di Errico Novi
Il Dubbio, 4 ottobre 2019
Intervista a David Ermini, vicepresidente del Csm. "È l'espressione adatta: sottovalutazione. È come se i gruppi della magistratura associata avessero perso, a un certo punto, la misura della loro funzione. Prima luoghi di confronto sui diritti, sugli orientamenti della giurisprudenza, sull'organizzazione della giustizia. Poi non si è avuta consapevolezza di una tramutazione delle correnti in centri di potere, o nella loro brutta copia". Al vicepresidente del Csm David Ermini va riconosciuto di saper tenere insieme serenità e fermezza.
Perché la sua analisi sulla degenerazione del correntismo - emersa con fragore, ma forse senza novità, nel caso Palamara - non ridimensiona nulla. Anzi, le sue parole in plenum, nel plenum più difficile seguito alle intercettazioni di Perugia, furono di una durezza impressionante. Ma va appunto colta la sua attenzione a non far mai impennare il termometro dei discorsi. "Va detto che mi ha dato grande gioia il riconoscimento, sul modo in cui ho condotto l'attività del Consiglio, arrivato dai gruppi che non avevano contribuito alla mia elezione e dal mio stesso competitor alla vicepresidenza, Alberto Benedetti".
D'accordo, ma dopo lo tsunami vede una magistratura associata consapevole della necessità di cambiare?
Sì, a me è sembrato subito di cogliere un cambio di passo. Ho visto negli stessi consiglieri una riflessione nuova sulle correnti, come se si fossero trovati di fronte a un'impietosa realtà: l'associazionismo giudiziario uscito dai binari del confronto sulle idee ed esposto in maniera gravissima al rischio di essere ben altro. Una brutta copia dei centri di potere.
Una sottovalutazione, appunto...
Si era arrivati a non comprendere più il rischio che si correva.
Invece le correnti sono nate per altre ragioni...
Pensi solo a quanto è importante e prezioso il dibattito sul fine vita, solo per citare un tema divenuto centrale negli ultimi giorni. È giusto che le sensibilità diverse presenti nella magistratura vi trovino un'occasione di confronto.
Ma per ritrovare fiducia ora i magistrati dovrebbero un po' defilarsi dal dibattito pubblico?
E crede che i giornali parlerebbero meno della magistratura? Pare evidente che giudici e inquirenti siano destinati a essere oggetto di attenzione a prescindere dalla loro diretta presenza nel dibattito. E poi, visto che la loro funzione è applicare la legge, è inevitabile che sul modo di applicarla si articolino discussioni.
C'è una proposta assai gettonata, in queste ore, sulle mailing list riservate della magistratura...
Le mailing list: vorrei fare una considerazione sul tema.
Prego.
Credo che sull'uso dei social andrebbe adottata una certa maggiore prudenza da parte dei magistrati, e credo anche che tale cautela andrebbe estesa alle mailing list, considerato che proprio la sua domanda conferma come siano diventate di fatto pubbliche.
Vi si è discusso della possibilità di attribuire gli incarichi direttivi per sorteggio, una volta che il Csm abbia individuato una rosa ristretta e qualificatissima di candidati...
Posso dire che sarebbe ben accetta qualunque ipotesi utile ad assicurare trasparenza. Il percorso per conferire le nomine deve essere lineare, trasparente, approfondito, aperto, coronato da un'adeguata motivazione in grado di scongiurare il più possibile i rischi di intervento della magistratura amministrativa. Credo anche che lo scrupolo nel seguire in modo rigoroso simili criteri possa essere sufficiente. Se si procede in modo ordinato, con approfondite audizioni, è più difficile che una pronuncia del Tar censuri la decisione. Mi piacerebbe essere il meno possibile sui giornali per via delle nomine, certo. Anche perché il Csm si occupa di molto altro.
Lei è perplesso sul sorteggio per l'elezione dei togati perché vi vede un atto di sfiducia nella capacità di rappresentanza dei magistrati?
È il punto centrale della mia valutazione. Dietro il sorteggio si spalanca un orizzonte incerto, oscurato dall'ombra della normalizzazione. Come se il Csm dovesse rassegnarsi a essere al massimo un organo burocratico. E come se la legge elettorale per i consiglieri togati fosse stata scritta dallo stesso Csm anziché in Parlamento. Credo sarebbe opportuno correggerla, in particolare per rendere il più possibile effettivo il principio di rappresentanza.
Come?
Innanzitutto con una ridefinizione dei collegi in modo da favorire quei magistrati particolarmente conosciuti dai colleghi per le loro capacità, per la loro attenzione. Non condivido il sorteggio anche per una ragione di metodo.
Andrebbe cambiata la Costituzione?
Mi riferisco anche a un altro aspetto. Se c'è una perdita di misura da parte delle correnti bisogna eliminare quell'anomalia, non punire i magistrati con norme che diffidino della loro capacità di rappresentanza.
Con le suppletive previste per questo fine settimana e per dicembre, il Csm, oltre a tornare a ranghi completi, allontanerà anche lo spettro dello scioglimento?
Innanzitutto i poteri di scioglimento costituiscono una prerogativa assoluta del Capo dello Stato. Si può solo osservare che nei mesi successivi all'apertura dell'indagine di Perugia i consiglieri, tutti, si sono impegnati a lavorare con grande assiduità. Non s'è persa una seduta, non ci si è concessi un rinvio. Ora, con le due elezioni suppletive si colmano i vuoti nella composizione del Csm ma, vede, per ritrovare autorevolezza questo non basta. Piuttosto bisogna considerare un prima e un dopo, e fare in modo che non si torni mai più a quanto avvenuto prima che si avessero notizie sull'indagine di Perugia.
Con il riconoscimento costituzionale dell'avvocato crede si possa anche rafforzare l'autonomia della giurisdizione, al punto da scacciare lo spettro di una magistratura sotto controllo politico?
Sono convinto di sì. Con l'avvocato in Costituzione sarebbe davvero rafforzata l'autonomia dell'intera giurisdizione. Aggiungo: è proprio alla tutela della giurisdizione e non solo dei magistrati che ho sempre richiamato l'attenzione, da quando sono vicepresidente del Csm. La giurisdizione è costituita dai magistrati, dagli avvocati e anche dagli accademici. Rispettarla significa comprendere il contributo che tutte le sue componenti offrono all'evoluzione della giurisprudenza. E ancora: rispetto non vuol dire che un esponente politico non possa criticare le sentenze, ma ricordare che la giurisdizione può fare a meno di molte cose, anche del consenso, tranne che della fiducia.
E potrebbe esserci una giurisdizione equilibrata con un avvocato debole?
L'avvocato ne è parte irrinunciabile. La giurisdizione va tutelata per non compromettere un pilastro sul quale poggia la democrazia liberale: spero se ne abbia un'idea chiara.
Nel ddl Bonafede dovrebbe esserci il diritto di voto per gli avvocati nei Consigli giudiziari anche sulle valutazioni di professionalità dei magistrati: è d'accordo?
Parlo davvero a titolo personale, giacché si tratta di norme che competono al Parlamento, ma sono convinto che la valutazione dell'avvocatura sulla professionalità dei magistrati sia molto importante.
Senta, ma il suo contributo di serenità, in questi mesi spaventosi, le è stato riconosciuto o no dai magistrati del Csm?
La mia gioia forse più grande, in questi mesi, è stata ascoltare le parole spese nei miei riguardi da tutti i consiglieri, da chi aveva sostenuto la mia elezione e da chi non l'aveva sostenuta. Sono agli atti del plenum e rappresentano un riconoscimento che non potrò dimenticare.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 4 ottobre 2019
La proposta sta riscuotendo un qualche successo fra le toghe, soprattutto quelle fortemente critiche nei confronti della deriva correntizia che ha contagiato ormai da tempo il Csm. Raggiunta una certa rosa candidati potenzialmente spendibili, si potrà poi scegliere il vincitore mediante il sorteggio". La proposta è stata avanza dal gip di Milano Guido Salvini durante un incontro organizzato questa settimana dall'associazione radicale Sixweeks sulle vicende che hanno recentemente interessato il Consiglio superiore della magistratura.
"Per certi posti - ha precisato Salvini - dopo aver scremato le candidature di bandiera o quelle fatte per avere un titolo in vista di candidature successive, i candidati che effettivamente possono concorrere sono due o tre. Sono magistrati che hanno profili professionali sostanzialmente equivalenti". "A quel punto la scelta finale potrà avvenire mediante sorteggio, ben sapendo che chi sarà sorteggiato non sfigurerà nell'incarico", ha concluso il magistrato milanese.
La proposta sta riscuotendo un qualche successo fra le toghe, soprattutto quelle fortemente critiche nei confronti della deriva correntizia che ha contagiato ormai da tempo il Csm. La proposta di Salvini cade a ridosso della nomina del nuovo procuratore della Repubblica di Roma. Il Csm ha deciso di azzerare la decisione di maggio dove il più votato in Commissione, come successore di Giuseppe Pignatone, era stato il procuratore generale di Firenze Marcello Viola: per lui si erano espressi i togati di Magistratura indipendente e Autonomia& Indipendenza, Antonio Lepre e Piercamillo Davigo, ed i laici in quota Lega e M5s, Emanuele Basile e Fulvio Gigliotti.
Un voto a testa per il procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi, e per quello di Firenze, Giuseppe Creazzo, da parte, rispettivamente, dei togati Mario Suriano (Area) e Gianluigi Morlini (Unicost). Lepre e Morlini erano poi stati costretti alle dimissioni dopo la pubblicazione delle intercettazioni effettuate a carico dell'ex presidente dell'Anm Luca Palamara. In una intervista ieri a La Repubblica, il vice presidente del Csm David Ermini ha affermato che si procederà ora con le "audizioni". Ogni aspirante, sono tredici, dovrà convincere la Commissione di essere il migliore per quell'incarico, illustrando il proprio progetto per gestire al meglio l'ufficio, e rispondendo alle varie domande che i consiglieri di Palazzo dei Marescialli vorranno fare.
La scelta, comunque, non sarà facile considerato l'elevato livello dei vari partecipanti, Tutti magistrati con solide esperienze di gestione di uffici di Procura particolarmente impegnati sotto il profilo della criminalità, organizzata o di tipo comune. La possibilità di ricorsi davanti al giudice amministrativo da parte degli esclusi non è una ipotesi peregrina.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 4 ottobre 2019
"Non ci provate a dire che noi vogliamo processare l'Arma, perché l'Arma è accanto a noi", intima il pubblico ministero Giovanni Musarò, mentre si appresta a chiedere pene pesantissime per i carabinieri imputati di omicidio e falso per la morte di Stefano Cucchi.
E parlando si accalora, deciso a bloccare l'ennesimo tentativo di depistaggio: l'insinuazione "sterile e strumentale" di alcuni avvocati difensori secondo cui la Procura ha inteso mettere sotto accusa un'intera istituzione per coprire altre responsabilità. Non è vero, ribatte Musarò: "Questo è solo un processo a cinque rappresentanti dell'Arma che nel 2009, come altri oggi imputati in un altro procedimento, hanno violato il giuramento di fedeltà alle leggi e alla Costituzione, tradendo innanzitutto l'istituzione di cui fanno parte".
La prova? La costituzione di parte civile del comando generale, per il "gravissimo discredito dell'immagine istituzionale", contro cinque altri ufficiali, nel dibattimento per i depistaggi fissato a metà novembre. "Un atto di fortissima rilevanza simbolica", spiega il pm, che aggiunge un altro punto di svolta che ha segnato il riscatto dell'Arma: "La leale collaborazione alle indagini offerta nel 2018 e nel 2019 dal Comando provinciale dei carabinieri di Roma, dal Reparto operativo e dal Nucleo investigativo".
Il resto - lascia intendere il magistrato - sono insinuazioni e veleni che si aggiungono agli inquinamenti di cui è costellato il "caso Cucchi", fabbricati o avallati dai carabinieri alla sbarra. "Depistaggi inimmaginabili, che hanno raggiunto picchi da film dell'orrore", cominciati la sera stessa del fermo e del "violentissimo e vile pestaggio" di Stefano Cucchi.
Con meticolosità e precisione Musarò sgrana il rosario di falsi e bugie scoperte grazie a un'indagine nella quale è dovuto ricorrere alle tecniche antimafia per rompere "il muro di omertà": dal verbale d'arresto al registro del fotosegnalamento sbianchettato, dalle relazioni di servizio modificate alla nota in cui si sosteneva che Cucchi era affetto da "tossicodipendenza in fase avanzata, epilessia, anoressia e sieropositività". Tutte bugie che si sono ripetute e alimentate nel tempo, costruite e diffuse ad arte grazie a "una regia unitaria".
Ma soprattutto, accusa il pm, giunte al livello più alto delle istituzioni democratiche: il Parlamento. Le bugie erano infatti destinate al ministro della Giustizia chiamato a rispondere in Senato sulle cause della morte di Stefano Cucchi, e gli sono arrivate seguendo una catena che dalle stazioni è arrivata fino al ministero della Difesa, passando per i comandi dell'Arma, e poi trasmesse ai vertici dei ministeri.
"Hanno fatto mentire il Guardasigilli, e per quanto si voglia minimizzare è un fatto gravissimo - scandisce Musarò - in una Repubblica parlamentare dove il governo è chiamato a rendere conto, un ministro ha dichiarato il falso sulla base di atti falsi costruiti dai carabinieri". Falsi dai quali scaturì il processo a tre agenti penitenziari innocenti - Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Dominici - che dovevano essere testimoni, invece divennero imputati (assolti) e oggi sono parte lesa delle calunnie contestate ai carabinieri.
In aula, i tre ascoltano e annuiscono mentre il pm ricorda che "il movente" dei depistaggi sta nelle prime denunce politiche e di stampa, dove si affermava che il destino di Cucchi si era consumato nelle caserme dei carabinieri in cui trascorse la notte del fermo: "II re era nudo fin dall'inizio, ma con quelle menzogne la storia è stata capovolta". E dopo dieci anni arrivano le richieste di pena per chi partecipò all'arresto.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 4 ottobre 2019
Nella requisitoria il pm Giovanni Musarò chiede 18 anni per i due carabinieri autori del pestaggio. "Impossibile dire che non c'è nesso di causalità tra le violenze e la morte". "È impossibile dire che non ci sia un nesso di causalità tra il pestaggio e la morte" di Stefano Cucchi. È la prima tessera del puzzle che il pm Giovanni Musarò ricostruisce a dieci anni di distanza dalla morte del giovane geometra romano pronunciando, nell'aula bunker di Rebibbia, l'ultima parte della sua requisitoria del processo bis.
Perciò alla Corte d'Assise di Roma il magistrato chiede di condannare a 18 anni di reclusione Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro, due dei tre carabinieri che lo arrestarono la notte del 15 ottobre 2009, per omicidio preterintenzionale. Reato che, secondo la pubblica accusa, vede estraneo il testimone chiave Francesco Tedesco, il militare che ha rivelato i dettagli del pestaggio e per il quale la procura chiede la condanna per falso a 3 anni e 6 mesi.
Ma è il maresciallo Roberto Mandolini (all'epoca comandante della Stazione Appia) colui che si prende la maggiore responsabilità delle falsificazioni e dei depistaggi. Per lui Musarò chiede 8 anni di carcere. Mentre cade per prescrizione il reato di calunnia nei confronti degli agenti penitenziari, assolti in via definitiva; motivo per il quale il pm invita al "non luogo a procedere" per il carabiniere Vincenzo Nicolardi, e per gli stessi Tedesco e Mandolini.
"I periti parlano di multifattorialità per la morte di Cucchi. Ma tutti i fattori hanno un unico denominatore: sono connessi al pestaggio, al trauma subito", ricorda il pubblico ministero. "Un pestaggio violentissimo", lo definisce. "Sono due le persone che aggrediscono l'arrestato, colpito quando era già a terra con calci in faccia", e per di più "in uno stato di minorata difesa" dovuta alla magrezza del ragazzo morto sei giorni dopo l'arresto. Però, si badi bene, la condizione fisica del 31enne romano era voluta, perché Stefano si allenava quasi tutti i giorni in palestra per poter partecipare a incontri di pugilato della categoria peso più bassa. E in ospedale, al Pertini, Cucchi rifiutò cibo e cure perché fu colpito da "un chiarissimo sintomo da "disturbo post traumatico da stress" a causa del pestaggio subito, come dichiarato dal professore Vigevano".
"Si è speculato sulla sua magrezza", tanto da farla diventare "il cavallo di battaglia di tutte le difese, pure in questo processo". Ma "il capolavoro dei capolavori", come lo chiama Musarò, è il depistaggio architettato nel giro di quattro giorni e poi spacciato al Paese addirittura tramite una informativa al Parlamento dell'allora ministro Angelino Alfano, inconsapevole, che leggerà "l'appunto del 30 ottobre 2009 del comando del gruppo di Roma", partorito appena quattro giorni dopo che Patrizio Gonnella e Luigi Manconi avevano denunciato il caso.
"Cucchi aveva detto che soffriva di celiachia, anemia ed epilessia. La registrazione di quella deposizione l'abbiamo sentita cento volte, ma nella trascrizione diventano epilessia, anoressia, e sieropositività. Fino a due anni fa, tutti, compreso me - continua il magistrato - pensavamo che Cucchi fosse "tossicodipendente in fase avanzata", perché questa verità è stata spacciata in tutto il Paese. Il ministro ha letto proprio questa frase. Cucchi invece era uscito dalla tossicodipendenza da un anno, stava bene, lavorava e si allenava tutti i giorni".
"Ma se il ministro va in aula a riferire su una questione che interessa tutto il Paese e dichiara il falso, è di una gravità inaudita". Depistaggi che hanno "toccato picchi da film dell'orrore". Ecco perché il magistrato dell'antimafia chiede alla giuria non pene esemplari, ma pene giuste", specificando che "questo non è un processo all'Arma dei Carabinieri, ma è un processo contro cinque esponenti dell'Arma che nel 2009 violarono il giuramento di fedeltà alle leggi e alla Costituzione, tradendo innanzitutto l'Istituzione di cui facevano e fanno parte". Musarò infatti definisce di "straordinaria importanza la costituzione di parte civile del Comando Generale dei Carabinieri nel cosiddetto processo dei depistaggi" che è scaturito da questo dibattimento e si aprirà il 12 novembre.
Eppure una cosa va detta, anche se scomoda, lampante agli occhi di tutti, forse anche del pm: in quell'aula di giustizia, a processo c'è anche l'impunità pretesa da una certa sottocultura ancora viva e vegeta all'interno delle nostre forze dell'ordine. Forse per questo Ilaria Cucchi (che ha raccontato questi dieci anni in un libro a quattro mani con l'avvocato Fabio Anselmo, Il coraggio e l'amore, in uscita per Rizzoli il 22 ottobre) commenta: "Questo processo riavvicina i cittadini e lo Stato. Io non avrei mai creduto di trovarmi in un'aula di giustizia e respirare un'aria così diversa. Se ci fossero magistrati come il dottor Musarò non ci sarebbe bisogno di cosiddetti eroi o della sorella della vittima che sacrifica dieci anni della sua vita per portare avanti sulle sue spalle quella che è diventata la battaglia della vita".
di Ilaria Sacchettoni
Corriere della Sera, 4 ottobre 2019
Oltre alla pena per gli autori del pestaggio per l'accusa è da assolvere Francesco Tedesco per l'omicidio preterintenzionale: per lui "una condanna a 3 anni e 6 mesi". "Vi chiedo di condannare per omicidio preterintenzionale Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro a 18 anni di carcere e per il falso e calunnia Roberto Mandolini a 8 anni e Vincenzo Nicolardi, e di assolvere Francesco Tedesco per l'omicidio preterintenzionale ma di condannarlo a 3 anni e 6 mesi per falso nei confronti della polizia penitenziaria": le richieste del pubblico ministero Giovanni Musarò chiudono la requisitoria del processo Cucchi bis, durante la quale sono stati ripercorsi i passaggi più importanti dal punto di vista processuale (ascolta qui il podcast di Giovanni Bianconi che ricostruisce l'intera vicenda).
Secondo il pm "questo non è un processo all'Arma, ma è un processo contro cinque carabinieri che nel 2009 violarono il giuramento di fedeltà alle leggi e alla Costituzione, tradendo innanzitutto l'Istituzione di cui facevano e fanno parte". E Musarò aggiunge: "Per sgombrare definitivamente il campo da strumentali insinuazioni, non si può sottacere che straordinaria importanza ha assunto la costituzione di parte civile del Comando generale dei carabinieri nel cosiddetto processo dei depistaggi. Depistaggi che in alcuni passaggi hanno toccato picchi da film dell'orrore. La responsabilità è stata scientificamente indirizzata verso tre agenti della polizia penitenziaria. Ma il depistaggio ha riguardato anche un ministro della Repubblica che è andato in Senato e ha dichiarato il falso davanti a tutto il Paese, basandosi su falsi documenti. Parliamo del fatto che è stato costruito un atto falso in una caserma dei carabinieri".
Dopo due anni di dibattimento la discussione si avvia verso la conclusione. Il momento più significativo era venuto dalle rivelazioni in aula dell'imputato Francesco Tedesco il quale aveva ricostruito i momenti successivi all'arresto di Stefano Cucchi: "Cucchi e Di Bernardo (il carabiniere Raffaele Di Bernardo ndr) cominciarono a discutere e iniziarono a insultarsi per cui Di Bernardo si voltò e colpì Cucchi con uno schiaffo violento in pieno volto. Allora D'Alessandro diede un forte calcio a Cucchi con la punta del piede all'altezza dell'ano... fu un'azione combinata" aveva rivelato l'imputato l'11 ottobre 2018.
In seguito alla morte di Stefano Cucchi era scomparsa una relazione dello stesso Tedesco sul pestaggio, ha raccontato Tedesco assistito dal suo avvocato Eugenio Pini: "Pensavo - ha detto - che di lì a breve mi avrebbe convocato il maresciallo Mandolini per chiedermi conto dell'annotazione ma io ero determinato ad attestare quanto era accaduto. Qualche giorno dopo, invece, mi resi conto che, sulla copertina del fascicolo, era stato cancellato con un tratto di penna quello che avevo scritto e che le due annotazioni erano scomparse".
La testimonianza è importante anche ai fini della ricostruzione del depistaggio che sarà affrontato al processo ter (inizierà il 12 novembre prossimo). Infine ci sono le dichiarazioni del collegio dei periti presieduto dal professor Francesco Introna che per la prima volta, a giugno, ha ammesso l'esistenza di un nesso fra il pestaggio e la morte di Stefano Cucchi. "Nessuno può avere certezze - ha detto Introna - però, se non ci fosse stata la frattura trasversale del bacino (causata dalle botte, ndr), Cucchi non sarebbe stato ospedalizzato in quelle condizioni". La sentenza potrebbe arrivare già il 6 novembre.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 4 ottobre 2019
L'ergastolano, in cella da 41 anni, è affetto da una grave sclerodermia polmonare. Finalmente disposta, in via provvisoria, la misura domiciliare per gravi motivi di salute all'ergastolano Mario Trudu. Dopo 41 anni di carcerazione e dopo ormai anni di tribolazione, una piccola, ma importante battaglia è stata vinta dal suo legale, l'avvocata Monica Murru che con ostinazione ha combattuto, a colpi di referti medici e istanze, per garantire il diritto di salute al 69 enne Trudu, il quale è affetto da una grave sclerodermia polmonare: da oltre un anno nella Casa di Reclusione di Massama aspetta che gli vengano applicate le cure necessarie, nonostante il pronunciamento della magistratura di sorveglianza di Cagliari.
Inoltre, come se non bastasse, gli è stato diagnosticato un adenocarcinoma alla prostata per il quale sono previsti, in linea di massima, tre mesi di terapia ormonale seguiti da 30 sedute di radioterapia. "Il tipo di patologia di più recente diagnosi - osserva il magistrato di sorveglianza che ha disposto i domiciliari - e la necessità di terapia da prestarsi (per altro in luogo esterno di cura) con cadenza quotidiana, rendono il complessivo stato di salute del detenuto tale da aggravare oltremodo la sofferenza che normalmente e necessariamente la carcerazione comporta per chiunque vi sia sottoposto, determinando una sproporzione fra la sanzione e il reato, rendendo la prima contraria al senso di umanità". Per questo motivo, la magistratura di sorveglianza di Cagliari ha disposto il differimento provvisorio dell'esecuzione della pena presso l'abitazione della sorella. Ovviamente con tutti i divieti del caso, come il non allontanarsi dal domicilio assegnato, mantenere costanti contatti con l'Uepe di Nuoro e non avere contatti con persone diverse dai familiari conviventi. Ovviamente è autorizzato a recarsi presso ambulatori, servizi sanitari e ospedalieri.
Ricordiamo che proprio qualche settimana fa è stata indetta una conferenza stampa promossa da Maria Grazia Caligaris, la presidente di "Socialismo diritti riforme", volta a sensibilizzare l'opinione pubblica sulle gravi condizioni di salute dell'anziano arzanese.
È intervenuto Luca Lacivita, reumatologo, del reparto di Medicina dell'ospedale San Martino, che ha fatto una specifica relazione: "Si tratta di una malattia invalidante che se non curata adeguatamente può provocare la morte". È intervenuta anche la camera penale di Oristano tramite la sua presidente Maria Rosaria Manconi: "Noi aderiamo convintamente alla richiesta di giustizia di Mario Trudu e auspica che, nel rispetto dei principi costituzionali della umanizzazione e della funzione rieducativa della pena, vengano quanto prima adottati i provvedimenti necessari affinché venga garantito il diritto alle cure e alla vita stessa".
Nel sottolineare le difficili condizioni anche psicologiche di Mario Trudu, il fratello Danilo e la nipote Maria Assunta Mancosu, hanno espresso preoccupazione per la situazione sanitaria. "Chiediamo solo la possibilità - hanno detto - di farlo curare adeguatamente, non altro".
Il diritto alla salute è previsto dall'articolo 32 della Costituzione e viene prima di ogni altra esigenza di giustizia. Non a caso, in una sentenza del 2010, la Cassazione ha chiarito la necessità di tener sempre presente "indipendentemente dalla compatibilità o meno dell'infermità del detenuto con le possibilità di assistenza e cura offerte dal sistema carcerario" anche l'esigenza di "non ledere comunque il fondamentale diritto alla salute ed il divieto di trattamenti contrari all'umanità", posto che essere malati in carcere "porta ad una sofferenza aggiuntiva, derivante proprio dalla privazione dello stato di libertà in sé e per sé considerato e questo nonostante la fruibilità di adeguate cure in stato di detenzione".
Il Sole 24 Ore, 4 ottobre 2019
Corte Ue - Sentenza 3 ottobre 2019, Causa C-18/18. Facebook, come gli altri prestatori di servizi di hosting, a seguito di una ingiunzione, sono tenuti a rimuovere commenti identici e, a certe condizioni, equivalenti a un commento precedentemente dichiarato illecito. Lo ha stabilito la Corte Ue, con la sentenza nella causa C-18/18, aggiungendo che la Direttiva sul commercio elettronico non osta neppure a che tale ingiunzione produca effetti a livello mondiale, nell'ambito del diritto internazionale pertinente di cui spetta agli Stati membri tener conto.
Il caso era quello di una deputata austriaca che aveva citato Facebook Ireland nel proprio paese chiedendo che cancellare un commento pubblicato, da un utente su tale social network, lesivo del suo onore nonché affermazioni identiche e/o dal contenuto equivalente. E la Corte suprema ha chiesto lumi alla Corte di giustizia di giustizia.
Secondo la direttiva citata, spiega la decisione, un prestatore di servizi di hosting, quale Facebook, non è responsabile delle informazioni memorizzate qualora non sia a conoscenza della loro illiceità o qualora agisca immediatamente per rimuoverle. Tale esonero da responsabilità non pregiudica tuttavia la possibilità di ingiungere al prestatore di servizi di hosting di porre fine ad una violazione o di impedire una violazione, in particolare cancellando le informazioni illecite o disabilitando l'accesso alle medesime. Per contro, la direttiva vieta di imporre a un prestatore di servizi di hosting di sorvegliare, in via generale, le informazioni da esso memorizzate o di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite.
La direttiva sul commercio elettronico, prosegue la Cgue, non osta a che un giudice di uno Stato membro possa ingiungere a un prestatore di servizi di hosting di rimuovere le informazioni da esso memorizzate e il cui contenuto sia identico a quello di un'informazione precedentemente dichiarata illecita o di bloccare l'accesso alle medesime.
Purché però la sorveglianza e la ricerca delle informazioni siano limitate a informazioni che veicolano un messaggio il cui contenuto rimane sostanzialmente invariato rispetto a quello che ha dato luogo alla dichiarazione d'illeceità e purché le differenze nella formulazione non siano tali da costringere il prestatore di servizi di hosting ad effettuare una valutazione autonoma di tale contenuto. Il prestatore di servizi di hosting può quindi ricorrere a tecniche e mezzi di ricerca automatizzati. Infine è legittima anche la richiesta di rimuovere le informazioni oggetto dell'ingiunzione o di bloccare l'accesso alle medesime a livello mondiale, nell'ambito del diritto internazionale pertinente, di cui spetta agli Stati membri tener conto.
welfarenetwork.it, 4 ottobre 2019
Si è tenuto ieri mattina presso la Casa Circondariale di via Cà del Ferro l'incontro fra gli esponenti dei Radicali cremonesi, Gino Ruggeri e Sergio Ravelli, e il direttore dott.ssa Rossella Padula. L'incontro, al quale ha partecipato anche il comandante Isp. Sup. Pierluigi Parentera, ha avuto un esito molto positivo.
Anche a Cremona sarà attivato il servizio in abbonamento di posta rapida "Zeromail" che consentirà a tutti i detenuti l'invio e la ricezione di lettere in tempi drasticamente ridotti e con un significativo risparmio di denaro.
La dott.ssa Padula ha comunicato di aver già provveduto all'invio di una proposta scritta di convenzione con Zerografica, la cooperativa sociale nata all'interno del carcere di Milano-Bollate su iniziativa di persone detenute. Tale convenzione permetterà l'assunzione di un detenuto del carcere di Cremona in base all'art. 21 dell'Ordinamento Penitenziario (lavoro esterno) per lo svolgimento di tale servizio presso una cooperativa sociale della città.
Il servizio sarà attivo dopo la conclusione della procedura autorizzativa da parte del Provveditorato Regione dell'Amministrazione Penitenziaria. Esprimiamo il nostro grande apprezzamento per la sensibilità e la disponibilità dimostrata dal direttore della Casa Circondariale e dagli operatori penitenziari.
Un piccolo, ma importante, passo può essere compiuto al fine di incoraggiare i contatti dei detenuti con il mondo esterno, a partire dai propri affetti familiari, in vista della loro possibile riabilitazione.
giornaledibrescia.it, 4 ottobre 2019
Un detenuto l'avrebbe contratta (probabilmente fuori dal carcere), uno potrebbe essere stato contagiato in cella, mentre gli altri dieci compagni che la condividevano sono stati precauzionalmente sottoposti a profilassi e messi in isolamento sanitario in modo che la malattia, per ora ampiamente sotto controllo, non si diffonda. Si parla di scabbia.
L'allarme è scattato nelle scorse ore, quando uno degli ospiti di Canton Mombello, arrivato da poco, secondo fonti interne, è stato sottoposto ad un controllo sanitario, in seguito al quale la direzione del carcere ha disposto il suo trasferimento al Civile per accertamenti. Accertamenti risultati positivi proprio alla scabbia. Il detenuto è stato curato in ospedale e dimesso nel volgere di poche ore e, con una prognosi non particolarmente grave, riportato a Canton Mombello, dove ora è in isolamento sino alla guarigione. Contestualmente, nel carcere di via Spalti San Marco, sono scattati i protocolli sanitari del caso. L'altra decina di detenuti più a stretto contatto con l'uomo risultato infetto è stata sottoposta alla profilassi del caso e trasferita in una cella ad hoc. Una sorta di quarantena in attesa di stabilire se il parassita isolato nell'ex compagno di detenzione ha avuto tempo e modo di diffondersi. Al momento i dubbi riguarderebbero una sola persona. Decisive saranno le prossime ore.
di Giuseppe Baldessarro
La Repubblica, 4 ottobre 2019
Entro fine ottobre arriveranno i rilevatori portatili per individuarli e bloccare le frequenze. La lettera del direttore generale del Ministero della Giustizia è arrivata nei giorni scorsi. Porta la firma di Massimo Parisi e annuncia la guerra ai telefonini in carcere: "Entro la fine di ottobre verranno distribuiti agli agenti i rilevatori di cellulari e di dispositivi elettronici".
Poche righe per rispondere a Roberto Santilli, segretario del Sinappe (sindacato della polizia penitenziaria), che nelle scorse settimane, come anche la Cgil, aveva sollecitato il dipartimento a fare qualcosa contro il ritrovamento di telefonini durante le perquisizioni ai detenuti. Una piaga presente in tutti gli istituti di detenzione e, non ultimo, in quello della Dozza.
Quindici i ritrovamenti dall'inizio dell'anno a Bologna. L'ultimo in ordine di tempo ieri mattina, segnalato con una nota dalla Fp-Cgil. Scrive il sindacato: "Durante un'operazione di perquisizione ordinaria in alcuni reparti di detenzione del secondo piano, e stato rinvenuto un telefono iPhone ed il rispettivo carica batterie completamente funzionanti".
L'invito del sindacato è a intervenire con provvedimenti finalmente risolutivi contro quella che sembra essere diventata una piaga, oltre che una pericolosa beffa al sistema carcerario. Apparecchi, con schede telefoniche estere, che consentono ai detenuti più pericolosi di tenere contatti diretti con l'esterno della Dozza.
Una volta, a passare tra le sbarre erano i microtelefoni, ma da qualche tempo si cominciano a vedere cellulari di ultima generazione. I quindici telefonini scoperti nel penitenziario bolognese dal primo gennaio scorso sono stati trovati nelle celle di italiani. Ma a prescindere dalla spessore criminale del singolo detentore, la preoccupazione maggiore è che si tratti di strumenti utilizzati da affiliati e boss della criminalità organizzata.
L'ipotesi è che si tratti di un modo per comunicare, impartire e ricevere ordini, per dare continuità a attività criminale d'ogni genere. Quindici episodi in meno di 10 mesi sono tanti. Troppi per il Sinappe, che lo ha messo nero su bianco il 17 settembre in una lettera ai vertici della casa circondariale e del dipartimento.
Numeri che sono il sintomo di un sistema carcerario "permeabile". Falle contro cui la polizia Penitenziaria continua a combattere una battaglia impari, uno svilente gioco di guardie e ladri. Ma come entrano i telefonini nelle celle dei detenuti? "Quella delle guardie "infedeli" è solo una delle spiegazioni - dice Nicola d'Amore del Sinappe - Potenzialmente chiunque potrebbe introdurre un telefonino in carcere. In astratto potrebbero farlo medici e infermieri, educatori, gli avvocati e persino i volontari.
I controlli ci sono, tuttavia il personale è poco e male attrezzato. Una volta dentro, il cellulare può passare di mano in mano facilmente". Una cosa è certa: i detenuti che usano gli apparecchi per chiamare fuori dal carcere non lo fanno per parlare con figli, mogli o madri. In questo senso, tutte le carceri italiane infatti consentono contatti telefonici settimanali ed è quindi logico che i telefonini servono per comunicazioni riservate.
"Il tema - spiega ancora d'Amore - non è quello dei rapporti con i familiari, che noi riteniamo indispensabili per la serenità dei detenuti, ma quello della liceità delle comunicazioni". Da qui le continue perquisizioni degli operatori che, nelle prossime settimane, avranno in dotazione anche i rilevatori in grado di individuare cellulari (anche spenti) e apparecchiature elettroniche. Supporti tecnici a cui nei prossimi mesi potrebbero aggiungersene altri.
Il dipartimento ha infatti in animo di mettere in funzione gli "jammer" per inibire frequenze telefoniche e apparati rilevatori di traffico di fonia e dati. Attrezzature sofisticate per l'uso delle quali saranno fatti dei corsi di formazione.
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