ilfarosulmondo.it, 3 ottobre 2019
Non è cambiata la Libia del prima e dopo Gheddafi per i migranti costretti a transitare in un Paese che non contempla un sistema d'asilo, né ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra sui diritti dell'Uomo. Eppure sono stati stretti nuovi accordi tra la Libia e l'Europa, che vi ha riversato fiumi di finanziamenti, investimenti e contratti per gas e petrolio.
Per i migranti dal 2006 ad oggi nulla è cambiato: la Libia resta un luogo di detenzione brutale e disumana su cui l'Occidente continua a chiudere gli occhi, accrescendo anzi il ruolo di argine coatto, per impedire a chi scappa per salvare la propria vita di raggiungere le coste della Fortezza Europa.
La trappola libica - È l'allarme lanciato dal dossier "0021, trappola libica" della onlus In Migrazione. 0021 come il prefisso internazionale libico: quello che i detenuti compongono sui cellulari che sono riusciti a nascondere per far sentire le loro voci sull'altra sponda del Mediterraneo. Il dossier riporta terribili testimonianze dei profughi. "Ti tirano il cibo in faccia, ti picchiano senza alcun motivo, ti prendono a schiaffi, ti minacciano con i fucili e le pistole, qualsiasi libico ora ha fucili o pistole, te le puntano alle tempie". Così John da Gandufa, uno dei carceri per potenziali "clandestini", sintetizza la Libia vista dai migranti intrappolati a metà strada tra il deserto e il mare, tra il Corno d'Africa (Somalia, Etiopia, Eritrea) e l'Europa. "Siamo come animali legati un po' con la corda lunga...", aggiunge Ahmed.
"Nella stessa stanza di quattro metri per quattro siamo in 17. Qui non c'è scelta, ci facciamo coraggio e cerchiamo di resistere". Chi parla è un minorenne. Insieme a lui e ad altre 500 persone, nel campo della Mezzaluna rossa di Benghazi c'è Ali: "I nuovi arrivati si spaventano subito anche solo guardandoci per come siamo rimasti in otto mesi...". Nelle carceri libiche, donne, uomini e anche bambini sono tenuti a pane e acqua, dormendo per terra senza materassi. Ogni giorno sono sottoposti a umiliazioni e vessazioni da parte della polizia: percosse, botte, stupri e torture. I carceri, i campi di detenzione e le strutture adattate a prigioni in questo paese sono diventate decine e decine: Ganfuda, Majer, Misurata, Abu Salim e al-Zawiya.
Stime di Amnesty International - Secondo le stime di Amnesty International sono operativi 17 centri di trattenimento che ospitano circa 5mila migranti forzati a cui si vanno ad aggiungere le altre diverse migliaia che affollano le carceri comuni e i campi di accoglienza gestiti dai miliziani, stimabili tra le 4mila e le 6mila persone. Il comitato internazionale della Croce Rossa ha visitato 60 strutture a vario titolo detentive in Libia. È noto soprattutto tra i migranti che i centri di detenzione più duri siano nel deserto. Su tutti per condizioni disperate di vita e vessazioni ai danni dei profughi, il campo di Kuhfra e quello Sabha. Quest'ultimo "ospita" al suo interno addirittura 1.300 persone. In questi luoghi e in maniera diffusa e sistematica sono incalcolabili le denunce di trattamenti crudeli e degradanti.
Non rimane che la via del mare, attraversare il mare rappresenta l'unica via per tentare la salvezza. Nonostante le voci corrano e la consapevolezza di rischiare la vita sia alta tra i migranti, non c'è un futuro al quale si possa aspirare e dunque niente da perdere. Prendere il mare può volere dire andare a ingrossare le fila delle quasi 20mila vittime che giacciono sui fondali del Mediterraneo. Per la precisione, dal 1988 ad oggi ci sono stati quasi ventimila morti nel tentativo di raggiungere la "Fortezza Europa".
L'Italia e i migranti - L'Italia - in un quadro più complesso e generale di politiche Ue in materia di immigrazione - ha scelto di delegare di fatto alla Libia il controllo delle frontiere. Lo ha fatto con il patto d'amicizia nel 2008 tra Berlusconi e Gheddafi, rinnovato poi nel 2012 con la ratifica tra il ministro Cancellieri e il suo omologo libico Fawzi Al-Taher Abdulali, (resa pubblica tre mesi dopo). Lo ha confermato nel 2013, quando l'attuale premier Enrico Letta ha incontrato a Roma il primo ministro libico, Ali Zeidan Mohammed rinnovando il ruolo della Libia a difesa d'Europa. Scelte che di fatto delegano un ruolo a un Paese dove non esiste il rispetto dei diritti umani e dei diritti d'asilo. In altri termini si continua quell'approccio all'immigrazione che fu premessa dei famigerati respingimenti collettivi in acque internazionali, che sono costati all'Italia una condanna da parte della Corte Europea dei diritti dell'Uomo. Secondo Simone Andreotti, presidente di In Migrazione, "evitare queste morti non è impossibile. Sarebbe sufficiente permettere a queste persone di ottenere un lasciapassare nelle ambasciate e nei consolati europei nei Paesi di transito, per poter fare richiesta d'asilo in Europa. Una scelta che metterebbe fine alla sofferenza delle persone, che salverebbe tante vite e che spezzerebbe gli interessi del traffico di esseri umani. Un modo per smarcarsi definitivamente dai ricatti di paesi che trasformano l'apertura o la chiusura delle frontiere in un'arma di pressione internazionale.
di Associazione Yairaiha Onlus
quicosenza.it, 2 ottobre 2019
Quando si parla di lavoro intramurario è difficile immaginare il lavoro svolto dai detenuti come un lavoro "normale". Nella percezione comune il lavoro in carcere equivale ad una estensione della pena stessa con funzione retributiva sfiorando, pertanto, l'idea tanto cara a certa politica, che auspica la reintroduzione dei lavori forzati.
di Errico Novi
Il Dubbio, 2 ottobre 2019
Schiarita lontana sulla prescrizione, non su tutto il ddl. Sulla prescrizione l'intesa tra M5S e resto della maggioranza è in alto mare. A maggior ragione dopo le parole di Renzi, che sul tema ha minacciosamente prefigurato "suggerimenti in aula", e dopo i 5 giorni di astensione proclamati dall'Unione Camere penali.
affaritaliani.it, 2 ottobre 2019
Sono circa 200 i detenuti in attesa di un posto in Rems: 43 solo nel Lazio. A Rebibbia c'è Giacomo Sy, arrestato a luglio 2018 per un furto da 60 euro. È detenuto illegalmente da quattro mesi, dopo aver scontato la pena a cui era stato condannato: da alcuni giorni è in isolamento, Giacomo Sy, 25 anni, destinato a una Rems ma, in mancanza di posti, dal 2 luglio 2018 rinchiuso a Rebibbia, dove da alcuni giorni è in isolamento, perché i suoi problemi psichiatrici (un bipolarismo aggravato dall'uso di sostanze) sono aggravati dalla detenzione prolungata e dalla mancanza di cure appropriate.
di Luca Cereda
lifegate.it, 2 ottobre 2019
La testimonianza di una vittima della strage di Piazza della Loggia: "Non lasciamo i detenuti isolati", ma accompagniamoli in un percorso di giustizia riparativa. "Colui che viene condannato viene visto esclusivamente attraverso gli occhi della legge. Viene considerato colui che ha commesso il reato. Ma chi è questa persona? Come mai ha commesso violenza, di qualsiasi tipo, contro qualcuno e contro la comunità? Abbiamo bisogno anche di rispondere a queste domande. Non dobbiamo dimenticare mai che il reo è una persona e non un mostro".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 2 ottobre 2019
La denuncia del Garante al Dap: "si rischiano proteste, il sistema è al collasso". I detenuti vengono dislocati da altre carceri per motivi disciplinari o per la chiusura di alcune sezioni. Solo negli ultimi tre mesi sono stati 50 i casi.
Trasferimenti continui al carcere di massima sicurezza di Parma che già risente problematiche di sovraffollamento e criticità come il centro clinico, già in affanno, visto il numero consistente di detenuti con problemi fisici.
Una movimentazione che, com'è stato evidenziato da Il Dubbio, riguarda la "girandola dei detenuti", trasferiti di continuo da un carcere all'altro per motivi disciplinari o per la chiusura delle sezioni. Così com'è avvenuto al carcere di Voghera, dove è stata chiusa la sezione di alta sicurezza AS1 e quindi sono stati trasferiti i detenuti che vi erano reclusi in quello di Parma. A questo si aggiunge, negli ultimi tre mesi, un arrivo netto di 50 detenuti reclusi nella sezione AS3 da altre carceri.
Diversi, ad esempio, provengono dal carcere di Secondigliano. Per questo motivo, il garante locale dei detenuti del carcere di Parma ha inviato una lettera urgente al capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Francesco Basentini, per ripristinare il rispetto dei diritti dei detenuti, in un carcere nel quale non è presente un direttore con nomina stabile dall'ottobre del 2011 e caratterizzato per la sua complessità, dovuta da una parte all'elevato numero di circuiti detentivi, come le sezioni di media e alta sicurezza, 41bis compreso.
Il Garante Cavalieri, tramite la lettera al Dap, spiega che il trasferimento a Parma di circa 50 detenuti AS3 dallo scorso mese di luglio ad oggi e, recentemente, l'assegnazione dal carcere di Voghera di 10 detenuti AS1, sette dei quali con ergastolo ostativo, che portando a 129 gli ergastolani presenti ovvero il 20% dei reclusi, ha "compromesso la vivibilità delle celle per i detenuti con lunghe condanne e, spesso, costretto i detenuti a vivere con un compagno malato, anch'esso bisognoso di maggior tutela" e accade che "i detenuti, pur di non vivere in cella con un compagno, preferiscono farsi rinchiudere nelle celle di isolamento e avviare forme di proteste".
Ma non solo: "Nel reparto di media sicurezza - denuncia il garante locale - si assiste all'arrivo da altri istituti di detenuti con forti problematiche disciplinari che, inevitabilmente, peggiorano la qualità delle relazioni tra detenuti e tra detenuti e operatori penitenziari, arrivando così al verificarsi di eventi critici che hanno superato, nel numero, la soglia della normale tollerabilità da parte di un sistema che sempre più si espone alla concreta possibilità del verificarsi di eventi irreparabili e drammatici".
D'altronde, come detto, grava anche il sovraffollamento. Il garante locale Cavalieri spiega che "sabato scorso, 21 settembre, i detenuti presenti erano 646 contro una capienza regolamentare di 455 persone, ben 191 detenuti di troppo con inevitabile deperimento della qualità dei servizi interni, dell'accesso al lavoro dei reclusi e dei lunghi tempi di attesa per interventi di tipo sanitario".
Raggiunto da Il Dubbio, il garante locale del carcere di Palma fa notare anche una contraddizione. "Recentemente - spiega Cavalieri - è stata siglata dal Dap una convenzione con l'università di Parma, creando un polo universitario in carcere, il quale prevedeva nelle sezioni di alta sicurezza delle celle singole per i detenuti che fanno studi universitari. Chiaro che, con questi trasferimenti, le celle singole non ci sono più".
Ma, ricordiamo, c'è anche il problema delle assegnazioni di detenuti per motivi sanitari che superano il numero dei posti presenti nei reparti di assistenza intensiva e paraplegici. "Sono decine quelli qui destinati perché è presente un reparto di assistenza intensiva (Sai) - denuncia il garante locale - che però non risulta avere posti letto liberi, occupati da detenuti con degenze lunghissime, anche di molti mesi e pertanto con un ricambio praticamente inesistente".
E cosa accade di conseguenza? "Ciò costringe detenuti parimenti ammalati, rispetto a quelli ricoverati al Sai - spiega il garante Cavalieri- a restare in celle ordinarie di sezioni ordinarie, con i conseguenti problemi di conciliazione tra necessità sanitarie e spazi detentivi inadeguati".
lanuovacalabria.it, 2 ottobre 2019
Sub judice la nomina del Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Calabria. L'ex Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani, Emilio Enzo Quintieri, anch'egli candidato alla carica di Garante, difeso dall'Avvocato Fabio Spinelli del Foro di Paola, ha impugnato il Decreto n. 5 del 30 luglio 2019, con il quale il Presidente del Consiglio Regionale Nicola Irto, sostituendosi all'Assemblea Legislativa, ha nominato l'Avv. Agostino Siviglia del Foro di Reggio Calabria, Garante Regionale dei Diritti delle persone detenute e private della libertà personale.
Il ricorso è stato presentato al Tribunale Amministrativo Regionale della Calabria, Sezione Staccata di Reggio Calabria, al quale è stato chiesto non solo l'annullamento del Decreto perché illegittimo per vari motivi in fatto e in diritto, ma anche la sospensiva dello stesso, in attesa della definizione del giudizio. Oltre a Quintieri ed a Siviglia, in corsa per la carica di Garante, vi erano altri quindici candidati, dichiarati idonei dall'Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale con Deliberazione del 23 ottobre 2018.
Altri tre aspiranti, invece, sono stati esclusi perché privi dei requisiti stabiliti. La Regione Calabria, una delle ultime in Italia, con Legge Regionale n. 1/2018 ha istituito il Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti, prevedendo all'Art. 3 che, il medesimo, debba essere eletto dal Consiglio Regionale con deliberazione adottata a maggioranza dei due terzi dei Consiglieri assegnati e che in mancanza di raggiungimento del quorum, dalla terza votazione, l'elezione avvenga a maggioranza semplice.
Dopo innumerevoli sollecitazioni, il 24 ottobre, la Proposta di Provvedimento Amministrativo n. 234/10 "Elezione del Garante Regionale dei Diritti delle persone detenute o private della libertà personale" veniva depositata presso la Segreteria Assemblea del Consiglio Regionale e comunicata all'Aula nella seduta del 16 novembre e rimase ferma per molti mesi fino all'11 marzo 2019 quando, per la prima volta, venne iscritta all'ordine del giorno del Consiglio Regionale. In tale seduta, però, a seguito della rivisitazione dell'ordine del giorno, non venne trattata e rinviata alla seduta del 15 aprile ma, anche in tale seduta, per altra rivisitazione dell'ordine del giorno e per la mancanza del numero legale poiché la maggioranza aveva abbandonato l'aula, venne ulteriormente rinviata alla seduta del 29 aprile.
Come nelle altre occasioni, in tale seduta, vi fu una rivisitazione dell'ordine del giorno e la elezione del Garante Regionale, su proposta del Capogruppo del Pd Sebastiano Romeo, approvata dall'Aula, venne rinviata a data da destinarsi. Successivamente, nonostante vi furono altre quattro sedute dell'Assemblea Regionale (28 maggio, 17 giugno, 24 giugno e 15 luglio), la questione non venne più iscritta all'ordine del giorno, nonostante una diffida in tal senso, fatta da Quintieri, all'Ufficio di Presidenza ed alla Conferenza dei Capigruppo Consiliari.
Fino a quando, lo scorso 30 luglio, il Presidente Irto, esercitando il "potere sostitutivo", procedeva alla nomina del Garante Regionale, scegliendo l'Avv. Siviglia, peraltro in carica come Garante dei Diritti dei Detenuti del Comune di Reggio Calabria nonché Console della Repubblica di Tunisia per la Calabria, scrivendo nel provvedimento che tale potere gli era stato conferito dal Consiglio Regionale, con decisione unanime, assunta nella seduta del 29 aprile. Tale circostanza non risponde al vero poiché né nella seduta indicata né in altre, il Consiglio Regionale, si è mai pronunciato in merito, oltre al rinvio dell'elezione a data da destinarsi.
Ritengo che la nomina del Garante sia illegittima ed annullabile - dice l'ex Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani - poiché il Presidente Irto non poteva, nella maniera più assoluta, nominare detta Autorità, spettando tale prerogativa esclusivamente in capo al Consiglio Regionale, come prevede lo Statuto Regionale, la Legge Regionale istitutiva ed il Regolamento Interno del Consiglio Regionale. Quanto al "potere sostitutivo" non poteva essere esercitato dal Presidente perché la Legge Regionale che ha istituito il Garante, non gli ha attribuito espressamente tale potere; l'Art. 113 comma 2 del Regolamento Interno del Consiglio Regionale è molto chiaro e preciso prevedendo che il Presidente possa sostituirsi all'Assemblea "qualora la Legge attribuisca esplicitamente tale potere".
Ma non è solo una questione di "incompetenza relativa" e violazione e falsa applicazione delle disposizioni legislative, statali e regionali, vi sono altri motivi, tutti eccepiti nel ricorso, che rendono il decreto di nomina illegittimo: eccesso di potere e violazione di legge per difetto di motivazione e di istruttoria, violazione dei principi di legalità, trasparenza e imparzialità dell'azione amministrativa.
La nomina del Garante, per quanto di natura fiduciaria - conclude il radicale Quintieri - non è un "atto politico" che può essere svincolato da qualsiasi obbligo di motivazione che renda conto della ragione della scelta operata che appare arbitraria, ingiusta, illogica ed irragionevole. Nel decreto impugnato non risultano esplicitate, neppure in maniera sintetica, le ragioni che hanno indotto il Presidente Irto a scegliere, tra più candidati ritenuti idonei, un aspirante all'incarico rispetto agli altri.
Il Tribunale Amministrativo Regionale di Reggio Calabria, ricevuto il ricorso e l'istanza di sospensiva, ha già provveduto a fissare la Camera di Consiglio per il prossimo 2 ottobre alle ore 9, in cui il Collegio giudicante deciderà se sospendere o meno l'efficacia del provvedimento impugnato. Non è escluso che, all'esito della Camera di Consiglio, il Tribunale, trattenga la causa in decisione, pronunciando una sentenza in forma semplificata.
I Giudici Amministrativi che si occuperanno del caso saranno Caterina Criscenti, Presidente e Relatore, Agata Gabriella Caudullo, Referendario ed Antonino Scianna, Referendario. Al momento si è costituito in giudizio, con una "memoria di stile", senza alcuna critica al ricorso, il Presidente della Regione Calabria On. Mario Oliverio, difeso dall'Avvocato Angela Marafioti dell'Avvocatura Regionale di Reggio Calabria.
di Iuri Maria Prado
Il Dubbio, 2 ottobre 2019
Il "reddito" alla Saraceni. È ben comprensibile che abbia portato polemica il reddito di cittadinanza ottenuto da Federica Saraceni, giudicata corresponsabile dell'omicidio di D'Antona. Ma si crede che non abbia torto chi, come il padre Luigi, si domanda amaramente se sia giusto che lo Stato non riconosca a una condannata senza mezzi altra scelta, per sopravvivere, che quella di prostituirsi.
È chiaro che si tratta in questo caso di una dichiarazione, diciamo così, interessata, e qualcuno potrebbe - non senza ragione - obiettare che forse chi è in rapporti così intimi con il responsabile di un delitto indiscutibilmente terrificante dovrebbe sorvegliare con un supplemento di delicatezza le proprie manifestazioni. Ma queste sono faccende di stile, mentre nel merito è sicuro che se la legge attribuiva quel diritto a quella persona non si vede per quale motivo mai bisognerebbe revocarglielo.
E qui si viene alla polpa della questione. In buona sostanza, l'idea (sbagliatissima) è questa: che quella provvidenza di Stato, il reddito di cittadinanza, non dovrebbe potersi concedere al responsabile di questo o quel delitto. Ma non ci si rende conto della pericolosità di una simile idea. Si può pensare infatti quel che si vuole della opportunità o no che lo Stato conceda queste provvidenze, e c'è una buona somma di argomenti adunati a spiegare che è sbagliatissimo concederle (non a quella condannata, ma a chiunque).
Ma il requisito per riceverne dovrebbe risiedere nella condizione di bisogno, non nel fatto che il percipiente possa vantare un curriculum umano che compiace. E la reazione "democratica" che va montando a proposito di questa vicenda sembra nutrita esattamente dal pregiudizio secondo cui non è il bisogno a giustificare il riconoscimento della provvidenza, ma il fatto che a richiederla sia una persona, per capirsi, "per bene".
Da lì a stabilire che il reddito di cittadinanza può ottenerlo solo chi vota per Tizio o Caio, o chi come Tizio o Caio la pensa, il passo è molto breve. Dice: ma qui non si tratta di voti o pensieri, ma di comportamenti criminali e tra i più immotivati e feroci. E sia. Ma è un'obiezione che non spiega in nessun modo, come dovrebbe comportarsi l'ordinamento davanti a uno stato di bisogno che non può vantare il supplemento di un passato incensurato. Che cosa ne facciamo, di questi? Siccome sono stati cattivi mettiamo nella legge che non hanno diritto di essere in stato di bisogno?
met.provincia.fi.it, 2 ottobre 2019
Il Garante dei detenuti della Toscana ha visitato la struttura penitenziaria in provincia di Siena: "Rispettare la capienza regolamentare, fare migliorie e rilanciare il polo universitario e scolastico"
Rispettare la capienza regolamentare, intervenire con delle migliorie minime, rilanciare il polo universitario e la sezione scolastica. Sono questi i suggerimenti principali avanzati da Franco Corleone, garante dei diritti dei detenuti della Toscana, per ristabilire un buon clima di vivibilità all'interno del carcere di San Gimignano, di recente al centro delle cronache per una vicenda di presunte torture ai danni di alcuni carcerati sulla quale sta indagando la procura di Siena.
Corleone ha avanzato queste proposte al termine di una visita all'interno della struttura carceraria, nella quale è stato accompagnato dalla garante dei detenuti di San Gimignano, Sofia Ciuffoletti. Nel corso della visita Corleone ha avuto un colloquio con il direttore del carcere e con il comandante degli agenti di polizia penitenziaria, entrambi in servizio da pochi mesi nella struttura, e con il responsabile dell'area educativa. "Al centro dei colloqui - ha dichiarato Corleone - ci sono stati i temi che ritengo necessari per rendere più dignitosa la permanenza in carcere dei detenuti e le condizioni di lavoro degli agenti di polizia penitenziaria".
Il Garante regionale ha osservato che il carcere di San Gimignano, trovandosi in aperta campagna, presenta difficoltà per i trasporti, il regolare approvvigionamento idrico e le comunicazioni telefoniche. "Queste difficoltà vanno rimosse - ha detto, - per superare i problemi di gestione della struttura e per riaffermare in toto i principi costituzionali del rispetto dei diritti umani e della dignità della persona. Dobbiamo cioè garantire che i detenuti trovino le condizioni per un percorso di possibilità per un loro reinserimento sociale al termine del periodo di pena e che gli agenti penitenziari possano svolgere un lavoro efficace e non alienante, visto che in passato, in questa struttura, ci sono stati casi di agenti che si sono tolti la vita".
Oggi nel carcere di San Gimignano sono presenti 358 detenuti (128 qualificati di media sicurezza, per reati connessi, per la gran parte, a spaccio e consumo di droga, e gli altri 230 qualificati di alta sicurezza). L'amministrazione penitenziaria ha avanzato l'ipotesi di eliminare la presenza di carcerati qualificati di media sicurezza e di prevedere la presenza solo di detenuti qualificati di alta sicurezza.
"Può anche essere una soluzione per dare omogeneità alla struttura e al trattamento delle persone - commenta Corleone - però a mio parere si può fare solo rispettando la capienza regolamentare dei detenuti, che è stabilita in 250. Lo si può fare con un intervento minimo, che è quello trasformare in celle singole tutte le celle oggi a doppia branda. Ma accanto a questo servono anche altri interventi di riqualificazione complessiva della struttura e delle condizioni di vita".
Il Garante della Toscana ritiene importante potenziare il polo universitario, che attualmente interessa 30 detenuti. "Questa - spiega - è una delle sezioni in cui togliere la doppia branda dalle celle e dove prevedere la creazioni di spazi da dedicare a biblioteca e stanze per lo studio, dotate di computer e utilizzabili per ospitare i tutor e i professori per i momenti di lezioni e per gli esami". Serve anche creare un'apposita sezione scolastica attrezzata, ha aggiunto ancora Corleone, anche per i detenuti iscritti all'Istituto alberghiero Ricasoli.
Corleone ha spiegato che con il direttore del carcere è stato concordato di applicare il regolamento per la parte che riguarda la presenza di refettori o mense, "così da rendere conviviale il momento del consumo dei pasti", e di eliminare i pesanti sgabelli di legno, scomodi e in passato usati come arma per offendere, con "sedie in plastica, leggere e ignifughe, che permettano di riposare anche la schiena".
Interventi necessari sono stati individuati anche per la sistemazione dei bagni delle celle, che sono privi di doccia e acqua calda. "Superare l'uso delle docce comuni - afferma Corleone - è una questione di rispetto della dignità della persona e è utile a evitare sprechi di acqua e a mitigare alcune criticità igieniche. A questo proposito sarebbe importante anche dotare di un lavandino esterno ogni bagno, così da non dover sciacquare un bicchiere o un piatto in prossimità del gabinetto".
I detenuti hanno sollecitato al garante anche la possibilità di poter accedere a più canali televisivi, anche per rispondere al bisogno dei detenuti stranieri di poter fruire della televisione. "C'è una soluzione in corso e speriamo di risolvere il problema in tempi brevi", dice il Garante. Dopo l'incontro con gli agenti, Corleone ritiene importante "garantire un'abitazione a chi lavora all'interno del carcere, affinché non sia costretto a dormire in caserma".
"All'amministrazione penitenziaria - aggiunge Corleone - chiedo che si riconosca al direttore del carcere, che è formalmente il direttore di Arezzo e qui viene per quattro volte a settimana, una soluzione di vita consona per il lavoro straordinario che fa, sacrificando la famiglia che è residente a Lecce".
Corleone, infine, ricorda l'appuntamento del 22 ottobre prossimo in Consiglio regionale per la presentazione di uno studio sulla correlazione droga e carcere. "Regolamentare la questione detentiva in relazione ai reati di droga - conclude - ci aiuterebbe forse a risolvere il problema del sovraffollamento nel carcere di San Gimignano e in altre strutture detentive della regione e del Paese".
di Michele Damiani
Italia Oggi, 2 ottobre 2019
L'avvocato può portare il computer in carcere per lo svolgimento del colloquio con il proprio cliente. Per ottenere l'autorizzazione, però, è necessario che il legale descriva dettagliatamente le ragioni che rendano "indispensabile l'ausilio di strumentazione informatica durante il colloquio". È quanto affermato dalla Corte di cassazione nella sentenza n. 38609/2019.
La Corte ha respinto il ricorso di un avvocato al quale era stata negata la possibilità di svolgere il colloquio con il proprio pc. Nel motivare l'inammissibilità del ricorso, la Corte ha evidenziato in quali casi l'avvocato possa entrare in carcere con il proprio dispositivo. Per prima cosa "si impone la preliminare necessità di verifi care in che termini un'istanza del genere sia funzionale all'esercizio di difesa". La questione, infatti, "non è quella di stabilire in astratto se il difensore possa entrare o meno in carcere con il suo pc".
Piuttosto, è necessario che "siano adeguatamente illustrate dal difensore le ragioni che rendano realmente indispensabile l'ausilio di strumentazione informatica". Nel caso di specie, l'avvocato aveva motivato l'utilizzo del portatile affermando l'esistenza di un "corposo fascicolo penale" che il cliente avrebbe dovuto visionare e non avrebbe potuto farlo senza un pc.
Per la Corte, la motivazione è del tutto generica, in quanto "non sono state specificate le ragioni per cui non era stato possibile stampare tutti gli atti processuali necessari"; inoltre si potevano superare le criticità "utilizzando uno dei computer in dotazione alla struttura, mediante l'utilizzo di files esterni", come una pennetta Usb.
"L'introduzione di un pc potrebbe favorire, anche tramite l'uso di internet, l'accesso a informazioni estranee a quelle strettamente funzionali alla conoscenza degli atti processuali utili all'esercizio delle prerogative difensive". Nel caso in cui, per esempio, sia stata verificata e dettagliata l'assoluta impossibilità di utilizzare documenti cartacei o l'assenza di pc interni alla struttura, l'introduzione sarebbe stata concessa.
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