di Piero Sansonetti
Il Riformista, 13 novembre 2019
Silvio Berlusconi ieri ha fatto scena muta davanti alla Corte d'appello che dovrà decidere le sorti del processo sulla famosa trattativa Stato-Mafia. Era stato convocato come testimone, e la sua testimonianza sarebbe probabilmente servita a Marcello Dell'Utri per tirarsi fuori dalla trappola dove l'hanno infilato i Pm.
Lui però ha deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere. Perché aveva questa facoltà? Perché recentemente la Procura di Firenze gli ha spedito un avviso di garanzia per le stragi del 1993 e per l'attentato fallito a Maurizio Costanzo. Berlusconi a questo punto si trova a essere sotto accusa in un procedimento giudiziario che riguarda delitti connessi al processo di Palermo.
Il fatto che entrambi i processi siano del tutto strampalati non cambia le cose. Essendo i due processi collegati, Berlusconi ha la facoltà di non presentarsi come testimone, e ieri ha dichiarato che i suoi avvocati lo hanno consigliato di fare così. Il suo avvocato è Franco Coppi, che conosce bene questa materia e conosce anche i magistrati che se ne occupano: evidentemente ha immaginato che in questo momento per Berlusconi sia più opportuno evitare deposizioni. Naturalmente non esiste neppure una persona sola nell'intero mondo che creda che Berlusconi possa avere avuto qualcosa a che fare con quegli attentati, e in particolare con quello al suo amico Costanzo, che in quel periodo era oltretutto un pilastro delle sue televisioni.
Però la giustizia, si sa, è così: burocratica, burocratica, burocratica. E di conseguenza ritiene che sia un indizio sufficiente una frase smozzicata pronunciata da un boss in carcere (Graviano) intercettata durante un colloquio con un altro detenuto e intercettata dai magistrati (poi si è saputo che Graviano sapeva di essere intercettato, e tutto quel che diceva lo diceva per qualche ragione). Graviano disse: "Berlusca mi ha chiesto un piacere".
Dal punto di vista degli inquirenti l'inverosimiglianza assoluta dell'affermazione, e la totale assenza di riscontri non valgono niente. La mancata deposizione di Berlusconi, però, danneggia Dell'Utri. Il quale è accusato di avere fatto da tramite tra Cosa Nostra e Berlusconi in questa benedetta e molto improbabile trattativa Stato-Mafia.
L'ipotesi dell'accusa è questa: la mafia aveva deciso di attaccare lo Stato per poi trattare. Uccise Lima (deputato andreottiano), poi Falcone, e Borsellino, nel 1992, e l'anno successivo realizzò gli attentati che provocarono stragi a Firenze, a Milano e anche a Roma, dove provò - sbagliando - a uccidere Maurizio Costanzo e Maria de Filippi.
La mafia - sostiene l'accusa - chiese al governo, in cambio della pace e della fine dell'attacco militare, una serie di concessioni, tra le quali soprattutto la fine del 41bis. Dell'Utri, secondo l'accusa, fece da intermediario tra la mafia e il premier Berlusconi. Però c'è un problema di date, e poi un problema di fatti. Le date: gli attentati finiscono il 23 gennaio del 1994, quando per un errore (o forse per un ripensamento) non salta la bomba che avrebbe ucciso decine di carabinieri allo Stadio Olimpico, pochi minuti prima della partita Roma-Udinese.
Dicevamo: 23 gennaio. A quel punto evidentemente la trattativa si conclude perché gli attentati cessano. Però Berlusconi andò al governo solo quattro mesi più tardi, e nessuno, in gennaio - proprio nessuno - poteva nemmeno immaginare che avrebbe vinto le elezioni a primavera. Tutti erano certi della vittoria di Occhetto. È strano chiedere delle misure di tipo legislativo a un imprenditore che non ha mai messo piede in Parlamento.
La seconda contraddizione riguarda i fatti. Quando Berlusconi andò al governo non prese nessuna misura di allentamento della lotta alla mafia, non cancellò il 41bis anzi inasprì tutte le misure.
Se ciò non vi basta ancora, tenete conto di un altro elemento di questa storia che lascia davvero molto perplessi. Oltre a Dell'Utri sono accusati di avere guidato la trattativa Stato-Mafia tre ufficiali dei carabinieri. Il più famoso è Mario Mori. Che mentre la trattativa - secondo i giudici - era in corso con Totò Riina, cosa fece? Arrestò Riina. Negoziato più bislacco di questo non poteva essere immaginato. E allora come stanno le cose?
Beh, è chiaro un po' a tutti che il processo sulla trattativa Stato-Mafia, e l'ipotesi che questa trattativa sia stata il motivo per il quale furono uccisi Falcone e Borsellino (i quali peraltro furono uccisi quando la prima Repubblica appariva ancora ben salda e Berlusconi in politica non era neppure un fantasma) sono un processo e un'ipotesi di quelli che a Roma si definiscono "una bufala".
Non stanno in piedi neanche coi cerotti, anche se fin qui hanno già prodotto una condanna in primo grado, alla quale è giunta una giuria popolare spinta da una gigantesca campagna di stampa, e hanno rovinato la vita a molte persone, alcune delle quali - come il generale Mori - sono tra i pochi ad avere dato gran parte della loro vita alla lotta strenua alla mafia. Quelli che non sono chiarissimi a tutti sono gli effetti di questo gigantesco depistaggio.
Gli effetti sono che è stato calato un velo sulla vera indagine che Falcone e Borsellino stavano conducendo, servendosi del lavoro di Mori e della sua squadra; era un'indagine, che aveva un'ampiezza impressionante e stava per svelare i rapporti tra la mafia e un pezzo molto consistente del mondo imprenditoriale italiano (ma in quel pezzo di mondo non c'era Berlusconi). Si tratta del dossier mafia-appalti, che era stato promosso da Falcone, realizzato da Mori, e che sarebbe stato ereditato da Borsellino se Borsellino non fosse stato ucciso nel luglio del '92. Tre giorni prima della sua uccisione i Pm di Palermo chiesero l'archiviazione del dossier, e l'archiviazione venne ratificata il 14 agosto. Tutto questo è raccontato dettagliatamente nel fotoromanzo curato da Giovanna Corsetti, che pubblichiamo oggi in prima e seconda pagina e che pubblicheremo ancora nei prossimi giorni.
Ecco spiegato il processo Stato-Mafia. Che sicuramente è stato voluto dai Pm per altri motivi, ragionevolissimi, ma che alla fine (così come il depistaggio del pentito Scarantino, che aveva accusato delle persone non colpevoli dell'uccisione di Borsellino, guidato, a quanto pare, da uomini dello Stato) è servito solo a depistare, a impedire che si scoprisse perché e chi aveva ucciso Borsellino e a seppellire un'indagine su mafia e imprenditoria che avrebbe sconvolto l'Italia.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 13 novembre 2019
Mentre l'entrata in vigore della riforma delle intercettazioni approvata nel 2017 resta bloccata per volere dei grillini, per la prima volta una procura cerca di mettere un freno al corto circuito mediatico-giudiziario, spesso basato su notizie e intercettazioni penalmente irrilevanti.
Il procuratore capo di Napoli, Giovanni Melillo, ha infatti adottato un ordine di servizio volto a disciplinare criteri e modalità di rilascio di copia dei provvedimenti giudiziari agli organi di informazione. Il documento trae spunto dalle linee guida approvate dal Csm lo scorso anno in materia di comunicazione degli uffici giudiziari, e si fonda sull'articolo 116 del codice di procedura penale, secondo il quale "durante il procedimento e dopo la sua definizione, chiunque vi abbia interesse può ottenere il rilascio a proprie spese di copie, estratti o certificati di singoli atti".
Ora questa facoltà viene riconosciuta anche ai giornalisti, con particolare riferimento agli atti compiuti nella fase delle indagini preliminari e non più coperti da segreto. L'obiettivo principale è quello di garantire ai giornalisti un accesso paritario e regolamentato ai provvedimenti giudiziari (specialmente le misure di custodia cautelare), evitando così che pochi cronisti "selezionati" continuino a ottenere le carte sottobanco, e spesso in maniera parziale, grazie alla benevolenza di inquirenti, investigatori o avvocati.
Il rilascio di copia di provvedimenti non coperti dal segreto investigativo agli organi di informazione che ne facciano richiesta - si legge nell'ordine di servizio-deve infatti considerarsi "funzionale ad assicurare, da un lato, il corretto esercizio del diritto di cronaca e, dall'altro, il soddisfacimento dell'interesse pubblico a un'informazione obiettiva e trasparente in relazione a fatti di rilevanza e interessi collettivi".
Dopo aver riconosciuto ai giornalisti parità di accesso agli atti, il documento si premura di stabilire dei criteri attraverso cui evitare che dagli uffici giudiziari fuoriescano notizie prive di rilevanza penale o potenzialmente lesive della riservatezza delle persone coinvolte e dell'andamento delle indagini.
È il procuratore della Repubblica, su segnalazione dei procuratori aggiunti, a valutare la sussistenza dei presupposti che legittimano il rilascio della copia dei provvedimenti agli organi di informazione che ne facciano richiesta, fermo restando i divieti di pubblicazione previsti dal codice di procedura penale, "sotto il profilo sia della cessazione del segreto, sia della ricorrenza dell'interesse pubblico all'informazione dei fatti oggetto del provvedimento, sia della presenza di eventuali controindicazioni alla divulgazione dello stesso".
Il rilascio della copia deve rispettare alcuni criteri: non deve interferire con le investigazioni in corso e con l'esercizio dell'azione penale e deve avere luogo nel rispetto del segreto delle indagini e del principio di riservatezza; non deve ledere la tutela dei diritti dei soggetti coinvolti nel procedimento o dei terzi; deve avvenire evitando ogni ingiustificata comunicazione di dati sensibili o la diffusione di notizie e immagini potenzialmente lesive della dignità e della riservatezza delle vittime e delle persone offese dai reati, in particolari se minori.
A puntellare l'ordine di servizio ci pensa la circolare adottata nel 2016 dal precedente procuratore capo di Napoli, Giovanni Colangelo, che ha stabilito i criteri da seguire per evitare la diffusione di intercettazioni inutilizzabili o irrilevanti.
Al pari di una circolare adottata anche dalla procura di Roma, il documento ha imposto alla polizia giudiziaria di non inserire le intercettazioni irrilevanti per le indagini nei verbali delle operazioni (i cosiddetti brogliacci) né nelle annotazioni di polizia giudiziaria. In caso di dubbio in merito alla rilevanza della conversazione, la polizia giudiziaria riferisce al pm, che dà disposizioni al riguardo.
Ovviamente bisognerà aspettare per vedere se, nella pratica di tutti i giorni, le novità introdotte dal procuratore Melillo serviranno a evitare il riproporsi dei soliti meccanismi della gogna mediatico-giudiziaria. E ovviamente sarebbe preferibile che a stabilire le regole fosse il legislatore, anziché le singole procure. Ma vista l'opposizione in Parlamento del Movimento 5 Stelle, che nella gogna ci sguazza, tocca accontentarsi.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 13 novembre 2019
Italia Viva ha presentato vari emendamenti al decreto fiscale, e tra questi uno che propone l'abolizione dell'articolo 39, quello che inasprisce le pene per gli evasori e prevede il carcere fino a otto anni, la carcerazione preventiva prima dell'accertamento del reato, la confisca, le intercettazioni telefoniche, i trojan e tutto il resto, con l'equiparazione del reato fiscale a quello mafioso o terroristico.
L'iniziativa del partito di Matteo Renzi ha creato molti malumori nella maggioranza. I 5 Stelle considerano quell'articolo del decreto come la realizzazione della parte più importante del proprio programma politico e anche del proprio orizzonte ideale. In particolare il decreto-manette è un cavallo di battaglia di Marco Travaglio, il direttore del Fatto Quotidiano che molti considerano il capo del Movimento Cinque Stelle. Travaglio recentemente ha anche pubblicato sulla prima pagina del suo giornale una grande fotografia di manette, per dichiarare la sua esultanza di fronte alla possibilità che si aumenti il numero dei detenuti e oltretutto che si possano mettere in prigione un buon numero di benestanti, o di presunti benestanti, in particolare professionisti, commercianti, artigiani.
All'iniziativa legislativa di Italia Viva si somma una dichiarazione di Antonello Soro, che è il Garante della Privacy, il quale ha dichiarato di ritenere sbagliate molte delle misure previste nel decreto anti-evasione e di temere che con quel decreto si possano cancellare alcuni dei diritti fondamentali dei cittadini. Gli emendamenti di Italia Viva potrebbero portare a uno scontro molto serio all'interno della maggioranza. E sarebbe finalmente uno scontro tra liberali e giustizialisti. La contraddizione tra liberali e giustizialisti definisce la contrapposizione tra due idee diverse di società e di rapporto tra Stato e società.
I liberali immaginano una società che identifica modernità e libertà, e che tende ad aumentare sempre di più la sfera delle libertà, sia individuali che collettive, riducendo al minimo il controllo e la repressione da parte dello Stato. I giustizialisti pensano esattamente il contrario, e cioè che la modernità sia un progressivo aumento dei controlli, e possibilmente della punizione, perché solo una società controllata rigorosamente dallo Stato e dove la punizione è il motore della giustizia (anche della giustizia sociale) è una società equa ed eticamente solida. I giustizialisti tengono molto a questa idea: l'etica come baluardo della civiltà. I liberali invece vorrebbero tenere l'etica fuori dalla politica, e considerano la libertà il baluardo della civiltà. Per questo il decreto sulle manette agli evasori è una specie di cartina di tornasole. I giustizialisti con questo decreto vogliono mandare un segnale chiaro: l'evasione fiscale è la principale fonte dell'ingiustizia sociale e dunque va punita in modo esemplare. Manette.
Hanno ragione i giustizialisti a considerare l'evasione come la fonte principale dell'ingiustizia sociale? L'evasione, in Italia, è un male grandissimo, perché è molto estesa e anche molto varia, tiene insieme gli evasori per necessità - poveri, o poco ricchi, e che senza evasione sarebbero in miseria - con gli evasori per speculazione, che truffano e accumulano miliardi. L'evasione è fonte di ingiustizia, ma non è la principale fonte di ingiustizia, e prospera anche per via di un sistema fiscale antico, farraginoso e inefficiente. Si può combattere con le manette?
In una società liberale niente si combatte con le manette, se non i delitti estremi e di sangue. E l'uso spropositato delle manette, specie per reati economici, produce un abbassamento del livello di libertà, specialmente se realizzato attraverso misure del tutto discrezionali e di sopraffazione come sono il carcere preventivo, le confische, le intercettazioni. Il giovane partito di Renzi saprà farsi alfiere della battaglia liberale, o userà i suoi emendamenti solo per trattare? È una prova importante alla quale ora si sottopone Italia Viva. Ed è una prova che mette sul tappeto anche un'altra domanda: una forza liberale può governare in coalizione con una forza giustizialista? Un partito democratico e anti-autoritario può mediare con Marco Travaglio?
di Marco Mobili e Giovanni Parente
Il Sole 24 Ore, 13 novembre 2019
Opposizioni e Italia Viva chiedono la soppressione delle nuove sanzioni. La stretta sulle manette agli evasori fa il pieno di emendamenti soppressivi, tra cui anche quello di Italia Viva, o correttivi. E sul tavolo c'è anche il tema della sua decorrenza, oggi fissata con l'entrata in vigore della legge di conversione del decreto fiscale.
C'è chi chiede il rinvio della decorrenza - ipotesi valutata anche dalla maggioranza - visto che le nuove sanzioni penali riscritte dal ministro della Giustizia Bonafede producono effetti diretti su reati di versamento e dichiarativi: i primi possono essere stati commessi in corso d'anno nel 2019, i secondi si perfezionano solo nel 2020 con la presentazione della dichiarazione.
Ci sono le imprese con esercizio a "cavallo" e ci sono poi i dubbi sulla fattura inesistente: quando scatta il reato? Nel momento in cui è annotata o quando è presentatala relativa dichiarazione in cui se ne fa uso?
C'è poi un'istanza ora avanzata dalla Lega, ma fino a qualche tempo fa cara anche alla sinistra, ossia quella di escludere dai reati tributari chi ha dichiarato tutto ma non è riuscito a saldare il conto con il Fisco. Ad attirare le attenzioni di tutte le forze politiche ci sono i nuovi obblighi sulle ritenute negli appalti e subappalti.
C'è chi chiede la soppressione del nuovo meccanismo proposto dal Governo o comunque di mitigarne l'impatto sulle imprese rivedendo l'ambito oggettivo e soggettivo. Altro tema su cui maggioranza e opposizione hanno trovato più di una convergenza nel proporre i correttivi al Governo è l'obbligo di compensazione dei crediti fiscali solo dopo l'indicazione in dichiarazione. Oggi intanto sarà la relatrice al Dl e presidente della Commissione Finanze della Camera, Carla Ruocco (M5S), a fare una prima scrematura delle circa 900 proposte di modifica presentate da maggioranza e opposizione.
Sotto la tagliola delle inammissibilità potrebbero cadere emendamenti già sbandierati in queste ultime ore come quello sull'Iva agevolata al 10% per l'igiene intima femminile o quelli sullo scudo penale per la ex Ilva, presentati da opposizione e Italia Viva.
Su questi ultimi, in particolare, la Ruocco è pronta ad ascoltare la commissione e a ripescare i correttivi se dovesse riscontrare la volontà di affrontare all'unanimità il tema. Per arrivare ai primi voti bisognerà attendere comunque lunedì 18 per chiudere l'esame di merito entro il 25 novembre data in cui è fissato, ad ora, l'approdo in Aula.
Sugli appalti tutte le forze politiche chiedono un intervento correttivo. Tra quelle di maggioranza è Italia Viva, con Luigi Marattin, a chiederne la soppressione e comunque un alleggerimento dell'ambito di applicazione rivedendo le soglie di esclusione dalla stretta (imprese in attività da almeno tre anni e che nei due anni precedenti abbiano versamenti registrati nel conto fiscale per un importo superiore a 2 milioni di euro).
Ci sono anche i 5 Stelle a lavorare sulle esclusioni. Con Raffaele Trano propongono di escludere dalla stretta sulle ritenute i condomini con meno di venti famiglie, artigiani, commercianti e professionisti se l'importo da versare non supera i 50mila euro.
Anche Leu, con Stefano Fassina chiede di escludere dall'obbligo di versamento delle ritenute professionisti, autonomie condomini. Più radicale la soluzione proposta delle forze di opposizione che chiedono la soppressione dell'articolo 4.
Se proprio non si può la Lega chiede l'esclusione dei condomini, Forza Italia anche quella delle piccole e medie imprese. Il Pd dal canto suo punta a conservare la ratio della norma anti evasione e il relativo gettito e come già annunciato dal relatore al Dl, Gian Mario Fragomeli, si potrebbe prevedere una comunicazione da trasmettere alle Entrate entro 30 giorni dalla stipula del contratto di appalto con tutti i dati relativi alla gara.
Sulle compensazioni i partiti di maggioranza e opposizione chiedono di escludere dalla stretta i professionisti, oppure i contribuenti che hanno investito in ricerca e sviluppo o in patent-box, nonché di elevare anche fino a 30mila euro il tetto oltre il quale i crediti d'imposta per essere compensati devono prima passare in dichiarazione.
Tutti chiedono, poi, di ridurre la sanzione da 1.000 euro sulle indebite compensazioni. Il centro destra si schiera per l'abolizione del limite del contante o in subordine di mantenere la soglia attuale di 3mila euro come chiede Sestino Giacomoni di Forza Italia. Alla richiesta della Lega di rendere applicabili gli Isa del 2020 per i controlli sull'anno d'imposta 2018 (saltando dunque il 2019) si aggiunge l'idea cara ai 5 Stelle di una dichiarazione Iva precompilata.
Oltre che su questo tema, nel pacchetto semplificazioni Giovanni Currò (M5S) spinge per un nuovo 770 trimestrale così da poter superare anche i vincoli sulle ritenute. La fiat tax incrementale e l'abolizione dello split payment saranno due cavalli di battaglia di Marco Osnato (Fdi), mentre l'abolizione della Tasi e l'addio all'Irap con la trasformazione in addizionale all'Ires o all'Irpef, nonché la riapertura della pace fiscale all'anno 2018 (cartelle, liti, accertamento e altro) sono i correttivi voluti da Alberto Gusmeroli e Massimo Bitonci (Lega).
di Amalia De Simone
Corriere della Sera, 13 novembre 2019
Armi in mano prima dei dieci anni, visite ai macelli a vedere squartare gli animali, disprezzo per le forze dell'ordine: la testimonianza di un collaboratore di giustizia. Ad oggi il tribunale dei minori di Reggio Calabria ha adottato 60 provvedimenti di allontanamento dalle famiglie nei confronti di 70 minorenni.
Aveva meno di dieci anni quando gli misero in mano una pistola. Se lo ricorda perché le dita erano piccole, l'arma pesante e nel tentativo di scarrellare si fece male al pollice. È Luigi Bonaventura, un collaboratore di giustizia che ha preso parte a decine di processi. Ha terminato il suo programma di produzione mentre la sua famiglia è ancora sotto la tutela dello Stato. Lui è stato un bambino soldato della 'ndrangheta. "Si cresce in famiglie che ti inculcano la subcultura mafiosa con padri e zii che ti indottrinano al culto della famiglia 'ndranghetista. Cominciano portandoti le armi in casa, insegnandoti a pulirle, a maneggiarle, a caricarle e magari ti fanno ripetere il "giochino". Poi ti fanno vedere i fucili da assalto e tu che sei piccolo ne rimani affascinato. Assisti a perquisizioni, agli arresti, ti insegnano a disprezzare le forze dell'ordine. Sono tutte cose che alla fine, da bambino, ti condizionano e ti segnano la vita".
Bonaventura ricorda anche che veniva spesso portato al macello dove gli insegnavano a squartare gli animali ad avere confidenza con il sangue. "All'epoca io queste cose non le capivo, poi da grande ho compreso che era un modo per farmi prendere dimestichezza con la morte".
Bonaventura racconta che queste pratiche aiutano quando si commette il primo omicidio: "Fino al momento che spari non senti niente". Ancora oggi il clan praticano l'educazione criminale nei confronti dei bambini come dimostrano due recenti indagini in Piemonte e in Calabria. Per esempio nelle intercettazioni tratte dagli atti della direzione distrettuale antimafia di Torino, sfociata nelle operazioni "Criminal Consulting" e "Pugno di ferro" dell'ottobre 2019, si sente un uomo che dialoga con dei ragazzini e li invita a sentirsi orgogliosi di appartenere alla 'ndrangheta.
Oppure negli atti di un'inchiesta del settembre 2019 della procura di Reggio Calabria in cui un boss della piana di gioia Tauro addestra il figlio di otto anni al crimine. Nell'ordinanza si legge che il figlio minorenne di uno degli indagati non solo si rivelava consapevole dell'attività svolta dei genitori coinvolti in un commercio di stupefacenti, ma vi partecipava anche suscitando l'ammirazione del padre che osservava orgogliosamente che un giorno "gli avrebbe fatto le scarpe". Il trafficante di droga parlava tranquillamente con il figlio delle dosi e di armi istruendolo anche su come venivano risolti i contrasti con i fornitori internazionali.
"Che facevano ? una guerra succedeva qua - diceva - avevano Kalashnikov tutto così lo potevi ammazzare lo sotterravi e non sapeva niente nessuno invece i colombiani venivano qua e sai che facevano? il macello".
Il presidente del tribunale di minori di Reggio Calabria Roberto di Bella dopo aver visto per anni bambini utilizzati nel trasporto di droga e di armi o nella cura dei latitanti ha cominciato a sperimentare provvedimenti di allontanamento dei minori dalle famiglie di ndrangheta. Provvedimenti che ovviamente valutano situazioni caso per caso. Ad oggi il tribunale dei minori di Reggio Calabria ha adottato 60 provvedimenti di allontanamento dalle famiglie nei confronti di 70 minorenni. Al momento 30 nuclei familiari hanno abbandonato la Calabria dissociandosi dalle logiche criminali.
"Mi ricordo di un ragazzino coinvolto a pieno titolo dell'attività della sua famiglia e che era costretto a trasportare armi da guerra e ad assistere al taglio delle dosi di droga. Ora il padre in carcere ed il ragazzino in un'altra località ed è finalmente libero, libero di studiare, di muoversi, di essere, ora che è più grande, un adolescente normale". Di Bella ha portato questa sua esperienza in un libro di recente pubblicazione "Liberi di scegliere", dove racconta le storie di questi ragazzi, i loro traumi e i loro sogni.
"Anche noi collaboratori di giustizia in qualche modo abbiamo portato via i nostri figli dai tentacoli dei clan. Loro fanno una vita di sacrifici, che non hanno scelto, rischiando la vita per gli errori che noi abbiamo commesso e subendo una serie di disfunzioni e difficoltà". Spiega Bonaventura che grazie anche al sostegno di sua moglie ha fondato l'associazione sostenitori dei collaboratori e testimoni di giustizia e sta creando una ong per difendere i minori che crescono negli ambienti mafiosi "Stop mafia's children soldiers".
"Noi togliamo i nostri figli dalle origini per portarli in un ambiente migliore - spiega Giovanni Sollazzo, tesoriere del comitato sostenitori dei collaboratori e testimoni di giustizia - in quanto nelle nostra terra potrebbero diventare possibile manovalanza della criminalità organizzata. Quindi li sradichiamo da quel territorio e li portiamo in un territorio sano ma in un certo senso anche a loro ostile, perché vengono esposti a molti pericoli e a molte discriminazioni: dobbiamo insegnargli a dire le bugie perché non possono dire il papà che lavoro fa, non possono dire da dove vengono né dove abitano, non possiamo avere il nome sul citofono di casa e a scuola sono facilmente individuabili. Per questo ci sarebbe bisogno di maggiore attenzione da parte del legislatore nei confronti dei familiari dei collaboratori e dei testimoni di giustizia perché possano avere una vita normale". Spesso però i ragazzini raggiungono una maturità ed una sensibilità a volte inaspettata: "Era la festa del papà - racconta Luigi Bonaventura - e ricevetti una lettera dai miei figli. C'erano scritte tante cose belle mi ringraziavano per le cose che riuscivo a dargli, per i regali e per l'affetto. Sembrava una lettera ordinaria di bambini normali. Invece alla fine c'era la sorpresa, perché nelle ultime righe scrissero: papà grazie soprattutto perché non ci hai condotto verso il percorso di una vita criminale".
di Ugo Grassi*
Il Riformista, 13 novembre 2019
Il decreto fiscale prevede, com'è noto, l'abbassamento delle soglie di punibilità per talune fattispecie penali introdotte nel 2000 con il d.lgs. n. 74 - portate da centocinquanta a centomila euro - oltre a un aumento delle pene minime e massime. Il provvedimento è stato difeso dal governo sostenendo che in questo modo saranno colpiti i grandi evasori così che chi evade centinaia e centinaia di migliaia di euro sarà finalmente punito con il carcere.
Ma bisogna dirlo con franchezza: abbassare la soglia a centomila miro non serve a niente e fa solo male. Fa male perché per condannare un vero evasore in più (si noti che i reati in questione sono reati esclusivamente dolosi) ne processeremo tanti altri che hanno solo commesso degli errori. Tralascio di valutare l'incremento delle pene per dedicarmi all'abbassamento delle soglie di punibilità, in quanto è stato questo aspetto a essere oggetto delle maggiori critiche. Il principio di base sembra ovvio: se evadi vai in carcere.
L'evasione fiscale è un atto antisociale lesivo degli interessi della collettività, su questo non c'è dubbio. Ma se è così, allora, perché punire solo chi evade per somme superiori ai centomila euro? Non è forse spregevole anche trattenere illecitamente novantamila o anche solo cinquantamila euro?
La risposta è sì, solo che le soglie di punibilità non sono previste allo scopo di far salvi taluni evasori, bensì per evitare di processare coloro che sono incorsi in un errore, che è tanto più probabile tanto più la fattispecie incriminatrice descrive in modo non del tutto preciso gli indicatori dell'avvenuta evasione fiscale. Sarà sorprendente per il non addetto ai lavori scoprire che esistono fattispecie di reato senza soglia di punibilità o con soglia di soli trentamila euro! In sintesi, con molte approssimazioni. Esistono quattro principali ipotesi di reati fiscali (le altre sono derivate o similari e per brevità non ne parlerò).
Le prime due si perfezionano o con fatture false o altri artifici, la quarta è ipotesi omissiva (omessa dichiarazione). Interessante la terza perché è una sorta di ipotesi residuale che si perfeziona se non ricorrono le altre più precise fattispecie.
La prima ipotesi di reato non ha alcuna soglia di punibilità, ed è logico perché c'è un elemento chiaro e preciso che diviene un puntuale spartiacque tra il lecito e l'illecito. La seconda è un po' meno "precisa", e lì il legislatore ha previsto come soglia di punibilità la cifra di trentamila euro. Interessante è la terza: "dichiarazione infedele".
Questa è la più imprecisa di tutte giacché ricorre in via principale alla nozione di "elementi passivi esistenti", ed è noto in dottrina e in giurisprudenza che tale formula crea non pochi problemi in sede interpretativa.
Proprio questa imprecisione ha indotto il legislatore a contemperare la descrizione dell'illecito con una soglia più alta di punibilità proprio per evitare che venga processato anche chi ha solo commesso degli errori, i quali, si noti, potrebbero anche solo essere l'effetto di una divergenza con l'ente accertatore sui criteri di valutazione degli elementi passivi.
Agevole comprendere che più si abbassa la soglia più aumenta il numero di coloro che hanno solo commesso uno sbaglio. Abbassare la soglia a centomila euro è come curare il cancro con una aspirina. Non serve a niente e fa solo male: a parte che come detto aumenteranno i processi a carico di coloro che hanno solo commesso un errore, aumenteranno i costi sociali, e aumenterà il carico riversato sulle procure, che magari non riusciranno neppure più a perseguire chi ha evaso per davvero e in modo consistente.
Il punto è che questa non è materia da decreto. È materia da legge delega, che preveda la stesura di un testo unico in materia fiscale, giacché la normativa fiscale è tra le più caotiche: in questo caos v'è spazio per l'elusione (e l'elusione non è reato) che causa una perdita di gettito, secondo alcune stime, non meno grave di quella causata dall'evasione; ma v'è anche spazio per frequenti errori, errori capaci di trasformarsi in un incubo per il contribuente tutte le volte in cui commessi in buona fede.
Vogliamo contrastare l'evasione? Rendiamo le norme più chiare: diminuiremo l'acqua in cui nuotano i veri evasori; miglioreremo la qualità della vita dei contribuenti e, perché no, anche quella dei commercialisti.
*Senatore M5S. Professore ordinario di Diritto civile. Direttore Dip. di Giurisprudenza, Università "Parthenope" di Napoli
di Pasquale Carotenuto
ilfattovesuviano.it, 13 novembre 2019
"I frigoriferi, a Poggioreale, ci sono da luglio. Al carcere di Secondigliano abbiamo consegnato tutto quello che serve per allestire due stanze, proprio perché, da settembre, è nato il Polo universitario, in collaborazione con la Federico II".
Lo ha dichiarato Samuele Ciambriello, Garante dei detenuti della Campania, durante la trasmissione "Barba e capelli" di radio Crc. "Abbiamo portato il materiale, attraverso i finanziamenti della Regione - ha proseguito Ciambriello. È un risalutato importantissimo. Ci sono più di 60 ragazzi che studiano. Poggioreale? 2.108 distretti. C'è stata una protesta legittima dei detenuti. Ci sono sempre 550 detenuti in più rispetto alla capienza ordinaria.
Voglio denunciare una cosa: il Governo di prima dormiva, quello di adesso non so come svegliarlo. Tre anni fa il ministro delle Infrastrutture ha dato 12 milioni al provveditorato regionale delle opere pubbliche. In tre anni questo provveditorato ha fatto solo due sopralluoghi per attuare le manutenzioni mai avvenute. Non condivido la costruzione di nuove carceri, ma meno persone dovrebbero andare in carcere. Costruissero questo nuovo carcere a Nola. Fate qualcosa, oppure volete che questa miccia prima o poi, scoppi?
Questa immagine sociale che chiunque varchi il portone di Poggioreale sia colpevole è sbagliata. I cellulari, nelle celle, sono oggetti non consentiti. Chi vuole che si parli dei cellulari? Coloro che non regolamentano. Non si mettono in condizioni i detenuti di essere in contatto con le loro famiglie". "Lancio un appello - ha concluso Ciambriello - chi deve scontare unicamente un anno in carcere, possiamo dargli una pena alternativa?".
ansa.it, 13 novembre 2019
Protocollo con Regione e Garante, formazione per 16 e 3 uditori. Un corso qualificante come aiuto cuoco inaugura il Polo professionale del penitenziario di Ancona-Barcaglione, primo esempio strutturato nelle Marche con lo scopo di facilitare il reinserimento dei detenuti nella società. Presto verrà attivato anche un corso di meccanica.
È già partita l'attività, finanziata con 72.900 euro del Fondo sociale europeo, per 16 ospiti del carcere (ci sono anche tre uditori) da formare come aiuto cuoco, figura che supporta lo chef nelle varie fasi di preparazione dei piatti: 600 ore di didattica - sei ore al giorno per quattro giorni ogni settimana - forniranno una qualifica spendibile all'esterno.
L'iniziativa ha visto impegnati il Garante dei diritti, Andrea Nobili, la Regione, il provveditorato dell'amministrazione penitenziaria E-R e Marche per istituire il polo professionale e per avviare i corsi. Non è un'attività "spot", ha rimarcato Manuela Ceresani, la direttrice del penitenziario, ma una formazione che avrà "continuità" grazie alla "sinergia tra le istituzioni". Il progetto è stato presentato all'interno del penitenziario dai protagonisti dell'iniziativa, alla presenza dei detenuti che frequenteranno in corso, pronti con cappelli e divise da cuoco.
A Barcaglione, carcere con custodia attenuata, sono detenute persone che scontano pena definitiva inferiore a otto anni. Nel tempo i vari corsi coinvolgeranno via via i detenuti presenti nella struttura, prevedendo anche stage interni ed esterni: il primo, ha detto Nobili, non riguarda per caso la cucina, eccellenza nelle Marche, che offre "opportunità vere di lavoro".
"È il primo esempio di avvio di un polo formativo professionale in un penitenziario regionale" ha ricordato e vuole dare un "messaggio controcorrente. Siamo convinti che la pena abbia finalità rieducativa, chi ha commesso un errore deve avere opportunità di riscattarsi nella società". L'assessore al Lavoro Loretta Bravi, ha spiegato il dirigente del settore Formazione, ha creduto nel progetto: la Regione mette risorse Fse e docenti nell'ambito di un investimento programmato che riguarda la filiera agroalimentare. Da anni a Barcaglione è attiva una fattoria alimentare, ora si potrà coniugare con cucina di prodotti a km zero.
Il Sole 24 Ore, 13 novembre 2019
Cgue - Granze sezione - Sentenza 12 novembre 2019 causa C-233/18. Un richiedente protezione internazionale colpevole di una grave violazione delle regole del centro di accoglienza presso cui si trova o di un comportamento gravemente violento non può essere sanzionato con la revoca delle condizioni materiali di accoglienza relative all'alloggio, al vitto o al vestiario. Nella sentenza Haqbin (C-233/18), pronunciata il 12 novembre 2019, la Grande Sezione della Corte si è espressa per la prima volta sulla portata del diritto conferito dall'articolo 20, paragrafo 4, della direttiva 2013/33 agli Stati membri di stabilire le sanzioni applicabili quando un richiedente protezione internazionale si sia reso colpevole di una grave violazione delle regole del centro di accoglienza presso cui si trova o di un comportamento gravemente violento. La Corte ha giudicato che la disposizione in parola, letta alla luce dell'articolo 1 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, non consente agli Stati membri di d'infliggere in siffatto caso una sanzione consistente nel revocare, seppur temporaneamente, le condizioni materiali di accoglienza del richiedente relative all'alloggio, al vitto o al vestiario.
Il caso esaminato - Un cittadino afghano è arrivato in Belgio come minore non accompagnato. Dopo aver presentato domanda di protezione internazionale, è stato ospitato in un centro di accoglienza. In detto centro è stato coinvolto in una rissa fra residenti di origini etniche diverse. A seguito di tali fatti, il direttore del centro di accoglienza ha deciso di escluderlo, per un periodo di 15 giorni, dall'assistenza materiale in un centro di accoglienza. Nel corso di detto periodo d'esclusione, il rifugiato, secondo le sue stesse dichiarazioni, ha trascorso le notti in un parco a Bruxelles e presso amici. In siffatte circostanze, il giudice del rinvio, adito di un appello del cittadino afgano avverso la pronuncia di primo grado che respingeva il suo ricorso contro la decisione di esclusione, ha sottoposto alla Corte questioni vertenti sulla possibilità per le autorità belghe di ridurre o revocare le condizioni materiali di accoglienza di un richiedente protezione internazionale nella situazione del cittadino afgano. Peraltro, in considerazione della particolare situazione di quest'ultimo, sorge la questione delle condizioni alle quali una sanzione del genere possa essere inflitta al minore non accompagnato.
La posizione della Cgue - La Corte ha innanzitutto precisato che le sanzioni di cui all'articolo 20, paragrafo 4, della direttiva 2013/33 possono, in linea di principio, riguardare le condizioni materiali di accoglienza. Sanzioni del genere devono nondimeno, conformemente all'articolo 20, paragrafo 5, della stessa direttiva, essere obiettive, imparziali, motivate e proporzionate alla particolare situazione del richiedente, e devono, in tutte le circostanze, salvaguardare un tenore di vita dignitoso.
Orbene, una revoca, seppur temporanea, del beneficio di tutte le condizioni materiali di accoglienza o delle condizioni materiali di accoglienza relative all'alloggio, al vitto o al vestiario sarebbe incompatibile con l'obbligo di garantire al richiedente un tenore di vita dignitoso. Una simile sanzione priverebbe infatti quest'ultimo della possibilità di far fronte ai suoi bisogni più elementari. Inoltre, violerebbe il requisito di proporzionalità.
La Corte ha aggiunto che gli Stati membri hanno l'obbligo di assicurare in modo permanente e senza interruzioni un tenore di vita dignitoso e che le autorità incaricate dell'accoglienza dei richiedenti protezione internazionale devono assicurare, in modo regolato e sotto la propria responsabilità, un accesso alle condizioni di accoglienza idoneo a garantire tale tenore di vita. Esse non possono quindi limitarsi, come intendevano fare le autorità competenti belghe, a fornire al richiedente escluso un elenco di centri privati per i senzatetto che avrebbero potuto accoglierlo.
Relativamente ad una sanzione consistente nel ridurre le condizioni materiali di accoglienza, come la revoca o la riduzione del sussidio per le spese giornaliere, la Corte ha precisato che spetta alle autorità competenti assicurare in ogni circostanza che una sanzione del genere sia, tenuto conto della situazione particolare del richiedente e di tutte le circostanze del caso di specie, conforme al principio di proporzionalità e non violi la dignità del richiedente di cui trattasi. A tale riguardo, essa ha ricordato che gli Stati membri possono, nei casi di cui all'articolo 20, paragrafo 4, della direttiva 2013/33, prevedere misure diverse da quelle vertenti sulle condizioni materiali di accoglienza, come la collocazione del richiedente in una parte separata del centro di accoglienza o il suo trasferimento in un altro centro di accoglienza. Le autorità competenti possono peraltro decidere il trattenimento del richiedente, nel rispetto delle condizioni enunciate dalla direttiva in parola.
Allorché il richiedente è un minore non accompagnato, e quindi una persona vulnerabile ai sensi della direttiva 2013/33, le autorità nazionali devono, nell'adottare sanzioni a titolo dell'articolo 20, paragrafo 4, della medesima, tenere maggiormente conto della situazione particolare del minore e del principio di proporzionalità. Dette sanzioni devono, in considerazione, segnatamente, dell'articolo 24 della Carta dei diritti fondamentali, essere adottate tenendo conto con particolare riguardo dell'interesse superiore del minore. La direttiva 2013/33 non osta peraltro a che le autorità menzionate decidano di affidare il minore interessato ai servizi o alle autorità giudiziarie preposte alla tutela dei minori.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 13 novembre 2019
Non si può aggirare la legge "spazza-corrotti" e stabilire la scarcerazione di chi è stato condannato per reati contro la Pa. Non quando la Corte costituzionale ancora deve pronunciarsi. La Cassazione, con la sentenza n. 45319, depositata lo scorso 7 novembre, ha stabilito che non può essere disposta la sospensione della pena detentiva inflitta per peculato in attesa del giudizio della Consulta.
I fatti: il tribunale di Brindisi ha condannato nel marzo del 2015 un uomo a 2 anni e 8 mesi per diversi episodi di peculato, consumato e tentato; nell'aprile di quest'anno il Pubblico ministero ha emesso l'ordine di carcerazione senza procedere alla sospensione prevista dal Codice di procedura penale. Dal 2019 è infatti in vigore la legge n. 3, che esclude la gran parte dei reati contro la Pa, compreso il peculato, dal beneficio della sospensione della pena.
In sede di incidente di esecuzione, la difesa ha chiesto la dichiarazione di temporanea inefficacia dell'ordine di carcerazione e che venisse sollevata questione di legittimità costituzionale della legge "spazza-corrotti" nella parte in cui restringe l'area dei beneficiari della sospensione. Punto, quest'ultimo, accolto dal Tribunale che ha investito la Corte costituzionale della decisione, ma semaforo rosso invece davanti alla domanda di scarcerazione in attesa del verdetto della Consulta, perché altrimenti si permetterebbe al giudice di anticipare gli effetti della pronuncia di costituzionalità.
La difesa ha fatto ricorso alla Cassazione, sottolineando, tra l'altro, che, la pena sarebbe stata quasi interamente scontata prima del giudizio della Consulta. La Cassazione ha però considerato infondata l'impugnazione, sostenendo l'impossibilità di individuare nell'ordinamento una soluzione che possa permettere di anticipare gli effetti di una dichiarazione di incostituzionalità. La tutela cautelare infatti sul punto appare problematica e impervia l'applicazione in via analogica dell'articolo 670 del Codice di procedura penale sulle questioni che riguardano il titolo esecutivo, dopo che il giudice ha sollevato la questione di costituzionalità.
"Anche in tale ipotesi - osserva la Consulta -, infatti, il menzionato principio del sindacato accentrato di costituzionalità non consente al giudice a quo, che abbia investito la Consulta della relativa questione, per questa via spogliandosi della potestà decisoria, di riappropriarsene sia pure a fini soltanto cautelari".
Come pure, chiude il cerchio la Corte di legittimità, non è possibile un'applicazione analogica dell'articolo 666, comma 7, del Codice di procedura penale che permette al giudice di decidere la sospensione in caso di presentazione di ricorso. L'analogia infatti, spiega la sentenza, costituisce un procedimento interpretativo attraverso il quale una norma estende il suo ambito applicativo oltre i casi espressamente previsti, per andare a disciplinare situazioni estranee ma in rapporto alle quali si può individuare una corrispondenza delle ragioni giustificative. Tuttavia l'analogia non si applica alle misure che fanno eccezione a regole generali. Ed è proprio il caso dell'articolo 666, comma 7, che introduce la possibilità di sospensione in caso di ricorso come eccezione alla disciplina generale che non prevede lo stop.
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