di Cesare Romano
Il Sole 24 Ore, 27 settembre 2019
Premessa, il contrasto all'evasione fiscale non è semplicemente cosa buona e giusta ma persino fonte di sviluppo, progresso e risorse da impiegare nell'educazione, nella ricerca, nella salute, nei servizi sociali. Ciò detto, la vera questione dirimente è come ridurre l'ossigeno e gli spazi, anche sociali e culturali, di cui l'evasione si nutre da decenni nel nostro Paese.
di Vincenzo Andraous
L'Opinione, 27 settembre 2019
Ciò che conferisce autorevolezza a un'istituzione cosa altro è se non la sua capacità di non perdere il proprio ruolo e la propria funzione. Anche quando questa sua radice viene messa a dura prova dalla privazione non della libertà ma della dignità degli uomini ristretti.
Sono di questi giorni le notizie riportate da alcuni quotidiani nazionali, in cui vengono raccontate le sequenze drammatiche dentro il carcere, accadimenti che vengono inquadrati addirittura nel reato di tortura nei riguardi di cittadini detenuti inermi. Qui non si tratta di fare processi mediatici, tanto meno di dare giudizi senza conoscere la storia nella sua sostanza, però di fronte a chi è già privato della libertà, degli affetti, costretto a un tempo bloccato, se fosse provata questa accusa nei riguardi di operatori del comparto sicurezza, forse occorrerà domandarsi come sia possibile attuare legalità e giustizia, rimanendo deprivati di qualsiasi senso di umanità e compassione.
Quando fatti di questa portata emergono e vengono messi di lato, in sordina, silenziati, forse è anche il caso di non rimanere schiacciati dall'indifferenza trattandosi di galera e di persone che hanno sbagliato, perché allora si tratta di sopravvivere dentro e fuori un mondo non soltanto scandaloso ma sicuramente aberrante. Il carcere, questo carcere che ritengo ancora assente ingiustificato, non è accettabile né pensabile come luogo di morte, bensì come spazio di sosta, per comprendere e oltrepassare la colpa nella ritrovata responsabilità.
La pena non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, ma deve tendere alla rieducazione del condannato. Non è certo la violenza insita nel sistema carcere che può stupire, infatti non si tratta di fare le educande, in carcere si sconta la pena anche con una certa durezza a causa degli errori commessi, ma fosse vera la notizia in questione "tortura", vorrebbe dire che da una situazione di ingiustizia, ci si è trasferiti armi e bagagli in una dimensione di gesti quotidianamente ripetuti di feroce inumanità.
Se così fosse, se fosse provata questa pratica occorrerebbe riconsiderare quella recidiva esponenziale che mina la società, perché torturare una persona significa ridurlo a un corpo estraneo, parassitario, costringendolo a una parte di futuro opposto e contrario, ciò non credo faccia parte neppure lontanamente di un preciso interesse collettivo.
No, non citerò Voltaire, ma la dignità di una persona non è pensabile si possa sminuire o annientare con la forza o con la galera, perché vorrebbe significare che il carcere non solo non rieduca ma addirittura è prerequisito per accantonare il valore stesso della vita umana. Se risultasse veritiero questo andazzo, penso davvero che non soltanto il carcere ma anche il processo penale rischierebbe di issare bandiera bianca: la giusta pena da scontare nel carcere dell'ingiustizia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 settembre 2019
Identificare i detenuti che abbiano dato prova di una "spiccata tendenza all'evasione" tenendo conto anche delle sue caratteristiche fisiche, intensificare le battiture serali delle inferiate e le perquisizioni nelle celle, non far sostare per troppo tempo i detenuti attenzionati nella stessa cella.
di Errico Novi
Il Dubbio, 27 settembre 2019
Businarolo (M5S) sul via libera al testo bonafede-Cnf. Equità sociale non è solo tutela del reddito. È anche accesso ai diritti. Effettivo. Diritti che sono spesso oggetto di rinuncia, come le cure sanitarie. "Ma anche la tutela in giudizio è un diritto di cittadinanza", rivendica Francesca Businarolo, deputata 5 Stelle eletta in Veneto e presidente della commissione Giustizia di Montecitorio. Insieme con gli altri rappresentanti del Movimento in commissione e con il Pd, ha costruito una rapida intesa per calendarizzare subito il ddl sul patrocinio a spese dello Stato, proposto dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
ravennatoday.it, 27 settembre 2019
Nei giorni scorsi la Fondazione Nuovo Villaggio del Fanciullo, capofila del progetto europeo Fair, ha organizzato a Roma a Palazzo Giustiniani, con il patrocinio del Senato della Repubblica, la conferenza finale intitolata "Stato di diritto e prevenzione dell'estremismo violento: tra politiche e pratiche nei sistemi penitenziari e di esecuzione penale esterna europei".
agensir.it, 27 settembre 2019
"Con l'approvazione di una risoluzione per la promozione delle pene alternative al carcere, la Regione Emilia-Romagna ha dimostrato di essere una guida a livello internazionale".
È quanto dichiara Giovanni Paolo Ramonda, Presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII, in merito all'approvazione stamane della risoluzione a favore del potenziamento delle misure di sostegno ai progetti innovativi rivolti a detenuti a fine pena e al loro reinserimento sociale, approvata in seno alla Commissione Lavoro e Legalità della Regione Emilia-Romagna.
"È necessario passare da una giusta certezza della pena alla certezza del recupero, poiché una persona recuperata non è più pericolosa per la società - continua Ramonda. Le carceri devono promuovere la rieducazione del detenuto e non continuare a puntare solo all'aspetto repressivo. Le nostre comunità per carcerati sono importanti in quanto sono luoghi in cui le persone possono ricominciare una nuova vita dopo aver sbagliato".
Le Comunità per Carcerati. La Comunità Papa Giovanni XXIII gestisce in Italia 7 Comunità Educanti con i Carcerati (Cec), strutture per l'accoglienza di carcerati che scontano la pena, dove i detenuti sono rieducati attraverso esperienze di servizio ai più deboli. Quattro strutture sono in Emilia Romagna. La prima casa è stata aperta nel 2004. Ad oggi sono presenti 87 detenuti. Negli ultimi 10 anni sono state accolte 736 persone. Nell'ultimo anno le giornate di presenza sono state 12.199
Il Dubbio, 27 settembre 2019
Giusto processo violato. A sollevare dubbi la mancata previsione della presenza dell'indagato o del difensore nell'opposizione alla richiesta di archiviazione. Potrebbe essere in parte incostituzionale la norma che regolamenta i processi penali davanti al giudice di pace. A sollevare la questione l'avvocato di un imputato in un procedimento per lesioni personali, che ha contestato la mancata previsione della presenza dell'indagato o dell'avvocato nell'opposizione alla richiesta di archiviazione.
Secondo il legale Francesco Colonna Venisti, tale norma violerebbe almeno tre articoli della Costituzione, il 3, il 24 e il 111: "Tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge", "la difesa è un diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento", "ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti".
A pronunciarsi, ora, dovrà essere la Consulta, alla quale un giudice di pace di Bari, Loreto Domenico De Stefano, ha trasmesso gli atti, accogliendo l'eccezione di Colonna Venisti. La vicenda nasce da una presunta aggressione, avvenuta tre anni fa, ad un bidello di una scuola di Bitonto da parte di un avvocato, intervenuto stando alla denuncia - in difesa della madre, dipendente dell'istituto scolastico.
L'avvocato ha a sua volta denunciato il bidello che risulta attualmente indagato per lesioni. Nei confronti dell'avvocato, invece, la Procura aveva chiesto l'archiviazione. La parte offesa aveva proposto opposizione e il giudice ha disposto l'imputazione coatta, senza che l'indagato fosse convocato per difendersi, in quanto non previsto dalla norma, diversamente da quanto avviene nei procedimenti di competenza del giudice ordinario, dove l'opposizione viene discussa nel contraddittorio tra le parti. Il giudice di pace parla di "contrasto con il principio di giusto processo", spiegando che "la rilevanza della questione di legittimità costituzionale deriva" proprio dal "non aver consentito all'indagato la formulazione delle proprie ragioni e difese rispetto alla posizione della parte offesa", violando gli articoli 3, 24 e 111 della Costituzione".
met.cittametropolitana.fi.it, 27 settembre 2019
Lo ha annunciato il presidente Stefano Scaramelli (Pd). Il 16 ottobre saranno ascoltati il Garante dei diritti dei detenuti, il sindaco di San Gimignano, il direttore della struttura e i rappresentanti sindacali della polizia penitenziaria. La commissione regionale Sanità e politiche sociali ha messo in calendario un'audizione per il prossimo mercoledì 16 ottobre in merito a quanto accaduto nel carcere di San Gimignano (Siena), dove, lo ricordiamo, un detenuto sarebbe stato sottoposto a un pestaggio da parte di 15 agenti della polizia penitenziaria. Sul caso la procura di Siena ha aperto un'inchiesta e formulato accuse che vanno dalle minacce alle lesioni aggravate, al falso ideologico commesso da un pubblico ufficiale, fino alla tortura.
Il presidente della Commissione Stefano Scaramelli (Pd) ha annunciato che sul caso ha deciso di ascoltare il sindaco di San Gimignano Andrea Marrucci, il Garante regionale dei Diritti ai detenuti Franco Corleone, il direttore del carcere e i rappresentanti sindacali della polizia penitenziaria. La commissione, nella seduta di stamani, ha inoltre licenziato alcuni atti, approvando a fini dell'acquisizione del parere del Consiglio regionale il nuovo regolamento generale dell'Agenzia regionale di sanità (Ars) e dando parere positivo al regolamento per il funzionamento del registro Tumori della Regione Toscana.
di Pino Di Blasio
La Nazione, 27 settembre 2019
Intanto il Dap rimanda a Firenze l'ex provveditore regionale Fullone. Non si parla più dell'inchiesta per tortura. Quelle 500 pagine di intercettazioni, verbali e lettere sui pestaggi brutali all'interno del carcere di Ranza a San Gimignano, restano confinate sullo sfondo, sommerse da un diluvio di dichiarazioni dei sindacati della Polizia penitenziaria, dei vertici del Dap e di altri politici. Dopo lo sdegno dei primi giorni, è arrivata la risacca della difesa dei 15 agenti di Polizia penitenziaria indagati per tortura, lesioni, minacce e falso ideologico, anche se ognuno con accuse e responsabilità diverse.
Oggi sarà il giorno dell'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini: è atteso alle 15 davanti al carcere di Ranza, accompagnato dai parlamentari toscani della Lega, con la senatrice Tiziana Nisini in testa e il commissario facente funzioni Riccardo Galligani. Toccherà a Salvini dare la ribalta nazionale alle denunce dei giorni scorsi su un penitenziario di Ranza fatiscente, con un sovraffollamento di detenuti e con spazi angusti e inadeguati per tentativi di rieducazione. Cifre già snocciolate da tutti gli intervenuti, a partire dal garante nazionale Palma.
Contro la visita di Salvini si sono scagliati gli esponenti del Pd. Prima la segretaria toscana e parlamentare europea Simona Bonafè: "Anche stavolta Salvini approfitta di una delicata inchiesta per ritagliarsi un momento di visibilità in Toscana. Noi invece, nel respingere qualsiasi strumentalizzazione, non cambiamo le nostre posizioni. Per quanto ci riguarda sta alla magistratura fare chiarezza sui fatti di San Gimignano".
Rincara la dose l'onorevole del Pd, Susanna Cenni sul tempismo della visita: "Faccio molta fatica a capire come può oggi intervenire chi sino a un mese fa aveva strumenti, risorse, ruolo e poteri per intervenire su Ranza visto che si occupava di tutto, e non ha alzato un dito ne speso mezza parola".
Per le risposte dell'ex ministro basterà attendere oggi il suo arrivo a San Gimignano. Potrebbero esserci anche alcuni degli agenti di Polizia penitenziaria indagati, e dei quattro sospesi dal servizio.
Visto che non si parla dell'inchiesta, in attesa delle decisioni del gip Buccino Grimaldi e di altri stralci delle 500 pagine dell'ordinanza della procura, almeno il caso delle torture in carcere è servito per tappare dei buchi cronici ai vertici dell'amministrazione penitenziaria. Così, dopo l'arrivo del direttore a mezzo servizio del carcere, Giuseppe Renna, che farà la spola con Arezzo dal primo ottobre, e l'inizio del servizio del commissario Giardina, 38 anni, nuovo comandante degli agenti di polizia penitenziaria, si copre anche il buco del provveditore regionale di Toscana e Umbria del Dap.
E anche per questa poltrona, che si è scoperto fosse vuota dal sito del Dap regionale, si è pensato a una soluzione tampone. Dopo essere stato provveditore dal 2017 fino a primavera inoltrata, nominato dall'ex ministro Orlando, Antonio Fullone era diventato il provveditore in Campania da quest'estate. Siccome il Dap soffre di carenze croniche, è stato deciso che dovrà occuparsi, a mezzo servizio, anche di Toscana e Umbria, da Sollicciano a Capanne di Perugia. E ovviamente anche di Ranza.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 settembre 2019
Se finora tutta la giusta attenzione da parte dei mass- media si è concertata sui presunti episodi di abusi nei confronti dei detenuti da parte degli agenti penitenziari, altre violenze vengono perpetuate nei confronti di alcune categorie di detenuti. Violenze però che consistono nelle misure afflittive che sulla carta non vengono contemplate.
Parliamo ancora del carcere di Tolmezzo, ma questa volta sulla figura degli internati, criticità che Il Dubbio ha esposto più volte. Ancora una volta è il rapporto dell'autorità del Garante nazionale delle persone private della libertà a mettere nero su bianco le numerose problematiche che affliggono gli internati al 41bis. Parliamo della visita da parte della delegazione composta dall'intero Collegio del Garante, Mauro Palma, Daniela de Robert ed Emilia Rossi, e da un membro dell'Ufficio, Alessandro Albano. Una visita finalizzata a verificare alcune specifiche situazioni, con particolare riferimento alle condizioni di effettività della misura di sicurezza di "assegnazione a Casa di lavoro" relativamente a persone internate al 41bis.
Ricordiamo che in teoria l'internato non è un detenuto, ma è colui che ha finito di scontare la pena, ma per motivi di sicurezza non viene rimesso in libertà e, nonostante abbia finito di scontare il regime duro, di fatto, ci rimane. Gli internati devono, quindi, scontare la misura di sicurezza in una "casa lavoro". Come dovrebbe essere in teoria il carcere di Tolmezzo. Tale situazione è stata già oggetto di attenzione da parte del Garante nazionale.
Il Garante ritiene infatti, come ha espresso anche nella Relazione al Parlamento 2019, che è "l'istituto in sé della misura di sicurezza detentiva in regime ex articolo 41bis - in particolare l'assegnazione alla "Casa di lavoro" - a suscitare dubbi sulla sua realizzabilità e sensatezza. Rischia, infatti, di configurarsi come un prolungamento anomalo del regime detentivo speciale, la cui incisività sul principio costituzionale della finalità risocializzante della pena acquisisce ulteriore peso negativo nei casi in cui essa si colloca temporalmente al termine di pene temporanee già scontate in tale regime".
Nell'Istituto di Tolmezzo le sette persone internate sono allocate in una sezione all'interno del Reparto del 41bis. Teoricamente è anche una casa lavoro, fondamentale per gli internati, in maniera tale che il magistrato di sorveglianza possa decidere o meno la cessata pericolosità. Il lavoro, infatti, è un elemento utile per la valutazione. Però, come scrive il Garante nel rapporto, c'è uno sviluppo, in negativo, della situazione all'interno dell'Istituto, con una Casa di lavoro che non è in grado di garantire né il lavoro, né una prospettiva di reinserimento.
A seguito del nubifragio che ha devastato la serra e la riduzione delle mercedi, le attività lavorative si sono notevolmente ridotte. "Una situazione - scrive il Garante nel rapporto - in cui la misura di sicurezza incentrata sul lavoro viene svolta di fatto senza attività lavorativa è inaccettabile e rende la condizione delle persone internate del tutto analoga a quella del persone detenute in regime detentivo del 41bis".
In questo modo risulta quindi difficile capire quale sia la differenza tra le persone detenute e quelle in misura di sicurezza. Una sovrapposizione che si evidenzia maggiormente anche per l'impossibilità, da parte degli internati, di accedere alle licenze. "Si traduce così - scrive il Garante - in una falsificazione linguistica per cui le persone sono definite come internate, ma sostanzialmente restano nelle stesse condizioni di quando erano detenute, essendo sottoposte allo stesso regime e alle stesse regole, con l'esclusione da ogni beneficio penitenziario".
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