di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 28 settembre 2019
L'iter riprende dalla Commissione affari costituzionali. Il relatore Brescia (M5S): "Basta propaganda, cittadinanza a chi completa positivamente un ciclo di studi. Cittadini italiani appena completato positivamente un ciclo di studi. Riparte alla Camera, su impulso del M5S, la discussione sullo ius culturae. La commissione Affari costituzionali discuterà giovedì prossimo i testi di modifica della legge di cittadinanza. Lo ha annunciato ieri il presidente della commissione Giuseppe Brescia (M5S), spiegando: "Serve una discussione che metta all'angolo propaganda e falsi miti, guardi in faccia la realtà e dia un segnale positivo a chi si vuole integrare". Immediati i consensi da parte del Pd. E la replica del leader leghista, Matteo Salvini: "La Lega si batterà contro loius soli, comunque lo chiamino, contro la cittadinanza facile, senza se e senza ma. Se questa è la priorità del governo, povera Italia...".
Il sì della Cei - Proprio ieri il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, aveva lanciato un appello. "Lo ius culturae è da promuovere perché l'integrazione, senza il riconoscimento da un punto di vista normativo, sarebbe un contenitore vuoto. Accogliere è un dovere fondamentale ma se poi non si integra, non si forma, e non si porta una persona anche alla cittadinanza, resta un guscio vuoto. Non basta essere nati in un suolo. La cittadinanza va costruita, è frutto di integrazione, di un accompagnamento". E l'appello è stato colto al volo. "Siamo ancora all'inizio", ha dichiarato Brescia - grillino molto vicino al presidente della Camera Roberto Fico - ricordando che oltre al testo a prima firma di Laura Boldrini (Leu all'epoca della stesura, ora passata al Pd) ne sono stati depositati anche altri tra cui uno della Polverini (FI) che introduce proprio lo ius culturae. "Naturalmente arriverà anche un testo M5S", annuncia Brescia.
Di Maio: "Blocchiamo le partenze" - Concorda con la necessità dello ius culturae l'ex segretario dem, Maurizio Martina. Sottolineando che "occorrono tempi certi per portare a casa il risultato". Soddisfatto anche il capogruppo del Pd al Senato, Andrea Marcucci: "Giusto portare finalmente all'approvazione lo ius culturae". Di ritorno da New York, Luigi Di Maio, riprende in mano la questione immigrazione. Anticipa a ministri e viceministri che lunedì arriveranno importanti novità sul tema. "Non potevamo fermarci alla redistribuzione", è il suo ragionamento. "Dobbiamo andare oltre bloccando le partenze. Dobbiamo lavorare in loco", dice. La sua idea è quella di creare una "sinergia" tra Farnesina, ministero dei Trasporti e Viminale "che ci permetta di lavorare al meglio, trovando le giuste soluzioni". E per questo chiede il "supporto" al sottosegretario alla presidenza Crimi e al sottosegretario ai Trasporti Cancelleri. Poi, con inguaribile ottimismo, annuncia: "La soluzione è vicina".
Che cos'è lo "ius culturae"? - La "ius culturae" è un istituto giuridico inedito per l'Italia. Si riferisce all'acquisizione della cittadinanza italiana da parte degli stranieri minorenni nati in Italia o che siano arrivati nel nostro paese prima dei 12 anni di età. L'intenzione è quella di far diventare cittadini italiani gli immigrati che abbiano completato positivamente almeno un ciclo di studi. Altra condizione indispensabile è che almeno uno dei genitori sia regolarmente residente in Italia. Lo "ius culturae" si distingue dallo "ius soli": quest'ultimo principio prevede che per acquisire la cittadinanza basta essere nati in un determinato paese.
Corriere del Trentino, 28 settembre 2019
Nelle carceri sovraffollate di Spini di Gardolo arriveranno 5 medici, in modo tale da garantire, ai 322 detenuti, la presenza medica continuativa 24 ore al giorno 7 giorni su 7. Attualmente l'assistenza è garantita solo di giorno e nelle ore notturne solo su chiamata.
L'accordo siglato con l'Azienda sanitaria ha carattere transitorio in attesa di una specifica regolamentazione nazionale del rapporto di lavoro dei medici del settore penitenziario. Sempre "per promuovere la salute e il benessere dei detenuti e l'umanizzazione della pena" è stato proposto dall'assessora Stefania Segnana e varato dalla giunta uno schema di protocollo tra Ministero della giustizia, Provincia e Regione.
Il protocollo prevede l'istituzione di una commissione tecnica con rappresentanti degli enti pubblici ma anche dei servizi sociali e delle organizzazioni di volontariato. Garantire il trattamento rieducativo e il reinserimento sociale e lavorativo è tanto più cruciale in vista del fatto che - come ha detto Segnana - "dei 322 detenuti, a breve 100 torneranno nella società". Sempre su proposta di Segnana è stato presentato il bando di concorso per 25 posti per il corso triennale 2019-2022 in medicina generale. In virtù delle novità apportate dal decreto Calabria, al corso saranno ammessi anche 7 medici idonei in precedenti concorsi.
di Roberto Maggioni
Il Manifesto, 28 settembre 2019
Forse per la prima volta a Milano una manifestazione è partita in orario. Scelta obbligata perché alle 9.30 la piazza di Largo Cairoli era già piena di ragazzi e ragazze, ma anche adulti, insegnanti, genitori e persone di ogni età che hanno sentito di doverci essere. È questa è la prima novità della giornata: tanti adulti sono andati a guardare da vicino questo movimento giovane. "O ci salviamo tutti o non si salva nessuno" dice facendo sintesi una signora.
Mentre la testa del corteo si avviava lungo il percorso in altre zone della città i pre-concentramenti aspettavano ancora studenti dalle scuole: a Porta Venezia oltre 5 mila persone riempivano le strade attorno ai Bastoni proprio nei minuti in cui il corteo partiva da Cairoli. Chilometro dopo chilometro la manifestazione si è gonfiata e a fine mattinata gli attivisti di Fridays For Future hanno potuto dire "siamo in 200 mila, inarrestabili. Un altro mondo è possibile". 250 mila sommati a quelli della sera, perché Milano anche in questo terzo global strike for future ha raddoppiato con un corteo serale per chi non aveva potuto partecipare la mattina. Ad aprire la manifestazione l'ormai immancabile risciò a pedali spinto a turno dagli studenti. Tra gli striscioni in prima fila uno con sopra scritto "stop speaking, start doing" sintetizzava il senso di questo terzo global strike.
Dopo aver portato il tema della crisi climatica causata dall'uomo sulla bocca di tutti, ora il movimento chiede a tutti, e soprattutto alla politica, di fare azioni concrete e passare dalle parole ai fatti: "stop speaking, start doing". Pochi giorni fa Greta Thunberg aveva detto in faccia ai potenti dell'Onu "non fate abbastanza" e questa piazza milanese non ha voluto fare sconti a nessuno. "Spesso usiamo lo slogan "salviamo il Pianeta" ma in realtà dovremmo cambiarlo in 'salviamo l'umanità'" dice Sergio Marchese. "Siamo noi il problema, la Terra c'era prima di noi e ci sarà anche dopo senza di noi".
A differenza di quanto pensano alcuni adulti distratti come il filosofo Massimo Cacciari che ieri al Corriere ha detto che questi ragazzi sarebbe meglio stessero in classe ad ascoltare gli scienziati, uno dei tratti salienti di questo movimento è proprio quello di parlare direttamente con gli scienziati bypassando politici e adulti distratti. Basterebbe fare una veloce ricerca per vedere la quantità di convegni organizzati dai nodi locali di Fridays For Future insieme agli scienziati per non dire sciocchezze simili. Tra gli striscioni in piazza ce n'era uno molto grosso scritto in inglese sorretto da sei studenti che riportava dati e grafici presi proprio dai rapporti scientifici. "Noi siamo quelli che dicono ai politici che devono ascoltare gli scienziati e agire. Noi quei rapporti li abbiamo letti e abbiamo capito che non era più tempo di starcene da soli a casa ad aspettare che qualcuno facesse qualcosa" dice il gruppetto che sorregge il cartello "agire subito!".
Alcuni cartelli riprendono le grafiche dei meme che vediamo online, un altro aspetto interessante del rapporto reale-virtuale che la generazione post 1998 sta portando con se. Ci sono l'ironia e la leggerezza "No more toxic air, no more toxic waste. Only toxic by Britney Spears" ma anche la giusta pretesa che si parli in modo serio e rigoroso del cambiamento climatico e che si agisca. "Pretendi il futuro". Fuori dalla sede dell'Agenzia delle Entrate gli attivisti lasciano appesi alcuni striscioni: "Il Governo finanzia il fossile per 18 miliardi l'anno. Investiamoli in salute, trasporti, istruzione, territorio". E ancora "Basta incentivi al fossile. Giustizia climatica: chi si è arricchito inquinando deve pagare la riconversione". Dal megafono qualcuno urla "è troppo comodo essere dalla parte dei giovani con quattro post su Facebook".
Dopo averlo anticipato con un'intervista a Repubblica a un certo punto del corteo arriva anche il sindaco di Milano Beppe Sala. "Se scende in piazza ci deve dimostrare di fare qualcosa sennò nessuno gli darà mai retta" dice Miriam Martinelli ai giornalisti. Miriam ha 16 anni, studia all'Istituto agrario di Milano e fin dall'anno scorso è stata ribattezzata "la Greta di Milano" perché il venerdì salta la scuola. "Non lo fischieremo Sala" dice Miriam "ma vogliamo vedere i fatti". Conviene le ascolti queste parole il sindaco se non vuole restare vittima del proprio story-telling. I giovani non lo contestano ma chiedono scelte adeguate all'emergenza sanitaria e ambientale che Milano vive da anni.
Lungo il corteo piantano un albero contro la cementificazione, un'azione simbolica, un acero in piazza Baiamonti al centro di un'area verde di proprietà del Comune su cui è prevista la realizzazione di un nuovo edificio-piramide firmato dall'architetto Jacques Herzog. "È il simbolo della Milano che continua a cementificare, l'amministrazione potrebbe lasciare verde quest'area". La manifestazione si chiude in una piazza Duomo piena. Gli studenti mettono la struttura sferica di un pianeta Terra di carta in mezzo alla piazza e gli danno fuoco. La foto della Terra che brucia davanti alla cattedrale di Milano è di quelle che resteranno nella storia.
di Monica Riccio
orvietolife.it, 28 settembre 2019
"A pranzo con papà" è l'iniziativa che oggi la Casa di Reclusione di Orvieto ha organizzato a beneficio dei detenuti che attualmente sono associati alla struttura diretta da Paolo Basco. Un pranzo tutti insieme, detenuti e famiglie, mogli e soprattutto bambini, per affermare sempre e comunque la persona, prima del recluso. "I detenuti che si trovano presso la nostra struttura - ha spiegato il direttore - ricevono le proprie famiglie tre volte a settimana. Con questo momento conviviale vogliamo fare in modo che tutti si sentano sereni, facendo entrare luce laddove c'è il buio".
Il pranzo, a cui oggi parteciperà anche il sindaco di Orvieto, Roberta Tardani, è offerto da numerose attività della ristorazione cittadina che, coinvolte nel progetto da Alessandra Taddei, presidente della Cooperativa Mir che da tempo si occupa di reinserimento sociale dei detenuti, hanno sposato senza alcun indugio la causa. "Noi di Mir siamo onorati di poter collaborare a queste iniziative - spiega Taddei - il nostro obiettivo è proprio la costruzione di percorsi educativi o rieducativi per persone in difficoltà, in stato di fragilità, e il lavoro e l'impegno in iniziative è sicuramente un ottimo strumento per avviare queste azioni sulla persona".
Una occasione, il pranzo di oggi, fortemente orientata a offrire un momento di serenità familiare laddove le circostanze negative di una reclusione hanno interrotto forzatamente rapporti e genitorialità. "Il carcere non può e non deve essere fuori della città - ha spiegato Basco - e questa interazione che questa iniziativa propone è una occasione importante. La realtà educativa del carcere va fatta conoscere così come le ragioni del torto, vanno capiti gli errori e comprese le situazioni che hanno portato una persona a commettere un reato. Il nostro lavoro è basato sulla umanità e sulla legalità, non può esistere recupero se non agiscono insieme tutte le realtà che compongono la vita del carcere." Il prossimo progetto che la direzione del carcere di Orvieto ha in programma è la creazione di una ludoteca che possa accogliere i bambini mentre attendono di poter vedere i propri padri.
Attualmente la Casa di Reclusione di Orvieto, struttura di tipo Ica Istituto a Custodia Attenuata, ospita 90 detenuti che vengono impegnati quotidianamente in lavori socialmente utili all'esterno, quando la condizione giudiziaria del recluso lo permette, e all'interno con lavori di manifattura varia. A vigilare sulla sicurezza ci sono 59 agenti di Polizia Penitenziaria sotto la guida del comandante Enrico Gregori e dal vicecomandante Alessandra Onofri.
eventiculturalimagazine.com, 28 settembre 2019
48 madri detenute nelle carceri italiane con 52 figli al seguito, prigionieri anche loro senza colpe, quasi per una sorta di responsabilità oggettiva derivante dal solo fatto d'esser nati in determinati contesti. Per contro, figli, specialmente quelli piccolissimi, che sarebbe ingiusto separare dalle madri. E centomila bambini figli di detenuti costretti a relazionarsi con il carcere. Un tema delicato, difficilissimo.
È ancora fresca nella memoria l'atroce vicenda di Alice Sebesta, la detenuta tedesca che il 18 settembre dello scorso anno uccise i due figli nel reparto nido del carcere romano di Rebibbia a Roma. Nei giorni scorsi è stato il pm Eleonora Fini a chiedere l'assoluzione della donna, per vizio totale di mente.
La sentenza del Gup è attesa per dicembre, subordinata alla valutazione da parte dello psichiatra Fabrizio Iecher che incontrerà la Sebesta nel Rems di Castiglione delle Stiviere. Un caso limite che però mostra la delicatezza della questione, la genitorialità in carcere e la complessità del rapporto madre-figli o padre-figli durante la detenzione. Se ne discuterà nel seminario "Il cuore oltre le sbarre", organizzato dal Consiglio dell'Ordine degli Avvocati martedì 1 ottobre dalle 15.30 nell'Aula Avvocati della Corte di Cassazione, in piazza Cavour.
Gli ultimi dati sono aggiornati al 31 agosto 2019 e come detto vedono in carcere la presenza di 48 donne con 52 figli al seguito. L'istituto Le vallette di Torino, con 10 recluse e 13 bambini, peraltro istituto di custodia attenuata (Icam), guida la classifica del maggior numero di presenze, seguito da Rebibbia Femminile (11 donne e 11 bimbi), dall'ICAM San Vittore di Milano (9 donne e 9 bambini) e dall'Icam di Lauro in Campania (8 madri e 8 figli).
"Troppo spesso il carcere viene inteso come un tappeto sotto il quale nascondere la polvere della società civile - il commento del Presidente del Coa Roma, Antonino Galletti - mentre è bene, anche attraverso questi eventi e queste giornate di studio, accendere un riflettore su realtà dure come la genitorialità nelle carceri, proprio per evitare che tragedie come quella di Rebibbia possano ripetersi. Qualcosa allora non ha funzionato nel sistema, il nostro obiettivo è far si che l'argomento diventi d'attualità". Un tema che riguarda non solo i figli che convivono con la madre dietro le sbarre, ma anche quell'enorme numero di bambini che entrano in carcere per incontrare il detenuto, circa 100 mila.
"La Costituzione tutela il diritto all'affettività e quando il genitore è detenuto, questo diritto deve essere preso in considerazione e tutelato sotto un duplice aspetto - spiega il Consigliere Saveria Mobrici, moderatore del convegno - precisamente il diritto per l'internato di esercitare la propria genitorialità ed il diritto del figlio minore di veder riconosciuto la continuità del legame affettivo con il proprio genitore con una tutela massima anche sotto il profilo psicologico salvaguardando la dignità di questi bambini, come il non subire la perquisizione, la spoliazione degli oggetti personali e non subire i rimproveri da parte dei soggetti che sono adibiti al controllo del detenuto". Sarà possibile seguire l'evento in diretta sulla pagina Facebook del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Roma e la registrazione dell'evento sarà poi pubblicata sul canale Youtube del Coa Roma.
di Silvia M. C. Senette
Corriere dell'Alto Adige, 28 settembre 2019
La scrittrice Monica Lanfranco indaga il mondo femminile nella realtà carceraria italiana Tra chi sorveglia e chi è punito. Al mondo del carcere sono stati dedicati secoli di studi e ne è nata una fiorente narrativa spesso tradotta in film. Ma l'universo della detenzione femminile è sempre rimasto territorio insondato. A fare luce su questo cono d'ombra è stata la giornalista e scrittrice Monica Lanfranco con "Donne dentro. Detenute e agenti di polizia penitenziaria raccontano", presentato ieri sera alle 18 alla Biblioteca Civica di Bolzano.
Un'iniziativa promossa dal Centro per la Pace della Caritas diocesana che, in occasione della riedizione del libro, ha ospitato l'autrice di questo toccante - e a tratti brutale diario di viaggio compiuto nel 1997 tra le carceri di Genova, Milano, Pozzuoli, Roma, Sollicciano, Venezia e Verona. "Un unicum nel suo genere che non trova paragoni nella letteratura italiana", ammette la scrittrice. Monica Lanfranco, da anni formatrice sui temi della differenza di genere, sarà protagonista oggi di un corso intensivo dedicato ad assistenti sociali e operatori dei centri antiviolenza altoatesini per fare il punto sugli stereotipi di genere, sull'origine della violenza e sulle strategie per affrontarla.
Un aspetto che riecheggia sottotraccia nelle storie di cui è stata depositaria, affiancando per mesi dietro le sbarre "donne detenute e donne agenti di polizia penitenziaria accomunate dall'esperienza del vivere, per motivi diversi, all'interno di un istituto carcerario". Un'interazione obbligata, non sempre facile e non prova di conflitti, che talvolta rivela spaccati di sorprendente dolcezza. Un aspetto più che umano di una realtà spesso disumana.
"Nel carcere pur fatiscente di Venezia, alla Giudecca, sono rimasta senza parole: appena varchi il portone ti appare un orto, coltivato dalle ospiti della struttura che con i frutti del loro lavoro gestiscono un mercato contadino - riferisce la scrittrice. Alcune, dopo aver pulito la cella, camminano con le "pattine"; altre ancora abbelliscono la loro "stanza" con tende o fiori, ricreando un loro piccolo angolo di dignità, bellezza, una sorta di intimità che non si trova nelle carceri maschili. Dietro quelle mura cinte da filo spinato si celano cose estremamente interessanti, ma mai reputate tali perché eclissate da storie clamorose come quella della madre che trucida i suoi bambini o della brigatista".
Lanfranco è entrata in molte carceri, sempre in punta di piedi. "L'assunto di partenza era verificare se ci potesse essere un intreccio tra le donne del carcere e di che tipo". Un approccio che l'ha fatta rapidamente entrare in confidenza con molte vite. "Quando ho iniziato la mia avventura, alcune delle operatrici non erano ancora neppure poliziotte - ricorda -. È da meno di due decenni che il loro lavoro è equiparato a quello degli uomini: alcune avevano ricevuto in mano le chiavi del carcere dallo zio che faceva l'agente penitenziario e si sono ritrovate a gestire, senza formazione né qualifica, la sezione femminile solo perché serviva una donna".
Il filo conduttore nelle relazione femminile, però, c'è. "Ci sono punti di incontro anche in queste due figure apparentemente opposte, l'una specchio della giustizia e l'altra della criminalità. Non voglio esagerare nella poesia, perché ce n'è molto poca, ma la rintracci nel lavoro di alcune poliziotte penitenziarie che vogliono trovare ogni giorno un senso che vada al di là dell'aprire e chiudere le celle e punta davvero al dare una seconda possibilità".
Tra tutte, c'è una storia che Monica Lanfranco non ha mai dimenticato. "Un incontro che mi turbò moltissimo avvenuto nel bunker di cemento nel nulla assoluto che è il carcere di Verona - rammenta. Mi trovai a colloquio con una coetanea, sui 45 anni, a cui era morto il marito lasciandola piena di debiti.
Un buco gigantesco che lei non aveva saputo colmare e, probabilmente malconsigliata, nonostante i due figli adolescenti si era trovata costretta a scontare otto mesi dietro le sbarre per chiudere i conti con la giustizia. Tra le altre, si riteneva fortunata. Io, invece, non ho potuto non pensare a quanto la sua vicenda ci rendesse simili e a quanto quello che era capitato all'improvviso a lei sarebbe potuto succedere anche a me o a chiunque di noi. E mi sono venuti i brividi, allora come oggi".
di Lu Xiaojing
bitterwinter.org, 28 settembre 2019
Il numero crescente di decessi di persone in prigione o detenute in custodia dalla polizia crea preoccupazione sullo stato dei diritti umani in Cina. La testimonianza di due famiglie.
Lunedì l'organizzazione Chinese Human Rights Defenders (Chrd) ha riportato che Wang Meiyu, un attivista della provincia centrale dell'Hunan, è morto improvvisamente in un centro di detenzione per cause sconosciute. Sua moglie, Cao Shuxia, ha affermato che il governo non ha spiegato alla famiglia cosa sia accaduto. "Non hanno detto come è morto. Siamo anche stati minacciati quando ci trovavamo lì che se avessimo scattato foto ne avremmo pagato il prezzo", ha aggiunto.
Wang Meiyu è stato arrestato nella stazione ferroviaria di Changsha nell'Hunan l'8 luglio a causa dei ripetuti richiami pubblici a dimettersi che aveva rivolto al presidente Xi Jinping e ad altri funzionari governativi. Il 10 luglio l'uomo è stato inviato al centro di detenzione della città di Hengyang, sempre nell'Henan, e arrestato per "aver attaccato briga e provocato problemi".
Purtroppo le morti per cause non naturali avvenute durante la detenzione sono casi frequenti in Cina. Dal momento che il governo minaccia i familiari e ne ostacola le indagini, molti di questi decessi restano sconosciuti al pubblico e le loro vere cause rimangono misteri irrisolvibili.
Le autorità se ne escono con una varietà di ragioni assurde per coprire le cause reali (in molti casi, si tratta di tortura o abusi ai danni dei detenuti) per le quali le persone sono decedute mentre si trovavano sotto custodia, per esempio che sono morti "mentre giocavano a nascondino", "lavandosi la faccia", "inciampando e cadendo", "soffocandosi con degli ossi di pollo". Poiché rapporti di questo tipo sono stati resi pubblici, ora questi termini sono usati spesso dalla gente per deridere l'abuso di potere da parte del governo, che provoca i decessi. Due persone hanno condiviso con Bitter Winter le storie tragiche che hanno vissuto con la perdita di familiari che si trovavano in stato di detenzione. Per timore di essere perseguitati, hanno chiesto di rimanere anonimi.
Un giovane muore il giorno stesso del suo arresto - Attorno alle 11 del mattino del 14 luglio 2016, un giovane della provincia sudorientale del Fujian, che stava attraversando la rottura di una relazione sentimentale, ha colpito con il pugno un veicolo parcheggiato in una strada del villaggio. Qualcuno che ha assistito alla scena ha chiamato la polizia e l'uomo è stato condotto alla stazione di polizia locale. Verso le 5 del pomeriggio, il padre è stato avvisato che suo figlio era morto e che il cadavere era stato inviato per la cremazione. Gli amici e i parenti hanno chiesto di vedere il corpo. Hanno avuto il permesso di andare al crematorio ma è stato detto loro di lasciare fuori i telefoni, pertanto non hanno potuto scattare fotografie. Dopo aver visto molti ematomi sul cadavere, i suoi cari hanno concluso che molto probabilmente era stato picchiato a morte. "Aveva tre ematomi a forma di quadrato sul torace e lividi neri su braccia e gambe", ha raccontato uno dei parenti. "Tutto il corpo era ricoperto da tagli ed ematomi. Sicuramente è stato picchiato a morte".
Benché su richiesta della famiglia sia stata condotta un'autopsia da parte di un centro forense, i risultati sono stati celati e non divulgati ai parenti in lutto. Poi, il governo ha dato incarico a un altro laboratorio di polizia scientifica di eseguire una nuova autopsia. I parenti del giovane deceduto hanno sfruttato alcune conoscenze per ottenere i risultati del laboratorio, che indicavano che la causa degli ematomi su numerose parti del corpo erano stati dei colpi inflitti dall'esterno mentre era ancora vivo. Aspetto ancora più importante, c'erano numerose linee di frattura sul cranio, la cui base aveva subito una frattura che aveva generato numerosi frammenti ossei e riportava una ammaccatura a forma di anello. La famiglia ha consultato uno specialista in ortopedia, che ha confermato che la frattura e l'ammaccatura alla base del cranio erano compatibili con i colpi inferti verticalmente con un bastone elettrificato. In ogni caso, il governo ha rifiutato di indagare sul caso e la famiglia ha intrapreso l'iniziativa di difendere i propri diritti e chiedere giustizia. Invano. Sono stati intercettati quattro volte di seguito mentre cercavano di presentare le proprie istanze al governo, sono stati arrestati, minacciati, intimoriti.
Nessuno si assume la responsabilità della morte di un uomo - Un giovane della provincia centrale dell'Henan è morto in circostanze sospette mentre scontava in prigione la pena per aver causato ferite accidentali a una persona che in seguito era morta. Quando i suoi familiari si sono recati a trovarlo, nel marzo 2015, hanno scoperto che era delirante e non riconosceva neppure i parenti. Tremava e si contraeva senza sosta, il suo corpo era rigido, con le spalle sollevate molto in alto, pugni e denti serrati, e camminava in modo instabile. La sua famiglia non riusciva a capire come fosse potuto cambiare tanto radicalmente dopo soli pochi mesi dall'ultima visita. Attraverso mazzette e conoscenze, sono riusciti a vederlo ancora il giorno successivo. La situazione era peggiorata: non riusciva più a camminare e doveva essere sorretto da altri due detenuti. Teneva la testa bassa, l'occhio destro sporgeva all'infuori e la sua faccia era piena di lividi. Si strofinava le braccia con le mani e ripeteva ossessivamente "Batteri... Son tutti batteri...".
Quando i familiari gli hanno chiesto cosa non andasse ha scosso la testa e ha replicato: "Non lo so... Non so cosa mi abbiano iniettato. Non riesco a ricordare niente". In seguito, la famiglia ha sfruttato di nuovo le sue conoscenze per far sì che fosse rilasciato su parere del medico, ma l'amministrazione della prigione ha affermato che egli stesse fingendo di essere malato e che la sua pena sarebbe raddoppiata se l'ospedale avesse scoperto la sua reale condizione. I parenti sono stati costretti a rinunciare. Più di un mese dopo, i genitori hanno ricevuto una telefonata dalla prigione che li informava che il figlio era stato pestato a morte da altri prigionieri. La famiglia era distrutta. Dopo aver visto il corpo, si sono resi conto che era coperto di ferite, nessuna parte era indenne. Aveva anche numerose bruciature di sigarette e segni di punture di ago. Non solo la prigione non si è assunta la responsabilità della morte del giovane, ma ha anche minacciato i familiari affinché non presentassero istanze alle autorità di livello superiore. Temendo ritorsioni, sono stati costretti ad accettare il compromesso.
di Gianni Sartori
Ristretti Orizzonti, 28 settembre 2019
Da Afrin invasa e occupata dall'esercito turco e dalle milizie mercenarie giungono notizie di sequestri, maltrattamenti e torture ai danni della popolazione curda. Altre informazioni provengono dai racconti di coloro che sono riusciti a fuggire raggiungendo qualche campo profughi. Il 24 settembre è avvenuto l'ennesimo inquietante episodio, quando il gruppo islamico "Sultan Murad", legato allo Stato turco, ha prelevato sei civili dal villaggio di Qurt Qilad (distretto di Shera).
Questi i loro nomi: Mihemed Quma Ehmed, Mihemed Ehmed Reso, Omer Sahin Moso, Mustafa Abdulqadir Sex Ehmed, Issam Menam Moso e Henan Mihemed Muslin. Sempre il giorno 24 si registravano due rapimenti di studenti (Leyal Deri e Beyan Hemo). In questo caso potrebbe trattarsi dell'opera di una delle bande criminali che imperversano, con il consenso delle forze di occupazione, nella città martoriata.
Tra agosto e settembre sono state oltre 140 le persone rapite, tra cui una trentina di donne. Ovviamente non di tutti i casi si viene a conoscenza, soprattutto quando i sequestri sono opera dei servizi segreti turchi. In particolare le bande jihadiste usano il sequestro per ricattare le famiglie chiedendo un riscatto, ma in molti casi la persona rapita resta desaparecida anche a pagamento avvenuto.
Da parte sua la "polizia militare" si dedica al sequestro di denaro, beni e mezzi di trasporto della popolazione che viene fermata ai posti di blocco. Recentemente "Rete Kurdistan" ha pubblicato l'ennesima testimonianza raccolta dall'agenzia Anha.
Ebdo Omer, sequestrato dai miliziani, ha raccontato di essere stato a lungo torturato e di aver assistito alle torture inflitte ad altri civili imprigionati. Ha inoltre voluto testimoniare in merito alla morte di alcuni prigionieri - rinchiusi nelle stesse prigioni, prima di Kefer Zité, poi di al-Rai - sia per tortura che per fame.
Torturato già in strada al momento della cattura (al punto di provocarne lo svenimento) Ebdo Omer venne successivamente appeso ad un gancio e picchiato con un grosso tubo. Dato che non poteva, anche se avesse voluto, fornire ai suoi carcerieri le informazioni richieste (le posizioni della guerriglia) sulle sue ferite venne versato sale. Come conseguenza delle botte ora non è più in grado di utilizzare il braccio sinistro. E comunque gli è andata ancora bene (visto che ha potuto raccontarla). Perlomeno rispetto ad altri prigionieri deceduti a causa delle torture, assassinati o semplicemente scomparsi senza lasciare traccia.
Un quadro generale che la politologa tedesca, specialista in Turchia, Elke Dangeleit ha interpretato come una "pulizia etnica pianificata contro i curdi in Siria".
Prosegue intanto anche l'opera di devastazione ambientale per mano dell'esercito turco con l'incendio delle foreste, in particolare nel distretto di Mabata. Le bande integraliste invece hanno abbattuto decine e decine di alberi in quello di Rajo.
Ma, va detto, i curdi non si limitano a subire. Anche in agosto le Forze di Liberazione di Afrin (Fla) avevano attaccato le truppe di occupazione nel villaggio di Kirame (distretto di Sherawa) uccidendo due soldati. Altri due militari sono stati uccisi nel distretto di Shera.
Questo per quanto riguarda i territori curdi all'interno dello stato siriano, al momento invasi e occupati da Ankara.
In Rojhilat (territori curdi sotto l'amministrazione iraniana), sempre in questi giorni, sono state eseguite altre condanne a morte contro persone curde. Il 26 settembre, nella prigione di Sanandaj (Sine) è stata impiccata, dopo aver trascorso cinque anni nel braccio della morte, Leyla Zarafshan. Stando a quanto comunicato da Zarafshan (Organizzazione per i diritti umani) la donna sarebbe stata condannata in quanto ritenuta responsabile della morte del marito.
Sempre in Iran, altri quattro detenuti curdi, in carcere per reati comuni, sarebbero stati impiccati il 25 settembre a Urmia (Azerbajan occidentale).
di Daniele Mastrogiacomo
La Repubblica, 28 settembre 2019
Ma lui si oppone: "Non riconosco questo processo e questa sentenza, se esco devo uscire totalmente scagionato". Lula potrebbe lasciare presto il carcere. Sin da lunedì prossimo. Ha scontato già parte della pena, quella che gli consentirebbe di godere della semilibertà. Ci sono i termini per uscire di giorno e rientrare in cella la sera. In alternativa può restare ai domiciliari con la cavigliera.
Lo ha ribadito la Procura di Curitiba titolare dell'inchiesta Lava Jato. Quindici pm del pool hanno sottoscritto una lettera con la quale danno parere positivo. In testa la firma del capo del pool Deltan Dallagnol. "Questo ufficio ha constatato", scrivono in procuratori, "la buona condotta in carcere di Lula da Silva e a questo punto si richiede al Pubblico ministero federale di rinviare Luiz Lula da Silva al regime di semilibertà". "L'esecuzione della pena detentiva presuppone la sua esecuzione in modo progressivo", ricordano, "mirando al graduale reinserimento del prigioniero nella vita sociale".
Lula potrebbe uscire già tra tre giorni. Ma non è disposto a farlo. La sua difensiva di attacco alla Procura e a tutta la indagine che lo ha portato al processo e alla condanna, lo hanno sempre spinto ad escludere questa possibilità. Vuole uscire a testa alta, non riconosce il verdetto. Quindi, neanche tutte le misure che lo accompagnano anche nella fase della sua esecuzione. Gli avvocati della difesa lo incontreranno lunedì stesso e vedranno con lui la strategia che intende adottare. "Lula vuole ripristinare la sua piena libertà", ha commentato l'avvocato Cristiano Zanin, "perché non ha commesso alcun crimine ed è stato condannato attraverso un processo illegittimo e corrotto da nullità".
di Graziella Di Mambro
articolo21.org, 27 settembre 2019
Ancora una volta una sentenza invita i giudici italiani a non applicare il carcere ai giornalisti perché ciò lede la libertà di espressione. Si conferma quindi la necessità di una celere abrogazione della norma tuttora vigente nel nostro sistema in base alla quale al giornalista ritenuto responsabile di diffamazione a mezzo stampa può essere comminata la pena del carcere.
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