di Giansandro Merli
Il Manifesto, 1 ottobre 2019
Sezione maschile quasi completamente inagibile. Il Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia: "È il risultato paradossale ma prevedibile dell'irrigidimento delle condizioni di detenzione". La campagna LasciateCIEntrare: "Chiudere subito il Cpr".
Un altro pezzo del Centro di permanenza e rimpatrio (Cpr) di Ponte Galeria, alle porte di Roma, è stato reso inagibile da una rivolta dei reclusi nella sezione maschile. Domenica sera intorno alle 23.30 sono stati incendiati materassi e coperte nelle aree 3 e 4. Si tratta del secondo episodio in pochi giorni. Venerdì 20 un gruppo di migranti destinati al rimpatrio aveva bruciato i letti in un'altra area della stessa sezione. Risultato: stanze inutilizzabili, persone costrette a dormire all'aperto e 28 rilasci (mercoledì 25) per alleggerire la tensione all'interno della struttura.
In quel momento gli altri sei Cpr operativi sul territorio nazionale erano pieni. Per questo non sono stati possibili trasferimenti. Stavolta, invece, in dieci sono finiti nelle analoghe strutture di Bari e Palazzo San Gervasio (Potenza). Lo riferisce il Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia. Ieri i suoi collaboratori hanno provato a effettuare una visita ispettiva all'interno del Cpr, ma hanno potuto soltanto parlare con i responsabili.
Dalle informazioni raccolte, rimarrebbero agibili un settore da 24 posti, un altro da otto e una stanza con otto letti in un'area completamente danneggiata. Giovedì scorso un sopralluogo della Asl ha dato indicazioni per un progressivo svuotamento delle parti interessate dalle proteste. Il giorno successivo l'Agenzia regionale per la protezione ambientale (Arpa) ha posizionato dei rilevatori per esaminare la qualità dell'aria anche nelle unità danneggiate in modo solo parziale. Sono stati recuperati ieri e si attendono i risultati.
"La situazione è anche l'effetto di un duro regime di detenzione che si è voluto dare alla sezione maschile dopo la riapertura - afferma Anastasia - Il divieto di muoversi tra le singole unità e quello di utilizzo dei cellulari hanno creato un clima difficile". La sezione maschile è tornata in funzione a luglio scorso. Era stata completamente distrutta da una rivolta scoppiata nel dicembre 2015. Dopo soli due mesi è quasi completamente fuori uso. "Chiediamo l'immediata chiusura del Cpr", dichiara la campagna LasciateCIEntrare.
Il Messaggero, 1 ottobre 2019
"È una buona idea: sono convinto che bisogna essere intelligenti con l'inclusione e l'integrazione, è l'unico sistema che funziona. Mi sembra giusto darla a chi di fatto è italiano".
Così il ministro della Scuola, Lorenzo Fioramonti, contraddice il suo leader, Luigi Di Maio, che l'altro giorno era intervenuto a stoppare il dibattito sulla nuova legge per la cittadinanza ai figli degli immigrati.
"Col governo giallo verde non credo fosse possibile ora se è una priorità o meno non sta a me deciderlo, ma è una questione importante ed è intelligente porla", ha detto Fioram ento intervenendo a Un giorno da pecora.
"Sono convinto che non debba essere questa la preoccupazione della politica", ha aggiunto il ministro agli intervistatori che gli domandavano se lo Ius culturae possa essere un favore a Salvini. "Certo, abbiamo tante emergenze, potrebbe non essere la prima questione da affrontare ma che il dibattito cominci è importante. Decideranno tutte le forze di governo".
Nello stesso Pd però c'è chi non nasconde i propri dubbi. "Attirerò molte critiche" ma sono "convinta" di "interpretare il sentimento della maggioranza delle persone che guardano con simpatia al nostro governo", nel dire che "riprendere ora il dibattito sull'approvazione" di una legge sullo Ius culturae "è un errore", scrive su Facebook Alessia Morani, sottosegretario Pd allo Sviluppo. Roberto Saviano parla di "favore alla peggiore destra". E Morani: "Io credo che la questione non riguardi il fare favori alle destre o alle sinistre, si tratta solo di fare le cose nei modi e nei tempi giusti".
di Pietro del Re
La Repubblica, 1 ottobre 2019
Dopo un processo costruito su accuse infondate, la giornalista marocchina Hajar Raissouni, 28 anni, è stata condannata dal tribunale di Rabat a un anno di prigione senza condizionale per "aborto clandestino" e "rapporti sessuali fuori dal matrimonio".
Diventata il simbolo della libertà di stampa e dei diritti civili, la giovane è in carcere dal 31 agosto insieme al compagno, al ginecologo e all'infermiere che l'hanno assistita. La sua relazione con Refaat Alamin, 40 anni, professore universitario sudanese, anche lui condannato a un anno, non è mai stata segreta.
E nel corso delle prime udienze, i giudici la donna ha detto di averlo sposato, ma i documenti del matrimonio non sarebbero registrati in Marocco, perché l'ambasciata sudanese non avrebbe ancora formalizzato l'atto. Secondo Reporters sans frontières la donna "è stata vittima di un accanimento giudiziario perché è una giornalista", mentre Amnesty International parla di "accuse interamente inventate" e Human Rights Watch di una "violazione flagrante del diritto alla vita privata e alla libertà".
Le autorità assicurano che l'arresto non ha nulla a che vedere con la sua professione mentre gli avvocati sono convinti del contrario, anche perché in Marocco gli arresti per i casi di aborto illegali riguardano soprattutto chi li pratica e raramente le pazienti. Sulla sua pagina Facebook, la giornalista pubblicava quotidianamente commenti in cui criticava l'ipocrisia di alcuni aspetti sociali della monarchia.
Come se non bastasse, ha uno zio editorialista del quotidiano d'opposizione Akhbar Al-Yaoum, e un altro che è un ideologo islamista, feroce detrattore di re Mohammed VI. Suo cugino Youssef, infine, è presidente dell'Associazione marocchina dei diritti umani.
L'arresto della giornalista ha riacceso il dibattito sulle libertà individuali in Marocco, e provocato un'ondata di sdegno anche all'estero. Pochi giorni fa su Le Monde trecento intellettuali hanno lanciato un appello per chiedere la sua scarcerazione e in un manifesto pubblicato da diverse testate marocchine centinaia di donne si sono dichiarate "fuori legge" confessando di aver violato l'"obsoleta" legge sull'aborto. Appena si è aperto il processo, una folla s'è recata davanti al tribunale per portare sostegno alla giornalista. La quale ha fatto sapere che farà appello.
di Ugo Intini
Il Dubbio, 1 ottobre 2019
La campagna per il clima sta diventando globale grazie al coraggio della "vecchia politica". Il tema del clima si è imposto con uno straordinario salto di qualità di fronte all'opinione pubblica di tutto il mondo. L'elemento scatenante è stato il fenomeno mediatico "Greta". Ma c'è un aspetto essenziale ancora non sottolineato. Quel risultato non ci sarebbe stato senza l'intervento decisivo di quella che in Italia si chiamerebbe la "vecchia politica".
Non è un'affermazione paradossale. È stata l'aula delle Nazioni Unite il moltiplicatore e la cassa di risonanza globale per il fenomeno Greta. E quest'aula è stata messa disposizione, con un preciso calcolo sulle prevedibili conseguenze, dal segretario generale Antonio Guterres. Il quale è esattamente un politico di professione: il più tradizionale che si possa immaginare.
Militante delle organizzazioni universitarie cattoliche, giovane funzionario del partito socialista a Lisbona all'indomani della liberazione dal Salazarismo, è diventato responsabile dell'organizzazione, poi deputato (dal 1976) e braccio destro di Soares (padre storico dei socialisti portoghesi), poi segretario del partito e capo del governo per sette anni (sino al 2002). È stato quindi a lungo presidente dell'Internazionale Socialista e infine direttore del Unhcr (l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati con sede a Ginevra).
Un vecchio professionista della politica non per questo deve essere considerato banale o avido di potere. L'ho frequentato per decenni e ho appena scritto un libro su di lui: Antonio Guterres: l'anti Trump. Un socialista all'Onu. È un fisico e scienziato di formazione, diventato economista da autodidatta. All'Internazionale, chiamava i suoi interlocutori "compagni" in cinque lingue, perché parla perfettamente portoghese, spagnolo, francese, inglese e anche un po' italiano. Ha rinunciato al posto di presidente della Commissione Europea (andato poi a Prodi) per assistere la moglie molto malata (che infatti è morta).
Lasciata la carica di Primo Ministro portoghese, faceva (assolutamente di nascosto) volontariato a modo suo: dando lezioni di matematica agli studenti poveri nella periferia di Lisbona. È cattolico e tollerante. Quando in Portogallo si è posto il problema del matrimonio gay, ha detto ai suoi: "Io sono contrario e voto no, ma è un problema di coscienza, non di partito. Ciascuno fa come crede". I socialisti votarono a favore e la legge passò. Se si leggono i suoi discorsi, si capisce bene perché ha puntato sul fenomeno Greta. Infatti ha sempre considerato il clima e l'immigrazione di massa come i grandi problemi del nostro tempo: profondamente interconnessi, perché spesso sono i mutamenti climatici a far emigrare milioni di persone. Guterres è convinto che gli Stati nazionali siano ormai anacronistici (altro che sovranismo!). È pertanto un appassionato europeista e di più: un multilateralista che vede nelle Nazioni Unite l'embrione per un futuro governo del mondo. Per questo può essere definito "l'anti Trump".
I socialisti portoghesi si sono formati in Italia durante la dittatura di Salazar. Il futuro presidente della Repubblica Soares ha lavorato a Roma nella sede del Psi in via del Corso. Tito de Moraes faceva nella tipografia dell'Avanti! in via della Guardiola il mensile clandestino O Portugal socialista, che ricostruì dall'esilio il partito. Guterres viene da questa storia. L'ho sentito commemorare a Roma (in italiano) Pietro Nenni ricordando che era il continuatore di Filippo Turati. Il quale un secolo fa predicava non soltanto gli Stati Uniti d'Europa, ma gli Stati Uniti del mondo (verso i quali l'unità politica europea doveva costituire un primo passo).
Quest'ultimo tema (gli Stati Uniti del mondo) diventa di straordinaria attualità proprio per il clima. Perché l'inquinamento si combatte solo con decisioni prese e rigorosamente attuate contestualmente in tutto il mondo. Serve a poco ridurre le emissioni nocive in Germania o Italia se poi in Africa, Asia o Brasile si continua a inquinare come prima. Soprattutto, i Paesi emergenti resistono alle restrizioni sulle emissioni nocive e per convincerli occorrono incentivi economici straordinari. Ciò che si può fare soltanto con un piano costruito da un'autorità politica sovra nazionale.
Non è vero che, nei Paesi emergenti, a rifiutare le misure ecologiche sono soltanto i politici di estrema destra, come il presidente brasiliano Bolsonaro (ammirato da Salvini e a sua volta ammiratore di Trump). Molti anni fa, ho incontrato a San Paolo il sindaco Juanio Quadros, ex presidente brasiliano, uomo di sinistra e assolutamente democratico, simbolo della lotta contro la dittatura dei generali oggi rimpianta da Bolsonaro. Alt, ci disse quando gli si parlò dell'Amazzonia: "Se continuate, mi alzo e me ne vado. L'Europa era una foresta. L'avete completamente distrutta per diventare ricchi. E adesso volete impedire a noi di sfruttare l'Amazzonia?". Quadros veniva spesso a Milano per curare la moglie all'Istituto dei Tumori, conosceva qualche parola e le nostre espressioni. Perciò concluse: "Chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto? No. Così non va".
Sul clima, anche i bambini capiscono che l'atmosfera terrestre è una sola, da Sydney a New York, e che la sfida si vince o si perde tutti insieme. Ma il clima è la punta dell'iceberg. Aiuta a cogliere il problema di fondo, che Guterres conosce bene e che porta a valutazioni esattamente opposte a quelle dei sovranisti. Oggi tutto è globale: l'inquinamento (come si è visto), ma anche la finanza, la tecnologia, lo spettacolo, la moda (o meglio le mode), lo sport, persino il crimine. In un mondo inevitabilmente globalizzato, soltanto la politica è rimasta inchiodata nei confini nazionali. E pertanto non conta più nulla, si è resa ridicola e persino odiosa. Se tutto è globale, bisogna che anche la politica diventi globale. Ed ecco l'obiettivo degli Stati Uniti del mondo.
Turati li sognava un secolo fa. Guterres li persegue oggi. For- se, i ragazzini scesi in piazza per Greta in tutti i Continenti (o i loro figli e nipoti) li vedranno. Certo, grazie alla mobilitazione sul clima, una nuova generazione ha cominciato a capire che i problemi del mondo (tutti i più importanti, non solo quello dell'inquinamento) sono globali. E richiedono risposte globali. Conoscendolo, giurerei che Guterres mal sopporta l'aggressività di Greta e dello staff che la guida. Pur essendo un ecologista della prima ora, non condivide un certo catastrofismo e fondamentalismo.
I professionisti della politica appartenenti alla sua generazione hanno infatti sentito gli "anticapitalisti" del tempo spiegare dal 1973, dopo la crisi petrolifera, che bisognava andare a piedi perché certamente i pozzi si sarebbero presto esauriti. Hanno anche visto come le imprese private sappiano spesso trasformare le difficoltà e i nuovi bisogni in opportunità, specialmente se orientate da governi modernizzatori. E infatti l'economia "verde", dalla produzione di energia rinnovabile alle auto elettriche, è diventata ormai una grande occasione di sviluppo.
Guterres è un socialdemocratico e riformista. Come tale, punta ai passi graduali: il primo, per preservare l'ambiente, lo ha favorito proprio lui, guidando come presidente di turno dell'UE, nel 2000, la famosa conferenza europea di Lisbona, che ha fissato tra l'altro gli obbiettivi basilari, validi ancor oggi, per lo "sviluppo sostenibile".
Il segretario delle Nazioni Unite non ama le estremizzazioni: ha però compiuto un'operazione che con gli strumenti tradizionali non sarebbe riuscita. Se i Trump, i Bolsonaro e i Salvini hanno imposto l'agenda sovranista con armi " non convenzionali", i politici democratici "anti Trump" come lui hanno rivitalizzato l'agenda "internazionalista" e ecologista con altrettanta abilità.
di Balamòs Teatro
ferraraitalia.it, 1 ottobre 2019
Da qualche anno la casa circondariale Costantino Satta di Ferrara apre le porte al pubblico del festival di Internazionale. Il primo appuntamento di quest'anno sarà venerdì 4 ottobre con lo spettacolo Album di famiglia, nato da un laboratorio teatrale in carcere ancora in corso.
Lo spettacolo di Horaçio Czertok e Marco Luciano di Teatro Nucleo, nato nell'ambito del progetto Padri e figli del Coordinamento teatro carcere Emilia Romagna, approfondisce i temi della colpa, del lutto, dell'eredità e del conflitto generazionale attraverso la figura di Amleto nelle varie riscritture del novecento, rielaborate dai detenuti in scritture biografiche. Dalla mattina di sabato 5 ottobre sarà possibile visitare una mostra di dipinti realizzati dai detenuti e partecipare a un incontro con la redazione di Astrolabio, il giornale della Casa circondariale, sul tema della comunicazione da e sul carcere.
Anche per il prossimo festival Internazionale - che si svolgerà a Ferrara il 4, 5, 6 Ottobre 2019, Balamòs Teatro in collaborazione con il Centro Teatro Universitario di Ferrara (Ctu), il Coordinamento Nazionale di Teatro in Carcere, l'Associazione Nazionale dei Critici di Teatro e la rivista "Teatri delle diversità", propone una iniziativa dal titolo "Teatro in carcere: testimonianze dirette#2.
Da Palermo a Pistoia, dall' Indonesia e dall'Albania a Saluzzo, da Napoli a Parma, dalla Romania e dal Marocco a Venezia". Attori detenuti ed ex detenuti raccontano la loro esperienza di teatro in carcere affiancati dai loro registi: Gianfranco Pedullà dal carcere di Pistoia con l'ex detenuto Vincenzo Infantino, Grazia Isoardi dal carcere di Saluzzo con i detenuti Anam Hoirul ed Erion Hoxhaj, Carlo Ferrari dal carcere di Parma con il detenuto Antonio Frasca, e Michalis Traitsis con l'ex detenuta Luminiza Gheorghisor e la detenuta Nawal Boulahnane. L'incontro sarà moderato da Valeria Ottolenghi (Associazione Nazionale dei Critici di Teatro).
L'iniziativa è promossa dal Coordinamento Nazionale di Teatro in Carcere, la rivista Teatri delle Diversità, l'Associazione Nazionale dei Critici di Teatro, il Centro Teatro Universitario di Ferrara, e sostenuta dal Mibac e il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. In sala sarà allestita una mostra fotografica di Andrea Casari, dal progetto "Passi Sospesi" di Balamòs Teatro negli Istituti Penitenziari di Venezia.
A organizzarla sarà Balamòs Teatro, che ha organizzato anche le iniziative su teatro in carcere nelle edizioni 2012 (Teatro in Carcere oggi in Italia: esperienze, metodologie, riflessioni), 2013 (La cultura ci rende migliori? Dialogo sul teatro in carcere), 2014 (Etica ed estetica del teatro in carcere), 2015 (Teatro in Carcere: dentro e oltre i confini), 2016 (Lo sguardo del cinema sul carcere), 2017 (Teatro in carcere: testimonianze dirette#1, Salvatore Sasà Striano), 2018 (Il teatro delle differenze - teatro nelle scuole, teatro in carcere, teatro e disagio). Info: 328 8120452,
di Gianluca Di Feo
La Repubblica, 1 ottobre 2019
I droni americani hanno colpito una base dello Stato Islamico, che sfrutta la guerra civile per riorganizzarsi. In dodici giorni uccisi 43 terroristi. E la questione sarà al centro dei colloqui di Mike Pompeo a Palazzo Chigi. Lo Stato Islamico sta cercando di rinascere. E per risorgere dalla cenere delle sconfitte ha scelto il Paese dove ci sono le condizioni ideali: la Libia, devastata dalla guerra civile. Lì è facile radunare reclute ed armi, anche sofisticate. E le autorità ormai pensano solo al conflitto, senza nessun controllo del territorio. La pericolosità di questo focolaio jihadista è testimoniata dalla campagna aerea lanciata dal governo americano. Domenica scorsa infatti i droni statunitensi sono tornati all'attacco proprio in Libia: è la quarta volta in dodici giorni. L'obiettivo è sempre lo stesso: una formazione dell'Isis, nascosta nei territori desertici del Fezzan.
Secondo il comunicato ufficiale, il raid di domenica ha ucciso sette persone. Più importanti le motivazioni dell'incursione: "Puntiamo a distruggere l'attività di pianificazione e addestramento dei terroristi", ha dichiarato il generale William Gayler, direttore delle operazioni di Africom. Segno che quelle prese di mira in Libia non sono piccole cellule dello Stato Islamico ma un nucleo che sta cercando di riorganizzarsi in grande stile.
La questione libica sarà uno dei punti chiave della visita romana di Mike Pompeo, segretario di Stato ed ex capo della Cia, ritenuto oggi l'uomo forte dell'amministrazione Trump. A Palazzo Chigi difficilmente Pompeo farà autocritica, ammettendo che il sostegno della Casa Bianca al generale Haftar abbia complicato la situazione nel Paese. L'offensiva contro Tripoli si è arenata subito, degenerando in un conflitto con la mobilitazione di milizie d'ogni genere e il pesante contributo di potenze musulmane, come Turchia, Egitto, Emirati e Qatar. Insomma, un grande caos dove prosperano le brigate estremiste. Pompeo però dovrebbe tributare un riconoscimento alla posizione dell'Italia, che sotto la supervisione del premier ha tenuto un canale aperto con tutti i contendenti: l'attività svolta dalla nostra intelligence ci pone ancora nelle condizioni ideali per tentare una mediazione. Che è diventata urgente, prima che la Tripolitania si trasformi in una nuova Siria.
L'attivismo di formazioni ispirate ai valori di Al Qaeda è segnalato ovunque. A preoccupare di più però è lo Stato Islamico, che nel 2015 sembrava cancellato dalla Libia dopo la durissima battaglia di Sirte. Oggi invece i segnali di ricostituzione sono sempre più forti, con il sospetto che alcuni veterani sfuggiti dalle disfatte in Medio Oriente abbiano raggiunto il Maghreb. I raid condotti dai droni americani in dodici giorni hanno ucciso 43 presunti jihadisti: il segno di quanto sia forte la nuova colonia dell'Isis. Le incursioni sono state concentrate nell'area di Murzuq. Il cuore del Fezzan, la regione più meridionale, in un territorio desertico non lontano dal confine del Niger: il crocevia dei traffici dall'Africa Centrale e della rotta dei migranti diretti verso l'Europa. Lì dove la disperazione rende più facile il proselitismo.
di Li Benbo
bitterwinter.org, 1 ottobre 2019
Secondo la Carta dei princìpi per la protezione delle persone in qualsiasi regime di detenzione o di carcerazione, adottato dalle Nazioni Unite il 9 dicembre 1988, "un individuo detenuto o incarcerato deve avere il diritto di essere visitato da e di corrispondere con, in particolare, i membri della propria famiglia e deve godere di adeguate opportunità di comunicazione con il mondo esterno, secondo criteri ragionevoli e in base alle restrizioni indicate dalla legge o dai regolamenti".
L'Articolo 48 della Legge carceraria della Repubblica Popolare Cinese stabilisce che "un prigioniero può, in accordo ai regolamenti relativi, incontrare i parenti e i propri tutori per la durata della pena cui è sottoposto". Il regime cinese non ha però solo revocato questo diritto ai credenti "scomodi", ma lo ha addirittura trasformato in un mezzo per costringerli ad ammettere di essere "colpevoli" e per rinunciare alla fede.
I credenti come "criminali incalliti" - In gennaio Zhao Guoming ha finalmente ricevuto dalla prigione una notifica con il permesso di vedere il figlio, dietro le sbarre da un anno e mezzo poiché fedele della Chiesa di Dio Onnipotente (Cdo). "Ero felicissimo. Finalmente avrei potuto vedere il mio ragazzo": così l'uomo ha ricordato la gioia provata quel giorno.
Durante la carcerazione del figlio, la polizia e l'amministrazione penitenziaria avevano infatti negato ripetutamente a Zhao Guoming il diritto alle visite, cosa che gli aveva fatto temere che il ragazzo venisse torturato e abusato. Il desiderio di vederlo cresceva quindi ogni giorno di più. Il giorno convenuto per la visita Zhao Guoming era uno dei più di cento familiari di detenuti allineati davanti all'atrio della prigione in attesa di vedere i propri cari. Quando è giunto il suo turno, le guardie si sono rifiutate di lasciarlo entrare adducendo il pretesto che il modo di pensare del figlio "non era ancora stato riformato" e dicendo che avrebbe potuto vederlo solo dopo che l'obiettivo fosse stato raggiunto.
"Hanno aggiunto che mio figlio crede in Dio Onnipotente e che è un "criminale incallito", ha raccontato Zhao Guoming: "per questo non posso vederlo". "Anche un'altra persona che aspettava in fila con me era venuta per incontrare il figlio. Quando ho chiesto quale crimine avesse commesso il figlio, ha risposto che si trattava di rapina", ha continuato. "Non capisco. Perché i parenti di assassini, piromani e altre persone malvagie hanno il permesso di far visita ai propri cari, mentre io non posso vedere mio figlio, che non ha commesso alcun crimine e che è stato incarcerato solo a causa della fede che professa?".
Con il figlio di Zhao è stato arrestato anche un altro giovane credente della CDO. Anche i suoi parenti sono stati respinti più volte quando hanno tentato di fargli visita in carcere. La polizia ha detto loro che essere un fedele della CDO è peggio di qualsiasi altro crimine, cosa che fa di lui un prigioniero politico. Il PCC inserisce nell'elenco degli xie jiao e reprime duramente quei gruppi religiosi che non si sottomettono al controllo del governo o che sono considerati in crescita troppo rapida, tale da rappresentare una minaccia per il regime. Fra questi la CDO è il gruppo religioso cinese che, preso singolarmente, subisce la persecuzione maggiore: più di venti suoi fedeli sono infatti stati torturati a morte nel corso dell'anno passato.
Sotto lo stretto controllo ideologico del Partito, dove le norme politiche del regime sono poste al di sopra di tutto, i fedeli dei gruppi vietati vengono trattati come i criminali più pericolosi, insieme ai dissidenti e ad altri prigionieri di coscienza, semplicemente perché il PCC non tollera i loro insegnamenti e il loro credo. Bitter Winter ha ricevuto un documento interno di una prigione che si trova nella provincia sudorientale del Fujian, dal titolo Avviso sull'ulteriore rafforzamento della gestione delle visite in carcere, che elenca chi pratica il Falun Gong e i fedeli della CDO insieme ai criminali che "mettono a rischio la sicurezza nazionale". In linea di principio, per queste categorie di persone non sono ammesse richieste speciali per visite (per esempio per visite diverse da quelle normali stabilite dal carcere).
Privare del diritto di visita i parenti dei prigionieri di coscienza è una tattica comune che il Partito utilizza per tormentare le persone. È accaduto nei casi dell'avvocato per i diritti umani Wang Quanzhang; dell'attivista Wu Gan, condannato a otto anni di galera per aver "sovvertito il potere dello Stato"; di Zhang Haitao, condannato a 19 anni per aver criticato il regime per il trattamento che riserva agli uiguri; oppure di Bian Xiaohui, la figlia di un praticante del Falun Gong, condannata a tre anni e mezzo di prigione per avere chiesto troppe volte di poter vedere suo padre in carcere.
Durante la detenzione i fedeli della CDO sono costretti a sottoporsi alla "trasformazione attraverso l'educazione" fino a firmare una dichiarazione in cui promettono di abiurare. Bitter Winter ha acquisito un documento confidenziale, emesso in aprile dall'Ufficio generale della Commissione centrale del PCC e dall'Ufficio generale del Consiglio di Stato, che riguarda la riforma carceraria nel Paese. È intitolato Proposte per rafforzare e implementare l'operato delle carceri e stabilisce con chiarezza che le prigioni debbono "intensificare l'azione di "de-radicalizzazione"; occuparsi con severità, in base alla legge vigente, dei criminali che mettono a repentaglio la sicurezza nazionale, che appartengono a uno xie jiao, che sono implicati in bande criminali e malvagie, che hanno una influenza sociale particolare e che hanno delle restrizioni sulla commutazione di una condanna".
Di conseguenza le carceri debbono "mettere in evidenza l'istruzione ideologica; guidare i criminali nell'acquisire in modo corretto la visione del mondo, la prospettiva verso la vita e il sistema dei valori; incrementare la capacità di ammettere la propria colpa e mostrare pentimento; [...]; implementare la correzione psicologica. [...] e riplasmare i criminali fino ad acquisire un carattere sano". Il documento, inoltre, invita a rieducare i detenuti rendendoli "cittadini che si identificano dal punto di vista ideologico ed emotivo con la leadership del Partito, si identificano con la loro grande madre, si identificano con la nazione cinese, con la cultura cinese, con la via del socialismo con caratteristiche cinesi". È passato un anno e mezzo da quando la madre di Bai Ying è stata arrestata perché fedele della CDO. In marzo la donna ha ricevuto una notifica da parte della prigione, che la informava di un peggioramento della salute della mamma, dovuta a pressione sanguigna alta. Si è molto preoccupata, poiché le era stato impedito di vederla fin dal momento dell'arresto. "Mia madre ha sempre avuto la pressione bassa. Come ha fatto a diventare troppo alta?". Bai Ying ha rabbrividito quando le è passato per la mente che sua madre fosse stata torturata.
Nonostante molti tentativi è stata respinta dalle guardie. "Tua madre non ha ancora ammesso la sua colpa, quindi i familiari non possono farle visita", le ha detto una di loro. "Però puoi comunicare con lei scrivendole. Scrivile una lettera e dille di ammettere in fretta di essere colpevole. Solo allora potrà vedervi". Un mese più tardi è avvenuto un cambiamento drammatico. La prigione ha notificato a Bai Ying che avrebbe potuto incontrare la madre. Ma a un patto: avrebbe dovuto convincerla ad abiurare.
Solo i familiari atei sono ammessi alle visite - I parenti di Zhao Mei, una fedele della CDO della provincia centrale dell'Hubei, sono distrutti. "Mia sorella è stata arrestata quasi due anni fa e non abbiamo mai potuto vederla. Non so neppure se sia viva o morta", ha detto il fratello maggiore. "Le guardie ci hanno detto che non possiamo incontrarla finché non avrà ammesso la sua "colpa". Mia sorella è decisa, non si sente colpevole di nulla e non vuole scrivere una "dichiarazione di garanzia" con la promessa di abbandonare la fede. Ci hanno anche detto che una volta scontata la pena dovrebbe sottoporsi ancora a "trasformazione" finché non ammetterà la sua "colpa". Per ottenere il permesso di farle visita, i suoi familiari hanno anche dovuto fare domanda per un "certificato" che dimostrasse che nessuno di loro sia religioso, da richiedere alla polizia della località di residenza del nucleo familiare. Negli ultimi due anni, tali requisiti sono diventati sempre più diffusi in tutto il Paese.
Una guardia carceraria ha confermato a Bitter Winter che si tratta di ordini da parte del governo centrale: se i parenti dei fedeli dalla CDO desiderano far visita ai propri cari in prigione, devono prima ottenere il certificato richiesto dalla polizia e solo allora possono far domanda all'amministrazione del carcere. Se la richiesta non è approvata, non possono vedere i propri cari.
Le restrizioni imposte dallo Stato alle visite ai prigionieri di coscienza religiosi è particolarmente dura per gli anziani; a maggior ragione se essi stessi sono fedeli di gruppi vietati. Durante l'ultimo anno, una fedele della CDO proveniente dal sud del Paese ha combattuto per poter andare a far visita al figlio, anch'egli un fedele della Chiesa, condannato a sei anni di carcere per via della sua fede. "Voglio andare e fargli coraggio, ma ho paura", ha detto l'anziana donna, con espressione ansiosa.
di Rosalba Carbutti
quotidiano.net, 30 settembre 2019
"Collegare dentro e fuori: la rieducazione passa da qui". Cè un dentro e un fuori nel carcere Due Palazzi di Padova. Corridoi, cancelli, ancora un labirinto di corridoi che sembra non finire mai. In fondo si arriva nei laboratori di lavoro. Ti accolgono le frasi di Dante "Fatti non foste a viver come bruti" e a destra la concezione di Sant'Agostino sulla giustizia terrena.
"Quando entro qui non mi sento più in gabbia. È come se fossi fuori", dice Ahmed, uno dei 167 detenuti-lavoratori. Tre cooperative (Giotto, Work Crossing, AltraCittà) permettono loro un'assunzione regolare e uno stipendio, a seconda se l'impiego è full time o part time, che va da 600 a mille euro. Ma il "caso Padova" se non è proprio unico, è certamente raro. Secondo i dati del ministero della Giustizia, aggiornati al 31 agosto, su 60.741 detenuti, i lavoratori non alle dipendenze dell'amministrazione carceraria sono appena 2.459, neanche il 4%. Ancora meno, 700, coloro che hanno un impiego vero. "È questo il problema - dice Nicola Boscoletto, presidente della Coop Giotto che opera al Due Palazzi da trent'anni. Lavorare in carcere è considerato un premio, addirittura un privilegio, mentre dovrebbe essere la normalità".
Santino, 53 anni, è uno dei pasticceri di Giotto, alle dipendenze della cooperativa Work Crossing, e mentre impasta dolci e fa torroni, ti fissa con i suoi occhi azzurrissimi: "Ho ucciso. Lavorare mi distoglie da questo pensiero fisso". Il suicidio? "Era quasi un'ossessione all'inizio. Oggi non più. Fare il pasticciere mi aiuta tutti i giorni".
Negli spazi di "AltraCittà" ci accompagna Rossella Favero tra laboratori di assemblaggio, legatoria e cartotecnica, fino alla redazione del giornale Ristretti Orizzonti. "I muri sono azzurri, gialli, colorati. Li hanno dipinti i detenuti per creare un'altra città, appunto, dove i reparti - racconta la presidente della cooperativa - hanno nomi di donna: Telma e Luise. Alice. Claudia. Loredana".
Brahim, 42 anni, viene dal Marocco e deve scontare 23 anni di carcere. Quando lo dice gli trema la voce, ma non ha perso la speranza: "Quando uscirò non sarò vecchissimo, potrò ancora riscattarmi. Intanto il lavoro mi dà una speranza, altrimenti non mi resterebbe che la corda". Non è l'unico a evocare quella stramaledetta corda. E i suicidi, in carcere, sono tanti. Troppi. Il dossier Antigone calcola che quest'anno fino al 25 luglio sono stati 27. Da qui, la necessità di evitare di marcire in cella senza scopo e soprattutto di riconquistare un ruolo anche agli occhi delle famiglie. Negli spazi della cooperativa Giotto c'è il call center dove i detenuti-operatori si occupano delle prenotazioni per l'ospedale di Padova e danno informazioni per la società bolognese Illumia che opera nel mercato libero dell'energia elettrica.
Lavori veri, non piccoli lavoretti per occupare il tempo. Sui muri sono appese foto della città di Padova e ci sono particolari degli affreschi della cappella degli Scrovegni che mostrano Inferno e Paradiso, vizi e virtù. "Il dentro dev'essere collegato al fuori", spiega Boscoletto.
"Una volta una bambina disse a un detenuto: "Prima di uccidere non ci potevi pensare?". Lui, che usciva per la prima volta in permesso dopo 17 anni, pregò di essere riportato in carcere. Non riusciva ad affrontare l'impatto con l'esterno, ed è stato proprio in quel giorno che ha iniziato a scontare la sua pena. Noi è su questo che dobbiamo agire".
Basta guardarsi intorno, e tra i pc del call center e il mega server, quasi ci si dimentica di cancelli, corridoi, sbarre alle finestre. Sembra un qualsiasi posto di lavoro del mondo. Oggi a Padova ci sono 600 detenuti, una sessantina condannati al Fine Pena Mai. Tra di loro anche Donato Bilancia, il serial killer delle prostitute. Per ora non lavora e recentemente gli è stato negato il permesso che aveva richiesto.
Il direttore del carcere Claudio Mazzeo, nel ricordare l'episodio, ci mostra una piantina del parco del carcere: "Faremo come a Bollate, piccole villette nel giardino. Così i detenuti che non ottengono il permesso di uscire potranno comunque vedere con maggiore privacy la propria famiglia".
Nel progetto ci sono casette, piante, panchine. Per un attimo sembra un giardino come un altro. Sembra di essere fuori. Sembra. Ma dentro restano le criticità. La richiesta di creare più posti di lavoro e le lungaggini burocratiche, l'equilibrio tra apertura e controllo, tra vigilare e redimere, tra punire e rieducare.
di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 30 settembre 2019
Coniugare da Roma a Città del Messico le esigenze di cura del territorio a carico degli Enti locali con la promozione della funzione rieducativa della pena e del reinserimento sociale dei detenuti per un rinnovamento penitenziario a livello nazionale e internazionale.
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 30 settembre 2019
Cassazione - Sezione III penale - Sentenza 26 luglio 2019 n. 34091. È abnorme il provvedimento con cui il Gip rigetti la richiesta di incidente probatorio presentata dal pubblico ministero ex articolo 392, comma 1-bis, del Cpp, adducendo ragioni di mera opportunità processuale e l'asserita assenza di ragioni di urgenza. Così si è espressa la sezione III della Cassazione con la sentenza 26 luglio 2019 n. 34091.
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