di Gian Antonio Stella
Corriere della Sera, 2 ottobre 2019
Una legge seria sulla cittadinanza agli immigrati e più ancora ai loro figli è necessaria. Ma è sbagliato continuare a riproporre semplificazioni come invece sta avvenendo. Ogni mattina, quando si alza, Matteo Salvini dovrebbe mandare una torta a certi avversari che gli fanno tutti i giorni lo stesso regalo. Cosa vorreste, voi, se foste al posto del segretario della Lega, ammaccato dopo aver infilato una serie di errori? Sperereste che qualcuno tornasse alla carica con lo ius soli. Manco a dirlo, c'è chi l'accontenta. E insiste tutti i giorni: ius soli! Ius soli! Ius soli! Come Matteo Renzi che su quelle due parole continuò a battere e ribattere come una cinciallegra impazzita contro un vetro. Fino a perdere. Il che oggi consente al leghista di barrire: Eccoli! Sono loro stessi che lo chiamano ius soli! Quello vogliono: basterà partorire a bordo di un barcone per essere italiani!
Sia chiaro: che una legge seria sulla cittadinanza agli immigrati e più ancora ai loro figli vada assolutamente fatta è sacrosanto. Ed è una vergogna che sia stata finora bloccata da questa insensata rissa sullo ius soli o meglio il suo stravolgimento. Le parole pesano. E pare davvero impossibile che chi si spaccia per classe dirigente non sappia che, come hanno scritto Graziella Bertocchi e Chiara Strozzi nel libro L'evoluzione delle leggi sulla cittadinanza: una prospettiva globale lo ius soli puro (la cittadinanza automatica alla nascita: punto) è ormai, letteralmente, fuori dal mondo.
Era applicato nel 1948 dal 47 per cento dei Paesi, nel 1975 dal 31 per cento e oggi, di fatto, solo negli Stati Uniti. Dove, com'è noto, è aperto un dibattito. Tutti gli altri Paesi, infatti, sia che venissero dallo ius sanguinis sia dallo ius soli, sono passati a un sistema misto. Temperato. Che tenesse conto sia dell'uno sia dell'altro sistema. Come quello proposto di Italia. Una scelta di buon senso che nel 2015 fa raccoglieva per l'Istat il via libera di oltre il 70 per cento degli italiani. Consenso poi perduto.
Tema: perché tornare dunque sulla stessa semplificazione insistendo come hanno fatto nei giorni scorsi Matteo Orfini ("per fare lo ius soli ci vogliono solo pochi giorni") e Roberto Giachetti e perfino Roberto Saviano che ha associato in un tweet ius soli e ius culturae come fossero più o meno la stessa cosa? Mah... Le battaglie serie vanno vinte. Non sventolate per la propaganda.
di Andrea Carotenuto
Il Secolo XIX, 2 ottobre 2019
Il Teatro e la musica tornano in carcere con la seconda edizione di "Voci dall'Arca". Dopo il successo della sua prima edizione, la rassegna conferma la sua linea artistica e la sua organizzazione nelle due oramai classiche sezioni: "Note d'autunno", dal 12 ottobre al 7 dicembre 2019, e Parole di primavera, dal 14 aprile al 31 maggio 2020. Il principale obiettivo di "Voci dall'Arca" è quello di portare la società civile nel carcere e le voci del carcere oltre le mura di recinzione grazie ad una programmazione che "sdogani", per i temi trattati e le caratteristiche degli interpreti, il teatro del carcere dal contesto detentivo per aprirlo al territorio e ad un pubblici sempre più numeroso. La Rassegna, attraverso una programmazione di spettacoli ricchi di implicazioni sociali e civili, intende promuovere cultura, inclusione sociale ed educazione alla legalità utilizzando il teatro come un "ponte" tra la popolazione detenuta e la cittadinanza attiva.
Per questo motivo, per ogni spettacolo in programma, è anche prevista una replica dedicata alla popolazione detenuta, nell'ottica di sviluppare un percorso articolato di educazione alla teatralità e di formazione alla visione. I concerti, gli spettacoli e gli eventi collaterali scelti per questa seconda edizione continuano ad essere accomunati dall'idea di mettere insieme un cartellone che, pur con un elevato livello artistico, non trascuri le contaminazioni di genere e le integrazioni con artisti e operatori che muovono i loro passi al di fuori dei circuiti ufficiali ma con le radici ben piantate sul terreno delle contraddizioni sociali, delle mediazioni culturali e degli inevitabili disagi determinati dall'appartenere ad una frangia marginale e spesso contradditoria, ma al contempo così ricca di spunti, per sollecitare un'approfondita analisi sociale, etica e artistica. Un cartellone ricco di appuntamenti che apre la stagione il 12 ottobre con la Compagnia Arakne Mediterranea, un gruppo di artisti, studiosi e ricercatori che si propongono di diffondere e far conoscere le tradizioni, le danze, gli usi e i costumi della terra salentina.
Un'occasione festosa per l'inaugurazione di questa seconda edizione della rassegna che prosegue poi con altri appuntamenti fra i quali l'Ulisse di Igor Chierici e Luca Cicolella e Die Mauer di Eutopia Ensemble, concerto concepito in occasione del trentennale della caduta del muro di Berlino. In un momento storico nel quale si ricomincia tristemente a parlare di innalzare nuovi muri, è il tema del "dialogo" quindi a guidare le principali scelte per la programmazione di questa seconda edizione: dialogo fra culture, dialogo fra generazioni, dialogo come unica possibilità per superare egoismi, conflitti e confini nei quali la civiltà occidentale sembra oggi sempre più spinta dalla paura a rinchiudersi, nell'illusione di poter così preservare i propri privilegi. Tutto ciò sul palcoscenico di un teatro che, collocato dietro le mura di un carcere ma aperto alla città, acquista così una sempre più forte valenza simbolica.
I titoli in programmazione nella sezione teatrale, oltre al tema del dialogo, come per "Antropolaroid" di Tindaro Granata, "Dialogo" di Mauro Simone e "La Classe" di Voci erranti, mettono al centro della loro ricerca anche e soprattutto il fenomeno dell'immigrazione, come accade per "Profughi da tre soldi" della Compagnia Scatenati e "Italiani Cincali" di Mario Perrotta. Altre importanti novità vanno a completare questa seconda edizione: alcune culturali, come la tavola rotonda organizzata in concomitanza con il concerto Die Mauer / Il Muro che, prendendo spunto dalla caduta del muro di Berlino, propone una riflessione sul tema dell'integrazione; altre di tipo organizzativo, come ad esempio la possibilità di acquistare una card per assistere a più spettacoli ad un prezzo scontato.
La rassegna Voci dall'Arca, finanziata dalla Compagnia di San Paolo e con il sostegno della Regione Liguria, dal Comune di Genova e dell'Otto per mille della Tavola Valdese, è stata realizzata in collaborazione con la Direzione della Casa Circondariale di Genova - Marassi e consolida la collaborazione con il Teatro Nazionale di Genova, l'Istituto Vittorio Emanuele II- Ruffini, le Associazioni Fuoriscena, Echo Art ed Eutopia Ensemble. Per assistere agli spettacoli programmati al Teatro dell'Arca è obbligatoria la prenotazione online da effettuare entro tre giorni dall'evento sul sito: www.teatronecessariogenova.org.
reggiotoday.it, 2 ottobre 2019
Si discuterà di carcere, Costituzione e speranza nella sala conferenze di Palazzo Alvaro nei prossimi 4 e 5 ottobre nel convegno dal titolo "Eppur si muove". La prima giornata si aprirà alle ore 15 con parte introduttiva a cura di Armando Veneto avvocato e presidente del Consiglio delle Camere penali. La prima sessione ha come titolo "Ieri, oggi, domani. Un bilancio sulla riforma e sullo stato attuale della penalità penitenziaria".
Ad intervenire: Fabio Gianfilippi, Riccardo Polidoro, Rita Bernardini, Carmelo Occhiuto a coordinare questa prima parte il magistrato del tribunale di Reggio Calabria Fabrizio Forte. "Fiato alla speranza: L'ergastolo ostativo e il dialogo tra le Corti" il tema della seconda sessione che partirà alle 17,15. Interverranno Davide Galliani, Marcello Bortolato, Roberto Lucisano, Roberto Piscitello, coordinerà l'incontro Gianpaolo Catanzariti avvocato, responsabile nazionale Osservatorio carcere Unione delle Camere penali italiane.
Sabato 5 ottobre dalle 9 alle 13 la seconda giornata con la parte introduttiva tenuta da Mariarosaria Guglielmini, magistrato e segretario generale Md. Inizio della terza sessione previsto alle 9,30 su tema " Una penalità da rieducare. Carcere e risocializzazione", a cura di Arturo Capone, Francesca Vianello, Gioacchino Criaco, Gemma Tuccillo con il contributo di Lucia Castellano, sessione coordinata da Cinzia Barillà magistrato Corte di Appello di Reggio Calabria. "Le emergenze del carcere e il carcere dell'emergenza" si svolgerà a partire dalle 11, protagonisti della sessione conclusiva: Elisabetta Zamparutti, Mauro Palma, Alessio Scandurra.
Il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Gaetano Calogero Paci coordinerà la quarta sessione di lavori. Le conclusioni saranno affidate a Gian Domenico Caiazza e Riccardo De Vito, Gianpaolo Catanzariti avvocato, responsabile nazionale Osservatorio carcere Unione delle Camere penali italiane, coordinerà la parte finale del convegno. L'evento è in corso di accreditamento per la formazione degli avvocati. Per contatti e iscrizioni:
chiesadimilano.it, 2 ottobre 2019
"Fragilità psichiche e carcere: imparare ad avvicinare e accompagnare autori di reato con patologie psichiatriche". Da sabato 12 ottobre (ore 9, piazza San Fedele 4) il corso per volontari penitenziari promosso da Sesta Opera San Fedele onlus. È dedicato al trattamento delle fragilità psichiche in carcere il ciclo di incontri che Sesta Opera San Fedele onlus, associazione di volontariato penitenziario, promuove in collaborazione con l'Area Carcere e Giustizia di Caritas Ambrosiana e Seac (Coordinamento nazionale enti e associazioni di volontariato penitenziario).
Gli incontri si terranno a partire da sabato 12 ottobre fino a sabato 16 novembre (Sala Ricci, piazza San Fedele 4, dalle ore 9-12.30; no sabato 3 novembre) con l'intervento di esperti, magistrati, psicologi e responsabili delle attività di volontariato. Un'occasione aperta a tutti, per approfondire i temi dell'amministrazione della giustizia e del disagio in carcere.
"Un tema spinoso ma purtroppo sempre più diffuso negli istituti penitenziari", ha sottolineato il Presidente di Sesta Opera, Guido Chiaretti. Il quadro della situazione verrà presentato sabato 12 ottobre da Pietro Buffa, Direttore del Prap Lombardia, e da Tiziana Valentini, coordinatrice degli psicologi che operano nelle carceri milanesi dell'Uos Psicologia Settore Penitenziario dell'Ospedale Santi Paolo e Carlo. Il trattamento e la presa in carico delle persone con fragilità in carcere e nelle misure alternative saranno illustrati sabato 19 ottobre da Giovanna Di Rosa, Presidente Tribunale di Sorveglianza di Milano, insieme a Cosima Buccoliero, Direttore del Carcere di Bollate e del Beccaria, e da Severina Panarello, Direttore Uiepe Lombardia.
Sabato 26 ottobre le esperienze di disagio e rischio suicidario e i diritti alle cure saranno al centro degli interventi di Elisabetta Palù, Vice Direttore carcere di San Vittore, di Roberto Bezzi, Responsabile Area educativa del carcere di Bollate, e di Francesco Maisto, Garante dei detenuti di Milano. Modalità di accompagnamento e di inclusione sociale di detenuti con problemi psichiatrici e il ruolo del Terzo settore saranno invece illustrati sabato 9 novembre, con la partecipazione di Luca Mauri della Cooperativa A&I, responsabile del progetto "Sulla Soglia" che da anni si avvale di un team multidisciplinare, e di vari responsabili delle attività di Sesta Opera.
Infine, sabato 16 novembre verranno proposti criteri, atteggiamenti, metodi e strumenti per avvicinare, incontrare e accompagnare i detenuti. L'iscrizione al corso (50 euro) potrà essere effettuata direttamente sabato 12 ottobre, prima dell'inizio dell'incontro. Per ulteriori informazioni è possibile contattare, da lunedì a venerdì (ore 9.30- 12.30) Sesta Opera San Fedele (tel. 02.863521) oppure scrivere a:
di Susanna Ronconi
Il Manifesto, 2 ottobre 2019
Dal totale fallimento dell'approccio determinato dalle Convenzioni internazionali nel gestire e governare il fenomeno alla sparizione di queste evidenze in fase di rilancio della strategia Onu, un convegno a Roma per fare il punto. Il recente meeting del Segmento ad Alto Livello della Commission on Narcotic Drugs (Cnd) del marzo 2019 ha posto, in maniera anche più evidente di sempre, la spinosa e irrisolta questione della valutazione delle politiche globali sulle droghe.
Da un lato l'evidenza - nelle cifre fornite dalle stesse fonti istituzionali nonché dagli interventi di molti degli stati membri e delle organizzazioni della società civile - del totale fallimento dell'approccio determinato dalle Convenzioni internazionali nel gestire e governare il fenomeno, dall'altro lo sfarinarsi, fino alla sparizione dal discorso politico, di queste evidenze in fase di rilancio della strategia Onu sulle droghe. La potente inerzia della risposta politica globale ai fenomeni del consumo di droghe, su cui vivono di rendita interi sistemi di potere, economici e geopolitici, continua a riproporre il tema del dialogo tra ricerca (per la valutazione dell'impatto e dei risultati) e politica, e l'esito appare scoraggiante.
Il nodo non è certo tecnico, le politiche pubbliche si possono valutare ed esistono modelli soddisfacenti per farlo, ma è decisamente politico: perché, stando sul livello globale, è evidente che una seria valutazione degli esiti non direbbe solo e tanto che le strade intraprese non portano agli obiettivi prefissati, ma finirebbero con il mettere in discussione gli obiettivi stessi. Quel "mondo senza droghe" della war on drugs finirebbe sotto processo come obiettivo strategico della politica globale ben più dei fallimenti tattici per (non) raggiungerlo. Questo temono i difensori dello status quo, a prescindere dai drammatici costi umani, economici e di giustizia sociale che sono sotto gli occhi di tutti. Ed è proprio questo che sa il movimento per la riforma delle drug policy che sulla valutazione continua a puntare, come ben evidenziato, per esempio, sia dalle iniziative di valutazione indipendente (come il Rapporto ombra curato da Idpc in occasione di Vienna 2019) che dal rilancio dell'approccio di valutazione basato sul rispetto dei diritti umani e ancorato agli obiettivi Onu dell'Agenda 2030. Accade così anche in Italia. Anzi peggio, perché noi non abbiamo nemmeno un Piano d'azione nazionale sulle droghe da valutare (quello di Giovanardi e Serpelloni risale al 2010, mai approvato dalle Regioni e mai riscritto) e l'inerzia è ormai cristallizzata da una indifferenza della politica mai vista prima.
I dati contenuti nella Relazione annuale al Parlamento non sono, agli occhi di un decisore politico, uno strumento utile per capire quale direzione si debba prendere: ci sono dati di processo (cosa si fa), elementi di conoscenza del fenomeno del tutto parziali, e nessun indicatore di risultato e tanto meno di impatto (cosa cambia e in che direzione cambia). Anche da noi, sono ricerche indipendenti quelle che cercano risposte a questo vuoto: l'annuale Libro Bianco, per esempio. Serve uno scatto, su questo terreno.
Lunedì 7 ottobre, un gruppo di associazioni cercherà di fare un passo avanti, si troverà a Roma per discutere di valutazione delle politiche sulle droghe e offrire ai politici una sponda razionale per ripensarle. L'appuntamento è a Roma alle ore 15.00 presso la Sala di Santa Maria in Aquiro in Piazza Capranica 72(iscrizione gratuita ma obbligatoria entro venerdì 4 ottobre alle 12 su fuoriluogo.it). Una occasione - fornita dal progetto europeo Civil Society Forum on Drugs Project, partner italiano del Forum Droghe - per chiamare la politica ai suoi compiti e, insieme, per offrire quel vasto patrimonio di sapere che il movimento di riforma, nazionale e globale, ha accumulato. E che sarebbe davvero ora di investire.
di Flora Casalinuovo
Donna Moderna, 2 ottobre 2019
Pronunciandosi sul caso Dj Fabo, la Consulta ha stabilito che aiutare una persona a morire non è reato. "Ma non significa aver legalizzato il suicidio assistito" spiega il medico Vito Di Piazza. "Ogni caso farà a sé. In attesa di una legge che ancora manca.
Aiutare chi sceglie il suicidio assistito, in molti casi, non sarà più reato. Lo ha deciso la Corte Costituzionale, che è intervenuta nei giorni scorsi sul caso Marco Cappato. Il leader dell'Associazione Luca Coscioni aveva accompagnato in Svizzera Dj Fabo, cieco e tetraplegico, e per questo rischiava 12 anni di carcere. Abbiamo chiesto a Vito Di Piazza, medico primario a Udine e coautore del libro Vivere e morire con dignità (Nuova Dimensione) di commentare la sentenza.
"Dire che da oggi la "dolce morte" diventerà possibile è un errore. È come ammettere di essere arrivati a un traguardo dopo aver fatto pochi passi. Perché la Consulta, nel pronunciarsi sul caso di Marco Cappato, prima di tutto ha messo dei paletti: il malato deve essere in una condizione irreversibile, senza speranze di guarigione, ma lucido e consapevole della sua decisione. Il suicidio assistito deve avvenire in una struttura pubblica e previo parere di un comitato etico territoriale. Proprio su questi 2 ultimi aspetti nutro dei dubbi. I nostri ospedali difficilmente saranno pronti a questa pratica e tanti medici invocheranno l'obiezione di coscienza. I comitati etici, poi, non sono ovunque e non sempre sapranno decidere in tempi brevi. Per ora, quindi, ogni caso sarà una storia a sé e pazienti e famiglie dovranno sopportare un calvario di dubbi e dolore. La verità, infatti, è che il tema del fine vita fa paura e molti medici liquidano l'argomento in corridoio, invece di parlarne con empatia e accompagnare malato e parenti verso una fine dignitosa, in cui la libertà del singolo è più importante di tutto.
La Corte Costituzionale, poi, ha chiamato il Parlamento a decidere sul tema (in Italia manca ancora una norma sul fine vita, ndr). Ma io che lavoro in corsia da anni non credo che vedrò presto questa legge. Parole come eutanasia e suicidio assistito sono un campo minato in questo Paese. La prova è proprio la norma sul testamento biologico, entrata in vigore quasi 2 anni fa. In questo tempo, non ho mai avuto un paziente che lo abbia redatto.
Pochi sanno della sua esistenza, non tutti i registri comunali o ospedalieri (dove depositare il modulo con le proprie volontà, ndr) sono pronti. Eppure sarebbe un passo avanti per la dignità di chi non ha più speranze: dichiarando di non volere trattamenti salvavita come idratazione e alimentazione, un paziente sarebbe staccato dalle macchine e accompagnato alla fine con la sedazione profonda. Senza bisogno di eutanasia".
di Elisa Saccullo
Quotidiano di Sicilia, 2 ottobre 2019
Grazie a un'intensa campagna di sensibilizzazione, l'istituto ha ricevuto in dono quattrocento volumi. Importante iniziativa culturale promossa dalla Casa circondariale di Piazza Armerina. La Casa circondariale, in concomitanza con la settimana nazionale dedicata alla promozione della lettura "Io leggo perché..." ha messo in campo tutta una serie di iniziative con l'obiettivo di rilanciare le attività risocializzanti e culturali.
Tra i primi progetti avviati c'è la riapertura della Biblioteca carceraria, con una campagna per l'incremento dei volumi grazie alle donazioni di privati e di associazioni. Tramite l'impulso dato dalla direzione, più di quattrocento nuovi volumi di narrativa, testi didattici e testi in lingua straniera hanno arricchito, raddoppiandone la consistenza, la dotazione della biblioteca.
Due detenuti, che svolgono attività a titolo volontario, hanno sistemato e catalogato i nuovi libri, distribuendoli ai detenuti che ne hanno fatto richiesta. La geografia degli istituti penitenziari assegna alla Casa circondariale il compito di svolgere attività di risocializzazione e, per questo, si stanno allestendo alcuni ambienti per creare aule didattiche e laboratori. Una volta terminata la ristrutturazione, anche la biblioteca sarà ospitata in un nuovo più ampio locale, per consentire ai detenuti che ne faranno richiesta di accedervi per scegliere i libri da chiedere in prestito.
Un libro va guardato, toccato, sfogliato e solo dopo comprato o preso in prestito. E la valorizzazione della biblioteca rappresenta una grandissima opportunità per i detenuti, che grazie alla lettura possono crescere culturalmente ed eticamente. L'attività della Casa circondariale, però, non si ferma soltanto a questo. Grazie agli operatori della Caritas, è ripresa nei giorni scorsi, quest'anno con il supporto della regista Samantha Intelisano, l'attività teatrale con l'obiettivo di mettere in scena, nei prossimi mesi, una rappresentazione aperta al pubblico esterno. Tutto con lo scopo di creare un dialogo con la società esterna e attenuare l'isolamento del carcere.
di Gad Lerner
La Repubblica, 2 ottobre 2019
La politica dei due tempi non ha mai funzionato: né in economia meno che mai sui diritti civili. Vi ricordate? Li chiamavamo Generazione Balotelli, quei minorenni che pur essendo italiani di fatto restavano privi di cittadinanza. Ebbene, nel frattempo Super Mario ha raggiunto la bella età di 29 anni ma ancora la stiamo aspettando, quella benedetta legge. Il perché si riassume nella sindrome che sembrerebbe attanagliare pure l'attuale governo: "Non vorrete mica fare un favore a Salvini e a Meloni?". Si resta fermi così da oltre un decennio.
Con la sinistra che ha paura di fare la cosa giusta e la rinvia a un futuribile momento propizio, salvo poi recriminare per l'occasione perduta. I Cinque Stelle che per loro natura scelgono di non scegliere, perché la cittadinanza ai figli degli stranieri sarà pure una scelta di civiltà, ma resta argomento "divisivo". E la destra che minaccia e gongola.
Possibile che debba finire così anche stavolta? Giovedì arriva in commissione Affari costituzionali un disegno di legge denominato "ius culturae" perché condiziona il rilascio della cittadinanza al compimento di un intero ciclo scolastico; e già suscita preoccupazione che a firmarlo sia una pericolosa estremista che risponde al nome di Laura Boldrini. Dalla Farnesina il ministro Luigi Di Maio si affretta a dichiarare: "Credo che oggi non sia una priorità".
E Matteo Renzi, appena fuoriuscito dal Pd, lo asseconda: "Se non ci sono i numeri, perché i Cinque Stelle non ci stanno, prendiamone atto. Ma non trasformiamolo in un tormentone". È lo stesso Matteo Renzi che pochi mesi fa accusava il suo successore a Palazzo Chigi, Paolo Gentiloni, di essere sfuggito al voto parlamentare sullo "ius soli".
Ma prima ancora, è lo stesso Matteo Renzi che il 14 giugno 2014, dopo la vittoria trionfale delle Europee, parlando dal palco dell'assemblea nazionale del Pd con issato alle spalle un 40,8% scritto a caratteri cubitali, prometteva solennemente: "A settembre lo ius soli sarà legge". Bastò l'esitazione di un Alfano a fargli fare retromarcia. Finalmente la segreteria del Pd sembrerebbe compatta nel dichiarare che è la volta buona: la riforma s'ha da fare.
Ma ecco s'avanza la deputata Messia Morani che propone di rinviarla al giugno 2020: "Lo ius culturae è un provvedimento sacrosanto - premette - ma parlarne ora è un errore, il Paese è troppo diviso". Quale miracolo dovrebbe compiersi affinché fra nove mesi, invece, il riconoscimento della italianità dei figli di immigrati residenti da un congruo numero di anni, al termine della scuola dell'obbligo, passi sul velluto?
Quanti ulteriori atti di eroismo dovranno compiere degli altri Adam e Ramy, i bambini della scuola Vailati di Crema che scongiurarono il dirottamento di un autobus, perché Salvini e Meloni digeriscano la "concessione" di un diritto già vigente in molti Paesi europei?
La sindrome paralizzante del "non facciamo un favore a Salvini e a Meloni" è l'ultima declinazione di uno dei più ricorrenti errori della sinistra italiana alle prese con scelte di natura riformista: la politica dei due tempi. Prima dimostriamo che siamo capaci di governare i flussi migratori, limitando il numero degli arrivi. Prima facciamo i respingimenti. Prima acceleriamo la scrematura di chi non ha diritto all'accoglienza.
E solo poi, in un secondo tempo, dopo aver dimostrato che anche noi sappiamo fare la faccia cattiva, ci potremo permettere il lusso di varare provvedimenti di integrazione/naturalizzazione degli stranieri residenti. Quand'anche si tratti di bambini privi di legami con i Paesi d'origine dei genitori. Aspetta e spera. Solo che la politica dei due tempi non funziona mai, né in economia né tanto meno in materia di diritti civili. Affonda le speranze riformiste e finisce per allargare i consensi elettorali della destra che pretenderebbe di contrastare.
I fratelli minori della Generazione Balotelli continuano a subire l'umiliazione di chi vorrebbe sentirsi cittadino come gli altri ma finisce nel tritacarne delle lungaggini burocratiche: lo raccontava ieri a Repubblica la campionessa di arte marziale taekwondo, Alessia Korotkova, costretta a ritirarsi dalle competizioni perché da maggiorenne, per indossare la maglia azzurra, devi per forza avere la cittadinanza. I nostri figli, a scuola, hanno smesso da tempo di considerarsi diversi per cittadinanza o per colore della pelle. Possibile che il governo resti incapace di accompagnarne il cammino?
P.S. L'autore di questo articolo è immigrato in Italia che aveva tre anni ed è rimasto apolide fino all'età di trent'anni.
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 2 ottobre 2019
"I leader mondiali non hanno agito contro i veri responsabili", commenta con amarezza Hatice Cengiz la compagna turca del giornalista saudita, assassinato e fatto a pezzi nel consolato dell'Arabia Saudita a Istanbul. Hatice Cengiz non trova pace. La società civile internazionale è dalla sua parte ma si sente tradita. "I leader mondiali non hanno agito contro i veri responsabili", commenta con amarezza la promessa sposa di Jamal Khashoggi, assassinato e fatto a pezzi un anno fa nel consolato dell'Arabia Saudita a Istanbul. Lei fu l'ultima che lo vide varcare la porta dalla quale il giornalista saudita non sarebbe più uscito vivo. Cengiz da giorni sottolinea che non lascia dubbi il rapporto della relatrice speciale dell'Onu Agnes Callamard. Fa riferimento a "prove credibili" sulle responsabilità del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (MbS) nell'operazione per far tacere Khashoggi, in un modo o nell'altro. Cengiz sa anche che i centri per i diritti umani hanno più volte chiesto giustizia per il giornalista che dalle pagine del Washington Post e altri media non esitava, quando necessario, a criticare apertamente la monarchia saudita. Per questo il reporter aveva deciso di vivere in un esilio autoimposto negli Stati Uniti. Ma queste voci seppur importanti non possono bastare a chi, come lei, ha sete di verità.
Khashoggi non era un oppositore accanito della famiglia Saud ma aveva la "colpa" di aver condannato le presunte riforme proposte da MbS. A segnare il suo terribile destino è stata anche la vicinanza al movimento dei Fratelli musulmani, nemico del regime saudita. Cosa sia accaduto un anno fa solo sanno tutti, anche il Congresso Usa e la Cia. Ma l'evidenza si scontra con il muro del silenzio eretto dall'uomo più potente del mondo, Donald Trump. Il presidente Usa si è anche rifiutato di ricevere Cengiz quando chiese al Congresso verità per il suo Jamal. Trump ha messo al primo posto gli affari del petrolio e le decine di miliardi di dollari che l'Arabia saudita spende ogni anno in armi di fabbricazione statunitense. E ha salvato il rampollo reale e l'Arabia saudita, uno dei principali paesi che violano i diritti umani e civili, delle donne, della stampa, e responsabile da oltre quattro anni di pesanti bombardamenti aerei in Yemen. Per Washington, gli Stati sono "canaglia" solo se nemici degli Usa. Solo chi è in malafede come Trump può credere alle parole di MbS che, in una recente intervista, ha proclamato la sua estraneità all'uccisione di Khashoggi. Non si può avere fiducia nella giustizia saudita e nel processo in corso a Riyadh, dove sono state chieste cinque condanne a morte per altrettanti esponenti di secondo piano dell'entourage del principe ereditario. Pagheranno loro le colpe di altri.
"Jamal mi disse solo: aspettami qui fuori, ci vediamo tra poco. Mi consegnò il cellulare per evitare che potesse essere spiato", ricorda Cengiz. Furono le ultime parole che il giornalista pronunciò prima di entrare nel consolato saudita per ritirare i documenti necessari per il loro matrimonio. Di lui si sono perse le tracce, i suoi resti non sono mai stati ritrovati. Intercettazioni telefoniche arrivate nelle mani delle autorità turche, dimostrano che la sede diplomatica si trasformò in macelleria. Dopo aver strangolato il giornalista, i suoi carnefici lo fecero a pezzi e lo sciolsero nell'acido. Turan Kislakci, presidente dell'associazione della stampa arabo-turca e amico di Khashoggi, ha riferito che la pericolosità di MbS era nota ma mai il giornalista si sarebbe aspettato che "una cosa del genere potesse accadere in Turchia".
Le indagini condotte da Ankara portarono quasi subito all'identificazione di 15 persone, giunte a Istanbul prima dell'appuntamento del giornalista e ripartite subito dopo la sua uccisione. La richiesta di estradizione dei sospetti non è mai stata accolta. Dopo più di due settimane di tentativi maldestri di deviare le indagini, il 19 ottobre Riyadh ammise che Khashoggi era stato ucciso all'interno del consolato da un gruppo di uomini ma ancora oggi nega qualsiasi responsabilità della casa reale. Le settimane successive furono dense di rivelazioni. La Cia, grazie ad intercettazioni di conversazioni telefoniche di MbS e i suoi stretti collaboratori, ha messo a disposizione di Trump un rapporto inequivocabile sulle responsabilità dell'erede al trono saudita. La Casa Bianca ha chiuso gli occhi davanti ad ogni evidenza. Lo stesso hanno fatto gli Stati europei, comprati dai petrodollari dei Saud, buoni alleati dell'Occidente e ora anche di Israele.
MbS dopo qualche mese di purgatorio, è stato riaccolto a braccia aperte dalla "comunità internazionale". La Turchia continua a reclamare giustizia ma l'impegno del "sultano" Erdogan appare il frutto più della rivalità tra Ankara e Riyadh che di un sincero desiderio di verità. In un comunicato congiunto, 20 organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty, chiedono che sia strappato il velo del silenzio sull'assassinio di Jamal Khashoggi.
di Alessandra Colarizi
Il Manifesto, 2 ottobre 2019
Nel giorno che celebra la nascita della Repubblica popolare cinese nell'ex colonia sono state ferite circa 50 persone, 180 gli arrestati. Tutto era stato preparato nei minimi dettagli: la parata militare più imponente di sempre; la festosa sfilata in piazza Tian'anmen con i simboli del miracolo economico; il rituale appello all'unità nazionale e alla "riunificazione pacifica alla madrepatria". E invece il 70° anniversario della Repubblica popolare sarà probabilmente ricordato per gli scontri violenti andati in scena a Hong Kong, dove da giugno la popolazione protesta contro l'ingerenza cinese e l'erosione dell'autonomia promessa nel 1997 al momento dell'handover.
A nulla sono servite le misure di sicurezza preventive dispiegate in mattinata per assicurare il pacifico svolgimento dei festeggiamenti, quest'anno organizzati al coperto, senza fuochi d'artificio, e presieduti dal capo segretario Matthew Cheung in sostituzione della governatrice Carrie Lam, convocata in extremis a Pechino per le celebrazioni. Dopo una prima marcia pacifica nel centro di Hong Kong Island, nel pomeriggio di martedì nuovi disordini si sono verificati tanto a Causeway Bay e Admiralty, sede degli uffici governativi, quanto a Kowloon e nei Nuovi Territori, dove la polizia ha fronteggiato alcuni manifestanti armati di bombe Molotov con lacrimogeni, cannoni ad acqua e, per la prima volta, persino colpi d'arma da fuoco, fino a ieri diretti solo verso l'alto. Secondo quanto confermato dalla polizia, nel sobborgo di Tsuen Wan un ragazzo è stato colpito al petto da un proiettile mentre tentava di aggredire un agente con una spranga di ferro. Il diciottenne, ricoverato presso il Princess Margaret Hospital, è in condizioni gravi ma non in pericolo di vita.
Sarebbero almeno sei i colpi sparati dagli agenti in varie parti della città, stando a quanto riportato dalla stampa locale. Il bilancio provvisorio è di circa 50 feriti, compresi alcuni poliziotti attaccati con un liquido corrosivo. Oltre 180 sono le persone arrestate in relazione a violenze commesse in 13 distretti. Da tempo, a Hong Kong, la ricorrenza del 1 ottobre rappresenta un'occasione per protestare contro il soffocante abbraccio della madrepatria. Ma quest'anno il tentativo di introdurre una legge che - se approvata - avrebbe compromesso l'indipendenza giudiziaria dell'ex colonia britannica ha fatto lievitare il malcontento popolare a un nuovo massimo storico.
Dopo mesi di marce pacifiche e scontri violenti il provvedimento è stato formalmente ritirato, mentre il governo locale ha provveduto a riallacciare il dialogo con i cittadini promettendo misure volte a rilanciare la mobilità sociale e ridurre il costo della vita, arrivando persino a ventilare l'introduzione di riforme politiche una volta ristabilito l'ordine. Una proposta a cui ieri i manifestanti hanno risposto esponendo le cinque dita della mano. Cinque come le richieste finora disattese, prima tra tutte l'avvio di un'indagine sull'operato della polizia e l'introduzione del suffragio universale per cui si erano battuti invano gli Ombrelli nel 2014.
Il visibile affanno dell'amministrazione locale rende oggi l'intervento diretto di Pechino un'ipotesi non più così remota. Avviando le celebrazioni, nella giornata di ieri il presidente cinese Xi Jinping ha promesso "prosperità e stabilità" sotto il motto "un paese due sistemi", riaffermando però la necessità di tutelare la sovranità nazionale. Un monito reso più minaccioso dal recente assembramento di nuovo personale militare nella regione amministrativa speciale. Secondo Reuters, al momento Pechino manterrebbe in loco la forza attiva più massiccia di sempre se ai membri dell'esercito regolare si somma il personale della Polizia armata del popolo, corpo armato controllato direttamente da Xi con funzioni antisommossa.
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