di Daniela Corneo
Corriere di Bologna, 8 ottobre 2019
Giovedì la prima serata con il ministro Bonafede. Sei ragazzi tra sala e fornelli. È l'unico ristorante (in Europa) che apre i battenti dentro a un carcere minorile. Giovedì, con le autorità, tra cui il neo cardinale Matteo Zuppi, ci sarà la "prima" dell'osteria "Brigata del Pratello". Due cene al mese a cui potranno partecipare, a offerta libera, i cittadini. In sala e in cucina: 6 giovani detenuti. Ecco cosa prevede il menu inaugurale.
Si potrà entrare in carcere a cena con amici, parenti, colleghi. Ai fornelli e in sala ci saranno alcuni dei ragazzi detenuti al Pratello che, preparando i piatti e servendoli alle persone che decideranno di vivere questa esperienza, non solo si formeranno come cuochi e camerieri, ma aggiungeranno un tassello al loro rientro nella società, in qualunque momento sia previsto. Se ne parlava da quasi dieci anni, ma giovedì accadrà: aprirà i battenti la "Brigata del Pratello", l'unica osteria in Italia (e in Europa) all'interno di un istituto penale minorile.
Un progetto portato avanti con tenacia dagli operatori di Fomal, ente accreditato dalla Regione (e presieduto da Beatrice Draghetti) per la formazione professionale dell'ambito della ristorazione e dal carcere minorile del Pratello con il contributo della Fondazione del Monte e di viale Aldo Moro. "Questa osteria - ha detto ieri Draghetti - costituirà un ulteriore tassello nella formazione professionale di questi ragazzi che avranno a che fare con un pubblico vero per una o due volte al mese".
Le prime tre cene, quella di giovedì e le altre due previste a novembre e dicembre, saranno su invito: parteciperanno istituzioni e personaggi individuati da Fomal e Regione, tra cui, per la "prima", il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede (è stato invitato e scioglierà presto la riserva sulla sua presenza) e il neo cardinale Matteo Zuppi. Per loro i ragazzi - 6 in tutto, 3 ai fornelli e 3 in sala, che si alterneranno nelle varie cene - hanno pensato a un menù dall'antipasto al dolce: lasagne, filetto di maiale al pistacchio, una mela in tre diverse varianti come dolce. I menu differenziati per motivi religiosi non sono previsti, ma i ragazzi del Pratello li realizzano abitualmente quando a tavola si siedono solo loro.
"Ma niente tortellini al pollo", dice scherzando lo chef-docente che li guida da anni, Mirko Gadignani, che è lo chef del Bologna calcio e della Fortitudo. "È da dieci anni che stiamo lavorando al progetto dell'osteria - spiega - e finalmente ce l'abbiamo fatta. Per noi è divertente lavorare con questi ragazzi, siamo riusciti a portarne diversi fuori a lavorare una volta scontata la pena, alcuni anche allo stadio. Abbiamo fatto migliaia di pizze insieme a loro, sono bravissimi", sorride lo chef. Che a fianco a sé ha in questa avventura anche lo chef Alberto Di Pasqua e il maître Fabrizio Cariati. Tutto sotto la guida di Valeria Bonora, responsabile dell'area socioeducativa di Fomal.
Da gennaio l'osteria al Pratello sarà poi aperta al pubblico: si potrà prenotare sul sito della "Brigata del Pratello" e, dopo le procedure di prassi per la sicurezza, una o due volte al mese saranno in 40-45 gli ammessi alle cene a offerta libera che saranno servite nell'ala del chiostro dell'antico monastero restaurato. Saranno usate le verdure coltivate nell'orto all'interno del Pratello e ad addobbare i tavoli ci saranno le composizioni realizzate da persone disabili seguite sempre da Fomal. Il ricavato delle cene servirà a sostenere i costi aggiuntivi per personale esterno, materie prime, attrezzature. "I ragazzi quando usciranno dal carcere - spiegano il dirigente per Emilia-Romagna e Marche della giustizia minorile Antonio Pappalardo e il direttore del Pratello Alfonso Poggiarino - avranno una professionalità da spendere, per loro è una grande occasione".
di Annalisa Rimassa
Il Secolo XIX, 8 ottobre 2019
Musica e teatro dal 12 ottobre nell'unica sala in Europa compresa tra le mura di un carcere. Di cultura per tutti, arte che valica i confini, se ne fa un gran parlare. Ma c'è un posto a Genova, unico in Europa, dove realmente almeno il teatro diventa un'agorà per tutti: uomini e donne liberi e detenuti. Attori professionisti e non.
È il teatro dell'Arca che, aperto dall'associazione Teatro Necessario si trova dentro alla casa circondariale di Marassi e a lavori appena ultimati, il 12 ottobre con la compagnia Arakne e la storia di pizzica e taranta, apre una vera stagione teatrale. In quella sala compresa dalle mura delle celle, ecco la sua unicità europea, il confine tra persone libere e non si elide: c'è chi recita, chi scrive i testi, chi impara a manovrare le luci e chi ad elaborare i ricordi, migrazione e dolore, tramite uno spettacolo.
Gli attori sono professionisti ma anche detenuti, - trecento fino ad oggi - gli spettatori - 10 mila l'anno scorso - sono studenti, appassionati, famigliari di chi sconta la pena: uniti nel buio della sala.
Si apre così, la seconda rassegna dell'Arca di musica e teatro civile: 10 spettacoli alle 20.30 divisi in "Note d'autunno" dal 12 ottobre al 7 dicembre e "Parole di Primavera" dal 14 aprile al 31 maggio; compagnie esterne e non, poca pubblicità perché i soldi non bastano mai, e concentrazione su temi quali migrazioni, dialogo, rieducazione: "che è un impegno dell'intera collettività", sostiene Maria Milano direttrice di Marassi mentre attorno a lei, si radunano volontari quali Mirella Cannata e Carlo Imparato, registi quali Sandro Baldacci del teatro Necessario e Davide Ferrari di Echo Art, oltre al preside Giovanni Poggio alla guida dell'unica scuola, il Vittorio Emanuele Ruffini, che prepara i detenuti. Tutti insieme a sostenere dal 2005 questo esperimento fatti di monaci danzatori, monologhisti impegnati, musicisti intensi: i laboratori integrati e la compagnia "Scatenati" sono nati nel 2005 e undici anni dopo, sono stati aperti palco e platea. Finanziano Compagnia San Paolo e Valdesi.
Coinvolgendo il Teatro di Genova, la stagione comprende ad esempio "Ulisse" di Chierici e Cicolella e "Die Mauer" di Eutopia a celebrare la caduta del muro berlinese. Popoli che si riuniscono e genti che migrano: la loro voce risuona da pieces quali "Profughi da tre soldi" (degli Scatenati) e "Italiani Cincali" di Mauro Perrotta. "Questo teatro - sottolinea l'assessore regionale Ilaria Cavo- è un ponte con la città". Info: teatronecessariogenova.org. 5 spettacoli euro 60, 10 spettacoli euro 100.
di Pietro Perelli
filomagazine.it, 8 ottobre 2019
Sveglia alle 7,30. Una colazione veloce con abbondante caffè e partenza. Destinazione casa circondariale di Ferrara. È sabato 5 ottobre, il primo weekend del mese, Ferrara si riempie per il festival di Internazionale.
Le code per i tagliandi come ogni anno invadono Piazza Trento Trieste, per poter entrare all'Arginone (senza commettere reati ovviamente) invece l'attesa durava da un mese, quando si sono chiuse le liste con i pochi posti a disposizione per il consueto appuntamento annuale con i detenuti.
L'appuntamento è alle nove ma alle otto e mezza ci sono già persone che aspettano di poter entrare. Attendere l'ingresso davanti a dei cancelli che trattengono chi è in attesa di uscire ha il gusto amaro di una beffa. Stare da una parte o dall'altra delle sbarre può essere questione di fortuna, di casi della vita. Non sempre siamo padroni del nostro destino e a volte ci si può ritrovare di fronte a delle scelte o a degli avvenimenti che ti portano ad essere dalla parte sbagliata di quei cancelli.
Varcare quella soglia provoca pensieri, reazioni, paure. Stai compiendo l'atto fisico di attraversare un cancello, sai che non è la tua prigione ma non puoi smettere di pensare che avrebbe potuto esserlo. Attraversi diversi cancelli prima di arrivare nella zona di detenzione. Nella prima parte, appena entrati, l'occhio scappa alle finestre.
Non ci sono le sbarre, solo normalissime tapparelle che riparano dal sole. Prima di entrare nel luogo di detenzione si passano altri cancelli, il verde e gli alberi diminuiscono, il cemento diventa protagonista di un'immagine senza prospettiva. I muri si alzano sostituendo l'orizzonte, l'aria si rarefà, per vedere il cielo si è obbligati a stare con il naso all'insù. Entriamo nella struttura principale, ormai i muri ci circondano e le sbarre sono anche nei lucernai sul soffitto. Il senso di costrizione è forte ed è impossibile non porsi domande su una permanenza, la mente è bloccata e la sensazione di oppressione rende difficile ogni altro pensiero. Non si tratta di una semplice limitazione fisica, è un blocco mentale, la struttura sembra fatta per sentirsi rinchiusi.
Non è semplice rendere con le parole le sensazioni che si hanno entrando in luoghi come questo, è qualcosa che si deve provare anche solo attraverso la finzione di una visita. I pensieri si confondono e si intrecciano tra loro fino a incrociare gli sguardi dei detenuti. Sono profondi, rassegnati a una pena che probabilmente non è quella certificata dalla costituzione.
Lo scopo del carcere dovrebbe essere la rieducazione ma anche negli occhi di chi è rinchiuso non c'è la speranza di chi vede un futuro ma la rassegnazione di chi ha come casa solamente quelle quattro pareti. In fondo è di questo che si parla all'incontro con i detenuti organizzato in occasione di "La città incontra il carcere" durante il festival di Internazionale.
Il corridoio che attraversiamo per arrivare alla sala dove si svolgerà l'incontro è tappezzato di quadri fatti dai detenuti. Sembrano tante piccole finestre verso il mondo esterno. Alcuni denunciano, altri rappresentano la speranza. In uno si vede il filo che regge un aquilone che vola tagliare le sbarre in ferro che separano dall'esterno.
In un altro il profilo di un viso riempito dai fumi della televisione. Sono uno schiaffo che risveglia le coscienze dei visitatori, sono le finestre che mostrano la vita dentro le carceri priva di prospettiva. Poco più avanti le sculture degli Artenuti, un laboratorio di riuso artigianale che viene condotto in carcere da qualche anno. Sedie, orecchini, scaffali sono alcune delle cose prodotte riutilizzando materiali senza una destinazione. Danno, come i quadri, ai detenuti qualcosa a cui pensare. Un modo per uscire dal carcere con la fantasia, un modo per tenersi in allenamento e prepararsi alla vita che li aspetta al di fuori di quelle mura.
Ecco, questo è il grido che accompagna fino alla sala dell'incontro, una rappresentazione simbolica di quello che poi diranno i detenuti stessi sul palco insieme a Mauro Presini, Lorenza Cenacchi e la Garante dei loro diritti Stefania Carnevale. "Una delle cose che dobbiamo evitare di fare - dice la Carnevale stimolata da una domanda - è recepire la situazione carceri come priva di problematiche". La presenza e la possibilità di questi laboratori aiuta senza dubbio ad avere una prospettiva e questo implica avere più opportunità una volta usciti dalla cella.
La situazione non è semplice, i fondi sono pochi e li si deve sfruttare al meglio. Avere la possibilità di abbattere i muri che li circondano attraverso arte, artigianato e scrittura è vitale in prospettiva dell'uscita. È proprio uno dei detenuti a gridare ai presenti la necessità di avere fiducia per poter riprendere in mano le fila della propria vita.
Un appello alle aziende e ai cittadini di dare un'altra possibilità a chi è rinchiuso perché deve uscire, lo prevede la legislazione italiana. Su una popolazione carceraria di circa sessantamila persone solamente a un migliaio di queste è stato dato l'ergastolo. Non si può pensare che il carcere sia una fogna o una discarica. Il carcere deve essere una possibilità di reintegro nella società anzi, deve essere il trampolino di lancio verso il reintegro nella società.
Prima di uscire i detenuti regalano a tutti i presenti un portachiavi a forma di astrolabio e una copia della rivista del carcere che porta proprio il nome di questo antico strumento. Un compagno di viaggio indispensabile per i navigatori del passato come per i detenuti di oggi che attraverso la manualità, l'arte, la scrittura messe in pratica nei laboratori che svolgono, possono cercare la rotta che li porterà a varcare nuovamente i cancelli che li rinchiudono riabbracciando il mondo esterno.
bergamonews.it, 8 ottobre 2019
Ben 17 detenute si sono iscritte, 8 hanno portato a termine l'intero percorso. Soroptimist International è una organizzazione mondiale senza fine di lucro che riunisce donne con elevata qualificazione in ambito lavorativo, opera attraverso progetti diretti all'avanzamento della condizione femminile, la promozione dei diritti umani, la salvaguardia dell'ambiente, l'accettazione delle diversità, lo sviluppo e la pace. Le Soroptimist oggi sono circa 80.000, diffuse in tutto il mondo; in Italia sono attive oltre 5500 socie in 155 club presenti in tutto il territorio nazionale.
Il Club Bergamo, in piena sintonia con il progetto nazionale Donne@Lavoro e partendo dall'assunto dell'art. 1 della Costituzione "l'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro" ha ritenuto fondamentale creare opportunità formative in ambito professionale e lavorativo per le donne detenute nella Casa Circondariale di Bergamo trovando nella direzione piena sintonia d'intenti.
Il Soroptimist Club di Bergamo ha già collaborato negli anni con l'Istituto cittadino realizzando manuali, corsi formativi dedicati alla cura della persona e alla conoscenza di sé ma questo è il primo progetto di formazione professionalizzante predisposto per sostegno ed emancipazione delle recluse. In particolare, in accordo con la Direzione, il corso è stato progettato e rivolto a detenute inoccupate della Sezione femminile.
La Direttrice della Casa Circondariale Teresa Mazzotta, unitamente allo staff interno (in particolare personale dell'area trattamentale e di Polizia Penitenziaria), già dai primi contatti hanno pienamente condiviso il progetto e si è potuta così attrezzare un'area, di circa 150 metri quadrati, nella quale sono stati ricavati due sale laboratorio e un salone da parrucchiere, in miniatura, ma professionali.
È stato così organizzato quest'anno il primo corso di Hair Stylist di complessive 120 ore, che ha integrato la gamma di attività scolastiche, lavorative e culturali predisposte per le detenute della sezione ordinaria. Le Funzionarie Giuridico Pedagogiche (educatrici) e la formatrice, signora Erica Carminati, hanno spiegato prima e selezionato poi le partecipanti, in modo da assicurare la partecipazione delle persone desiderose e determinate a seguirlo con costanza, ma anche in relazione alla durata della loro permanenza nell'istituto.
Soroptimist International Club Bergamo, ha potuto attivare il progetto ad altissimo livello, grazie all'esperienza e alla generosità della signora Erica Carminati, esperta parrucchiera e fondatrice di diversi saloni, a Bergamo e in altre città, con un lungo curriculum di formatrice per gruppi internazionali da Jean Luis David a, oggi, Evos.
La formatrice ha prestato la sua opera gratuitamente per tutto il periodo del corso garantendo, con la sua elevata qualificazione e la sua coinvolgente capacità relazionale, un percorso professionalizzante accurato sia pure in situazioni ambientali singolari. A lei si sono aggiunte due esperte di make-up e acconciature: Michela e Valentina e Nigro operanti in Verona. Il loro apporto ha integrato le conoscenze teoriche e pratiche delle allieve con aspetti professionali che completano la sensibilità e la preparazione delle hair-stylist.
Attraverso questo corso semestrale di Hair Stylist, dopo un esame conclusivo teorico e pratico della durata di una intera giornata, che si terrà il 24 settembre prossimo, verrà fornito alle partecipanti un attestato, strumento utile in un mercato che potrebbe offrire diverse opportunità lavorative. Le ospiti potranno poi ulteriormente perfezionarsi presso il laboratorio e il salone della struttura e svolgere, oltretutto, un servizio all'interno della Casa Circondariale, per le stesse ospiti e le addette, e anche, dopo la partecipazione a corsi professionalizzanti, avviare in proprio un'attività nel settore o inserirsi in laboratori, negozi o catene in franchising.
Il Soroptimist Club Bergamo, seguendo il know how dei Club adottato a livello mondiale, grazie all'attivazione di un gruppo di lavoro ha ideato questo percorso, sostenuto economicamente la costituzione dell'atelier Forme e Colori ed il corso professionale e fornito, grazie alla competenze delle socie ed all'impegno economico ulteriore di alcune di esse, in aggiunta a quello rilevante del Club: materiali per la ristrutturazione e attrezzature didattiche e professionali selezionate dalla formatrice per le allieve, oltre ad avere acquistato una lavatrice ed un'asciugatrice per poter liberare i locali da occupare e già usati come stenditoi. Il club ha avviato anche il tutoraggio che continuerà con nuove attività nell'atelier, il sostegno alla migliore allieva con l'attribuzione di una borsa di studio biennale per frequentare presso ABF di Bergamo il corso di Acconciatore. Soroptimist inoltre stimolerà anche forme di partnership pubbliche e/o private che offrano attività lavorative retribuite e borse lavoro.
di Laura Barbuscia
La Repubblica, 8 ottobre 2019
A Rebibbia da Renata, neodiplomata al liceo artistico tra le mura del carcere. Da ladra a scultrice, pensando alla famiglia. "Quando è arrivata non parlava neppure l'italiano". Da mani furtive a strumenti d'arte. E il diploma dietro le sbarre. "È qui che ho iniziato a modellare la creta e a scolpire l'argilla, plasmando i miei sentimenti e inseguendo un titolo di studio per riscattarmi".
Renata Sejdic, 45 anni tra due mesi, di origine bosniaca, è la prima rom che ha conseguito il diploma di liceo artistico presso l'Istituto statale "Enzo Rossi", alla casa circondariale femminile di Rebibbia. Un traguardo inseguito da anni, raggiunto a luglio con un voto "inaspettato" di 86/100: "Non immaginavo un punteggio così alto - dice - Prima dell'esame finale ero terrorizzata". A sostenerla oltre al corpo docenti del penitenziario romano femminile, anche i membri esterni della commissione d'esame: "Per premiarla le hanno assegnato due punti, alzando il voto finale", spiega Lucia Lo Buono, insegnante di "Arte della figurazione per la pittura e la scultura". Al primo piano dell'istituto, un corridoio lungo e stretto racconta storie nascoste tra le pieghe e i solchi del tempo del carcere.
Sulle pareti, nelle aule scolastiche, i lavori collettivi delle detenute lasciano un segno della loro creatività e danno un tocco di colore a muri e sbarre. Tra le opere ci sono i dipinti e i bassorilievi di Renata: "Disegno soprattutto donne incinte, che allattano o che tengono in braccio bambini. Non sono stata una mamma molto presente e non ho dato ai miei sei figli, l'amore che meritavano".
Renata si intristisce, cambia registro e torna a parlare del suo percorso: "In sezione non riuscivo a studiare bene così in classe cercavo di memorizzare tutto quello che dicevano i professori. A volte mi portavo anche i libri in cella: la mia è la più bella di tutte, colorata, con le mattonelle verdi e le tende e le stoffe arancioni". Appena 9 metri quadrati e il minimo indispensabile. "Ma per me è come una suite".
Ed è proprio lì che Renata si è preparata alla prova finale: "Nella mia tesina di maturità ho affrontato il tema del viaggio: da Gauguin, che fugge dall'Europa per trovare l'armonia e la giovinezza, ad Aylan, il piccolo profugo siriano simbolo della tragedia dei migranti". Se il suo passato è segnato da una sequela di furti che le hanno fatto accumulare anni su anni di carcere, il presente è fatto non solo di sculture ma anche di soddisfazioni tangibili.
"Renata ha ricevuto molti premi", tiene a dire Lucia Lo Buono con una punta d'orgoglio. E le piace ricordare il secondo posto al concorso "Marta Russo e la donazione degli organi", per un bassorilievo in argilla refrattaria e quello de "L'arte perfetta" all'Aranciera di San Sisto. Che il corso di studi non sia stata una passeggiata lo racconta Stefania Miccolis, insegnante di storia dell'arte: "Renata ha iniziato da zero. Ha imparato l'italiano in carcere. Ogni volta che la vedevo leggere mi commuovevo. "Non ce la faccio più, la testa mi scoppia", diceva".
"Ma è una combattente - interviene Francesco Maria Fabrocile, insegnante di italiano - Ha preso in mano il suo destino e ha deciso di ricostruire se stessa". Nel cammino di Renata c'è di tutto fino al riscatto. "Ho iniziato a rubare all'età di 9 anni. La prima volta che mio padre lo venne a sapere mi diede un morso". In Italia dall'età di 7 anni, ha vissuto insieme alla famiglia prima nel campo nomadi di vicolo Savini, poi in quello di Castel Romano. Ed è lì che è stata arrestata. "Questi 11 anni di galera mi sono serviti per capire che non rifarei gli stessi errori che oggi mi costano la libertà. Non ne vale la pena". E tra un ricordo e un rimorso, Renata Sejdic guarda al futuro. "Una volta fuori da qui, fra 4 anni e mezzo, so già quello che farò: cercherò un lavoro per dare continuità al progetto di rinascita iniziato qui dentro".
Che il lavoro dia un senso al tempo, più che mai in carcere, lo sa bene. "Di mattina, dalle 7.10 alle 12.30, vado all'orto. Il mercoledì, invece, mi occupo della macellazione degli animali". "Corretta in ambito lavorativo, sempre in orario e scrupolosa - dice di lei l'educatrice Sabrina Maschietto che elenca gli altri impieghi, dalla lavanderia al caseificio".
Un'operaia modello che si definisce "uno spirito libero", indicando il tatuaggio di una farfalla, accanto a una rosa e a un angelo, che, dice, la rappresenta. Sulla mano sinistra, ha un segno sbiadito: "Era il nome del mio ex marito", dice con noncuranza. Mentre gioca con una fedina al dito, regalo di sua nipote, confida: "Vorrei il perdono dei miei figli e vorrei che mi amassero come io amo loro, anche solo per un giorno".
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 8 ottobre 2019
Il ritiro delle truppe annunciato da Donald Trump rafforza Erdogan e aumenta i pericoli per l'Unione europea, che diventa un interlocutore più debole. Essere abbandonati o traditi, per i curdi, è una tragica consuetudine. Ai loro bambini vengono insegnati sin da piccoli il rifiuto dello stato nazionale curdo da parte delle potenze vincitrici della prima guerra mondiale, le delusioni del trattato di Sèvres, le stragi compiute da Saddam Hussein in Iraq senza che gli occidentali si opponessero più di tanto, la repressione in Iran, e più di tutto la dura, implacabile inimicizia della Turchia. Chi non ha uno Stato deve almeno salvaguardare la memoria.
Ma questa volta, nella Siria in guerra da otto anni, i curdi e le loro milizie armate credevano di aver trovato un alleato troppo potente perché le loro aspirazioni andassero nuovamente in fumo. L'America non era forse il più grande dei grandi? E per sconfiggere i tagliagole dell'Isis, gli americani non avevano forse mandato avanti proprio i curdi siriani del Ypg, cugini del Pkk turco e per questo odiati dalla Turchia e dal suo presidente Erdogan? No, questa volta non era possibile che Donald Trump li abbandonasse dopo essersene servito e aver fatto loro pagare un alto prezzo di sangue.
Ma ieri il portavoce curdo nella Siria nord-orientale ha dovuto ricredersi lanciando l'ennesimo grido di dolore: abbiamo ricevuto una "pugnalata nella schiena", ha detto, gli Stati Uniti ci avevano assicurato che non ci sarebbero state offensive turche contro di noi. E Trump, chiamato in causa, si è lasciato andare a una riflessione illuminante: "È tempo che gli Stati Uniti si ritirino da queste ridicole e interminabili guerre, molte delle quali hanno origini tribali". Buono a sapersi, si saranno detti anche in Afghanistan.
Così i curdi stanno per essere abbandonati un'altra volta, e i loro bambini avranno un altro capitolo di storia da memorizzare. Così i pochi soldati che gli Usa avevano nella regione (in origine erano duemila, prima che Trump decidesse lo scorso anno un ritiro a tappe) stanno in queste ore togliendo il disturbo, e di pari passo avanzeranno, quando sarà scoccata l'ora dell'offensiva, i soldati e i carri armati turchi incaricati di "ripulire" la zona a oriente dell'Eufrate. E ci sarà ancora del sangue da versare, perché i curdi di sicuro resisteranno. Mentre l'Onu si preoccupa già ora per la sorte di un milione e mezzo di civili curdi, che i turchi troveranno sulla loro strada. Una brutta vicenda che è ancora ai suoi primi passi, ma l'indignazione, se ne siamo ancora capaci, non deve impedirci di comprendere che questi pessimi punti di partenza non dicono tutto, che dietro il triangolo curdo-turco-americano si nasconde una minaccia che riguarda direttamente noi europei.
Nei mesi scorsi Turchia e Stati Uniti hanno raggiunto una intesa di massima per la creazione in territorio siriano e lungo il confine con la Turchia di una "zona sicura". In realtà le due parti dissentivano sia sulla profondità della zona (14 chilometri secondo gli Usa, 32 secondo Ankara) sia su chi l'avrebbe pattugliata militarmente. Ma ora Erdogan sembra voler procedere comunque, e non fa mistero di puntare alla "eliminazione" delle milizie del Ypg mentre da Washington arrivano avvertimenti a non esagerare ("Se lo fate distruggerò la vostra economia", ha lanciato Trump), ma nessun vero altolà. I tempi recentissimi dello scontro tra i due alleati Nato per i missili russi acquistati da Ankara sembrano archiviati, anche se i militari di Trump di sicuro non concordano e lo stesso capo della Casa Bianca ci ha abituati a giravolte improvvise. Bisognerà attendere, ma quel che va segnalato sin d'ora è che Erdogan tiene in serbo una seconda parte del suo progetto. La Turchia, ha annunciato il Presidente, conta di stabilire nella "zona sicura" due milioni di profughi siriani.
Questo perché i rifugiati siriani ospitati in territorio turco sono già 3,6 milioni, e il flusso aumenta man mano che la situazione peggiora nella regione contesa di Idlib, dove russi, siriani e turchi non sono riusciti a stabilire nemmeno una parvenza di pace. Sin qui la mossa di Erdogan può raccogliere qualche consenso umanitario, anche se è piuttosto evidente il suo ruolo di copertura dell'operazione militare per colpire e distruggere le milizie curde.
Ma Erdogan non si ferma qui. Per creare le città che dovranno ospitare i profughi servono soldi, tanti soldi. Se l'Europa ce li darà, bene. Altrimenti noi turchi apriremo i cancelli e non ostacoleremo più i siriani che dal nostro territorio vorranno proseguire il viaggio verso l'Europa.
Quando avverte e minaccia, Erdogan non è mai stato un campione di buone maniere. Ma questa volta si è superato, se si pensa che l'Europa, per i siriani che si sono fermati in Turchia o che lì sono stati fermati, versa ad Ankara sei miliardi di euro in base all'accordo del marzo 2016. Quanto vuole in più Erdogan? Conta davvero di ricattare gli europei, soprattutto la Germania, agitando lo spauracchio di uno tsunami migratorio che si abbatterebbe su di noi (anche su di noi italiani, benché i migranti che raggiungono le nostre coste vengano prevalentemente dall'Africa) il tutto a dispetto delle cospicue somme già versate?
E Trump, è al corrente del Piano B di Erdogan? Con la prospettiva ormai ravvicinata della "zona sicura" in Siria, e soprattutto con il cedimento di Trump, Erdogan si sente forte e si rivolge logicamente all'interlocutore più debole, l'Europa. Forse sarebbe il caso di fargli sapere che tutto ha un limite, soprattutto ora che l'economia turca ha molto bisogno dei Paesi europei per tentare una ripresa. Curdi e migranti, diversi ma altrettanto disperati e altrettanto usati. I primi combattono e muoiono, i secondi vogliono soltanto sopravvivere ma talvolta muoiono anch'essi. E per nessuno dei due si annunciano tempi migliori.
di Francesca Basso
Corriere della Sera, 8 ottobre 2019
Oggi i ministri degli Interni della Ue discuteranno il pre-accordo siglato a settembre a Malta sulla redistribuzione preventiva e automatica dei migranti che approdano sulle nostre coste. Ma il clima sembra mutato. Nell'ordine del giorno del Consiglio Affari interni che si tiene oggi in Lussemburgo la voce migrazione sarà discussa durante il pranzo a porte chiuse.
È il momento politicamente più delicato della giornata. Verrà presentato l'accordo per un meccanismo di redistribuzione preventiva e automatica dei migranti che approdano sulle nostre coste siglato il 24 settembre alla Valletta da Italia, Francia, Germania e Malta, condiviso con la Finlandia che ha la presidenza di turno dell'Ue. È un accordo volontario tra gli Stati e l'obiettivo da parte di Roma è quello di allargare l'intesa tra i "volenterosi". Ma alla vigilia della riunione di oggi tra i ministri degli Interni Ue il clima sembra mutato rispetto alla disponibilità registrata nelle settimane scorse.
L'aumento degli sbarchi delle ultime settimane non solo in Italia ma anche in Grecia sta rendendo politicamente più complesso il raggiungimento di un'intesa che da molti viene considerata fondamentale per aprire la strada alla revisione del Regolamento di Dublino. Sono cresciuti i timori del Viminale, che vede il rischio di un temporeggiamento e di un rinvio della questione al vertice dei capi di Stato e di governo della prossima settimana. Nei giorni scorsi il Viminale aveva mostrato cautela, spiegando che "quello di Malta è un preaccordo".
Nel pranzo di oggi sarà fatto il punto sulla situazione dei flussi migratori nell'Ue in generale, lungo le differenti rotte, non solo il Mediterraneo centrale (nel mese di agosto gli sbarchi sono aumentati dell'8% rispetto allo stesso mese del 2018). Grecia, Cipro e Bulgaria presenteranno un loro documento per sensibilizzare gli altri Paesi Ue sulla "crescente, persistente e sproporzionata pressione migratoria" sulla rotta del Mediterraneo orientale, che ha visto una crescita del 10% rispetto al 2018, mentre a livello Ue tra gennaio e agosto c'è stato un calo del 26% in rapporto allo stesso periodo di un anno fa.
La Turchia vuole più fondi, oltre ai 6 miliardi di euro dell'accordo del 2016,per trattenere i migranti sul proprio territorio e sta esercitando una sorta di pressione sull'Ue. I fronti aperti sono diversi. La Spagna, che non è stata invitata al vertice di Malta e non ha apprezzato l'esclusione, deve gestire i flussi che passano dal Mediterraneo occidentale. La situazione che si troverà a dover fronteggiare domani la ministra Luciana Lamorgese è complessa. Francia e Germania, che hanno guidato i Paesi "volenterosi", rischiano ora di essere più cauti. Del resto tutti i Paesi devono fare i conti con l'opinione pubblica interna.
Anche la proposta formulata dalla Commissione europea nel 2015 per una ridistribuzione automatica dei richiedenti asilo per affrontare l'emergenza è rimasta bloccata per il veto di alcuni Stati membri, mettendo in evidenza una crescente mancanza di solidarietà tra le capitali. Ora la situazione non è molto diversa, anche se sul tavolo non c'è una proposta della Commissione ma un progetto che muove da Italia, Malta, Francia e Germania con il sostegno certo di Bruxelles.
C'era il commissario Ue all'Immigrazione Dimitris Avramopoulos alla Valletta accanto ai ministri degli Interni italiano Lamorgese, francese Christophe Castaner, maltese Michael Farrugia, tedesco Horst Seehofer e finlandese Maria Ohisalo. Parigi però vorrebbe poter accogliere solo i migranti salvati che hanno diritto a ottenere la protezione internazionale, mentre Berlino comincia a preoccuparsi dell'intensificarsi dell'attività di salvataggio da parte delle navi delle ong. Timore condiviso anche da altri Paesi, che vi vedono un fattore di attrazione. Non ci saranno sorprese, invece, dal gruppo di Visegrád (Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca) e dall'Austria, da sempre contrari a qualsiasi meccanismo automatico di ridistribuzione dei richiedenti asilo.
di Filippo Miraglia
Il Manifesto, 8 ottobre 2019
"Dopo che li abbiamo sradicati e costretti - pensiamo davvero di alzare il ponte levatoio delle nostre città e chiudere le porte? Oppure costruire nuovi ghetti, o recinzioni speciali? Per quanti di loro? E soprattutto per quanto tempo? Perciò la strada del razzismo, dei ghetti, e anche quella dei "numeri chiusi" non solo è immorale e assurda, ma alla fine è impraticabile".
Così scriveva Pietro Ingrao, a proposito del "razzismo diffuso" nel nostro Paese, in un articolo che invito a rileggere su L'Unità. Anche il titolo di quell'articolo, in cui Ingrao spiegava perché il razzismo non solo "immorale" ma anche "impraticabile", è di grande attualità: "Cari bianchi: gli invasori siamo noi".
Era il 6 ottobre 1989. L'indomani, 7 ottobre, scendeva in piazza per la prima volta, dopo l'omicidio di Jerry Essan Masslo, rifugiato sudafricano ucciso a Villa Literno il 25 agosto dello stesso anno, il movimento antirazzista italiano. Più di 300 mila persone. Associazioni come l'Arci e Neroenonsolo, sindacati, in primo luogo la Cgil di Bruno Trentin, il mondo cattolico impegnato nel sociale, come la Caritas di don Luigi Di Liegro e tanti, tantissimi giovani e migliaia di stranieri, che per la prima volta provavano a dar voce ad una parte della nostra società ancora poco numerosa e pochissimo visibile.
Dopo qualche settimana sarebbe stata approvata la prima vera legge sull'immigrazione, conosciuta come legge Martelli, e la regolarizzazione collegata a quel provvedimento (era già la seconda regolarizzazione, alla quale ne sarebbero seguite tante altre).
Per i diritti degli stranieri e la lotta contro il razzismo quella grande mobilitazione fu una prova straordinaria: l'Italia antirazzista c'era ed era forte e sarebbe stata in grado, questo pensavamo allora, di ricacciare indietro nella storia l'incubo che aveva caratterizzato la parte tragica del novecento, con le leggi razziali del 1938, la persecuzione e lo sterminio degli ebrei, dei rom e delle altre minoranze, oltre che degli oppositori politici.
Dopo 30 anni, quell'analisi lucida di Ingrao, le preoccupazioni che esprime, sembrano essersi materializzate come nel peggiore degli incubi. Il razzismo che fino agli anni novanta era un fenomeno circoscritto (se non consideriamo l'estrema destra, da sempre razzista, ma anche isolata), piano piano ha iniziato a essere utilizzato per raccogliere consenso, per costruire carriere politiche, come arma nella contesa elettorale.
Un'arma che, dopo essersi fatta strada nella cultura italiana senza grandi resistenze, se non quelle del movimento antirazzista, si è conquistata uno spazio sempre più ampio e ostentato. In Italia, dall'avvento della Lega nord, xenofobia e intolleranza sono cresciute, mentre si indebolivano il ruolo e la capacità di mobilitazione dell'antirazzismo. Nonostante l'aumento nel primo decennio di questo secolo del numero delle persone d'origine straniera presenti in Italia, anche il ruolo sociale e la visibilità degli stranieri ha registrato un forte indebolimento.
L'assenza di un soggetto politico che facesse invece un significativo investimento sui diritti, in grado di competere sul terreno culturale, ha spalancato le porte ai predicatori d'odio. Così è stato possibile che il razzismo politico, alimentato da un partito che fino a poco tempo fa aveva un seguito solo in alcune aree del nord, oggi sia diventato strumento principale di conquista del consenso e che sia entrato nelle istituzioni a tutti i livelli.
Quello spazio si può ridurre solo se le organizzazioni sociali, i sindacati, il mondo religioso, i movimenti saranno in grado di costruire le condizioni per un protagonismo delle persone di origine straniera, a partire dai giovani. Come diceva Pietro Ingrao trenta anni fa, è necessario mobilitarsi per tutelare i diritti degli stranieri, che riguardano la nostra democrazia e ciascuno di noi ed è indispensabile farlo con urgenza oggi.
di Luigi Manconi e Valentina Calderone
La Repubblica, 8 ottobre 2019
Quarant'anni dopo la legge che abolì i manicomi, la politica della salute mentale nel nostro Paese è ancora tutta da costruire. E il disturbo psichico resta emarginato dalla vita pubblica.
La critica letteraria sa bene, e da tempo, quanto sia futile e profondamente errata la contrapposizione tra le opere "poliziesche" e quelle "filosofiche" di Georges Simenon. In altri termini, il perfetto meccanismo dell'investigazione criminale, che domina, lento e implacabile, la scrittura noir di Simenon è lo stesso, proprio lo stesso, che accompagna la ricerca psicologica nei romanzi "senza Maigret": tra questi Lettera al mio giudice, Le finestre di fronte, Le persiane verdi, II fondo della bottiglia e L'uomo che guardava passare i treni (tutti editi in Italia da Adelphi e tutti in corso di pubblicazione come audiolibri presso la Emons).
Quest'ultimo coltiva un tema assai caro a Simenon, la follia: e lo fa attraverso una procedura che ha la qualità e l'esattezza della migliore analisi clinica e di quella eziologica. Il senso del percorso umano del protagonista, Kees Popinga, sembra quello che si ritrova nei titoli della manualistica positivista ottocentesca, del tipo "Come un uomo normale può diventare pazzo". Il tema del romanzo è proprio la discesa all'inferno della pazzia, osservata attraverso i successivi stadi e passaggi, seguendo un tortuoso percorso che corrisponde alla toponomastica della città di Parigi, lungo un itinerario dettagliatamente descritto di luoghi, situazioni e persone.
Qui la scrittura diventa magistralmente "fisica", accompagnando i mutamenti della mente e della sfera emotiva di Popinga e quelli del suo corpo, del suo abbigliamento, dei suoi gesti, dei suoi riti e dei suoi tic.
Per questo, e sapendo quanto sia scandaloso l'accostamento tra due personalità di natura così diversa e di orientamento, per così dire, politico addirittura opposto, possiamo definire, ignorando la cronologia, L'uomo che guardava passare i treni un testo basagliano. In particolare, il Franco Basaglia delle Conferenze brasiliane, riedito da Cortina.
Il nostro, lo sappiamo, è poco più che un pretesto, e, tuttavia, evoca anche una questione di stile: la saggistica scabra di Basaglia richiama il nitore del raccontare di Simenon (e non sappiamo, purtroppo, se quel lettore onnivoro che fu il primo abbia mai letto il secondo). In ogni caso, i racconti e i romanzi di Simenon dove si parla di folli, si fermano evidentemente davanti ai cancelli dei luoghi deputati a contenerli, quei folli.
All'interno di essi, dagli antichi manicomi alle attuali Rems (Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza), il problema della violenza è sempre presente, circola e si perpetua, a partire dalla questione detta, appunto, della contenzione (meccanica o farmacologica): fino alle forme più diverse di autolesionismo. Sullo sfondo la minaccia sempre ricorrente e, fino a qualche settimana fa, agitata, manco a dirlo, dall'allora ministro dell'Interno, Matteo Salvini, della riapertura degli ospedali psichiatrici.
La motivazione addotta era quella di un'asserita "esplosione di aggressioni per colpa di malati psichiatrici", di cui non si ha traccia nemmeno nei più cupi mattinali di questura. Per la verità poco spazio ha trovato nell'intero sistema dei media, anche la notizia della tragica fine della diciannovenne Elena Casetto, lo scorso 13 agosto, bruciata viva all'interno del reparto psichiatrico dell'ospedale di Bergamo. La ragazza era stata legata al letto qualche ora prima - a seguito di un tentativo di suicidio, pare - e la sua stanza era stata chiusa a chiave.
Le fiamme sono divampate - solo un processo potrà dirci per quale causa - e nessuno è riuscito a salvarla. Il reparto era privo di adeguate misure antincendio, perché - questa la giustificazione - i necessari bocchettoni al soffitto avrebbero potuto essere utilizzati per legarvi una corda e tentare il suicidio. La logica perversa per cui la "sicurezza" da garantire a una persona affetta da disturbo mentale non prevede i minimi dispositivi che invece valgono per il resto della popolazione, spiega bene quanto sia ancora lunga la strada da fare.
Proprio in quelle Conferenze prima citate, Basaglia ci aiuta a capire quale sia la profonda differenza tra coercizione e cura e perché sia fondamentale radicare questa consapevolezza e trasformarla in azione dentro i luoghi destinati alla presa in carico dei pazienti e dentro la società tutta. La morte di Elena Casetto e quella, avvenuta il 4 agosto del 2009, nel Servizio Psichiatrico di diagnosi e cura dell'ospedale di Vallo della Lucania, di Franco Mastrogiovanni, anch'egli crocefisso a un letto, ci ricorda crudelmente la persistenza del ricorso alla contenzione meccanica in Italia.
La vicenda di Mastrogiovanni, raccontata dal durissimo e straziante film di Costanza Quatriglio, 87 ore, ha visto la condanna definitiva di sei medici e undici infermieri per reati come il sequestro di persona. E ha registrato l'affermazione inequivocabile della Cassazione, per la quale il ricorso al letto di contenzione non è mai una misura terapeutica. Nel corso dei dieci anni trascorsi dalla morte di Mastrogiovanni a quella della Casetto, altri episodi simili si sono verificati.
Per una singolare coincidenza, ancora ad agosto (del 2015), moriva a Torino Andrea Soldi durante un trattamento sanitario obbligatorio (Tso): e il Tribunale di quella città ha condannato in primo grado per omicidio colposo quanti ne sono stati ritenuti responsabili. Per approfondire il quadro complessivo in cui si trova oggi la politica della salute mentale nel nostro Paese, è assai utile un volume di Antonio Esposito, Le scarpe dei matti. Pratiche discorsive, normative e dispositivi psichiatrici in Italia, pubblicato da Ad est dell'equatore.
Il libro tratta degli oltre 110 anni trascorsi dall'istituzione dei manicomi (decreto regio del 1904), passando per il movimento civile, culturale e politico che ha portato alla loro abolizione grazie alla riforma della psichiatria ispirata da Basaglia e diventata legge nel 1978. Fino alla sentenza della Cassazione sulla morte di Mastrogiovanni. Certo, non bastano le parole di quest'ultima ("la contenzione meccanica non è un atto medico"), perché la pratica di legare i pazienti a un letto, polsi e caviglie stretti dentro lacci e cinghie, possa dirsi abolita.
Al contrario. La contenzione è talmente frequente che il Consiglio nazionale di Bioetica nel 2015 ha sentito l'esigenza di pubblicare delle Raccomandazioni; e numerose associazioni si sono unite nella promozione di una campagna, "...e tu slegalo subito" (frase attribuita a Basaglia), che ne chiede la totale abolizione.
Infine, per tornare alla stretta attualità e all'attuale fase della vita pubblica, compito di qualsiasi sinistra, come dice Mark Fisher in Realismo capitalista (Produzioni Nero), è quello di "ri-politicizzare la malattia mentale". Il che non vuol dire in alcun modo giustificare la pratica di lottizzazione delle Asl, bensì il suo contrario: considerare la sostanza sociale ed economica del disturbo psichico con la stessa attenzione che si dedica alle componenti fisiologiche.
Ricordiamo che Franco Basaglia non ha mai affermato che "la malattia mentale non esiste" - come tuttora sciattamente si dice e si scrive - e che la sua più grande lezione consiste nell'averne analizzato insieme cause ambientali e cause organiche. Da qui si deve ripartire.
di Carlo Valentini
Italia Oggi, 8 ottobre 2019
Cuochi e camerieri sono i minori che stanno scontando la pena all'istituto di Bologna. L'osteria è aperta al pubblico, dentro il carcere minorile. L'azzardato esperimento avviene a Bologna con l'intento di arginare quella che è la piaga del carcere, anche minorile: la reiterazione del reato. Consentendo ai ragazzi di imparare un lavoro (in un settore, quello della ristorazione, in cui c'è molta richiesta) si offre loro la possibilità di emanciparsi dall'illegalità. Tra qualche tempo si farà il bilancio per verificare se lo sforzo dell'amministrazione carceraria avrà ottenuto gli auspicati risultati. È giusto punire ma la società ha tutto da guadagnare se al termine dell'espiazione della pena il minore trova una propria strada lecita.
L'insegna è Osteria Brigata del Pratello (Pratello è il nome del carcere minorile di Bologna, ex convento di suore francescane), i ragazzi hanno seguito un corso professionale (gestito dalla fondazione Fomal) e ora sono pronti a cucinare e a servire a tavola.
"Il carcere si apre in questo modo alla città", dice Alfonso Paggiarino, direttore dell'istituto penale. Alla cena del 10 ottobre (inaugurerà l'Osteria che dopo alcune serate di prova aprirà al pubblico) parteciperà il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Dovendo varcare il portone e i cancelli del carcere, i clienti dovranno accettare alcune regole: la prenotazione è obbligatoria e occorre esibire un documento all'ingresso, si dovrà entrare e uscire allo stesso orario (con un po' di tolleranza). "Puntiamo molto su questa contaminazione con la città per fare sentire i ragazzi meno isolati e non rifiutati", aggiunge Paggiarino. "Un approccio costruttivo alla pena è l'unico vero antidoto all'aumento dei reati".
A turno lavoreranno nell'osteria otto giovani come camerieri e cuochi sotto la guida di chef che hanno accettato di venire a fare volontariato. L'osteria ha giù un sito web: www.brigatadelpratello.it in cui è spiegato: "È un luogo accogliente, denso di significato, da frequentare per sostenere la sfida educativa dei giovani nella convinzione che ogni persona può sempre ripartire per realizzare il personale progetto di crescita e autonomia".
Esperienze di ristorazione dietro le sbarre ce ne sono altre (ristorante InGalera a Bollate e Uccelli in Gabbia a Rebibbia) ma questa è la prima che coinvolge i minori. Secondo il censimento del ministero della Giustizia sono 13.473 i minori (12.064 maschi e 1.409 femmine) sottoposti a provvedimenti. Di essi solo 389 sono in carcere, gli altri scontano la pena in comunità, centri di prima accoglienza, centri diurni polifunzionali. "La maggior parte dei minori autori di reato in carico è sottoposta a misure da eseguire in area penale esterna", sostiene il ministero. La detenzione, infatti, assume per i minori di età caratteri di residualità, per lasciare spazio a percorsi sanzionatori alternativi".
Quindi gli ospiti dei carceri minorili sono coloro che più hanno problemi con la giustizia e anche per questo si tentano iniziative di recupero. "Non si tratta di perdonare", dice il sociologo Vincenzo Balli, "ma di mettere il soggetto, ancora non completamente adulto, di fronte alla responsabilità della scelta se continuare ad agire ai margini della società oppure accettarne le regole. Perché questo bivio sia realistico dobbiamo fornirgli gli strumenti idonei, soprattutto una qualifica professionale con cui inserirsi nel mondo del lavoro".
A preoccupare è anche la crescita dei reati commessi dai minori: vi sono 51.363 procedimenti a loro carico. Si tratta soprattutto di reati contro il patrimonio o connessi con gli stupefacenti (29 mila in totale). Quelli contro la persona sono 13.068 e comprendono anche minacce (2.038) e violenze sessuali (953). Infine si registrano 3.246 reati contro lo Stato, le istituzioni e l'ordine pubblico.
La Campania è tra le regioni in cui il fenomeno è più inquietante. Sono ben 5mila i giovani in carico ai servizi della giustizia minorile. Un dirigente arriverà a Bologna per verificare se il modello dell'osteria è esportabile. Dice Samuele Ciambriello, garante in Campania delle persone private della libertà personali: "Vi è un profondo mutamento del tipo di reato. Prima i minori venivano arrestati per accattonaggio o piccoli furti, oggi, girando per le carceri, incontro ragazzi e ragazze condannati a 15/18 anni per omicidio. Gli adolescenti spesso non sanno perché compiono un reato. Vogliono tutto e subito. Hanno la morte dentro, un vuoto valoriale. Vivono un'emarginazione sociale, una povertà educativa e culturale. Conoscono 50 parole e le conoscono solo in dialetto, rispetto ai loro coetanei che ne conoscono 1.000 e sanno anche parlare una lingua straniera".
A Bologna ci provano con l'osteria, 50 coperti, uno slogan esplicito per promozionare il locale: "Un'esperienza, dentro". Altri sei ragazzi sono impegnati nella cura dell'orto, i cui prodotti sono utilizzati in cucina. Dice Beatrice Draghetti, presidente Fomal: "Qualunque sia il reatoper cui i giovani stanno dentro è impensabile che sulla loro vita si scriva la parola fallimento". Aggiunge Antonio Pappalardo, che dirige la giustizia minorile in Emilia-Romagna: "Spesso alle spalle di molti reati c'è una mancanza di ragioni di vita e di speranza, di opportunità positive, che noi dobbiamo ricreare". I ragazzi che lavorano all'osteria percepiscono una diaria e non solo imparano a cucinare ma anche a relazionarsi coi compagni di lavoro e a eseguire gli ordini dello chef. Hanno ideato la loro prima ricetta, riguarda i biscotti, che hanno chiamato Sbarrini. Chissà se l'Osteria del Pratello riuscirà a guadagnare anche una stella Michelin, certo il luogo è insolito e ai fornelli c'è tanta passione.
- Ghana. In 180 nel braccio della morte ma non ci sono esecuzioni da 26 anni
- Gherardo Colombo: "Il fine pena mai è incostituzionale. Il giudice decida sugli ergastolani"
- Ergastolo, oggi il verdetto Ue: 957 criminali potrebbero uscire
- Permessi ai boss: sperano i Casalesi e Raffaele Cutolo
- Oggi si decide se l'ergastolo è "umano"










