di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 11 novembre 2019
La gola dell'anziana vittima di un ergastolano quadruplice omicida, in permesso premio di 12 ore dopo 44 anni di carcere su 60 di vita, accende il derby tra sciacalli e anime belle quando invece dovrebbe interpellarli entrambi.
L'incidenza statistica di un fallimento come questo è prossima allo zero-virgola, giacché su 55.000 misure di esecuzione di pena alternative al carcere nel 2017 solo lo 0,67% (372 casi) sono state revocate perché i detenuti hanno commesso reati: anche ad aggiungere lo 0,45% (247 casi) di chi non è rientrato in tempo o è scappato, il 2,90% di esito negativo per i magistrati, o altri motivi formali, non si supera il 5,29%.
E nello specifico del Tribunale di Sorveglianza di Milano, le revoche in un anno sono 357 su 8.211 misure alternative (4,3%), e sempre poche sono su 6.281 permessi (a fronte di 2.250 rigettati). Ma chi contestualizza le singole tragedie in questo più generale quadro non può trincerarsene, per l'altrettanto ovvia ragione che quello zero-virgola pesa invece quanto tutti i miliardi del mondo per quella persona aggredita, la sua famiglia, i parenti delle precedenti vittime del condannato, per la comunità, nonché per la politica che di carcere si occupi o per sincero afflato o per lucro di reddito elettorale.
Anche gli ultrà del "buttare la chiave" devono però fare i conti con quanto incrina le loro certezze: l'accoltellatore è risultato impermeabile a 44 anni, 4 mesi e 8 giorni di carcere, e va a ingrossare il numero (35.222 a fine 2017) di detenuti con già altre condanne alle spalle, addirittura oltre 6.000 con più di 5 precedenti carcerazioni.
La difficoltà sta nel fatto che è vero il frastuono dell'albero che cade, ma è vero anche il silenzio della foresta che intanto attorno cresce. Perché "si vede" l'insicurezza dovuta alla gola tagliata dal detenuto di cui sia fallita una prova di graduale libertà; ma "non si vede" - o non si è allenati a vedere, se non nelle snobbate statistiche sulla recidiva di chi sconti la pena tutta in carcere (68%) o invece un po' anche in qualche misura alternativa (19%) - la maggiore sicurezza dovuta a tutti quei reati che molti più altri detenuti, proprio in forza di riuscite prove di responsabilizzazione, non compiono più quando escono a pena scontata.
giornaledimonza.it, 11 novembre 2019
A dare la notizia è stato il Sindacato autonomo di Polizia penitenziaria che ha poi commentato: "C'è emergenza salute tra le sbarre". Un detenuto straniero di 50 anni è morto ieri sera per un probabile infarto nel carcere di Monza. A dare la notizia è il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, per voce del Segretario regionale della Lombardia Alfonso Greco.
"Nella serata di ieri, nel carcere di Monza, è morto un detenuto straniero di circa 50 anni per arresto cardiaco. Dopo un primo soccorso in istituito è stato trasportato d'urgenza in ospedale ove è poi deceduto. Il pur tempestivo intervento dei nostri Agenti di Polizia Penitenziaria di servizio non ha purtroppo impedito la morte del detenuto".
Greco evidenzia che "in Lombardia vi sono 18 istituti penitenziari sui 190 nazionali. La capienza regolamentare regionale stabilita per decreto dal ministero della Giustizia sarebbe di 6.199 detenuti, ma l'ultimo censimento ufficiale ha contato 8.618 reclusi, che ha confermato come la Lombardia sia la regione d'Italia con il maggior numero di detenuti. La regione Lombardia presenta una caratteristica: qui la salute penitenziaria resta in carico alle Aziende Ospedaliere, mentre nelle altre ragioni italiane è gestita dalle ASL".
I numeri della situazione sanitaria - "La situazione sanitaria nelle carceri resta allarmante, come hanno anche confermato gli esperti nel corso del XX Congresso Nazionale Simspe, Agorà Penitenziaria 2019: altro che emergenza superata", commenta Donato Capece, segretario generale Sappe.
"Secondo il rapporto del 2019 "Salute mentale e assistenza psichiatrica in carcere" del Comitato Nazionale per la Bioetica, osservando le tipologie di disturbo prevalenti sul totale dei detenuti presenti, al primo posto troviamo la dipendenza da sostanze psicoattive (23,6), disturbi nevrotici e reazioni di adattamento (17,3%), disturbi alcol correlati (5,6%). A seguire piccole percentuali per i disturbi affettivi psicotici (2,7%), disturbi della personalità e del comportamento (1,6%), disturbi depressivi non psicotici (0,9%), disturbi mentali organici senili e presenili (0,7%), disturbi da spettro schizofrenico (0,6%).
Analizzando le diagnosi per genere, prevale tra gli uomini la diagnosi di dipendenza da sostanze psicoattive (50, 8% degli uomini e 32,5% delle donne), e tra le donne la diagnosi di "disturbi nevrotici e reazioni di adattamento" (36,6% delle diagnosi femminili e 27,1% delle diagnosi maschili). Arrivano dopo, fra gli uomini, i "disturbi alcol correlati (9,1 % degli uomini e 6,9% delle donne), e fra le donne i disturbi affettivi psicotici (10,1% delle donne e 4,1% degli uomini), i disturbi della personalità e del comportamento (2,4% degli uomini e 3,4% delle donne), disturbi depressivi non psicotici (1,3% degli uomini e 2,8% delle donne)".
Per il Sappe le carceri sono moderni "lazzaretti" - "Le carceri, dunque, assomigliano sempre più a "moderni lazzaretti" di manzoniana memoria", conclude Capece. "Ed allora va detto una volta di più, con chiarezza e fermezza, che la tutela e la sicurezza del personale in servizio presso gli istituti detentivi devono sempre rappresentare il fondamento di qualsivoglia riforma penitenziaria, atteso che la Polizia Penitenziaria svolge una funzione essenziale per conto della comunità, prodromica alla sicurezza dei detenuti e di quanti altri sono presenti negli istituti: e ciò rafforza la denunzia di cui da sempre il Sappe si fa portatore in ogni contesto istituzionale (ovvero, proprio la trasfigurazione in moderni lazzaretti che hanno assunto, ormai da molti anni, le nostre carceri per le costanti e continue emergenze sanitarie).
di Luciano Piras
La Nuova Sardegna, 11 novembre 2019
Presentazione di Roberto Vecchioni. E come sempre nella vita, anche nel carcere l'unica arma, l'unica difesa, l'unico scudo contro la tristezza, la noia, il dolore, è l'arte, non c'è niente da fare. E la prima tra le arti è quella più popolare e più immediata: la musica. Musica che parla di cose vere, cose vive, cose vissute dalle persone, in sofferenza e in gioia... è la musica che fa star bene.
Dà a chi purtroppo è in carcere la sensazione che il mondo sia sempre simile. Gli errori si commettono, gli sbagli ci sono, i dolori si riparano, le speranze esistono, eccome! Ecco perché ho già proposto e continuerò a proporre i concerti nelle carceri, li ho fatti anch'io i concerti, a patto che ci sia un continuo ricambio di artisti che vadano a cantare nelle carceri italiane.
La musica degli Istentales è particolare. È particolare perché è sarda, sì, ma esce, esula dal mondo sardo. Innanzitutto dalla Sardegna prende i valori fondamentali che sono la serietà di vita, l'amicizia, la straordinaria amicizia, collegamento tra uomo e uomo, la dignità (che purtroppo in carcere si perde).
Questi insegnamenti, che non tutti gli artisti trasmettono, ma loro sì, gli Istentales sì, sono veramente tra i primi che possono arrivare ai carcerati. Mi auguro perciò che questo tour davvero speciale degli Istentales raccontato in questo libro di Luciano Piras, Liberi dentro, continui e che i carcerati ascoltino e che abbiano sempre modo di riascoltare la musica, che possano registrare brani, pezzi, discorsi, di Gigi Sanna e di tutti gli altri, e sapere così che non è mai finita. Dentro il carcere si possono fare tantissime cose.
Prima di tutto bisogna costruire carceri nuove, perché non si può stare ammassati come animali in uno spazio ristretto, ci vogliono spazi enormi e anche all'aperto. Non vedo perché il carcere debba costringere una persona a stare in una cella. Ci sono carceri a Milano e fuori Milano che hanno parchi e parchi, giardini, chiusi chiaramente, dove però puoi passeggiare, fare qualcosa. Il carcere non deve essere una sofferenza, deve essere un tentativo di rieducazione, deve dare almeno un consiglio per la vita che verrà. La sofferenza deve essere abolita.
Al massimo devi renderti conto che hai perso la cosa più grande che ha un uomo: la libertà. Quella è la vera sofferenza, non altri tipi di sofferenza. Se io potessi fare qualcosa per le carceri, la prima cosa che farei sarebbe proprio questa: far sì che siano più umani, che non siano alberghi, questo no, ma più umani sì. Spazi più grandi, con un grande tempo per leggere, per costruire delle cose, per favorire la propria arte. Prima parlavo della musica, ma non è importante soltanto la musica che va in carcere, è importante anche quella che si fa dentro il carcere. Si impara la musica, si formano i gruppi, si cantano canzoni, si fanno spettacoli, musica sinfonica, musica jazz, la musica è tutta bella, quando è bella, non possiamo catalogarla... ci sono pezzi tremendi e ci sono pezzi bellissimi che arrivano all'anima.
L'arte è fondamentale. Prendi il teatro: è una creazione, ci si immedesima in un altro personaggio, esci un attimo da te stesso e guardi con gli occhi di un altro uomo, magari rappresentativo del mondo, e allora ti accorgi che il mondo è fatto di tante piccole cose e di sentimenti forti. E ti fa capire che se tu sei in carcere, non è che per questo sei diverso dagli altri uomini. La musica è anche un mezzo per evadere dalla durezza della realtà, dalle brutture di tutti i giorni, dalle ingiustizie, dal male. Questa era la musica di Fabrizio de André, di Pierangelo Bertoli, di Francesco Guccini, è la musica che ho fatto anche io. È una musica che non ha tempo, non è che finisce negli anni Settanta, Ottanta... è ancora viva, vivissima oggi per chi la vuole sentire, ascoltare.
Oggi non vanno solo il trap, il rap eccetera, che vanno benissimo, sono comunicazione giovanile, vanno benissimo ripeto, ma ci sono cose molto più profonde verso cui andare, scavare. Quando possiedi queste piccole perle, queste piccole perle sono la tua corazza contro qualsiasi cosa ti accada. Devo dire che la musica degli Istentales, che in Sardegna è notissima, ha sempre fatto quell'effetto, cioè racconta la verità, la realtà così com'è.
Gigi Sanna non usa parole astruse né metafore strane. Lui è un costruttore di vero nella sua semplicità assoluta, il suo messaggio arriva subito. E quel messaggio va elaborato dentro l'anima, va coltivato. Il percorso di Gigi e degli Istentales è stato lungo e faticoso, è un percorso quasi controvento, ma lui, loro non hanno paura di questo: vanno avanti perché quelle sono le cose da dire e non scendono a compromessi.
di Edoardo Corasaniti
lanuovacalabria.it, 11 novembre 2019
Quintieri: "Intervenga il Garante nazionale". Di nuovo il carcere diventa teatro di una tragedia. Di nuovo il sistema insiste nel voler tenere in gabbia una persona gravemente affette da disturbi psichiatrici, bisognose di cura ed assistenza. La trama è questa: prima il carcere di Paola, poi il "Panzera" di Reggio Calabria, dopo l'istituto penitenziario del capoluogo e infine l'ospedale Pugliese Ciaccio di Catanzaro. Si evolve così la tragica storia di un detenuto di origine cosentina che nei giorni scorsi ha tentato il suicidio nel carcere di Catanzaro.
Ed oltre al danno la beffa: a quanto pare, sembrerebbe che alla moglie sia stata negata la possibilità di avere un colloquio con suo marito. A farlo sapere è Emilio Quintieri (Radicali Italiani), che proprio tempo fa ha chiesto all'Amministrazione penitenziaria un'adeguata sorveglianza custodiale e un sostegno morale e psicologico per il detenuto.
Ma accade quello che si voleva evitare: l'uomo, 49 anni e condannato per estorsione, cerca di mettere fine alla propria vita. Immediato il trasporto d'urgenza al nosocomio catanzarese, dove ora è ricoverato in rianimazione. Non è finita, perché tra i protagonisti della vicenda c'è anche la moglie del detenuto.
È lei che, appena saputo di quanto successo, si precipita nell'ospedale catanzarese. La Polizia Penitenziaria, però, le avrebbe negato di poterlo vedere ed avere dai medici notizie sulle condizioni di salute dell'uomo ricoverato, nonostante fosse stato autorizzata. Quintieri ha inviato una informativa al Garante Nazionale dei Diritti dei Detenuti, Maria Palma, sollecitando una visita ispettiva con la massima urgenza.
Messaggero Veneto, 11 novembre 2019
Tra prevenzione e stimolo al cambiamento Si comincia venerdì, poi assemblee di istituto. Non ci sono libri di testo né dizionari per imparare ad ascoltare l'altro. È un esercizio costante, impegnativo, tanto più difficile quanto l'altro è distante dalla nostra comfort zone. Ma è un esercizio necessario per formare gli adulti di domani e per aiutare quelli di oggi a riflettere sul loro presente.
È un'esperienza di scambio intensa quella che stanno per vivere i ragazzi di alcuni licei di Pordenone che a partire da venerdì saranno coinvolti nel progetto "A scuola di libertà": durante le assemblee di istituto potranno incontrare detenuti ai domiciliari o in semilibertà accompagnati da volontari. Ascolteranno le loro storie, li guarderanno negli occhi e saranno da loro guardati ed ascoltati con il duplice obiettivo della prevenzione per gli studenti e della consapevolezza del reato e del cambiamento per detenuti.
Anima dell'iniziativa è Giovanna De Maio dell'associazione Carcere e comunità di Pordenone, che anche quest'anno ha riproposto alle scuole secondarie di primo grado del territorio un progetto di educazione alla legalità. Il legame tra scuola e carcere è stato sottolineato anche nell'ultima Conferenza nazionale giustizia e volontariato che si è svolta in ottobre a Milano: sono due mondi - ha sottolineato l'assemblea della Cnvg della quale fa parte l'associazione - che si devono conoscere e confrontare per riflettere insieme sul sottile confine tra illegalità e trasgressione, sui comportamenti a rischio, sulla violenza che si nasconde in ognuno di noi.
Ci saranno anche i ragazzi del Leopardi Majorana. Le classi prime e seconde si riuniranno in assemblea il 2 dicembre mentre le terze, le quarte e le quinte sono convocate il 6 dicembre. Alle assemblee parteciperanno proprio i detenuti: persone condannate per reati comuni e che oggi si trovano ai domiciliari alla cooperativa Oasi o che hanno già dei permessi di semilibertà in cui queste persone sono già accompagnate dai volontari a fare una passeggiata e a pranzo fuori. La parola sarà data anche ai volontari e a don Piergiorgio Rigolo, presidente di Carcere e comunità e storico cappellano di carcere e ospedale. Luoghi di sofferenza ma anche di speranza, ricchi di vita in tutte le sue sfaccettature.
Il Riformista, 11 novembre 2019
Spunta un accordo segreto far Malta e Tripoli. Avrebbero stretto un patto in base al quale le Forze armate maltesi si coordinerebbero con la guardia costiera libica per intercettare i migranti diretti verso l'isola e riportarli in Libia. A rivelarlo è il giornale Times of Malta, che parla di accordo di "mutua cooperazione" siglato tra l'esercito della Valletta e la guardia costiera libica, con il funzionario governativo Neville Gafà come intermediario.
Il quotidiano maltese pone in evidenza la figura di Gafà, accusato in precedenza di comportamenti illeciti e controversi, tra cui legami con un leader delle milizie libiche che gestisce estorsioni e centri di detenzione privati. Come controversa, peraltro, è anche l'attività della guardia costiera della Libia. "Abbiamo raggiunto quello che potreste chiamare un'intesa con i libici: quando c'è una nave diretta verso le nostre acque, le forze armate maltesi si coordinano con i libici che la prendono e la riportano in Libia prima che entri nelle nostre acque e diventi nostra responsabilità", ha dichiarato una fonte a Times of Malta.
La guardia costiera libica è stata accusata di violazioni dei diritti umani tra cui tortura, ostacolo alle attività di salvataggio delle organizzazioni umanitarie, legami con le gang del traffico di esseri umani. Fonti interpellate dal giornale maltese giustificano l'intesa in quanto - sostengono - si basa sul modello di quella già raggiunta tra Libia e Italia. Immediata l'accusa della ong che si occupa di soccorso ai migranti Alarm Phone che stigmatizza l'accordo come grave violazione del diritto: "Sebbene non sia una sorpresa - sottolinea - ora è confermato che le autorità maltesi coordinano le intercettazioni in collaborazione con la Libia. Questo impedisce alle persone in fuga da una zona di guerra di raggiungere un porto sicuro e viola le convenzioni internazionali sui diritti umani".
La Valletta puntella l'accordo che fa già discutere. Un portavoce del primo ministro maltese spiega che incontri bilaterali vengono continuamente condotti da Malta su base regolare e assicura che il Paese "rispetta sempre" le convenzioni e le leggi internazionali. "L'Ue - dichiara - si spende attivamente a favore del rispetto delle istruzioni delle competenti autorità europee che sono contro l'ostruzione delle operazioni condotte dalla guardia costiera libica, che è finanziata ed addestrata dall'Unione europea per la gestione dei migranti e contro il traffico di esseri umani".
Rassicurazioni di La Valletta a parte, la notizia dell'accordo qualche imbarazzo potrebbe crearlo, visto che proprio a Malta a settembre era stato firmato l'accordo fra cinque Paesi Ue, oltre a La Valletta, Francia, Germania, Finlandia e anche Italia.Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana usa toni durissimi e parla di "spregio" al diritto internazionale con l'unico obiettivo "di non avere grattacapi anche se ci sono esseri umani a rischio della vita". E chiede alla Ue e agli organismi internazionali, a partire dall'Onu, di avviare una commissione di inchiesta, perché "formalizzare i respingimenti, che sono illegali, è un'ombra pesante sul governo maltese".
xdi Alessandra Ziniti
La Repubblica, 11 novembre 2019
Luciana Breggia fu tra le prime a non applicare il decreto sicurezza. "Siete mai stati due ore chiusi in una stanza con uno schiavo? Io sì. E la stanza è rimasta colma del suo tremore e del suo silenzio".
Luciana Breggia non ha timore di esprimere i suoi sentimenti, anzi ne rivendica il bisogno. Giudice civile ignota al grande pubblico, non avrebbe mai pensato che la sua sentenza che rigettava il ricorso del Viminale contro l'iscrizione all'anagrafe di un richiedente asilo l'avrebbe fatta finire nella lista nera dei magistrati schedati dallo staff di Matteo Salvini per le attività pubbliche che ne avrebbero connotato la "faziosità".
La presidente della sezione immigrazione del tribunale di Firenze non è mai venuta meno alla consegna del silenzio e anche ora, che della sua esperienza di giudice dell'asilo ha fatto uno spettacolo teatrale, non vuole tornare su quell'episodio. Ma alla fine è proprio da qui che parte: "Io ho sempre applicato le norme, naturalmente interpretandole con rigore e imparzialità. Ma il giudice ha una testa e un cuore, non è disincarnato. Avere un pensiero ed esprimerlo lo rende anzi più trasparente. Il giudice parziale, quello che sfoga nei suoi provvedimenti un sentire di parte, è un giudice muto".
E allora eccola l'elaborazione culturale di due anni di diario di un giudice dell'asilo portata in scena, con un reading teatrale, davanti alla platea di magistrati, avvocati, esperti di immigrazione riuniti a Lampedusa da Area democratica per la giustizia e Asgi per confrontarsi sui temi del diritto della frontiera.
Invece accade, così si chiama, perché nella sua stanza di giudice a Firenze Luciana Breggia ha sentito cose che pensava non sarebbero più accadute, dai campi di sterminio ai lager libici. Mai, ad esempio, avrebbe pensato di trovarsi di fronte a Ievohah, il re che non voleva diventare re. "Un ragazzo del Burkina Faso - ricorda - che mi spiegò di essere fuggito dal suo villaggio per aver rifiutato di diventare re, come gli spettava per successione.
"Da noi sarebbe bello diventare re", ho obiettato. E lui: "Da noi invece no, sei un fantoccio nelle mani degli anziani del villaggio. Ho cercato di trovare riscontri alla sua storia, non ho trovato nulla, ma gli ho creduto. Era inserito in un contesto, parlava italiano, era vulnerabile. Mi sono misurata con l'impossibilità di ricostruire la sua storia e gli ho dato il permesso umanitario". Ievohah, il re mancato, Maore, lo schiavo di Agades, Beauty, la ragazza stuprata e vittima di tratta, Latif, il bambino pakistano cucitore di palloni, Marsillah scappato dal Mali che pensa a tutto quello che ha perso.
"Nella mia stanza sono passati centinaia di donne e uomini senza diritti, persone ridotte a cose. La mia stanza è una finestra su mondi lontani, geograficamente e culturalmente. Quando mi ritrovo faccia a faccia con loro sento un'enorme responsabilità. La legge ci chiede di valutare la credibilità, la plausibilità delle loro storie, raccontate da persone tremanti e stremate in lingue sconosciute. Momenti che affrontiamo da soli, con l'aiuto di interpreti improvvisati senza mediatori culturali.
Cosa è plausibile e cosa no? Quanta fatica, quanta tristezza, quanto dolore". Questo spettacolo Luciana Breggia lo ha scritto per il giorno della Memoria. "Nuove forme di deumanizzazione", le chiama, cui bisogna opporsi anche se vesti la toga. E, mano sul cuore, saluta commossa il minuto di applausi che Lampedusa tributa al suo diario di un giudice.
finestresullarte.info, 11 novembre 2019
Una mostra per documentare il libero esercizio della fede da parte dei detenuti del carcere milanese di Opera: s'intitola "Fotografie in carcere. Manifestazione della libertà religiosa", è un progetto fotografico di Margherita Lazzati (Milano, 1953) ed è ospitata dal Museo Diocesano di Milano dal 15 novembre 2019 al 26 gennaio 2020. La mostra presenta cinquanta immagini in bianco e nero che ripercorrono gli anni in cui Lazzati ha frequentato come fotografa la casa di reclusione di Opera nell'ambito di progetti di laboratori di lettura e scrittura creativa.
L'idea di documentare la quotidianità dei detenuti, e in particolare le loro manifestazioni di fede, scaturisce nel 2017 da un dialogo con l'allora direttore del carcere, Giacinto Siciliano, poi proseguito col successore Silvio Di Gregorio, e con il provveditore Luigi Pagano. Le immagini dell'artista milanese ritraggono persone a contatto con la propria fede e con il proprio credo: non solo detenuti, ma anche volontari, ministri di culto, agenti, appartenenti a comunità di diverse confessioni religiose, dai cattolici agli ebrei, dagli evangelici ai copti, dai buddisti ai musulmani, colti nei vari momenti di preghiera e di condivisione.
"Ho scelto di ritrarre non solo i luoghi della preghiera e della condivisione", spiega Margherita Lazzati, "ma anche i dialoghi, gli sguardi, i gesti rituali, i momenti di convivenza tra persone, che sono poi quelli che maggiormente mi hanno colpita. Questo è un tema a me molto caro. Cerco di rimanere lontana da ogni retorica e di rivolgere la mia indagine unicamente alla "persona". In questo caso mi sono concentrata sull'esperienza che le persone vivono e condividono: un'esperienza di riflessione, preghiera, speranza, disperazione".
Margherita Lazzati vuole invitare ad oltrepassare la cinta muraria e ad avvicinarsi di una realtà che è parte integrante della società. Le immagini però non vogliono essere solo un racconto o solo spiegare cosa avviene in carcere, ma mirano anche a sollecitare profondi interrogativi, ed è per questa ragione che la mostra è in totale sintonia con l'identità del museo stesso che, attraverso l'arte, intende suscitare domande di significato e desiderio di Bellezza.
La mostra è visitabile negli orari d'apertura del Museo Diocesano di Milano (tutti i giorni tranne il lunedì dalle 10 alle 18). Biglietto mostra + Museo Diocesano: intero 8 euro, ridotto e gruppi 6 euro, scuole e oratori 4 euro. Accompagna la mostra, un catalogo Edizioni La Vita Felice (16 euro). Per maggiori informazioni visitare il sito del Museo Diocesano di Milano.
sienanews.it, 11 novembre 2019
Alla Mondadori il libro dei detenuti di Santo Spirito. La scrittura ha un duplice valore: permette di razionalizzare il vissuto di una persona e le dà la possibilità di guarire certe lacerazioni dell'animo. Una sensazione di libertà, che permette talvolta di ricominciare da capo e guardare al futuro con speranza. Una situazione questa, provata da sette detenuti di Santo Spirito, gli autori del libro "Fuori dal buio".
Già il titolo assume un significato simbolico: quello di andare avanti e vedere come è cambiato il mondo dopo essere usciti dal buio, appunto, delle quattro mura della cella. Nelle storie raccontate dolore e tristezza si uniscono alla voglia di riscatto e ai sogni di persone che, comunque, meritano una seconda possibilità.
C'è la vita vissuta degli scrittori, c'è la voglia di ripartire di chi, alla fine, si ritrova insieme a cantare "Che fantastica storia è la vita" di Antonello Venditti. Ad aiutare le sette penne di Fuori dal Buio è stata la giornalista e collaboratrice di Siena News, Cecilia Marzotti che ha curato l'opera. Domani, lunedì 11 novembre, il libro verrà presentato alla libreria Mondadori di Siena, alle 18, il libro Fuori dal buio
Il Mattino, 11 novembre 2019
Quattrocento frigoriferi sono già arrivati e sono stati installati nelle celle dei padiglioni del carcere di Poggioreale. Così ogni cella ora è munita di un refrigeratore per le esigenze dei reclusi, grazie all'iniziativa finanziata dall'assessorato alle Politiche sociali della Regione, Lucia Fortini, su proposta del garante regionale dei detenuti, Samuele Ciambriello.
Oggi alle 9.30 Fortini e Ciambriello visitano i padiglioni assieme ai giornalisti e agli operatori tv ammessi, per la prima volta, per le riprese video, ovviamente nel rispetto delle norme vigenti sulla privacy. Un'occasione per parlare delle luci e delle ombre nel sistema carcerario.
Il primo problema resta il sovraffollamento, seguito dalle difficoltà nell'accedere alle prestazioni sanitarie, soprattutto fuori dalla struttura, se si ha bisogno di un intervento chirurgico: a causa delle liste di attesa si rischia di aspettare anche più un anno. "Tra le buone prassi, c'è l'impegno di tanti volontari che contribuiscono a colmare, almeno in parte, le carenze di personale in organico", dice Ciambriello.
È insufficiente il numero di mediatori culturali, psicologi, sociologi e tante altre figure indispensabili per promuovere attività a sostegno di quel percorso rieducativo che dovrebbe essere sempre attivato per tutti i reclusi.
"Espiata la pena, l'uscita dal carcere è ancora più complessa perché si ha una nuova punizione sociale fatta di rifiuto e indifferenza, per chi è stato in cella: difficile recuperare fiducia e ottenere una possibilità di lavoro", avvisa Ciambriello, chiedendo che siano promossi i processi di reinserimento.









