forlitoday.it, 30 settembre 2019
Per il completamento del nuovo carcere al Quattro bisogna attendere mille giorni. Obiettivo 2022. Lo ha annunciato il direttore della casa circondariale, Palma Mercurio, in occasione del 202esimo anniversario della Fondazione del Corpo di Polizia Penitenziaria.
La ripresa dei lavori è attesa nei prossimi giorni. Il cantiere è fermo dall'inizio dell'anno, quando il Tar ne aveva bloccato l'assegnazione dopo che erano state segnalate dell'anomalie sul bando. Il primo stralcio dei lavori è stato assegnato al raggruppamento temporaneo di imprese "Devi Impianti Srl" di Busto Arsizio (Varese), che si sono aggiudicate l'appalto con un ribasso del 23%, poco più di 26 milioni."
di Rosalba Carbutti
quotidiano.net, 30 settembre 2019
"Collegare dentro e fuori: la rieducazione passa da qui". Cè un dentro e un fuori nel carcere Due Palazzi di Padova. Corridoi, cancelli, ancora un labirinto di corridoi che sembra non finire mai. In fondo si arriva nei laboratori di lavoro. Ti accolgono le frasi di Dante "Fatti non foste a viver come bruti" e a destra la concezione di Sant'Agostino sulla giustizia terrena.
"Quando entro qui non mi sento più in gabbia. È come se fossi fuori", dice Ahmed, uno dei 167 detenuti-lavoratori. Tre cooperative (Giotto, Work Crossing, AltraCittà) permettono loro un'assunzione regolare e uno stipendio, a seconda se l'impiego è full time o part time, che va da 600 a mille euro. Ma il "caso Padova" se non è proprio unico, è certamente raro. Secondo i dati del ministero della Giustizia, aggiornati al 31 agosto, su 60.741 detenuti, i lavoratori non alle dipendenze dell'amministrazione carceraria sono appena 2.459, neanche il 4%. Ancora meno, 700, coloro che hanno un impiego vero. "È questo il problema - dice Nicola Boscoletto, presidente della Coop Giotto che opera al Due Palazzi da trent'anni. Lavorare in carcere è considerato un premio, addirittura un privilegio, mentre dovrebbe essere la normalità".
Santino, 53 anni, è uno dei pasticceri di Giotto, alle dipendenze della cooperativa Work Crossing, e mentre impasta dolci e fa torroni, ti fissa con i suoi occhi azzurrissimi: "Ho ucciso. Lavorare mi distoglie da questo pensiero fisso". Il suicidio? "Era quasi un'ossessione all'inizio. Oggi non più. Fare il pasticciere mi aiuta tutti i giorni".
Negli spazi di "AltraCittà" ci accompagna Rossella Favero tra laboratori di assemblaggio, legatoria e cartotecnica, fino alla redazione del giornale Ristretti Orizzonti. "I muri sono azzurri, gialli, colorati. Li hanno dipinti i detenuti per creare un'altra città, appunto, dove i reparti - racconta la presidente della cooperativa - hanno nomi di donna: Telma e Luise. Alice. Claudia. Loredana".
Brahim, 42 anni, viene dal Marocco e deve scontare 23 anni di carcere. Quando lo dice gli trema la voce, ma non ha perso la speranza: "Quando uscirò non sarò vecchissimo, potrò ancora riscattarmi. Intanto il lavoro mi dà una speranza, altrimenti non mi resterebbe che la corda". Non è l'unico a evocare quella stramaledetta corda. E i suicidi, in carcere, sono tanti. Troppi. Il dossier Antigone calcola che quest'anno fino al 25 luglio sono stati 27. Da qui, la necessità di evitare di marcire in cella senza scopo e soprattutto di riconquistare un ruolo anche agli occhi delle famiglie. Negli spazi della cooperativa Giotto c'è il call center dove i detenuti-operatori si occupano delle prenotazioni per l'ospedale di Padova e danno informazioni per la società bolognese Illumia che opera nel mercato libero dell'energia elettrica.
Lavori veri, non piccoli lavoretti per occupare il tempo. Sui muri sono appese foto della città di Padova e ci sono particolari degli affreschi della cappella degli Scrovegni che mostrano Inferno e Paradiso, vizi e virtù. "Il dentro dev'essere collegato al fuori", spiega Boscoletto.
"Una volta una bambina disse a un detenuto: "Prima di uccidere non ci potevi pensare?". Lui, che usciva per la prima volta in permesso dopo 17 anni, pregò di essere riportato in carcere. Non riusciva ad affrontare l'impatto con l'esterno, ed è stato proprio in quel giorno che ha iniziato a scontare la sua pena. Noi è su questo che dobbiamo agire".
Basta guardarsi intorno, e tra i pc del call center e il mega server, quasi ci si dimentica di cancelli, corridoi, sbarre alle finestre. Sembra un qualsiasi posto di lavoro del mondo. Oggi a Padova ci sono 600 detenuti, una sessantina condannati al Fine Pena Mai. Tra di loro anche Donato Bilancia, il serial killer delle prostitute. Per ora non lavora e recentemente gli è stato negato il permesso che aveva richiesto.
Il direttore del carcere Claudio Mazzeo, nel ricordare l'episodio, ci mostra una piantina del parco del carcere: "Faremo come a Bollate, piccole villette nel giardino. Così i detenuti che non ottengono il permesso di uscire potranno comunque vedere con maggiore privacy la propria famiglia".
Nel progetto ci sono casette, piante, panchine. Per un attimo sembra un giardino come un altro. Sembra di essere fuori. Sembra. Ma dentro restano le criticità. La richiesta di creare più posti di lavoro e le lungaggini burocratiche, l'equilibrio tra apertura e controllo, tra vigilare e redimere, tra punire e rieducare.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 30 settembre 2019
Alle presidenziali hanno votato meno di due milioni di elettori su nove e mezzo registrati, tuttavia anche gli osservatori più pessimisti concordano almeno su un punto: il Paese non tornerà allo sfascio di venti o trent'anni fa. È evidente che le presidenziali afghane di sabato sono state un fallimento clamoroso. Il Paese vacilla, la violenza talebana impera. Però sarebbe un errore esagerare nei catastrofismi. Anche se paiono ovvi. I primi dati riportano una partecipazione inferiore al 20%. Avrebbero votato meno di due milioni sui nove e mezzo dei registrati. Solo cinque anni fa erano stati oltre otto milioni. "Vince l'astensione, assieme a paura, alle accuse di corruzione contro i politici. È la delegittimazione non solo del governo attuale, ma anche del futuro, dei candidati e in realtà dell'intero sistema democratico così come costruito con l'aiuto dei Paesi Nato dalla fine del regime talebano", commenta tra i 18 candidati alla presidenza lo stesso Wali Massoud, fratello di Shah Massoud, l'eroe della resistenza anti-talebana assassinato da Al Qaeda al tempo degli attentati dell'11 settembre 2001. La crescita del peso dei Talebani, di Isis e la crisi economica renderanno ancora più incerta la prossima fase politica, già avvelenata dai sospetti di brogli.
Tuttavia, anche gli osservatori locali più pessimisti concordano almeno su di un punto: l'Afghanistan non tornerà allo sfascio di venti o trent'anni fa. Li capisce bene chi vide il Paese ridotto in macerie. Un mondo primitivo, sprofondato indietro di secoli, le strade impassabili, ospedali inesistenti, no acqua, no elettricità, Kabul semivuota con i profughi a bruciare pattumiere per riscaldare e cuocere i cibi in ricoveri senza finestre. "Anche grazie a voi occidentali è cresciuta una società civile assertiva, la gente sa protestare, è collegata col mondo, conosce i media, ci sono donne pronte a morire per le libertà civili", dicono in tanti. Gli stessi talebani sono divisi tra moderati ed estremisti. Il passato resta un fantasma, la prossima crisi sarà diversa.
di Liana Milella
La Repubblica, 30 settembre 2019
Da Di Maio stop a un provvedimento sui nuovi italiani: "Oggi ci sono altre priorità". E la renziana Morani spacca il fronte della sinistra: "Principio sacrosanto ma parlarne adesso è un errore". Il no di Meloni e Salvini. Il Pd, pur con qualche frattura interna, spinge. M5S invece frena. E sullo ius culturae, alias ius soli, si apre una nuova crepa nella maggioranza giallo-rossa.
Lo slancio di Giuliano Pisapia nell'intervista a Repubblica - "lasciamoci alle spalle l'oscurantismo di Salvini, cittadinanza al minore straniero entrato in Italia entro i 12 anni, che abbia frequentato regolarmente un percorso formativo per almeno 5 anni sul territorio nazionale" - non contagia, o forse spaventa M5S, e apre un'ala di dissenso nel Pd. Dove si oppone in modo netto Alessia Morani, una renziana di ferro rimasta però nella casa madre e oggi sottosegretario al Mise.
"È un principio sacrosanto e una legge di grande civiltà - scrive su Fb - ma riprendere ora il dibattito è un errore". Del pari Giuseppe Brescia, grillino dell'area Fico e presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, dice che "ora ci sono altre priorità come una legge sul conflitto di interessi e il taglio dei parlamentari che approveremo martedì".
Concetto ribadito ieri sera dallo stesso Di Maio in tv: "Oggi ci sono altre priorità". Quindi per lo ius culturae, sarebbe meglio aspettare, soprattutto perché i pentastellati, su una questione delicata come questa, hanno bisogno di una consultazione sulla piattaforma Rousseau. Argomento fortemente divisivo da sempre, lo ius culturae stavolta trova un appoggio pieno sia nella stragrande maggioranza del Pd, che nella sinistra di Leu. Ecco cosa ne pensa Matteo Orfani: "Si può approvare in poche settimane. Senza tentennamenti, senza paura e senza subalternità agli argomenti della peggiore destra".
Sicuramente quella di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni che già ieri hanno dichiarato la loro piena avversità alla sola idea. Durissimo il capo della Lega che, con il suo consueto garbo, definisce lo ius soli "un insulto per gli immigrati per bene" e aggiunge "a 18 anni hai la maturità per scegliere, perché la vogliono dare prima? Perché così restano qua genitori, nonni, zii, ma io di criminali ne ho piene le palle".
Mentre Meloni già si lancia nell'ennesima manifestazione di piazza prevista per giovedì, quando in commissione parte la discussione. Proprio in vista dell'opposizione a destra, nel Pd pesano ancora di più le possibili fratture. Il niet di Morani - che potrebbe anticipare il no di Renzi e di Italia viva - preoccupa per il suggerimento di aspettare "giugno del prossimo anno, dando il tempo agli italiani di apprezzare che c'è un modo efficace e diverso da quello di Salvini di governare i flussi migratori e di fare sul serio politiche di integrazione".
Quindi prima si cambiano i decreti sicurezza Uno e Due, poi si fa lo ius soli. Ora invece "la legge non sarebbe compresa". In compenso massima apertura arriva da Leu dove il capogruppo alla Camera Federico Fornaro afferma che "in una nazione normale lo ius culturae sarebbe votato da tutti, anche dalla destra". Ma in Italia non è affatto così.
cronachepicene.it, 30 settembre 2019
Incontro con il poeta Franco Arminio per i detenuti della casa circondariale di Marino del Tronto e di quella di Fermo. L'appuntamento è legato al progetto "Ora d'aria", una serie di laboratori ideati da un altro poeta, Luigi Socci, direttore artistico del poesia festival "La Punta della lingua" che ha accompagnato lo stesso Arminio insieme al Garante regionale dei detenuti Andrea Nobili.
Arminio ha fatto quello che fa di solito, nelle sue letture in giro per l'Italia. Ha letto le sue poesie e una, che inizia con i tre intensi versi "Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, gente che sa fare il pane, che ama gli alberi e riconosce il vento", l'ha fatta tradurre nei vari dialetti parlati dai detenuti. Poi ha cantato, insieme al pubblico dei ristretti, la canzone "Azzurro". L'esperimento è talmente riuscito che ha spinto un gruppo di detenuti nigeriani del carcere di Ascoli a cantare una canzone del loro paese.
Poeta, scrittore e regista italiano, Franco Arminio si è autodefinito "paesologo". Ha raccontato i piccoli paesi d'Italia descrivendo con estrema realtà la situazione soprattutto del Mezzogiorno. Animatore di battaglie civili, collabora con diverse testate locali e nazionali e ha realizzato anche vari documentari. Negli ultimi anni ha pubblicato molti libri, con notevole successo di critica e crescente apprezzamento dei lettori.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 30 settembre 2019
Wajih-ul-Hassan, un cittadino pachistano di religione musulmana, è uscito dal braccio della morte il 25 settembre. C'era entrato 18 anni prima, accusato di aver scritto una lettera "offensiva" a un avvocato, da questi resa poi pubblica, e dunque passibile della più estrema delle sanzioni ai sensi delle leggi sulla blasfemia. La Corte suprema ha stabilito che non vi sono prove certe che Wajih sia l'autore della lettera, cosa che l'ormai ex condannato a morte aveva sostenuto per quasi 20 anni. In questo blog, seguendo in particolare la vera e propria "via crucis" giudiziaria della cristiana Asia Bibi, ora in esilio, abbiamo più volte denunciato come le leggi sulla blasfemia, introdotte negli anni Ottanta per punire coloro che dissacrano il Corano e offendono il profeta Maometto - si prestino all'abuso e all'arbitrio più assoluti.
Dal 1987 al 2014, secondo la Commissione nazionale per la giustizia e la pace, 1300 persone sono state accusate di "blasfemia". Se è vero che la maggior parte degli accusati è di religione musulmana, va sottolineato come il 14 per cento dei processi abbia riguardato non-musulmani, che costituiscono il tre per cento della popolazione del Pakistan. Almeno 40 persone sono in carcere, condannate all'ergastolo o alla pena di morte. Fortunatamente, dall'entrata in vigore delle leggi non ha avuto luogo alcuna esecuzione capitale. Ma folle di facinorosi si sono fatte giustizia da sé: secondo il Centro di ricerca e studi sulla sicurezza, dal 1990 sono stati assassinati per via extra-giudiziale almeno 65 sospetti "blasfemi".
di Ester Palma
Corriere della Sera, 30 settembre 2019
Nell'omelia della messa in San Pietro, Francesco chiede ai fedeli di "sentire compassione per la sofferenza degli ultimi, avvicinarsi, toccare le loro piaghe, condividere le loro storie, per manifestare la tenerezza di Dio verso di loro". "Il mondo odierno è ogni giorno più elitista e crudele con gli esclusi. È una verità che fa dolore. I Paesi in via di sviluppo continuano ad essere depauperati delle loro migliori risorse naturali e umane a beneficio di pochi mercati privilegiati. Le guerre interessano solo alcune regioni del mondo, ma le armi per farle vengono prodotte e vendute in altre regioni, le quali poi non vogliono farsi carico dei rifugiati prodotti da tali conflitti. Chi ne fa le spese sono sempre i piccoli, i poveri, i più vulnerabili, ai quali si impedisce di sedersi a tavola e si lasciano le "briciole" del banchetto".
È la 105esima Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato e papa Francesco ha celebrato, in unione con i fedeli di tutte le Diocesi del mondo, una Messa dedicata sul sagrato di San Pietro: "Il tema di quest'anno è "Non si tratta solo di migranti". Ed è vero: non si tratta solo di forestieri, ma di tutti gli abitanti delle periferie esistenziali che, con stranieri e rifugiati, sono vittime della cultura dello scarto. Il Signore ci chiede di mettere in pratica la carità nei loro confronti; ci chiede di restaurare la loro umanità, assieme alla nostra, senza escludere o lasciare fuori nessuno".
"Chiediamo a Dio la grazia di piangere davanti alla sofferenza" - Ha aggiunto il Papa: "Amare il prossimo come se stessi vuol dire anche impegnarsi seriamente per costruire un mondo più giusto, dove tutti abbiano accesso ai beni della terra, dove tutti abbiano la possibilità di realizzarsi come persone e come famiglie, dove a tutti siano garantiti i diritti fondamentali e la dignità. Significa sentire compassione per la sofferenza dei fratelli e delle sorelle, avvicinarsi, toccare le loro piaghe, condividere le loro storie, per manifestare concretamente la tenerezza di Dio nei loro confronti.
Significa farsi prossimi di tutti i viandanti malmenati e abbandonati sulle strade del mondo, per lenire le loro ferite e portarli al più vicino luogo di accoglienza, dove si possa provvedere ai loro bisogni". E ha concluso: "Come cristiani non possiamo essere indifferenti di fronte al dramma delle vecchie e nuove povertà, delle solitudini più buie, del disprezzo e della discriminazione di chi non appartiene al "nostro" gruppo. Non possiamo rimanere insensibili, con il cuore anestetizzato, di fronte alla miseria di tanti innocenti. Non possiamo non piangere. Non possiamo non reagire. Chiediamo al Signore la grazia di piangere, il pianto che converte il cuore davanti a questi peccati".
La scultura per la "sfida dell'accoglienza" - Dopo la Messa e l'Angelus e prima del giro in papamobile sulla piazza, Francesco ha ringraziato tutti i partecipanti alla celebrazione e benedetto la scultura in bronzo e argilla dell'artista canadese Timothy Schmalz che ha come tema le parole della Lettera agli Ebrei: "Non dimenticate l'ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli". E ha spiegato: "L'opera raffigura un gruppo di migranti di varie culture e diversi periodi storici. l'ho voluta qui in piazza San Pietro, affinché ricordi a tutti la sfida evangelica dell'accoglienza". Francesco ha davvero apprezzato l'opera: l'ha osservata nei dettagli e toccata, girandole intorno più volte.
Bassetti: "Gli stranieri come Lazzaro alla nostra tavola" - Al termine della celebrazione, ha preso la parola anche il cardinal Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, cher ha concelebrato la Messa col Papa: "Questa piazza vivace e colorata ha raccolto gente di ogni dove, unita nello spirito di lode al Signore, padre di tutta l'umanità.
La fede e la potenza del risorto ci fanno sentire fratelli e ci spingono ad amare tutti, come Lui ci ha amati e ha dato se stesso per noi. La Chiesa che è in Italia si sente interpellata dal mondo delle migrazioni. Milioni di uomini e donne, bambini, giovani e anziani ogni anno lasciano la propria terra in cerca di una vita migliore, di un luogo di pace o di progresso dove poter trovare rifugio e dignità. Stendono la mano come il povero Lazzaro, chiedendo almeno le briciole del pane per sfamarsi.
Ma il ricco epulone della parabola non vuole vedere né sentire, la sua ricchezza lo ha reso povero di sentimento e gli ha inaridito il cuore. Egli non vuol condividere con altri le sue ricchezze e la prosperità la considera cosa privata. Ma il Signore, con la sua Parola e il suo esempio di amore, ci invita ad essere solidali, a non assecondare le ingiustizie e l'empietà. I poveri che bussano alla nostra porta, i migranti che cercano una vita migliore sono il nostro prossimo nel bisogno".
La Repubblica, 30 settembre 2019
Scontri con la polizia nel campo dove sono ospitati 13mila migranti a fronte di una capienza di 3mila. Tragedia nel campo profughi di Lesbo dove la situazione era già insostenibile da mesi con oltre 13.000 persone in una struttura che ne può ospitare 3500. Una donna e un bambino sono morti nell'incendio (sembra accidentale) di un container dove abitano diverse famiglie ma le vittime potrebbero essere di più. Una quindicina i feriti che sono stati curati nella clinica pediatrica che Medici senza frontiere ha fuori dal campo e che è stata aperta eccezionalmente.
"Nessuno può dire che questo è un incidente - è la dura accusa di Msf. È la diretta conseguenza di intrappolare 13.000 persone in uno spazio che ne può contenere 3.000". Dopo l'incendio nel campo è esplosa una vera e propria rivolta con i migranti, costretti a vivere in condizioni disumane, che hanno dato vita a duri scontri con la polizia e hanno appiccato altri incendi all'interno e all'esterno del campo di Moria, chiedendo a gran voce di essere trasferiti sulla terraferma. Ancora confuse le notizie che arrivano dall'isola greca dove negli ultimi mesi gli sbarchi di migranti provenienti dalla Turchia sono aumentati in maniera esponenziale.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 30 settembre 2019
Mentre si chiudono le urne e ancora si parla di un accordo coi talebani, una giovane giornalista racconta da Kabul cosa significhi difendere i diritti femminili. "La nostra linea rossa? Fondamentalmente è la sopravvivenza".
Farahnaz Forotan, 26 anni, originaria della provincia di Kapisa è una delle giornaliste afghane più note. Un curriculum come reporter nei più grandi network afghani, Tolo e Ariana, oggi Forotan ha deciso di mettersi in proprio e lavorare per proteggere i diritti delle donne afghane. E all'inizio di quest'anno - proprio mentre si tenevano i round negoziali tra i talebani e l'inviato Usa a Mosca e a Doha - con l'agenzia delle Nazioni Unite Women Afghanistan ha lanciato un campagna social dal titolo #MyRedLine. Obiettivo, raccontare racconta le libertà e i diritti a cui donne e uomini afghani non sono disposti a rinunciare in nome di un accordo per il ritiro delle forze straniere.
"Come reporter ho avuto accesso alle zone più remote del Paese, compreso l'Helmand sotto il controllo dei fondamentalisti", spiega al Corriere in vista del suo arrivo in Italia (Forotani sarà a Ferrara al Festival di Internazionale, venerdì 4 ottobre alle 18.30). Durante i suoi viaggi Forotan ha incontrato decine di donne che le hanno raccontato la loro sfida quotidiana di sopravvivenza. "Nella provincia di Feourzah, ad esempio, ho avuto modo di conoscere una poliziotta locale che aveva perso negli attacchi 35 membri della sua famiglia. Nonostante tutto quella donna aveva deciso di continuare a lottare e di lavorare per la sicurezza del suo villaggio".
In questi mesi molto si è dibattuto a proposito del rischio che un accordo con i talebani potesse far tornare indietro il Paese di 18 anni. Negli ultimi anni le donne afghane hanno compiuto notevoli progressi verso l'uguaglianza. Nel 2001 solo in 900 mila andavano scuola, quasi nessuno di sesso femminile. Oggi, 9 milioni di bambini hanno accesso all'educazione. Di questi 3,5 milioni sono ragazze. Inoltre, 100 mila donne frequentano l'università. Sebbene i talebani abbiano apparentemente allentato le redini sull'educazione femminile, in realtà la loro posizione è ambivalente. Non è un caso che subito dopo la pubblicazione del documento finale di Doha siano emerse delle incongruenze tra la versione in inglese e quelle in dari e pashto, le due lingue maggioritarie in Afghanistan.
Dopo la rottura dei negoziati all'inizio di settembre voluta dal presidente statunitense Donald Trump e durante la campagna elettorale per le elezioni presidenziali, #MyRedLine ha ottenuto l'appoggio dall'establishment afghano. Tra gli oltre 30 video pubblicati in rete e l'oltre milione e mezzo di visualizzazioni, è arrivato anche l'appoggio del presidente Ashraf Ghani che durante un incontro nella provincia di Faryab ha dichiarato "Le donne sono la mia linea rossa nei colloqui di pace".
D'altro canto per Forotan e per le sue colleghe ("ho sempre saputo che avrei fatto la giornalista e questo nuovo modo di farla mi entusiasma"), ora oltre al diritto all'istruzione, c'è anche un'altra linea rossa da difendere. Ed è quella della libertà di espressione, "un diritto che ci siamo faticosamente guadagnate pagando anche con la nostra stessa vita. E che difenderemo con tutte noi stesse".
di Luca De Carolis
Il Fatto Quotidiano, 29 settembre 2019
Il Guardasigilli: "Col Pd partiamo da posizioni differenti, ma non accetto che si perda tempo sulla riforma della giustizia". Il ministro che è rimasto dov'era doveva ripartire da lì, dalla sua riforma della giustizia: "Uno dei motivi per cui Matteo Salvini ha fatto saltare il governo è stato quello di fermarla".










