agenziadire.com, 4 ottobre 2019
In Lombardia ci sono circa 8.500 detenuti di cui circa 3.500 a Milano. Più del 33% sono stranieri e circa il 40% ha alle spalle una storia di tossicodipendenza. I problemi principali che si incontrano, a livello sanitario, tra i detenuti sono, tra i vari, la tossicodipendenza, il disagio psichico, le malattie infettive, le malattie croniche come ad esempio la bronchite cronica.
Se ne parla a Milano, presso l'Auditorium Testori del Palazzo Lombardia, durante la prima giornata del XX Congresso Nazionale Simspe, Agorà Penitenziaria 2019, intitolato "Il carcere è territorio". Circa 200 i partecipanti, provenienti da tutta Italia. L'appuntamento, organizzato in collaborazione con Regione Lombardia e Simit - Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali, presieduto dal Roberto Ranieri, Coordinatore Sanità Penitenziaria Regione Lombardia, rappresenta il momento di confronto fra tutti coloro che, a vario titolo, si occupano di sanità e di salute all'interno degli Istituti Penitenziari e che intende fornire spunti per una riflessione approfondita del fare Salute in carcere.
La regione Lombardia conta 18 istituti penitenziari sui 190 nazionali. Qui la capienza regolamentare stabilita per decreto dal ministero della Giustizia sarebbe di 6.199 detenuti, ma l'ultimo censimento ufficiale ha contato 8.472 reclusi (1.306 già condannati ma non in via definitiva e 1.098 ancora in attesa del primo grado di giudizio). Queste stime confermano che la Lombardia è la regione d'Italia con il maggior numero di detenuti. A seguire la Campania (7.606), il Lazio (6.483) e la Sicilia (6.396). In un clima altamente esplosivo.
"La regione Lombardia presenta una caratteristica: qui la salute penitenziaria resta in carico alle Aziende Ospedaliere, mentre nelle altre ragioni italiane è gestita dalle ASL - dichiara Roberto Ranieri, Presidente del XX Congresso Simspe - L'accesso alle cure è garantito con pari dignità rispetto al cittadino libero in tutte le Regioni, ma alcune, soprattutto quelle autonome, non hanno ancora applicato tutti i criteri previsti nel decreto di passaggio dal Ministero della Giustizia a quello del Welfare che risale all'aprile 2008".
L'attualità insegna che gli abusi fisici nelle carceri esistono, seppur se ne parli pochissimo. Un argomento spinoso, delicato, ma che deve essere comunque affrontato, così da trovarne soluzioni e correzioni nelle pratiche. Secondo i dati dell'Osservatorio Antigone, nel corso del 2018 si sono registrati 120 nuovi casi, quindi un episodio ogni tre giorni, relativi a presunti abusi, maltrattamenti, diritti non rispettati e condizioni strutturali allarmanti. Sono inoltre aumentate le violenze carnali tra detenuti e quadruplicate, secondo il Sindacato Penitenziari, le aggressioni nei confronti dei poliziotti penitenziari.
"Nelle nostre carceri possiamo distinguere due tipi di riferiti abusi - specifica il Dott. Ranieri - quelli legati a violenza anche sessuale tra detenuti e quelli operati dal personale di polizia penitenziaria. Dei primi c'è poca conoscenza, anche perché i detenuti stessi preferiscono non ammetterli, i secondi sono sicuramente in diminuzione, anche per un'azione decisa dell'Amministrazione Penitenziaria".
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 4 ottobre 2019
Corte costituzionale - Sentenza 3 ottobre 2019 n. 219. L'illegittimità della perquisizione non ha come conseguenza l'inutilizzabilità a fini probatori del sequestro del corpo del reato che resta un atto dovuto. La Consulta, sentenza n. 219 di oggi, ha dichiarato inammissibile in quanto avrebbe richiesto un intervento additivo e manipolativo del codice di procedura penale, la questione di costituzionalità proposta dal Gup di Lecce in relazione alla utilizzabilità della prova raggiunta in modo non corretto.
A seguito di una perquisizione personale eseguita dai Carabinieri nei confronti dell'imputato per asseriti "atteggiamenti sospetti", gli erano stati trovati in tasca tre involucri di sostanza stupefacente. A questo punto i militari avevano esteso la perquisizione all'abitazione, dove avevano rinvenuto il resto della droga sottoposta a sequestro. Così stando le cose, secondo il giudice rimettente si sarebbe dovuta desumere l'automatica "inutilizzabilità" degli atti di sequestro, attraverso il "trasferimento" su di essi dei "vizi" relativi agli atti di perquisizione personale e domiciliare dai quali i sequestri sono scaturiti.
Per la Consulta, la tesi secondo la quale la illegittimità della perquisizione dovrebbe condurre - come soluzione costituzionalmente imposta - alla "inutilizzabilità" del sequestro del corpo del reato, "secondo la nota teoria dei "frutti dell'albero avvelenato", rinverrebbe la propria ragion d'essere nella circostanza che l'art. 191 c.p.p. svolgerebbe una funzione di tipo "politico costituzionale", disincentivando le violazioni finalizzate all'acquisizione della prova". In tal modo però osserva la Consulta si "finisce ineluttabilmente per coinvolgere scelte di "politica processuale" che la stessa Costituzione riserva al legislatore". Il giudice del rinvio cioè si pone un obiettivo ben specifico: "disincentivare gli abusi (o quelli che lui ipotizza esser tali) rendendo gli abusi stessi "non paganti" sul piano processuale, attraverso un passaggio che estende ad un atto in sé valido (il sequestro) la illegittimità (e inutilizzabilità) di quello che ne costituisce la occasio (la perquisizione ed ispezione)".
La questione sollevata nell'ordinanza di rimessione, infatti, è proprio la seguente: va dichiarata l'illegittimità dell'articolo 191 del Cpp" nella parte in cui non prevede che la sanzione dell'inutilizzabilità ai fini della prova riguardi anche gli esiti probatori, ivi compreso il sequestro del corpo del reato o delle cose pertinenti al reato, degli atti di perquisizione ed ispezione compiuti dalla p.g. fuori dei casi tassativamente previsti dalla legge o comunque non convalidati dall'A.G. con provvedimento motivato, nonché la deposizione testimoniale in ordine a tali attività".
La richiesta di "addizione", dunque, argomenta la Consulta, "non soltanto mira ad introdurre un nuovo caso di inutilizzabilità di ciò che l'ordinamento prescrive come attività obbligatoria (il sequestro del corpo del reato), ma si propone altresì di introdurre, ex novo, uno specifico divieto probatorio, sancendo la inutilizzabilità delle dichiarazioni a tal proposito rese dalla polizia giudiziaria" Va da sé, conclude la Corte, che se è vero che le regole che stabiliscono divieti probatori riposano sulla esigenza di introdurre misure volte anche a disincentivare possibili "abusi", "è altrettanto vero che un simile obiettivo viene in ogni modo perseguito dall'ordinamento attraverso la persecuzione diretta, in sede disciplinare o, se del caso, anche penale, della condotta "abusiva" che possa essere stata posta in essere dalla polizia giudiziaria".
gnewsonline.it, 4 ottobre 2019
Si parlerà di nuove prospettive per il lavoro detentivo nella Sala Teatro della casa circondariale di Civitavecchia sabato 5 ottobre con Santo Versace e altri rappresentanti del mondo imprenditoriale.
Santo Versace, presidente della Gianni Versace Spa fin dalla sua costituzione, è attivo da molti anni nella promozione di attività solidali: è stato Presidente di Operation Smile Italia Onlus, associazione di medici e volontari che si occupa di bambini con malformazioni del volto in 70 Paesi del mondo. L'imprenditore si è avvicinato al lavoro penitenziario sostenendo, con la donazione di filati, l'attività di Officina Creativa - Made in carcere - la cooperativa sociale avviata nel 2007 da Luciana Delle Donne, che produce e vende accessori confezionati dalle detenute del carcere di Lecce.
A Civitavecchia sabato si valuteranno ipotesi di attività adatte a una sezione femminile caratterizzata da un certo turn over ma anche dalla presenza di detenute con problemi psichiatrici e con prospettive di permanenza più lunghe che potrebbero permettere percorsi professionalizzanti. Nel corso dell'incontro saranno consegnate alla responsabile del Comitato Unicef di Civitavecchia Pina Tarantino, le Pigotte confezionate dai detenuti, popolari bambole di pezza che da molti anni vengono realizzate e donate all'Unicef per raccogliere fondi in favore dei progetti per i bambini nel mondo.
Al termine, consegna degli attestati agli allievi del corso di cucina professionale e recital teatrale.
linkoristano.it, 4 ottobre 2019
Iniziativa della Camera penale. Interverrà anche il Garante nazionale dei detenuti. A Oristano, magistrati, avvocati e docenti, insieme al Garante Nazionale dei Diritti delle persone detenute Mauro Palma e alla Direttrice Generale per l'Esecuzione Penale Esterna del Ministero della Giustizia Lucia Castellano, si confronteranno in un evento formativo organizzato dalla Camera Penale.
Il corso di diritto penitenziario ed esecuzione penale, rivolto a tutti gli operatori del settore, gli operatori sociali e a quanti vogliano approfondire la materia, inizierà domani, venerdì 4 ottobre e durerà fino a venerdì 6 marzo. Suddiviso in nove incontri di quattro ore ciascuno, a cui si aggiunge un convegno finale, si terrà nella sala convegni Unifidi, nella Lottizzazione Cualbu, a Oristano.
"L'idea", spiega l'avvocato Rosaria Manconi, presidente della Camera Penale di Oristano, "nasce dall'esigenza, segnatala da più parti, di aggiornamento e formazione per quanti operano nell'ambito del sistema carcerario e di acquisizione di strumenti nuovi e adeguati ad affrontare le innumerevoli criticità del sistema carcerario italiano e le gravi problematiche (sovraffollamento, suicidi, carenze di organico e mancato rispetto dei diritti fondamentali delle persone detenuti), per le quali l'Italia ha subito, negli ultimi anni, una serie di condanne dalla Corte Europea per violazione dei Diritti dell'Uomo".
"Ma soprattutto", continua la presidente, "il corso vuole essere una occasione per richiamare, su questi temi, l'attenzione delle istituzioni e della società civile e in qualche modo contribuire a promuovere o quantomeno sollecitare, attraverso lo studio ed il dibattito, una diversa cultura e una prassi della esecuzione penale".
"Il carcere", prosegue Manconi, "è ancora oggi un mondo parallelo rispetto quello in cui siamo abituati a vivere, un universo sconosciuto ai più, fisicamente isolato dal resto del consorzio civile e che per questo necessita di riflessioni aperte e schiette in grado di incidere, al di là di ogni utile riforma, nel sentire collettivo". Oltre che lo studio sistematico della materia, la Camera Penale ha previsto, nel programma, una riflessione critica del sistema e delle modifiche, in parte mancate, dell'Ordinamento Penitenziario, nonché delle problematiche inerenti la condizione delle carceri e dei detenuti, del ruolo dell'avvocato difensore e delle altre figure che operano nell'ambito penitenziario.
pugliapress.org, 4 ottobre 2019
Mercoledì 9 ottobre p.v. alle ore 18.30, nel Teatro comunale "Fusco" di Taranto, nell'ambito del Mas Week 2019, promosso dalla Società di architettura e ingegneria Mas-Modern Apulian Style, sarà presentato e proiettato, in prima nazionale, il documento-video "L'altra città" (Dvd formato Full Hd, durata 26 minuti), prodotto dalla Fondazione Rocco Spani onlus, ente giuridico riconosciuto, con il sostegno del Garante Regionale pugliese per i diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà.
Un percorso partecipativo e interattivo nella realtà carceraria italiana", per la regia di Alfredo Traversa, documenta e storicizza l'opera ambientale, già realizzata nella Casa circondariale "Carmelo Magli" di Taranto. L'importante progetto sociale, culturale e artistico "L'altra città", ha rappresentato una "prima assoluta" nel panorama delle iniziative culturali e formative realizzate all'interno delle carceri italiane.
"Non è l'arte che entra nei luoghi di detenzione - afferma il curatore generale Achille Bonito Oliva, critico e teorico dell'arte - ma è il carcere stesso che si fa opera d'arte, grazie all'apporto di quanti vivono in prima persona la reclusione, a coloro che vi operano e al pubblico finalmente recluso".
L'esperienza artistica si è, quindi, cristallizzata nel video-documento, in due diversi momenti. Il primo è costituito da una serie di interventi, aperta dall'artista Giulio De Mitri, che ha condotto un gruppo di detenute/i nell'attività progettuale e di didattica attiva. L'artista spiega, in maniera essenziale, l'importanza della didattica attiva nei confronti dei detenuti, motore creativo dell'intero progetto.
Seguono gli interventi di: Giovanni Lamarca, comandante del reparto di Polizia Penitenziaria della Casa circondariale di Taranto, e Stefania Baldassari, direttrice della Casa circondariale, che hanno voluto fortemente il progetto, e di alcuni volontari (Anna Paola Lacatena, Giovanni Guarino, Salvatore Montesardo, Don Francesco Mitidieri) e detenuti, nonché di alcuni fruitori. La seconda parte del video visualizza l'intero scenario dell'opera ambientale e la visita condotta dal magistrato-scrittore Giancarlo De Cataldo nella veste di recluso. Performer d'eccezione, egli evidenzia, nel lungo percorso, il dramma esistenziale della reclusione, conducendo quasi per mano il potenziale fruitore del video in questa esperienza singolare. Significative riflessioni di Achille Bonito Oliva accompagnano l'intero video. L'opera video è un lavoro rigoroso e poetico, ben condotto e a tratti commovente.
di Giorgia Rizzo
lanuovacalabria.it, 4 ottobre 2019
Contribuire alla realizzazione di una biblioteca all'interno del carcere di Siano che sia accessibile da parte dei detenuti attraverso la raccolta di libri di testo. È questo l'obiettivo dell'iniziativa "Liberi Libri", nata dalla sinergia fra la casa circondariale e il dipartimento di Giurisprudenza dell'Università Magna Graecia di Catanzaro.
Un tassello nel più ampio progetto che vede impegnato già da una decina d'anni l'Ateneo a stimolare forme di rieducazione all'interno del carcere, che passino attraverso la formazione universitaria di chi vive in detenzione. Un impegno che adesso si sta maggiormente consolidando, proprio su richiesta degli stessi studenti in detenzione iscritti al corso di studi, attraverso una calendarizzazione della didattica e una presenza più costante del supporto docente.
"La possibilità per il carcerato di intraprendere esami e di laurearsi è molto più importante di ciò che si crede" - ha sottolineato il professore ordinario di filosofia del diritto dell'Umg Andrea Porciello, che ha aggiunto - "non è solo dare al detenuto delle informazioni giuridiche, seppure importante, ma è proprio l'idea per cui il proiettarsi ad un'attività a lungo termine abbia come risultato l'arricchimento culturale del detenuto ma anche l'alleggerimento della situazione personale in cui versa, in quanto permette di sganciarsi dalla propria quotidiana vuota e grigia verso una socialità più ampia".
Proprio Porciello ricorda, in virtù della sua esperienza passata da docente in carcere, come le lezioni vengano percepite dagli studenti carcerati, solitamente molto desiderosi di apprendere, come momenti di stacco e di allontanamento dall'istituzione detentiva. Cambiando prospettiva, come fa notare Porciello stesso, questi risultano essere anche momenti di arricchimento personale da parte del docente, che entra in contatto con una realtà umana forte.
La formazione, quindi, come possibilità di rieducazione e reinserimento, ma anche come liberazione da una struttura totalizzante come quella carceraria. Per sostenere tutto questo, l'invito dei promotori è quello di dare il proprio contributo attraverso la donazione di libri di testo del corso di laurea in Giurisprudenza per la costruzione della biblioteca, intesa come una porta verso la libertà.
macronews.it, 4 ottobre 2019
La Casa di Reclusione di Carinola "G.B. Novelli" e Isiss "Taddeo da Sessa" di Sessa Aurunca sono fieri di vedere concretizzati gli sforzi compiuti per ampliare l'offerta trattamentale presentando una nuova offerta formativa, destinati ai detenuti che intendono affrontare un percorso scolastico. A partire dal corrente anno scolastico, i detenuti che vorranno cimentarsi in un percorso didattico- formativo potranno scegliere tra diverse opzioni. Sono infatti stati attivati, e prossimi alla partenza, due nuovi percorsi di istruzione di secondo livello finalizzati al conseguimento del diploma di istruzione tecnica con indirizzo di studio agrario e a quello professionale con indirizzo di studio enogastronomia.
I corsi, articolati in tre periodi didattici, afferiscono alla nuova offerta formativa dell'ISISS "Taddeo da Sessa" di Sessa Aurunca, autorizzata con delibera regionale in data 04.12.2018. La nuova offerta segue le indicazioni pervenute dalla Direzione della Casa di Reclusione di Carinola, la quale, dopo aver esaminati i bisogni del mercato del lavoro territoriale, è riuscita ad individuare nelle figure del tecnico agrario con specializzazione viticultura e del professionista enogastronomico due delle necessità più pregnanti del nostro territorio.
La vocazione turistica del litorale e le produzioni vinicole dell'entroterra, con specificità autoctone di immenso pregio e valore, rendono necessaria 'la creazione di figure sempre più aggiornate e specifiche per rendere tali risorse una ricchezza e per dare pieno adempimento al dettato normativo della finalità rieducativa della pena.
di Zeffiro Ciuffoletti
Il Dubbio, 4 ottobre 2019
Due anni fa fu affossato lo ius soli che conteneva già lo ius culturae perché al senato mancavano i voti per approvarlo. Ora il Cinquestelle Giuseppe Brescia, presidente della Commissione Affari costituzionali della Camera, vorrebbe aprire la discussione sullo ius culturae e sulla modifica della legge sulla cittadinanza. Come appare fin troppo evidente, si i tratta di una materia delicata. Ancor più perché non serve solo la maggioranza delle Camere, ma serve un vasto consenso nel Paese.
Un consenso che questa maggioranza appiccicata di due partiti in crisi certamente non ha, pur avendo, forse, i voti parlamentari. Il problema però esiste ed è terribilmente delicato, dato l'alto numero di immigrati clandestini che si sono accumulati negli anni in Italia. Sembra addirittura che i giovani minorenni figli di immigrati, ma anche no, siano 800.000. Un numero che fa impressione. Specialmente se si considera il fatto che ognuno di questi giovani che parlano italiano o hanno fatto il primo ciclo scolastico, avrà pur dei genitori: uno o due che siano.
Come è facile capire, non si potrà concedere la cittadinanza a questi ragazzi senza estenderla, prima o poi, ai loro genitori. Potrebbero essere almeno altrettanti. Poi perché no ai fratelli, e anche ai nonni, magari anziani e soli e non troppo in salute. Lo ius culturae diventerebbe il pretesto di una gigantesca sanatoria. Più grande di quelle che in passato hanno caratterizzato le diverse leggi (Martelli, Turco-Napolitano, Bossi-Fini ecc.), che hanno tentato di legalizzare la condizione degli immigrati clandestini. Un esercito sempre più grande e tale da costituire un serbatoio potenziale per varie forme di criminalità, che hanno prodotto l'avversione di una grande fetta dell'opinione pubblica.
Ora quasi tutte le leggi sulla cittadinanza presenti in Europa sono abbastanza severe. In Germania, ad esempio, diventa cittadino tedesco chi nasce nel Paese ma solo se uno dei genitori risiede almeno da otto anni e nella condizione di regolare. In Spagna diventa cittadino chi nasce nel Paese, ma da genitori di cui almeno uno è nato in Spagna. In Francia si diventa cittadini se uno dei genitori è nato nel Paese oppure si può diventare cittadini francesi al compimento di diciotto anni.
Ancora se si è cittadini Ue e si risiede e si lavora regolarmente in Francia da almeno 5 anni. Come si vede i percorsi sono vari e tutti relativamente lunghi. In realtà la cittadinanza non può essere un regalo, ma va costruita, aiutata e meritata. Nella sua forma più graduale e sicura la cittadinanza serve a creare vera integrazione e riconoscimento reciproco fra gli italiani e gli aspiranti tali. Bisognerebbe lavorare insieme senza dogmatismi e senza demagogia, su un progetto di cittadinanza come percorso. Una cittadinanza a punti, appunto, da costruire in un vasto consenso nel Parlamento e nel Paese.
di Riccardo Luna
La Repubblica, 4 ottobre 2019
La sentenza della Corte di giustizia europea che impone a Facebook e alle altre piattaforme digitali di rimuovere preventivamente un commento sostanzialmente identico a uno già giudicato offensivo - e di farlo non per un singolo Paese ma per tutto il mondo - va inquadrata in quello che sta succedendo in questo momento in rete sul fronte della libertà di espressione.
È in corso una guerra che in prima battuta punta a fermare il cosiddetto hate speech, i discorsi basati sull'odio; ma anche le fake news, la disinformazione; e in definitiva a tutelare maggiormente anche le persone che hanno fatto errori tanto tempo fa, e hanno così ottenuto un diritto a che quell'errore venga dimenticato dalla rete, il "right to be forgotten, il diritto all'oblio".
Questa guerra viene combattuta ogni giorno. Prendete il bollettino dell'ultimo mese. In Italia ha fatto notizia solo la decisione di Facebook di chiudere i profili legati a CasaPound e Forza Nuova (12 settembre). Ma lo stesso giorno, e con le stesse motivazioni, Facebook aveva sospeso in piena campagna elettorale una pagina legata al premier israeliano uscente Netanyahu (che si è difeso dicendo che era gestita da un bot automatico).
Sempre Facebook qualche giorno dopo (20 settembre) ha comunicato di aver cancellato "decine di migliaia di app" che rubavano i dati personali degli utenti in modo simile a quello che faceva Cambridge Analytica. Lo stesso giorno Twitter ha comunicato di aver cancellato "migliaia di profili" proveniente soprattutto dal mondo arabo, legati a campagne di disinformazione (e ad agosto ne aveva già chiusi 200 mila accusati di denigrare la protesta in corso ad Hong Kong).
Il 3 settembre era stato YouTube a informare di aver rimosso circa 100 mila video e chiuso 17 mila canali che diffondevano contenuti di odio. Si tratta di numeri enormi che danno l'idea della sfida in corso.
Al punto che una squadra di calcio, la As Roma, il 27 settembre ha deciso di bannare a vita un suo tifoso perché su Instagram ha dato dello scimmione a un giocatore di colore; e da qualche ora la senatrice democratica Kamala Harris martella Twitter con la richiesta di cancellare nientemeno che il profilo del presidente degli Stati Uniti perché avrebbe minacciato l'agente che ha rivelato la conversazione con il presidente dell'Ucraina da cui è nata la richiesta di impeachment.
Insomma la decisione della Corte di Giustizia europea arriva in questo contesto in cui è diffusa la consapevolezza che l'odio e la disinformazione hanno superato il livello di guardia; e le piattaforme digitali stanno facendo moltissimo finalmente per contrastarli (Instagram ieri ha rilasciato un filtro anti bulli che limita le interazioni con utenti sgraditi). Epperò è una decisione che apre due problemi di difficile soluzione.
Il primo riguarda il fatto di imporre esplicitamente un filtro preventivo che identifichi commenti identici a commenti bloccati. In teoria è un principio giusto ma in pratica ad oggi non esistono filtri così efficaci a meno di non voler correre il rischio di bloccare anche commenti legittimi oppure satirici, o di mera critica. È una strada che porta alla censura.
Il secondo problema è ancora più serio: consentire a un Paese di cancellare contenuti per tutto il mondo è rischiosissimo. La libertà di parola e manifestazione del pensiero infatti è tutelata in modo molto diverso da un paese all'altro. Pur capendo l'esigenza di fare tutto il possibile per arginare odio e disinformazione, consentire ad Paese non democratico di bloccare contenuti per tutti gli altri è oggettivamente sbagliato.
Del resto qualche giorno fa la stessa Corte, a proposito di Google, aveva deciso di limitare l'applicazione del diritto all'oblio alla sola Unione Europea. Un criterio ragionevole ma va tenuto conto anche all'interno dell'Unione, ci sono Paesi come la Germania, che hanno adottato norme sull'hate speech molto dure: valgono per tutti? La materia è complicata e incandescente, ma da qui passano la nostra libertà e la nostra sicurezza. Urge una riflessione. Che parte da due domande: a cosa siamo disposti a rinunciare per fermare l'odio online? E poi: ci resterà il tempo, e la voglia, per combatterne le cause?
di Samuele Govoni
La Nuova Ferrara, 4 ottobre 2019
Andrà in scena domani alle 21 all'interno del carcere di Ferrara lo spettacolo "Album di famiglia", frutto del laboratorio portato avanti da Horacio Czertok del Teatro Nucleo con i detenuti della Casa circondariale cittadina. Il percorso, iniziato quindici anni fa, mira ad abbattere i pregiudizi e a migliorare l'ambiente in cui le persone si trovano a vivere per mesi o per anni.
È, come dice Czertok, regista e tra i maggiori promotori a livello internazionale di questa attività, un aiuto psicologico per i detenuti. "Questi anni sono stati per noi una grande scuola. Abbiamo imparato tanto dal mondo penitenziario ferrarese. La direzione del carcere e gli agenti di polizia ci hanno supportato e stimolato a proseguire. Non abbiamo mai avvertito resistenza e, al contrario, se mi guardo indietro vedo una grande collaborazione".
"Io e Marco Luciano, regista che mi accompagna nel percorso, guidiamo il gruppo ma - afferma Czertok - la squadra è fatta. Si è creato un legame tra i detenuti attori, c'è sintonia e questo è bello. Ad ogni corso partecipano una ventina di persone, tutte hanno un passato diverso con cui fare i conti e noi, attraverso il teatro, cerchiamo di mettere in fila i pezzi. Il nostro - prosegue - è anche un lavoro di alfabetizzazione che non si limita all'uso della lingua ma che va oltre e si espande alle emozioni, ai sentimenti".
Ogni anno, ogni laboratorio, ogni allestimento sono una sfida, una scommessa. Anche se il percorso è rodato, la partenza è sempre nuova e diversa. Ci sono i detenuti di lunga data che già hanno partecipato a uno o più laboratori teatrali e accolgono i nuovi arrivati. "È un modo per stare insieme, socializzare, conoscersi e in qualche modo capirsi".
"Album di famiglia" è uno studio su Shakespeare e, più nello specifico su Amleto. Al centro del lavoro il rapporto tra padri e figli, un rapporto spesso travagliato e complesso. "Tutti siamo figli, molti di noi sono padri e anche in carcere - prosegue il regista - ci sono tanti genitori lontani dai propri figli. Siamo partiti da qui, da riflessioni che attingono da condizioni reali, e ci siamo soffermati su autori come Heiner Muller e Laforgue". Il teatro si è mescolato alla vita e viceversa. La rappresentazione di domani è già sold out da tempo. Il passo successivo, la sfida nuova, sarà quella di portare "Album di famiglia" a primavera sul palco del Teatro Comunale Abbado. "È sempre un'operazione complessa ma - conclude Czertok - speriamo di riuscirci; sarebbe traguardo importante".
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