asianews.it, 2 ottobre 2019
La decisione rientra nelle iniziative di pace promosse dall'Onu nel quadro dell'accordo di Stoccolma. Fra questi vi sarebbero anche 42 sopravvissuti a un raid aereo della coalizione filo-saudita contro una prigione a Dhamar. Le due parti si sono impegnate a rilasciare circa 7mila detenuti. I ribelli Houthi in Yemen hanno deciso di rilasciare, in modo unilaterale, almeno 290 detenuti. È quanto annunciano gli operatori del Comitato internazionale della Croce rossa (Cicr), secondo i quali la decisione nasce all'interno delle iniziative di pace promosse dalle Nazioni Unite per un Paese da oltre quattro anni in guerra. Fra questi vi sarebbero anche 42 sopravvissuti a un raid aereo contro una prigione a Dhamar, nella parte occidentale del paese, il mese scorso, in cui sono morte oltre 100 persone. A sferrare l'attacco sarebbe stata la coalizione araba a guida saudita, che sostiene il governo dello Yemen riconosciuto a livello internazionale.
L'inviato speciale Onu auspica che il passo compiuto dai ribelli filo-iraniani possa fungere da viatico al rilascio di altri prigionieri su entrambi i fronti. Difatti la liberazione di prigionieri rientra nel processo di pace promosso dalle Nazioni Unite per mettere fine al conflitto. L'accordo - raggiunto in Svezia a dicembre con la mediazione Onu - ritiene prioritario lo scambio di prigionieri tra gli Houthi, che controllano Sana'a e gran parte dello Yemen occidentale, e il governo yemenita sostenuto sul piano militare da una coalizione formata nel marzo 2015 dall'Arabia Saudita.
Ieri Abdul Qader al-Murtada, capo del Comitato Houthi per gli affari dei prigionieri, aveva annunciato il rilasciato 350 detenuti nel corso della giornata, tra cui tre cittadini sauditi. "L'iniziativa - afferma - mostra la nostra credibilità nell'applicare l'accordo svedese e invitiamo la controparte a compiere un passo analogo". Le due parti si sono impegnate a rilasciare circa 7mila detenuti, ma l'attuazione di questa promessa è lenta a concretizzarsi. La Cicr non ha voluto fornire particolari dettagli sull'identità dei detenuti, oltre al riferimento ai sopravvissuti all'attacco di Dhamar. "Il rilascio - spiegano in una nota - è un passo positivo che darà nuova linfa all'iter dei rilasci, del trasferimento e del rimpatrio di detenuti legati al conflitto" nel quadro degli accordi di Stoccolma.
"Invito le parti a incontrarsi - ha sottolineato l'inviato speciale Onu per lo Yemen Martin Griffiths - alla prima opportunità e di riprendere le discussioni su un futuro scambio di prigionieri". L'annuncio degli Houhi è giunto a un giorno di distanza dall'uccisione di oltre 200 combattenti filo-sauditi e alla cattura di altri 2mila, nel contesto di un attacco sferrato nella provincia di Najran, lungo il confine con il regno wahhabita. La guerra in Yemen divampata nel 2014 come conflitto interno fra governativi filo-sauditi e ribelli sciiti Houthi vicini all'Iran, degenerato nel marzo 2015 con l'intervento della coalizione araba guidata da Riyadh, ha fatto registrare oltre 90mila vittime, fra civili e combattenti. Per l'Onu il conflitto ha innescato "la peggiore crisi umanitaria al mondo", circa 24 milioni di yemeniti (l'80% della popolazione) necessitano di assistenza umanitaria e l'emergenza colera preoccupa ancora. I bambini soldato sarebbero circa 2500 e la metà delle ragazze si sposa prima dei 15 anni.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 2 ottobre 2019
Tre "terroristi di al-Shabaab" uccisi da un attacco aereo statunitense in Somalia nel marzo 2019 erano contadini senza alcun collegamento col gruppo armato. Lo ha rivelato un'indagine, resa pubblica ieri, di Amnesty International che ha anche accusato il Comando militare Usa in Africa (Africom) di non aver contattato i familiari di una delle tre vittime dopo che, a maggio, era emerso chiaramente che questa era un civile. I tre uomini avevano complessivamente 19 figli.
Ecco i fatti. Tra le 15 e le 16 del 18 marzo 2019 un attacco aereo statunitense colpì un suv Toyota Surf nei pressi del villaggio di Abdow Dibile, a cinque chilometri di distanza da Afgoye, nella regione del Basso Shabelle. A bordo c'erano tre uomini di ritorno dal lavoro nei campi. L'impatto distrusse il veicolo uccidendo all'istante l'uomo alla guida, Abdiqadir Nur Ibrahim (46 anni), e Ibrahim Mohamed Hirey (30 anni). Il terzo passeggero, Mahad Nur Ibrahim (46 anni, fratellastro di Abdiqadir), morì in un ospedale di Mogadiscio dopo un'agonia di tre mesi per, secondo il referto ufficiale, arresto cardiaco a seguito di setticemia, con oltre il 50 per cento del corpo ustionato. Non vi sono prove che Africom abbia cercato di mettersi in contatto con lui durante il ricovero.
Il 19 marzo Africom diffuse un comunicato nel quale descriveva le vittime come "tre terroristi", senza fornire alcuna prova. Il comunicato proseguiva affermando che "Africom [era] a conoscenza di notizie riguardanti vittime civili" e avrebbe esaminato ogni informazione al riguardo. A maggio un giornalista di "Foreign Policy" ha informato Africom che Ibrahim Mohamed Hiray era un civile e ha fornito i contatti della sua famiglia, che finora non è mai stata chiamata. Ad agosto Amnesty International ha messo a disposizione di Africom ulteriori prove, ma il comando militare ha rifiutato di smentire che i tre civili fossero "terroristi":
"Quell'attacco aereo è stato condotto contro militanti di basso rango di al-Shabaab (...) Le informazioni raccolte prima e dopo l'attacco indicano che tutte le persone ferite o uccise erano membri o affiliati di al-Shabaab". Africom non ha mai modificato la sua posizione iniziale rispetto a tutti i casi che Amnesty International ha finora sottoposto alla sua attenzione. Sull'attacco aereo del 18 marzo Amnesty International ha intervistato 11 persone, direttamente o da remoto: familiari delle vittime, persone recatesi sul posto e personale di Hormuud Telecom, l'azienda in cui lavorava uno dei tre deceduti. L'organizzazione per i diritti umani ha poi esaminato articoli di stampa, dichiarazioni dell'amministrazione Usa, la documentazione relativa all'acquisto del veicolo, carte d'identità, referti medici e fotografie del luogo dell'attacco e dei corpi delle vittime. Tutte le persone con cui Amnesty International ha parlato hanno escluso categoricamente che i tre uomini fossero membri di al-Shabaab. Lo stesso gruppo armato non ha impedito ai familiari di recuperare e seppellire i resti delle vittime, cosa che generalmente non accade se le vittime sono suoi militanti.
Le dichiarazioni di Africom sull'attacco del 18 marzo e la successiva corrispondenza con Amnesty International sollevano forti dubbi sulla qualità della raccolta d'informazioni d'intelligence e sulla decisione di colpire "affiliati" di al-Shabaab. Si potrebbe essere di fronte a una violazione del diritto internazionale umanitario. In un rapporto diffuso il 20 marzo 2019, l'organizzazione aveva già contestato l'affermazione di Africom secondo cui le sue operazioni militari avevano causato "zero vittime" tra la popolazione civile somala. Appena due settimane dopo, Africom aveva ammesso che il rapporto di Amnesty International aveva reso necessario riconsiderare il numero delle vittime civili. Sei mesi dopo, non c'è ancora alcuna novità.
Gli attacchi aerei statunitensi in Somalia sono fortemente aumentati dall'inizio del 2017, quando il presidente Trump ha firmato un ordine esecutivo che dichiarava il sud della Somalia "zona di ostilità attive" (ne abbiamo recentemente parlato qui). Da allora, Africom ha condotto almeno 131 attacchi, con droni o aerei guidati. Quello di Abdow Dibile è uno dei 50 attacchi che Africom ha dichiarato di aver condotto da gennaio a metà settembre del 2019. Questo numero supera quello degli attacchi del 2018 (47) e degli ultimi nove mesi del 2017 (34).
di Stefano Massini
La Repubblica, 1 ottobre 2019
Scriveva Voltaire che il grado di civiltà di una nazione non si misura dai suoi palazzi, ma dalle carceri. Quanto è più vero oggi, ai tempi della politica online, disposta a tutto pur di conteggiare un'impennata di like: ci sono temi che attraggono l'opinione pubblica (ma dovrei dire la pubblica pancia) come il miele, ed è su quelli che insiste l'uomo politico del Terzo Millennio, quello che al comizio ha sostituito l'one man show.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 1 ottobre 2019
L'Unione delle camere penali italiane (Ucpi) ha proclamato cinque giorni di sciopero, dal 21 al 25 ottobre, per protestare contro l'imminente entrata in vigore (prevista il 1 gennaio 2020) della riforma che di fatto abroga la prescrizione dopo una sentenza di primo grado.
Una riforma, affermano gli avvocati penalisti, che rappresenta "una delle pagine più sciagurate della deriva populista e giustizialista del nostro paese, giacché afferma il principio, manifestamente incostituzionale, secondo il quale il cittadino, sia esso imputato che parte offesa del reato, possa e debba restare in balla della giustizia penale per un tempo indefinito, cioè fino a quando lo stato non sarà in grado di celebrare definitivamente il processo che lo riguarda".
La decisione della giunta Ucpi, presieduta da Gian Domenico Caiazza, di deliberare l'astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria per cinque giorni fa seguito al vertice sulla giustizia tenuto la scorsa settimana dalla nuova maggioranza M5S-Pd, dal quale è emersa un'intesa per riformare il processo penale entro la fine dell'anno, ma anche un no del Guardasigilli Alfonso Bonafede a modificare la riforma della prescrizione.
"Il ministro della Giustizia - sottolineano i penalisti - ha pubblicamente dichiarato che nessun intervento è previsto su quella norma, mentre il Pd ha formulato, sul punto, riserve assai blande, indeterminate nei contenuti e non di rado contraddittorie".
Dall'altro lato, "è manifestamente inverosimile il proposito, pure sorprendentemente avanzato dal ministro, di un intervento di riforma dei tempi del processo penale prima della entrata in vigore della riforma della prescrizione". "È chiaro a tutti gli addetti ai lavori, anche alla magistratura-concludono i penalisti - che l'entrata a regime di un simile, aberrante principio determinerebbe un disastroso allungamento dei tempi dei processi, giacché verrebbe a mancare la sola ragione che oggi ne sollecita la celebrazione". Da qui la decisione di scioperare contro la "bomba atomica" sul processo penale, così come la definì l'allora ministro Giulia Bongiorno, pur votando la riforma insieme a tutta la Lega.
di Lorenzo Guadagnucci
perunaltracitta.org, 1 ottobre 2019
Succede a San Gimignano che quindici agenti di Polizia penitenziaria siano indagati per una serie di presunti abusi sui detenuti: oltre che di minacce, lesioni aggravate e falso ideologico, sono accusati anche di tortura, in base alla legge approvata nel 2017. E succede a Monza che il Dap - il Dipartimento di amministrazione penitenziaria - allontani dal servizio a contatto coi carcerati quattro agenti dopo la denuncia di un detenuto che sostiene di essere stato preso a calci e pugni, in attesa che la magistratura decida se e come intervenire (anche qui si potrebbe ipotizzare il reato di tortura).
di Gigi Riva
L'Espresso, 1 ottobre 2019
C'è chi sceglie di non dire ai bambini la verità. Ma pure per gli altri avere un rapporto è molto difficile. Anche per le leggi che restano inapplicate. Marco si ricorderà per tutta la vita il giorno che con il padre simulò una partita di basket. Palleggi, passaggi e tiri in un canestro immaginario. Se lo ricorderà perché aveva dieci anni e da sei non vedeva il genitore.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 1 ottobre 2019
Proprio in questo momento, mentre leggete Repubblica e i vostri figli sono di là, o all'asilo, o al parco, un certo numero di loro coetanei si trova detenuto all'interno delle carceri italiane. Sì, detenuto. Al 31 agosto del 2019, infatti, nel sistema penitenziario sono reclusi 52 minori tra gli zero e i sei anni (talvolta fino ai 10), unitamente alle loro 48 madri.
di Massimo Krogh
Il Mattino, 1 ottobre 2019
Tra le riforme senza successo, quelle sulla giustizia hanno sicuramente il primato. Ora ne avanza un'altra, quella di portare la durata complessiva del processo ad un massimo di quattro anni. Ci vuol poco a prevedere un altro insuccesso; per parlare di penale, come in altre occasioni ho già detto, la responsabilità non può risalire ai magistrati, che lavorano con impegno e passione, ma al numero enorme di processi, spesso inutili, che il nostro sistema giudiziario produce con l'obbligatorietà dell'azione penale.
La quale interviene come supplenza alla inefficienza della pubblica amministrazione, una supplenza, peraltro, divenuta impropriamente stabile. Vi è poi da dire, fra le stranezze del nostro processo, che i molti reclami previsti dal legislatore come una garanzia, si trasformano in danno, poiché nella gestione concreta rendono il nostro processo una "lumaca" dannosa per tutti. Altra stranezza: vige il principio del libero convincimento del giudice, nato con la Rivoluzione Francese e da noi ereditato con il codice napoleonico.
Dovrebbe essere una garanzia, ma il risultato è che, con l'uso personale che ogni giudice può fare del proprio convincimento, lo stesso fatto può essere considerato per un giudice un reato e per un altro giudice un fatto penalmente irrilevante. In altre parole, il nostro servizio giudiziario privilegia la verità materiale, cioè quella reale, piuttosto che quella emergente dalle carte processuali. Tutto ciò produce un panorama molto variabile.
In questo contesto burocratico sommerso da incertezze, la Cassazione ha una funzione nomofilattica, cioè quella di assicurare la certezza del diritto attraverso l'uniformità della interpretazione normativa; ma è ovvio che i contrasti vi sono e viziano la funzione nomofilattica della Cassazione. Per evitare un ingresso nel merito, da parte della Corte di legittimità, nel 1988 si introdusse il criterio per cui il vizio di motivazione da introdursi nel ricorso per cassazione dovesse risultare dal testo stesso della sentenza impugnata.
Su questi temi si aprì un dibattito durato anni e alla fine, nel 2006, intervenne la modifica perla quale il vizio di motivazione potesse essere dedotto anche per incompatibilità della sentenza gravata con atti del processo (riforma Pecorella). Penso di non sbagliare affermando che nel nostro Paese il "male assoluto" sia la burocrazia, entrata insidiosamente anche nei codici e quindi nei processi; potrei citare molti articoli dei codici che si perdono in richiami di altri articoli in un circuito senza fine che rende possibile ogni giudizio diverso da un altro e che produce una confusione insostenibile.
Provate a leggere l'articolo 163 del codice penale, un labirinto sul come si può entrare o uscire dal carcere. Ancora, il ricorso per cassazione può farsi per "manifesta" illogicità. Perché manifesta, esiste forse la illogicità "occulta"? Ciò solo per segnalare la sovrabbondanza burocratica di cose inutili che rendono il servizio giudiziario una sorta di rebus bisognoso di continui chiarimenti e dunque di continue riforme, destinate all'insuccesso. Di qui la necessità di sempre nuove riforme, di qui il fallimento di ogni riforma e la proposizione di un'altra.
Non credo sia sbagliato affermare che il problema nasce e sopravvive per un difetto di cultura divenuto generazionale. La cultura non si promuove con le riforme. Naturalmente, il ricambio culturale necessita di tempi molto lunghi.
È vero, ma questi tempi non possono abolirsi con riforme inutili, che invece li allungano. Nell'attesa e nella speranza di un ricambio culturale, oggi occorrerebbe forse più astinenza degli avvocati e delle parti nella produzione civilistica e più prudenza peri pubblici ministeri nelle iscrizioni nel registro delle notizie di reato.
affaritaliani.it, 1 ottobre 2019
Gli avvocati romani alzano il velo sulla detenzione dei bambini nelle carceri italiane divenute per loro casa e asilo. In Italia sono 52 i bambini che crescono nelle carceri come se fosse una scuola e ben 100 mila che invece per vedere mamma e papà sono costretti ad entrare e uscire dalla galera. Il Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Roma alza il velo sulla detenzione dei bambini con il convegno "il cuore oltre le sbarre": 48 madri detenute nelle carceri italiane con 52 figli al seguito, prigionieri anche loro senza colpe, quasi per una sorta di responsabilità oggettiva derivante dal solo fatto d'esser nati in determinati contesti.
di Claudia Voltattorni
Corriere della Sera, 1 ottobre 2019
Il caso Saraceni, la Br condannata per il delitto del giuslavorista che riceve il reddito di cittadinanza. L'amarezza della moglie: "Pieni diritti a chi sconta la pena, lei è ai domiciliari".
"Non sempre ciò che è legale è anche giusto". E in questo caso, "è evidente che c'è una falla nella legge che andrebbe sanata, il Parlamento ha il dovere di farlo".
Perché il reddito di cittadinanza concesso all'ex brigatista Federica Saraceni, condannata a 21 anni e sei mesi per l'omicidio di Massimo D'Antona e ora agli arresti domiciliari nella sua abitazione, è una notizia che alla vedova del giuslavorista ucciso a Roma il 20 maggio 1999 Olga non ha fatto certo piacere. "Ho provato un grande senso di ingiustizia", dice al Corriere.
Dallo scorso agosto, la Saraceni, madre di due bambini, riceve 623 euro al mese grazie al sussidio ideato dal Movimento Cinque Stelle per chi si trova al di sotto della soglia di povertà. La misura serve per aiutare chi non ha un'occupazione a reinserirsi nel mondo del lavoro. Perciò se l'ex brigatista dovesse essere chiamata dai navigator per un colloquio e poi ottenere un lavoro, potrebbe ottenere il via libera dal Tribunale di sorveglianza.
La signora Saraceni sta scontando la sua condanna, non crede abbia diritto ad una seconda possibilità?
"Avrebbe senso se avesse finito di pagare il suo debito con la giustizia. Io sono favorevole a concedere i pieni diritti a chi ha scontato la propria condanna e soprattutto dopo un percorso di ravvedimento. Invece la Saraceni è a casa sua, agli arresti domiciliari, e ancora non ha concluso il suo percorso".
Il ministero del Lavoro e l'Inps che concede il sussidio stanno effettuando tutti i controlli per verificare se Federica Saraceni ha effettivamente diritto al reddito di cittadinanza. Ma legalmente al momento la sua richiesta sembra ineccepibile. Per il presidente dell'Inps Vincenzo Tridico "i requisiti reddituali, patrimoniali e occupazionali che competono all'Inps ci sono". E sottolinea che "basta leggere la legge: la norma prevede che se una persona ha avuto una condanna nei 10 anni precedenti c'è il blocco, ma Federica Saraceni l'ha avuta 12 anni fa".
È sbagliata la legge?
"C'è differenza tra legale e giusto. E visto come stanno le cose, considerato che la Saraceni non è l'unica a trovarsi in queste condizioni, perché altri ex terroristi hanno ottenuto il reddito, allora la legge è fatta male e va corretta. Mi auguro che il Parlamento se ne occupi in tempi brevi: è un dovere dei parlamentari intervenire".
Suo marito Massimo D'Antona avrebbe ideato una legge come questa?
"Non rispondo a questo genere di domande. Nessuno può sostituirsi al suo pensiero".
Il leader della Lega Matteo Salvini minaccia di bloccare il Parlamento se non verrà ritirato il reddito alla Saraceni, è d'accordo? Lui era al governo e con il suo partito ha votato e approvato la legge sul reddito di cittadinanza.
"Tutti possono sbagliare, Salvini ha la possibilità di riparare ai suoi errori e anziché fare sciopero e minacciare di bloccare il Parlamento, vada a lavorare e proponga un ordine del giorno per correggere l'errore fatto, lui può farlo".
Federica Saraceni non doveva chiedere il reddito di cittadinanza?
"Io credo che lei non ne avesse davvero bisogno. Ha una famiglia alle spalle che da sempre si occupa di lei e dei suoi figli, che l'ha sempre sostenuta e e le è sempre stata vicino. Rinunci al reddito e lo lasci a chi ne ha davvero bisogno".
Vi siete mai incontrate? Le ha mai scritto, magari per chiederle scusa?
"No, non sono mai stata contattata da questa persona, da altri sì, ma da lei no. Così come non ho mai percepito un suo ravvedimento".
Vorrebbe incontrarla?
"No, lei e la sua famiglia non sono persone che vorrei incontrare"".
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