abruzzoweb.it, 7 ottobre 2019
"Spero che il presidente del consiglio Giuseppe Conte riconosca provveda a garantire un diritto fondamentale al risarcimento per l'errore giudiziario commesso dall'allora procuratore del tribunale di Milano Armando Spataro e della corte che mi giudicò". Lo afferma l'aquilano Giulio Petrilli, ex segretario Rifondazione Comunista nel capoluogo, che ha inviato giorni fa una lettera al presidente del consiglio Conte, di vedersi riconosciuti dieci milioni di euro l'essere stato arrestato nel 1980 con l'accusa di partecipazione a banda armata ( Prima Linea) e poi rilasciato nel 1986, dopo l'assoluzione in giudizio d'appello presso il tribunale di Milano. La cassazione nel luglio 1989, ha poi confermato la sentenza di assoluzione.
"Ciò è consentito - spiega Petrilli - in base alla legge attuale sulla responsabilità civile dei magistrati ( legge numero117, del 13 aprile 1988, nel primo comma dell'articolo 4, che prevede di inoltrare il ricorso e la richiesta di risarcimento anche al presidente del consiglio dei Ministri".
"Da anni mi batto per avere giustizia sulla mia vicenda giudiziaria - ricorda Petrilli. Uscito innocente dopo cinque anni e otto mesi di carcere, da un'accusa banda armata che prevedeva anche la detenzione nei carceri speciali e sotto regime dell'articolo 90, più duro dell'attuale 41bis. Anni di isolamento totale, blindati dentro celle insonorizzate, senza più poter scrivere, leggere libri, anche quelli per gli studi universitari, qualche ora di tv ma solo primo e secondo canale.
"Sempre soli con un'ora d'aria al giorno, in passeggi piccoli e con le grate. Un'ora di colloquio al mese, con i parenti ma con i vetri divisori. Dodici carceri attraversati in questi lunghi anni. Ora faccio un'ulteriore richiesta di danni per l'errore giudiziario. Spero che il presidente del consiglio riconosca questo dato incontrovertibile e provveda a garantire un diritto fondamentale", conclude Petrilli.
Il Sole 24 Ore, 7 ottobre 2019
Recidiva - In genere - Precedenti condanne - Valorizzazione ai fini della esclusione delle attenuanti generiche - Riconoscimento implicito della recidiva - Esclusione - Ragioni - Conseguenze in tema di prescrizione. In tema di recidiva, la valorizzazione da parte del giudice dei precedenti penali dell'imputato ai fini del diniego delle circostanze attenuanti generiche non implica il riconoscimento della recidiva contestata in assenza di aumento della pena a tale titolo o di confluenza della stessa nel giudizio di comparazione tra le circostanze concorrenti eterogenee, attesa la diversità dei giudizi riguardanti i due istituti, sicché di essa non può tenersi conto ai fini del calcolo dei termini di prescrizione del reato.
• Corte di cassazione, sezione II penale, sentenza 18 settembre 2019 n. 38548.
Imputato - Recidiva - Riconoscimento - Diniego delle attenuanti generiche - Motivazione - Sufficienza - Esclusione - Effetti sulla prescrizione. La valorizzazione dei precedenti penali dell'imputato per la negazione delle attenuanti generiche non implica il riconoscimento, neppure implicito, della recidiva, in assenza di aumento di pena o di giudizio di comparazione tra le circostanze concorrenti eterogenee. Per l'effetto, in tal caso, la recidiva non rileva ai fini del calcolo del termine di prescrizione del reato.
• Corte di cassazione, sezioni Unite penali, sentenza 15 maggio 2019 n. 20808.
Reato - Estinzione (cause di) - Prescrizione - Recidiva - Mancato aumento di pena - Valorizzazione dei precedenti penali per escludere la concessione delle attenuanti generiche - Rilevanza ai fini del calcolo della prescrizione - Sussistenza. La recidiva contestata e accertata nei confronti dell'imputato e solo implicitamente riconosciuta dal giudice di merito che, pur non ritenendo di aumentare la pena a tale titolo, abbia specificamente valorizzato, per negare il riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, i precedenti penali dell'imputato, rileva ai fini del calcolo del tempo necessario ai fini della prescrizione del reato. (In motivazione, la Suprema corte ha specificato che solo la recidiva contestata ma non valutata in alcun modo ai fini dell'applicazione del trattamento sanzionatorio, può ritenersi ininfluente sui termini prescrizionali).
• Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 12 luglio 2017 n. 34137.
Reato - Estinzione (cause di) - Prescrizione - Recidiva qualificata - Esclusione da parte del giudice - Rilevanza della recidiva nel computo dei termini prescrizionali - Rilevanza - Esclusione. In tema di prescrizione del reato, quando il giudice abbia escluso la circostanza aggravante facoltativa della recidiva qualificata ai sensi dell'art. 99, comma quarto e quinto, cod. pen(a seguito della sentenza della Corte costituzionale n.185 del 2015)., non ritenendola in concreto espressione di una maggiore colpevolezza o pericolosità sociale dell'imputato, la predetta circostanza deve ritenersi ininfluente anche ai fini del computo del tempo necessario a prescrivere il reato.
• Corte di cassazione, sezione III penale, sentenza 9 marzo 2016 n. 9834.
Reato - Estinzione (cause di) - Prescrizione - Recidiva - Ritenuta in sentenza per escludere la concessione delle attenuanti generiche - Mancato aumento di pena - Rilevanza ai fini del calcolo della prescrizione - Sussistenza. La recidiva contestata all'imputato e solo implicitamente riconosciuta dal giudice di merito, mediante riferimento nella sentenza, per determinare il trattamento sanzionatorio, ai precedenti risultanti dal certificato penale, rileva, in quanto circostanza aggravante a effetto speciale, nel calcolo del tempo necessario ai fini della prescrizione del reato.
• Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 15 settembre 2016 n. 38287.
di Paolo Biagioni
quotidiano.net, 7 ottobre 2019
Il direttore D'Anselmo: "Il catering sarà curato dai detenuti". Aprire all'esterno la seicentesca chiesa di San Giacomo, situata nell'omonimo forte che ospita il carcere, della quale riprenderanno a giorni i lavori di restauro.
Il tutto ripristinando la vecchia tradizione della messa domenicale alla quale, insieme ai detenuti, può assistere anche la popolazione, e, soprattutto, offrendo la possibilità di celebrarvi i matrimoni con l'offerta di un 'pacchetto' comprensivo del catering a cura dei detenuti.
È questo il progetto al quale sta lavorando il direttore dell'istituto di pena Francesco D'Anselmo che ha accettato di illustrarlo al nostro giornale facendo il punto della situazione anche sui lavori di restauro della chiesa, splendido esempio di arte barocca, unico sull'isola.
Direttore, come è nata l'idea dei matrimoni in carcere?
"È nata pensando a come aprire ulteriormente l'istituto all'esterno e a dare ai reclusi ulteriori possibilità di lavoro facendo realizzare ad essi il banchetto dopo la cerimonia nella chiesa. Ed anche per offrire un'ulteriore opportunità di fare turismo al paese di Porto Azzurro nei mesi di media e bassa stagione perché i matrimoni di solito vengono celebrati in periodi diversi dall'estate".
C'è già un'idea sull'allestimento del 'pacchetto' da offrire agli sposi?
"Cerimonia nella chiesa a parte, abbiamo già localizzato le possibili location per il catering che sono l'area verde nella cittadella che ha spazi che si prestano bene allo scopo e la zona del 'Belvederè, solitamente utilizzata dal personale per cene ed altri eventi conviviali".
I lavori di restauro della chiesa come procedono?
"I lavori erano iniziati 5 mesi fa dopo il reperimento della copertura finanziaria messa a disposizione per il 70% dalla Fondazione Terzo Pilastro di Roma attraverso una donazione voluta dal professor Emmanuele Emanuele e per il 30% dal dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Si erano pero fermati dopo una ventina di giorni perché mancavano alcune indicazioni della soprintendenza, dato che si tratta di un bene vincolato. Adesso è tutto a posto ed a breve ripartiranno".
È possibile anticipare una loro tempistica?
"Contiamo di finire le opere esterne entro dicembre. Per fare il tetto ci vorrà circa un mese. Ed anche la realizzazione degli intonaci esterni, con i ponteggi già montati, dovrebbe richiedere un tempo limitato. Dopo bisognerà intervenire all'interno della chiesa per riprendere i punti danneggiati dalle infiltrazioni dal tetto, rifare la tinteggiatura ed altre opere di abbellimento. Dovranno essere posizionati i nuovi infissi che verranno realizzati dalla falegnameria del carcere. È probabile che per Pasqua si riesca a celebrare la prima messa".
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 7 ottobre 2019
Cassazione - Sezione II penale- Sentenza 26 luglio 2019 n. 34109. In tema di misure coercitive, l'attualità e la concretezza delle esigenze cautelari non deve essere concettualmente confusa con l'attualità e la concretezza delle condotte criminose, onde il pericolo di reiterazione di cui all'articolo 274, comma 1, lettera c), del Cpp può essere legittimamente desunto dalle modalità delle condotte contestate, anche nel caso in cui esse siano risalenti nel tempo, ove peraltro persistano atteggiamenti sintomaticamente proclivi al delitto e collegamenti con l'ambiente in cui il fatto illecito contestato è maturato, con conseguente obbligo del giudice di motivare puntualmente a riguardo, su impulso di parte o d'ufficio. Lo ha detto la Cassazione con la sentenza 26 luglio n. 34109.
In tema di misure cautelari, il riferimento in ordine al "tempo trascorso dalla commissione del reato" di cui all'articolo 292, comma 2, lettera c), del codice di procedura penale, impone al giudice di motivare sotto il profilo della valutazione della pericolosità del soggetto in proporzione diretta al tempo intercorrente tra tale momento e la decisione sulla misura cautelare, giacché a una maggiore distanza temporale dai fatti corrisponde un affievolimento delle esigenze cautelari (si veda la sentenza delle sezioni Unite della Cassazione, 24 settembre 2009, Lattanzi).
Ai fini dell'apprezzamento del rischio di recidiva - Per l'effetto, ai fini dell'apprezzamento del rischio di recidiva, è necessario indicare gli elementi concreti sulla base dei quali è possibile affermare che l'indagato/imputato, verificandosene l'occasione, potrà commettere reati della stessa specie, mentre non assolve a tale obbligo la motivazione che valorizzasse il tempo trascorso esclusivamente per scegliere una misura cautelare meno afflittiva (si veda sezione III, 19 maggio 2015, Sancimino, nonché, sezione IV, 28 marzo 2013, Cerreto). Ergo, ne deriva che la necessità di uno specifico apprezzamento in punto di "attualità" impone una "motivazione rafforzata", per giustificare positivamente l'esigenza di cautela, in caso di fatto risalente nel tempo. Ciò perché, esemplificando, nella normalità dei casi l'attualità del rischio di recidiva, pur in presenza di un pregiudicato e di un fatto grave, sarebbe difficilmente ipotizzabile nel caso di condotta risalente nel tempo (si veda sezione VI, 13 ottobre 2010, Brunella: in tema di esigenze cautelari, ai fini dell'apprezzamento del rischio di recidiva, quanto più ci si distacca dal momento di consumazione del reato e dal contesto che lo ha caratterizzato, tanto più è stringente l'esigenza di una motivazione relativa alla permanenza di una concreta ed effettiva attualità del pericolo di reiterazione, idoneo a giustificare la misura cautelare, che consideri anche aspetti differenti e ulteriori rispetto a quelli propri del fatto in sé considerato e tenga conto, in particolare, delle condotte, dei comportamenti e degli eventi successivi).
Il novum normativo della legge 16 aprile 2015 n. 47 - È in questa ottica che va letto il novum normativo introdotto dalla legge 16 aprile 2015 n. 47, laddove, quanto all'esigenza cautelare del pericolo di fuga e a quella del pericolo di recidiva è stata prevista l'"attualità", oltre che la concretezza del pericolo, non dissimilmente a quanto già previsto per l'esigenza cautelare correlata al pericolo di inquinamento probatorio. Infatti, se la concretezza significa esistenza di elementi "concreti" (cioè non meramente congetturali) sulla cui base possa argomentarsi il rischio cautelare, il requisito dell'attualità impone un ulteriore sforzo motivazionale, risultando necessario che il rischio cautelare si basi su riconosciute "occasioni prossime favorevoli", accreditanti o il rischio della fuga o quello della reiterazione del reato. È chiaro che tale sforzo di motivazione deve essere particolarmente stringente proprio rispetto a vicende risalenti nel tempo; e argomento importante a supporto può rinvenirsi proprio negli elementi qui valorizzati dalla sentenza massimata: acclarata persistenza di atteggiamenti sintomaticamente proclivi al delitto e/o dimostrata esistenza di collegamenti con l'ambiente in cui il fatto illecito contestato è maturato (si veda anche sezione VI, 29 novembre 2017, Desiderato e altri).
di Antonio Castaldo e Milena Gabanelli
Corriere della Sera, 7 ottobre 2019
Da pochi giorni si sono spente le ceneri dell'ultimo deposito di rifiuti andato a fuoco. Quello di Codogno, in provincia di Lodi, è il rogo di rifiuti numero 690 negli ultimi tre anni. L'emergenza è nazionale, e l'imperativo del governo è prevenire nuovi incendi. Si pongono però tre domande: 1) per evitare incendi occorre impedire lo stoccaggio nei capannoni e discariche abusive? 2) dove porti i rifiuti non riciclabili? 3) i danni prodotti dai roghi chi li paga?
Chi paga i danni? - Il 14 ottobre dell'anno scorso prese fuoco un deposito alla periferia di Milano, e la puzza si sentì fino a piazza Duomo. La "terra dei fuochi" si era definitivamente estesa anche al Nord, con discariche e depositi ricolmi di scorie distrutti da autocombustione o incendi dolosi. La legge prevede che a far fronte alle spese di bonifica sia il proprietario dell'immobile. Ma se non lo fa, interviene la pubblica amministrazione, con i fondi di una fideiussione bancaria. Negli ultimi anni sono state queste garanzie obbligatorie a mitigare i danni. Anche nel caso milanese, la titolare dell'impianto di via Chiasserini aveva presentato una garanzia finanziaria di un milione di euro, ma poco prima del rogo era subentrata un'altra società, che non avendo presentato la fideiussione non aveva titolo ad operare. Quando la Città Metropolitana ha escusso la polizza, è arrivato il ricorso davanti al Tribunale Civile di Milano, che ha bloccato tutto. Ma la bonifica non può attendere i tempi dei tribunali, e per il momento deve pensarci la Città metropolitana di Milano che ha dato inizio ai lavori stanziando 2 milioni di euro.
I responsabili irreperibili o falliti - La bonifica di roghi e rifiuti abbandonati sta diventando un corposo capitolo di spesa. Solo la Regione Lombardia negli ultimi anni ha sborsato 12,4 milioni per quattro siti dei quali non è stato possibile risalire al responsabile della contaminazione. Altri 13,5 milioni sono andati a coprire le spese di bonifica di 13 depositi pericolosi per la comunità: in questi casi i responsabili sono falliti o irreperibili, e sarà necessario affrontare un processo per il risarcimento delle spese. Secondo l' Ispra, ogni tonnellata di rifiuti data alle fiamme produce 1,8 tonnellate di anidride carbonica. Il rogo di via Chiasserini ne ha bruciate oltre 5.000 tonnellate. Quasi tutti questi impianti contenevano scarto non riciclabile del trattamento dei rifiuti, definito in gergo "sovvallo". Nel 2017 ne sono state prodotte 37,6 milioni di tonnellate. I volumi aumentano sempre di più così come i prezzi di conferimento all'inceneritore. Secondo Borsino dei rifiuti, società di servizi specializzata, ogni tonnellata smaltita costa in media 160 euro, con picchi di 240. Cinque anni fa il costo non superava gli 80 euro.
È più conveniente trafficare in rifiuti che in droga - La filiera illegale nata nelle pieghe di quest'emergenza è descritta negli atti dell'inchiesta condotta dalla pm Donata Costa sul rogo milanese del 14 ottobre, il cui processo è alle battute finali: "I produttori di rifiuti li conferiscono ad aziende formalmente munite di autorizzazioni ma in realtà operanti in un regime di illegalità". In questa fase entrano in gioco i broker specializzati in capannoni industriali dismessi che, come annotano gli investigatori, "vengono stipati di rifiuti senza alcuna precauzione per l'incolumità pubblica". Secondo la legge se lo spacciatore di droga rischia non meno di 10 anni di carcere, per il trafficante di rifiuti la pena prevede da uno a sei anni. Per il gestore della discarica non autorizzata di via Chiasserini, accusato anche di calunnia, il pm non ha potuto chiederne più di 6 anni e 8 mesi. In sei mesi aveva fatturato 1,4 milioni di euro. Per gli altri imputati, accusati di aver trasportato illegalmente dalla Campania migliaia di tonnellate di scorie plastiche, le pene richieste si aggirano tra i 3 e i 4 anni.
La miniera dei capannoni dismessi. I capannoni industriali dismessi sono le praterie su cui scorrazzano i trafficanti. In Veneto sono quasi 11mila, e il Veneto importa oltre 4,3 milioni di tonnellate di rifiuti all'anno da altre regioni. La Lombardia 11,7. Insieme all'Emilia Romagna, attraggono il maggior numero di scorie prodotte in Italia, poiché qui si concentra il maggior numero di impianti di smaltimento, e di capannoni, dove abbondano roghi e abbandoni di enormi cumuli di rifiuti. Nel solo nord Italia, il Noe dei Carabinieri ne ha scoperti 34 in sei mesi. Quasi tutti erano stipati di materiale plastico. Il solito sovvallo. Un tipo di rifiuti non riutilizzabile, e che secondo le aziende di rigenerazione costituisce il 30% del totale.
La paura degli inceneritori - L'unica possibile destinazione finale per questa tipologia di scorie è l'inceneritore, o il termovalorizzatore, che bruciando i rifiuti produce anche energia: Brescia alimenta così l'80% del riscaldamento di tutta la città. In Italia ne sono attivi complessivamente 40, contro i 96 della Germania e i 126 della Francia. Nel nostro Paese i timori legati alle emissioni ne ritardano la diffusione. Ma anche le paure andrebbero aggiornate ai nuovi traguardi della tecnologia. Sul tetto del nuovissimo inceneritore di Copenaghen, si potrà sciare: è alto 85 metri, con emissioni molto al di sotto dei limiti di legge.
A Bolzano emissioni quasi a zero - Sulle emissioni in Italia abbiamo fatto di meglio con l'impianto di Bolzano, controllato al 100% da una società pubblica, la Eco-center. Utilizza una delle tecnologie più all'avanguardia nel mondo, e l'obiettivo è la copertura dei costi e gli eventuali utili interamente reinvestiti nel sistema. Produce energia elettrica e termica che viene immessa nella rete di teleriscaldamento, ed è in grado di riscaldare 10 mila alloggi e illuminarne 20 mila. Dal camino dell'impianto di Bolzano escono emissioni di gas, idrocarburi e metalli molto al di sotto dei limiti europei. La media dei valori delle polveri sottili totali sono di 0,05 milligrammi per metro cubo, a fronte di un limite europeo di 10. Ugualmente per la diossina: 0,00003 nanogrammi nel 2018, meglio dell'inarrivabile impianto di Copenaghen, che si ferma a 0,002. Il limite europeo è di 0,1.
I roghi: diossine fino a 100 volte i limiti - Nei giorni successivi al rogo di via Chiasserini nell'aria si è diffusa una quantità di diossina fino a 100 volte il limite europeo, con un picco 22 volte superiore il valore guida fissato dall'Oms (0,3). "Andrebbe verificato l'impatto epidemiologico di una simile catastrofe", dichiara Alberto Zolezzi, medico e deputato M5S. "Oltre ai problemi respiratori, a lunga scadenza ci potrebbe essere un picco di malformazioni congenite". Quindi in attesa che si differenzi di più e meglio, e prima che l'economia circolare diventi una realtà, che si fa? È meglio che i territori sprovvisti adottino qualche impianto modello Bolzano, oppure dobbiamo continuare ad intossicarci di roghi, discariche abusive e camion che vanno su e già per l'Italia? Con buona pace per i trafficanti visto che a nessuno viene in mente di aumentare le pene.
di Milena Castigli
interris.it, 7 ottobre 2019
Il Comitato Unicef Civitavecchia per le donne nelle case di reclusione cittadine. Nella mattinata di venerdì l'evento "Made in carcere - New Philosophy and Life Stile" svoltosi presso la casa circondariale di via Aurelia Nord degli Istituti Penitenziari "G. Passerini", è intervenuto come relatore il noto stilista a livello internazionale Santo Versace sul tema "Nuove prospettive per il lavoro detentivo presso la Casa Circondariale di Civitavecchia".
Le detenute della struttura penitenziaria hanno realizzato le splendide pigotte dell'Unicef che sono state consegnate alla responsabile del Comitato Unicef di Civitavecchia Pina Tarantino, a conclusione del progetto che da anni coinvolge le due realtà carcerarie civitavecchiesi.
"Questo evento - ha commentato Tarantino - rappresenta un profondo significato educativo e personale per tutti, in particolare per le ospiti della struttura penitenziaria che hanno la possibilità di interloquire con il mondo esterno recependo appieno l'importanza e la vicinanza al prossimo, di cui si sentono parte integrante".
La storia della pigotta - La pigotta in varie zone della Lombardia, indicava una bambola di pezza fatta in casa, con materiali poveri (avanzi di tessuto e lana). Oggi è un gioco registrato dall'Unicef per sostenere l'infanzia nei paesi in via di sviluppo. Nel 1988 Jo Garçeau, membro del Comitato Unicef di Cinisello Balsamo, creò la prima Pigotta a scopo umanitario.
Da allora chiunque può creare una di queste bambole in modo autonomo (l'Unicef fornisce un cartamodello utilizzabile per la forma del corpo ma tutto il resto è lasciato alla creatività di chi la confeziona). Ogni Pigotta è corredata da una cartolina identificativa e viene adottata. Chi adotta una Pigotta contribuisce a tutte le attività che l'Unicef svolge a favore dell'infanzia (vaccinazioni, alimenti terapeutici contro la malnutrizione infantile). Nei primi 18 anni l'Unicef ha raccolto, attraverso la vendita delle Pigotte, 27 milioni di Euro.
quinewselba.it, 7 ottobre 2019
Proseguono le attività del laboratorio teatrale nel carcere di Porto Azzurro che ha coinvolto anche il Centro diurno di salute mentale e gli studenti. Una mattinata diversa quella che ha visto protagonisti alcuni detenuti del carcere di Porto Azzurro, insieme ad alcune persone del Centro diurno di salute mentale di Portoferraio, gestito dalla cooperativa sociale Altamarea, e alcuni studenti dell'Istituto Pacinotti di Piombino ma che ha coinvolto anche le classi IV e V del Liceo classico dell'Isis Foresi di Portoferraio, che hanno assistito allo spettacolo accompagnate dai docenti Anna Rita Farina e Nunzio Marotti.
A riunire insieme sotto un tendone, appositamente allestito all'interno del perimetro delle mura della Casa di reclusione "P. De Santis," è stata la rappresentazione teatrale dal titolo "Una buona notizia... per tutti", realizzata anche con il supporto dell'associazione di volontariato Dialogo, attiva da molti anni nel carcere elbano.
Come ha spiegato Manola Scali, responsabile del laboratorio di teatro nel carcere elbano "Il carro di Tespi", la rappresentazione è nata sulla base di testi di scrittura teatrale, che sono stati pubblicati nella primavera 2019 che avevano come tema le riflessioni sulla pena detentiva, testi che hanno vinto il Premio Siae 2018 e che sono poi stati raccolti in una pubblicazione.
Lo spettacolo messo in scena venerdì scorso è stato realizzato partendo da La Buona Novella di De André per poi essere rielaborato con l'aggiunta di testi dei partecipanti con la collaborazione dei musicisti Daniele Pistocchi e Valentina Cantini che collaborano con il laboratorio teatrale del carcere. Pistocchi e Cantini hanno anche scritto e musicato una canzone dedicata ai detenuti del carcere elbano dal titolo Dal fondo del pozzo. Durante lo spettacolo i protagonisti hanno letto alcuni dei loro pensieri sul tema "Il mio giardino segreto", in molti casi, raccontando anche spaccati importanti e privati della loro vita e della loro condizione.
La realtà carceraria di Porto Azzurro da molti anni è all'avanguardia per le numerose attività di collaborazione con il mondo esterno, delle scuole e del lavoro, anche grazie al supporto del volontariato.
Sono già iniziate le attività del laboratorio teatrale dell'anno 2019-2020 e il gruppo lavorerà sulla figura di Caino e le figure di Caino e Abele nella storia, preparando un altra rappresentazione teatrale. Il laboratorio teatrale nel carcere di Porto Azzurro è sostenuto dalla Regione Toscana. Manola Scali alla fine dello spettacolo ha sottolineato che tutto ciò è stato possibile grazie al sostegno ricevuto dalla direzione del carcere, dalla comandante e dagli agenti delle polizia penitenziaria e dalle educatrici.
di Associazione Yairaiha Onlus
Ristretti Orizzonti, 7 ottobre 2019
La trattazione di temi spinosi quali il superamento dell'ergastolo ostativo e del regime di 41bis deve avvenire nella società prima ancora che nelle aule parlamentari ed in quelle dei tribunali.
Con le tre, diverse, iniziative che si terranno a partire dal prossimo 9 ottobre e fino all'11 in Calabria, rispettivamente a Cosenza, Reggio Calabria e Catanzaro, in collaborazione con le camere penali, andremo ad approfondire i meccanismi dell'ostatività cercando di sfatare i tanti luoghi comuni allarmistici che stanno occupando il dibattito politico delle ultime ore, con il chiaro obiettivo di condizionare le decisioni che la Cedu (in merito al ricorso presentato dall'Italia avverso la "sentenza Viola") e la Corte Costituzionale (sul caso Cannizzaro) sono chiamate a prendere.
Negli ultimi anni già diverse sentenze emesse dalla Cassazione piuttosto che da singoli, coraggiosi, magistrati di sorveglianza, applicando quanto già contenuto nella stratificazione di norme relative al contrasto delle organizzazioni criminali e terroristiche, avevano riconosciuto la pretestuosità della preclusione automatica ai benefici per i condannati ai sensi del 4bis, riconoscendo il diritto a vedersi riconosciuti i benefici richiesti.
Ma le sentenze emesse dai singoli magistrati di sorveglianza o dalla Cassazione pur costituendo importante letteratura giurisprudenziale sono vincolati esclusivamente per il caso specifico sul quale si pronunciano.
Con la sentenza "Viola contro Italia", il 13 giugno del 2019, la Corte europea per i diritti dell'uomo ha sancito che il fine pena mai senza possibilità di revisione alcuna è un trattamento inumano e degradante. L'ergastolo ostativo viola l'art. 3 della Convenzione sottolineando l'incompatibilità con la dignità umana che è poi la vera essenza della Convenzione stessa".
Sentenza e data storiche per chi, pur consapevole dei limiti costituzionali delle preclusioni dettate dal 4bis, negli ultimi 15 anni ha dovuto fare i conti con l'inammissibilità di qualsiasi richiesta perché "ostativo ai benefici". E questa straordinaria sentenza chiarisce anche alcuni aspetti affatto scontati in merito ai capisaldi del 4 bis e della lotta ai fenomeni criminali: 1) non sempre la pretesa collaborazione può essere resa in sicurezza; 2) non sempre alla collaborazione con la giustizia corrisponde un ravvedimento interiore e ad un distaccamento reale dalle organizzazioni; 3) si deve tener conto dell'evoluzione e del cambiamento interiore intervenuti nella persona a distanza di tanti anni dal compimento del reato.
E per il prossimo 22 ottobre è atteso anche il pronunciamento della Corte Costituzionale in merito ad un caso analogo il c.d. "Caso Cannizzaro", seguito dall'avv. Vianello Accorretti, che potrebbe porre fine all'automatismo dell'ostatività e riportare il senso della pena in linea con le finalità costituzionali dettate dall'art. 27.
Durante le tre giornate verranno presentati due preziosissimi volumi curati dalla giornalista Francesca de Carolis: "Cento giorni" di Claudio Conte, ergastolano ostativo laureatosi in giurisprudenza all'UniMG, discutendo una tesi sull'incostituzionalità dell'ergastolo ostativo che gli è valsa la lode accademica; e "Diversamente vivo" di Davide Emmanuello, una raccolta di lettere dal 41bis che testimoniano l'arbitrarietà della proroga indeterminata del massimo regime penitenziario a cui è sottoposto ininterrottamente da oltre due decenni, "senza che vi siano elementi necessari a giustificarne l'applicazione".
di giordano stabile
La Stampa, 7 ottobre 2019
Operazione contro i curdi delle Ypg. Washington: ritirati i nostri soldati dalla zona. Recep Tayyip Erdogan ha lanciato un'operazione nel Nord-Est della Siria contro i guerriglieri curdi delle Ypg. L'invasione di terra, annunciata più volte negli scorsi mesi e con più insistenza negli ultimi giorni, è di fatto cominciata questa mattina, quando l'esercito turco ha spostato truppe, tank e veicoli corazzati verso il confine e la Casa Bianca ha reso noto che la Turchia "lancerà presto un'operazione militare nel Nord-Est della Siria da tempo programmata" e che le truppe americane non saranno più "nell'area circostante", cioè verranno ritirate.
Verso il ritiro Usa dalla Siria - "Le forze armate degli Stati Uniti non sosteranno questa operazione e, avendo sconfitto il califfato territoriale dello Stato Islamico, non saranno più nell'area circostante", ha precisato la dichiarazione della portavoce Stephanie Grisham. La decisione è arrivata dopo di una telefonata tra Donald Trump ed Erdogan. I due leader hanno discusso del conflitto in Siria e stabilito di incontrarsi a novembre a Washington. Nella dichiarazione Grisham ha aggiunto che da ora non poi sarà laTurchia, e non gli Stati Uniti, "a essere responsabile per tutti i combattenti dell'Isis" provenienti da "Francia, Germania ed altre nazioni europee" che sono stati "catturati negli ultimi due anni dopo la sconfitta del califfato territoriale a opera degli Stati Uniti".
Il destino dei jihadisti dell'Isis - Il Nord-Est della Siria, un'area di circa 50 mila chilometri quadrati, un quarto del Paese, è passato nel 2013-2014 sotto il controllo dello Stato Islamico. L'intervento degli Usa al fianco dei guerriglieri curdi delle Ypg ha permesso di sconfiggere i jihadisti e liberare Raqqan nell'ottobre del 2017 e poi tutta la regione. Migliaia di terroristi e loro famigliari sono detenuti in prigioni e soprattutto nel campo profughi di Al-Hol, controllato dai combattenti curdi. Erdogan però considera le Ypg l'estensione in Siria del Pkk e quindi una "organizzazione terroristica". Dopo aver minacciato un intervento più volte il leader turco ha raggiunto un accordo con Washington per istituire una "zona cuscinetto" profonda 30 chilometri senza presenza di guerriglieri curdi. Ieri ha dichiarato che un intervento militare sarebbe potuto arrivare "già oggi o domani" e ha che la Turchia è costretta ad intervenire per tutelare la propria sicurezza e far tornare al più presto a casa i profughi siriani.
I curdi: pronti alla guerra totale - I curdi delle Ypg hanno replicato che se le truppe turche entrano "sarà guerra totale". Venerdì scorso funzionari anonimi del Pentagono e del Dipartimento di Stato hanno rivelato al Wall Street Journal che "ci sono segnali evidenti" che l'operazione è prossima: "È una tempesta perfetta, davvero brutta: non avremmo altra scelta che ritirarci". Gli Usa hanno ancora 1.100 militari nella zona ma a questo punto è chiaro che Trump ha scelto di cedere il controllo dell'area alla Turchia e per i guerriglieri curdi le prospettive sono preoccupanti. Erdogan ha anche annunciato la creazione di nuove città e villaggi dove reinsediare un milione di rifugiati siriani arabo-sunniti per trasformare i curdi in una minoranza lungo la frontiera. La politica di arabizzazione dei territori curdi e annessione strisciante alla Turchia marcia già a pieno regime nel Nord-Ovest della Siria, dove apriranno tre facoltà dell'università di Gaziantep e da dove i curdi vengono espulsi.
di Riccardo Noury*
Il Fatto Quotidiano, 7 ottobre 2019
Nei 12 giorni successivi al 20 settembre, inizio delle proteste che hanno nuovamente scosso l'Egitto, sono state arrestate oltre 2,3mila persone: manifestanti fermati in piazza, persone prese a caso ai posti di blocco istituiti nelle principali città del paese, ma anche "bersagli" più specifici quali avvocati per i diritti umani, giornalisti, attivisti ed esponenti politici. Pochi da allora sono stati i rilasci.
Secondo il Centro egiziano per i diritti economici e sociali, almeno 2285 arrestati sono oggetto di sei separate inchieste ma ben 2268 di loro sono indagati nell'ambito del caso 1338/2019 per "assistenza a un gruppo terrorista" e "diffusione di notizie false": ciò vuol dire che, se si arriverà a giudizio, il mondo assisterà al più grande procedimento penale della storia egiziana per fatti relativi a manifestazioni di piazza.
Tra gli arrestati, ci sono oltre 110 minorenni di età compresa tra 11 e 17 anni. Almeno 69 di loro rischiano di essere incriminati per "appartenenza a un gruppo terrorista" e "uso inappropriato dei social media", anche se è emerso che molti di loro non hanno neanche un telefono cellulare. Quanto agli arresti "mirati", sono finiti in carcere 10 giornalisti e 16 avvocati. Uno di questi ultimi è Mohamed el-Baqer, avvocato e direttore del Centro "Adalah" per i diritti e le libertà. Il 29 settembre è entrato nel palazzo della procura suprema per la sicurezza dello stato per assumere la difesa dell'attivista Alaa Abdel Fattah ed è stato raggiunto dalle stesse infondate accuse mosse al suo cliente: "appartenenza a un gruppo illegale" e "diffusione di notizie false".
Proprio la situazione di Alaa Abdel Fattah rappresenta uno degli aspetti più crudeli e inquietanti della repressione in corso: l'arresto di ex prigionieri sottoposti alla misura cautelare della permanenza notturna nelle stazioni di polizia. Alaa Abdel Fattah, attivista politico e ingegnere informatico salito alla ribalta durante la rivolta del 2011 che depose Hosni Mubarak, è stato arrestato il 29 settembre. Aveva già scontato un'ingiusta condanna a 5 anni per aver preso parte, nel 2013, a una protesta pacifica. Al momento dell'arresto era sottoposto all'obbligo di permanenza notturna di 12 ore per cinque anni nella stazione di polizia di Dokki, al Cairo.
Mohamed Ibrahim, fondatore del noto blog "Ossigeno Egitto", è stato nuovamente arrestato il 21 settembre per aver postato video delle proteste mentre era sottoposto alla medesima misura cautelare in una stazione di polizia del Cairo. Dall'inizio delle proteste il presidente Abdel Fattah al-Sisi, il procuratore generale, il Servizio statale per le informazioni e svariati organi di stampa filo-governativi hanno cercato di screditare manifestanti ed esponenti politici definendoli "islamisti" o "terroristi". Comunicati stampa di organizzazioni locali e internazionali per i diritti umani, tra cui la stessa Amnesty International, sono stati definiti "politicizzati" e infondati rispetto alle denunce di violazioni dei diritti umani ai danni di centinaia di cittadini egiziani. Il mondo, nel frattempo, tace. E dunque approva.
*Portavoce di Amnesty International Italia










