di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 6 ottobre 2019
Continuano a crescere i detenuti ristretti nelle carceri italiane, arrivati a 60.881, per un tasso ufficiale di affollamento pari al 120% che aumenta di vari punti se consideriamo i molti posti letto inutilizzabili. Erano in numero paragonabile nei primi mesi del 2009, e ben sappiamo che il 13 gennaio dell'anno successivo il governo dovette decretare lo "stato di emergenza conseguente all'eccessivo affollamento degli istituti penitenziari presenti sul territorio nazionale".
Un sistema costoso, sicuramente in termini sociali ma anche in termini strettamente economici. Sono di quasi 2,9 miliardi di euro i fondi destinati all'Amministrazione Penitenziaria nel 2019. Ciascun detenuto costa ogni giorno circa 130 euro, una cifra pro-capite che oscilla con l'affollamento e che dunque tende oggi a diminuire. La maggior parte dei costi, il 76,47% del totale, riguarda il personale, e in particolare quello di polizia penitenziaria (ben 68,03%). Solo il 10% è destinato a misure di accoglienza e reinserimento sociale, tra le quali si contano le spese per il vitto, per l'istruzione, per retribuire i detenuti che lavorano.
Ma l'esecuzione penale non si ferma qui. Accanto al mondo del carcere ne esiste un altro, poco meno numeroso ma tanto meno conosciuto (il che è tutto dire, vista la poca attenzione pubblica che viene dedicata anche al mondo delle galere). Sto parlando del mondo dell'esecuzione penale esterna, quelle misure alternative alla detenzione che tanto sono state avversate negli ultimi tempi poiché confuse con una quasi totale libertà che avrebbe minato il principio della certezza della pena. Esse costano notevolmente meno del carcere (273 milioni di euro per il 2019) e hanno dimostrato di essere assai più efficaci in termini di abbattimento della recidiva.
Alla fine del 2018 erano quasi 55mila i condannati in misura alternativa. Nel sistema italiano il carcere è la pena principale che i giudici possono comminare. Non è possibile venir condannati in sentenza alla detenzione domiciliare o alla semilibertà. Una volta avuta la condanna, tuttavia, se ci si comporta bene e se si rientra in alcuni parametri stabiliti dalla legge, il magistrato di sorveglianza può convertire parte della reclusione in una pena diversa, che consenta al condannato di affacciarsi con gradualità a quel contesto sociale nel quale andrebbe reinserito.
Le principali misure alternative alla detenzione sono: l'affidamento in prova al servizio sociale, con rigidi programmi da seguire all'esterno del carcere e un controllo costante da parte degli assistenti sociali e del magistrato; la semilibertà, con la possibilità di uscire durante il giorno dall'istituto per recarsi al lavoro e tornare la sera a dormire in cella; la detenzione domiciliare, chiusi a casa senza fare nulla se non attendere i controlli della polizia. Nessuna di queste è una non-pena. Tutte hanno il loro carico di afflittività. La misura alternativa, seppur meno insensata dell'ozio carcerario, è sorvegliatissima e modulata entro percorsi estremamente stretti. Il condannato non ha alcuna libertà di fare quel che vuole, ma deve attenersi rigidamente alle disposizioni del magistrato.
Se le prime due misure, tuttavia, hanno una valenza socializzante, necessitando di una presa in carico da parte dell'istituzione, la detenzione domiciliare è la più semplice da attuare (vai a casa tua e restaci) ma anche la più vuota di contenuti rilevanti. Per tanti anni in Italia il numero delle persone in misura alternativa è cresciuto assieme a quello dei detenuti. Semplicemente, c'erano più persone sotto controllo penale. Solo dal 2010, sotto la spinta dell'emergenza, le misure alternative hanno cominciato a essere usate come strumento di svuotamento del sistema penitenziario. Finalmente sono andate crescendo mentre la popolazione carceraria diminuiva. È proprio in quell'anno che si introdusse la possibilità di scontare a casa l'ultimo anno di detenzione, elevato poi all'ultimo anno e mezzo.
Su quale misura si è fatto dunque affidamento per far fronte all'emergenza? Su quella meno protesa verso la reintegrazione sociale, su quella più vuota, su quella più inutile. Peccato. La quotidianità della detenzione domiciliare può essere soffocante. Se la dimensione affettiva può essere ben tutelata, tutto il resto però manca. Niente scuola, niente lavoro, niente attività ricreative e culturali, niente campo sportivo, persone con cui parlare, palestra, biblioteca. I parenti hanno una vita proiettata all'esterno della casa e la mancanza di stimoli è totale. Alla fine del 2018, erano quasi 15mila le persone che scontavano la pena dentro le proprie quattro mura o in altra dimora considerata adatta dal giudice. A queste vanno aggiunte coloro che dentro quelle mura sono in attesa di sapere se e come sconteranno una pena.
Infatti, così come in carcere ci sono persone condannate e persone in custodia cautelare, allo stesso modo c'è chi sta scontando la detenzione domiciliare e chi si trova invece agli arresti domiciliari, che sono tutt'altro e costituiscono una misura cautelare applicata prima della sentenza. Da presunti innocenti, si vive prigionieri della propria casa.
L'attesa diventa l'intero mondo, come bene ha raccontato Andrea Salonia nel suo recente romanzo "Domani, chiameranno domani". Il protagonista, in passato direttore generale di una grande acciaieria, si trova ai domiciliari, accusato di aver provocato consapevolmente danni all'ambiente con la propria fabbrica. Nello spazio della casa allinea le ore, i minuti. Giorno dopo giorno spera che qualcuno gli chieda di ascoltare la sua versione dei fatti. Ma oggi, si scopre a sera, non è mai domani.
Ci è capitato di ricevere, presso l'ufficio di Antigone, telefonate di persone agli arresti domiciliari che ci chiedevano aiuto. Qualcuno aveva un impiego che rischiava di perdere per la prolungata assenza (che senso ha sradicare una persona dal contesto sociale, per poi dover impiegare energie e risorse nel suo reinserimento?). Qualcun altro non voleva raccontare al datore di lavoro il proprio incidente con la giustizia, che avrebbe potuto risolversi in un'assoluzione. Qualcun altro ancora non aveva nessuno che potesse aiutarlo, fargli la spesa, assisterlo.
Piccoli reati, vite difficili, dove una misura di welfare potrebbe garantire la sicurezza ben più che una misura cautelare. È lì che bisognerebbe investire. E, una volta dentro il sistema penale, bisognerebbe puntare su quelle alternative alla detenzione che non ripropongano quest'ultima nel chiuso di una civile abitazione. Le autentiche misure alternative sono uno strumento più efficace ed economico del carcere. E non coincidono minimamente con l'impunità.
Questo messaggio dovrebbe essere lanciato con forza dalla politica. Il governo dovrebbe perseguire la strada di una decarcerizzazione utile tanto alla sicurezza quanto alle tasche dei cittadini. Di più: andrebbero inserite nel codice penale delle vere e proprie pene alternative alla reclusione che i giudici dovrebbero avere a disposizione già al momento della sentenza, così da togliere al carcere quella centralità che gli abbiamo regalato. A un carcere sempre più costoso, sempre più ingiusto, sempre più inutile.
*Coordinatrice associazione Antigone
di Katya Maugeri
sicilianetwork.info, 6 ottobre 2019
"La detenzione è per definizione una punizione, ma certamente non deve essere fine a se stessa. Il suo obiettivo costituzionale primario deve essere il rispetto di condizioni di civiltà perché - come dice la Costituzione - non deve consistere in trattamenti contrari al senso di umanità", spiega Sebastiano Ardita presidente della nuova "Commissione carceri ed esecuzione della pena" del Csm, a lungo direttore generale per i detenuti e il trattamento del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.
Il Consiglio superiore della magistratura si pone obiettivi notevoli, che riguardano la tutela della salute e la rieducazione dei detenuti, il sostegno alla magistratura di sorveglianza e lo sviluppo delle misure alternative al carcere. Ma in che modo si dovrà intervenire?
"Si tratta di argomenti strettamente connessi tra loro che richiamano la necessità di una visione di insieme nell'affrontare il tema della esperienza penitenziaria. La pena nasce da un processo e presuppone quindi il lavoro di un organo giudiziario; la sua espiazione avviene sotto la responsabilità del potere esecutivo e sotto il controllo della magistratura di sorveglianza; la rieducazione e la tutela della salute sono beni collettivi che comportano a loro volta l'intervento di altre istituzioni. Ecco perché è necessario che tutti i protagonisti di questa vicenda si parlino tra di loro. Ma questo non sempre accade, ed allora il Csm deve far si che almeno i magistrati, che a vario titolo sono chiamati ad intervenire, lo facciano".
L'Italia è oggi il terzo Paese europeo per sovraffollamento dopo la Macedonia del Nord e la Romania. Il sovraffollamento nelle carceri italiane è pari a 10.276 unità e presenta un indice del 20,56 per cento, un dato che preoccupa e che emerge dalla conferenza nazionale dei garanti dei detenuti. Rispetto all'ultimo anno, l'aumento è stato di oltre il 5% e in Sicilia i detenuti sono 6498. Servirebbe collaborare di più per far conoscere la realtà del carcere e per riuscire a realizzare interventi concreti, "all'inizio di questo decennio, quando dirigevo l'ufficio detenuti, pur in situazioni di grave affollamento, con grandi sforzi si riusciva a mantenere il giusto equilibrio tra civiltà della pena e sicurezza all'interno degli istituti. Anche perché si tratta di finalità che, come detto, vanno perseguite insieme".
Nel nostro ordinamento la detenzione non deve avere carattere punitivo, al contrario, "deve tendere alla rieducazione - continua Ardita - ciò significa che deve essere propositiva rispetto a questo scopo. Ma per rieducare, nel senso indicato dalla Costituzione, ci vuole anche la volontà del condannato. E dunque la rieducazione è una opportunità, ma comporta anche dei sacrifici e un impegno", ma spesso la gente sembra non voler accettare l'idea che un detenuto venga rieducato attraverso delle attività all'interno del carcere, "la società deve essere informata delle finalità della pena e dei vantaggi per la sicurezza che può comportare la rieducazione effettiva dei condannati.
Non si deve colpevolizzare chi è scettico rispetto alle potenzialità rieducative del carcere, perché purtroppo vi sono molti casi nei quali questi obiettivi si sono trasformati in un fallimento. Ed anche perché qualcuno confonde la pena rieducativa con un carcere in cui i detenuti fanno ciò che vogliono. Mentre è esattamente il contrario.
La pena rieducativa funziona dove vi è disciplina e osservanza di tutte le regole, dove il rispetto dei diritti umani dei detenuti si coniuga con altrettanto rispetto per il lavoro degli operatori penitenziari, in condizioni di sicurezza dettate dallo Stato. Occorre solo lavorare perché le cose migliorino. E per questo le misure alternative non funzionano e non incontrano la fiducia dei cittadini: non perché non siano utili, ma perché nel nostro paese non abbiamo previsto strumenti di controllo adeguati per farle funzionare".
Per i minori, invece, valgono altre regole perché "la loro personalità è in una fase evolutiva e spesso intervenendo in modo efficace è più facile operare miglioramenti importanti della personalità. Certo occorre separarli dall'ambiente criminogeno che potrebbe avere influenze devastanti. Penso ai minori inseriti nei contesti di criminalità organizzata, spesso costretti da bambini a svolgere compiti da criminali adulti. Qui occorrerebbe recidere ogni legame con ambienti che spingono alla assunzione di quei ruoli. Ma negli altri casi il lavoro ha più possibilità di successo e per questo motivo esistono istituti dedicati come la messa alla prova. È però sempre importante che i ragazzi, ai quali si dedicano progetti di rieducazione, vengano presi in carico e seguiti attentamente".
Rieducazione, risocializzazione, recupero, continueranno a essere delle utopie? "Il sistema della rieducazione, quando effettiva e non formale, può legittimamente aprire la strada alle misure alternative. Il problema è che anche le misure alternative dovrebbero essere percorsi effettivi, che prevedano la presa in carico reale ed il controllo sul territorio degli affidati. Invece spesso sono solo un mezzo per il condannato per ottenere in qualche modo la libertà, e per lo Stato una opportunità per liberare spazi detentivi. Se dovessi dirle che nel nostro Paese questo sistema funziona le direi una bugia. Funziona con chi prima di esservi ammesso aveva deciso di cambiare vita, ma non costituisce affatto un deterrente per chi, uscito dal carcere, non esclude la prospettiva di continuare a delinquere".
di Raffaele Crispo
parmadaily.it, 6 ottobre 2019
Giovedì 10 ottobre alle ore 14 si chiude definitivamente il bando per il Servizio Civile universale e per fare un anno di esperienza anche con una delle associazioni più singolari di Parma, ossia "Per Ricominciare" una realtà che da tanti anni accoglie gratuitamente le famiglie dei detenuti che sono in condizioni di difficoltà economica e che vengono a Parma per far visita ai loro cari reclusi negli Istituti Penitenziari di Parma. Inoltre, l'associazione è al fianco di quei detenuti che sono in licenza o in permesso premio permettendo loro di incontrare i famigliari in una casa d' accoglienza.
Chi dei giovani vorrà cogliere la sfida e vivere un'esperienza a contatto con una realtà spesso bistrattata e dimenticata avrà l'opportunità di trascorrere un anno ricco di emozioni altamente motivante e umanamente sconvolgente. Sono in tanti i ragazzi e le ragazze che negli scorsi anni hanno scelto di prestare un anno di Servizio Civile a favore dei detenuti e in principale modo delle loro famiglie. Ai giovani sarà chiesto di fare un servizio di accoglienza presso un'altra casa che l'associazione ha e che mette a disposizione proprio nel cuore della città a due passi dal Duomo.
Per chi ha già fatto questa esperienza è stata l'occasione per mettersi in gioco, dare un senso alla propria vita e impegnarsi in una realtà che difende i diritti dei bambini attraverso la cura delle relazioni famigliari durante la detenzione di un genitore.
Il volontario che sceglierà di prestare la propria opera presso "Per Ricominciare" potrà, all'interno del carcere di Via Burla, accogliere i bimbi e i ragazzi nel laboratorio denominato " Il Gioco", uno spazio ad hoc con finalità ludiche, e che offre anche stimoli alla creatività. Attraverso tale attività di animazione i nuovi volontari di "Per Ricominciare" potranno rendere meno traumatica l'esperienza di incontrare un famigliare detenuto, trauma che coinvolge tutta la famiglia e in particolar modo i minori.
La Presidente dell'associazione Emilia Agostini Zacomer dall'alto della sua trentennale esperienza ritiene che tale attività sia altamente formativa ed educativa per i giovani volontari i quali maturano speditamente entrando concretamente in contatto con le tante storie e con i non facili vissuti delle famiglie coinvolte. Il progetto di coinvolgimento per tale Servizio Civile è denominato: "Gnam! Nuova vita nel piatto "e chi desidera ulteriori chiarimenti può rivolgersi direttamente a Forum Solidarietà in via Bandini 6. Per ulteriori informazioni si può contattare anche direttamente l'associazione all'indirizzo email
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 6 ottobre 2019
Malattia mentale e crimine. Molti sviluppano le patologie tra le mura, ma tanti vi arrivano già malati. O, peggio, perché malati. Fondine antiscippo, pistole taser, protezioni antiproiettile: molti giornali ieri davano spazio alle richieste di alcuni sindacati di polizia da sempre abituati a dare più peso agli armamenti che alle condizioni sociali nelle quali si trovano ad intervenire le forze dell'ordine.
La terribile tragedia di Trieste nella quale due ragazzi hanno perso la vita mentre servivano lo Stato suggerisce invece una riflessione sulla malattia mentale e su quanto sia sottovalutata in questo Paese, fino a che non diventa oggetto di cronaca nera. Perfino nella città che ha fatto da laboratorio alla riforma Basaglia. E invece basta dare un'occhiata all'interno dei 190 istituti penitenziari italiani per intuire una qualche relazione stretta (prevenibile e forse evitabile) tra patologie psichiche e crimine.
Secondo i dati diffusi dalla Simspe, Società italiana di medicina e sanità penitenziaria, in occasione del XX Congresso nazionale Agorà Penitenziaria che si è tenuto un paio di giorni fa Milano, il 50% delle persone detenute in carcere presenta una malattia o un disturbo mentale (e il 25% una dipendenza da sostanza psicoattiva, con conseguenze anche psichiche, naturalmente). Sicuramente, come spiegano gli stessi esperti Simspe, una parte di questi disturbi si genera proprio all'interno delle mura carcerarie, anche a causa delle pessime condizioni di vita detentiva. Ma c'è una percentuale di persone che in carcere arriva già malata o perfino proprio perché malata.
Secondo il Rapporto 2019 del Comitato nazionale per la bioetica, le più diffuse patologie psichiche che affliggono la popolazione detenuta (giunta di nuovo alla scandalosa cifra di 60.882, su una capienza regolamentare di 50.472 posti disponibili) sono per il 17,3% disturbi nevrotici e reazioni di adattamento e per il 5,6% correlate all'abuso di alcol. Vengono poi registrate una serie di patologie meno diffuse ma che di solito hanno un tempo di "incubazione" molto lungo, dunque difficilmente correlate alla circostanza carceraria: disturbi affettivi psicotici (2,7%), disturbi della personalità e del comportamento (1,6%), disturbi depressivi non psicotici (0,9%), disturbi mentali organici senili e presenili (0,7%), disturbi da spettro schizofrenico (0,6%).
Maschi e femmine soffrono in modo diverso: sono gli uomini ad essere maggiormente affetti da disturbi correlati alle sostanze (50,8% dei maschi, 32,5% delle femmine) e all'alcol (9,1% contro il 6,9% delle donne). Mentre per le detenute la diagnosi più comune è quella di "disturbi nevrotici e reazioni di adattamento" (36,6% delle diagnosi femminili, 27,1% delle diagnosi maschili), seguita da disturbi affettivi psicotici (10,1%, 4,1% degli uomini). Meno comuni ma non per questo meno problematici, i disturbi della personalità e del comportamento (2,4% degli uomini, 3,4% delle donne) e quelli depressivi non psicotici (1,3% degli uomini, 2,8% delle donne).
Per curare queste persone, i servizi di salute mentali operanti in carcere, e sul territorio, non sono sufficienti. Le risorse - umane ed economiche - sono talmente scarse da rendere poi impossibile qualsiasi tipo di prevenzione alle patologie croniche (e ad alcuni tipi di comportamenti criminosi). Una situazione che è peggiorata con la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari perché troppo poche sono le Rems (Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza) disponibili.
Secondo il presidente Simspe, Luciano Lucania, quello che continua a mancare è un Osservatorio epidemiologico nazionale. "Oggi sono assicurate certamente le cure farmacologiche più aggiornate - afferma. Tuttavia manca il raccordo fra "dentro" e "fuori", manca l'interlocuzione diretta dei presidi con l'autorità giudiziaria, manca una rete territoriale di accoglienza. Le malattie mentali, il disagio esistenziale, la depressione, gli esiti devastanti della tossicodipendenza sulla persona non sono misurabili come le cardiopatie e le malattie infettive". E, aggiunge Liliana Lorettu della Sipf, Società italiana psichiatria forense, "il comportamento violento sino al suicidio sono l'estrema risposta di chi non riesce ad uscire dal pantano".
di Licia Granello
vanityfair.it, 6 ottobre 2019
Fondatrice dell'associazione "Made in Carcere", coinvolge i detenuti dando loro un lavoro e un futuro: "Quando si raggiungono successi, la vita ti chiede di restituire". La ragazza ha una cinquantina d'anni abbondanti, un sorriso smagliante e occhi intelligenti, vivissimi, impossibili da eludere. È vestita in modo allegramente improbabile: calzettoni colorati, lo scamiciato trapezoidale indossato col dietro davanti e una giacchetta bordata di volant assortiti e fluttuanti. Un insieme strabiliante, che la racconta benissimo. Ma soprattutto, ognuno dei pezzi indossati mostra la targhetta "Made in carcere", ovvero creato e cucito dalle detenute del carcere di Lecce.
Luciana Delle Donne, leccese doc, ex manager bancaria di successo, è anima, corpo e cervello dell'associazione "Made in Carcere" fondata tredici anni fa. Per lei, una quantità infinita di premi, culminati con l'inclusione nella rete Ashoka. Santo Versace le ha regalato cinquemila kg di tessuti, Chanel l'ha cercata per attivare una produzione delocalizzata, perfino Papa Bergoglio ha messo al polso il braccialettino con la scritta "Second Chance".
"Nella mia prima vita era tutto perfetto: casa in via dei Fiori Chiari a Milano, viaggi all'estero, fili di perle, camicie cifrate, serate nei posti che contano. Poi ho cominciato a sentire il disagio di guadagnare tanti soldi, sproporzionati, frutto delle bolle speculative. Era il 2004. Sono entrata in crisi con il mio compagno, con il mio corpo, con il mio lavoro. Avevo l'urgenza di restituire un pezzo della mia fortuna, di dimostrare che si può costruire bellezza anche in luoghi di degrado".
Luciana è cresciuta nella fatica di un padre morto quand'era piccola e di una mamma obbligata a lavorare a tempo pieno per mantenere i cinque figli. "Non so cosa sia un'infanzia felice, ma l'assenza mi ha dato voglia di costruire, di vivere e non di sopravvivere. La morte prematura di mio padre mi ha insegnato che bisogna cercare di realizzare i sogni, sempre".
Non ha trovato subito la strada, Luciana. "Volevo dedicarmi ai bambini disagiati, aprire un asilo. Ho studiato Montessori e Steiner. Ma ci volevano competenze specifiche per un'attività imprenditoriale così impegnativa. Non ero pronta. E allora ho deciso di occuparmi delle mamme, quelle in carcere".
Aiutare attraverso il lavoro. Il cucito, per esempio. "Ho brevettato un collo di camicia fighissimo, da indossare sotto le maglie, però troppo complesso nella sua costruzione. Ho formato quindici detenute per sei mesi. Il tempo di cominciare la produzione e sono uscite tutte per indulto. Ho capito che dovevo proporre cose più semplici, pezzi che in tre mesi una ragazza di buona volontà possa imparare a fare".
I numeri l'hanno premiata subito. "Il fallimento è del 2%, sono tutte disponibili. L'obbiettivo non è imparare a cucire, ma cambiare dentro... Quando chiedono di entrare nel gruppo, non vogliamo sapere del loro passato, perché sono dentro. La relazione parte dal momento in cui ci incontriamo. Rigeneriamo tessuti e vite, la famosa "seconda chance". Le statistiche dicono che l'80% di chi lavora in carcere non reitera il reato. Made in Carcere è un'impresa che deve risultare competitiva sul mercato, senza invocare pena o solidarietà".
Dalla "Maison" di Lecce al carcere minorile di Nisida, il passo è stato complicato. "I detenuti hanno tra i 15 e i 25 anni: intercettarli, coinvolgerli, ha richiesto un lavoro infinito. Finiscono in carcere pensando che sia un riconoscimento: la vita non ha valore, hanno il destino segnato. Per il loro laboratorio di pasticceria ho ideato dei biscotti "senza" - senza uova, senza latte - ma anche "con": vino, extravergine, semola, zucchero di canna, tutto biologico. Li ho fatti a forma di cuore e battezzati Scappatelle. Sono buonissimi! Li vendiamo bene. E vedere le facce quando leggono sulla prima busta paga il loro nome e cognome mi ripaga di tutte le fatiche".
Le sartorie sociali delle periferie sono il prossimo passo. Lecce, Bari, Taranto, Grosseto Sono pronte ad attivare luoghi di produzione ad alto valore etico. "Diamo i tessuti, formiamo i lavoratori, trasferiamo un modello d'impresa, dalla gestione al marketing, perché senza brand non si va da nessuna parte".
Poi c'è la vita personale. "Ho fatto una scelta totalizzante. Sono competitiva con me stessa: il desiderio di realizzare il sogno è così assoluto che mi spendo completamente. Ho cambiato amicizie, ribaltato il mio stile di vita, voglio sentire cosa si prova a pensarci due volte prima di spendere dieci euro. Non ho usato scudi o protezioni, vado sempre a mille".
Mancanze? Luciana fa uno dei suoi sorrisi stralunati e irresistibili. "Non ho rimpianti per la vita di prima, non tornerei mai indietro. Mi mancano le tre S: sonno, silenzio e sesso. I primi due dipendono dalla possibilità di cominciare finalmente a delegare. In quanto al sesso, è difficile trovare maschi con cui condividere questo pezzo di vita. Mia madre dice che dovrei almeno far finta di aver paura dei temporali. Dubito di riuscirci".
di Ettore Di Bartolomeo
La Discussione , 6 ottobre 2019
Ormai manca davvero poco per la cerimonia di premiazione della dodicesima edizione del Premio "Carlo Castelli" per la solidarietà, concorso letterario destinato ai detenuti delle carceri italiane promosso dalla Società di San Vincenzo De Paoli. L'appuntamento è per venerdì 11 ottobre presso la Casa Circondariale di Matera.
L'iniziativa gode del patrocinio di Senato della Repubblica, Camera dei Deputati, Ministero della Giustizia, Università Europea di Roma, Fondazione Matera Basilicata 2019 e con il riconoscimento di una speciale medaglia del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Media Partner: L'Osservatore Romano. Il tema di questa edizione è: "Riconoscere l'Umanità in sé e negli altri per una nuova convivenza".
Scrivere libera la mente, aiuta a riflettere sui propri errori ed è un'occasione per aiutare "chi sta fuori" a non ripeterli. "Ogni anno - osserva Antonio Gianfico, Presidente della Federazione nazionale Società di San Vincenzo De Paoli - riceviamo centinaia di testi dai reclusi di tutte le carceri italiane. Il mondo carcerario è un condominio fatto di spazi angusti, di regole rigide, di relazioni forzate, di privazioni e di sofferenza. C'è quindi la necessità e la convenienza di condividere al meglio quel poco che si ha materialmente a disposizione, ma, soprattutto, di attingere a quelle risorse interiori che possono veramente segnare una svolta nella propria vita".
Imparando dagli errori del passato si può aprire un nuovo capitolo della propria esistenza e si può davvero fare qualcosa di buono ed utile non solo per se stessi, ma anche per gli altri. "Ed è per questo - dichiara Claudio Messina, delegato carceri della Società di San Vincenzo De Paoli ed anima ed organizzatore del Premio Carlo Castelli - che, anche nel premiare le opere scelte, abbiamo pensato di dare - una libertà in più - al candidato che, oltre a ricevere un riconoscimento per sé, sceglierà una buona causa nel sociale a cui destinare un'altra parte del premio in denaro. Ecco una buona possibilità, per chi ha sbagliato nella vita, di riscattarsi offrendo un contributo alla società".
La cerimonia di premiazione ed il convegno "In carcere con umanità. Nell'incontro la scoperta dei valori comuni" si terranno il prossimo venerdì 11 ottobre nella Casa circondariale di Matera, a partire dalle ore 10. Tra i relatori del convegno: Luigi Accattoli, Guido Traversa, Rita Barbera, Don Raffaele Sarno, Gabriella Feraboli, Carmelo Cantone.
Ai tre vincitori di questa edizione vanno rispettivamente 1.000, 800 e 600 euro, con il merito di finanziare anche un progetto di solidarietà. In aggiunta ai premi, a nome di ciascuno dei tre vincitori saranno devoluti, nell'ordine: 1.000 euro per finanziare la costruzione di un'aula scolastica a Lurhala (Congo); 1.000 euro per un progetto formativo e di reinserimento sociale di un giovane dell'Istituto Penale Minorile di Bari; 800 euro per l'adozione a distanza di un bambino della Bolivia per 5 anni.
Queste le opere premiate: "Per chi muore, per chi rimane" di Carmelo Gallico (C.C. Tolmezzo - UD), "Riscoprire i rapporti di buon vicinato" di Alessandro Cozzi (C.R. Milano - Opera) e "Un padre" di Alessandro Crisafulli (C.R. Milano - Opera). Accanto a questi racconti la Giuria del Premio Carlo Castelli segnala le seguenti dieci opere meritevoli, che sono state raccolte, insieme ai testi dei primi tre classificati, nell'antologia: "Il bisogno di Umanità": "Eroi" di Mario Musardo (C.R. Tempio Pausania - OT), "Muri paralleli" di Massimiliano Avesani (C.R. Tempio Pausania - OT), "La strada ritrovata" di Lucian Tarara (C.R. Volterra), "Il regalo di un sorriso" di Antonino Scarpulla (C.C. Palermo Pagliarelli); "Il castigo del diavolo" di Angelo Meneghetti (C.R. Padova) L'invisibile - "Il cavagliere" (C.C. Roma Rebibbia N.C.), "Gli altri siamo noi" di Roberto Cavicchia (C.C. Genova Marassi), "Umanità" di Simone Borgese (C.C. Rieti); "Misero et cordis" di Francesco Lori (C.C. Rieti) e "Il viaggio predestinato" di Domenico Auteritano (C.C. Roma Rebibbia N.C.). L'ebook "Il bisogno di Umanità" - Anthology Digital Publishing, che raccoglie le opere premiate della XII edizione del Premio Carlo Castelli per la solidarietà si può scaricare gratuitamente.
di Maria Giovanna Cogliandro
larivieraonline.com, 6 ottobre 2019
Intervista a Francesca Racco, membro dell'Osservatorio Nazionale Adolescenza. Ci sono bambini che non sono mai andati a vedere una partita di pallone con il proprio papà, mai un giro in bici o una giornata al mare insieme. Un papà che non c'è neppure a tavola a Natale o per i compleanni.
Ci sono bambini che il proprio papà lo vedono solo una manciata di ore al mese, dopo aver oltrepassato un grande cancello, superato i controlli di sicurezza, per potergli parlare da dietro un vetro. Per capire quale possa essere l'impatto che può avere la carcerazione di un genitore sullo sviluppo del bambino abbiamo intervistato Francesca Racco, psicologa e psicoterapeuta, membro dell'Osservatorio Nazionale Adolescenza.
È più traumatico assistere all'arresto di un genitore o accorgersi improvvisamente della sua scomparsa senza che nessuno gli spieghi nulla?
La separazione forzata da una figura di riferimento è sempre un avvenimento impattante sulla psiche di un bambino, questo porta con sé vissuti di angoscia, disperazione e, talvolta, anche vero e proprio terrore. Allo stesso tempo vivere la scomparsa di un genitore senza capirne il motivo, ma sentendone solo la sua assenza, genera un senso di vuoto che non permette di dare un senso a ciò che accade e quindi genera confusione, incredulità, con conseguente senso di abbandono e possibili sensi di colpa.
Mentire dicendo che il padre si trovi, ad esempio, all'estero cosa comporta per il bambino?
Ai bambini bisogna sempre dire la verità e, considerato che questo sarebbe una bugia, non va bene. I bambini hanno bisogno di concretezza per poter dare significato a ciò che accade, anche se doloroso. Hanno diritto di mantenere i rapporti affettivi col genitore detenuto e dunque di vivere la relazione recandosi presso l'istituto penitenziario per gli incontri, cosa che non può avere luogo se il minore sa che il genitore è all'estero. Inoltre, il bambino potrebbe domandarsi il perché il genitore non viene a trovarlo e andare incontro al pensiero di non valere abbastanza tanto da non meritare il suo ritorno.
Come spiegare a un bambino che il padre (o la madre) è in carcere perché ha commesso un crimine?
È una comunicazione dura, quanto necessaria. Sempre meglio che i bambini sappiano come siano andate le cose da una persona di fiducia, piuttosto che dai compagnetti o dai media. L'importante è fargli capire che anche se un genitore ha commesso un'azione sbagliata non è necessariamente una persona sbagliata.
Proclamarsi innocenti per vergogna è un buon modo per proteggere il bambino?
Non è certamente facile dire certe verità ai figli, a volte quelle che vengono chiamate bugie a fin di bene, nascondono la difficoltà nel parlare di certi temi con i più piccoli, nonché il tentativo di difenderli da una realtà che può far molto male. In ogni caso quando ci si confronta con i bambini bisogna tenere sempre bene a mente che essi hanno prima di tutto bisogno di sperimentare sicurezza e amore. Quindi ancora una volta ribadisco che occorre dire sempre la verità, ma con un linguaggio a misura di bambino, corredato sempre dalla certezza che il legame affettivo è sopra ogni cosa.
Spesso la situazione viene raccontata utilizzando il "noi": "ce l'hanno con noi", "ci perseguitano", "ci vogliono fare del male"... cosa comporta questo stravolgimento della realtà per il bambino?
I bambini più sono piccoli e più guardano il mondo con gli occhi dei genitori. Questo "noi" è ingiusto, perché rischia di intaccare la percezione del mondo esterno e in casi gravi porta a vivere il mondo come ostile e pericoloso.
Nella nostra società il successo è diventato un valore fondamentale. Un genitore in carcere è avvertito come un perdente. Come far comprendere a un bambino che, sebbene il padre sia in carcere, rimane sempre il padre e deve aver fiducia in lui?
È vero che il successo, come mai prima d'oggi, ha un ruolo elevato nella considerazione della società, ma non credo che il genitore in carcere sia sempre un perdente. Ho conosciuto detenuti che hanno davvero affrontato un percorso rieducativo e che, dopo aver scontato la pena, con il reinserimento nella vita quotidiana si sono dati un seconda possibilità e hanno vinto l'errore. Così facendo, peraltro, hanno potuto dare l'esempio che "chi sbaglia paga" e che le conseguenze sono
dure e dolorose.
Cos'è più sbagliato, trattare il figlio di un detenuto con compassione perché visto come un bambino che cresce circondato da criminali o trattarlo con sprezzo perché immaginato come futuro criminale?
Probabilmente entrambe. Voglio fare un premessa, ogni bambino è sempre una creatura meravigliosa che non può e non deve espiare le eventuali colpe dei genitori. Partendo da questo presupposto, tutti i bambini hanno gli stessi diritti e a maggior ragione se intendiamo la detenzione del genitore come fattore di rischio, il contesto esterno dovrebbe costituire fattore di protezione. Quindi occorre capire il vissuto doloroso di questi bambini, non etichettandoli a priori, ma aiutandoli a costruire relazioni sociali sane.
Si può essere buoni genitori incontrando i propri figli da dietro un vetro?
Sicuramente la detenzione di un genitore intacca la serenità di un figlio, ancor più se è piccolo. I bambini non hanno le stesse risorse cognitive di un adulto e proprio per questo hanno bisogno di vedere il genitore e sentire la sua presenza. In caso di detenzione, cessa la libertà ma non l'essere genitore. Il genitore ha il diritto e il dovere di continuare a essere un buon genitore, garantendo l'affetto necessario atto a contenere la drammaticità della situazione. Un bambino ha sempre bisogno dell'amore dei genitori, qualunque cosa accada. Il genitore che dispensa amore è sempre un buon genitore, anche se detenuto.
Ci sono, poi, quei bambini che si trovano dietro le sbarre da neonati, detenuti insieme alla madre. Che impronta lascia un'esperienza del genere?
In questi casi il sostegno alla genitorialità e la possibilità di poter frequentare anche spazi esterni, rappresentano risorse fondamentali per evitare ripercussioni anche gravi sullo sviluppo di questi bambini.
Quali potrebbero essere le azioni di sostegno ai rapporti bambini-genitori detenuti?
Prima di tutto, bisogna capire che è un diritto fondamentale del bambino mantenere la relazione affettiva con il genitore anche se detenuto. Basterebbe applicare sempre la Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti, che evidenzia tutte le buone prassi per il mantenimento di relazioni familiari di qualità, incidendo così positivamente sullo sviluppo e sull'equilibrio psicofisico dei minori. Dovrebbe, ad esempio, essere sempre garantita una sede facilmente raggiungibile e i bambini non dovrebbero andare incontro a viaggi estenuanti per poter incontrare il proprio genitore. I contatti dovrebbero essere regolari e frequenti e importantissima sarebbe la presenza di personale esperto a sostegno dei più piccoli. Quando ci sono di mezzo i bambini, certamente vittime innocenti, niente dovrebbe essere considerato un privilegio. Purtroppo spesso accade il contrario, ed è così che sono pochi gli istituti dove le stanze sono accoglienti e belle, dove sono presenti spazi verdi in cui passeggiare e correre insieme o ambienti dove poter svolgere attività piacevoli e di crescita con i propri genitori. Nella mia attività da psicoterapeuta ho avuto modo di accogliere più volte storie strazianti di bambini che vivevano i colloqui con forti crisi di ansia, arrivando anche al rifiuto per il forte dolore percepito, interrompendo di fatto la relazione genitore-figlio. Dobbiamo mettere tutte le forze in campo affinché questo non accada, perché i figli dei genitori detenuti hanno gli stessi diritti di tutti gli altri bambini.
di Enrico Zanetti
Il Foglio, 6 ottobre 2019
Quello della maggiore punibilità per chi evade il fisco è un tema ricorrente sin dal lontano 1982. Eppure la normativa attualmente in vigore è più che sufficiente. Archiviate insieme al precedente governo le generiche proposte di "pace fiscale", il baricentro delle parole d'ordine della politica si sta spostando in queste ultime settimane verso la non meno generica promessa di "carcere per i grandi evasori". È un tema ricorrente sin dal lontano 1982 che solitamente si accompagna non tanto al tipo di colore politico del governo e della sua maggioranza, quanto piuttosto alla crescente consapevolezza di quel governo e quella maggioranza politica della necessità di varare di lì a poco scelte impopolari sul versante fiscale.
Accadde infatti anche nell'estate del 2011 con un governo e una maggioranza politica completamente diversi da quella attuale. In verità, risulta sempre difficile capire cosa si intenda davvero fare, dietro a questa dichiarazione d'intenti, posto che il "carcere per i grandi evasori" è già da molto tempo parte integrante del nostro ordinamento giuridico. Il decreto legislativo n. 74 del 2000 prevede pene da 1,5 a 6 anni di reclusione per frode fiscale e da 1 a 3 anni per dichiarazione infedele "non fraudolenta", oltre ovviamente a sanzioni pecuniarie salatissime che vanno dal 135 al 270 per cento per la frode fiscale e dal 90 al 180 per cento per la "semplice" dichiarazione infedele.
Nel caso di frode mediante fatture false, la reclusione non è nemmeno limitata ai "grandi evasori", perché scatta anche per un euro, mentre nel caso di frode mediante altri artifici scatta oltre 30 mila euro ed in quello di dichiarazione infedele "non fraudolenta" scatta oltre 150 mila euro (quindi, se è di "grandi evasori" che si intende parlare, c'è già in ogni caso). A ciò si aggiunga che, a decorrere dal 2015, è stato introdotto anche il reato di autoriciclaggio (art. 648-ter1 c.p.), tale per cui è prevista la pena della reclusione da 2 a 8 anni per chi impiega, sostituisce o trasferisce in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative, il denaro proveniente, tra le altre cose, da reati di frode fiscale (se deriva da reati di dichiarazione infedele "non fraudolenta" la pena è da 1 a 4 anni).
E d'altro canto, se così non fosse, sarebbe da chiedersi come mai capita sovente di leggere sui giornali di arresti, singoli o di più persone in concorso tra loro, compiuti meritoriamente dalla Finanza a fronte della scoperta di frodi fiscali più o meno complesse e ramificate, a dimostrazione di quanto sia privo di reale fondamento il luogo comune secondo cui in Italia "nessuno va in carcere per evasione fiscale". Vero è, questo sì, che è più facile finire in carcere durante le indagini e prima dei processi che restarvi dopo la sentenza definitiva, ma questo è un tema di sistema che riguarda l'amministrazione della giustizia con riguardo alla generalità dei reati e che va affrontato su questo piano, più che un tema specifico di diritto penale tributario.
Né invocare ulteriori inasprimenti "mirati" delle pene pare francamente condivisibile, al netto di ipotizzabili ritocchi "non stravolgenti", in assenza di una eventuale volontà politica di più ampia revisione dei minimi e massimi edittali delle pene previste anche per altre tipologie di reato che destano non meno allarme sociale.
Anche volendo considerare l'evasione alla stregua di un vero e proprio furto (pur nella oggettiva difficoltà della piena equiparazione concettuale tra un comportamento di sottrazione di cosa appartenente a patrimonio altrui con una di mancata estromissione di cosa appartenente a patrimonio proprio), non si può infatti prescindere dalla constatazione che le pene previste per il furto "semplice" vanno da un minimo di 0,5 a un massimo di 3 anni (art. 624 c.p.) e salgono da un minimo di 4 a un massimo di 7 anni nel caso più grave di furto che si consuma presso l'abitazione del derubato (art. 625 c.p.).
Tenuto conto che, come è logico che sia, queste pene reclusive si accompagnano a sanzioni pecuniarie risibili rispetto a quelle enormemente più elevate che accompagnano le pene reclusive applicabili ai reati di frode ed evasione "semplice", si fatica francamente a non vedere un ragionevole equilibrio tra le diverse fattispecie, al netto, naturalmente, di eventuali furori ideologici.
di Cecilia Gallotta
estense.com, 6 ottobre 2019
La Casa circondariale apre i cancelli a "Internazionale" e i carcerati illustrano le loro opere in mostra. Una mano incatenata di fianco a un calamaio e a un foglio bianco. Un aquilone che col filo taglia le sbarre alla finestra. È difficile immaginare le stesse mani e le stesse menti che hanno commesso un reato, dipingere sentimenti.
Ebbene è ciò che alcuni detenuti della Casa Circondariale hanno potuto mettere in mostra al pubblico sabato mattina, quando il carcere ha aperto i suoi cancelli in occasione del festival di Internazionale, radunando oltre una sessantina di persone incuriosite dal luogo che solitamente viene considerato "fuori dal mondo".
Un incontro, "dove già la parola stessa descrive il raggiungimento dell'obiettivo - esordisce Mauro Presini, curatore del giornale Astrolabio - perché il fatto che siete venuti qui, dà valore a ciò che facciamo insieme ai detenuti". La connessione con il mondo esterno risulta infatti essere una costante nelle giornate dei detenuti in carcere, come afferma lo stesso detenuto Paride, ma come si può evincere anche da ciò che rappresentano nei quadri, mostrati e affiancati dal curatore del corso di pittura in carcere Raimondo Imbrò.
"Sono dentro da due anni e poco dopo ho saputo che mia moglie era incinta - racconta il giovanissimo Josef, illustrando un dipinto con parco e una giostrina vuota-: il mio bimbo adesso ha un anno e mezzo, e io non ci sono a giocare con lui".
Il fatto che "chi ha sbagliato debba soltanto pagare" non tiene conto, secondo la garante dei detenuti Stefania Carnevale, di come la maggior parte delle persone rientreranno nella società dopo aver scontato la pena: "Se auspichiamo che si 'marcisca in galera', per citare uno dei tanti luoghi comuni, allora prima o poi riavremo fra noi persone marce".
Ma "la spinta di ogni essere umano è quella di riuscire a trovare la propria dignità - afferma il detenuto Luigi, che non risparmia qualche lacrima al pensiero di sua figlia -: io purtroppo ero molto ignorante, e alla fine siamo tutti qua per questo motivo. Non conoscevamo la giustizia, e ce ne siamo fregati. Ma quando uno viene condannato, il metro di giudizio dovrebbe essere diverso, più ampio, per ciascuno di noi, perché per lo stesso reato non è detto che servano gli stessi anni a tutti gli individui. E se c'è qualcuno che è davvero pronto a ricominciare a fare il padre, o il marito, o il figlio, dovrebbe esserci una legge che gliene dà diritto". Un terreno delicato a cui risponde soltanto il detenuto Ben Harrat Lassad, citando Gesù Cristo: "In fondo, chi è senza peccato, scagli la prima pietra".
di Marco Demarco
Corriere della Sera, 6 ottobre 2019
Ciò che è successo all'ultrasettantenne simbolo dell'industria casearia, scagionato in via definitiva, costituisce un caso limite ma attualizza, per contrasto, un tema molto più generale, quello della lotta al capitalismo mafioso nel mercato legale. Tre richieste di arresto, quattordici giorni in carcere all'indomani di un serio intervento al cuore, altri venti ai domiciliari, e oltre 150 mila citazioni negative su Google, senza contare le centinaia di foto con il "mostro" sbattuto online. L'ultrasettantenne Giuseppe Mandara, simbolo dell'impresa casearia, tra i più noti produttori di mozzarelle, è stato accusato di associazione camorristica e depistaggio, e solo ora è uscito da un incubo cominciato nel 2012.
Per due volte, come riportato dal Corriere del Mezzogiorno, il Riesame ha bocciato l'arresto già avvenuto. E per due volte - anche quando è stato contestato il ricorso a un pentito "non credibile", del quale sarebbe stato opportuno sospettare "ogni movimento labiale e ogni scritto" - la Procura di Napoli ha fatto inutilmente ricorso in Cassazione. La terza richiesta di arresto è stata invece respinta all'origine. Scagionato in via definitiva, l'ingiustamente accusato chiede mezzo milione di risarcimento: per i danni subiti, per l'espulsione dal consorzio di produttori, per l'immagine commerciale compromessa e per le vendite a picco. Ciò che è successo a Mandara costituisce un caso limite, ma attualizza, per contrasto, un tema molto più generale, quello della lotta al capitalismo mafioso nel mercato legale. Come estirpare il "male" (le mafie) senza distruggere il "bene" (le aziende)? Come definire politiche "programmanti" e non "moraleggianti"?
Per evitare derive di questo tipo, Rocco Sciarrone e Luca Storti hanno scritto Le mafie nell'economia globale (il Mulino), un saggio aggiornato nell'analisi e provocatorio nella proposta. L'idea di fondo è di rilegittimare il rapporto tra politica ed economia; quella strategica è di non escludere "un calcolo costi-benefici, spesso ritenuto un tabù nell'ambito della lotta alla mafia"; quella specifica è di evitare misure interdittive che possano determinare una sorta di "ergastolo imprenditoriale". Insomma, con la mafia "bisogna giocare a scacchi e costringerla all'abbandono; lo scacco matto è un'illusione".










