di Luigi Manconi
La Repubblica, 15 novembre 2019
Ho conosciuto Ilaria Cucchi esattamente dieci anni fa. Avevo appreso tardivamente dal tg3 della morte di suo fratello, avevo rintracciato il suo numero di telefono e l'avevo chiamata. Ci siamo visti un'ora e mezza dopo in un bar vicino al Pantheon - aveva al polso un orologetto con un cinturino metallico ad anelli e mentre beveva un caffè le dissi: "Se crede posso cercare di aiutarvi". Lei mi guardò un attimo e, senza esitare, mi rispose: "Sì".
Probabilmente non sapeva nulla di me ma le riusciva difficile attribuirmi cattive intenzioni e, d'altra parte, non sapeva da dove cominciare. Durante l'incontro, durato pochi minuti, continuai a osservare il suo polso, quasi che spostare lo sguardo sul suo volto determinato potesse farmi provare qualcosa di simile a un senso di colpa. (È una sensazione che altri hanno avvertito e non è necessario, credo, spiegarne il motivo).
Più tardi al telefono, le proposi di organizzare per i giorni successivi una conferenza stampa. E, anche stavolta, la risposta positiva di Ilaria arrivò rapida. Allora non ero membro del governo né senatore (lo sarei diventato quattro anni dopo).
La nostra associazione, A Buon Diritto, e Antigone potevano contare solo sull'esperienza maturata nella tutela dei diritti dei detenuti e nella mobilitazione intorno alla morte di Federico Aldrovandi, a seguito delle violenze subite da quattro poliziotti (poi condannati in via definitiva).
Il pomeriggio precedente la conferenza stampa, Ilaria mi chiamò, inquieta, e mi disse di aver ricevuto le foto del corpo del fratello scattate all'obitorio; e che né lei né altri familiari avevano avuto cuore di guardarle, temendo lo strazio. Chiese, dunque, il mio parere sull'opportunità o meno di mostrarle in pubblico.ù
Risposi che loro, solo loro, avevano il diritto di decidere quale scelta fare. Io già da qualche tempo ero pressoché cieco: e così, quelle immagini, in tutto il loro orrore, mi furono descritte e "raccontate", tra le lacrime, da Valentina Calderone e Valentina Brinis. Solo a sera tarda Ilaria mi chiamò per dirmi che la famiglia aveva deciso di far conoscere quelle istantanee. Da quel momento cambiò tutto. Nel corso dell'incontro con i giornalisti, mentre parlava Giovanni Cucchi, mi resi conto di cosa stesse davvero accadendo.
Quello di Ilaria e dei genitori era stato un gesto inaudito: avevano rinunciato a una parte del lutto - il più riservato e intimo dei riti familiari - per condividerlo con altri, lontani e sconosciuti. Così facendo, avevano dismesso una porzione del proprio dolore, che avrebbe richiesto segreto e silenzio, per affidarlo ad altri, affinché ne facessero un buon uso pubblico. E così è stato. Senza quella abdicazione al diritto di vivere solo per sé e con sé la sofferenza più crudele, per farne un bene collettivo, le cose sarebbero andate diversamente.
La campagna per la verità E, invece, la mobilitazione ci fu. Si mossero in tanti. E si mosse persino un gruppo di parlamentari: non solo i Radicali Emma Bonino, Rita Bernardini e Marco Perduca; non solo Guido Melis, Jean-Leonard Touadì e altri del Pd, ma anche parlamentari lontanissimi come Flavia Felina, Renato Farina e Melania Rizzoli e qualcun altro.
A quella prima conferenza stampa c'era, ovviamente, l'avvocato Fabio Anselmo, che sembrava essere lì da sempre, da sempre competente e acuminato; e che, come mi disse sottovoce un assistente parlamentare, "assomiglia un po' al Falstaff di Orson Welles".
Ma la vicenda della morte di Stefano Cucchi - ecco il punto - non è stato solo "il caso Cucchi". Innanzitutto perché non è stato un caso (che ne è di Giuseppe Uva, morto nel 2008? di Michele Ferrulli, morto nel 2011? di Riccardo Magherini, morto nel 2014? e di molti altri?).
E poi, perché la piccola storia del "geometra di Torpignattara" (Roma è fatta di quartieri che richiamano l'antica mappa delle torri medievali) rimanda alla storia assai più grande che accompagna le vicende del potere e mette a nudo le sue sopraffazioni e i suoi nascondimenti. L'ordinamento democratico trova il suo fondamento giuridico e morale in un patto che prevede lo scambio tra l'ubbidienza alla legge prestata dai cittadini e la promessa dello Stato di tutelare la loro incolumità dai nemici interni ed esterni.
Se lo Stato non onora la sua promessa e addirittura attenta, esso stesso, all'integrità fisica e psichica dei cittadini (tanto più di quelli affidati alla sua custodia diretta, nelle carceri e nelle caserme), è come se lo Stato di diritto crollasse. Questo, perché viene a esaurimento proprio quella legittimazione basata sulla volontà e capacità di proteggere il cittadino. L'onore restituito È quanto è accaduto nella vicenda di Stefano Cucchi e di altri.
Ed è quanto non ha capito la stragrande maggioranza della classe politica che ha trattato questa storia come un problema al più filantropico, mentre era, in tutta evidenza una questione politica, in quanto conficcata in profondità nel rapporto degradato tra cittadini e Stato. Certo, in questi dieci anni siamo tutti cambiati. Io, sono invecchiato. Ilaria è diventata ancora più determinata e come dire, più intelligente (dice Paul Celan che questo è uno degli effetti del dolore); la famiglia ha dovuto affrontare prove tremende e i genitori ne portano tracce evidenti. Nei loro confronti tanta amicizia ma anche tanto malanimo.
A Ilaria è stato rimproverato di aver indossato orecchini "troppo vistosi" durante una traemissione televisiva. Nel corso del primo processo, quello conclusosi in un nulla di fatto, un pubblico ministero così definì l'atteggiamento della vittima nei confronti dei sanitari: "Cafone, maleducato, scorbutico"; e rimangono, quale segno estremo di una semantica dell'infamia le parole di un sottosegretario alla Presidenza del Consiglio a proposito di Cucchi: "Anoressico, tossicodipendente, larva e zombie".
Stefano Cucchi non c'è più da dieci anni. È stata necessaria questa immensa fatica per restituirgli l'onore che militari brutali, ufficiali felloni, giornalisti futili, e tutti i giovanardi- codardi hanno voluto sfregiare. Infine, in tutto questo tempo non ho mai sentito Ilaria, Rita e Giovanni Cucchi e nemmeno Lucia Uva, Domenica Ferulli, Patrizia Aldrovandi e Claudia Budroni pronunciare la parola vendetta e mai nessuno di loro augurarsi che i responsabili dei loro lutti "marcissero in galera" (non so se mi spiego).
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 15 novembre 2019
Dieci anni fa Stefano Cucchi è stato torturato fino alla morte. I giudici lo hanno scritto nella loro sentenza. Non si può mai essere felici quando qualcuno è condannato a dodici anni di carcere, neanche in questo caso. Si può però essere rinfrancati, finalmente rasserenati e protetti da una decisione che avvicina le istituzioni ai cittadini. Nessuno deve ritenersi infatti al di sopra della legge. Non c'è divisa che tenga. La divisa non è uno scudo penale, non è un fattore di immunità. La divisa è fonte di accresciuta responsabilità. Chiunque svolga una delicata funzione di ordine pubblico, di sicurezza e di custodia deve sentire il peso morale di essere il primo garante della legalità e dei diritti umani.
La parola tortura non ha potuto essere pronunciata dai giudici nel dispositivo della sentenza solo perché in quel lontano 2009 la tortura per il nostro pavido legislatore non era ancora meritevole di essere considerata un delitto. È stata per troppo tempo una parola impronunciabile. La violenza brutale e mortale subita dal povero Stefano ha finalmente trovato dei colpevoli. È stata un'inchiesta difficile, tormentata da tentativi di depistaggi, di omertà diffuse. Ci vorrebbe molta determinazione, pazienza, forza morale dei familiari per andare avanti. Dieci anni ci sono voluti. Due lustri conditi di minacce per i familiari, odio sui social, meschinità e fango su Stefano e sulla sua bellissima famiglia, stremata dal dolore e dalla fatica di sopportare un peso inaspettato, tragico.
Non bastava un figlio, fratello torturato a morte. Bisognava anche reagire a chi ha sempre insinuato che tutto sommato Stefano se la fosse andata a cercare. Anche ieri Matteo Salvini, nel commentare la sentenza, ha evocato, mancando di pudore e di rispetto per i familiari, il tema delle sostanze stupefacenti affermando che lui lotterà sempre contro la droga. Solo che ora c'è una sentenza che parla chiaro. Fece bene il presidente del Consiglio Giuseppe Conte a chiedere scusa a Ilaria a nome dello Stato. Salvini si è invece persino ieri rifiutato di farlo. Lui, che come ogni populista afferma di essere dalla parte del popolo si rifiuta di scusarsi con una famiglia che è anch'essa parte del popolo romano, una famiglia e una sorella contro la quale si era lasciato andare alle sue solite espressioni truci. Il popolo dunque gli volti le spalle, gli ricordi che il popolo è fatto di ragazzi, donne e uomini che lo Stato deve sempre rispettare e proteggere.
Infine, un plauso a quegli investigatori e giudici che hanno creduto nella possibilità di arrivare alla verità storica. Stefano non era morto perché era malato, tossico, scivolato dalle scale. Stefano era morto in quanto pestato, torturato fino a perdere la vita. Ieri, come ha detto Ilaria, Stefano ha riconquistato la pace. Insieme a lui, noi tutti invece abbiamo conquistato un pezzo di fiducia nella giustizia e nelle istituzioni.
di Liana MIlella
La Repubblica, 15 novembre 2019
Ancora scontro sulla prescrizione tra il Pd e Bonafede. Dopo un vertice di tre ore a palazzo Chigi il Guardasigilli tiene il punto: "Sono stati fatti passi avanti con spirito collaborativo ma rimangono ancora distanze sulla prescrizione che entrerà in vigore a gennaio".
di Massimo Filipponi
gnewsonline.it, 15 novembre 2019
Si è svolta questa mattina nella Sala Zuccari del Senato di Palazzo Giustiniani la tavola rotonda "Proposta di istituzione di un Servizio nazionale di assistenza alle vittime di reato". Durante i lavori, divisi in due sezioni, è stato affrontato il tema "Non c'è sicurezza senza cura. Una legge per i diritti di assistenza alle vittime di reato".
castedduonline.it, 15 novembre 2019
La situazione delle carceri sarde è sempre più difficile sia per il numero che per la tipologia di detenuti ospitati. A lanciare l'allarme è la presidente dell'associazione "Socialismo diritti e riforme", Maria Grazia Calligaris, che cita i dati diffusi dal ministero della Giustizia. In Sardegna ci sono quasi 900 detenuti ad alta sicurezza e, di questi, novantadue sono al regime di 41bis su un totale di 2.321. Si tratta principalmente di detenuti provenienti dalla Penisola che sono concentrati in cinque istituti penitenziari su dieci. A fronte di questa situazione preoccupa il numero dei direttori "ridotto all'osso" perché sono soltanto quatto e a due di loro "oltre a due o tre carceri, sono assegnati importanti incarichi per il Provveditorato regionale".
Per quanto riguarda il numero dei detenuti, di particolare attenzione è il superamento del numero regolamentare nelle carceri di Uta, Bancali a Sassari e in quello di Alghero. Nel primo su un totale di 561 posti ci sono 581 detenuti, nell'istituto di Sassari i detenuti sono 475 su 454 posti disponibili, mentre ad Alghero i posti previsti sono 156 ma le persone all'interno sono 161.
Situazione al limite anche a Tempio dove i posti liberi sono soltanto sette, a Massama, carcere di Oristano, con 260 detenuti su 265 posti e a Nuoro dove ci sono 276 persone per 385 posti ma una sezione di circa cento unità è chiusa per ristrutturazione. Il sovraffollamento è un problema delicato perché "in assenza di lavoro, i detenuti rischiano di restare dentro le celle per 22 ore su 24. La realtà isolana merita l'attenzione della politica anche perché occorre fare una verifica - sottolinea Caligaris - sulla efficienza del sistema sanitario penitenziario. Sempre più spesso nelle carceri mancano i medicinali con grave nocumento al diritto alla salute, altra norma costituzionale spesso non garantita".
Altro capitolo riguarda i detenuti stranieri che sono 712 che portano la Sardegna al quattordicesimo posto in Italia: "Un dato sconcertante se paragonato agli abitanti - dice la presidente di Sdr - la Puglia con oltre quattro milioni di residenti è al diciannovesimo posto e la Campania con quasi sei milioni di abitanti è al ventesimo".
Il sovraffollamento, invece, non riguarda le tre Colonie penali sarde che ospitano la metà dei detenuti che potenzialmente potrebbero starci (375 su 692 posti). Ciclicamente vengono annunciati progetti per rilanciare le attività produttive e offrire opportunità di lavoro e formazione ai reclusi, ma ormai il sistema è bloccato anche per "l'inadeguatezza del numero degli amministrativi. L'invecchiamento del personale e quindi il pensionamento stanno incidendo negativamente sulla possibilità di mantenere in vita soprattutto le Colonie penali".
di Natascia Grbic
fanpage.it, 15 novembre 2019
Da quando era al Mammagialla di Viterbo non aveva ricevuto né telefonate né fatto colloqui. Condannato alla solitudine in carcere, fuori dal perimetro della prigione c'erano persone che avrebbero voluto parlargli e fargli visita. Gli è stato impedito dalle difficoltà burocratiche. E così Mohamed, che in cella forse non ci doveva proprio stare, era solo pur non essendolo davvero.
"Per tutta la solitudine che ha provato dentro, fuori ci sono decine di persone a piangerlo. Amici e genitori increduli per quanto accaduto e che stanno soffrendo moltissimo". Alla storia di Mohamed Ataif, il ragazzo di 24 anni che si è suicidato nella cella del carcere Mammagialla di Viterbo, si aggiunge un nuovo pezzo.
Il giovane fuori dal carcere aveva un mondo di amicizie e affetti, resi inesistenti da una burocrazia e da regole che rendono praticamente impossibili i contatti con detenuti di origine straniera. A raccontarci di più sul 24enne proveniente dal Sudan è Myriam El Menyar, attivista di Baobab Experience che lo ha seguito e aiutato da quando è arrivato a Roma.
Baobab è un'associazione di volontari che si occupa di assistere i migranti che giungono nella capitale, che sono in transito o rimangono bloccati nel nostro paese, sia per quanto riguarda l'aspetto umanitario, sia offrendo supporto legale. Mohamed è stato con loro nel campo di piazzale Maslax, ed è stato seguito nella richiesta di protezione internazionale.
Quando è stato portato in carcere, qualche volontario è riuscito ad andare a trovarlo a Regina Coeli, ma quando è stato trasferito al Mammagialla le cose si sono complicate. E pensare che visto la scarsa entità della pena, Mohamed in carcere ci sarebbe potuto proprio non entrare, ma non avendo un domicilio e una casa il giudice ha scelto per la detenzione. Sarebbe tornato libero tra pochi mesi.
"Mi stanno chiamando dal Sudan, dall'Arabia Saudita, dall'Inghilterra, dal Belgio, dal Lussemburgo - spiega Myriam - La cosa incredibile di questi ragazzi è che mentre fuori dal carcere hanno amici e famiglia, dentro sono soli. Da una parte perché, stando spesso in un altro paese, sono impossibilitati fisicamente ad andare. E gli amici che stanno qui invece, non essendo parenti e avendo nella maggior parte dei casi permessi di soggiorno anche in attesa di rinnovo, non vengono autorizzati dal giudice per il colloquio.
Si tratta di richieste molto particolari, che spesso vengono negate. Anche contattarli telefonicamente è complicato: per chiamare da un altro Stato serve infatti una copia del documento e una del contratto telefonico. Ma una madre che chiama dal Sudan non ce l'ha il contratto telefonico, nemmeno capisce a cosa ci si riferisce quando le viene chiesto. Ecco perché non ricevono né chiamate né visite".
Mohamed è stato condannato alla solitudine nonostante gli amici volessero vederlo e il padre volesse telefonargli. "Una volta per parlare con un ragazzo con problemi psichiatrici che a Roma non aveva nessuno, ho chiesto due volte al giudice un incontro. Per due volte mi è stato rifiutato nonostante avessi specificato che i familiari non erano in Italia e che aveva bisogno di aiuto. È difficile per me che sono europea entrare in contatto con loro, figuratevi uno straniero col permesso di soggiorno che vuole far visita a un amico".
Da quello che ci raccontano, prima di entrare in carcere Mohamed era un ragazzo allegro, sempre pronto alla battuta e con una gran voglia di scherzare. "Sono tutti scioccati dal fatto che sia arrivato a togliersi la vita. Questo è indicativo del baratro di disperazione in cui era caduto per la solitudine che gli è stata imposta".
Il carcere di Mammagialla è una struttura molto attenzionata, oggetto anche di interrogazioni parlamentari, dove da tempo i detenuti denunciano abusi e vessazioni da parte del personale penitenziario. Le lettere affidate all'associazione Antigone, che da anni si occupa di giustizia, carceri e diritti umani, raccontano di botte nel cuore della notte, celle lisce, pestaggi anche ai danni di persone con problemi psichiatrici. Una realtà drammatica che parla di un carcere violento e punitivo, di certo non riabilitativo per i detenuti. Sono in corso due indagini, una penale e una amministrativa, per far luce sulle vicende emerse.
di Sarah Franzosini
salto.bz, 15 novembre 2019
Alessandro Pedrotti, responsabile di Odós, sul carcere che non funziona, l'alta recidiva, le misure alternative, e quell'ergastolano mancato. Il tasso di recidiva tra i detenuti delle carceri italiane è desolante: quasi il 70% di loro, scontata la pena, torna a delinquere.
La questione è ricomparsa sul tavolo anatomico del dibattito pubblico dopo la recente analisi di Milena Gabanelli per il Corriere della Sera. Pochissimi sono i detenuti che lavorano dentro al carcere e per poche ore al giorno, "perché i soldi non ci sono", spiega Alessandro Pedrotti, educatore da 25 anni e dal 2006 responsabile di Odós, il servizio della Caritas che aiuta il reinserimento sociale di quelle persone che devono scontare o hanno alle spalle una pena detentiva.
Pedrotti, in Italia circa il 70% dei carcerati, una volta uscito di prigione, torna a commettere reati, parliamone...
"Quasi 7 detenuti su 10, se non vengono aiutati, tornano a delinquere nei successivi 5 anni dall'uscita dal carcere. I numeri non sono nuovi ma secondo la nostra esperienza sono rimasti tali. Ricerche sulla recidiva in ogni caso non ce ne sono o sono pochissime, perché non si dispone di relative banche dati. Il punto è insistere su percorsi di reinserimento, che al di là dell'aspetto etico e sociale, sono efficaci anche dal punto di vista economico".
Il sistema penitenziario del resto grava sul bilancio dello Stato per 2,9 miliardi l'anno. Per cosa si spendono esattamente questi soldi?
"Dei 120-150 euro spesi al giorno per detenuto (le cifre variano a seconda del numero dei carcerati nelle prigioni) la maggior parte viene destinata alla gestione della sicurezza, e quindi riservata alla polizia penitenziaria, ma poco o niente viene investito per una proposta educativa. Ha senso che un sistema che ci costa così tanto e produce così poco sia il medesimo per tutti i 60mila detenuti che si trovano nelle carceri italiane? Oppure per la stragrande maggioranza dei carcerati, ovvero quelli classificati a basso livello di pericolosità, si potrebbe fare un ragionamento diverso? Pensiamo ai manicomi, prima che chiudessero nel '78 vi erano internate 100mila persone, quasi il doppio dei detenuti. Non si può, come accadde in quel caso, cambiare il sistema? Finanziare un'alternativa diversa dalla detenzione per tutti coloro per cui il carcere invece che servire da istituto educativo diventa scuola di crimine? Vede, se entro in carcere e so come eseguire un furto è probabile che una volta uscito sappia come fare una rapina. Ma la risposta penale non può essere l'unica possibile".
Il carcere, è appurato, ad oggi non è riabilitativo. Dal punto di vista umano questo cosa comporta?
"Stiamo parlando di persone che vengono sostanzialmente "congelate" per anni dato che in carcere non fanno praticamente nulla, il lavoro c'è per pochissimi detenuti che possono svolgerlo per poche ore al giorno, perché non ci sono i soldi per pagarli. Quando escono, poi, si chiede loro, persone che per anni sono state sotto-stimolate, di riconnettersi a una società che corre a folle velocità e in cui anche persone normo-inserite fanno fatica a stare dentro".
Le lungaggini del nostro sistema giudiziario quali conseguenze hanno sul piano sociale?
"Poniamo il caso che una persona commetta un reato a 25 anni e l'esecuzione della pena inizi al compiere dei 35. In questo lasso di tempo una persona può aver messo su famiglia, cambiato la propria vita. Intendiamoci, è giusto pagare il proprio debito alla giustizia se si è violata la legge ma il punto è come pagarlo. Sarebbe importante riflettere su quale sia la pena più utile per quella persona, una pena che dovrebbe essere costituzionale. Siamo stati condannati più volte dalla Corte europea dei diritti umani, con la sentenza Torreggiani, per esempio, o per l'ergastolo ostativo pochi mesi fa. E questo accade perché il modo di eseguire la pena non rispetta le nostre stesse norme".
Tutto fermo sul fronte del nuovo carcere di Bolzano, che ha accumulato 3 anni di ritardi. Intanto nell'attuale struttura le condizioni sono sempre più intollerabili.
"Il carcere di Bolzano è un edificio fatiscente del 1800, allora, quando è stato costruito dagli austro-ungarici, c'era dietro un'idea precisa di pena. Prima che venissero spesi svariati milioni di euro per la nuova struttura abbiamo partecipato a un tavolo di ragionamento proprio sulla qualità della pena, insieme alla Provincia, lo Stato, il Provveditorato, il Dipartimento di amministrazione penitenziaria, e sono stati convocati degli esperti. Quello che abbiamo evidenziato è la necessità di non continuare a costruire carceri come quelle di oggi, sulla base di un modello introdotto negli anni '70-80 per rispondere a due emergenze: il terrorismo e la mafia. Guardiamo all'esempio di Trento, un carcere relativamente nuovo (risale al 2010, ndr), dove il tasso suicidale è molto alto. Dunque attenzione, non basta costruire una struttura nuova per risolvere i problemi e soprattutto bisogna smettere di pensare che il carcere sia la prima soluzione a cui ricorrere. Le pene devono tendere alla rieducazione, recita la Costituzione, nel cui testo il carcere peraltro non viene mai citato".
Cosa significa per il detenuto usufruire delle misure alternative?
"L'affidamento in prova ai servizi sociali, la liberazione anticipata, la detenzione domiciliare, la semilibertà, ovvero il provvedimento più restrittivo, che prevede che la persona dorma in carcere e di giorno possa uscire per andare a lavorare. Misure come quelle appena elencate - nei casi dove è possibile applicarle - aiutano il detenuto a riflettere su quello che ha fatto, a pensare alle sue vittime, dirette o indirette. Sicuramente tali misure danno maggiori risultati rispetto alla reclusione in carcere dove è facile incattivirsi e prendersela con lo Stato vivendo in una condizione tale da diventare a propria volta una vittima. Bisogna capire come si arriva a commettere un reato, comprendere che ci sono scelte consapevoli e inconsapevoli (e per entrambe la responsabilità quantomeno penale è sulle spalle dei carcerati, beninteso) e renderci conto di chi parliamo quando parliamo di detenuti, altrimenti portiamo avanti un'idea che non corrisponde alla realtà. E mi torna alla mente un caso".
Quale?
"Quello di Francesco Viviano, giornalista di Palermo, inviato di Repubblica. Il padre era un ladro che fu ammazzato dopo aver rubato a casa di un mafioso. Francesco si arrangia come può, facendo dei lavoretti, ma nel frattempo medita di uccidere il killer del padre, e un giorno si presenta a casa sua. Tira fuori la pistola ma il mafioso esce dalla porta con in braccio un bambino, Francesco esita e poi se ne va. Si ritrova poi all'Ansa a fare il fattorino, e inizia la sua scalata professionale, fino al gradino di giornalista. In una frazione di secondo si è decisa la sua vita, mentre si trovava a un passo dal diventare un ergastolano omicida".
Una volta fuori dal carcere quanto è difficile, contando il peso specifico del pregiudizio, la ricerca di un lavoro per un ex detenuto?
"L'Alto Adige è una realtà fortunata perché c'è piena occupazione, ma certo giocarsi la carta dell'ex detenuto non aiuta. A Bolzano abbiamo un buon sistema cooperativistico in cui le persone che seguiamo in Odós possono inserirsi, nel periodo della pena, e spesso imparare un mestiere perché in molti casi i detenuti non hanno grandi competenze professionali, né patentino o titolo di studio. La cosa positiva è che per la prima volta ci sono persone, 2 ex detenuti e 1 semilibero in Odós, che stanno lavorando con l'U.E.P.E., l'ufficio per l'esecuzione penale esterna, con borse lavoro del Ministero. Certo aiuterebbe se già all'interno del carcere ci fosse la possibilità di lavorare e imparare un mestiere spendibile in seguito sul territorio. Ma questo, esempio di Padova e rari casi simili a parte, non succede quasi mai".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 15 novembre 2019
Caccia a un compromesso che possa tenere insieme nuova prescrizione e tempi certi per la celebrazione dei processi penali. Dove la soluzione che potrebbe mettere d'accordo gli azionisti di maggioranza del Governo giallorosso, Movimento 5 Stelle e Pd, potrebbe passare per la determinazione di rigidissimi termini di fase. Cosi come proposto in un documento con le proposte Pd di modifica al disegno di legge di riforma penale e ordinamentale consegnato al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
di Sara Pizzorni
cremonaoggi.it, 15 novembre 2019
È stata inaugurata questa mattina, alla presenza del presidente del tribunale Anna di Martino, la mostra fotografica "Il Chiaroscuro del carcere", che dal teatro del carcere si è spostata nei corridoi del palazzo di giustizia. Le fotografie, che resteranno esposte sino alla prima settimana di dicembre, sono destinate alla vendita. Il ricavato sarà messo a disposizione del carcere di Cremona. La mostra, che racconta il percorso del detenuto, è stata realizzata dall'avvocato milanese Alessandro Bastianello, ed è arrivata a Cremona grazie alla Camera Penale di Cremona e Crema presieduta dall'avvocato Alessio Romanelli.
Le foto si riferiscono alla realtà del carcere di San Vittore. Nei 28 scatti dell'avvocato Bastianello il visitatore è accompagnato in un immaginario viaggio attraverso i luoghi e le emozioni di chi viene messo in prigione e il percorso del detenuto dal momento del suo ingresso in carcere fino alla collocazione in cella, per mostrare e condividere le emozioni che la dura realtà carceraria suscita in chi è estraneo a questo mondo. Scopo del progetto è quello di raccogliere fondi, tramite la vendita delle fotografie esposte (e stampate eventualmente in copie ulteriori, su richiesta), destinati a finanziare progetti della locale casa circondariale volti alla risocializzazione e al reinserimento dei detenuti nella società.
Le foto potranno essere prenotate inviando una mail all'indirizzo
"Un'ottima iniziativa", l'ha definita il presidente del tribunale, che spera che un domani possa essere estesa anche a Cremona con fotografie all'interno del carcere di via Cà del Ferro. Il presidente si è augurata che con il ricavato si potrà contribuire al percorso lavorativo dei detenuti e ad una raccolta di libri per rifornire adeguatamente le due biblioteche presenti nel carcere di Cremona.
articolo21.org, 15 novembre 2019
Da un errore nasce la nostra storia, dagli errori che commettiamo ogni giorno, quando parliamo, ci sforziamo di capire o vogliamo esprimere cosa pensiamo. Questa è vita vera. La storia di uno, qui, è la storia di tutti. In un quartiere di periferia l'analfabetismo funzionale è una condizione. Siamo cresciuti come cani sciolti, e gli errori della nostra infanzia erano fatti per avere qualcosa dalla vita che alla fine non abbiamo avuto.
Ci siamo sentiti sempre esclusi dalla società e abbiamo trovato sempre barriere, sappiamo leggere e scrivere ma non abbiamo la possibilità di andare oltre. Il primo comma dell'articolo 3 afferma il principio di uguaglianza formale, che garantisce pari dignità a tutti i cittadini: l'analfabeta funzionale però è privo della libertà e non potrà mai "concorrere" al bene comune. Anche se ha delle idee non possiede gli attrezzi e gli strumenti per realizzarle.
Il piccolo non può mai crescere e questa è una diseguaglianza sostanziale. Un analfabeta funzionale non ha capacità critica, non sa pensare con la propria testa, risolvere situazioni complesse, elaborare e utilizzare le informazioni. È destinato a accodarsi agli altri senza mai esprimere il proprio parere, mentre tutti dovremmo avere la libertà di opinione, di poter commentare la realtà intorno a noi. La nostra non-conoscenza ci porta a credere agli altri ma non a comprendere fino in fondo e a distinguere il bene dal male.
L'articolo 3 sancisce un diritto: non ci condannate alla banalità, vogliamo comprendere la complessità del mondo. Molti di noi, se fossimo nati a Milano, saremmo potuti diventare dottori o avvocati ma siamo nati al Sud, nell'ignoranza, e siamo partiti in ritardo. Con la buona volontà ci accultureremo. Non possiamo più gareggiare, ma ci potremo sentire migliori.
Autori: Classi 2B e Sezione Alta Sicurezza, Alunni: 15
- Caserta. "Pestato dagli agenti in carcere", detenuto per furto scrive ai pm
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- Bolzano. Le loro prigioni
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