di Francesco Montessoro
La Lettura - Corriere della Sera, 29 settembre 2019
Con Trump, Orbán e Bolsonaro, Rodrigo Duterte può essere ritenuto l'esponente più significativo del populismo mondiale. Propugnatore di metodi spicci e autoritari, il presidente filippino è stato in grado di affascinare vasti strati della popolazione adottando atteggiamenti provocatori e talvolta inconsulti, e un linguaggio violento e scurrile che non ha risparmiato neppure la Chiesa cattolica e Papa Francesco.
L'indiscutibile successo mediatico di Duterte è frutto, come accade in altri Paesi, soprattutto di un uso demagogico della paura, agitata di fronte a ceti resi sempre più fragili dall'incertezza economica e dalle difficili condizioni di vita nelle aree metropolitane. E saranno proprio le pur fallimentari campagne per estirpare in pochi mesi la criminalità urbana e piegare il traffico di droga a consolidare l'immagine di Duterte come salvifico "uomo forte".
La sua improvvisa ascesa nella vita politica nazionale, nel 2016, dopo una controversa carriera nella periferica città di Davao, si spiega con la delusione provocata dall'incapacità delle tradizionali élite liberal- democratiche di garantire sviluppo e prosperità: le Filippine, infatti, si sono rivelate un caso fallimentare in termini di crescita economica, soprattutto rispetto ad altri Paesi dell'Asia orientale.
Una via, comunque, che non sembra essere stata intrapresa neppure da Duterte, poiché l'attuale presidenza ha introdotto ulteriori elementi di instabilità economica e sociale oltre ad aver minato uno dei pilastri delle relazioni internazionali del Paese. Gravi le implicazioni della sua strategia: il tentativo di mantenere una sorta di equidistanza tra Cina e Stati Uniti non ha costituito affatto, come in altri contesti, una scelta realistica ma ha determinato una rottura drammatica dei decennali rapporti "speciali" tra Washington e Manila. L'allentamento dei legami storici con gli Usa sembra destinata a erodere i vantaggi di cui le Filippine hanno goduto in passato, in cambio di un rapporto con Pechino all'insegna della precarietà e di un problematico condizionamento a lungo termine.
di Antonio Palmieri
economyup.it, 28 settembre 2019
L'Italia è il primo Paese in cui Cisco ha sperimentato una speciale edizione della Networking Academy per i detenuti. "La certificazione che rilasciamo è complessa e vale in tutto il mondo", spiega l'amministratore delegato Agostino Santoni. "Nessuno degli studenti che l'ha ottenuta è tornato in carcere".
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 28 settembre 2019
Primo vertice della nuova maggioranza con Conte. Il ministro grillino Bonafede e il vice segretario Pd Orlando trovano un'intesa solo su tempi: le riforme del processo penale e di quello civile in due disegni di legge delega da approvare entro dicembre. Ma per i dem il sorteggio per i togati "non esiste" e la norma dello "Spazza-corrotti" che rischia di allungare i tempi della giustizia va ripensata se non ci saranno da subito provvedimenti effettivi per velocizzare i giudizi.
migrantesonline.it, 28 settembre 2019
Al 31 dicembre 2018 i detenuti stranieri presenti negli istituti penitenziari italiani sono 20.255, su un totale di 59.655 persone ristrette (33,9%). L'incidenza della componente straniera sulla popolazione carceraria totale appare sostanzialmente stabile. Pressoché immutata è anche la presenza femminile, con 962 donne recluse, pari al 4,5% dei detenuti di origine straniera. È quanto emerge dal Rapporto Immigrazione redatto da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes e presentato questa mattina a Roma.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 28 settembre 2019
In Italia si è stabilito un inasprimento del controllo per chi ha "una spiccata tendenza all'evasione". Nel 2016, dal carcere svizzero, ci fu la famosa evasione con fuga d'amore tra un detenuto e l'agente di polizia penitenziaria innamorata che lo ha aiutato fuggire. Ma si concluse a Romano di Lombardia, provincia di Bergamo.
La Repubblica, 28 settembre 2019
Vertice fra Conte, Bonafede e Orlando. Il Guardasigilli esulta: "Stiamo rivoluzionando la giustizia italiana". Al centro del confronto il nuovo Csm e i tempi dei processi penali e civili.
"Sono molto soddisfatto dell'incontro di questa mattina e di poter comunicare ai cittadini che "stiamo rivoluzionando la giustizia italiana".
Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia, si è appena alzato dal tavolo dove ha discusso dei progetti del governo con il premier Giuseppe Conte, un sottosegretario del suo ministero, il dem Andrea Giorgis e il vicesegretario del Pd, nonché suo predecessore a Via Arenula Andrea Orlando. Ed esulta. Anche perché ha già la data di scadenza della rivoluzione: il 31 dicembre. Il governo, infatti, ha intenzione di presentare un nuovo disegno di legge. E per quella data, dice il Guardasigilli, dovremmo avere una legge delega che permetterà al governo di procedere.
Bonafede è confortato da Orlando che annuncia: "Abbiamo convenuto sulla necessità di una radicale riforma del Csm". L'ex ministro continua: "Abbiamo condiviso l'impianto e gli strumenti per arrivare rapidamente ad un netto miglioramento del processo sia civile che penale anche sotto il profilo dei tempi". Bonafede spiega che si discute di un dimezzamento dei tempi di tutti i processi con un tempo massimo per i processi penali di 4 anni ed uno medio, sempre di 4 anni, per quelli civili.
Il ministro della Giustizia fa sapere che tra gli obiettivi "non c'è la modifica della legge sulla prescrizione. L'obiettivo è quello di approvare la riforma entro il 31 dicembre e di questo sono molto orgoglioso: quando si lavora nell'interesse dei cittadini si trova sempre una piattaforma comune, che chiaramente deve essere discussa con i parlamentari".
Da questa piattaforma comune, però. ed è sempre il ministro a farlo sapere non c'è il metodo di elezione del Csm. Posso, dire - dice - che il sorteggio per il Csm è l'unico punto di divergenza che dovrà essere approfondito".
"Per la riforma del Csm e su tutto quello che ne deriva in termini di incompatibilità" - continua Bonafede - "occorre spezzare i legami tra politica e magistratura e combatterli per estirpare tutte le degenerazioni delle correnti della magistratura. Ho già cominciato a lavorare per avere norme molto rigide che impediranno sia la degenerazione elle correnti sia i legami tra politica e magistratura".
Per il momento dagli accordi sulla giustizia resta fuori anche il carcere per i grandi evasori. Ma il Guardasigilli assicura che "sul carcere ai grandi evasori siamo d'accordo come forze di governo che sarà un obiettivo, ma oggi non è stato oggetto di trattazione specifica".
Naturalmente fioccano le domande sul nuovo governo, se è meglio lavorare con la Lega o il Pd. "Non mi interessa fare paragoni con una forza politica che oggi sta all'opposizione" - dice Bonafede. "Io sto parlando di quello che fa questo governo, ai cittadini non interessano i giochi politici. Io sono pagato per lavorare e oggi questo lavoro ha visto un'ottima convergenza con il Pd".
di David Allegranti
Il Foglio, 28 settembre 2019
"Tra guardie e ladri io sto con le guardie", ha detto giovedì scorso il senatore Matteo Salvini in un comizio a San Gimignano, solidarizzando con i 15 agenti di Polizia penitenziaria indagati per presunti maltrattamenti e torture nel carcere di Ranza nei confronti di un detenuto tunisino di 23 anni. I giornali hanno raccontato la vicenda con stupore, come se non fosse abbastanza chiaro che in carcere, purtroppo, la violenza non solo fisica abbonda.
di Massimiliano Peggio
La Stampa, 28 settembre 2019
Né mafia né criminalità comune. La prima causa di morte violenta tra le forze di polizia è il suicidio. Strisciante e imprevedibile, la belva dell'anima azzanna nel silenzio e non molla la presa. Dall'inizio dell'anno sono 44 gli appartenenti alle forze dell'ordine che si sono tolti la vita. Per lo più con l'arma di ordinanza.
"Un morto a settimana. È un dato impressionate che dovrebbe indurre i vertici delle varie amministrazioni a riflettere. Non cerchiamo colpevoli, ma antidoti. Se non iniziamo a interrogarci sul fenomeno, rischiamo di piangere altri morti" dice Roberto Loiacono, della Funzione Pubblica della Cgil di Torino. Un dibattito organizzato presso la Camera del lavoro di Torino, rivolto agli operatori del settore, ha delineato un quadro inquietante.
E sono soprattutto i dati raccolti a livello nazionale dall'associazione Cerchio Blu, che da anni si occupa di sostegno psicologico per le forze di polizia, a rappresentare la gravità del fenomeno. L'86% di chi si toglie la vita, tra carabinieri, polizia, finanza, penitenziaria e polizie locali, lo fa utilizzando la pistola d'ordinanza. La maggiore concentrazione di casi si registra nel Nord: 42% contro il 31,4% di eventi avvenuti nel Sud e nelle isole.
La fascia di età a "rischio" va dai 45 e ai 64 anni, che racchiude il 58,13% di suicidi. Segue la fascia tra i 25 e i 44 anni, con il 34,48%. I picchi si sono registrati tra i 43 e 44 anni, e tra 52 e i 49 anni. Il 30,7 % lo ha fatto in un luogo privato, il 27,9% sul posto di posto di lavoro. Il 31% dei casi in estate, il 24% inverno. "Il problema va affrontato con estrema cautela perché i casi sono in aumento - spiega Graziano Lori, presidente dell'associazione Cerchio blu - Ci sono paesi, come la Francia, dove la situazione è addirittura più drammatica della nostra".
Nel 2014 i suicidi erano stati 43; 34 nel 2015 e nel 2016; 28 nel 2017 e 29 nel 2018. Le polizie locali o municipali, ex vigili urbani, registrano il più alto tasso di suicidi femminili: il 52,6%. I corpi di polizia locale accolgono il 36% di donne in divisa, percentuale più alta rispetto alle altre forze dell'ordine. A livello nazionale ci sono stati 5 episodi, di cui 2 in un arco temporale di 5 mesi nella sola provincia di Torino.
"Spesso i comandanti o i funzionari apicali - spiega Emiliano Bezzon, comandante della polizia municipale di Torino - affrontano il problema da un punto di vista di puro rispetto delle norme per evitare ripercussioni sul piano della responsabilità. Non basta togliere l'arma d'ordinanza quando si manifesta un disagio. Io la vedo diversamente. Bisogna andare al di là della semplice gestione del personale. Bisogna prendersi cura delle persone, occuparsi delle criticità individuali".
Quali sono i fattori che incidono di più? I contesti lavorativi o le dinamiche personali? Il fenomeno è seguito da un osservatorio nazionale ma i correttivi "andrebbero affrontati con maggior coraggio dalle amministrazioni centrali, che invece preferiscono nascondere il problema", dicono i sindacati.
"Tra le valutazioni del rischio lavorativo non è compresa quella dello stress correlato - afferma Nicola Rossiello segretario regionale del Silp Cgil della polizia e coordinatore nazionale sicurezza sul lavoro - Dobbiamo obbligare le nostre amministrazioni a confrontarsi con la tragicità del fenomeno. A discutere apertamente dei rischi psicosociali che affliggono tutti gli operatori di polizia, qualunque sia la loro divisa".
di Annalisa Chirico
Il Foglio, 28 settembre 2019
Emanuele Macaluso è riformista, migliorista, garantista. Un comunista eretico, attaccato più da sinistra che da destra. Un sentimentale, finito coi ceppi ai polsi per amore ai tempi del reato di adulterio. "Nicola Zingaretti deve dire chiaro e tondo a questi grillini che o si sospende la sciagurata riforma della prescrizione oppure non si va da nessuna parte", dichiara al Foglio con tono battagliero Em.Ma., come da nom de plume in calce ai corsivi sull'Unità e sul Riformista.
Dal primo gennaio entra in vigore la normativa Bonafede che di fatto abolisce la prescrizione dopo il primo grado di giudizio, anche in caso di assoluzione. "Così, seppure scagionato da ogni accusa, potrai essere processato a vita, come se il processo non fosse in sé una pena. Soprattutto in Italia dove l'indagato è già condannato".
E dire che il segretario del Pd aveva invocato "discontinuità". "Senza discontinuità sulla giustizia il governo non può andare avanti. Zingaretti non era contrario al voto anticipato, anzi. Io ho cercato di spiegare che era meglio confrontarsi con gli elettori piuttosto che formare un governo con il M5S. Alla fine la discontinuità non c'è stata né sul premier né su un ministero chiave come la giustizia. Hanno riconfermato a capo di via Arenula un modesto avvocato che si vanta di essere giustizialista e che ha bollato come "svuota carceri" la riforma dell'ordinamento penitenziario voluta dall'ex Guardasigilli Andrea Orlando. La sinistra o è garantista o non è.
Garantismo significa agire "in nome della legge", lo spiegava bene Leonardo Sciascia. Il giustizialismo asseconda la forzatura della legge. La prescrizione sembra esser diventata un privilegio, invece è un diritto: se lo stato non mi assicura una risposta entro termini decenti, la mia vita è letteralmente finita". Uno degli ultimi consigli dei ministri gialloverdi è durato nove ore proprio per l'opposizione di Matteo Salvini, che lei detesta, alla "riforma Bonafede".
"Il Pd non può farsi dettare la linea su questa materia, né può incaricarsi di terminare il lavoro che Salvini non ha voluto intestarsi. Ripeto: la prescrizione di Bonafede va bloccata, di corsa. Il governo s'impegni piuttosto a varare un piano per accelerare i tempi del processo intervenendo sulle strutture obsolete degli uffici giudiziari. Serve un salto tecnologico che richiede tempo, sennò si raccontano solo balle".
Che deve fare Zingaretti? "Ponga la questione con forza: discontinuità. Nessuna sospensione della prescrizione fin quando l'accorciamento dei processi sarà mera enunciazione". Intanto sul taglio dei parlamentari il M5S va veloce: il 7 ottobre il Pd, dopo tre voti contrari, si esprimerà a favore. "Se tu tagli i parlamentari e basta, fai un atto puramente demagogico e non risolvi nulla. Il fatto che Luigi Di Maio ne esalti l'aspetto economico, il presunto risparmio di 500 milioni di euro, la dice lunga sui tempi che viviamo".
Una cifra che equivale allo 0,0007 percento della spesa pubblica. "La democrazia costa. Se tagli 345 parlamentari mantenendo regole e procedure immutate, non aumenti l'efficienza della macchina legislativa. La verità è che i 5 Stelle vogliono piantare la loro bandierina, il rischio vero è che qualcuno assecondi progetti così stupidi".
Qualcuno tipo il Pd. "Io credo che questa alleanza sia una cosa transitoria". In Umbria si inaugura un connubio regionale. "Il governo è nato in uno stato di necessità per sbarrare la strada a Salvini. Dopodiché se fai le alleanze governative, qual è la ratio di escluderle a livello locale? Nel M5S c'è gente che si ribella, che non coglie il senso di certe posizioni. È un ribollire di malumori attorno a questo Di Maio che si fa chiamare "capo", non è chiaro di cosa. Pure il Pd deve cambiare".
Marco Minniti ha fatto notare che tre dei quattro segretari eletti con le primarie hanno lasciato il partito. "È venuto il momento di un congresso vero, mai celebrato finora. In tutto il mondo le primarie servono a individuare i candidati per le istituzioni, non i dirigenti del partito. Il partito appartiene agli iscritti, le istituzioni ai cittadini".
Data di scadenza del Conte-bis? "Il governo dura se il movimento di Beppe Grillo non si sfascia prima". Giuseppe Conte sarà il prossimo candidato premier pentastellato? "È probabile, il premier è l'ultimo uomo che gli è rimasto".
A Bruxelles i Verdi hanno contestato ai grillini l'assenza di democrazia interna: "Non abbiamo a che fare con un partito - ha detto il copresidente degli ambientalisti, Philippe Lamberts - ma con un'azienda in mano a una persona, Davide Casaleggio". "I Verdi hanno ragione - prosegue Macaluso - I 5 Stelle dipendono da una struttura privata, adesso pensano a un direttorio allargato per contenere le spinte centrifughe". Accantonata la tassa sulle merendine, il governo, concepito per scongiurare l'innalzamento dell'Iva, valuta aumenti selettivi dell'Iva. La coperta è corta. "Questa storia dell'Iva è stata buttata lì per trovare un senso a un'alleanza che nasce, ripeto, in uno stato di necessità".
Renzi, neoleader di Italia Viva, è diventato il quarto azionista dell'esecutivo. "Dopo averci raccontato il suo rifiuto delle correnti, si è fatto il suo partitino, a conferma che la sua corrente esisteva eccome. Lui, essendo un personalista, ritiene che se non sei il capo non esisti. Eppure, provenendo dalla Dc, dovrebbe sapere che Aldo Moro, dopo aver governato per quattro anni, fu estromesso dalla sua corrente, i dorotei, e al congresso si presentò con una sua lista che ottenne il 7 percento. Tuttavia, Moro non sbatté la porta né lasciò il partito di cui successivamente divenne di nuovo segretario".
Lei l'ha sempre mal sopportato, eppure Renzi ha impresso una svolta garantista al partito. "Non scherziamo: lui è stato giustizialista e garantista a giorni alterni. Da premier incaricato propose per via Arenula un magistrato come Nicola Gratteri". Esperto di contrasto alla 'ndrangheta, certo. "Ma non un campione di garantismo, anzi". Ieri il leader di IV ha contestato l'ipotesi della procura di Firenze che vedrebbe in Berlusconi il presunto responsabile delle stragi mafiose e dell'attentato a Maurizio Costanzo.
"Berlusconi ha molte responsabilità nella sua vita politica ma dipingerlo come uno stragista mafioso mi pare un'assurdità, com'è assurdo il processo palermitano sulla trattativa stato-mafia. Ci vuole una mente deviata per pensare che nel momento in cui lo stato, per la prima volta nella storia d'Italia, vinceva contro Cosa nostra, mandando dietro le sbarre il suo gotha, negoziava un accordo con i Riina e i Provenzano.
I due boss sono morti mentre erano agli arresti, quelli sopravvissuti si apprestano a morire in cella. Il sacrificio di Falcone, di Borsellino e di migliaia di vittime innocenti nella società civile, dai carabinieri ai giornalisti, ha permesso di smantellare la mafia siciliana, oggi rimpiazzata dalla 'ndrangheta".
Il presidente emerito Napolitano ha più volte richiamato il tema del sovraffollamento carcerario, rimasto fuori dall'agenda politica odierna. "Si sfornano solo leggi per riempire le celle sul falso presupposto che l'unica pena possibile sia quella detentiva. Il numero dei detenuti suicidi è una vergogna. La qualità di una democrazia si misura dalla qualità della giustizia". Si torna così al tema di partenza: le leggi carcerogene sono un totem dei Cinque stelle. "Senza discontinuità sulla giustizia è meglio fermarsi".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 28 settembre 2019
Avvocati e magistrati sono d'accordo: la legislazione dell'emergenza vive da oltre quaranta anni sotto varie forme ma oggi più di ieri si assiste alla compressione di diritti costituzionali e allo schiacciamento del diritto penale sulla vittima.
È quanto emerso dalla tavola rotonda "Il diritto penale dell'emergenza: dalla legge reale ai decreti sicurezza", organizzata dalla sezione romana di La. p.e.c. e dal Gruppo Giustizia Bruno Andreozzi, e moderata dall'avvocato Cataldo Intrieri che ha dato subito parola al professore Ennio Amodio, autore del "A furor di popolo. La giustizia vendicativa gialloverde": "La degenerazione dell'emergenza - ha spiegato Amodio - si traduce nella trasformazione del provvisorio in ordinario, e della tavola dei valori costituzionali in un "fai da te punitivo" come è avvenuto per la legittima difesa domiciliare, fortemente voluta dalla Lega".
Sulla stessa lunghezza d'onda Margherita Cassano, Presidente Corte di Appello di Firenze, per la quale negli ultimi decenni abbiamo avuto delle modifiche non strutturali del diritto penale, ma solo su singoli provvedimenti, perdendo di vista il quadro generale: "Da Mani Pulite abbiamo assistito ad una delega all'autorità giudiziaria per forme di intervento che non le appartengono, all'inserimento delle aggravanti, all'innalzamento delle pene per diversi reati, ad un carattere simbolico delle norme per fornire un messaggio rassicurante al popolo, come il nuovo codice rosso".
L'onorevole Luciano Violante ha ravvisato invece come oggi "la magistratura senta in aula la pressione dei parenti delle vittime", come vi abbiamo spesso raccontato su questo giornale. Concetto ribadito da Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Consulta, per cui "l'emozione pubblica e il privato hanno fatto irruzione nel diritto", cambiamento a cui il legislatore si è adeguato, quando invece "è l'opinione pubblica che dovrebbe tener conto del Parlamento, non il contrario".
A dare una chiave storica ci ha pensato Armando Spataro, già procuratore della Repubblica: "Le leggi varate durante gli anni di piombo hanno sì fornito una risposta mirata anche sul piano processuale ma sono assolutamente convinto che rispettassero in pieno il sistema dei diritti su cui si fonda non solo il nostro ordinamento processual penalistico ma anche la nostra Costituzione". La stessa impronta è stata data al campo dell'antimafia e dell'antiterrorismo, dove i "provvedimenti sono stati adottati dopo attentati gravissimi, ma ponderati anche da un ceto politico che era ben diverso dall'attuale.
Se qualche norma - ha proseguito Spataro - poteva rischiare di ledere i diritti degli indagati, essa è stata totalmente disapplicata dalla magistratura e dalle forze di polizia. La sicurezza - ha terminato Spataro - è ormai un diritto che come tale non vince su tutti i diritti e io dal ceto politico mi augurerei una coerente difesa della propria identità che deve essere difesa e affermata persino a costo di perdere consensi.
Non è accettabile che un partito per ottenere la maggioranza venga meno ai propri valori e non mi riferisco solo all'occhio chiuso o al volto girato rispetto alla normativa sull'immigrazione ma in relazione a tutti i diritti che la Costituzione prevede".
L'approccio storico lo ha portato avanti anche Riccardo De Vito, Presidente di Magistratura democratica: "parlando di emergenze reali tra il 1970 e il 1975 gli omicidi passano da 1.328 a 1.759, i furti denunciati da 500mila a 1 milione527mila, le rapine, sequestri e le estorsioni da 3.170 a 11.447. Era una emergenza reale non un panico morale diffuso anche dalle agenzie di comunicazione. Ci sono tre grandi fattori che hanno contenuto la stagione dell'emergenza nei limiti della Costituzione: una magistratura dalla schiena dritta, una Costituzione che con lungimiranza non aveva previsto lo stato di emergenza come meccanismo costituzionale di deroga, e una sana cultura democratica, un sano operare della magistratura, che come riconosceva il carattere simbolico di alcune leggi allo stesso tempo ha fatto sì che la repressione del fenomeno terroristico rimanesse sempre all'interno della magistratura ordinaria e non fosse affidata a giudici speciali.
Nel 1975 mentre veniva approvata in Parlamento la Legge Reale, contemporaneamente si approvava la riforma dell'ordinamento penitenziario". Oggi invece "se leggo il preambolo del sicurezza bis trovo "norme di straordinaria urgenza per contrastare i flussi migratori, per creare nuovi strumenti per tutelare la sicurezza pubblica" e immagino la fotografia di un Paese in preda a pericolosi ribelli anarchici, insurrezionalisti con bombe in mano e colmo di migranti che sbarcano da tutte le parti. Ma la verità dice il contrario".
L'avvocato Luca Petrucci ha concluso il dibattito dunque proponendo "il nostro proposito a stimolare le forze progressiste affinché la giustizia non sia considerato un tema residuale".
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