Il Riformista, 16 novembre 2019
Un giudice di Marsala ha assolto dall'accusa di occupazione abusiva di pubblico alloggio una signora di 29 anni che si era insediata abusivamente in una casa vuota, appartenente al Comune, per viverci con i suoi quattro bambini.
La signora viveva con tre figli in casa dei suoceri: 45 metri quadrati e nove persone. In una situazione, come capite facilmente, drammatica. Quando poi le è nato il quarto figlio non ce l'ha fatta più e siccome le avevano detto che nel comune di Petrosinino, vicino a Marsala, c'era una casa popolare vuota, ha preso, ha forzato la porta e si è sistemata lì.
È stata denunciata ed è andata a processo. Il giudice monocratico l'ha assolta perché il fatto non costituisce reato. La signora e i suoi quattro bambini avevano assolutamente bisogno di un alloggio, e appropriarsi senza violenza di un bene del quale si ha assoluto bisogno, ha detto il magistrato, è legittimo e non è reato. Che vuol dire? Che il diritto non è solo un cerbero. Vive anche di diritti.
cagliaripad.it, 16 novembre 2019
"Finalmente sgorga acqua potabile dai rubinetti delle celle della Casa di Reclusione di Tempio Pausania. La notizia ha destato particolare soddisfazione tra i reclusi e i familiari ma anche tra gli operatori penitenziari. Un risultato ottenuto dopo oltre due anni durante i quali i detenuti hanno dovuto utilizzare quotidianamente le bottiglie d'acqua distribuite dall'amministrazione penitenziaria per bere e cucinare".
Lo annuncia Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione Socialismo Diritti Riforme, sottolineando che il carcere di Nuchis (161 ristretti per 168 posti), attualmente sotto la reggenza di Patrizia Incollu, direttrice di Badu e Carros, "si è distinto in questi anni per le attività trattamentali destinate ai detenuti che tuttavia hanno subito diverse limitazioni proprio per l'assenza dell'acqua potabile".
"Il superamento di questo disagio - ha sottolineato la dott.ssa Incollu che oltre a Nuoro e Tempio ha la responsabilità anche sulla Colonia di Mamone - è per noi motivo di soddisfazione anche perché proprio in questi giorni è stato ripristinato l'uso dell'acqua calda.
In queste giornate di freddo intenso non era possibile per i detenuti fare la doccia ghiacciata. Il ripristino del servizio, grazie a un intervento sul boiler, ha tranquillizzato non solo i ristretti ma anche gli operatori penitenziari e i sanitari".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 16 novembre 2019
Dopo la condanna dei carabinieri per omicidio preterintenzionale il leghista provoca: "La droga fa male". La famiglia valuta querela. Il presidente della commissione antimafia Morra: "Non conosci umiltà e vergogna". C'è il comandante generale dei carabinieri Giovanni Nistri che ribadisce ancora tutto il suo dolore e la sua vicinanza alla famiglia di Stefano Cucchi, come ci si aspetta da un servitore dello Stato.
E c'è un maresciallo maggiore dell'Arma che, subito dopo la condanna a 12 anni di carcere per omicidio preterintenzionale ricevuta giovedì da due dei cinque militari imputati nel processo bis, Raffaele D'Alessandro e Alessio Di Bernardo, ha voluto omaggiare Ilaria Cucchi con un baciamano, un gesto antico almeno quanto il Corpo al quale appartiene.
Eppure c'è ancora chi ha il mito dell'uomo in divisa al di sopra della legge, chi deve aver scelto di stare da una parte della barricata perché troppo vicino allo stile di vita di chi sta dalla parte opposta. Ed è forse a loro che si rivolge Matteo Salvini quando, commentando a caldo la sentenza, arriva a dire (come ha scritto il manifesto ieri): "Se qualcuno ha usato violenza, ha sbagliato e pagherà. Ma questo dimostra che la droga fa male".
Parole incredibili, forse una provocazione per far parlare di sé, in cerca di voti nell'ultradestra. Neppure il cultore del proibizionismo, Carlo Giovanardi, si spinge a tanto, e si limita a rispondere ai microfoni de La Zanzara che non ha nulla di cui chiedere scusa. Ma Ilaria Cucchi risponde a tono: "Che c'entra la droga? Salvini perde sempre l'occasione per stare zitto. Anch'io da madre sono contro la droga ma Stefano non è morto di droga".
La sorella del ragazzo morto, dopo sette giorni di inumane sofferenze fisiche e psichiche, a 31 anni per le conseguenze delle lesioni procurate nel pestaggio subito mentre veniva accompagnato ad un foto-segnalamento mai eseguito, è abituata ormai a questo tipo di invettive: "Contro questo pregiudizio e contro questi personaggi ci siamo dovuti battere per anni - ricorda - Tanti di questi personaggi sono stati chiamati a rispondere in un'aula di giustizia, e non escludo che il prossimo possa essere proprio Salvini", sottolinea Ilaria riferendosi alle querele che ha dovuto presentare contro chi l'ha ingiuriata e perfino minacciata, in questi anni.
Ma non è sola, questa volta, a parte qualche organizzazione come l'Unione sindacale italiana carabinieri che si dice fiduciosa nel processo d'Appello, convinta che il geometra romano sia "morto ma non ucciso", e ricorda "il caso Magherini di Firenze, dove i carabinieri furono condannati in primo grado e successivamente assolti in via definitiva". Stavolta il mondo della politica ha reagito con sdegno alle parole sconnesse del leader leghista.
"Salvini, non puoi dire che la sentenza su Cucchi dimostra che la droga fa male - risponde il ministro degli Esteri Luigi Di Maio in diretta Facebook - Cosa significa? Che se uno sbaglia nella vita deve essere pestato a morte? Credo che sarebbe meglio porgere le scuse...". Più tardi, intervenendo ad una trasmissione televisiva sul canale Nove, il capo del M5S prende in prestito la definizione coniata da Marco Travaglio e a proposito del "cazzaro verde" dice: "Attaccarlo sulla questione del fascismo è fargli un favore. Dire che invece difendeva la Arcelor e Benetton anziché gli italiani può far capire di chi stiamo parlando".
Anche la sindaca di Roma, Virginia Raggi, twitta: "Vergognose le parole di Matteo Salvini su Stefano Cucchi. Un abbraccio alla sua famiglia". Mentre il presidente della Commissione Antimafia, Nicola Morra, anch'egli dei 5 Stelle, bacchetta duramente l'esponente della destra: "Non conosci umiltà e vergogna". E suggerisce al capo del Carroccio le "uniche parole sensate" che dovrebbe pronunciare, ossia le "scuse" alla famiglia del ragazzo.
Scuse che non arriveranno mai, anche se a chiederle con forza è anche Stefano Fassina, perché, spiega il deputato di Leu, quell'infelice frase "oltre a ferire i familiari di Stefano, danneggia anche l'Arma dei Carabinieri". Dal Pd si leva la voce dell'onorevole Giuditta Pini che definisce Salvini, aspirante prossimo primo ministro, "indegno di rappresentare le istituzioni".
"Dopo questa sentenza - risponde a distanza Ilaria Cucchi dalla Fondazione Feltrinelli di Milano dove ieri ha presentato il libro scritto con l'avvocato Fabio Anselmo, Il coraggio e l'amore - sono tante le persone che dovrebbero chiederci scusa. Però io penso a chi ci è vicino e ci dà la forza di andare avanti". Ecco perché a questa donna e al suo compagno, il pubblico di Bookcity (tra loro anche il sindaco Giuseppe Sala) ha riservato un lungo applauso. E una standing ovation.
di Mario Chiavario
Avvenire, 16 novembre 2019
Condanna. Adesso può sembrare un esito scontato, dopo un dibattimento che ha accumulato prove a dimostrazione di una terribile verità sulla morte di Stefano Cucchi. Ma in realtà si tratta di un risultato raggiunto soltanto a prezzo di un impegno eccezionale, e prolungatosi per un decennio, contro ostacoli che parevano insormontabili.
Molla e poi perno costante, la tenacia con cui la famiglia della vittima (e in particolare la sorella Ilaria) ha portato avanti, sin da subito, la contestazione delle omissioni, delle bugie, delle coperture da cui quella morte è rimasta a lungo avvolta; ma ne sono state componenti importanti anche altri fattori: oltre alla svolta a un certo punto impressa alle indagini nell'ambito della Procura di Roma, l'atteggiamento maturato ai vertici stessi dell'Arma dei carabinieri, e soprattutto gli ancor più coraggiosi colpi inferti al muro di omertà da testimonianze destinate a essere essenziali, seppur non indolori per chi le ha rese.
Sensibile il divario tra le pene richieste in udienza dal pubblico ministero e quelle inflitte dalla Corte di assise (dodici anni anziché diciotto per i principali imputati): a quanto sembra, è la conseguenza di una diversa comparazione tra le circostanze, aggravanti e attenuanti, che potevano riconoscersi rispetto al fatto dell'omicidio preterintenzionale, ossia alla constatazione della morte causata da gravissime lesioni volontariamente inferte.
In pratica, è un dato assai tangibile: anzitutto, com'è ovvio, per i condannati, qualora se ne abbia conferma negli ulteriori gradi di giudizio. Ma, in controluce, sono gli immediati commenti alla sentenza da parte dei familiari di Stefano Cucchi a suonare significativi per tutti, e anche perché - a differenza di quanto accade spesso - proprio la questione dell'entità della pena non ne è venuta in primo piano: importante, per loro, è stato che i giudici abbiano risposto a quell'ansia di verità e di rispetto per la persona del loro caro, che li ha animati; il che sembra allontanare, in questo caso, il pericolo sempre incombente, del superamento del labile confine tra la richiesta di giustizia e il desiderio di vendetta.
Stonano, per contro, battute come quella attribuita al senatore Salvini, sia pur a corredo del commento ("chi sbaglia paghi") di cui gli va dato atto. Certo, "la droga fa male" ed è sacrosanta la lotta al consumo e allo spaccio, ma evocarla in un caso come questo dovrebbe essere l'ultima cosa a venire in mente.
Qui, a quanto pare, si è trattato di pestaggi contro un persona detenuta e per di più non in grado di difendersi: "drogato" o non "drogato", non cambia nulla. O no? Tornando alla sentenza della Corte di assise, è chiaro che essa non fa calare un sipario definitivo sui risvolti giudiziari di una vicenda umana comunque tristissima: e, questo, non solo perché ci si attende che contro le condanne gli imputati propongano appello e poi, eventualmente, ricorso per cassazione, com'è loro indiscutibile diritto.
Nel contesto, ci sono altri due processi tuttora aperti. Il primo di essi concerne alcuni medici, accusati di omissioni e negligenze non estranee alla serie causale produttiva della morte di Cucchi: al riguardo è stata emessa a sua volta sentenza in primo grado, contemporaneamente a quella sulla quale erano puntati i riflettori; ma soltanto una degli imputati è andata assolta; per gli altri, è ancora una volta la pronuncia di un proscioglimento per prescrizione che, non dissolvendo l'ipotesi di una colpa, lascia l'amaro in bocca (a onore del vero, nella specie, anzitutto in chi si è battuto, e verosimilmente si batterà ancora, con le impugnazioni, per veder dichiarata quella che ritiene la propria innocenza).
Momento cruciale, dal punto di vista della credibilità delle istituzioni, sarà però, soprattutto, il giudizio che si aprirà in dicembre, per le ipotizzate coperture, a vari livelli, della tragica verità faticosamente venuta a galla (solo una parziale anticipazione se n'è avuta in assise con una condanna accessoria rispetto a quella dei principali imputati).
Scorretto, prima del contraddittorio dibattimentale, scommettere sull'uno o sull'altro esito. Quel che importa è che, anche qui, si badi alle verità e non ad altri presunti valori. Le istituzioni, in uno Stato di diritto, si difendono, non negando o nascondendo eventuali piccole o gravissime brutture e neppure offrendo capri espiatori, ma avendo il coraggio di andare fino in fondo per accertare se queste si sono davvero verificate o meno, e per trarne tutte le conseguenze.
di Giuseppe Brescia
Il Riformista, 16 novembre 2019
La campagna "Ero straniero", sostenuta da 90mila firme, pone una semplice domanda: come garantire canali regolari di ingresso nel nostro Paese? Ad oggi l'unico canale d'ingresso legale nel nostro Paese per motivi di lavoro è rappresentato da un decreto flussi annuale che ogni anno viene adottato in via transitoria.
Da oltre dieci anni manca un documento programmatico triennale sulle politiche migratorie. È vero, nel 2006 il mondo era completamente diverso, ma allora come oggi l'immigrazione non rappresenta più un'emergenza. Gli sbarchi si sono drasticamente ridotti e dovremmo concentrarci su rimpatri e integrazione. Quest'anno il decreto flussi autorizza circa 31mila ingressi per i lavoratori non comunitari. Quel decreto, firmato dall'allora sottosegretario Giorgetti, ha confermato lo stesso numero di ingressi autorizzati nel 2018 dal governo Gentiloni.
A fronte delle 18mila quote per lavoro stagionale nell'agricoltura e nel turismo sono state presentate 47mila domande e sono stati rilasciati meno di 10mila nulla osta. A fronte invece degli altri 12850 ingressi consentiti per lavoro subordinato o autonomo sono state presentate circa 9200 domande e sono stati rilasciati 88 nulla osta.
Il termine per le domande scadrà il prossimo 31 dicembre, ma già oggi è evidente che questo sistema non riesce più a incrociare domanda e offerta. Chi dice che si entra in Italia solo chiedendo permesso va messo di fronte alla realtà: sono gli italiani a chiedere in molti settori l'aiuto degli extracomunitari.
Su questo tema serve un confronto pragmatico per venire incontro alle esigenze delle imprese e delle famiglie. Chi chiede di essere regolarizzato non ruba il lavoro agli italiani, vuole solo inserirsi in un percorso di legalità. Le audizioni sulla proposta di legge "Ero straniero", che riprenderanno martedì in commissione affari costituzionali alla Camera, possono permettere di aprire un dialogo con Confindustria, Confartigianato e Coldiretti perché la battaglia del comitato "Ero Straniero" chiama in causa anche loro.
Non bastano i sindacati, non bastano le associazioni del terzo settore, perché la sfida dell'integrazione e del contrasto al lavoro nero è un patrimonio di tutti e non deve essere oggetto di facili polemiche e strumentalizzazioni. Può rappresentare un'ottima occasione di emersione del lavoro nero, con circa 1 miliardo all'anno di introiti per le casse dello Stato.
comune.verona.it, 16 novembre 2019
Sono agenti, si occupano di sicurezza, ma spesso devono essere un vero e proprio sostegno psicologico per gli stessi detenuti. E così si trovano ad affrontare diverse culture e nazionalità, problemi di salute sia fisica che mentale, o situazioni di tossicodipendenza.
Un lavoro quello della Polizia penitenziaria, uno dei quattro corpi della Polizia di Stato, che è ad alto tasso di stress e che deve fare i conti anche con un crescendo di tentativi di suicidio da parte dei detenuti. Negli ultimi 20 anni le donne e gli uomini della Polizia penitenziaria hanno sventato, nelle carceri italiane, più di 19 mila tentativi di suicidio ed impedito che quasi 145 mila atti di autolesionismo finissero in maniera tragica.
Ecco perché a gennaio aprirà il primo sportello di consulenza psicologica per gli agenti in servizio alla Casa Circondariale di Montorio. Un nuovo servizio che verrà attivato proprio per supportare il duro lavoro della Polizia penitenziaria. Si tratta di "Counseling aziendale", ossia incontri e colloqui con psicologi come sostegno al grande carico emotivo a cui è sottoposta questa professione costantemente a contatto con la sofferenza.
L'iniziativa, proposta dal segretario regionale del Coordinamento Nazionale Polizia penitenziaria Enzo De Cieri, e condivisa dalla dirigenza del carcere, è sostenuta dall'amministrazione comunale. Le consulenze verranno organizzate dalla cooperativa Valpolicella Servizi. Una rete che si è immediatamente attivata per far fronte ad un problema spesso nascosto, di cui si parla poco.
A presentare lo sportello, questa mattina in municipio, l'assessore ai Servizi sociali Stefano Bertacco, la presidente della commissione consiliare Politiche sociali Maria Fiore Adami, il proponente Enzo De Cieri, la direttrice della Casa Circondariale di Montorio Maria Grazia Bregoli, oltre a Maria Luisa Bertocco, presidente della cooperativa Valpolicella Servizi, e a Antonella Elena Rossi, psicologa e referente del progetto comunale Opera.
"Il lavoro di chi garantisce la sicurezza all'interno del carcere porta con sé difficoltà e problematiche - ha detto Bertacco - un carico anche psicologico che deve essere supportato. Per questo abbiamo pensato di dare un contributo affinché psicologi esperti aiutino i nostri agenti, un intervento concreto ma anche un segnale di ringraziamento per quanto fanno quotidianamente".
"La Polizia penitenziaria offre un servizio a tutto il territorio - ha spiegato Adami - è un corpo silente ma che svolge un ruolo importante per l'intera società. Iniziamo un percorso che speriamo possa essere un esempio per le altre città d'Italia.
Questi lavoratori hanno bisogno di essere supportati". "Un modo per riconoscere alla Polizia penitenziaria un valore sociale, un ruolo anche fuori dal carcere - ha concluso Bregoli. Questo strumento garantirà maggior benessere lavorativo e un clima più sereno, sostenendo l'umanità e la concretezza dei nostri agenti".
ilpiacenza.it, 16 novembre 2019
Il Comitato del "no": "Già bersagliati dalla criminalità organizzata". Il progetto della Caritas Diocesana di Piacenza e Bobbio per l'apertura di un "carcere alternativo" in una casina tra Cadeo e Carpaneto, è stato analizzato dal comitato "Sicurezza e Territorio" e presentato alla cittadinanza.
Il progetto della Caritas Diocesana di Piacenza e Bobbio per l'apertura di un carcere alternativo in una casina tra Cadeo e Carpaneto, è stato analizzato dal comitato "Sicurezza e Territorio" e presentato alla cittadinanza nel corso di una serata pubblica in Municipio. La platea era frammentata da pareri contrari e favorevoli, tra i quali il sindaco Bricconi.
Pareri contrari perché, secondo gli elementi di criticità individuati dal comitato, "mette a serio rischio il rispetto della legalità in un territorio già notevolmente bersagliato da criminalità sia diffusa che organizzata". "La cittadinanza si è confrontata, a tratti anche animatamente - fanno sapere - su un argomento di grande importanza per il futuro assetto e rispetto della legalità nel territorio interessato. Il dibattito si è incentrato sull'analisi del documento che descrive il progetto del carcere alternativo".
Era stata invitata a partecipare anche Caritas, i cui rappresentati non sono riusciti a presenziare. Il Comitato "Sicurezza e Territorio" ha dato appuntamento ai partecipanti al prossimo evento relativo al progetto del carcere alternativo al quale parteciperanno alcuni relatori esterni al fine di approfondire ulteriormente l'argomento.
"Quello che prenderà vita a Cadeo è un progetto serio, un prendersi a cuore le persone che hanno sbagliato ma vogliono riprendersi in mano la vita - aveva spiegato Francesco Argirò di Caritas Diocesana, a fine luglio nel corso di un incontro con la Giunta. Giustamente il sistema carcerario sancisce la pena ma si occupa anche del recupero.
Chi sarà ospitato nella Casa non sarà uscito perché deciso da Caritas ma da un magistrato di sorveglianza, secondo tutti i vincoli di legge previsti. Non saranno persone che hanno compiuto delitti ma persone che hanno bisogno di una seconda chance".
"Sarà un accompagnare per vivere meglio - aveva sottolineato Mario Idda, direttore della Caritas diocesana. Queste persone vivendo un'esperienza di accompagnamento potranno vivere un'occasione di svolta delle loro vite. Per ogni persona che reinseriremo nel contesto sociale vi sarà una in meno che rischierà di ripetere lo stesso errore".
di Alberto Negri
Il Manifesto, 16 novembre 2019
L'ingiustizia del destino dei palestinesi è così macroscopica che per non vederla la comunità internazionale si è bendata: la questione non esiste più. Se i curdi sono soli, i palestinesi sulla scena internazionale lo sono ancora di più. Chiusi nella gabbia dell'occupazione israeliana di Gaza sono stati lasciati alle cure sanguinarie del domatore Netanyahu che ha avuto buon gioco a farli materialmente a pezzi e a dividerli politicamente.
È lui che sulla lavagna segna, di volta in volta, i buoni e cattivi - Hamas adesso è tra i buoni, il Jihad islamico tra i cattivi - con un criterio che risponde non più come un tempo soltanto a logiche securitarie e repressive ma a quelle del suo tornaconto politico personale: si tratta di un gioco crudele e alla lunga anche pericoloso, quando un giorno la società israeliana si dovesse risvegliare dal coma in cui è stata precipitata in questi anni, come scrive anche il quotidiano Haaretz.
I civili palestinesi - sottolinea su il manifesto Michele Giorgio - fatti a pezzi da un missile in quanto palestinesi non fanno neppure più notizia. Almeno non tanto quanto i civili israeliani feriti dai razzi palestinesi lanciati da Gaza. Gli israeliani hanno per lo meno dei rifugi dove ripararsi, i palestinesi neppure quelli, così morti e feriti si contano a dozzine, con intere famiglie distrutte.
L'aspetto però più sconvolgente è che la questione palestinese non esiste più: è stata cancellata, insieme ai suoi morti. Esiste soltanto come un affare di sicurezza israeliana e qualche timida uscita europea di cui un esempio è la sentenza della Corte di giustizia che vuole il bollino "territori occupati" sull'export israeliano nel continente. Merci che rappresentano, sul volume globale delle vendite dello stato ebraico all'estero, forse poco più dell'uno per cento. Ma basta anche l'uno per cento a sollevare da parte israeliana polemiche di ogni tipo: si troverà il modo di applicare l'etichetta sui prodotti scritta così in piccolo che non basterà per leggerla una lente di ingrandimento.
L'ingiustizia del destino dei palestinesi è così macroscopica che per non vederla la comunità internazionale si è bendata. Il fatto è che anche dentro ai palestinesi sembrano che non ci siano alternative alla disgregazione. Molti abitanti di Gaza e buona parte anche di quelli della Cisgiordania hanno perso fiducia nei confronti dell'autorità palestinese di Mahamoud Abbas controllata da Fatah.
La politica di conciliazione avviata con Israele durante il cosiddetto "processo di pace" si è rivelata un fallimento, le colonie ebraiche si sono moltiplicate e ampliate, la stessa opinione pubblica araba respinge la collaborazione securitaria tra l'Autorità palestinese e l'esercito israeliano in Cisgiordania. Per non parlare della corruzione che ha minato le istituzioni nel periodo in cui Fatah è stata al potere a Gaza, alimentando i risentimenti a favore di Hamas, giudicato più onesto.
In realtà Abbas ha fatto ben poco contro le colonie, non ha condotto la lotta contro l'occupazione e ha ceduto pure su Gerusalemme: così la pensano i palestinesi, e non hanno torto. Ora anche Hamas è finito nella cerchia, assai provvisoria, dei "favoriti" di Netanyahu, come dimostra l'uccisione con un drone di Abu al Atta, comandante militare della Jihad islamico nella Striscia, e la decisione dei leader di Hamas di non partecipare alla risposta per l'assassinio di Atta. Il domatore fa bene i conti sulla pelle dei palestinesi, ma anche tra i suoi nemici in Israele costretti a schierarsi con lui.
Ricostruire la casa palestinese per potere meglio fronteggiare Israele sembra essere la priorità ma finora non si è visto ancora molto di concreto. Si può però individuare un denominatore comune tra gli abitanti di Gaza e quelli della Cisgiordania: sono in molti a chiedere cambiamenti politici radicali e un rinnovamento generazionale.
Le vecchie organizzazioni - e anche Hamas lo è visto che gli israeliani invitavano noi giornalisti stranieri a seguire i loro seminari sull'organizzazione già 30 anni fa - non funzionano più, sempre più stritolate nella morsa del domatore israeliano, il quale, di tanto in tanto, lancia la sua offa nella gabbia di Gaza come la Sibilla gettava a Cerbero una focaccia soporifera, per rendere libero il passaggio a una nuova fase di scorporo e annessione di territori palestinesi.
Tanto qui nessuno se ne accorge. Lo stato palestinese sembra scomparso. Non c'è n'è traccia per esempio in quello che è stato a un certo punto contrabbandato come l'"accordo del secolo" preparato da Washington e sostenuto dai Paesi del Golfo. Ora sembra sia stato archiviato ma questo piano seppelliva anche l'idea stessa di una Palestina indipendente dove la Striscia di Gaza era concepita come un'entità separata dalla Cisgiordania.
Nessuno qui si rivolta per l'annessione di Gerusalemme, contro ogni risoluzione Onu, nessuno si indigna per la coppia criminale Trump-Erdogan, quest'ultimo un mestatore che ai palestinesi ha fatto più male che bene. In compenso c'è sempre il coro americano ed europeo che Israele "ha diritto a difendersi per i lanci dei razzi e il terrorismo" dimenticando che l'ultima escalation l'ha innescata proprio Netanyahu. Il domatore ha il senso del macabro e noi lo assecondiamo.
di Angiola Petronio
Corriere Veneto, 16 novembre 2019
È la prima convenzione del genere in Italia. È stata firmata ieri a Palazzo Carli, ma è già diventata progetto pilota per altre realtà. Un accordo, tra il Comando delle Forze operative terrestri di supporto dell'Esercito, direzione della Casa circondariale di Montorio, magistratura di sorveglianza e garante per i diritti dei detenuti per portare avanti un percorso di integrazione. Cinque carcerati cureranno il verde del centro polifunzionale Fiorito.
Quelli che, nella loro missione hanno anche la garanzia dell'ordine sociale. E quelli che, delinquendo, quell'ordine lo minano. "Guardie e ladri" che questa volta lavoreranno, per la prima volta in Italia, assieme. Con reciproco vantaggio di entrambi: i primi avendo il centro polifunzionale Fiorito in Borgo Roma curato e gestito nel verde gratuitamente. I secondi a fare quel percorso virtuoso che li porterà fuori dal carcere.
Esercito da una parte, detenuti della casa circondariale di Montorio dall'altra. Ma in quello spazio, dedicato al capitano veronese degli Alpini morto in Afghanistan nel 2006, lavoreranno insieme grazie a una convenzione, unica e prima nel suo genere, firmata ieri a Palazzo Carli dal generale Giuseppe Nicola Tota, comandante delle Forze Operative Terrestri di Supporto, dalla direttrice di Montorio Mariagrazia Bregoli, dalla Garante dei Detenuti Margherita Forestan e dal magistrato di sorveglianza Isabella Cesari alla presenza del presidente del consiglio comunale nonché membro della commissione Giustizia della Camera Ciro Maschio. Una convenzione voluta sia dal Ministero della Difesa che da quello il cui studio ha richiesto diverso tempo. Difficile far lavorare chi ha commesso dei reati nell'ambito dell'esercito.
Ma quel centro di 6 ettari, con 646 alberi ad alto fusto, 2 campi da tennis, un campo da calcio e uno da calcetto, una pista da atletica, un minigolf, una palestra e due piscine è diventato l'approdo di un accordo che vedrà 5 detenuti di Montorio prendersi cura del verde in forma volontaria. Con l'equipaggiamento e l'assicurazione pagati con il fondo comunale del Garante dei Detenuti, che Margherita Forestan ha messo a disposizione.
Convenzione che ieri è stata battezzata con la firma, ma che è già diventata un modello, tanto che altre realtà la vogliono riprendere. E che è nata. ha spiegato il generale Tota, "dalla conoscenza con la direttrice Bregoli. Abbiamo iniziato ad andare in carcere con l'inno nazionale, spiegando il valore della bandiera. L'impatto non è stato facileMa abbiamo pensato anche a un percorso condiviso, che per i detenuti fosse di recupero. Impiegarli in ambito militare non è semplice. Ma al centro Fiorito non sono custoditi nè armi nè documenti sensibili, quindi siamo riusciti a trovare un accordo".
I cinque detenuti che vi lavoreranno hanno frequentato i corsi di giardinaggio a Montorio e si occuperanno del verde, delle piante e dei fiori. Andranno a infoltire la schiera dei carcerati che già lavorano fuori dalla casa circondariale. Una ventina circa, impiegati nei servizi di guardiania in Comune o nella pulizia delle aree verdi cittadine, a cui vanno aggiunti i 16, all'interno del carcere, che volontariamente si occupano degli animali.
"Ci sono incontri che riescono a cambiare il modo di pensare - ha detto la direttrice Bregoli - E quello tra me e il generale Tota è stato uno di quegli incontri. Tutti sappiamo perché un detenuto entra in carcere, ma non tutti sappiamo come si vive la pena. L'esercito porta tra le celle quei valori anche sociali che spesso chi è recluso nella sua vita non ha conosciuto. E rappresenta un'occasione straordinaria per imparare il vivere civile".
"Con questa convenzione ha commentato l'onorevole Maschio - si dimostra come a Verona ci sia una sensibilità non comune sulla funzione rieducativa della pena". Verona che torna ad essere capofila in positivo.
di Aurora Provantini
Il Messaggero, 16 novembre 2019
"Transiti" è la mostra di opere pittoriche realizzate dai detenuti della Casa Circondariale di Terni nell'ambito del progetto "Arte in carcere" (che ospita anche una produzione di disegni e poesie) realizzato da Gisella Manuetti Bonelli. Promossa dalla Caritas diocesana e dall'associazione di volontariato San Martino in collaborazione con la Casa Circondariale di Terni, rientra nelle iniziative organizzate dalle Associazioni Ecclesiali Socio-Caritative della Diocesi per celebrare la "Giornata Mondiale dei Poveri".
La mostra, allestita presso il Cenacolo San Marco di Terni, sarà inaugurata sabato 16 novembre alle ore 17 alla presenza degli operatori e rappresentanti della Casa Circondariale, del direttore della Caritas diocesana Ideale Piantoni, del presidente dell'associazione San Martino Francesco Venturini, dei volontari che prestano il servizio in carcere e di alcuni detenuti autori delle opere, e resterà aperta fino al 23 novembre. Oltre 50 dipinti realizzati dai detenuti e decine di poesie e pensieri.
Le opere potranno essere acquistate e il ricavato sarà utilizzato per l'acquisto dei materiali necessari per il laboratorio artistico del detenuto autore dell'opera, oltre che per un fondo comune.
Il progetto "Arte in carcere" è un laboratorio artistico, attivo da quindici anni all'interno del carcere, che costituisce un'opportunità di socializzazione ed evoluzione relazionale. È anche l'occasione per apprendere le tecniche del disegno e del colore che rappresenta una delle varie modalità di solidarietà che, grazie all'associazione di volontariato San Martino che gestisce le opere segno della Caritas diocesana, vengono portate avanti a favore dei detenuti durante tutto l'anno sia con aiuti di beni di prima necessità che con i colloqui nei centri di ascolto e altre attività.
"Per i detenuti il laboratorio artistico è diventato un punto di riferimento per socializzare - spiega la coordinatrice del progetto Gisella Manuetti Bonelli - per intraprendere un percorso di introspezione e crescita personale acquisendo elementi tecnici sul disegno e sul colore.
In questo luogo passano e si incontrano individui di varie culture e per tanti motivi, alcuni sostano più a lungo di altri. Nello spazio di questo laboratorio artistico, le diversità si intrecciano come a formare un unico ordito perché la finalità è uguale per tutti: cercare in se stessi, al di la del reato per cui stanno scontando la pena, qualcosa di bello, realizzarlo e dimostrarlo. Creando disegni e pitture e scrivendo versi, esposti in questa mostra, trapela il loro impegno, per ritrovare una sensibilità, sopita da tempo e il desiderio di riallacciare una nuova alleanza con sé stessi e con gli altri".
"La mostra rappresenta la conclusione di un percorso umano e formativo che la Caritas ha avviato con i detenuti nel segno di una grande attenzione alla dignità umana, del riscatto umano e sociale e della speranza - spiega Nadia Agostini responsabile del settore carcere della Caritas diocesana - Un cammino comune dedicato all'approfondimento di questo percorso umano che si esprime visivamente nelle opere dei detenuti".
- Roma. I volontari della Caritas festeggiano i 25 anni di attività a Rebibbia
- Catania. Lectio magistralis del prof. Mauro Palma sui diritti dei detenuti
- Napoli. La barca di Jonathan: il riscatto dei ragazzi ha il vento nelle vele
- Se la caduta in basso del Paese regola ciò che è legale e giusto
- Pozzuoli (Na). Un presepe vivente nella Casa circondariale femminile









