di Giacomo Galeazzi
interris.it, 6 ottobre 2019
Gli stranieri in Italia sono il 12% della popolazione ma commettono il 32% dei reati. Su 60 mila detenuti in Italia, 20 mila sono stranieri. "Negli ultimi anni si registra un aumento degli stranieri coinvolti tra arrestati e denunciati", afferma il capo della polizia Franco Gabrielli, sottolineando che "nel 2016, su 893mila persone denunciate e arrestate, avevamo il 29,2% degli stranieri coinvolti; nel 2017 il 29,8%, nel 2018 il 32% e in questo 2019 siamo quasi al 32%". Tenendo conto che gli stranieri nel nostro paese, sono il 12%, tra legalmente in Italia e non, "questo dà la misura del problema", aggiunge Gabrielli, quindi "per gli stranieri che restano in Italia è necessario costruire percorsi di integrazione altrimenti si creeranno condizioni favorevoli a illegalità, degrado, criminalità e terrorismo".
Il nodo della detenzione - Un detenuto su tre, quindi, non è italiano. "Secondo i dati più recenti del Ministero della Giustizia, i detenuti presenti negli istituti penitenziari in Italia sono in totale 58.569 (su una capienza regolare di 50.615 posti), distribuiti in 190 strutture- evidenzia l'Agi-.I detenuti stranieri sono 19.929: il 34 per cento sul totale, quasi un terzo esatto. I cittadini italiani sono 38.640". Nei confronti degli stranieri si usa in misura maggiore la custodia cautelare, cioè il carcere prima della conclusione del processo. Tra i detenuti in attesa di giudizio, gli stranieri sono il 37,7 per cento (3.640 individui), mentre tra quelli condannati in via definitiva la percentuale scende al 31,6 per cento". Chi è straniero ha insomma maggiore difficoltà ad accedere a misure alternative al carcere. su un totale di 5.433 individui soggetti a misure di sicurezza non detentive, solo il 9,5 per cento è composto da stranieri, comunitari e non. Discorso analogo vale per le sanzioni sostitutive e quelle non detentive, in cui le percentuali di stranieri coinvolti è rispettivamente del 14,6 per cento e del 12,6 per cento.
I paesi di provenienza - Le nazionalità presenti nelle carceri italiane sono 140. In percentuale, i primi in classifica sono i cittadini marocchini (il 18,5 per cento dei detenuti stranieri), seguiti dai rumeni (12,9 per cento), gli albanesi (12,7 per cento) e i tunisini (10,8 per cento). Paesi come Nigeria e Senegal raggiungono percentuali più basse, rispettivamente del 6,2 per cento e del 2,4 per cento.
I costi per lo Stato - Nel suo rapporto, l'Associazione Antigone ha calcolato che per l'anno in corso, sul budget preventivo di circa 2,9 miliardi di euro del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, il costo giornaliero per detenuto è previsto essere di 137,02 euro, praticamente stabile rispetto ai 137,34 euro del 2017. Di questo budget, l'80 per cento è comunque destinato alle spese del personale civile e di polizia penitenziaria. "Lo Stato spende 9,26 euro al giorno per il mantenimento in senso stretto di ogni detenuto: un totale di 277,8 euro mensili- evidenzia l'Agi". A fronte di 20 mila cittadini non italiani presenti negli istituti penitenziari, è esiguo il numero di irregolari espulsi. Il problema è di natura giuridica.
I trasferimenti - La questione del trasferimento dei detenuti stranieri è regolamentata dalla convenzione di Strasburgo del 1983, entrata in vigore in Italia sei anni più tardi 1989 All'articolo 3, la convenzione, sottoscritta solo da alcuni Paesi, afferma che una persona può essere trasferita solo in specifiche condizioni. Per esempio, la sentenza di condanna deve essere per almeno sei mesi di reclusione e definitiva, e il condannato deve acconsentire al trasferimento. Inoltre, la legge sull'introduzione del delitto di tortura del 14 luglio 2017 impedisce di estradare una persona quando ci sono motivi fondati di ritenere che essa rischia di essere sottoposta a tortura. Come sottolineato dal rapporto dell'Associazione Antigone, almeno 806 detenuti non dovrebbero essere trasferiti nei loro Paesi di origine e hanno diritto a restare in Italia. 217 vengono dalla Libia, 37 dal Sudan e 642 dall'Egitto. "Un'ulteriore difficoltà nei rimpatri riguarda la necessità di trovare accordi con i Paesi di origine", puntualizza l'Agi.
Le misure cautelari - Il Regno Unito ha stretto accordi con alcuni Paesi per "svuotare" le proprie carceri, con scarsi risultati. Per esempio, l'accordo con la Nigeria sottoscritto da Londra ha un impatto stimato di riduzione dell'1 per cento sulla popolazione carceraria straniera nel Regno Unito. Gli altri accordi britannici con Paesi extra-Ue non hanno dato esiti migliori: il totale dei detenuti trasferiti all'estero dal Regno Unito, nella cornice di accordi di trasferimento obbligatorio, ammonta in un anno a 18 solo individui. Di questi, diciassette sono stati rimandati in Albania e uno in Nigeria. Un terzo della popolazione carceraria è composta da stranieri.
"Ma per comprendere meglio la questione, è fondamentale fare delle distinzioni, per esempio, tra stranieri residenti e quelli irregolari, e sottolineare il maggiore ricorso alle misure cautelari per chi non è cittadino italiano. Mentre il costo giornaliero per singolo detenuto è stimato in circa 137 euro, la volontà di rimpatriare i detenuti stranieri e di "svuotare le carceri" si scontra almeno con due problemi. Uno giuridico, che potrebbe comportare la revisione di accordi internazionali e leggi nazionali; l'altro di efficacia. Il caso del Regno Unito, ad esempio, che ha preso alcune misure per effettuare rimpatri, non mostra risultati incoraggianti".
ildispaccio.it, 6 ottobre 2019
Iniziativa all'IIS Marconi di Siderno dell'Osservatorio sulla violenza di genere e della Questura. L'invito rivolto alle ragazze dal Questore Maurizio Vallone a essere selettivi nella scelta del partner, pretendendo rispetto e amore vero è stato uno dei messaggi lanciati nell'incontro tenutosi nell'aula Magna dell'IIS Marconi di Siderno (Rc) sul tema della violenza di genere.
Gli studenti sono stati letteralmente catturati e affascinati dal suo intervento e della autorevolezza con la quale ha parlato del fenomeno, sottolineandone l'efficace contrasto attraverso gli interventi del Protocollo L.I.A.N.A. e che, al contempo, con doti di straordinaria sensibilità, è riuscito a trasmettere e far affiorare nei ragazzi legittimi sentimenti di sdegno e condanna verso ogni manifestazione di violenza.
L'iniziativa promossa dall'Osservatorio regionale sulla violenza di genere attraverso i coordinatori Mario Nasone e Giovanna Cusumano, in collaborazione con la Dirigente scolastica Clelia Bruzzì ha consentito di realizzare obiettivi formativi, informativi e di riflessione grazie anche agli autorevoli relatori e rappresentanti delle Istituzioni hanno tracciato il fenomeno ripercorrendolo nella sua drammaticità ed evidenziando, nei diversi ambiti, le modalità di intervento, l'importanza di fare rete, dell'utilizzo di sistemi informatici di raccolta dati, del loro monitoraggio e del risultato conseguenziale immediatamente percepibile e spendibile della tempestività dell'intervento da parte delle Forze dell'ordine.
Il profilo di maggior rilievo dell'iniziativa è stato senza dubbio quello della autentica "vicinanza" che le figure istituzionali hanno voluto dimostrare ai giovani presenti alla manifestazione, particolarmente attenti e partecipi all'ascolto rispetto alle testimonianze dei Sindaci dei Comuni, Giovanni Calabrese e Caterina Belcastro ai quali si è chiesto di promuovere l'attivazione di un centro anti violenza nella Locride, della referente dello sportello antiviolenza del Comune di Siderno Caterina Origlia e della psicologa dell'ASP. Daniela Diano che ha trattato il tema della violenza assistita dei minori
Il Comandante del gruppo carabinieri di Locri Giovanni Capone ha sottolineato l'importanza della presenza capillare dell'Arma su tutto il territorio nazionale, dai grandi centri urbani alle località minori ed ha presentato il protocollo d'intervento adottato. Molto apprezzato e atteso è stato l'intervento del Presidente del Tribunale di Locri Rodolfo Palermo, al quale gli studenti del Marconi si sono rivolti auspicando che si rafforzi l'impegno comune di magistrati ed avvocati al fine di superare retaggi culturali che, in precedenza, consentivano ambigui tentativi di ribaltare il rapporto tra carnefice e vittima trasformando, spesso, in imputate le donne vittime di violenza.
L'intervento del direttore di Fimmina tv, Raffaella Rinaldis ha consentito di presentare il canale che dal 2012 è punto di riferimento per ogni donna calabrese che voglia cambiare la realtà del proprio territorio, molto spazio anche agli studenti che hanno presentato il percorso di Cittadinanza e Costituzione, significativamente dal titolo "dignità, semplicità e umiltà del Sud", che racchiude in sé tutta la voglia di riscatto dei giovani.
A conclusione dei lavori la Dirigente Bruzzi anche nella sua veste di referente dell'osservatorio del percorso didattico formativo "adotta la storia di una vittima di femminicidio" ha comunicato che già 22 scuole del reggino hanno aderito alla proposta, tra queste il Marconi particolarmente coinvolto per avere tra i suoi allievi i figli di Mary Cirillo la giovane madre di Riace vittima di questo terribile male che può essere debellato solo avviando una rivoluzione delle coscienze.
di Roberto Saviano
L'Espresso, 6 ottobre 2019
La politica ha paura di decidere su temi come questi, così come sulle adozioni gay. Ma i diritti civili non sono alternativi alle questioni sociali. Dicembre 2016, passeggiavo tra i viali fantasma di Cinecittà mentre mi raccontavano di Fabiano Antoniani, dj Fabo. Fabiano era un uomo pieno di vita fino a un incidente stradale che lo aveva reso tetraplegico e cieco.
A febbraio 2017 avrebbe compiuto 40 anni, voleva dare una festa e salutare tutti gli amici. Voleva congedarsi da una vita che non riusciva più a considerare vita. Quando per la prima volta Fabiano Antoniani incontra Marco Cappato, gli dice: "Avevo una vita bellissima, la più bella del mondo, la più bella che potessi desiderare. Fino all'incidente. Ora ho dolori insopportabili e sono immobile e, siccome io la vita la misuro in qualità e non in quantità, ho deciso che così non voglio più viverla".
Quando mi spiegarono ciò che stavano vivendo Fabiano e le persone che gli erano accanto - la sua compagna Valeria e sua madre Carmen - mi chiesero di sostenere la sua battaglia, una battaglia che Fabiano stava ancora decidendo se combattere o meno. Immaginate i dubbi, i ripensamenti, le paure: per quanto una vita possa essere insopportabile, è sempre vita e non è facile decidere di separarsene. Non è facile per nessuno. Forse vale la pena partire da questo. per capire che tutto ciò che viene dopo la decisione è un atto di amore, di amore profondo. Fu un atto di amore quello tra Mina e Piergiorgio Welby.
Fu un atto di amore profondo, paterno, immenso, quello di Beppino Englaro che decise di rispettare il desiderio di sua figlia Eluana, che mai avrebbe tollerato di vivere come un vegetale. Ha senso chiedersi come fossero le vite di Fabiano Antoniani e di Eluana Englaro prima dell'incidente? Come quelle di Piero Welby e Dominique Velati prima della malattia? Forse sì, ha senso, perché ci renderemmo conto che le loro vite erano uguali alle nostre, vite bellissime perché imperfette, reali, vite piene anche di sofferenza.
Ma esiste un limite tra una vita che possiamo vivere e una vita che ci toglie tutto? Vita significa cercare un lavoro e trovarne uno che magari ti rende infelice, significa non trovare più il senso in una storia d'amore, significa provare rancore verso i propri genitori, rancore e amore insieme. Vita è uscire con gli amici per una birra, litigare, tradirsi e dimenticare. Vita è portare il cane giù a pisciare, vita è abbracciarsi sotto le coperte, vita è il silenzio, vita è la complicità, le battute, gli scherzi. Vita è dare una festa per i propri 40 anni per salutare tutti e congedarsi dalla vita. Su anni di disobbedienza civile e su un lavoro costante, titanico, eroico dell'Associazione Luca Coscioni e dei tanti amici che hanno sempre sostenuto Marco Cappato, Filomena Gallo, Mina Welby e tutti gli attivisti, si innesta la pronuncia della Corte Costituzionale che ha stabilito che chi si trova nella condizioni di dj Fabo ha diritto a essere aiutato, che l'aiuto a una morte dignitosa, in determinate condizioni, non è reato.
L'Associazione Luca Coscioni, da quando è nata, non si è spesa solo per aiutare chi legittimamente decide di voler interrompere una vita di sofferenza e immobilità, tenuta in piedi artificialmente, ma si occupa di sostenere il progresso scientifico per la procreazione assistita che alle nostre latitudini resta incredibilmente ancora un tabù. L'Associazione Luca Coscioni è accanto alle migliaia di coppie che non riescono ad avere figli, quindi non morte ma vita, e vita dignitosa. E ora - qualcuno si chiederà - dopo la sentenza della Corte Costituzionale, che cosa dovrebbe accadere?
In un Paese dove la politica lavora davvero, ci si aspetterebbe una legge e ci si aspetterebbe coraggio. Il coraggio che è mancato, e manca ancora, nel votare lo ius soli/ius culturae, che è mancato nel varare i decreti attuativi che avrebbero dato concretezza alla riforma delle carceri, che è mancato sulle adozioni per coppie gay.
Che manca ogni qual volta ci sono decisioni che si possono posticipare con la scusa che non si tratta di pane. lavoro e tasse. Sì, perché spero che una cosa sia chiara a voi che state leggendo queste mie righe e a chi ci governa: i diritti civili non sono alternativi ai diritti sociali. I governi si devono occupare di tasse e di lavoro ma tasse e lavoro non possono essere un paravento per smettere di occuparsi del resto.
di Simone Corradetti
cronachepicene.it, 6 ottobre 2019
"Il mio campo libero" è un progetto che intende promuovere la salute e il benessere che porta in ognuno di noi l'attività fisica, specie se inquadrata in un processo di rieducazione. L'obiettivo è quello di sviluppare e aumentare la fiducia in ogni persona, ristretta nel corpo e nel movimento, consentendo quindi la crescita e la consapevolezza dei propri mezzi.
Sono necessari programmi di qualità e accompagnamento, mettendo in campo le professionalità giuste per ottenere certi risultati. Sport come educazione alle regole, socializzazione e autostima, per un benessere mentale dei detenuti. È questo l'obiettivo che si prefigge il Centro Sportivo Italiano (Csi) di Ascoli. Attraverso l'attività fisica, in questo caso con il gioco del calcio, "si intende collaborare, con il carcere di Marino del Tronto e il Ministero di Grazia e Giustizia".
È stata una iniziativa davvero lodevole, con i giovani detenuti che questa mattina, sabato 5 ottobre, hanno affrontato la squadra dei commercialisti. Ad affiancare i detenuti, l'istruttore e allenatore Valentino D'Isidoro, il quale tiene a rimarcare "l'importanza di questo progetto solidale, per persone come noi che stanno scontando la pena. I ragazzi - prosegue - sono sempre molto corretti durante l'attività sportiva, rispettandosi a vicenda. Un ringraziamento particolare - conclude - va al presidente del Csi Antonio Benigni, promotore del progetto, insieme alla segretaria Eleonora Sacchini. Lo stesso Benigni aggiunge che "bisogna anche coinvolgere attori esterni al carcere, per proseguire un percorso rieducativo e in piena collaborazione con il Ministero".
Terminata la partita, tutti ij protagonisti nella sala ospiti, per un piccolo rinfresco. Il sindaco di Ascoli, Marco Fioravanti, sottolinea "l'importanza del progetto, con l'eventuale possibilità di rendersi utili con dei lavori a favore della città".
Alle parole del primo cittadino si sono aggiunte quelle della direttrice del carcere Eleonora Consoli e de presidente dell'Ordine dei commercialisti di Ascoli, Carlo Cantalamessa i quali sottolineano "la collaborazione con l'Amministrazione comunale e le associazioni sportive nella realizzazione di attività di gruppo, sport e aggregazione". Un messaggio di conforto e di speranza è giunto ai detenuti anche dalle parole che ha pronunciato il vescovo Giovanni D'Ercole.
di Ferruccio de Bortoli
Corriere della Sera, 6 ottobre 2019
Le buone pratiche non mancano. Abbiamo tante eccellenze. Molte imprese e amministrazioni all'avanguardia. Ma tantissime aziende italiane non hanno un programma per la sostenibilità. Chi lo ha adottato ha una produttività superiore (in alcuni casi del 15 per cento). Crea più valore, occupazione, reddito.
Se fossimo tutti preoccupati per le sorti del pianeta oggi dovremmo discutere e approfondire i risultati del rapporto ASviS, l'associazione per lo sviluppo sostenibile. È stato presentato venerdì scorso. Meritava un'eco maggiore. Immersi in un eterno presente ci dimentichiamo subito dei grandi temi. Sono schiacciati dalle polemiche di giornata. Spesso li rimuoviamo. Salvo poi parlare di Greta e lodare l'impegno dei giovani senza aver colto il loro drammatico e urgente messaggio di fondo. Tocca a tutti noi farcene carico.
Perché solo una grande sensibilità pubblica, un ampio movimento di opinione e una migliore educazione civica orienteranno scelte di governo e strategie aziendali lungo il percorso della sostenibilità. Ovviamente l'esecutivo deve fare la propria parte e dimostrare che il cosiddetto green new deal non è solo uno slogan. Qualche esempio. Il premier Giuseppe Conte ha annunciato all'Onu che il nostro sarà tra i primi Paesi a raggiungere entro il 2050 la neutralità delle emissioni. Bene. Ma occorrerà adeguare, entro fine anno, il Piano nazionale integrato energia e clima approvato dal Conte 1, e ampiamente criticato da Bruxelles perché insufficiente, in particolare sulla decarbonizzazione.
Nel febbraio scorso - si legge nel rapporto ASviS - il governo gialloverde ha presentato l'analisi di impatto della manovra economica del 2019 sui dodici indicatori di benessere equo e sostenibile. Ma si è fermato a quattro: reddito medio pro capite, disuguaglianza, non partecipazione al mercato del lavoro, emissioni di gas inquinanti.
Le buone pratiche non mancano. Abbiamo tante eccellenze. Molte imprese e amministrazioni all'avanguardia. Ma tantissime aziende italiane non hanno un programma per la sostenibilità ambientale e sociale. Chi lo ha adottato ha una produttività superiore (in alcuni casi del 15 per cento). Crea più valore, occupazione, reddito. Anche il mondo delle banche e della finanza può fare molto di più. I fattori Esg (Environmental, social and governance) sono decisivi nelle scelte dei fondi di investimento.
La Banca d'Italia ne ha aumentato il peso nella valutazione del merito di credito ma c'è un problema non indifferente di certificazione dei progressi per distinguerli dalle buone intenzioni o dalle promesse di facciata. Si parla tanto di green bond e l'Italia si appresta a emettere il primo bond sovrano. Ma l'interrogativo più scomodo che si possa rivolgere agli investitori è uno solo: vi accontentereste di guadagnare di meno pur di garantire un beneficio ambientale e sociale? Si attendono risposte.
L'Italia, com'è emerso dal rapporto presentato dal portavoce di ASviS, Enrico Giovannini, ha ottenuto tra il 2016 e il 2017, qualche buon progresso in 9 delle 17 aree di intervento previste dall'Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Ovvero: salute, parità di genere, condizioni economiche e occupazionali, innovazione, modelli sostenibili di produzione e consumo, sviluppo delle città, disuguaglianze, qualità della governance, pace, giustizia e istituzioni solide e, infine, cooperazione internazionale. In due campi, educazione e lotta al cambiamento climatico, siamo rimasti fermi. Peggiorati nei capitoli riguardanti povertà, alimentazione e agricoltura sostenibili, acqua e strutture igienico-sanitarie, sistema energetico, condizione dei mari ed ecosistemi terrestri.
Le raccomandazioni per migliorare le nostre posizioni sono numerose, alcune di semplice buon senso. Andrebbero tutte esaminate e, se possibile, accolte senza tanti indugi. Non sfugge agli osservatori più attenti e meno ideologici che, sulla strada della riconversione produttiva, i soggetti più deboli possono essere ingiustamente colpiti. Questo è un pericolo da evitare, anche perché se vogliamo che cresca una diversa sensibilità dobbiamo scongiurare l'antipatica divisione tra chi la sostenibilità se la può permettere e chi no.
Valgono più di 19 miliardi l'anno i sussidi ambientalmente dannosi. In agricoltura e nei trasporti sorreggono però anche attività al limite della sopravvivenza. Cancellarli con un tratto di penna può sembrare la soluzione migliore. Un beneficio per l'ambiente avrebbe una ricaduta sociale dannosa. Una legge che prevedesse lo stop al consumo di suolo probabilmente darebbe un fortissimo impulso alla riqualificazione edilizia con effetti positivi sull'intero settore e sull'occupazione. Ma in tutto il territorio nazionale? I dubbi sono legittimi. Il sentiero è stretto. Va percorso con decisione e senza cambiare idea ogni anno. Con poca coerenza e poca persistenza non si va lontani.
Nell'ultimo rapporto Symbola, di cui è presidente Ermete Realacci, si segnala che sono 345 mila le imprese che negli ultimi 5 anni hanno puntato sulla green economy. Attraggono più capitali, vanno meglio all'estero, innovano e creano nuovi profili lavorativi e professionali. L'Italia viene poi definita una superpotenza nell'economia circolare. È il Paese europeo con la più alta percentuale di riciclo sulla totalità dei rifiuti prodotti.
Peccato non esista un sufficiente mercato del riuso e la burocrazia lasci indefinita, in diversi settori, la qualificazione di rifiuto (end of waste), con aggravio dei costi. L'incertezza normativa frena il riutilizzo delle materie prime riciclate e lo sviluppo di nuove imprese.
Accanto a tutto questo ci sono i rifiuti urbani. Alcune regioni e città hanno indici di raccolta differenziata anche superiori ai livelli europei. Esempi virtuosi. Ma sotto gli occhi di tutti ci sono altri casi, Roma in testa, che fanno impallidire quel record, sudato, di superpotenza nell'economia circolare. Una vergogna. Ogni anno viaggiano sulle strade italiane, diretti in altre regioni o all'estero, 165 milioni di tonnellate di rifiuti urbani su 1,7 milioni di Tir. Uno spreco gigantesco. Poco sostenibile anche e soprattutto per la coscienza civile di un Paese.
di Eva Pastorelli
Corriere della Sera, 6 ottobre 2019
"Cara Silvia, sono Eva. Non ci conosciamo ma spero ne avremo la possibilità. In attesa di quel momento, che spero giunga presto, ti scrivo". Comincia così la lettera aperta che Eva Pastorelli, volontaria internazionale oggi impegnata con Focsiv, ha pubblicamente letto e idealmente indirizzato a Silvia Romano, la cooperante milanese rapita in Kenya il 20 novembre 2018. La lettura è avvenuta durante la conferenza nazionale del Csvnet che fino a domenica 6 ottobre riunisce a Trento 350 rappresentanti dei Centri servizio volontariato di tutta Italia e che quest'anno ha per tema "La follia dei volontari". Ecco il testo integrale della lettera.
Cara Silvia, sono Eva. Non ci conosciamo ma spero ne avremo la possibilità. In attesa di quel momento, che spero giunga presto, ti scrivo. È da un po' che volevo farlo, ma in mezzo a tutte queste voci, dichiarazioni, opinioni più o meno autorevoli, mi ha fermato il pensiero sottile, la sensazione scomoda di apparire arrogante.
Abbiamo qualcosa in comune, tu ed io? Ho deciso di andare oltre questa domanda, mettendo per iscritto quello che sento quando penso a te, al tuo trascorso e al tuo presente. Non voglio più chiedermi se sia il caso: mi sto buttando, e porto con me le riflessioni che mi hanno accompagnata in questi mesi. E in questo mare di parole, vorrei ti giungessero anche le mie, per darti conforto e alimentare quel coraggio che ti è, ci è, proprio. Sì, parlo al plurale perché tu ed io condividiamo molto, e come noi, migliaia di giovani in Italia. Quando penso a noi, vedo due giovani donne volitive, decise, che hanno preso una posizione. Abbiamo scelto. Sempre.
Una sola cosa ci è toccata senza che la scegliessimo ed è stata la fortuna di nascere in Italia, in Europa, una delle regioni privilegiate di questo pianeta. Abbiamo potuto studiare, approfondire, viaggiare liberamente e ci sono stati garantiti quei diritti che altrove, nel mondo, sono lesi giornalmente. Siamo a tutti gli effetti delle privilegiate. E potevamo godere di questa situazione in modi diversi. Animate dal desiderio di vivere in una società più giusta e più equa, abbiamo scelto di dedicarci agli ultimi, ai più vulnerabili, aprendo la testa e il cuore e volgendo lo sguardo verso chi non è stato fortunato quanto noi. Perché, come hai scritto anche tu, (tutti) "Meritano di avere le nostre stesse opportunità perché siamo tutti esseri umani in cerca di libertà, realizzazione, felicità".
Abbiamo scelto di intraprendere un percorso di studi che ci dotasse di strumenti utili per comprendere la realtà, andando al di là dei confini, imparando che le periferie del mondo si assomigliano. Verso questi luoghi abbiamo indirizzato il nostro interesse e siamo partite per raggiungerli. Ci siamo, quindi, allontanate da tutto ciò che era quotidiano, routine, comfort. Lontane da casa, ma sentendoci nel posto giusto; distanti dal supporto dei cari, ma pronte a tessere nuove relazioni, utilizzando approcci sconosciuti fino a poco prima.
Abbiamo scelto di prestare volontariato in paesi dilaniati dai conflitti sociali, nei quali la dignità umana è costantemente lesa da sfruttamento, discriminazioni, corruzione ed ingiustizie. E in questi luoghi abbiamo visto la determinazione di chi continua a lottare nonostante gli ostacoli appaiono insormontabili; abbiamo goduto della generosità di chi vive con poco e darebbe tutto ciò che ha pur di farti sentire a casa; grazie all'incontro con diverse culture e tradizioni abbiamo affrontato le nostre debolezze e scoperto nuovi punti di forza. Abbiamo smesso di dare per scontato ciò che tale ci sembrava: avere sempre a disposizione dell'acqua per potersi lavare, poter raggiungere una località percorrendo strade asfaltate; darsi un appuntamento e poter arrivare puntuali. Ci siamo arricchite interiormente, grazie all'incontro con una realtà diversa dalla nostra e alla condivisione di un percorso con chi quella realtà la vive.
E non siamo delle "ingenue, un po' folli, illuse di poter cambiare il mondo". Siamo donne generose e tenaci, consapevoli che i piccoli gesti possono fare la differenza nel costruire un mondo migliore, per tutte e tutti. Siamo donne che hanno scelto consapevolmente, in autonomia e supportate da chi ci conosce da sempre. Silvia, tu ed io abbiamo scelto di partire per poi per offrire le nostre competenze al servizio dell'Altro. Ed ora che lo leggo nero su bianco ne sono convinta: noi due, cara, abbiamo tanto in comune. Solo una cosa ci fa divergere: io, al contrario di te, ho potuto scegliere di tornare. Augurandoti di poter continuare a scegliere, ti mando l'abbraccio della parte migliore di questo Paese. Quella come te. Tua.
di Giovanni Tizian
L'Espresso, 6 ottobre 2019
Ci sono migliaia di richiedenti asilo che lavorano, fanno volontariato, riparano strade, restaurano scuole, aiutano disabili e malati. Ma con le nuove leggi a regime le commissioni hanno cominciato a respingere la quasi totalità delle domande di accoglienza.
Il giovane Yoro non stacca gli occhi dal pezzo di ferro che sta trasformando nel braccio di una panchina rossa. Al suo fianco c'è Bruno, un artigiano in pensione, che ha scelto di tramandare 65 anni e passa di esperienza da fabbro a chi scappa da guerre, fame e persecuzioni. "I ragazzi italiani certi mestieri non vogliono più farli", riflette Bruno, modenese di 81 anni, che lavora da quando ne aveva 14. Ha iniziato come aiutante, come Yoro nella sua officina. Poi da operaio si è messo in proprio conquistando commesse da grosse multinazionali della meccanica. Osservarli impegnati fianco a fianco ricordano una strofa di "Un vecchio e un bambino" della canzone di Francesco Guccini: "Il bimbo ristette, lo sguardo era triste, e gli occhi guardavano cose mai viste". E Yoro, che ormai non è più un bambino, ma un ragazzone, porta sul volto i segni del passaggio in Libia. Per Yoro il laboratorio di Bruno Ferrari rappresenta l'occasione della vita, la libertà dal bisogno, dalla miseria, dalla quale è fuggito ormai tre anni fa attraversando il deserto.
Dal Senegal, a 19 anni, ha raggiunto la Libia dove è stato prigioniero in uno dei tanti lager. Oggi assembla panchine che verranno istallate nei parchi di Castelfranco Emilia, provincia di Modena, per ricordare le donne vittime di violenza. Quando gli chiediamo di raccontarci delle violenze subite in Libia, i suoi occhi si inumidiscono e abbassa lo sguardo. Capiamo che è inutile insistere. Yoro non ha intenzione di voltarsi indietro, desidera soltanto guardare avanti. E lì a pochi centimetri c'è la fiamma ossidrica con cui saldare il ferro a dargli una speranza concreta di salvarsi dall'abisso della clandestinità. Futuro certo finché non è arrivato Matteo Salvini al Viminale.
I decreti sicurezza voluti dall'ex ministro, condivisi e rivendicati dai 5 Stelle, rischiano di mandare a monte un percorso di integrazione costruito a Modena e Castelfranco. Yoro, infatti, è uno dei quasi 1.500 richiedenti asilo che vivono nella provincia modenese. La metà di loro ha trovato un sistema di accoglienza differente dalla mera carità, dall'elemosina di Stato, i 2,50 euro al giorno che spettano per diritto a ogni ospite di un centro di accoglienza.
Qui quasi 700 migranti sono inseriti in percorsi di volontariato sociale, fanno lavori e lavoretti per rendere più vivibili i quartieri, sistemare le scuole, ripristinare luoghi deturpati dal degrado e dall'incuria, si prendono cura della città. Attività durante le quali apprendono un mestiere, accumulano esperienze, che poi spendono per entrare nel mercato del lavoro.
A Modena la collaborazione tra terzo settore, istituzioni e cittadini ha modellato un impianto dedicato all'integrazione dei nuovi arrivati nel tessuto economico, tra i più produttivi d'Italia: dalla ceramica alla meccanica, con indotti annessi, hanno fatto la fortuna di questa terra. "Arrivano decine di richieste dalle aziende del distretto ceramico, in particolare, pronte ad assumere questi ragazzi", ci spiega il sindaco di Modena, Giancarlo Muzzarelli, che aggiunge: "Il nostro obiettivo è l'integrazione, non la distruzione sociale. Che vuol dire offrire opportunità di inserimento nella società. Perché i modenesi, ma vale per tutte le altre città, quando vedono che questi ragazzi lavorano per strada, aiutano la comunità, cambiano atteggiamento. Si demoliscono i muri che spesso, a volte anche inconsapevolmente, costruiamo tra noi e loro". C'è da chiedersi se il modello messo in piedi dal primo cittadino modenese insieme alla associazioni del Terzo settore e della Chiesa verrà compreso dagli emiliani che saranno chiamati al voto alla fine di gennaio 2020. La regione amministrata dal governatore Pd Stefano Bonaccini è nel mirino della Lega, che qui vorrebbe fare il colpaccio, aizzando le folle contro gli invasori e gli architetti della sostituzione etnica.
E in questo i decreti sicurezza voluti dall'ex ministro rischiano di agevolare la propaganda leghista: le nuove norme hanno ristretto la platea di stranieri che possono ottenere lo status di rifugiato, eliminando, per esempio, il permesso per motivi umanitari. Perciò moltissimi richiedenti asilo che ricevono il diniego dalle commissioni territoriali entrano direttamente in clandestinità, che ha come primo corollario l'impossibilità di ottenere contratto regolare.
Quale imprenditore o agenzia interinale si assume il rischio di assumere stranieri senza documenti, i "sans papiers"? Più che decreti sicurezza, dunque, si tratta di decreti "insicurezza", che trasformano il Paese in una fabbrica di clandestini. "Il sospetto è che giovi agli interessi di molti", dice don Giuliano Stenico, fondatore del Ceis (Centro di solidarietà) di Modena, "Con Salvini al Viminale abbiamo raggiunto un numero impressionante di risposte negative delle commissione che valutano la richiesta di asilo: 97 per cento".
A Modena sono attivi cinque Cas - centri di accoglienza straordinaria - e uno progetto Sprar, i simboli dell'accoglienza diffusa in stile Riace di Mimmo Lucano, contrapposti al modello dei Cara spesso al centro di scandali e mazzette. Per comprendere gli effetti dei decreti Salvini sul sistema di integrazione messo in moto nel Modenese affidiamoci ai numeri: dopo il 5 ottobre, con le nuove norme a regime, su un campione di 309 richiedenti asilo presenti in due strutture, 235 hanno ricevuto risposta negativa dalla commissione e 54 sono ancora in attesa di risposta, che in media arriva dopo 20 mesi, cioè un anno e mezzo di limbo e nella maggioranza dei casi sarà negativa. Solo in 17 hanno ricevuto la protezione.
Tra questi c'è Federick Alexander Owona. Lo incontriamo sulla pista ciclabile che collega Modena a Vignola, sulla strada Gherbella, nel cuore della pianura modenese. Sta lavorando insieme ai volontari del gruppo verde della zona fondato dai pensionati del quartiere. Sistemano le staccionate, strappano le erbacce e puliscono la pista dalle foglie che con la pioggia rischiano di trasformarsi in un pericoloso scivolo per le bici.
"Realizziamo manutenzioni utili alla collettività", spiega Franco, pensionato a capo del gruppo di volontari, mentre indica i migranti con la pettorina gialla dei volontari. "Gli anziani insegnano, i ragazzi apprendono", aggiunge. Dopo una breve pausa ci racconta i progetti futuri: "A breve inizieremo i lavori di sistemazione del cortile di un asilo nido, dove sono state trovare persino siringhe. In passato abbiamo, invece, riparato buche nelle quali erano cadute persone anziane. Non si tratta di lavoro e basta, c'è anche molta educazione civica" Federick ha un leone tatuato sull'avambraccio, il simbolo della sua terra d'origine: il Camerun, da dove è fuggito. Ha 38 anni, viveva nella capitale Yaoundé. È scappato per evitare il carcere, lì è reato amare persone dello stesso sesso.
A Modena è arrivato due anni fa. È sbarcato ad Augusta, dopo due giorni di traversata. Salvato dalla guardia costiera italiana, quando salvare vite nel Mediterraneo non configurava il reato d'umanità. "È da folli ritenere la Libia un porto sicuro", racconta Owona. In Libia ha vissuto in un "mezdra", un magazzino che i trafficanti usano per stipare merce umana in attesa della traversata. Gli chiediamo delle torture subite. Con gli occhi lucidi esclama solo due parole: "Troppo orrore". Preferisce parlare dell'oggi e del domani. "Mi trovo benissimo a Modena, lavoro con i volontari, imparano un mestiere e così aiuto anche chi mi ha accolto. C'è sempre una seconda possibilità".
Il Comune di Modena, che ha un assessorato all'integrazione, ha inventato il passaporto di cittadinanza attiva. È un libricino blu, con il quale il richiedente asilo si fa certificare le attività che svolge. Volontariato, ma anche corsi di italiano, lavori e altre attività, pure sportive. Una sorta di curriculum certificato. Un documento, seppure non obbligatorio, che si è rivelato utile in sede di valutazione della domanda di asilo politico. Almeno prima dell'arrivo di Salvini al Viminale. La rigidità è diventata tale da rendere pressoché inutile la presentazione del passaporto.
Chi rischia di essere risucchiato nella clandestinità sono i richiedenti asilo che ogni giorno salgono sulle ambulanze della Croce blu per prestare assistenza agli anziani e ai disabili. Si tratta di un progetto nato un anno fa. Su proposta del centro per stranieri del Comune, coordinato da Yuri Costi. I migranti "seguono il corso obbligatorio e se lo superano entrano nella squadra", ci spiega Francesca Romagnoli, coordinatrice dell'organizzazione. "All'inizio molti erano scettici, preoccupati. Pensi allo sforzo nel comprendersi l'uno con l'altro, c'è chi parlava solo dialetto modenese e chi solo inglese.
I timori iniziali sono svaniti, si è creato un team affiatato. Oggi abbiamo equipaggi misti che fanno assistenza. Modenesi insieme ai ragazzi africani", prosegue. E gli utenti? Che dicono? "Non hanno mai sollevato critiche né obiezioni". Cinque volontari hanno, inoltre, avuto l'opportunità di partecipare al bando per servizio civile della Croce blu. Derrick è uno di loro. Tuttavia la commissione ha respinto la sua richiesta di protezione: se dovesse andare male il ricorso entrerebbe nella clandestinità. Spinto nel sommerso da quello stesso Stato che lo ha ritenuto idoneo per il servizio civile. Lo stesso vale per Kalifa, con cui riusciamo a scambiarci a stento un saluto. Inizia il turno e non può fare aspettare il suo partner di pattuglia, un signore modenese sulla sessantina. C'è anche Mercy, nigeriana di 28 anni, che a fine ottobre rischia di diventare un'irregolare.
L'esperienza nel volontariato ha aperto varchi nel mercato del lavoro. "In 45 sono stati assunti in vari settori", spiega Yuri Costi, "e abbiamo iniziato a collaborare con alcune agenzie interinali. Sta portando buoni frutti: otto ragazzi sono stati inseriti in aziende locali. Anche questo processo, però, rischia di fallire per chi ha avuto il diniego delle commissioni, a breve diventeranno irregolari e nessuno potrà assumerli".
La strada è in salita anche per Draken e Diamond. Il primo è un ventunenne del Ghana, il secondo è nigeriano e ha 24 anni. Diamond ha ricevuto la brutta notizia dalla commissione poche ore prima che lo incontrassimo. Con Draken hanno molte cose in comune. Giocano nella stessa squadra di calcio e hanno totalizzato il record di ore di volontariato, più di mille ore. Draken nel frattempo è riuscito a trovarsi un lavoretto col contratto. Fino a novembre sta smontando le tensostrutture della festa dell'Unità di Modena."Noi siamo la testa della festa", ride Draken, che vuole fare sfoggio del suo dialetto modenese e perciò aggiunge: "oggi non piov mènga". In Libia è stato in carcere, "chi non paga il pizzo ai posti di blocco della polizia corrotta viene rinchiuso".
Lui ha sempre risposto alla chiamate di Boze Klapez, dirigente del Ceis in pensione che adesso dedica il suo tempo ai migranti dopo aver lavorato una vita nel contrasto alle tossicodipendenze. Draken con altri ospiti dei centri hanno seguito Boze nell'impresa di ritinteggiare lo stadio Braglia della città. E hanno risposto presente quando si è presentata l'occasione di rimettere in sesto una decina di scuole, elementari, medie e superiori. "Ecco, qui sulla sinistra", Boze ci indica l'istituto Paoli su viale Reiter, "questo è il primo istituto in cui abbiamo lavorato con i ragazzi, è stata dura ma hanno imparato molto e da allora sanno usare il rullo e il pennello". Un mestiere, come un altro, che per Draken, Yoro, Diamond, Federick e tutti gli altri non ha il sapore della fatica, ma dell'emancipazione. Nonostante le leggi. Nonostante il Capitano della paura.
di Natale Salvo
fronteampio.it, 6 ottobre 2019
"In Burundi siano stati commessi crimini contro l'umanità, quali definiti dallo Statuto di Roma, vale a dire omicidi, incarcerazioni o altre forme gravi di privazione della libertà fisica, torture, stupri e altre forme di violenza sessuale di analoga gravità e persecuzioni a sfondo politico". Persecuzioni che avvengono nell'impunità generale.
È quanto scrive, nel proprio rapporto annuale 2019, presentato pochi giorni or sono all'Onu, la Commissione d'inchiesta sul Burundi presieduta dal camerunense Doudou Diène. Le azioni, sostiene la Commissione, mostrano "un obiettivo comune, vale a dire l'eliminazione di qualsiasi opposizione politica, reale o presunta, che potrebbe mettere in discussione l'attuale governo".
Nel Paese, nella primavera 2020, si svolgeranno tanto le elezioni presidenziali che quelle legislative. Elezioni alle quali il presidente Pierre Nkurunziza, nonostante le limitazioni costituzionali, ha annunciato di voler partecipare per ottenere il terzo mandato consecutivo.
Tali violenze sono iniziate nel maggio 2018, all'indomani della vittoria del "No" al referendum costituzionale voluto dal governo. La maggior parte delle violenze sono state commesse dalle milizie dell'Imbonerakure, la lega giovanile del partito al potere Cndd-Fdd, che agiscono da sole o in collaborazione con i funzionari amministrativi locali, ma anche, come è stato notato in passato, con il sostegno dei funzionari di polizia e del Snr - i servizi segreti del Paese.
In particolare, sono documentati numerosi casi di violenze sessuali di gruppo su donne e ragazze - spesso da parte delle milizie dell'Imbonerakure - ma anche violenze sugli organi genitali nei confronti degli uomini fermati dalla polizia, esecuzioni sommarie sia tramite insistenti percosse a bastonate che con l'ausilio di armi da fuoco o armi bianche.
In questo contesto, appare superfluo parlare delle libertà di riunione o d'espressione; totalmente inesistenti. Oltre ai giornalisti e ai difensori dei diritti umani, atti intimidatori non hanno risparmiato "i burundesi rimpatriati nell'ambito del programma di sostegno al ritorno volontario dalla Tanzania".
La Commissione, inoltre, esaminando le condizioni delle carceri locali, ha stabilito che in esse viene erogato un "trattamento crudele, disumano o degradante" considerata sia la sovrappopolazione nelle celle, sia la mancanza di cibo e l'insufficiente accesso all'acqua, ai servizi igienici e alle cure mediche. Il rapporto della Commissione, e le sue accuse, sono state contestate dall'ambasciatore all'Onu del Burundi, Rénovat Tabu, che, al contrario ha sostenuto che il suo Paese è "stabile" e vi vigono la "pace e sicurezza". Per tale motivo, ha suggerito all'Onu di "porre fine al mandato della Commissione d'inchiesta".
Resta, tuttavia, il fatto che il Burundi - 12,2 milioni di abitanti - è uno dei Paesi più poveri al mondo, tanto da essere classificato al 185° posto tra i 189 paesi al mondo secondo l'indice di sviluppo umano calcolato dalla Banca Mondiale.
Il 74,7% della popolazione vive nella povertà con un guadagno nazionale medio lordo pari a 704 dollari annui (circa 53 euro lordi al mese). Un Paese, dove, l'aspettativa di vita è appena di 57,9 anni e il 56% dei bambini tra i 6 mesi e i 5 anni d'età soffrono di malnutrizione cronica. In questo contesto, è difficile pensare ad ulteriori tentativi di far rientrare nel Paese i 320.000 rifugiati che vivono nei Paesi limitrofi (Tanzania. Uganda, Congo e Ruanda).
di Vincenzo Nigro
La Repubblica, 6 ottobre 2019
Anche l'ayatollah Sistani critica il governo: "Risponda alle esigenze del popolo". Moqtada Sadr, il potente leader politico e clerico sciita, ha chiesto le dimissioni del governo iracheno del primo ministro Adel Abdel Mahdi. Dopo una settimana di violente proteste di piazza, in cui sono morti almeno 100 cittadini, Moqtada prima ha congelato la partecipazione dei suoi deputati ai lavori del parlamento e poche ore più tardi ha chiesto le dimissioni del governo e elezioni anticipate.
"Per evitare ulteriori spargimenti di sangue iracheno, il governo deve dimettersi e le elezioni anticipate devono essere tenute sotto la supervisione delle Nazioni Unite", ha scritto Moqtada Sadr in un messaggio che il suo ufficio ha fatto avere ai media.
L'annuncio di Sadr arriva poche ore dopo l'intervento dell'ayatollah Alì Sistani. La massima autorità sciita dell'Iraq (che ha un profondo seguito anche fra gli sciiti dell'Iran) ha riconosciuto le ragioni dei manifestanti, e ha invitato il governo a scegliere la strada delle riforme politiche ed economiche invece di quella della repressione violenta.
"Agite con la politica prima che sia troppo tardi", ha fatto dire Sistani da un suo assistente al sermone del venerdì nella città santa sciita di Karbala.
L'intervento di Sistani in qualche modo ha spinto Moqtada alla dichiarazione che di fatto mette in crisi il governo, che senza i voti del partito sadrista non ha la fiducia dell'Assemblea nazionale. Anche ieri Bagdad e le principali città dell'Iraq sono state infiammate da proteste a cui la polizia ha risposta sparando pesantemente sui civili.
Testimoni hanno raccontato ai giornalisti della Reuters di aver visto manifestanti uccisi con colpi alla testa sparati dai cecchini dell'esercito appostati sui palazzi. A Diwaniya la polizia ha confermato di aver sparato e ucciso 3 dimostranti che stavano provando a dare l'assalto alla sede provinciale del governo. Ma perché l'Iraq è in rivolta? Perché a 2 anni dalla sconfitta dell'Isis, a 16 anni dalla disastrosa invasione americana del 2003, il paese è in condizioni politiche ed economiche miserevoli.
Le proteste di piazza che hanno quasi 70 morti (fra cui una decina di poliziotti) sono innescate da questo: dalla povertà e dall'indignazione per la corruzione della leadership politica, sciita o sunnita che sia. Il primo ministro sciita Adel Abdul Mahdi, originario di Nassirya, ha detto in tv "non ho la bacchetta magica"; i suoi avversari politici ne approfittano per metterlo in difficoltà di fronte alla popolazione. Oggi sabato il parlamento avrebbe dovuto riunirsi in seduta d'emergenza per discutere il taglio del 5% degli stipendi dei funzionari delle istituzioni dello Stato a favore dei "disoccupati" e delle categorie più deboli.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 6 ottobre 2019
Dopo un mese di detenzione preventiva Bikila Amenu, Abdisa Gutata, Firomsa Bekele, Gadaa Bulti e Adugna Keso, cinque giornalisti arrestati nella capitale Addis Abeba il 5 settembre, sono comparsi di fronte a un giudice. Nella prima udienza del 3 ottobre non è stata presentata alcuna prova a sostegno dell'accusa di "incitamento al terrorismo", mossa nei loro confronti ai sensi della Legge antiterrorismo proclamata a giugno. L'unico pezzo di carta esibito è una lettera in cui la polizia chiede ai servizi segreti assistenza nelle indagini.
I cinque imputati, tutti giornalisti, appartengono a "La voce dei giovani per la libertà". A partire dal 2011 hanno svolto un ruolo importante nella denuncia delle violazioni dei diritti umani e hanno seguito da vicino le proteste del 2015 nella regione di Oromia. Da allora il governo è cambiato, ma le vecchie abitudini repressive non sono evidentemente terminate.
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