di David Allegranti
Il Foglio, 16 novembre 2019
Il concorso per diventare magistrato è lungo, estenuante e complicato. Lo sa chiunque voglia buttarsi nell'impresa. I 251 vincitori di quello bandito con decreto ministeriale il 31 maggio 2017 non avevano però probabilmente programmato che dopo aver completato le prove (nel maggio 2019) ed essere inseriti nella graduatoria stilata dal Csm avrebbero dovuto attendere ancora per iniziare a lavorare.
Una storia italiana paradigmatica. I fatti. Il 24 luglio 2019 il Csm pubblica la graduatoria dei 251 magistrati che attendono di poter iniziare, come da legge, il tirocinio di un anno e mezzo. C'è però una riserva sul candidato che occupa la posizione numero 142. Si stratta di Angela Di Dio e su di lei sono in corso "approfondimenti istruttori". Il Csm non specifica quali siano gli approfondimenti in corso, ma la vicenda è nota alle cronache giudiziarie campane.
Angela Di Dio è figlia di Antonino Di Dio, consigliere del X Municipio di Napoli, eletto con DeMa (il movimento di Luigi De Magistris), arrestato a inizio luglio nell'ambito dell'operazione San Gennaro. Secondo l'accusa, Antonino Di Dio-che è stato intercettato-avrebbe cercato aiuti per far superare alla figlia la prova orale del concorso in magistratura.
Il Riesame però a fine luglio annulla questa accusa per carenza di gravità indiziaria. "L'annullamento rispetto a questo vicenda prova l'assoluta correttezza e trasparenza delle prove concorsuali, brillantemente sostenute dalla dottoressa Angela Di Dio", dicono gli avvocati Marco Campora e Aniello Cozzolino che assistono Antonino Di Dio.
Il Csm, nel frattempo, discute della vicenda. O almeno, è probabile che lo abbia fatto, visto che i verbali delle sedute contengono alcuni passaggi secretati. E comunque è il Csm a dover sciogliere la riserva su Di Dio. Le settimane passano, nel frattempo, e niente succede. I vincitori del concorso avrebbero potuto iniziare il tirocinio già a settembre, anche perché la legge stabilisce che fra l'approvazione della graduatoria del concorso del Csm e il decreto di nomina (firmato dal ministro della Giustizia, in questo caso Alfonso Bonafede), devono passare venti giorni. Anziché lavorare come magistrati, i vincitori del concorso restano con le mani in mano.
Alcuni di loro sono giovani, nati negli anni Novanta, e hanno soprattutto studiato per prepararsi al concorso. Altri sono meno giovani, nati negli anni Ottanta, qualcuno anche nel Settanta e nel Sessanta, e già lavorano. Qualcuno è avvocato e ha lasciato il posto dopo avere superato il concorso. Niente da fare, la nuova graduatoria arriva solo il 16 ottobre. L'elenco è completo e Angela Di Dio è ammessa senza riserva. Quindi, come gli altri, aspetta di poter iniziare a lavorare. Il decreto di nomina però non arriva.
Passa un altro mese e arriviamo a oggi, 16 novembre 2019. Il Foglio ha chiesto ieri al ministero della Giustizia che fine abbia fatto quel decreto di nomina che avrebbe dovuto firmare il ministro ed è tutt'ora in attesa di una risposta.
Nell'ultimo mese, dopo la pubblicazione della graduatoria del 16 ottobre, sono accadute altre cose che vale la pena menzionare in questa ricostruzione. Il 31 ottobre, un lancio dell'agenzia Ansa ha annunciato che "nella legge di Bilancio ci sono circa 200 milioni di euro destinati all'assunzione di 250 nuovi magistrati vincitori di concorso già bandito e per le relative progressioni di carriera, a partire dal 2020 e fino al 2029.
Le nuove assunzioni serviranno a rafforzare gli uffici giudiziari più in sofferenza. In particolare, per il 2020 ci sono circa 14 mln di euro; 16.695.800 per il 2021; 18.258.140 per il 2022; 18.617.344 per il 2023; 23.615.918 per il 2024; 23.755.234 per il 2025; 24.182.536 per il 2026; 24.681.056 per il 2027; 25.108.360 per il 2028 e 25.606.880 per il 2029".
Da questa notizia si desume dunque che le questioni problematiche relative a questo concorso erano due. Uno, la riserva sulla candidata (riserva che è poi stata tolta). Due, la reperibilità dei fondi per assumere i magistrati che hanno superato il concorso pubblico. Se diventa una notizia che a fine ottobre sono stati trovati i soldi per iniziare a far lavorare (non si sa ancora quando) magistrati che lo stato avrebbe potuto mettere in attività già a fine estate, forse c'è qualcosa che non torna per il "sistema Italia". Poi lamentiamoci dei giovani che se ne vanno e di Milano che non restituisce le risorse. Il problema qui è lo stato che non mantiene le sue promesse.
di Luca Liverani
Avvenire, 16 novembre 2019
Nella Giornata mondiale dei poveri non dimentichiamoci dei tanti poveri dietro alle sbarre. Dall'Ispettore generale dei cappellani delle carceri un appello a tutti i confratelli e ai volontari. Per don Raffaele Grimaldi il mondo di fuori "deve imparare a coniugare giustizia e misericordia, se no è vendetta".
L'Osservatore Romano, 16 novembre 2019
"Non dimentichiamoci mai del carcere". Così, con emozione, Paola Severino, presidente dell'Associazione internazionale di diritto penale, ha concluso il suo indirizzo di saluto al Papa. Un appello scaturito dal ricordo personale di una giornata speciale, il 28 marzo 2013, durante la quale lei, all'epoca ministro della Giustizia, accolse il Pontefice nel carcere minorile di Casal del Marmo, dove Francesco volle celebrare la messa "in Coena Domini" del Giovedì santo.
di Angela Azzaro
Il Riformista, 16 novembre 2019
Mentre una parte del Paese continua a inseguire le sirene del giustizialismo, raccogliendo firme a favore dell'ergastolo, Papa Francesco, incontrando i penalisti internazionali in Vaticano, ha messo in guardia dal ritorno del nazismo e ha polemizzato contro il linguaggio dell'odio, l'ergastolo, la carcerazione preventiva e la legittima difesa.
di Simona Musco
Il Dubbio, 16 novembre 2019
Il discorso di Papa Francesco ai membri dell'Associazione internazionale di Diritto Penale. La condanna della cultura dell'odio, il rammarico per l'abuso delle misure cautelari e l'irrazionalità punitiva, l'arbitrio e gli abusi. E poi il dovere di ripensare la pena dell'ergastolo, per carceri che devono sempre avere un orizzonte, per una giustizia che rispetti la dignità e i diritti umani.
di Michele Serra
La Repubblica, 16 novembre 2019
Ieri mattina Radio Anch'io (trasmissione riflessiva che si suppone richiami un pubblico riflessivo) ha dato atto di molti messaggi ostili alla sentenza Cucchi. Italiani convinti che la vita di un tossico non meriti tutta questa attenzione; che la sorella Ilaria fosse in cerca di visibilità attraverso le sue "comparsate televisive"; che l'onore dell'Arma si dovesse difendere con il silenzio. Eccetera.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 16 novembre 2019
Per la Cassazione ci sono elementi di incostituzionalità sui quali si esprimerà la Consulta. Il tempo è una dimensione particolare per chi è detenuto, e può accadere di sforare per pochi minuti quello massimo per proporre reclami.
La Corte Costituzionale dovrà occuparsi proprio di questo. Il 30 ottobre scorso la Cassazione ha dichiarato rilevante e non manifestamente infondata, con riferimento agli articoli 3, 24, 27 e 111 della Costituzione, la questione di legittimità costituzionale dell'art. 30- bis, comma terzo, in relazione all'art. 30-ter, comma 7, legge del 26 luglio 1975, n. 354 (Ordinamento penitenziario), nella parte in cui prevede che il termine per proporre reclamo avverso il provvedimento del magistrato di Sorveglianza in tema di permesso premio è pari a 24 ore.
Cosa è accaduto? Un detenuto aveva fatto ricorso per un rigetto alla sua richiesta del permesso premio, ma è stato dichiarato inammissibile. Il motivo? Il provvedimento di rigetto era stato comunicato il 13 novembre 2018 alle ore 8.16 e il reclamo era stato depositato il giorno successivo alle ore 8.44. Dunque ha sforato le 24 ore, quindi fuori tempo massimo come prevede l'articolo dell'ordinamento penitenziario.
Il detenuto ha fatto ricorso in Cassazione. Tra le argomentazioni, una è il fatto che il tribunale di Sorveglianza non ha svolto alcun accertamento in ordine alla possibilità del reclamante di presentare il reclamo in orario antecedente a quello delle ore 8,44 del giorno successivo a quello di notifica: se le celle sono chiuse fino alle ore 9,00 del mattino, orario dal quale iniziano le varie attività socio- ricreative, rieducative e lavorative, prima di quell'orario è impossibile uscire dalla cella e accedere a qualsivoglia altro locale dell'istituto senza apposita autorizzazione, quindi anche presentare reclamo.
La Corte suprema ha ritenuto la questione non manifestamente infondata. Nella sua ordinanza di rimessione, la Cassazione rilevato vari punti di incostituzionalità, tra le quali quelle in tema di violazione del diritto di difesa: viene sottolineato che bisogna considerare lo squilibrio che si realizza tra le opportunità di impugnazione riservate alla parte pubblica e al detenuto.
Violerebbe anche l'art 24 della Costituzione laddove il termine di ventiquattro ore per la proposizione del reclamo si rivelerebbe incapace di assicurare alla parte, che intenda fare reclamo, di un tempo utile per articolare la sua difesa tecnica da sottoporre al Tribunale di sorveglianza con l'assistenza di un avvocato.
Osserva la Cassazione che per evitare il rischio di una pronuncia di inammissibilità il detenuto necessita dell'assistenza di un difensore, seppur non sia imposta per legge: il punto è che l'effettività della difesa viene compromessa proprio a causa della spiccata brevità del termine concesso per il reclamo. Da un lato il sistema consente all'interessato di richiedere l'intervento e l'assistenza della difesa tecnica, ma dall'altro non gli pone le condizioni per esercitarla.
Partendo da queste considerazioni, la Cassazione ha osservato che rispetto ad una precedente pronuncia, oggi esiste un riferimento normativo che consentirebbe alla Consulta di rideterminare essa stessa il termine rintracciandolo nell'ordinamento. Precisamente nel 1996 (sentenza 245) la Corte costituzionale aveva dichiarato inammissibile la stessa questione perché era impossibile "rintracciare nell'ordinamento una conclusione costituzionalmente obbligata", tale da consentire di porre rimedio alla brevità del termine "rideterminandolo essa stessa".
È da dire che in questa pronuncia, la Consulta auspicò un rapido intervento legislativo per la fissazione di un nuovo termine capace di contemperare "la tutela del diritto di difesa con le ragioni di speditezza della procedura": intervento che non ci fu, anche se nel frattempo è avvenuta una vera e propria "giurisdizionalizzazione del reclamo avverso gli atti dell'Amministrazione penitenziaria asseritamente lesivi di diritti": si pensa all'art. 35bis ord. pen. che ha previsto il termine di quindici giorni per la proposizione del reclamo contro la decisione del Magistrato di sorveglianza. È proprio questo termine di 15 giorni che potrebbe costituire un punto di riferimento.
L'Osservatore Romano, 16 novembre 2019
Il discorso del Papa al congresso dell'Associazione internazionale di diritto penale. "Occorre vigilare, sia nell'ambito civile sia in quello ecclesiale, per evitare ogni possibile compromesso" con le diffuse manifestazioni della "cultura dell'odio", che rappresenta oggi una degenerazione della "cultura dello scarto". È il monito lanciato dal Pontefice nel discorso rivolto ai partecipanti al congresso dell'Associazione internazionale di diritto penale, ricevuti nella mattina di venerdì 15 novembre, nella Sala Regia.
L'ampia riflessione del Papa ha toccato numerose tematiche legate alla funzione del diritto penale, in particolare quelle connesse alla sua applicazione nei confronti dei "delitti dei più potenti". Per Francesco, infatti, "il capitale finanziario globale è all'origine di gravi delitti non solo contro la proprietà ma anche contro le persone e l'ambiente".
Si tratta, ha denunciato, "di criminalità organizzata responsabile, tra l'altro, del sovra-indebitamento degli Stati e del saccheggio delle risorse naturali del nostro pianeta". Reati del genere, ha rincarato, "hanno la gravità di crimini contro l'umanità, quando conducono alla fame, alla miseria, alla migrazione forzata e alla morte per malattie evitabili, al disastro ambientale e all'etnocidio dei popoli indigeni".
In questo senso l'accento del Papa è caduto soprattutto su "alcune condotte" - spesso "impunite" - che "possono essere considerate come "ecocidio": la contaminazione massiva dell'aria, delle risorse della terra e dell'acqua, la distruzione su larga scala di flora e fauna, e qualunque azione capace di produrre un disastro ecologico o distruggere un ecosistema". In proposito, dal recente Sinodo per l'Amazzonia è venuta la proposta di "definire il peccato ecologico come azione oppure omissione contro Dio, contro il prossimo, la comunità e l'ambiente".
Molte altre le questioni al centro delle preoccupazioni del Pontefice. Questioni che sono state poi riprese e riassunte nell'appello conclusivo a realizzare sempre più pienamente "una giustizia penale restaurativa". Le società attuali, ha affermato Francesco, "sono chiamate ad avanzare verso un modello di giustizia fondato sul dialogo, sull'incontro, perché là dove possibile siano restaurati i legami intaccati dal delitto e riparato il danno recato". Per Francesco non si tratta di "un'utopia", ma è comunque "una grande sfida che dobbiamo affrontare tutti se vogliamo trattare i problemi della nostra convivenza civile in modo razionale, pacifico e democratico".
di Giusy Ferreli
La Nuova Sardegna, 16 novembre 2019
Dopo l'allarme lanciato dall'assessore Todde, il primo cittadino fa le sue verifiche "Ci siamo attivati, ci assicurano che non esiste un provvedimento del genere". La notizia della chiusura del carcere di Lanusei in un turbinio di voci e smentite è subito rimbalzata in Ogliastra scatenando un putiferio.
Ma gli avvocati e gli amministratori che da anni combattono contro i tentativi, più o meno celati, di tagli ai presidi di giustizia sul territorio non sono rimasti con le mani in mano. L'eventualità che sul tavolo del ministero ci fosse un decreto pronto alla firma ha indotto Gianni Carrus, presidente del Consiglio dell'ordine degli avvocati ogliastrini a convocare a stretto giro di posta un'assemblea degli iscritti per verificare cosa stesse succedendo a Roma.
Alla fine di un'intensa mattinata, passata tra telefonate, Davide Burchi nella duplice veste di avvocato e sindaco di Lanusei ha tirato un sospiro di sollievo. E con lui i suoi colleghi. "Ci siamo subito attivati - ha detto il primo cittadino del comune che ospita l'istituto di pena e il tribunale - per capire quanto questa indiscrezione fosse fondata.
Ad oggi però questa notizia non è stata confermata. Anzi abbiamo avuto rassicurazioni che non esiste un provvedimento di questo genere". L'allarme sulla chiusura del carcere è partito da un post sulla pagina Facebook dell'assessore regionale ai Trasporti Giorgio Todde che rilanciando il commento del senatore sardo Guido De Martini ha scritto di volersi opporre a tutti i costi alla chiusura del San Daniele, considerata "un altro scippo per l'Ogliastra".
"Rimbalzano voci non verificate sulla volontà del ministero della giustizia di chiudere il carcere San Daniele di Lanusei" scriveva invece due giorni fa parlamentare e segretario regionale della Lega. "Una manovra analoga - diceva De Martini- era stata già tentata nel 2017 suscitando la fiera opposizione della comunità ogliastrina.
La lega si opporrà in tutti i modi qualora la notizia fosse confermata e ribadisce l'importanza che rivestono i presidi locali come ospedale, poliambulatorio, carcere e tribunale per l'Ogliastra tutta". Anche due anni fa, bloccati i finanziamenti per la ristrutturazione del vecchio convento francescano trasformato in carcere nel 1874, la sorte del San Daniele sembrava segnata.
Allora ci fu un movimento popolare contro quella che sembrava una condanna a morte per i presidi di legalità e giustizia. Perdere il carcere significava allora, e significherebbe anche oggi, ridimensionare la presenza dello Stato, cancellare Procura e caserme, e creare una progressiva e inesorabile desertificazioni sociale e economica del territorio ogliastrino. Un impoverimento che l'Ogliastra non può permettersi.
di Riccardo Arena
La Stampa, 16 novembre 2019
Caltanissetta, l'Appello conferma: ergastolo ai boss. Nell'attentato morì il giudice Borsellino. Il paradosso è che il falso pentito se la cava con la prescrizione. Vincenzo Scarantino esce indenne dalla vicenda di via D'Amelio, in cui ha giocato in passato il ruolo di collaboratore determinante per incastrare mandanti ed esecutori dell'eccidio del 19 luglio 1992 - ruolo positivo, riconosciuto fino in Cassazione - mentre oggi è considerato al centro del quanto mai negativo e colossale depistaggio di cui si parla adesso.
Nella sentenza di appello di ieri pomeriggio del "Borsellino quater", i condannati sono due boss, Salvino Madonia - killer fra gli altri dell'imprenditore Libero Grassi - e Vittorio Tutino: hanno avuto l'ergastolo per il loro ruolo nell'attentato in cui furono uccisi il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta.
Colpevoli di calunnia aggravata anche due dei falsi collaboratori di giustizia di questa vicenda: hanno avuto 10 anni ciascuno Calogero Pulci e Francesco Andriotta. Mentre il lungo tempo trascorso dall'epoca dei fatti e le attenuanti salvano Vincenzo Scarantino, il picciotto della Guadagna, ritenuto manipolato e indotto a mentire, anche a suon di pestaggi, da soggetti inseriti negli apparati dello Stato.
La decisione ribadisce i contenuti della sentenza di primo grado che due anni fa aveva certificato l'esistenza del depistaggio, su cui è in corso un altro processo, a carico di tre poliziotti ex del gruppo Falcone-Borsellino, coordinato dal questore Arnaldo La Barbera. Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Rib audo, un dirigente e due sovrintendenti in pensione, sarebbero coloro che avrebbero orientato la falsa collaborazione di Scarantino.
L'ispiratore La Barbera, ritenuto l'ispiratore, è morto nell'ormai lontano 2002. Scarantino se la cava dunque con un nulla di fatto, mentre Pulci e Andriotta rispondono di aver provocato le condanne subite da sette ergastolani, assolti in un processo di revisione dopo quindici anni di carcere a testa. Madonia, capomafia palermitano di Resuttana, sarebbe stato tra i mandanti della strage che aveva di mira il giudice Borsellino.
Tutino, che è di Brancaccio, fra gli esecutori. Il depistaggio sarebbe servito a coprire le responsabilità del gruppo proprio di Tutino, quello capitanato dai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, irriducibili e stragisti anche del 1993. I loro agganci milanesi, le loro presunte collusioni - che sono ancora oggi al centro di indagini nel processo palermitano sulla cosiddetta "trattativa Stato-mafia" - avrebbero indotto gli apparati deviati dello Stato a cercare di attribuire tutte le responsabilità al gruppo di mafiosi della Guadagna indicato da Scarantino.
A suon di botte e di torture fisiche e psicologiche, sostiene oggi la Procura nissena nel dibattimento contro i tre poliziotti. Mentre a Messina sono sotto inchiesta due magistrati del pool che indagò a suo tempo e che a Scarantino diede credito, gli ex pm Carmelo Petralia e Anna Palma, ignorando le sue ritrattazioni. Come del resto i giudici. Fino in Cassazione.
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