di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 14 novembre 2019
Il grido di dolore lanciato dal Fatto Quotidiano contro la sentenza della Corte Costituzionale sull'ergastolo ostativo è ora condiviso dalla prestigiosa firma del dott. Gian Carlo Caselli. L'appello, come abbiamo già avuto modo di ricordare, invita il Legislatore ad adottare iniziative che di fatto sterilizzino quel comando del Giudice delle Leggi, per sua natura (costituzionale) inappellabile e tanto meno "governabile", in un modo o nell'altro, dal Legislatore, come sorprendentemente e del tutto incomprensibilmente i firmatari sembrerebbero pretendere. A prescindere infatti dalle regole costituzionali ed istituzionali, che all'evidenza l'appello considera carta straccia, ancora non abbiamo capito cosa dovrebbe fare il Legislatore, compulsato dai totmila Indignados. Vediamo se ci aiuta il dott. Caselli.
L'ex Procuratore capo di Palermo, rilanciando una inchiesta giornalistica (del Fatto Quotidiano, manco a dirlo) ci racconta come e qualmente i mafiosi da decenni -la faccio breve- ambiscano strategicamente ad un riconoscimento della dissociazione dalle cosche di appartenenza, al fine di ottenere benefici e dunque proseguire i loro traffici criminali. Colta l'allusione? Benefici uguale favore alla Mafia; sentenza della Corte Costituzionale uguale favore alla Mafia. Nulla di nuovo, lo spartito è sempre quello ed il disco è rotto. Ormai non si argomenta più, si allude. Non si sviluppa un discorso, si ammicca. Intervenga il Legislatore! Per fare cosa? Boh. E cosa c'entra il tema della dissociazione con la decisione della Corte Costituzionale? Vattelapesca.
Il dott. Caselli comprende di dover dare una spiegazione plausibile a quella troppo generica allusione, ma il risultato è francamente disarmante.
"Ora, anche alla luce di tali significativi precedenti (cioè i vari tentativi dei mafiosi di vedersi riconoscere le dissociazioni farlocche, n.d.r.) è facile prevedere che la sentenza della Consulta sull'ergastolo ostativo potrà obiettivamente prestarsi ad iniziative pensate con riferimento ad "aperture" ricollegabili alla dissociazione". Proprio lineare non direi, ma ci provo. Una sentenza della Corte Costituzionale, che non si occupa di dissociazione dalla criminalità organizzata, e che soprattutto non è stata ancora scritta nelle sue motivazioni, potrebbe dare la stura ad iniziative (di chi? Quando? Dove? Perché?) volte a realizzare il sogno fino ad oggi abortito dei mafiosi: la dissociazione, comoda gherminella per evitare la collaborazione e passare all'incasso del beneficio.
E il nesso con la sentenza quale sarebbe? Sentite qua: "infatti, per l'estensione della possibilità di futuri benefici ai mafiosi ergastolani irriducibili, in quanto non pentiti cioè non collaboranti, si richiede (da parte della sentenza, n.d.r.) l'acquisizione di "elementi tali da escludere sia l'attualità della partecipazione alla associazione criminale, sia più in generale il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata".
Esattamente. E allora? Ma è tutto chiaro, per il dott. Caselli: "Di sicuro qualcuno vorrà sostenere che la semplice dissociazione integra detta acquisizione". Ecco un esempio fulgido delle poderose ragioni che legittimano l'entusiastica adesione all'Appello degli Indignados.
Non conosciamo ancora le motivazioni della sentenza della Corte Costituzionale, siamo già certi, dal principio anticipato dallo Corte, che il tema della dissociazione non c'entri nulla, ma "di sicuro qualcuno vorrà sostenere" che ora tocca dare credito alle dissociazioni farlocche.
E questo - ci assicura il dott. Caselli - è "un ottimo motivo per aderire all'appello... affinché il Parlamento approvi, per decreto legge, una norma che impedisca ai mafiosi di truffare lo Stato".
Finalmente abbiamo capito cosa dovrà fare il Legislatore: un decreto legge, articolo unico "È fatto divieto ai mafiosi di truffare lo Stato ottenendo permessi ed altri benefici senza meritarli". Caspita, non ci avevo pensato. Sono folgorato dalla profondità di questa proposta, a volte le grandi riforme stanno lì dietro l'angolo, e nessuno le sa cogliere. Approviamola subito, e la questione è risolta. Per fortuna, ci pensano gli Indignados, che vegliano su di noi e rimediano - con norme semplici ma straordinariamente efficaci - agli strafalcioni della Corte Costituzionale, ed alla fanciullesca sprovvedutezza dei Tribunali di Sorveglianza e delle informative delle Distrettuali Antimafia. Quasi quasi firmo anche io.
di Liana Milella
La Repubblica, 14 novembre 2019
Alta tensione sulla prescrizione: "O cambia o siamo pronti ad approvare la proposta di Forza Italia". "Il Pd si ricordi degli scontri con Berlusconi sulla prescrizione" dice il Guardasigilli Alfonso Bonafede.
"O lui congela la norma sulla prescrizione o votiamo la proposta di Enrico Costa per fermarla" ribatte il Pd. Sta in queste due frasi lo scontro durissimo tra Bonafede e il Pd sulla riforma della prescrizione e del processo penale. La lite covava da settimane, si è acuita domenica con l'intervista di Bonafede a Repubblica in cui chiedeva al Pd "di non comportarsi come la Lega", che ha fatto la crisi di governo anche sulla prescrizione.
La rissa è esplosa ieri, dopo un lungo summit del Pd alla Camera con l'attuale vice segretario del Pd ed ex ministro della Giustizia Andrea Orlando e lo staff che si occupa di giustizia, Pinotti, Giorgis, Miceli, Vazio, Bordo, Rossomando, Bazoli. Oggi con il premier Conte si cercherà un compromesso che appare difficile perché sulla prescrizione si scontrano due filosofie giuridiche contrapposte.
Bonafede, nella Legge Spazza-corrotti, ha inserito pure il blocco della prescrizione dopo il processo di primo grado. Ma la Lega ha preteso che la norma slittasse a gennaio 2020. Col governo Pd-M5S sono cominciati i mugugni dei Dem perché la legge cancella la precedente proprio di Orlando, prescrizione solo sospesa per 36 mesi tra appello e Cassazione.
Ma Bonafede vuole a tutti i costi la "sua" prescrizione, un cavallo di battaglia per M5S. In cambio propone processi più corti. Il Pd non ci sta. Una settimana fa gli manda la controproposta, rinvio dell'entrata in vigore della prescrizione. Poi la cosiddetta "prescrizione processuale", ogni grado di giudizio non può durare più di un tot di tempo, 4 anni per il primo grado, e via a scendere.
Ieri l'accusa a Bonafede di aver parlato su Repubblica, anziché rispondere nel merito, paragonando il Pd alla Lega. Infine l'altolà, o Bonafede accetta le tesi Dem o il Pd vota la proposta del forzista Costa. L'ex ministro della Famiglia ha lanciato pure la provocazione dell'orologio dei 49 giorni che mancano all'entrata in vigore della legge minacciando interrogazioni a Bonafede ogni giorno. Oggi la partita si preannuncia difficile anche per Conte.
di Errico Novi
Il Dubbio, 14 novembre 2019
Il Guardasigilli annuncia il summit sulla riforma penale, subito dopo il Nazareno detta le condizioni: "limiti di tempo per ciascuna fase processuale, oppure voteremo la legge costa che abolisce lo stop alla prescrizione".
È la bomba nucleare. L'incendio che può far saltare la maggioranza, assai più di quanto non si rischi con l'Ilva o legge di Bilancio: "La prescrizione cambi o voteremo la legge Costa che abolisce la norma Bonafede", fa sapere il Pd. È una dichiarazione di guerra. Che verrà messa sul tavolo alle 12.30 di oggi, in un vertice a cui ora è sospeso il futuro dello stesso esecutivo e che sarà quasi certamente presieduta da Giuseppe Conte. Il guardasigilli Alfonso Bonafede potrebbe trovarsi di fronte il suo predecessore, Andrea Orlando, vicesegretario dem.
Le fiamme si sprigionano nel pomeriggio. È lo stesso ministro della Giustizia che parla dai microfoni di "Porta a porta". Registra il suo intervento, messo in onda in serata ma anticipato dalle agenzie. "Domani (oggi per chi legge, ndr) ci vedremo con il centrosinistra, discuteremo della riforma della giustizia, ma io", avverte Bonafede, "ho dato molto tempo, un mese, per valutare la proposta di riforma del processo. Ora basta, non possiamo più dire ai cittadini che devono attendere ancora".
La riunione della war room democratica sulla giustizia è praticamente istantanea. Filtrano subito "sconcerto" e "irritazione". Non solo per le parole pronunciate pochi minuti prima dal ministro, ma anche per quelle, altrettanto definitive, affidate domenica scorsa da Bonafede a un'intervista su Repubblica.
Ci sono il vicecapogruppo del Pd a Montecitorio Michele Bordo e la responsabile Giustizia ad interim Roberta Pinotti, i capigruppo nelle commissioni Giustizia di Camera e Senato e, soprattutto, il numero due del Nazareno, Andrea Orlando. Presenza decisiva, per il peso politico ma anche per la competenza specifica: Orlando è il predecessore di Bonafede a via Arenula ed è l'autore di una riforma della prescrizione che non ha ancora neppure sprigionato i suoi primi effetti. Era stata ritenuta insostenibile dall'Unione Camere penali per la sospensione di un anno e mezzo al decorso dei termini di estinzione dei reati sia dopo l'eventuale condanna di primo grado sia dopo analoga pronuncia in appello.
Orlando sa bene che nei suoi confronti si orienterà la critica di Italia Viva, pronta a contestargli di non difendere abbastanza energicamente la sua riforma della prescrizione. Orlando si è tenuto lontano, nell'ultimo mese, dal dibattito sulla giustizia. Ma ora dalla riunione del Pd filtra una linea che sa di ultimatum al Movimento 5 Stelle: "Bonafede a noi non ha dato risposte. Gli abbiamo inviato delle richieste di modifica sia sulla riforma del processo penale sia sulla norma che elimina la prescrizione dopo il primo grado. Abbiamo chiesto dei correttivi, e l'unico davvero efficace sarebbe introdurre la prescrizione del processo, ossia un limite massimo previsto per ciascuna fase oltre il quale si estingue lo stesso procedimento penale.
Non si dovrebbe andare oltre i 3 anni per il primo grado di giudizio, i due anni per l'appello e un anno per la Cassazione". Poi la parte decisiva e più pesante del discorso: secondo quanto filtra dalla riunione, qualora il Movimento 5 Stelle non accettasse di introdurre meccanismi in grado di impedire che si diventi "imputati a vita", il Pd voterebbe a Montecitorio la legge Costa, che ha un solo articolo in cui si stabilisce l'eliminazione della norma Bonafede sulla prescrizione e l'automatico ritorno in vita delle norme con cui Orlando aveva già riformato l'istituto.
Una situazione al limite del sostenibile. A cui Bonafede sembra pronto a rispondere con l'accusa, rivolta all'alleato, di sposare una linea "berlusconiana" sulla giustizia. Prima ancora che gli arrivi l'eco dell'ultimatum confezionato dal Pd e da Orlando, il guardasigilli già spiega a "Porta a porta" cosa risponderà, anche davanti agli elettori se necessario, alle condizioni poste dai dem: "Col centrosinistra ci confronteremo, sono aperto alla discussione, ma ricordo che per decenni lo scontro del centrosinistra con Berlusconi è stato proprio sulla prescrizione.
Io ho portato avanti le mie idee". E ancora: "Chi mi critica dovrebbe interrogarsi, porsi il seguente quesito: ma sbaglio o per 20 anni la contrapposizione tra centrosinistra e centrodestra è stata proprio sulla prescrizione?". È un messaggio politico chiaro, che ha già il tono della campagna elettorale. Oggi alle 12.30 il premier Conte tenterà una mediazione. L'ultima.
di Giuseppe Gargani
Il Dubbio, 14 novembre 2019
Nei prossimi giorni i problemi della giustizia saranno di nuovo attuali perché verranno in evidenza sia l'istituto della "prescrizione" che entrerà in vigore il 1 gennaio del nuovo anno, sia la nuova regolamentazione delle intercettazioni così come proposta nella passata legislatura dal ministro della giustizia Orlando.
Sono temi che si intersecano con la decisione della Corte Costituzionale sull'ergastolo ostativo, con l'inasprimento delle pene per i reati di evasione fiscale: sono principi che hanno una rilevanza fondamentale per mettere alla prova la cultura istituzionale del governo nella sua interezza, e mettono in luce il grado di maturazione democratica della classe dirigente che attualmente ci governa. È in atto la polemica sull'ergastolo ostativo e sulla sentenza della Corte Costituzionale, in linea con la Corte Europea, che ha cancellato il divieto di concedere i permessi premio ai condannati per mafia e ha stabilito che non si può fare una discriminazione tra chi collabora con la giustizia e chi si rifiuta.
La decisione della Corte Costituzionale afferma un principio di grande civiltà giuridica che qualifica l'Italia come punta avanzata, coerente con la grande tradizione giuridica da Beccaria in poi. Prevale invece, nella polemica, la critica o addirittura la condanna per una decisione che, è stato detto, non può essere applicata in Italia dove lo Stato non è autorevole o non ha il controllo del proprio territorio.
Si sono distinti i magistrati, giudici di sorveglianza e quella particolare stampa che esalta la carcerazione come l'unico rimedio per reprimere il male nel nostro paese! Questo giustizialismo acritico e purtroppo diffuso ha ispirato sotto tanti aspetti la politica del precedente governo soprattutto nella parte che si riferisce al movimento cinque stelle, ma sembra ispirare ancora il nuovo governo che ripropone le stesse cose.
L'attuale ministro della giustizia ritiene che le manette agli evasori costituiscano una "svolta culturale", affermazione che ove recepita in altri paesi e in Europa in particolare, squalificherebbe il nostro paese, perché la minaccia di "più galera" non è solo "bieco populismo" come è stato detto, ma è una forma deteriore di plebeismo penale.
Il proporre l'aumento delle pene come soluzione dei problemi è sintomo di incultura giuridica perché non solo i giuristi ma anche le persone di buon senso sanno che l'aumento della pena non è assolutamente un deterrente: basta conoscere la storia giudiziaria. Lo ha dovuto riconoscere anche un pubblico ministero di grande livello come Colombo riflettendo da pensionato che mette a frutto l'esperienza passata.
Ma tant'è, ci troviamo con una classe dirigente che su ogni questione difficile da gestire o da risolvere invoca una legge, proprio per evitare di risolvere il problema: è il segno del decadimento dei tempi contro il quale si dovrebbe opporre il Pd che è alla prova della sua sussistenza e della sua consistenza culturale e politica soprattutto per la questione della prescrizione, di cui abbiamo fatto cenno all'inizio.
È stata approvata una legge che stabilisce la prescrizione "illimitata" dopo la sentenza di primo grado e se non la si modifica entrerà in vigore il prossimo anno. Può il Pd consentire tutto questo? Anche su questo problema il ministro Bonafede si è distinto per la sua acutezza!, sostenendo che la prescrizione senza limiti è "una riforma epocale". Non credo ci siano parole per rappresentare la meraviglia e lo sgomento, per una simile dichiarazione.
Questa deviazione dai principi cardini della Costituzione e dall' ordinamento deriva dalla cultura o dalla incultura del sospetto (perché di questo si tratta) e prende origine dal iniziative giuridiche che vanno sotto il nome di Tangentopoli. Da quella stagione storica si è diffusa nell'opinione pubblica l'idea che i partiti sono sempre corrotti e che di conseguenza le istituzioni sono corrotte, e i politici sono corrotti; che basta cercare per trovare colpevoli dovunque.
Questo messaggio fu seguito della Lega di Bossi, e dalla Lega di Salvini, dal Pci divenuto poi Pds, fino al Pd (che pure ha largamente sperimentato la furia giustizialista) e ancor più da cinque stelle che arriva a proporre di rendere il nostro ordinamento un sistema di processi infiniti, a vita, senza scampo. Insomma uno stato di polizia che, nella migliore tradizione autoritaria, spiega che chi non ha niente da temere non può temere la soppressione di questi diritti. Strana teoria, una aberrazione giuridica e morale che la società moderna e liberale sembrava averli superati per sempre.
È stato spiegato che questa legge poteva entrare in vigore quando si fosse stabilita la durata del processo, come se la durata del processo potesse essere stabilita per legge!?, ma anche su questo non si è comunque fatto niente. Se si sconvolge l'ordinamento è difficile poi correggerlo. La Costituzione stabilisce che va assicurata una "ragionevole durata del processo" perché la potestà sanzionatoria dello Stato deve poter essere esercitata in un tempo ragionevole per l'armonia della società che nella sua essenza e nella sua vita organizzata deve poter vedere riparato lo strappo che il reato ha determinato, con una pena in grado di poter essere efficace. Quando il tempo del processo non è "ragionevole" lo Stato esercita una vendetta e non fa giustizia.
Si tratta dunque di problemi fondamentali ed essenziali per la civiltà del diritto, e il Pd è chiamato a dimostrare la sua cultura istituzionale, il suo garantismo, altrimenti sarà responsabile di norme che intaccano il nostro ordinamento. A proposito di garantismo in una recente intervista a un pubblico ministro molto noto e giurista di rilievo, Armando Spataro ha detto giustamente che il garantismo non è una qualifica ma è la regola nel senso che investe l'uomo nel suo essere: fosse vero e fosse caratteristica di tutti i pubblici ministeri la giustizia soffrirebbe di meno.
A tal proposito non posso non ricordare che l'ex pubblico ministero Di Matteo, ora componente del Csm, ha detto in una trasmissione televisiva che dopo la sentenza di condanna di Marcello dell'Utri appare chiaro che Berlusconi è "coinvolto" nelle stragi e nelle questioni di mafia. Argomentazione senza riscontri! Di Matteo come tutti i magistrati hanno sempre sostenuto che non si possono separare le carriere dei pubblici ministeri da quelle di giudici perché i p. m devono maturare la "cultura della giurisdizione". Con le sue affermazioni Di Matteo dimostra in maniera eccelsa questa cultura.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 14 novembre 2019
Il ministro della Giustizia non ascolta le critiche (anche dei suoi) e tira dritto. Sulla riforma è scontro coni democratici: "Non ci ha ancora risposto sulle nostre proposte".
Sulle manette a chi evade il fisco non si torna indietro. In merito all'emendamento al decreto fiscale presentato dai renziani di Italia Viva, che prevede la cancellazione dell'articolo sul carcere per i grandi evasori, il ministro della Giustizia Bonafede tira dritto: "Se qualcuno ha cambiato idea sono solo problemi suoi, non miei, e aggiungo che gli italiani sarebbero anche stanchi di sentire ogni giorno che qualcuno viene fuori con una idea nuova solo per far parlare di sé. Abbiamo preso un impegno con quel programma di governo e quello porteremo avanti, dopodiché tutto è migliorabile, ma non si possono fare passi indietro né giungere a soluzioni di compromesso".
Ma il dl fiscale non è solo punto di frizione tra il Guardasigilli e la maggioranza. Con il Partito democratico si apre infatti il fronte sulla riforma della giustizia alla vigilia di una riunione annunciata per oggi a Palazzo Chigi per fare il punto della situazione.
"La riforma è pronta da un mese", è sbottato ieri a margine della conferenza stampa nel carcere di Rebibbia per presentare l'ufficio del Dap per il lavoro dei detenuti. "È giusto che le forze politiche di maggioranza si siano prese del tempo per analizzarla con attenzione, ma direi che adesso questo tempo è esaurito. Io rispetto le posizioni di tutti, partiamo da una opinione differente sulla prescrizione, però siamo tutti d'accordo sul fatto che bisogna velocizzare i processi. Allora dico: facciamolo".
Parole che hanno suscitato "irritazione" e "stupore" tra gli esperti di giustizia dei dem riuniti proprio in vista del vertice di maggioranza di oggi. Tra i presenti anche del vice segretario ed ex Guardasigilli Andrea Orlando. Bonafede si lamenta della lentezza con cui procede il lavoro sulla riforma, nel Pd fanno però notare che il ministro non ha risposto alle proposte inviate la scorsa settimana dai democratici a Via Arenula sui testi e in particolare sui correttivi legati alla prescrizione.
Correttivi che per il Pd devono essere inseriti obbligatoriamente "Altrimenti - spiega una fonte parlamentare dem - siamo pronti a votare la Pdl Costa che impone lo stop alla riforma della Prescrizione". La proposta di legge che porta la prima firma del deputato di Forza Italia Enrico Costa dovrebbe andare in Aula a dicembre.
Tra le proposte avanzate dal Pd, la Prescrizione processuale, ovvero si lega la riforma alla durata dei processi. O c'è un tempo certo (dipende dai reati, ma dovrebbe essere tre anni per il primo grado, due per il secondo e -uno per la Cassazione) altrimenti - questa la linea secondo quanto viene riferito - si estingue il processo.
Corriere della Sera, 14 novembre 2019
La Cassazione: il decreto non è retroattivo. E il Tribunale di Milano disapplica la norma italiana e la sostituisce con la regola Ue. Ma il solo fatto che un migrante studi in Italia non basta per dargli la protezione: l'ex ministro esulta. Doppio stop giudiziario al primo decreto Salvini dal Tribunale di Milano e dalla Cassazione.
Una prassi sbrigativa da mesi induce molte Questure a eseguire l'espulsione dei richiedenti asilo che dopo un primo rigetto si presentino a reiterare domanda di protezione internazionale, che una norma del decreto Salvini 2018 dispone nemmeno venga presa in considerazione per un esame neanche preliminare degli eventuali nuovi motivi di protezione addotti dal migrante. Ma il Tribunale civile di Milano disapplica appunto questa norma italiana, e al suo posto applica direttamente la contrastante (ma sovraordinata) regola della Direttiva comunitaria 2013/32, che (come chiarito già dalla Corte Ue nel caso del Belgio) pretende almeno "un esame preliminare" dei possibili "elementi nuovi". Compito di cui dunque non può essere spossessata la competente Commissione Territoriale (il che ferma intanto le espulsioni).
Sempre il decreto Salvini del 2018 riteneva di poter eliminare la "protezione umanitaria" per restringerne la (ritenuta) troppo discrezionale concessione. Ma ora la Cassazione civile, a Sezioni Unite, non soltanto fissa che "il diritto alla protezione sorge all'ingresso in Italia della persona in condizione di vulnerabilità", sicché il decreto Salvini non può essere applicato in via retroattiva alle richieste d'asilo presentate prima del 5 ottobre 2018. Ma soprattutto rimarca che anche la protezione umanitaria "attua il diritto d'asilo costituzionale", cioè "scaturisce direttamente dal precetto dell'art. 10 della Costituzione": "il che vale anche per i nuovi istituti" del legislatore, che devono "rispettare Costituzione e vincoli internazionali", potendo definire i criteri di accertamento e le modalità di esercizio di quel diritto.
La Cassazione su un caso di Trieste ribadisce ad esempio che il solo fatto che un migrante studi in Italia non basta per dargli la protezione umanitaria: occorre "una valutazione comparativa con riferimento al Paese d'origine, in raffronto all'integrazione raggiunta nel Paese di accoglienza". Ed è forse questo, tra le 25 pagine, a indurre l'ex ministro leghista Salvini a esultare lo stesso sui social: "Sui permessi umanitari aveva ragione la Lega. L'ha stabilito la Corte di Cassazione. È la migliore risposta agli ultrà che vorrebbero cancellare i decreti sicurezza".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 14 novembre 2019
Corte di cassazione, Sezioni unite civili, sentenza 13 novembre 2019, n. 29459. Non ha applicazione retroattiva la stretta del decreto Salvini sui permessi per ragioni umanitarie. Non scatta cioè per le domande introdotte prima del 5 ottobre 2018. E tuttavia, se la richiesta deve essere esaminata secondo le vecchie regole, una volta che sia accolta conduce al rilascio del più rigido permesso di soggiorno per casi speciali introdotto dal decreto stesso, il 113/18. Inoltre, la protezione umanitaria, oggi cancellata, non può essere riconosciuta solo sulla base di una valorizzazione dell'integrazione in Italia per effetto del posto di lavoro ottenuto. Sono queste le conclusioni cui approdano le Sezioni unite civili con la sentenza n. 29459 depositata ieri che ha affrontato un caso non previsto dalla (scarna) disciplina transitoria del Dl e cioè quello per cui la commissione territoriale ha negato il permesso poi invece riconosciuto dal giudice prima del 5 ottobre dell'anno scorso.
Le Sezioni unite ricostruiscono i tratti della vecchia disciplina, imperniata sul permesso di soggiorno per ragioni umanitarie della durata di 2 anni, rinnovabile e convertibile nel permesso per motivi di lavoro e in quello per motivi familiari, e della nuova che ha invece introdotto una forma di protezione speciale della durata di un anno, rinnovabile, ma non convertibile.
La sentenza chiarisce che, malgrado il diritto di asilo nasca quando il richiedente fa ingresso in Italia in condizioni di vulnerabilità che mettono in pericolo l'esercizio di diritti fondamentali, è la presentazione della domanda che cristalizza la normativa da applicare. Con la domanda il titolare del diritto esprime il suo bisogno di tutela ed è quindi il momento della sua presentazione a individuare il complesso delle regole applicabili.
Tuttavia, una volta riconosciuta l'esistenza dei vecchi requisiti, il permesso sarà quello nuovo e più breve e non convertibile. Non c'è contraddizione in questo ragionamento, sottolinea la sentenza, visto che "la permanente rilevanza della protezione umanitaria o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano discende dalla irretroattività della novella, che l'ha espunta dall'ordinamento; il concreto atteggiarsi del permesso che pur sempre risponde a quella protezione, è dettato dall'interpretazione conforme a Costituzione, che valorizza la volontà del legislatore".
Infine, le Sezioni unite puntualizzano che il permesso di soggiorno per ragioni umanitarie non può essere concesso con esclusivo riferimento all'integrazione in Italia (nel caso attraverso il posto di lavoro) e neppure sarebbe stato possibile sulla base di una generica considerazione del contesto dei diritti umani nel Paese di origine. Serve, invece, una valutazione comparativa della posizione soggettiva del richiedente con riferimento al proprio Paese a confronto con la situazione di integrazione raggiunta in Italia. "Sui permessi umanitari aveva ragione la Lega - ha affermato il leader del Carroccio Matteo Salvini commentando la sentenza. È la migliore risposta agli ultrà dei porti aperti e che vorrebbero cancellare i decreti sicurezza".
di Simona Musco
Il Dubbio, 14 novembre 2019
La decisione: il Decreto sicurezza di Salvini non può essere retroattivo. Il Decreto sicurezza, cavallo di battaglia dell'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini, non può essere applicato retroattivamente. Ma per il riconoscimento della protezione umanitaria, di fatto abolita dal leader della Lega, la sola "situazione di integrazione" per lavoro, studio o rapporti sociali - di un immigrato in Italia non basta.
A deciderlo, ieri, sono state le Sezioni Unite civili della Cassazione, che rispondendo al quesito posto a maggio scorso dal collegio presieduto dal giudice Francesco Antonio Genovese hanno segnato le sorti di migliaia di ricorsi presentati da richiedenti asilo ormai da anni inseriti socialmente ed economicamente in Italia e che ambivano al rinnovo del permesso di soggiorno, diventato una chimera dopo l'avvento delle norme volute da Salvini.
Che non ha perso tempo per intestarsi una vittoria: "Aveva ragione la Lega. È la migliore risposta agli ultrà dei porti aperti e che vorrebbero cancellare i decreti sicurezza". Il quesito "risolto" dagli Ermellini partiva da una duplice interpretazione della norma, che aveva spaccato i giudici di Cassazione: se, infatti, a gennaio il collegio presieduto da Stefano Schirò aveva evidenziato l'irretroattività del decreto sicurezza, la stessa sezione, la prima civile, aveva cambiato orientamento con Genovese, che ha poi chiesto alle Sezioni Unite di stabilire i criteri di applicabilità delle norme.
La risposta, dunque, è arrivata ieri: la legge non incide sulle domande pendenti prima del 5 ottobre 2015, alle quali, spiegano gli Ermellini, si applicano le previsioni dei "casi speciali" - con permesso di soggiorno annuale - contenute nello stesso decreto Salvini. Ma andando oltre, in tema di protezione umanitaria i giudici hanno annunciato un nuovo principio di diritto: "l'orizzontalità dei diritti umani fondamentali - scrivono gli Ermellini - comporta che, ai fini del riconoscimento della protezione, occorre operare la valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al paese di origine, in raffronto alla situazione d'integrazione raggiunta nel paese di accoglienza".
Insomma, non basta che il migrante in Italia si sia integrato, tocca anche verificare se un suo eventuale rimpatrio metta a rischio la sua incolumità. Il diritto alla protezione dipende, dunque, dalle condizioni di vulnerabilità "per rischio di compromissione dei diritti umani fondamentali" e non può essere riconosciuto considerando in maniera isolata e astratta il "contesto di generale e non specifica compromissione dei diritti umani accertato in relazione al paese di provenienza".
La decisione si basa su tre ordinanze prodotte su due sentenze provenienti dalla Corte d'Appello di Trieste e su una proveniente da Firenze, con le quali i giudici avevano, in buona sostanza, riconosciuto la protezione umanitaria a tre cittadini stranieri, due del Gambia e uno del Bangladesh. In un primo caso il riconoscimento era avvenuto in considerazione del "non perfetto stato di sicurezza" esistente in Gambia, interessato da una "incerta e difficile fase di transizione sociale da un modello governativo di stampo totalitario con uno dichiaratamente democratico", nell'altro riconoscendo il radicamento del giovane che aveva presentato richiesta nel tessuto sociale italiano, "nel quale studia e coltiva i suoi principali legami mentre in Gambia non ha rapporti familiari di rilievo" e tenuto conto della "sicura prognosi di insormontabili difficoltà di immediata reintegrazione nel Paese di origine".
Per il terzo caso, invece, i giudici avevano considerato positivamente l'inserimento nel contesto sociale e del raggiungimento dell'indipendenza economica, essendo stato assunto dal datore di lavoro a tempo pieno. Sentenze contro le quali il ministero dell'Interno aveva proposto ricorso per Cassazione. Il collegio di Genovese aveva contestato l'interpretazione data a gennaio dai colleghi, confermata ieri dalle Sezioni Unite, secondo la quale le domande precedenti il 5 ottobre vanno valutate sulla base della normativa esistente al momento della loro presentazione.
Con una sola differenza: il rilascio, da parte del Questore, di un permesso di soggiorno contrassegnato con la dicitura "casi speciali", adattando così le certificazioni alle indicazioni della nuova norma, che, in pratica, elimina i permessi umanitari salvo alcune eccezioni. Una contraddizione, per il giudice Genovese, secondo cui, inoltre, l'idea che la protezione umanitaria sia "oggetto di un diritto immanente e inviolabile della persona" è suscettibile "di regolazione da parte del legislatore, cui spetta il bilanciamento tra i valori in gioco, posto che altrimenti si consentirebbe l'illimitata espansione di uno dei diritti in campo, che diverrebbe "tiranno" nei confronti delle altre situazioni giuridiche costituzionalmente riconosciute e protette".
Per tutti e tre i casi, ora, la Cassazione ha disposto un nuovo processo d'appello, che tenga conto dei principi enunciati ieri, assegnando "rilievo centrale alla valutazione comparativa tra il grado di integrazione effettiva nel nostro Paese e la situazione soggettiva e oggettiva del richiedente nel paese di origine, al fine di verificare se rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità dell'esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile e costitutivo della dignità personale".
di Dafne Roat
Corriere del Trentino, 14 novembre 2019
Udienza ad aprile. Archiviate quattro posizioni. Contestati i reati di incendio e danneggiamento. Per alcuni le accuse sono cadute in fase di indagini preliminari. Non avrebbero avuto alcun ruolo nella violenta rivolta in carcere a Spini di Gardolo del 22 dicembre scorso.
La Procura ha stralciato la posizione di quattro detenuti e ha chiesto l'archiviazione, poi accolta dal gip. Ma tutti gli altri detenuti che quel giorno erano all'interno delle sezioni messe a ferro e fuoco e accusati, chi di aver partecipato alla sommossa e chi di averla guidata, dovranno affrontare il giudizio davanti al giudice. L'udienza preliminare è fissata ad aprile.
Il procuratore Sandro Raimondi e il sostituto Antonella Nazzaro hanno firmato una richiesta di rinvio a giudizio per 81 persone, la maggior parte di origini tunisine, ma ci sono anche marocchini, albanesi e italiani. Una ventina di loro sono ancora detenuti nel carcere di Spini di Gardolo, ma per altre vicende giudiziarie.
L'impianto resta sostanzialmente lo stesso ipotizzato in fase di indagini. Nell'atto d'accusa vengono contestati i reati di danneggiamento, incendio, violenza e minaccia a pubblico ufficiale e lesioni, mentre è caduto quasi subito durante le prime fasi delle indagini il reato di sequestro di persona, ipotizzato in un primo momento per il blitz nella lavanderia.
In realtà pare che i detenuti volessero rinchiudersi per evitare il momento più critico della sommossa. Negli atti dell'indagine, condotta dalla polizia penitenziaria, si ricostruiscono i momenti salienti della rivolta scoppiata dopo la notizia, lanciata da un detenuto, impiegato nell'ufficio interno conti correnti, della morte di Sabri El Adibi, il trentaduenne di origini tunisine che si era tolto la vita.
Un gesto estremo avvenuto a pochi mesi dalla libertà che aveva scatenato la reazione dei compagni. Sono dieci, di cui la maggior parte tunisini e marocchini, i presunti promotori della sommossa individuati dalla Procura. Sarebbero stati loro a guidare la rivolta iniziata verso le 8.30 del mattino nella sezione G. Tutto era cominciato con una semplice battitura dei cancelli, un atto di protesta tipico nei carceri.
Ma mentre l'eco del ferro battuto diventava sempre più assordante dopo che un manipolo di cinque detenuti avevano incitato la rivolta. Erano le 9.10 del mattino, solo l'inizio. Poi era stata data alle fiamme una saletta ricreativa della sezione F.
Il fuoco e il fumo avevano invaso la sezione quando altri due detenuti con un asticella di metallo avevano distrutto una telecamere. Poi era stata la volta delle plafoniere e delle luci. In poche ore la rivolta aveva coinvolto anche le sezioni F al primo piano, poi al secondo la G e la H. Piatti e bombolette lanciate, le minacce. In poco tempo la guerriglia aveva assunto importanti proporzioni, sedata solo dopo una lunga giornata di trattative.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 14 novembre 2019
Rinviate a giudizio 11 persone per le violenze subite dal tunisino nell'istituto milanese. Undici persone, tra ispettori e agenti di polizia penitenziaria del carcere milanese di San Vittore, sono stati rinviati a giudizio dal gup di Milano Alessandra Cecchelli per presunte intimidazioni e pestaggi, tra il 2016 e il 2017, ai danni di un tunisino di 50 anni, Ismail Ltaief, detenuto per tentato omicidio.
Il processo avrà inizio per tutti il prossimo 12 febbraio davanti alla quinta sezione penale. Le accuse verso gli agenti (non più in servizio nel carcere del capoluogo lombardo, ma in altri istituti) sono, a vario titolo, intralcio alla giustizia, lesioni, falso e sequestro di persona. Reato quest'ultimo contestato solo ad alcuni imputati, in quanto in uno dei due pestaggi, datati 27 marzo e 12 aprile 2017, come si legge nel capo di imputazione, il 50enne, privato ' della libertà' sarebbe stato ammanettato e trasferito in una stanza in uso ad uno degli agenti sotto inchiesta per poi essere picchiato.
Oltre a Ltaief, parte offesa nel procedimento è anche un suo compagno di cella, un sudamericano di 30 anni, il quale chiamato a rendere testimonianza ai magistrati milanesi sarebbe stato intimidito da uno degli imputati che per questo venne anche arrestato. Le aggressioni contro il recluso sarebbero state inflitte con l'obiettivo di "punire" l'uomo che nel 2011, quando era in cella a Velletri (Roma), aveva denunciato altri agenti per furti in mensa e percosse. Ismail Ltaief all'epoca dei fatti lavorava nelle cucine del carcere laziale.
Quando si accorse che alcuni agenti di polizia penitenziaria sottraevano regolarmente cibo destinato ai detenuti per portarlo fuori dal carcere, li ha denunciati. Da quel momento per lui iniziò un incubo, fino al brutale pestaggio. E violenza chiama violenza perché i pestaggi che avrebbe subito a San Vittore sarebbero avvenuti anche lo scopo di impedirgli di testimoniare in aula in quell'altro processo.
Invece Ismail, seguito a Roma dall'avvocato Alessandro Gerardi, in aula a testimoniare ci era andato e due agenti di polizia penitenziaria sono stati condannati in primo grado a tre anni di reclusione per averlo pestato a sangue. Ora si è in attesa dell'appello.
Il caso era stato sollevato dal Partito Radicale in una conferenza stampa tenuta alla Camera da Marco Pannella e Rita Bernardini. Adesso come ci spiega il legale che segue Ismail a Milano, l'avvocato Matilde Sansalone "si apre un processo complicato ma abbiamo già superato delle fasi difficili: primo passo è stato quello di superare la soglia del farsi credere e di far fare le indagini, il secondo di andare a giudizio.
Non è facile essere creduti perché c'è sempre il sospetto che si adottino certi comportamenti per avere dei benefici. Ma nel nostro caso addirittura il pubblico ministero ha mandato un medico esterno al carcere. Ha refertato che Ismail presentava delle lesioni compatibili con il suo racconto soprattutto quando Ismail gli aveva detto di essere stato picchiato con un tirapugni. E da lì le indagini sono state più pressanti.
E poi ci sono state anche le dichiarazioni di due testimoni oculari e di una volontaria di San Vittore. Il pm si è convinto della veridicità della sua denuncia. L'aspetto interessante è che Ismail ha scritto le lettere di denuncia dei pestaggi al giudice che aveva in mano il fascicolo in cui era imputato per tentato omicidio. E lo stesso pm che lo stava accusando ha preso in mano le redini del procedimento in cui ora è parte civile
Questa è la cosa giusta perché giudice e pm sono andati oltre, ad esempio ai numerosi precedenti di Ismail, e hanno ritenuto credibili le affermazioni del mio assistito. Hanno deciso di indagare". Quello che l'avvocato tiene a precisare è che "non bisogna criminalizzare tutta la categoria degli agenti di polizia penitenziaria. Tra l'altro Ismail è il primo che dice "non sono tutti così".
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