di Guido Santevecchi
Corriere della Sera, 18 novembre 2019
La polizia ha eseguito decine di arresti fuori dall'Hotel Icon nelle vicinanze del PolyU, roccaforte dai manifestanti pro-democrazia. Blocchi nel resto della città, scontri e tafferugli. La Casa Bianca condanna l'uso della violenza.
Il blitz dopo una notte di stallo. All'interno dell'Università centinaia di studenti. Un ferito tra le forze dell'ordine. Notte di arresti, tensioni. E prima mattinata di blocchi e proteste. Hong Kong sotto assedio. La notte si è consumata la battaglia del Politecnico, che in totale ha fatto - riferiscono in mattinata le autorità locali- almeno 38 feriti, di cui cinque in gravi condizioni. Intorno alle 5:30 del mattino, ora locale, gli agenti hanno fatto irruzione nel campus e hanno arrestato decine di persone. La polizia ha negato di aver effettuato "un raid" e ha parlato di "un'operazione di dispersione ed arresti".
Per il South China Morning Post - che parla di una breve irruzione nel campus - la situazione è attualmente di stallo. Nella notte, era arrivata anche la presa di posizione degli Stati Uniti: "Condanniamo l'uso ingiustificato della forza e sollecitiamo tutte le parti astenersi dalla violenza e impegnarsi in un dialogo costruttivo", si legge in una nota della Casa Bianca.
Come in un castello medioevale sotto attacco, i difensori del PolyU - il Politecnico di Hong Kong - hanno bruciato nel buio il ponte pedonale vicino all'ingresso di un tunnel strategico. La polizia ha minacciato di usare pistole e fucili per costringere gli assediati alla resa: secondo l'agenzia Reuters, gli agenti hanno impiegato anche gas lacrimogeno e proiettili di gomma. Il Politecnico si era trasformato nell'ultima roccaforte degli studenti che per sei giorni hanno occupato i campus delle università di Hong Kong.
L'architettura della PolyU, con le sue mura di mattoni rossi, ne fa una fortezza naturale. Si domina l'accesso al Cross Harbour Tunnel che attraversa la baia, collegando la terraferma di Kowloon all'isola. Quando hanno visto un gruppo di civili che cercavano di togliere i blocchi dalla strada, i ragazzi si sono mossi per respingerli, ma la polizia che era appostata dietro ha lanciato i primi lacrimogeni.
Gli studenti si sono raggruppati dietro una siepe di ombrelli per proteggersi dal fumo del gas. Sono volate bottiglie incendiarie. Da quel momento è partita la guerriglia. I blindati della polizia hanno cercato di superare i mattoni piazzati a reticolo sulla strada, come cavalli di frisia. I mezzi blu, tozzi, si muovevano zoppicando tra le trappole messe dagli studenti del Politecnico: molotov, getti potenti dei cannoni ad acqua delle forze dell'ordine, coltrina di lacrimogeni. Abbiamo visto dei ragazzi farsi sotto, arretrare, pausa, poi di nuovo cariche spericolate.
Dagli "spalti" sono state usate catapulte per lanciare le bottiglie incendiarie contro la linea degli agenti. Sono state scoccate frecce con gli archi razziati dal campo sportivo e un poliziotto è stato trafitto a un polpaccio. Qualcuno ha impugnato racchette da tennis per respingere i candelotti lacrimogeni. Ma non è un gioco. Vicino al campus di PolyU c'è una caserma dell'Esercito popolare di liberazione cinese: i soldati, che sabato avevano fatto una rapida sortita in maglietta e calzoncini per togliere i detriti, ieri sono rimasti al coperto. Ma erano in assetto da azione, osservavano con i binocoli gli scontri.
Il timore è che la "pulizia" di sabato possa essere stata una prova d'intervento repressivo. Al tramonto un blindato è stato incendiato e l'autista lo ha guidato a retromarcia con l'equipaggio a bordo. In serata la polizia ha definito la situazione "sommossa", ha ordinato lo sgombero e minacciato l'uso delle armi contro i "rivoltosi".
Quando nella notte l'assedio si è stretto, i difensori del Politecnico hanno dato fuoco a un ponte pedonale per fermare gli agenti che volevano circondarli. Sono segnalati decine di arresti, solo un nucleo di un paio di centinaia di difensori era rimasto nel campus a sfidare l'assalto finale.
Ma non finirà, neanche dopo lo sgombero di PolyU. Nell'ultima svolta minacciosa il movimento ha promesso di fare del caos permanente la "nuova normalità" di Hong Kong. Non più scontri nel weekend, com'era stato nei primi cinque mesi di protesta, ma lotta continua, ogni giorno. "Vogliamo strangolare l'economia della città", dicono i duri.
La Repubblica, 18 novembre 2019
Web oscurato. Rouhani: "Protesta non sfoci in rivolta". Dopo la decisione del governo di aumentare il prezzo della benzina del 50%, scoppia la protesta in diverse località. Le autorità, nel tentativo di soffocare la voce dei manifestanti, bloccano Internet. Trapela poco ma è ormai certo che gli scontri sono violenti e ci sono "diversi morti".
La condanna degli Usa: "Stati Uniti sostengono il popolo iraniano". Colpita dalle sanzioni economiche degli Usa, la Repubblica islamica iraniana ha aumentato il prezzo dei carburanti e da venerdì scorso una violenta "rivolta della benzina" si è diffusa in molte città del paese. Secondo l'agenzia iraniana Mehr, alle proteste hanno partecipato circa 87 mila le persone, principalmente uomini, in un centinaio di diverse località. Le autorità, nel tentativo di soffocare la voce dei manifestanti, hanno bloccato Internet.
Trapela poco, ma è ormai un dato certo che gli scontri sono violenti e ci sono "diversi morti". Finora, le autorità hanno confermato la morte di un poliziotto nella città di Kermanshah e di un manifestante a Sirjan Secondo informazioni non verificabili sui social media le vittime potrebbero essere anche una decina. La stessa televisione di Stato ha riferito di "diversi" morti e la Guida Suprema, Ali Khamenei, ha confermato che "alcune persone hanno perso la vita". Le persone arrestate in due giorni di rivolte sono un migliaio.
I maggiori danni si sono verificati nelle province di Khuzestan, Teheran, Fars e Kerman. In tutto il Paese sono state incendiati o saccheggiati cento agenzie bancarie e 57 negozi; una succursale della Maskan Bank è stata data alle fiamme in piazza Sadegian, nella parte occidentale di Teheran, isolata da un ampio dispiegamento di mezzi antisommossa, presenti anche in altre zone della città. I disordini hanno anche causato la parziale chiusura del Gran Bazaar nella capitale, ha confermato l'Associazione islamica delle corporazioni e dei mercati.
Una folla di manifestanti ha dato fuoco invece alla sede della Banca centrale a Behbahan, nella provincia del Khuzestan. La polizia ha sparato sulla folla a Shiraz, ha affermato Farnaz Fassihi, giornalista che per il New York Times segue quanto accade nella repubblica Islamica. La reporter ha ritwittato il filmato di un giovane a terra, sofferente per una ferita, circondato da persone che cercano di aiutarlo. Nel filmato risuona il rumore di spari.
A Teheran i blocchi sono visibili anche su Google Map digitando i dati relativi al traffico: molti di questi rallentamenti sono causati proprio dal nuovo modo di manifestare contro il governo oltre che dalla neve caduta in queste ore (le autorità avevano chiuso le scuole e, di conseguenza, provato a ridurre il traffico in città): coloro che sono alla guida di un'auto comunicano le modalità di protesta attraverso la app Waze, indicando dove spegnere l'auto e causare l'ingorgo.
"Manifestare il proprio malcontento è un diritto, ma la manifestazione è una cosa e la rivolta è un'altra" e lo Stato "non deve autorizzare l'instabilità" nella società. Così il presidente dell'Iran, Hassan Rouhani durante una riunione del governo, secondo quanto riporta il suo sito ufficiale. Il presidente ha difeso davanti ai ministri la scelta di aumentare il costo del carburante, dicendo che lo Stato non aveva altra soluzione per aiutare le "famiglie a entrate medie e basse che soffrono della situazione creata dalle sanzioni" degli Stati Uniti.
Questa mattina l'ayatollah Alì Khamenei, la guida spirituale del paese, ha difeso la decisione del governo, intervenendo direttamente con una sua dichiarazione: "Azioni di sabotaggio vengono messe in atto da teppisti sostenuti da potenze straniere, non dal nostro popolo. La controrivoluzione e i nemici dell'Iran hanno sempre sostenuto il sabotaggio e la violazione della sicurezza del nostro paese. Io non sono un esperto, ma quando tre istituzioni prendono una decisione, io la appoggio".
Secondo il piano annunciato dal governo, il prezzo della benzina, molto sovvenzionato in Iran, aumenterà del 50% a 15mila rial (cioè 11 centesimi di euro) per i primi 60 litri comprati ogni mese, e del 300% oltre questa soglia. In base al piano presentato dalle autorità, di questi aumenti dovrebbero beneficiare i 60 milioni di iraniani in condizioni economiche più svantaggiate (sul totale di 83 milioni di abitanti).
La Casa Bianca "condanna la forza letale e le rigide restrizioni alle comunicazioni" usate in Iran contro i manifestanti: "gli Stati Uniti sostengono il popolo iraniano nelle proteste pacifiche contro il regime". Teheran "ha perseguito la strada delle armi nucleari e dei programmi missilistici e sostenuto il terrorismo - aggiunge la Casa Bianca - trasformando il paese in un altro esempio di quello che accade quando la classe al potere abbandona la sua gente e abbraccia una crociata per il potere personale e la ricchezza".
Sulle proteste è intervenuto il segretario di Stato americano Mike Pompeo che si è rivolto al popolo iraniano: "Gli Usa vi ascoltano, vi sostengono, sono con voi". Ma il ministro dell'Interno iraniano, Abdolreza Rahmani Fazli, ha già minacciato un intervento molto più duro delle forze di sicurezza per ristabilire l'ordine.
di Bartolomeo Romano*
Il Riformista, 17 novembre 2019
Se l'intera comunità dei giuristi è contro la prescrizione abolita dopo il primo grado, è perché riflette senza avere l'ansia del consenso e sa che chi è imputato non può esserlo a vita.
Riflettere ancora sul tema della prescrizione, dopo tutto quanto si è scritto e dopo tutto quanto si è detto, potrebbe apparire inutile. O potrebbe sembrare un tentativo di entrare nell'attuale dibattito politico mediante il cavallo di Troia di un argomento giuridico. Ma la verità è che, del tutto a prescindere dal colore del governo, e dalle cromatiche preferenze personali, la questione colpisce il cuore della nostra democrazia, perché segna i delicati rapporti tra lo Stato e le libertà del cittadino (anzi, di chiunque commette un reato sul territorio dello Stato: dunque, anche degli stranieri e degli apolidi).
di Nicola Galati
einaudiblog.it, 17 novembre 2019
Dopo un recente periodo di oblio, seguito ad anni in cui è stata al centro del dibattito pubblico, si torna finalmente a parlare di separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente. Il merito è dell'Unione delle Camere Penali Italiane, del Partito Radicale e della Fondazione Luigi Einaudi che lo scorso anno hanno raccolto oltre 72.000 firme a sostegno di una proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare per separare le carriere della magistratura inquirente e di quella giudicante.
di Luca De Carolis
Il Fatto Quotidiano, 17 novembre 2019
Tanto divide i giallorossi, e molte sono le grane come mine sulla loro incerta strada, quelle che occupano la scena: dall'Ilva che si sta spegnendo alla Venezia sommersa, fino alla manovra che è un concerto dove ognuno suona per conto proprio. Ma il bottone rosso per aprire una ferita che potrebbe chiamarsi crisi sta appena un passo dilato, e si chiama giustizia, anzi prescrizione.
di Cecilia Bressanelli
Corriere della Sera, 17 novembre 2019
La vicepresidente della Consulta Marta Cartabia alla proiezione di un film sulle carceri nella sala Buzzati del Corriere per Bookcity. L'incontro tra due mondi apparentemente agli antipodi: è quello tra i giudici della Consulta e i detenuti nelle carceri italiane.
di Nadia Cossu
La Nuova Sardegna, 17 novembre 2019
Seicento pagine per motivare i tre ergastoli inflitti per la morte del detenuto Erittu. Il super-pentito Giuseppe Bigella è attendibile. E lo è a tal punto che il suo racconto - e in particolare la chiamata in correità di altre tre persone nell'omicidio del detenuto Marco Erittu - rispecchia perfettamente ciò che avvenne dodici anni fa in una cella dell'ex carcere di San Sebastiano.
Secondo i giudici della corte d'assise d'appello, che lo scorso maggio hanno inflitto tre ergastoli per quel delitto del 18 novembre 2007, "un peso enorme" nella valutazione dell'attendibilità di Bigella lo assume il fatto "che egli abbia confessato un delitto estremamente grave, punibile con l'ergastolo, attribuendosi il ruolo principale di esecutore materiale, senza affatto nascondere o ridimensionare le sue responsabilità. Ed abbia reso tali dichiarazioni del tutto spontaneamente, senza che mai fosse stato adombrato il benché minimo sospetto a suo carico e anzi fornendo una versione del tutto contrastante con quella accreditata".
Seicento due pagine per ricostruire i motivi che hanno portato i giudici di secondo grado a ribaltare il verdetto della corte d'assise che nel 2014 aveva assolto dall'accusa di omicidio gli imputati Pino Vandi, Nicolino Pinna (entrambi detenuti all'epoca a San Sebastiano) e l'agente di polizia penitenziaria Mario Sanna, indicato dall'accusa come colui che aprì la cella della vittima consentendo a Bigella e ai complici di mettere in atto il piano per uccidere Marco Erittu.
Altri due agenti, Giuseppe Soggiu e Gianfranco Faedda, erano accusati di favoreggiamento. Entrambi furono assolti nel 2014, ma in appello Faedda è stato condannato a tre anni e 4 mesi. I giudici di primo grado avevano ritenuto infondate le dichiarazioni accusatorie di Bigella perché non avrebbero trovato nelle risultanze del processo elementi di riscontro "idonei e dotati di un minimo di certezza, tali da far ragionevolmente ritenere che la morte di Erittu fosse da ricondursi a un omicidio piuttosto che a un suicidio, così come concluso nel 2007".
"Erittu, non nuovo a episodi di autolesionismo, si è strangolato con una striscia di coperta", si disse all'epoca. Poi arrivarono le dichiarazioni di Giuseppe Bigella: il pentito rivelò che Erittu era un personaggio "scomodo" perché voleva raccontare alla magistratura quello che sapeva sulla tragica fine di Giuseppe Sechi, il muratore di Ossi scomparso nel 1994 a Sorso.
Un pezzo di cartilagine dell'orecchio di Sechi venne inviato alla famiglia del farmacista orunese Paoletto Ruiu, rapito il 22 ottobre 1993 e, come Sechi, mai tornato a casa. Erittu diceva di sapere molto sulla sparizione di Sechi; e, in particolare, il fatto che fosse da attribuire a Vandi, che si sarebbe mosso in soccorso della banda che aveva rapito Ruiu e alla quale però era scappata la mano. Nel senso che Ruiu era morto, ma per tenere in piedi la trattativa con la sua famiglia - alla quale era stato chiesto un miliardo di lire per il riscatto - bisognava produrre una prova in vita del loro caro. E così si sarebbero serviti del povero Sechi.
A Erittu - che aveva scritto una lettera indirizzata all'allora procuratore - bisognava in sostanza tappare la bocca, secondo l'accusa. La corte d'assise d'appello presieduta da Plinia Azzena (a latere Marina Capitta) ritiene che Erittu non avrebbe ottenuto alcun vantaggio dalla sua confessione, contrariamente a quanto più volte ribadito invece dal collegio difensivo (i tre condannati all'ergastolo sono difesi dagli avvocati Agostinangelo Marras, Patrizio Rovelli, Fabrizio Rubiu e Luca Sciaccaluga). "Né può ritenersi - aggiungono i giudici - che sia stato spinto a siffatte rivelazioni per essere ammesso al regime dei collaboratori di giustizia" perché per ottenere questo "riconoscimento" sarebbero state sufficienti le sue "propalazioni in ordine al reato di associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti all'interno del carcere di San Sebastiano".
Non solo. "Nel rendere una versione così dirompente e circostanziata rispetto all'esito degli accertamenti fino ad allora svolti, Bigella si è esposto all'altissimo rischio di essere smentito...", perché se i tanti particolari forniti fossero poi risultati falsi "avrebbero pregiudicato irreversibilmente la sua attendibilità".
Nel verdetto di secondo grado il racconto di Bigella è definito "sempre coerente, di una logica ferrea, con rivelazioni inedite pienamente riscontrate". Gli accertamenti eseguiti avrebbero confermato "anche nei dettagli gli accadimenti da lui narrati, smentendo la precedente ricostruzione dei fatti e svelando che essa si fondava su elementi conoscitivi inficiati da un pesante inquinamento probatorio".
E proprio quest'ultimo aspetto, e in particolare la "marcata alterazione dello stato della cella in cui il povero detenuto aveva perso la vita" è stato un altro degli elementi su cui la corte si è soffermata. Un grande peso nella decisione finale lo ha avuto inoltre la nuova consulenza tecnica di Lafisca. Il perito aveva rimesso in piedi l'ipotesi del soffocamento con un sacchetto di plastica di cui aveva parlato Bigella quando raccontò agli inquirenti di aver soffocato Erittu con una busta di cellophane e poi di aver lasciato a Pinna il compito di simulare un suicidio per impiccagione.
Il Mattino di Padova, 17 novembre 2019
Preoccupa l'aumento dei suicidi tra gli appartenenti alle forze di polizia, soprattutto nell'ambito della polizia penitenziaria. Per questo, la Cgil della Funzione pubblica ha organizzato ieri nella Sala delle Edicole un convegno molto seguito e dibattuto, al quale hanno preso parte anche i rappresentanti di guardia di finanza, polizia locale e vigili del fuoco, più avvocati e sociologi.
Tutti hanno riconosciuto che chi si toglie la vita lo fa quasi sempre per una complessa molteplicità di fattori. Gli agenti ma soprattutto gli assistenti sono più a rischio per le oggettive difficili condizioni in cui operano quasi "reclusi tra i reclusi", spesso privi di strumenti di sostegno psicologico, a volte impreparati a gestire situazioni sempre più difficili, per via del continuo aumento della popolazione carceraria straniera (oltre il 40 per cento in Triveneto "e nei loro Paesi gli uomini in divisa significano violenza") e perché il carcere è sempre più una sorta di discarica sociale in cui anche chi vi opera non è preso in giusta considerazione.
Certo, l'avere a disposizione un'arma espone a più rischi: solo il 15% dei suicidi avviene tramite colpi d'arma da fuoco, percentuale che sale al 72,5% tra la polizia penitenziaria. In realtà, il provveditore lombardo del Dap Pietro Buffa ha presentato una ricerca su 40 suicidi dalla quale si evince che le cause principali risiedono nelle lacerazioni familiari ma zero casi riconducibili direttamente alle condizioni di lavoro. "Ci sono molti luoghi comuni incalzanti anche se il carcere può certo accelerare soluzioni finali", ha detto il provveditore del Triveneto Enrico Sbriglia. Rispetto agli altri corpi, è stato posto il tema della polizia locale, armata ma senza una vera preparazione: "Sparare al poligono una volta all'anno non ci aiuta certo ad affrontare le situazioni di strada", è stato sottolineato.
Il Fatto Quotidiano, 17 novembre 2019
L'intervista a "Di Martedì" su La7. Pubblichiamo uno stralcio dell'intervista del 14 maggio scorso di Piercamillo Davigo a "Di Martedì", su La7: "Se uno apre il Codice penale, scopre delle cose molto curiose. Per esempio, per l'omicidio del coniuge sono previsti 30 anni di reclusione. Al che uno pensa che 30 anni siano 30 anni.
E invece, se faccio il conto di come può andare in concreto (anche se, per fortuna i giudici hanno un po' più di cervello di chi fa queste leggi), si può arrivare a 4 anni e 4 mesi. Per esempio, uno ammazza la moglie (o la moglie ammazza il marito, anche se il primo caso è più frequente), confessa, si costituisce e prende subito le attenuanti generiche. Già che confessa, racconta la sua versione dei fatti senza timore di essere smentito e dirà al magistrato: "Guardi, mi ha detto una cosa che, se avesse sentito, l'avrebbe ammazzata anche lei".
E così porta a casa l'attenuante della provocazione. Quindi risarcisce il danno agli eredi e il giudice è costretto a riconoscergli un'altra attenuante. Si arriva quindi a tre attenuanti prevalenti sull'unica aggravante e si va all'omicidio base, punito con pene da 21 a 24 anni.
Di solito chi fa queste cose è incensurato: 21 anni meno un terzo per la prima attenuante: 14. Meno un terzo per la seconda attenuante: 9 anni e 8 mesi. Meno un terzo per la terza attenuante: 6 anni e 6 mesi. Infine, l'assassino chiede il giudizio abbreviato ed eccoci a 4 anni e 4 mesi".
Sotto 4 anni, la pena si sconta a casa o ai servizi sociali: se il nostro uomo ha fatto 4 mesi di custodia cautelare ai domiciliari, non va in carcere neppure un giorno.
di Vincenzo Malara
Il Resto del Carlino, 17 novembre 2019
La Diocesi firma una convenzione per l'inclusione sociale di chi ha commesso un reato: "Lo scopo non è il perdono ma ritrovare l'umanità". Reinserire nella società persone che stanno scontando una pena e porre le basi per far incontrare gli autori dei reati con le loro vittime, per ritrovare l'umanità.
È l'obiettivo della convenzione firmata in arcivescovado tra l'Ufficio di esecuzione penale esterna di Modena, cooperativa sociale "L'Ovile" di Reggio Emilia e la Caritas diocesana, che propone un approccio nei confronti della detenzione verso una maggiore inclusione.
Il documento è stato siglato dall'Arcivescovo di Modena-Nonantola don Erio Castellucci, dalla direttrice dell'Uepe Monica Righi e dal presidente della cooperativa sociale Valerio Maramotti.
"L'idea è di don Erio - racconta il vicedirettore della Caritas, Federico Valenzano - che ha a cuore l'inclusione sociale di chi ha commesso reati già da quando era parroco a Forlì.
La Caritas diocesana non può non occuparsi anche di questo tema, promuovendo una riflessione culturale sulla giustizia". La Caritas ha iniziato il percorso con esperienze concrete: "Già da tempo accogliamo persone che devono scontare i domiciliari, per esempio abbiamo inserito un detenuto in semilibertà prima in un percorso di volontariato per poi trovargli un lavoro - dice Valenzano.
Ma ora abbiamo deciso di fare un passo avanti, ideando un luogo in cui autori dei reati e vittime possano incontrarsi. Ovviamente tutto è basato sulla volontarietà. Sappiamo bene che la prima vittima è chi subisce il reato, poi vengono la comunità e infine il cosiddetto "reo", che va aiutato a reinserirsi nella società".
Passare da una giustizia reocentrica, insomma, ad una giustizia riparativa, che coinvolge anche la vittima e la comunità e che si basa sui principi di rispetto della dignità umana, giustizia, verità, solidarietà e responsabilità: "È questo il passaggio culturale che fa da sfondo alla convezione".
Tra gli obiettivi c'è quello di promuovere la conoscenza e lo sviluppo di attività e incontri riparativi a favore delle vittime e della collettività, ma anche di utenti dell'Uepe di Modena, ovvero chi sta scontando una pena fuori dal carcere (domiciliari, misure alternative come l'obbligo di firma, semilibertà per fare degli esempi).
Attualmente la casa circondariale Sant'Anna accoglie 520 detenuti, mentre 744 persone sono prese in carico dall'Uepe. La Caritas Diocesana, organismo pastorale espressione della Chiesa modenese, è coinvolta nel progetto mettendo a disposizione i locali in via dei Servi per consentire le mediazioni, ovvero dare la possibilità a reo e vittima di incontrarsi, dialogare e riscoprire quel minimo comune denominatore di umanità che li accomuna.
Non si tratta di un percorso di perdono, ma di riscoperta dell'umanità che può favorire l'avvio di un percorso inclusivo, partecipativo e trasformativo. "L'idea è di accompagnare, secondo un principio di assoluta volontarietà, gratuità e riservatezza, con soggetti che hanno commesso reati, le loro vittime (e i loro familiari) e la comunità - aggiunge - al fine di poter contribuire ad accrescere processi di accoglienza e integrazione sociale dei detenuti e lo sviluppo di un nuovo paradigma di giustizia più attento all'uomo e al suo sviluppo. Il progetto non prevede alcun vantaggio in termini di sconto della pena per chi ha commesso il reato e non ha alcuna volontà di ricostruire la verità processuale. Le vittime, sono contattate da mediatori e decideranno liberamente se incontrare l'autore del reato.
- "Mi candido per dare scandalo"
- Napoli. 43 "schiavi" segregati in un bunker, lavoravano in nero per le griffe della moda
- Corato (Bat). "Senza sbarre", don Riccardo Agresti racconta il suo progetto di rieducazione
- Stefano Cucchi e quella verità raggiunta dopo dieci anni. Ma non è ancora finita
- "Noi, malati di tumore, perseguitati dalle aziende per cui lavoriamo"









