma non ce la fa più. Da mesi, mio figlio è costretto a stare dietro le sbarre a Rebibbia perché non ci sono posti in una Rems. Non possiamo più tollerare che sia ancora lì devono dialogare i vari servizi". I soggetti in questione sono il Serd (Servizi per le Dipendenze patologiche), il Cim (Centro igiene mentale) e Rebibbia. "Il magistrato che segue Giacomo è pronto a trovare una soluzione ma ancora la risposta non sta arrivando, io l'aspetto".
Non si da pace Loretta che ieri ha denunciato, per l'ennesima volta, il dramma che sta vivendo durante la presentazione del docu-film "Io combatto" dedicato proprio alla sua battaglia per il figlio Giacomo Seydou Sy, un ragazzo bipolare costretto a stare in carcere per mancanza di posti nelle Rems. La sua storia è stata racconta alla Fondazione Don Di Liegro, alla presenza di Gabriella Stramaccioni, Garante Detenuti del Comune, Giusy Gabriele, presidente di Psichiatria Democratica e dell'assessore alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato.
Al centro dell'incontro non solo la storia di Giacomo ma la necessità di potenziare le Rems e la vera attuazione della riforma che ha chiuso gli ospedali psichiatrici giudiziari. "Giacomo è un ragazzo di 25 anni, con la passione del pugilato e del rap. Non è un criminale ma un ragazzo bipolare che appena tocca la droga va fuori di testa - spiega la madre, che da sette anni lotta per curarlo - Ho fatto il possibile come madre ma non sono riuscita a fare anche il padre. A mio figlio continuo a dire "combatti e sali sul podio della vita".
"Giacomo è sequestrato all'interno di un carcere, sta in un posto dove non dovrebbe stare - commenta il Garante, Gabriella Stramaccioni - Il magistrato da un anno ha prescritto l'inserimento in una Rems ma da gennaio a oggi i posti non si sono liberati. E così Giacomo si ritrova rinchiuso a Rebibbia. La permanenza in carcere è dannosa per lui. Il nostro è un grido per i tanti Giacomo che troviamo nelle carceri. Parliamo di numeri contenuti una media dì 40-50 persone nel Lazio che aspettano di essere curate in luoghi idonei".
L'assessore alla Sanità Alessio D'Amato spiega che c'è bisogno anche di strutture intermedie, più flessibili anche per reati minori. "Su questo tema c'è stata un'apertura a ragionare da parte della magistratura, va capito bene il profilo del paziente che può andare in queste strutture e soprattutto quali sono i profili di sicurezza che la magistratura ci richiede. La legge nazionale codifica la Rems ma non le strutture intermedie.
Penso che riusciremo a partire nei primi mesi del 2020". Sulla vicenda interviene anche Ignazio Marino, ex senatore già a capo della commissione che portò alla chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari. "Quello che sta avvenendo a un ragazzo che si trova in carcere invece che in luogo idoneo alle cure, oggi, grazie alla nostra giurisprudenza e alla legge che abbiamo introdotto, è illegale. Non si può chiudere in carcere una persona che è stata riconosciuta come incapace di intendere e di volere, quella persona deve essere curata con la dignità che spetta a ogni essere umano".
di Marina Catucci
Il Manifesto, 13 novembre 2019
La Corte suprema decide sulla sorte dei figli dei migranti di ieri e Trump si accanisce su quelli dei migranti di domani. La Corte Suprema ha affrontato ieri il caso degli sforzi di Trump per porre fine a un programma voluto da Obama, il Daca (Deferred Action for Childhood Arrivals) che protegge più di 700.000 immigrati "dreamers", giovani americani arrivati in Usa da bambini a seguito di genitori illegali. Trump ha sempre affermato che il programma di Obama è incostituzionale in quanto implementato tramite ordine esecutivo. Il caso è passato attraverso il giudizio di tribunali inferiori, i quali hanno sempre concluso che la decisione di Trump di chiudere il Daca è "arbitraria e capricciosa".
In più di un'occasione Trump ha usato il Daca come merce di pressione sui democratici del Congresso per ottenere il via libera alla costruzione del muro o per far passare il bilancio. Mentre scriviamo la Corte Suprema non si è ancora sciolta ma non sembra mettersi bene per i dreamers: la maggioranza conservatrice ritiene lecite le motivazioni di Trump. A Washington sin dalla mattina sono susseguite manifestazioni davanti la Corte Suprema per chiedere di mantenere il Daca, in cui favore si sono espressi tutti i candidati democratici.
Donald Trump ha aperto la giornata scrivendo su Twitter che molti dreamers non sono angeli, che sono vecchi criminali incalliti, ignorando il pre requisito necessario per far parte del programma di Obama: una fedina penale pulita. Le Aclu (American Civil Liberties Union) degli Stati liberal cercano di rassicurare i dreamers. Aclu New Jersey ha scritto: "Indipendentemente dall'esito del caso Daca di oggi, NJ può proteggervi continuando a garantire l'accesso alle patenti di guida - che in Usa sono il documento principale - ed espandendo l'accesso oltre il Daca". Il senatore democratico Dick Durbin ha sottolineato che Trump "è sempre particolarmente crudele quando si tratta di immigrazione, in particolare quando si tratta di bambini e giovani". Lo conferma il numero record diffuso dalla Associated Press di 69.550 bambini migranti che solo nell'ultimo anno sono in custodia del governo degli Stati uniti. Abbastanza da riempire uno stadio professionale di football.
sassarioggi.it, 13 novembre 2019
Il progetto di formazione e riscatto sociale "Liberi nello sport", organizzato dal Csen Sardegna, in collaborazione con le direzioni tre degli istituti di pena isolani, taglia il traguardo. Dopo sette mesi di lezioni teoriche e pratiche i trenta detenuti delle carceri di Sassari, Nuoro e Cagliari, coinvolti nel programma, stringeranno fra le mani i loro diplomi di Istruttore di body building e fitness, e le abilitazioni al primo soccorso con l'uso di defibrillatore semiautomatico, conseguite grazie al corso Blsd.
La consegna degli attestati si svolgerà il 4 dicembre nel penitenziario di Sassari, il 5 in quello di Nuoro e il 6 dicembre in quello di Cagliari. Mercoledì 4 dicembre, alla cerimonia che si svolgerà alle ore 10 nel carcere di Bancali, alla presenza della direttrice della struttura, Elisa Milanesi, del comandante della Polizia penitenziaria, dei presidenti nazionale e regionale del Csen, Francesco Proietti e Francesco Corgiolu, sono invitati i giornalisti, ai quali sarà illustrata l'attività svolta nel corso del programma di formazione.
I corsi sono stati suddivisi in quattro moduli formativi per un totale di 56 ore più 4 di esame finale, per far acquisire ai detenuti che hanno aderito al progetto la capacità di progettare un programma di allenamento che integri le fasi di riscaldamento con le fasi di fitness cardiovascolare e/o di dimagrimento con delle attività isotoniche, fino ad arrivare alle fasi di defaticamento, che spesso includono anche lo stretching. Per favorire il processo di insegnamento e apprendimento si è scelto di utilizzare metodologie didattiche attive, comprendenti lezioni frontali, discussioni, dimostrazioni, esercitazioni e tirocinio. All'interno del progetto il Csen Sardegna ha fornito alle tre carceri e poi donato il materiale tecnico per poter allestire una palestra utilizzabile da qualsiasi detenuto, e ha regalato anche dell'abbigliamento sportivo a tutti i partecipanti al progetto.
Con il conseguimento del diploma, dieci detenuti per ogni carcere avranno la possibilità di avere un titolo riconosciuto che li proietterà nel mondo del lavoro attraverso lo sport. Infatti, con il diploma Nazionale di Istruttore di Body Building e Fitness, potranno lavorare in tutti quei centri sportivi e non, dove è prevista la figura del Tecnico sportivo. Inoltre, grazie al ciclo di lezioni seguite, i 30 allievi hanno avuto modo di sviluppare un'educazione corporea e motoria per l'affermazione di abitudini sane nella quotidianità carceraria, uscendo dal sedentarismo, la consapevolezza della salute psicofisica, il recupero dello schema corporeo, la valorizzazione espressiva e comunicativa del corpo stesso, nonché la possibilità di acquisire una cultura sportiva fondata sui valori della continuità, della pratica, dell'autodisciplina e dell'aggregazione.
di Francesca Gonzato
Alto Adige, 13 novembre 2019
Il presidente della Provincia: "Le verifiche giuridiche ci dicono che non possiamo uscire dagli accordi con Condotte" E ancora "la vecchia struttura è in condizioni inaccettabili per il personale e i detenuti, ma abbiamo le mani legate".
Il cantiere del nuovo carcere non è nemmeno all'orizzonte. Una situazione di stallo, legata alla crisi della società Condotte, diventata insopportabile. "Siamo in ritardo di tre anni. È inaccettabile, quando conosciamo le condizioni in cui si trova il carcere di via Dante. Dobbiamo pensare a chi vi lavora, ai detenuti e ai volontari", è lo sfogo del presidente Arno Kompatscher, che racconta, "avevo pensato di invitare il ministro della Giustizia Bonafede per fargli visitare il carcere, ma purtroppo neppure il ministro potrebbe fare qualcosa. L'avvio del cantiere del nuovo carcere in zona Agruzzo di San Giacomo è una vicenda giuridico-amministrativa". E come Provincia, aggiunge Kompatscher, "abbiamo le mani legate".
Condotte ha vinto la gara per il Ppp (partenariato pubblico-privato) con un progetto da 170 milioni di euro che riguarda sia la costruzione che la gestione del carcere per 18 anni. Nel frattempo il colosso edilizio è finito in regime di amministrazione straordinaria, complicando tutti i propri progetti, tra cui i due bolzanini, il nuovo carcere e il polo bibliotecario. Condotte è ancora in pista, nonostante le difficoltà. La Provincia ha verificato la possibilità di uscire dagli impegni con Condotte, facendo subentrare le società arrivate seconde nelle gare. "Gli approfondimenti giuridici sembrano escludere questa via. Ad ogni scadenza, Condotte ha presentato la minima documentazione necessaria per restare in campo. E i mesi si accumulano", spiega Kompatscher, che non fa più previsioni sui tempi del cantiere, che era stato annunciato nel 2019.
Non c'è ancora la firma definitiva sul contratto. La Provincia ha effettuato da tempo la gara per il soggetto incaricato di verificare la congruità del progetto di Ppp. "Siamo in attesa dei risultati", informa Eros Magnago, segretario generale della Provincia. L'iter prevede, tra l'altro, la verifica dei requisiti di Condotte, poi verrà firmato il contratto e partirà la progettazione esecutiva.
"Alla firma del contratto Condotte dovrà versare le fideiussioni calcolate sull'importo dell'appalto", ha anticipato Paolo Montagner, capo dipartimento dell'assessore Massimo Bessone. Con il contratto firmato e il progetto esecutivo approvato, potrà iniziare il cantiere. Con l'eccezione di ciò che riguarda la sicurezza e la custodia, Condotte si farà carico dei servizi interni, dalle pulizie alla mensa, manutenzioni e riscaldamento.
A sua volta la Provincia deve ancora trovare una intesa finanziaria con i ministeri. "Se la Provincia dovrà finanziare costi come le manutenzioni, allora quelle cifre andranno scomputate all'interno del nostro accordo finanziario con lo Stato", anticipa Magnago.
di Agnese Pellegrini
Famiglia Cristiana, 13 novembre 2019
Il 14 novembre, nell'ambito del festival, va in scena "27: due reclusi, sette celle", spettacolo teatrale scritto da Davide Mesfun, detenuto in semilibertà del carcere di Opera, in collaborazione con l'Università Bicocca. Ventisette anni dopo. Sette celle dopo. All'inizio della storia c'è Davide, un adolescente ribelle, che prende sempre le vie sbagliate. In mezzo, il carcere, con il suo desolante realismo, con la sua graffiante quotidianità, con le privazioni, le mancanze, ma anche gli incontri, che spesso cambiano la vita. Alla fine di nuovo Davide, un uomo che, oggi, ce l'ha fatta. O, meglio, che prova a farcela, ogni giorno.
Scritta e diretta da Davide Mesfun, detenuto in regime di semilibertà nel carcere di Opera, "27: due reclusi, sette celle", è una storia unica nel suo genere. E non soltanto per il tema, costruito con déjà vu e flashback, attraverso i quali il protagonista affronta il suo essere oggi uomo e il suo essere stato ragazzo in un arco di tempo di 27 anni; ma soprattutto perché, grazie alla collaborazione tra il carcere e l'Università di Milano Bicocca, lo spettacolo verrà portato in scena nell'ambito di Bookcity, la prestigiosa rassegna culturale che, come ogni anno, si snoderà in vari contesti milanesi.
Tutto nasce cinque anni fa, per intuizione del professor Alberto Giasanti, sociologo e presidente dei Corso di laurea in Programmazione e gestione delle Politiche e dei servizi sociali, che nel 2014 propose un corso di Mediazione dei conflitti all'interno della Casa di reclusione di Opera (attraverso la convenzione con il Provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria della Lombardia). In quel corso, trenta studenti di Bicocca, nella grande maggioranza donne, e trenta uomini detenuti sono incontrati all'interno del carcere e hanno discusso di tematiche come il conflitto, la mediazione e il perdono.
"A febbraio", spiega il professor Giansanti, "saranno 6 anni che l'Università entra in carcere e che, specularmente, il carcere va all'università: è il primo esperimento del genere in Italia come collaborazione istituzionale, e la nostra volontà è quella di stimolare a livello nazionale altre collaborazioni simili". Allora, fu un'esperienza stimolante, ma non semplice.
La ricorda Davide, in un suo contributo che appare all'interno del libro "Il carcere in città. La voce, il gesto, il tratto e la parola, ovvero l'arte come evasione comune" (I. Castiglioni, A. Giasanti, FrancoAngeli 2019): "Nel momento in cui ci siamo iscritti al corso di Mediazione, oltre al fatto che erano anni o decenni che non mettevamo piede in una scuola, si può immaginare la sorpresa di noi trenta detenuti quando ci siamo trovati davanti non trenta studenti, bensì trenta studentesse. Trenta ragazze. Per capirci meglio, il carcere è un luogo prettamente maschile, dove le figure femminili sono davvero poche e magari può sembrare strano, ma quando vivi per anni con soli uomini, il confronto con una donna ti inibisce, ti spaventa, ti imbarazza, ma, allo stesso tempo, ti anima come un ragazzino".
Da quel primo corso, nel 2014, si è formato un laboratorio teatrale tra detenuti e studenti, dal nome "Giochi di luci e ombre", da cui è scaturito il progetto "MiLiberiSe": per la prima volta, una persona detenuta guida un gruppo all'interno di un Ateneo italiano.
Coordinatrice del laboratorio esperienziale di teatro è Florinda Volpe, laureanda e tutor all'interno del Dipartimento di Sociologia della Bicocca: "Si tratta di un progetto", evidenzia, "rivolto a studenti, docenti e cittadini interessati al tema, con la compresenza di docenti di Bicocca e dell'Accademia di Brera, attori, registi, scenografi e esperti".
Lo spettacolo "27: due reclusi, sette celle" sarà rappresentato congiuntamente proprio da detenuti e studentesse: "Questo per dimostrare", aggiunge Florinda, "che le ombre che ci attraversano, le esigenze di vita, sono universali, ci accomunano tutti, dentro e fuori le sbarre". Micaela, 21 anni, studentessa in Biotecnologie e un futuro da carabiniera, rappresenterà Davide in cella di isolamento: "Non è stato difficile immedesimarmi", racconta, "perché le emozioni che si vivono in isolamento sono le stesse che ognuno di noi sperimenta nei momenti di sconforto e di solitudine".
Cristina, invece, che ha 24 anni e studia Legge, porterà sulla scena un "sogno" di Davide: "Il mio obiettivo è di diventare un giudice che sa quello che fa: per questo, i Codici non bastano, occorre condividere la propria esperienza con le persone detenute".
Così, si apre una finestra sul carcere per tutta la società, ma quella stessa finestra permette anche a chi è recluso di affacciarsi: la storia di Davide consente al "popolo di fuori" di approfondire che cosa avviene in un Istituto penitenziario, e a "chi è dentro" di far sentire la propria voce, di rileggere con sguardo critico il proprio passato attraverso uno strumento, che è quello del teatro, che aiuta a sdrammatizzare le esperienze negative vissute.
Lo spettacolo è in programma giovedì 14 novembre, alle 16.30, alla Camera del Lavoro (Corso di Porta Vittoria 43, Milano). Con Davide Mesfun (attore e regista, Laboratorio teatrale "MiLiberiSe"), Micaela Col, Cristina Naplone e Giada Lucchi (Laboratorio teatrale "MiLiberiSe" e studentesse Unimib), e gli attori del Gruppo teatrale "Giochi di Luci e Ombre" della Casa di Reclusione di Opera. In collaborazione con l'Accademia di Brera.
Prima dello spettacolo, la presentazione del libro "Il carcere in città. La voce, il gesto, il tratto e la parola, ovvero l'arte come evasione comune", con interventi della Rettrice dell'Università di Milano-Bicocca, dei curatori del volume e con la partecipazione del Provveditore Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria e dei Direttori degli Istituti Penitenziari milanesi. Ingresso libero.
Avvenire, 13 novembre 2019
Riprende alla Camera l'esame della proposta di legge popolare "Ero straniero". Meno nero, più regolarizzazione e un'entrata aggiuntiva per le casse italiane di circa un miliardo di euro l'anno. Sarebbero questi gli effetti del superamento della Bossi-Fini, la legge che dalla prossima settimana sarà rimessa in discussione. Riprende infatti alla Camera la proposta di legge di iniziativa popolare "Ero straniero".
Il testo era stato incardinato un anno fa con la sola illustrazione da parte del relatore Riccardo Magi (+Europa). "Si tratta di una operazione di legalità a beneficio di circa 670 mila persone irregolari che saranno nel nostro Paese nel 2020" spiega Paolo Pezzo di Action Aid Italia, presentando la proposta di legge di iniziativa popolare, per la quale nel 2017 sono state raccolte 90mila firme, dal titolo "Nuove norme per la promozione del regolare permesso di soggiorno e dell'inclusione sociale e lavorativa di cittadini stranieri non comunitari".
La proposta prevede l'introduzione di un permesso di soggiorno temporaneo per la ricerca di occupazione; la reintroduzione del sistema dello sponsor; la regolarizzazione su base individuale degli stranieri "radicati"; l'effettiva partecipazione alla vita democratica col voto amministrativo e l'abolizione del reato di clandestinità.
La campagna è stata promossa da diverse associazioni fra cui, solo per citarne alcune, Fondazione Casa della Carità, Acli, Asgi, Centro Astalli, Legambiente, Federazione chiese evangeliche in Italia e con il sostegno di diversi sindaci ed altre organizzazioni. "Con un provvedimento di emersione dal nero e regolarizzazione, entrerebbe almeno un miliardo di euro ogni anno per lo Stato - spiegano i promotori.
Considerando l'emersione per 400 mila persone, quindi non per tutti, e considerando che il reddito medio mensile di un lavoratore in Italia è di 20.000 euro lordi l'anno, si avrebbe a regime una entrata di 2.232 euro all'anno a persona, che per 400 mila persone fa 893 milioni di euro di gettito fiscale".
"Sono tanti a sostenere - aggiunge il presidente della commissione Affari Costituzionali della Camera, Giuseppe Brescia (M5S), annunciando l'inizio della discussione che modifica la Bossi-Fini - che il decreto flussi annuale non garantisce più i fabbisogni del mercato del lavoro.
Lo dimostrano i dati: a inizio luglio erano più di 44mila le domande presentate per i lavoratori stagionali a fronte di 18mila ingressi autorizzati". Oggi, con un question time in commissione, Brescia chiederà al Ministero dell'Interno un aggiornamento sul numero di domande presentate. "La realtà parla sempre più forte della propaganda".
di Luigi Pagano
La Repubblica, 13 novembre 2019
Un incontro e un legame che inizia nel 1989: così lo convinsi a mangiare. Settembre 1989: arrivato a dirigere il carcere San Vittore già mi trovavo ad affrontare un caso spinoso. Un tale Bruno Brancher, arrestato in agosto per aver tentato di ammazzare la sua ragazza, dall'ingresso in istituto aveva iniziato lo sciopero della fame determinato a morire.
Non sapevo chi fosse, ma non doveva essere uno qualsiasi se il magistrato aveva cominciato a chiedere certificazioni sulle sue condizioni di salute e, nel contempo, autorizzava la corrispondenza senza censura con la redazione dell'allora ancora esistente l'Unità. Un giro di telefonate ad amici milanesi non produsse effetto nell'immediato.
Il suo nome, come Carneade a don Abbondio, evocava qualcosa, ma non si riusciva a mettere a fuoco cosa. Uno di loro, però, sembrò rammentare di aver letto la storia di uno che sembrava facesse di nome proprio Brancher, che aveva rubato una bici anni addietro. "Non una bici qualsiasi, si diceva fosse quella di Coppi e rubata al Vigorelli".
L'episodio, ammesso fosse vero, apparteneva alla preistoria, impensabile giustificasse l'interesse attuale del magistrato. La vicenda andava chiarita, inutile però indagare quando avevo lì, in istituto, chi poteva dirmi tutto.
Chiesi al comandante di chiamare in ufficio Brancher e, dopo un po', si presentò uno strano tipo, un arruffo di capelli sopra una testa tonda, baffoni staliniani, rotondetto. Rimase in piedi osservandomi di sbieco, ma non con piglio cattivo, e mi chiese chi fossi.
"Sono il direttore"
"Adesso li fanno così giovani?"
"Ho la mia età, 35 anni"
"San Vittore prima la davano a direttori esperti"
"Ah ma allora lei è già stato qui"
"Io? Ero bambino quando sono entrato la prima volta"
"Siamo precoci entrambi allora"
Sorrise, la schermaglia iniziale era finita e aveva deciso che poteva fidarsi.
"Brancher, io volevo solo conoscerla e chiederle perché vuole morire".
Non attendeva altro, credo. Iniziò a raccontarmi la sua vita, una sceneggiatura tra Scorsese e Woody Allen, un fittissimo discorso con bizzarra dialettica e una mano sulla bocca a cercare di limitare la balbuzie, poi d'improvviso inanellava intere frasi. Seppi della carriera da rapinatore impedita da quella maledetta balbuzie, del ripiego sulla tecnica del mattone, del carcere, della legione straniera, della scoperta del talento letterario, del rapporto con Oreste del Buono e Nanni Balestrini, dei libri pubblicati, della collaborazione con svariati giornali, della nuova vita con la ragazza che aveva cercato di ammazzare. Metà di quelle storie avrebbe fatto la fortuna di qualsiasi narratore, capivo bene, ora, l'interesse che destava.
"Perché voleva ammazzarla?"
"Gelosia, è molto più giovane di me, Patrizia, e si era innamorata..."
"Non vorrei dirlo, ma succede"
"... di un'altra donna"
Di ordinario quell'uomo non aveva nulla, nemmeno l'essere tradito.
"E ora?"
"Voglio morire"
"Con lo sciopero della fame? Ce ne vuole di tempo"
"Perché dice così?"
"Perché se uno è intenzionato ad ammazzarsi ci sono tanti modi immediati e indolori"
Tentennò. "Forse, ma voglio morire, ormai ho perso tutto... ho già 57 anni"
"E che sarà mai? C'è gente che riinizia da 3, lei con le esperienze che si ritrova può permettersi di farlo a 57".
Il dialogo aveva preso una piega surreale, citavo battute da film davanti a una persona che voleva ammazzarsi. Invece no... annuì meditabondo quasi io avessi pronunciato chissà quale verità e annunciò che avrebbe smesso.
Stupore! In 10 anni di carriera non mi era mai successo di convincere un detenuto a rialimentarsi e con lui non ci avevo neppure provato. I suoi circuiti mentali seguivano psicologie complesse e non mi sono azzardato a chiedere cosa lo avesse colpito e portato a quella decisione nemmeno quando fu scarcerato e ci ritrovammo a diventare amici. O, meglio, come rimarcò in una dedica su di un suo libro, veri amici perché non avessi mai a confondere quell'affetto sincero che mi mostrava con una ritardata sindrome di Stoccolma.
milanotoday.it, 13 novembre 2019
Il teatro della Casa di Reclusione di Milano Opera apre a BookCity per una serata speciale: la presentazione di due libri importanti con il laboratorio della compagnia Opera Liquida
È possibile l'umanità all'interno delle carceri? Qual è il vero impatto delle attività di rieducazione delle persone detenute? Se ne parlerà venerdì 15 novembre, alle ore 18, presso la Casa di Reclusione di Milano Opera, che aprirà per la prima volta le proprie porte a un'iniziativa organizzata insieme a BookCity Milano per offrire alla città un'esperienza speciale, quella di potersi confrontare con un pubblico e una compagnia teatrale composti dagli stessi detenuti ed ex detenuti di media sicurezza. Sul palcoscenico del grande teatro che ospita il lavoro della compagnia Opera Liquida, insieme al direttore della Casa di Reclusione Silvio Di Gregorio, interverranno gli autori di due libri che ben indagano la nostra realtà penitenziaria. La galera ha i confini dei vostri cervelli, (Itaca ed.), scritto da Pietro Buffa, Provveditore Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria per la Regione Lombardia, è dedicato "a chiunque dia importanza alle emozioni che la sofferenza e la costrizione penale, con tutte le sue contraddizioni, comportano per tutti coloro che vivono o lavorano in un carcere".
Misurare l'impatto sociale. Sroi e altri metodi per il carcere, (Egea ed.), nato da un lungo e approfondito studio dell'Università Bocconi, di Filippo Giordano, Francesco Perrini e Delia Langer, è invece il primo manuale realizzato per valutare il reale impatto delle attività volte alla rieducazione e al reinserimento delle persone detenute, in cui Opera Liquida è stata caso di studio.
Nell'incontro "Il carcere, la sua umanità, il teatro e la misura" è prevista la dimostrazione di lavoro della compagnia teatrale guidata da Ivana Trettel, con gli attori detenuti ed ex detenuti della Casa di Reclusione di Milano Opera, sezione media sicurezza: l'impianto drammaturgico, il montaggio e la formalizzazione. Per accedere al carcere in occasione dell'evento è necessario compilare entro le ore 8 del 12 novembre il modulo sul sito: www.operaliquida.org/prenotazioni-spettacoli.
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