di Mario Morcone*
Il Manifesto, 5 ottobre 2019
In continuità con la politica di Salvini. I rimpatri che si possono fare in misura consistente sono quelli volontari sostenuti dai fondi europei, quelli forzati sono solo una bandiera ideologica. Il decreto firmato dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio di concerto con i colleghi dell'Interno Luciana Lamorgese e della Giustizia Alfonso Bonafede si colloca esattamente nella tradizione recente sul restringimento del campo dei diritti.
Eppure, avevamo sperato in una nuova politica della ragionevolezza, concreta e rispettosa delle persone, senza fughe in avanti umanitarie o terzomondiste. Ma, da un'aspettativa della discontinuità che per opportunità politica aveva rinviato nel tempo una revisione dei decreti legge sicurezza uno e due, siamo passati a misure per la loro concreta attuazione. Un decreto che non serve a nulla, se non alla propaganda in feroce continuità con il precedente ministro dell'Interno. Dev'essere chiaro a tutti che in mancanza di accordi di riammissione non cambierà nulla, ma si aggraverà ulteriormente la posizione di chi avrebbe potuto sperare in un onesto esame della propria sfortunata storia personale. E invece no!
Continuiamo a costruire l'incertezza sul futuro delle persone, così come si è fatto con la soppressione della protezione umanitaria.
Non si tratta di essere buoni o cattivi, ma di volersi fermare un attimo per capire: i rimpatri che si possono fare in misura consistente sono quelli volontari sostenuti dai fondi europei, quelli forzati sono solo una bandiera ideologica perché la riammissione nei paesi di origine determina fibrillazione nei paesi stessi e quindi una resistenza forte ad accettare politiche di rimpatrio. Va quindi riservata ai numeri limitati dei casi essenziali.
Allo stesso modo è illusorio, e ci proviamo dal 2016, chiedere a paesi come Libia e Tunisia e lo stesso Marocco di rendersi disponibili a realizzare centri di accoglienza per impedire il transito verso l'Unione europea; le sole politiche che possono consentire una corretta gestione del fenomeno migratorio sono l'apertura anche se limitata nei numeri di ingressi legali per lavoro, i canali umanitari per le persone vulnerabili e in condizioni di ottenere la protezione internazionale, il sostegno a politiche di sviluppo e occupazionali nei paesi del nord Africa per ridurre la forbice di diseguaglianza che è ormai diventata insopportabile. E tutto questo va fatto assieme in un percorso condiviso che la casa comune europea deve saperci offrire.
*Direttore Cir
di Guido Santevecchi
Corriere della Sera, 5 ottobre 2019
La sfida dei manifestanti al divieto in vigore con "le leggi speciali" imposte dalla Cina sull'ex colonia britannica. Ferito un 14enne, agente rischia il rogo. Il primo passo delle leggi speciali a Hong Kong è l'ordine esecutivo di togliersi la maschera. E la prima risposta di migliaia di persone è stata di indossarla e scendere in strada.
Quella di venerdì 4 ottobre sarà ricordata come una notte di fuoco, un altro passo verso la catastrofe. Il governo ha utilizzato i poteri d'emergenza per introdurre "nuove regole mirate" a spegnere la rivolta: proibizione di coprirsi il volto in pubblico; incriminazione per chi insiste a nasconderlo; per i trasgressori fino a un anno di carcere e 25 mila dollari hongkonghesi di multa (2.700 euro circa). Il divieto di usare maschere vale anche per le manifestazioni pacifiche e autorizzate a cui partecipano cittadini, non militanti ribelli.
Al grido "Combattere per la libertà! Hong Kong resiste!" migliaia di hongkonghesi hanno invaso i punti strategici della City: ci sono i colletti bianchi, studenti, insegnanti, lavoratori comuni, professionisti in camicia e cravatta (senza giacca solo perché fa ancora caldo) ma con la maschera della sfida. E al tramonto i "duri" hanno montato e incendiato barricate per battersi con gli agenti. Si sono lasciati dietro una scia di vandalismo, e lacrimogeni. La guerriglia urbana ha fatto un nuovo salto nella violenza incontrollabile: verso mezzanotte un poliziotto in borghese è stato identificato dai ragazzi mentre passava in auto, bloccato, trascinato fuori e picchiato, ha estratto la pistola; l'ha persa per pochi istanti e un assalitore l'ha raccolta, l'agente si è rialzato e gli è stata lanciata contro una bottiglia molotov, è sfuggito al fuoco che gli si stava attaccando ai capelli ed è riuscito a riprendere l'arma.
Poco dopo si è saputo di un ragazzo di 14 anni colpito a una gamba dal proiettile di un poliziotto, in un altro episodio drammatico. Il ferito è grave ma non in pericolo di vita, dicono fonti ospedaliere. Questa volta i ribelli si sono dedicati anche a colpire simboli del potere economico cinese in città, dalle agenzie della Bank of China ai negozi di catene commerciali riconducibili a Pechino. E ancora roghi alle fermate della metropolitana, orgoglio della città. Questa mattina il servizio di trasporti pubblici era ancora bloccato, non si sa se per i danni o per cercare di evitare i movimenti di manifestanti in attesa di un altro sabato di battaglia.
I provvedimenti sono stati annunciati dalla governatrice Carrie Lam, la quale ha affermato che "è dovere del governo aiutare la polizia", ma ha negato che siano state introdotte "leggi speciali". La signora sostiene che si tratta solo di "misure deterrenti per evitare la violenza e ristabilire l'ordine" e che "Hong Kong non è in stato d'emergenza".
Equilibrismo politico-legale della burocrate formata dai britannici e transitata nelle file della nomenklatura filo-cinese. Il decreto anti-maschere ha diversi obiettivi: il governo spera di dissuadere i pacifisti dal partecipare, perché chi lavora nelle istituzioni finanziarie o pubbliche rischierebbe il posto, chi riceve sussidi pubblici li perderebbe; identificare e arrestare in seguito e senza clamore i ribelli più duri; potrebbe servire anche a tenere a distanza la stampa, perché senza maschera antigas i reporter e i fotografi sarebbero intossicati dai lacrimogeni (come abbiamo sperimentato questa settimana seguendo gli eventi a Hong Kong). Il segretario alla Giustizia risponde che i reporter saranno esentati, ma resta un problema: la polizia riconoscerà come tali i giornalisti con maschera antigas? E i semplici passanti possono proteggersi o dovranno chiudersi in casa? Prossimo passo sarà il coprifuoco.
La governatrice si è presentata nel pomeriggio, dopo essere stata "latitante" dal 30 settembre: ufficialmente era andata a Pechino per assistere alla festa dell'1 ottobre per i 70 anni della Repubblica popolare cinese, mentre nella sua città per la prima volta ragazzo veniva colpito da una pallottola della polizia. Della "Emergency Regulations Ordinance" si era cominciato a parlare a fine agosto. Si tratta di una normativa risalente al 1922 quando l'isola era colonia britannica ed ereditata dall'amministrazione cinese nel 1997: nel suo insieme permette censura, retate, detenzioni amministrative e deportazione di "elementi facinorosi". Secondo i giuristi locali si tratta di "un'opzione nucleare che introdurrebbe un regime dittatoriale, sospendendo la maggior parte dei diritti civili". Le Emergency Rules erano state applicate l'ultima volta nel 1967 per sedare i moti comunisti orchestrati da Pechino nell'allora colonia di Sua Maestà britannica. Si contarono 50 morti in quell'anno terribile.
Una mossa alla volta, le previsioni di sventura per HongKong Kong si stanno verificando. Prima si era temuto l'incattivimento della protesta democratica e anti-cinese, con l'ala dura del movimento all'attacco in modo sempre più violento; poi l'uso delle pistole da parte della polizia. Tutto questo è successo, in una drammatica accelerazione.
Manca ancora la legge marziale e il coinvolgimento diretto della forza cinese: secondo fonti diplomatiche raccolte dall'agenzia Reuters nelle ultime settimane l'Esercito di liberazione popolare cinese ha raddoppiato a 10 mila soldati la sua guarnigione a Hong Kong, inviando anche plotoni di polizia armata, che potrebbero aiutare i colleghi della City nella repressione, magari indossando divise locali per non essere riconosciuti. Di questi sviluppi, i cinesi di Pechino sanno ben poco: la capitale è addormentata in una settimana di vacanze per la festa nazionale. E tutti i canali della tv statale ritrasmettono in replica incessante la grande parata dell'1 ottobre. Venerdì notte il "Liaison office" cinese a Hong Kong ha ammonito: "Il governo centrale non tollererà atti che sfidino la sovranità nazionale e la sicurezza".
italiastarmagazine.it, 5 ottobre 2019
La media di morti fra i detenuti della New Bilibid Prison delle Filippine è di 5.000 persone ogni anno. Una realtà in cui sopravvive soltanto chi ha i soldi per pagarsi la libertà anticipata o una detenzione a cinque stelle. La chiamano tutti "Nbp", ma è uno degli acronimi che nelle Filippine mette i brividi solo a nominarlo.
La "New Bilibid Prison" di Muntinlupa, a sud di Manila, è una succursale dell'inferno: lo sanno tutti. Finita di costruire nel 1940 per sostituire la vecchia prigione e fare spazio ad un numero crescente di detenuti, NBP ha una capienza regolamentare di 17.000 posti, ma quelli chiusi dentro sono sempre più del doppio. A fare spazio ci pensano le malattie, come denunciano da tempo le organizzazioni umanitarie, che parlano di 5.000 morti ogni anno, un detenuto su cinque.
Un sovraffollamento disumano che porta in dote violenza e malattie che si trasformano in epidemie nel giro di poco. "L'ultimo, un focolaio ingestibile di tubercolosi polmonare", denuncia Ernesto Tamayo, medico capo dell'ospedale interno. Da mesi, nelle Filippine, la Nbp è finita anche al centro di uno scandalo di corruzione che ha svelato un meccanismo vecchio quanto il mondo: chi ha i soldi dentro ci sta poco o comunque ci sta come a casa, e chi non ne ha sa che probabilmente uscirà solo in un sacco nero per cadaveri. Lo scorso agosto un ex sindaco finito in galera per uno stupro condito da omicidio commessi nel 1993, era pronto a uscire per "buona condotta". Ad agire sottovento era la moglie, che per 50.000 pesos filippini, 800 euro circa, aveva pattuito con le autorità carcerarie di abbreviare la pena del marito. L'accordo alla fine è fallito, anche se lei afferma di aver pagato quanto richiesto.
Altre polemiche freschissime, dello scorso settembre, quando alcuni senatori hanno affermato che per una somma non meglio quantificata, i detenuti di Nbp "vivono come dei re" all'interno delle loro celle, con cuochi, infermieri personali e prostitute al loro servizio. Per la direzione del carcere gli affari non si limitano a quello: il contrabbando di sigarette, droga, telefoni cellulari e persino televisori è gestito dall'interno. Paga, e avrai quello che ti serve.
L'alto numero di morti è scioccante, ma è un problema che tutte le prigioni del paese affrontano: nel carcere di Quezon City, più di 4.000 detenuti vivono in un sovraffollamento da formicaio in condizioni terribili. In celle nate per ospitare 30 persone, ne vengono stipate fino a 130, e chi non riesce a conquistarsi una brandina per dormire si sdraia insieme ad altre centinaia di detenuti sul terreno di quello che un tempo era un campo da basket.
Secondo i media, il sovraffollamento è l'effetto più visibile della guerra del presidente Duterte alla droga: una repressione sanguinosa e brutale del commercio di metanfetamina che ha fatto migliaia di vittime, scatenando le ire della comunità internazionale. Lo scorso luglio, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha votato per aprire un'indagine sulle migliaia di uccisioni legate alla repressione, una decisione che il ministro degli esteri filippino ha bollato come "ingiusta e ingiustificata".
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 5 ottobre 2019
Sciopero generale della minoranza araba per il disinteresse delle autorità verso l'ondata di omicidi che quest'anno è già costata la vita a 70 persone. "Nel 2017 i morti sono stati 72, nel 2018 75, quest'anno siamo già a 70, di cui 16 tra settembre e i primi tre giorni di ottobre. I morti 1.380 dal 2000". Ha la voce rotta dall'emozione la portavoce di Aman, il centro arabo per la lotta alla violenza, mentre ci riferisce questi numeri drammatici. Non sono le stragi di una guerra. Sono le cifre di un'ondata di violenza che da anni attraversa la minoranza palestinese, un quinto della popolazione di Israele.
Le ultime vittime sono i fratelli Ahmad e Khalil Manna, di 30 e 23 anni, uccisi a fucilate a Majd al Krum, in Galilea. Un loro parente, gravemente ferito nella sparatoria, è spirato ieri. Appena qualche giorno fa i palestinesi d'Israele, gli arabo israeliani, avevano commemorato le 13 vittime degli spari della polizia alle manifestazioni in Galilea, ai primi di ottobre del 2000, in sostegno della seconda Intifada nei Territori occupati. Invece mercoledì a migliaia hanno sepolto i fratelli Manna morti nell'ennesima faida tra famiglie. E ieri in massa hanno percorso le strade di Majd al Krum durante lo sciopero generale che ha fermato scuole, uffici pubblici, negozi e quasi ogni attività lavorativa nei centri abitati arabi.
A Majd al Krum c'erano anche i 13 deputati della Lista araba unita. Hanno boicottato l'inaugurazione della nuova Knesset, il parlamento, in segno di protesta per il disinteresse che il governo e le forze di polizia mostrano nei confronti della criminalità, del traffico di armi e droghe pesanti nei centri abitati palestinesi. Il ministro per la sicurezza interna, Gilad Erdan, ha promesso l'adozione di "provvedimenti eccezionali". Ma i palestinesi non credono che il ministro, e stretto collaboratore del premier Netanyahu, punti con serietà a neutralizzare i clan malavitosi e le loro risorse finanziarie, e più di tutto a trovare e confiscare con operazioni di polizia a tappetto le migliaia di armi illegali che abbondano nelle cittadine e nei villaggi arabi. E non si tratta solo di pistole. Sono anche armi automatiche dell'ultima generazione, mitragliatori pesanti, fucili a pompa, M-16, granate. In gran parte provengono da basi delle forze armate. Un video che gira in rete mostra un uomo con il volto coperto che, dal tetto di una casa, nel villaggio beduino di Tuba Zangariya, imbraccia un mitra pesante e spara in aria decine di raffiche.
Come questo arsenale sia potuto finire nelle mani dei trafficanti e poi nei centri abitati arabi è a dir poco incomprensibile in Israele dove i servizi di sicurezza conoscono tutto, oltre a vita, morte e miracoli dei cittadini palestinesi. La spiegazione del giornalista Nasser Atta è cruda, non fa sconti. "Polizia e servizi non intervengono perché ad ammazzarsi tra di loro sono gli arabi e alla maggioranza ebraica, al governo, alle forze di sicurezza non importa mettere fine al bagno di sangue" ci dice, aggiungendo che il suo punto di vita è quello della maggioranza dei palestinesi. "Non sto minimizzando fattori sociali e culturali - aggiunge - ma in Israele i controlli sulle armi sono capillari ed è ben nota la collaborazione dei trafficanti ebrei ed arabi. Più armi ci sono in giro e più le persone si ammazzano tra di loro, lo prova ciò che accade in altri paesi, a cominciare dagli Usa". Atta non crede che il ministro Erdan attuerà i provvedimenti eccezionali di cui ha parlato ieri. "Fino a quando le violenze e il traffico delle armi rimarranno circoscritte ai centri arabi si muoverà ben poco - prevede - Le operazioni di polizia si faranno serie solo se l'ondata di violenza coinvolgerà le città ebraiche".
di Daniele Mastrogiacomo
La Repubblica, 5 ottobre 2019
Altri quattro arresti per l'omicidio della nota parlamentare e attivista dei diritti civili a favore delle donne e delle favela, assassinata da un commando nel 2018. Spunta una nuova foto: il selfie del presidente brasiliano con Djaca, maestro di arti marziali sospettato di aver gettato in mare la mitraglietta dell'agguato. Ci sono altri quattro arresti nell'inchiesta sull'omicidio di Marielle Franco, la nota parlamentare e attivista dei diritti civili a favore delle donne e delle favela, assassinata con il suo autista Anderson Gomes da un commando il 14 marzo del 2018 in un quartiere del centro di Rio.
Si tratta di Eliane de Figueirero Lessa, moglie dell'ufficiale della Polizia Militare in pensione, Ronnie Lessa, considerato il killer che ha premuto il grilletto della mitraglietta, in carcere da sei mesi con un complice, Elcio Vieira de Queiroz, espulso dalla Polizia militare, che guidava l'auto degli assassini. Assieme a lei, accusata di occultamento di prove, sono finiti in manette altre tre persone: il fratello Bruno e due amici. La donna, secondo gli investigatori, il giorno dopo l'arresto del marito, avvenuto il 13 marzo di quest'anno, si sarebbe recata nella casa del fratello nella zona ovest della città carioca e insieme avrebbe portato via una grossa scatola e altre due borse che contenevano armi e munizioni, tra cui la famosa mitraglietta HK MP5 usata dai sicari durante l'agguato a Marielle e Anderson.
Poche ore dopo Bruno si sarebbe recato in un supermercato di Barra de Tijuca, a sud di Rio, e qui avrebbe consegnato a un complice, Josinaldo Freitas, detto Djaca, istruttore di arti marziali, sia lo scatolone sia le due borse. Le telecamere di sorveglianza del palazzo dove sorge l'appartamento e quelle del supermercato immortalano la scena. Djaca, sempre secondo la ricostruzione degli inquirenti, si sarebbe poi recato nel borgo di pescatori Quedra-Que, che sorge a sud di Barra, dove avrebbe noleggiato una barca. Avrebbe preso il largo e si sarebbe fermato vicino a un gruppo di isolotti dove si sarebbe liberato, gettandoli in mare, dei tre oggetti. I pescatori hanno confermato la circostanza. La polizia federale ha scandagliato i fondali di quel tratto di Atlantico, anche con l'aiuto dei sommozzatori della Marina. Ma la profondità e la scarsa visibilità delle acque torbide non hanno consentito di recuperare il carico. Probabilmente è sommerso da fango e alghe oppure è stato portato via delle correnti.
Manca la pistola fumante. E questo rende difficili le indagini anche se su questa mitraglietta si sa tutto. Grazie ai 13 proiettili recuperati nella testa e il corpo di Marielle e Anderson sono stati stabiliti i calibri, le filettature e la loro origine: farebbero parte di uno stock acquistato dalla Polizia Militare ma poi rubato. I nuovi arresti confermano la pista delle milizie, le bande di ex agenti, pompieri e soldati, alcuni ancora in servizio, presenti in numerose favela della città. Gang che si spartiscono il territorio con gli altri Cartelli più o meno forti a suon di incursioni e sparatorie. Il controllo di certe aree significa estorsioni, taglieggi, traffico di droga in cambio di protezione.
Ronnie Lessa, che ovviamente si proclama innocente, viveva vicino alla casa del presidente Jair Bolsonaro a Tijuca anche se tra i due non c'è alcun rapporto o relazione. Amicizia invece dimostrata e ostentata in diverse foto con il figlio Carlos che avevano messo in imbarazzo il leader dell'estrema destra. Adesso una nuova foto, tirata fuori dal settimanale Veja, mostra Jair Bolsonaro che si fa un selfie con Djaca, il maestro di arti marziali, sospettato di aver gettato in mare la mitraglietta dell'agguato e probabilmente altre armi usate in altre operazioni. Nessun commento da parte di Bolsonaro che liquida la faccenda come ha fatto in passato: tanti chiedono una foto a cui il presidente non si sottrae.
L'immagine, postata su Twitter, non dimostra nulla. Tanto meno un coinvolgimento di Bolsonaro con l'attentato a Marielle. Ma il cerchio si stringe: si sa che l'omicidio è stato appaltato all'Ufficio del Crimine, un network delle milizie attivo a Rio a cui ci si rivolge per gli assassinii su commissione. Un piccolo passo in avanti in un'inchiesta che procede a rilento. Ci sono gli autori dell'agguato in carcere, adesso amici e familiari che si sono sbarazzati delle armi. Ma senza la prova regina, l'arma del delitto, è difficile restituire giustizia alla parlamentare che aveva denunciato l'irruzione delle milizie nelle favela di Rio.
lombardiaquotidiano.com, 4 ottobre 2019
Si terrà oggi e domani, a Milano, l'Assemblea nazionale della Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà eletti dalle Regioni, dalle Province e dai Comuni italiani.
di Errico Novi
Il Dubbio, 4 ottobre 2019
L'intervento del Guardasigilli. Il Ministro definisce "essenziale" il dialogo col Cnf, indica il patrocinio a spese dello stato come "presidio dello stato di diritto" e ricorda le distanze sulla prescrizione: "ma riaprirò il tavolo sulla riforma". In passato riunioni estese all'intero sistema ordinistico hanno assunto la definizione di agorà. Stavolta è diverso per il numero di avvocati, oltre cinquecento, accorsi all'incontro voluto dal Cnf.
di Luigi Frasca
Il Tempo, 4 ottobre 2019
La maggioranza va avanti sulla riforma della giustizia ma tra i giallorossi restano le distanze sullo stop alla prescrizione dopo il primo grado di giudizio. Alla Camera il ministro Alfonso Bonafede ha riunito i capigruppo dei partiti che sostengono il Governo.
di Raul Leoni
gnewsonline.it, 4 ottobre 2019
I numeri lo confermano, non è l'Aids l'infezione più diffusa nella popolazione carceraria: in percentuale, i casi di detenuti Hiv-positivi sono scesi dall'8,1 del 2003 all'1,9 attuale. L'inversione di tendenza, piuttosto netta, è emersa dal XX Congresso nazionale della Società italiana di medicina e sanità penitenziaria (Simspe) iniziato oggi a Milano. "Questi dati - spiega Sergio Babudieri, direttore scientifico dell'ente e presidente del Congresso - indicano chiaramente che, nonostante i comportamenti a rischio come lo scambio delle siringhe e i tatuaggi non siano diminuiti, la circolazione di Hiv non avviene più perché assente dal sangue dei positivi in terapia antivirale". La chiave di lettura risulta quindi la cura in funzione di prevenzione, in quanto l'assunzione di farmaci antiretrovirali nei soggetti consapevoli ha di fatto ridotto la trasmissione del virus.
di Clemente Pistilli
La Notizia, 4 ottobre 2019
Bonafede: vanno condivise le informazioni. Il pericolo jihadista cresce a causa della mafia nigeriana che fa infiltrare i combattenti tra i flussi di migranti. Nelle carceri italiane si entra delinquenti e si esce terroristi. Attualmente sono ben 459 i detenuti a rischio radicalizzazione, 37 dei quali finiti dietro le sbarre con l'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e 196 per il reato di tratta di persone.
- "Tra le toghe c'è aria nuova il sorteggio le punirebbe"
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