di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 novembre 2019
Il caso dell'ergastolano Antonio Cianci che, usufruendo del permesso premio di un giorno, ha accoltellato alla gola un pensionato di 89 anni per rapinarlo in un parcheggio sotterraneo dell'ospedale San Raffaele di Milano, ha riacceso l'indignazione sulla bontà di questo beneficio.
di Renato Luparini
Il Dubbio, 12 novembre 2019
L'inasprimento delle sanzioni penali in materia fiscale rischia di essere inutile e controproducente, come combattere ogni patologia sociale con i processi. Il dibattito che Il Dubbio ha ospitato in questi giorni sull'inasprimento delle sanzioni penali in materia fiscale, con le colte riflessioni di Michele Fusco e Gennaro Malgeri, mi ha fatto tornare in mente una questione antica, ormai non più di attualità politica in Italia: la punizione penale dell'aborto volontario. Sono abbastanza stagionato da aver partecipato da avvocato difensore a un processo in quella materia, ormai piuttosto desueta nelle aule giudiziarie.
L'impressione generale che ne ricavai fu di grande compassione per storie di marginalità e miseria e la convinzione che la punizione penale a volte può rivelarsi una rimedio inadeguato a una malattia gravissima. Per parte mia non ritengo affatto l'aborto un diritto e sono assolutamente persuaso che sia un interesse della collettività e dello Stato evitarlo, anziché finanziarlo con fondi pubblici. Quell'esperienza professionale però mi ha di fatto mostrato che la sanzione penale non è una panacea per ogni male. Le stesse ragioni valgono, senza mutamento alcuno, per la lotta all'evasione fiscale. Nessuno, se non per un vezzo letterario, può tessere l'elogio dell'evasore ed è ovvio che lo Stato, come qualsiasi altra comunità, deve sostenersi con il contributo dei consociati.
È tuttavia inutile e controproducente combattere ogni patologia sociale con un unico farmaco, come se il processo penale e il suo esito, non necessario, la galera fosse l'unico strumento giuridico esistente. Purtroppo in coloro che non hanno esperienza processuale questa convinzione è radicata e persistente, per quanto stravagante come le idee di Donna Prassede. Gli esempi del delirio pan- penalista si sprecano e ne posso citare alcuni. È giusto pagare i contributi previdenziali ai propri dipendenti? Certamente sì e non è un bel gesto lasciare i lavoratori senza diritti pensionistici o meglio scaricare il loro costo sulle spalle degli altri, dato che comunque le prestazioni ai lavoratori sono in ogni caso dovute dall'Inps.
Sulla base di questo sacrosanto principio, si stabilì a inizio anni 80 che il datore di lavoro moroso andasse sottoposto a processo penale. Fino a che l'economia ha girato bene, i casi di diritto penale previdenziale erano pochi. Poi è arrivata la crisi e con questo un carico spaventoso di notizie di reato a carico di milioni di artigiani, piccoli commercianti e imprenditori, che, travolti dai debiti, non avevano fatto i versamenti all'Inps. Risultato: tribunali intasati, partite Iva rovinate portate sul banco degli imputati alla stregua di rapinatori, anche per somme modeste dato che non esisteva soglia alcuna e si poteva esser processati anche per venti euro.
Poi, sull'onda debordante di ruoli di udienza ormai ingestibili, è stata la magistratura stessa a sollecitare una legge che limitasse la sanzione penale a evasioni previdenziali sostanziose, riservando invece a coloro che sono sotto soglia, "solo" da pagare capitale, interessi e sanzioni fino a che morte non li separi da Equitalia.
Alcuni di questi piccoli imprenditori sono anche falliti, magari su istanza proprio di Inps e dell'Agenzia delle Entrate. Oltre al procedimento fallimentare, moltissimi di loro sono finiti ad essere imputati nuovamente per bancarotta. Per la nostra legge basta infatti non aver riempito bene un libro contabile per incappare nei vari tipi di bancarotta. Il disgraziato imprenditore, spogliato spesso di tutti i beni, visto che spesso agiva a livello individuale, senza lo schermo di una società limitata, finiva e finisce quindi per essere un pluripregiudicato. Magari solo perché aveva aperto una pizzeria.
Chiosa finale: quello che ho scritto non è una storiella apologetica, ma il resoconto sintetico di storie tratte dal mio archivio professionale, come si possono trovare in quello di molti altri avvocati e commercialisti. Le manette agli evasori non sono né di destra, né di sinistra: sono solo una ipotesi che non regge alla prova della "sensata esperienza", per dirla con Galileo. Anche lui non ha avuto una buona esperienza con i tribunali. Lo diceva Brecht ed anche il mio cliente, quello della pizzeria.
di Francesco Merlo
La Repubblica, 12 novembre 2019
Che si tratti di Andreotti, di Berlusconi... della sindaca Raggi, dell'ex sindaco Marino o dell'ex ministro Maurizio Lupi, che è il caso più recente, l'idea che l'assoluzione penale assolva l'indecenza politica non è un'idea garantista, ma al contrario è un corollario del peggiore giustizialismo.
Affida infatti al giudice la dignità della politica proprio come fanno i manettari che invocano condanne, prigioni e catene e confondono la critica giornalistica, legittima di per sé stessa anche quando è aspra, con il codice penale, e dunque l'incapacità di governare con il delitto, l'inadeguatezza con un articolo del codice, il conflitto di interessi con il crimine, il familismo con il reato.
E così ogni volta che viene assolta penalmente una cattiva politica, perché appunto non c'era il reato, si scatena la furia falso garantista: "Chi ripagherà l'innocente da tutto il fango...?". E si aggrediscono come impuniti manettari anche i cronisti che si sono permessi di esercitare il loro diritto di critica per malefatte e mascalzonate politiche.
Da sempre difendiamo la nobiltà della politica anche dall'idea che essa esista solo perché un giudice la fa esistere. Per tutelarla, i giornalisti per bene, raccontando e commentando la cronaca, non si appellano mai al potere giudiziario.
Non sono dei Robespierre i giornalisti quando chiedono (e qualche volta ottengono) le dimissioni di sindaci o ministri. Roma per esempio è governata-malissimo (come se gli ultimi tre sindaci fossero uno solo) e Repubblica ne racconta da ben più di dieci anni, molti dei quali quasi in solitudine, il degrado, prima di tutto amministrativo che, come un manto di sugna, ricopre la città più bella del mondo.
Ci sono state condanne e assoluzioni, per falso, per peculato... ma l'innocenza penale non certifica la rettitudine politica e non riguarda l'etica politica. Insomma, l'innocenza penale è ben compatibile con la colpevolezza politica e il malgoverno va denunziato e raccontato anche se non è reato. Senza addentrarmi qui nei casi più recenti che mi permetterebbero facilmente di maramaldeggiare sul garantismo-giustizialismo delle tifoserie accanite e cangianti ricordo solo che l'assoluzione di Andreotti ci permise meglio di esprimere i nostri giudizi morali e politici liberandoci dalla pietas dovuta ad ogni imputato.
E non pensavamo alla concussione, ma allo strapotere spavaldo quando commentavamo la telefonata che l'allora premier Berlusconi aveva fatto alla questura di Milano per liberare la minorenne Ruby spacciandola per la nipote di Mubarak.
Anche i giornalisti ovviamente non sono tutti uguali, ma è un abbaglio da buona notizia, come la troppa ebbrezza che ti impedisce di godertela e ti fa invece vomitare, spacciare ogni assoluzione penale per innocenza politica e ogni giornalista critico in un "sbatti il mostro in prima pagina". Non credetegli, non sono garantisti e continuano a mentire perché, politicamente, non sono innocenti.
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 12 novembre 2019
Sebastiano Ardita è il presidente della Commissione Csm sulla magistratura di sorveglianza ed esecuzione pena. E stato direttore dell'ufficio detenuti del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria).
Antonio Cianci, l'ergastolano che ha accoltellato un uomo all'ospedale San Raffaele di Milano, era in permesso premio per far visita alla sorella. La decisione è stata presa dal giudice di Sorveglianza dopo aver ricevuto la relazione dal carcere di Bollate. Nel documento si diceva come Cianci avesse avuto "un cambiamento reale nei comportamenti". Peraltro era stato escluso che fosse ancora "socialmente pericoloso". In effetti per due volte si era comportato bene. È il sistema di concessione dei permessi premio che non funziona? O è un caso a sé?
"Non funziona un sistema in cui la previsione circa il pericolo che si torni a delinquere si basa solo su dati teorici. In altri sistemi, dove le misure alternative funzionano, esiste una verifica quotidiana, con controlli mirati di polizia, sul comportamento tenuto da coloro che ottengono un beneficio. È venuto il momento di puntare sulla polizia penitenziaria, l'unica forza di polizia che può fare funzionare le misure alternative, ma deve avere nuovi compiti sul territorio.
Le misure dovrebbero essere concepite come dinamiche, graduali e sottoposte a costante controllo. Se saranno riscritte così la loro incidenza si moltiplicherà e il carcere - come è giusto - sarà destinato prevalentemente ai detenuti più pericolosi. Sarebbe l'attuazione vera e non retorica del principio di pena rieducativa".
Qual è il ruolo di chi opera in carcere e stila relazioni determinanti per le decisioni dei giudici di Sorveglianza?
"È un ruolo importante di responsabilità, mi risulta svolto in modo professionale, quindi non va demonizzato. Ma se rimane un'attività basata solo su dati cartacei e sulla formale buona condotta interna del detenuto, purtroppo non basta".
Cosa pensa, in generale, del ruolo del giudice di Sorveglianza?
"È una funzione altrettanto delicata e va tutelata perché esistono anche i casi di detenuti che hanno cambiato vita e per costoro non sarebbe giusto pregiudicare la concessione dei benefici. Vorrei far notare che nel caso citato il giudice aveva espressamente richiesto nel provvedimento un qualche accompagnamento del condannato per le prime concessioni. Quindi, si era reso conto di questa necessità di controllo e di gradualità. Peccato che ciò che è suggerito dalla logica non è previsto espressamente dalla legge. E soprattutto manca una fase normata sul controllo di polizia".
Questo caso ha fatto parlare di nuovo della sentenza prima di Strasburgo e poi della Corte costituzionale a favore dei permessi premio, su decisione del giudice di Sorveglianza, agli ergastolani che hanno il carcere ostativo, nel caso in cui abbiano rotto con l'associazione criminale...
"Infatti è quello il problema. Immagini quanto sia più difficile essere sicuri che qualcuno non ritorni a delinquere quando si tratta di una organizzazione mafiosa dal cui vincolo si può liberare solo con la morte. E non bisogna neppure dimenticare i debiti che si possono maturare nei confronti di Cosa Nostra, specie se questa, durante la detenzione, ha provveduto ad alcuni bisogni della famiglia".
È un'altra faccia della stessa medaglia o sono cose distinte?
"Distinte, perché tra i detenuti comuni le possibilità di cambiamento di vita dovrebbero essere più ampie. Ma, quando c'è qualcuno più debole che potenzialmente può avere diritto a un beneficio, chi è più forte tende ad assicurarselo per prima".
quotidianopiemontese.it, 12 novembre 2019
Si è impiccato in carcere Roberto Del Gaudio, il 65enne originario di Atripalda (Avellino) che il 18 agosto scorso aveva ucciso in corso Orbassano a Torino la moglie Brigida De Maio, 64 anni, colpendola una trentina di volte al petto con un oggetto molto simile ad un coltello. L'uomo, detenuto alla casa circondariale Lorusso e Cutugno, si è suicidato ieri sera.
Dopo essersi scagliato contro la donna, aveva chiamato la polizia, confessando il gesto inconsulto che aveva appena commesso. "L'ho colpita con un oggetto lungo e appuntito...credo di aver ucciso mia moglie", aveva detto. "Non ce la facevo più, assumo psicofarmaci", aveva aggiunto agli agenti. Da quanto si è appreso, Del Gaudio era in cura presso il Dipartimento di salute mentale di Torino con una diagnosi di tipo "psicosi paranoide". Ieri sera la decisione di farla finita.
di Errico Novi
Il Dubbio, 12 novembre 2019
Il Guardasigilli dice no a correttivi sulla norma che abolisce i termini di estinzione dei reati: ma a queste condizioni, i dem non sono disposti a dare via libera al Ddl delega che dovrebbe velocizzare i processi.
C'era da prevederlo. Che sulla prescrizione il clima si sarebbe arroventato era evento facile da pronosticare. In realtà la vera variabile imprevista è la coincidenza tra la partita sulla giustizia e le generali difficoltà del governo. I colpi incassati in rapida successione da Conte su voto umbro e crisi dell'ex Ilva rendono tutto più precario.
Persino sulla giustizia, terreno che sembrava vedere il Movimento 5 Stelle in netto vantaggio. Ora invece tutto lascia presumere che le norme per accelerare i giudizi penali, cuore del progetto Bonafede, finiranno incagliate tra le divergenze interne e risposta andato in scena domenica: prima Bonafede, in un'intervista a Repubblica, ha chiesto agli alleati di smetterla con i "giochetti contro la riforma", a stretto giro gli ha risposto il vicecapogruppo dem alla Camera Michele Bordo che ha intravisto nelle parole del guardasigilli il rischio di "provocazioni gratuite" vista la "correttezza" che ritiene debba essere riconosciuta al suo partito. Lo stesso Bordo ha paventato il pericolo che con lo stop alla prescrizione si istituisca un "ergastolo del giudizio".
Si tratta di una formula alternativa a quella spesso utilizzata alla maggioranza. Non tanto perché le distanze sulle diverse proposte siano incolmabili, ma perché il Pd, Italia viva e persino Leu (Pietro Grasso a parte) chiedono comunque di riconsiderare anche la norma sulla prescrizione. In assenza di un correttivo almeno parziale sullo stop ai termini di estinzione dei reati, è difficile che arrivi il via libera ai Ddl delega già messi nero su bianco dal guardasigilli.
A questo punto la partita rischia di fermarsi proprio con le pedine così disposte: il ministro della Giustizia che non intende modificare il blocca-prescrizione, destinato a entrare in vigore dal 1° gennaio, e il resto della maggioranza che non dà il via libera alla riforma penale. Lo si è capito dopo il botta dall'Unione Camere penali, che preferisce parlare di "imputato a vita". Ma siamo lì.
Nessuna delle ipotesi messe finora in campo, secondo i democratici, sarebbe in grado di assicurare un'accelerazione talmente efficace della macchina penale da rendere addirittura inutile l'istituto della prescrizione. Si ritiene cioè difficilissimo fare in modo che la durata dei giudizi, anche di quelli più complessi, sia sempre contenuta entro una durata comunque inferiore al termine di prescrizione del reato contestato.
E in ogni caso, il Pd suggerisce due soluzioni, nessuna delle quali ha finora convinto Bonafede: rinviare l'entrata in vigore della nuova prescrizione e verificare per un paio d'anni almeno l'efficacia della riforma penale (di cui andrebbero approvati pure i decreti legislativi, faccenda impossibile da sbrigare entro fine 2019); oppure limitare i rischi con clausole di salvaguardia, come quella che prevede sconti di pena per il condannato se la durata del processo sfonda il muro della prescrizione, o il ripristino della prescrizione per i casi in cui in primo grado si è assolti. Bonafede sembra determinato appunto a scartare entrambe le ipotesi.
A chiedere di verificare prima "gli effetti della riforma, per un tempo congruo", e di "congelare" nel frattempo l'entrata in vigore della nuova prescrizione è stato innanzitutto Andrea Mascherin, presidente del Cnf, massima istituzione forense. Dall'avvocatura arriva anche l'iniziativa dell'Ucpi, che ha attribuito alla nuova astensione dalle udienze, proclamata per la prima settimana di dicembre con tanto di maratona oratoria, un obiettivo preciso: convincere Pd, Italia viva e Leu a votare alla Camera per la legge Costa, che abolisce la nuova prescrizione. Il Pd sembra intenzionato a scartare l'invito, ma anche deciso a restare in trincea sul ddl Bonafede. Almeno per ora.
di Andrea Alberto Moramarco
Il Sole 24 Ore, 12 novembre 2019
Corte d'appello di Roma - Sezione III penale - Sentenza 1 aprile 2019 n. 4470. Il soggetto sottoposto agli arresti domiciliari, in assenza di autorizzazione, non può in alcun caso e per nessun motivo allontanarsi dal luogo di esecuzione della misura, salvo l'ipotesi di stato di necessità che richiede l'imminenza di un grave danno alla persona. Qualsiasi spostamento non consentito, anche all'interno della stessa area condominiale, integra il reato di evasione. Questo è quanto emerge dalla sentenza n. 4470/2019 della Corte d'appello di Roma, che ha confermato la condanna per una donna sottoposta a detenzione domiciliare colta dagli agenti di Polizia a prendere un caffè a casa della vicina.
I fatti - A seguito dell'accertamento delle Forze dell'ordine, la donna veniva imputata e processata per rispondere del delitto di evasione di cui all'articolo 385 del codice penale. Dopo la condanna in primo grado, in appello l'imputata cercava di convincere i giudici della bontà della sua azione, non diretta cioè ad un allontanamento non autorizzato dalla propria abitazione, ma giustificata dallo stato di necessità, come testimoniato anche dalla vicina. Secondo quest'ultima, infatti, la donna era uscita di casa per riprendere il cane, di grossa taglia e potenzialmente pericoloso, e nel farlo si era sentita poco bene, sicché le aveva offerto dell'acqua e un caffè per farla riprendere.
La configurabilità del reato di evasione - La Corte d'appello non ritiene credibile tale versione dei fatti, che non trova riscontro nell'accertamento effettuato dagli operanti che hanno escluso la presenza di un malore, avendo semplicemente sorpreso la donna agli arresti domiciliari a prendere il caffè dalla vicina di casa.
Ciò posto, i giudici romani confermano il verdetto di condanna aderendo alla rigida interpretazione giurisprudenziale, secondo la quale in caso di detenzione domiciliare la condotta di evasione è integrata "da qualsiasi allontanamento dal luogo degli arresti domiciliari senza autorizzazione, anche se di breve durata ed implicante uno spostamento di modesta distanza, e persino se lo spostamento sia limitato a spazi nell'area condominiale", a nulla rilevando i motivi che hanno spinto il soggetto a lasciare il luogo di esecuzione della misura senza alcuna autorizzazione. Nel caso di specie, poi, conclude il Collegio non può certo ritenersi sussistente l'esimente dello stato di necessità in quanto, pur prendendo per vera la ricostruzione dei fatti della vicina di casa, l'acqua o il caffè necessario per far passare il malore "potevano essere assunti dall'imputata, sia pure accompagnata dalla vicina, all'interno della propria abitazione".
Il Sole 24 Ore, 12 novembre 2019
Cassazione - Sezione III penale - Sentenza 11 novembre 2019 n. 45701. Non scatta la vendita di sostanze alimentari alterate e nocive se la distribuzione per il consumo non è prossima. Lo ha chiarito la Cassazione con la sentenza di oggi n. 45701 depositata dalla terza sezione penale.
La questione esaminata e risolta dai giudici di Piazza Cavour riguarda una tipica specialità regionale chiamata "salame mantovano". In primo grado il titolare di una ditta che produce questo tipo di alimenti è stato dichiarato responsabile del reato previsto dall'articolo 5 della legge 283/1962 (sulle regole igieniche per la produzione e la vendita delle sostanze alimentari e delle bevande) per aver detenuto un salame contaminato dalla salmonella; condannato alla pena di 600 euro ha fatto ricorso alla Suprema corte e ha vinto.
I giudici di legittimità hanno infatti accolto i motivi sollevati dal ricorrente secondo il quale il Tribunale di Montava non aveva valutato una circostanza fondamentale relativa proprio alla lavorazione del prodotto. Al momento in cui è stato fatto il rilievo che ha condotto alla formulazione della "sua colpa" il salame "incriminato" si trovava nella fase della stagionatura che dura in media 45 giorni, terminato questo periodo l'agente batterico sarebbe scomparso e il salame messo in vendita.
La norma che si considera violata prevede espressamente che risponde penalmente chi detiene e poi vende in momenti ravvicinati o almeno prossimi sostanze nocive per la salute dei cittadini. In questo caso l'immissione in commercio era invece ancora lontana visti i tempi di maturazione del prodotto e la mancata delibera di destinazione alla vendita.
di Vincenzo Musacchio
Gazzetta del Mezzogiorno, 12 novembre 2019
Grazie all'acume di magistrati come Rocco Chinnici, Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, la lotta alla criminalità organizzata e alle mafie ha compiuto enormi passi avanti, trovato metodi investigativi sempre più efficaci e ottenuto risultati sempre più soddisfacenti. Ancor oggi il "loro" maxiprocesso resta uno dei rarissimi straordinari atti di giustizia e di trionfo della legge sul crimine organizzato.
Tuttavia, nello specifico campo delle evoluzioni mafiose si evidenzia oggi sempre più carente l'approccio a un sistema di lotta a livello transnazionale. Considerata l'impressionante crescita delle mafie a livello internazionale, con il moltiplicarsi delle alleanze tra le cosche di ogni parte del mondo, occorre uno sforzo verso l'internazionalizzazione della lotta alla criminalità organizzata.
La lotta alle organizzazioni criminali nel mondo è tutt'altro che un campo omogeneo: la caratteristica principale dei sistemi di lotta è proprio la mancanza d'istituti comuni tra gli Stati. Considerato il contesto di grande mutamento delle nuove mafie che hanno abbandonato le vecchie peculiarità approdando a nuove caratteristiche sempre meno violente e sempre più silenti, si rende necessario un sistema di lotta omogeneo e coordinato a livello internazionale che alla fine dovrà sostituire quello frammentario e disomogeneo vigente.
Il vecchio modello di lotta che si concentra sui singoli Stati va rivisto e riconsiderato. È divenuto improrogabile un prodotto dell'interazione tra diversi attori (es. la comunità internazionale) che sia influenzata da contingenze interne ed esterne rispetto a quello che sono le mafie nel mondo. La moltiplicazione di canali dell'illegalità, l'invisibilità assunta dalla moderna criminalità organizzata, le nuove forme camaleontiche che le stesse mafie assumono, rendono la loro lotta più stringente e globale.
È divenuto improrogabile, dunque, studiare da una parte come le nuove tecnologie stiano facendo mutare rapidamente le mafie e dall'altra analizzare chi, in che modo e su che dimensione debba combattere questa nuova mafia che pervade sicuramente un territorio più grande di quello di un confine nazionale. I sistemi di lotta alla mafia (prevenzione e repressione) comprendono spesso ambiti contigui e sovrapposti agli interessi che ha uno Stato nel lottare il crimine organizzato.
Me ne vengono in mente tre: il rapporto tra mafie e corruzione, tra mafie ed economia e tra mafie e nuove tecnologie. Per decenni lo studio della relazione tra questi tre campi d'azione ha avuto una sola direzione: i confini nazionali. Sono fermamente convinto che gli artefici della lotta alle mafie debbano compiere uno sforzo verso l'internazionalizzazione al fine di rendere la lotta al crimine organizzato più efficace.
La mafia ormai è da intendersi come una modalità di azione a livello transnazionale che non ha più senso combattere solo a livello nazionale poiché presuppone sia una valenza globale, sia una configurazione strutturale di rapporti sociali, economici, politici, sempre più intrecciati a quella configurazione strutturale che ruota fuori dall'orbita dei confini nazionali.
Oggi continuare a tentare di combattere la mafia solo all'interno di uno Stato non ha più senso logico e tantomeno giuridico. Proprio perché i meccanismi di lotta del crimine organizzato sono anche sistemi concreti, bisogna situarli, collocarli, analizzarli, indagarli e renderli efficaci non solo lì dove si formano, precipuamente nel loro campo appartenenza ma anche e soprattutto a livello globale.
È giusto combattere le mafie a livello nazionale, ma ormai non si può più prescindere dal farlo a livello transnazionale tenendo conto dei cambiamenti tecnologici e dei nuovi crimini globali che sono entrati nel campo, nelle nuove pratiche e professionalità che ammantano i nuovi mafiosi. Le analisi di ciascuno di questi cambiamenti non possono essere solo locali, ma devono essere anche globali.
Solo in questo modo, la lotta alle mafie può trovare nuovi strumenti metodologici a livello di cooperazione internazionale tra gli Stati. Dovrebbe essere un dovere istituzionale di ciascun legislatore analizzare e combattere queste nuove realtà criminali sovranazionali, informando non solo all'opinione pubblica di riferimento, ma anche il contesto internazionale politico.
di Simona Rolla
vercellinotizie.it, 12 novembre 2019
Scade il 25 novembre, il bando pubblicato dalla Regione Piemonte, rivolto ai Comuni, per attivare i cantieri di lavoro per persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale. Il Nodo Provinciale di Vercelli, Rete regionale contro le discriminazioni in Piemonte, istituito da Provincia di Vercelli, in collaborazione con Ires, con il Garante dei detenuti, con il direttore della casa circondariale di Vercelli e referente della Uepe (Ufficio Esecuzione penale esterna), particolarmente sensibili al tema discriminazioni, propone (soprattutto ai piccoli Comuni, con poche risorse economiche) la possibilità di partecipare a questo bando, così da favorire i detenuti nella possibilità di riscattarsi e alle cittadine di avere attivo un cantiere per la pulizia delle strade, la manutenzione del verde.
L'iniziativa è stata presentata ieri (lunedì 11 novembre) a Vercelli nella sede della Provincia. "È una misura importante - spiega Lella Bassignana consigliera di parità e referente del nodo che ha organizzato l'incontro - Vogliamo dare la possibilità a Enti pubblici, Comuni, Unioni di Comuni, di poter supplire alla mancanza di personale per svolgere attività di manutenzione ordinaria della "cosa comune" e nel frattempo offrire una possibilità ai detenuti di reinserirsi nel mondo lavorativo e della legalità".
"Tra le tante iniziative a cui abbiamo aderito come Provincia, c'è anche a questa - interviene Eraldo Botta, presidente della Provincia. È più un discorso di umanità che economico. È vero che alcune spese sono a carico del Comune, ma si offre la possibilità a queste persone di tornare a vivere, altrimenti, senza un'opportunità di inserimento, finirebbero sempre di più nella rete della delinquenza".
"Conviene per entrambe le parti - ha affermato l'assessore regionale Roberto Rosso - dare la possibilità a queste persone di potersi integrare attraverso questo tipo di percorso. Il lavoro crea un itinerario preventivo che permette al detenuto di staccarsi dal mondo del crimine e a sensibilizzare l'opinione pubblica nei suoi confronti". "Una misura ordinaria - interviene Bruno Mellano, garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale - che si alimenta con i finanziamenti.
A breve verrà attivato in Piemonte uno sportello lavoro in carcere (unico in Italia, per ora solo per persone maggiorenni). Si tratta di uno strumento di politica attiva del lavoro, per dare la giusta formazione, attraverso corsi specifici e tirocini".
"Comune e Provincia - interviene Roswita Flaibani, garante dei diritti delle persone private della libertà personale - fanno ampiamente la loro parte, ma spesso ci si scontra su alcune tematiche. Ad esempio: in che modo viene portato il detenuto dal carcere alla destinazione per il lavoro. Sono convinta che bisogna aiutare i piccoli Comuni a trovare le risorse anche per questo".
- Reggio Calabria. Pettorine di magistrati e avvocati realizzate da donne detenute
- Napoli. Nel carcere di Poggioreale fino a 12 detenuti in una sola cella
- Viterbo. Suicidio in carcere, ventenne trovato impiccato in cella
- Lombardia. La valutazione di impatto entra nelle carceri
- Roma. I 25 anni dei Volontari della speranza per i detenuti nel segno dell'accoglienza









