di Angela Nocioni
Il Riformista, 8 novembre 2019
Non è autocombustione. Se "la ricca oasi felice dell'America latina" brucia perché le danno fuoco, se da settimane migliaia di persone ogni notte scendono in strada e incendiano tutto ciò che incontrano, se i primi cinque giorni l'hanno fatto sfidando il coprifuoco e novemila militari in strada, il dubbio che l'oasi non fosse felice potrebbe pure venire. Invece no. Venti morti, migliaia di arresti e una manifestazione di un milione di persone contro il governo di centrodestra di Sebastian Piñera non sono sufficienti a rompere il cliché dell'eccezione cilena, l'illusorietà del modello del paese ricco del Cono sur cresciuto negli ultimi dieci anni a grandi balzi, il 2,5% anche quest'anno.
Nessuno si chiede sulle spalle di chi. Undici milioni dei 18 milioni di cittadini cileni risultano titolari di debiti. Dato pubblico e stranoto. Il costo di un appartamento a Santiago è salito fino al 150% negli ultimi dieci anni, i salari invece del 25%, dato dell'Università cattolica. Le entrate del 10% più ricco della popolazione sono di 40 volte più alte di quelle del 10% più povero (fonte: ministero per lo sviluppo sociale).
Eppure "misterioso y sorprendente" è il caos di Santiago anche allo sguardo acuto di Mario Vargas Llosa che spiega, insieme ad altre decine di analisti, come l'esplosione cilena sia di tipo europeo, una protesta borghese più simile ai gilet gialli francesi che a quella contro il caro prezzi che spesso infiammano le grandi città latinoamericane.
Una rivolta, dato altrettanto stranoto, nata però contro il caro biglietti della metropolitana. Forse una rivolta finanziata da provocatori chavisti venezuelani, insinuano alcuni. Perché "misteriosa e sorprendente"? Per una ragione obiettiva, dicono. "Perché il Cile è l'unico paese latinoamericano che ha dato battaglia con efficacia al sottosviluppo ed è cresciuto in questi anni in modo stupefacente. Potere d'acquisto di 23 mila dollari a testa, secondo la Banca mondiale" (Vargas Llosa).
Eppure sarebbe bastato seguire una qualsiasi delle interminabili assemblee universitarie delle proteste che negli ultimi anni puntualmente hanno alzato barricate in Cile per sentire, a ogni capannello, ragazzi non ricchi, furiosi, chissà se tutti pagati dai chavisti venezuelani (che non hanno soldi ormai nemmeno per gli antibiotici e curano le infezioni con il paracetamolo, figurarsi per fare gli agit prop fasciati di dollari) dire: "Non è vero che siamo un paese ricco. Siamo un paese con alcuni ricchi e moltissimi poveri".
Vanno all'università, ma sono poveri figli di poveri che studiano e lavorano rimanendo poveri. Alcuni fanno letteralmente la fame. E il futuro non gli si prospetta migliore di quello dei loro genitori. Quei 23 mila dollari non entrano nelle loro tasche. Il modello economico adottato a Santiago ha enormi costi sociali. Ed è quello, spietato, voluto da Pinochet. La scuola è quella di Pinochet, la sanità è quella di Pinochet, le pensioni sono quelle di Pinochet.
Il grande problema cileno è da decenni la grande forbice tra ricchi e poveri. La fine della dittatura non solo non l'ha risolto: non l'ha proprio affrontato. Perché in Cile nel 1990 è finita la dittatura, non il pinochettismo. Pinochet ha vinto nella società, nell'economia, nella testa della gente. Non è un problema della destra soltanto, né di quella presentabile dell'imprenditore Piñera né di quella cavernicola (così l'ha chiamata tempo fa Vargas Llosa) dei neonazi che banchettano in Cile.
Perché 24 dei 29 anni post dittatura sono stati governati da un centrosinistra civile e per bene che non ha potuto scalfire la gabbia atroce nella quale la rivoluzione capitalista di Pinochet ha imprigionato il Cile. I risultati di quel laboratorio economico e sociale che fu il regime di Pinochet - quell'alleanza tra militari, imprenditori locali e grandi capitali esteri, quella singolare convergenza che usò (o fu usata da) i militari cileni per realizzare una rivoluzione capitalista, di puro modello liberista, che nemmeno nelle lavagnette dei Chicago boys avrebbe potuto essere meno sfumata - paiono godere tuttora dello sguardo benevolo di intellettuali indubbiamente liberali.
È quasi incredibile la cecità di fronte alla spietatezza del modello e alle ferite che provoca. La differenza sociale mostruosa in Cile è perpetuata dal funzionamento perverso del modello di studi universitari adottato finora. Un laureato entra nel mercato del lavoro con 30 o 40 mila dollari di debito da restituire alle banche che gli hanno erogato il prestito scolastico per accedere alle prestigiose università di Santiago.
Altrettanto discriminatorio è il sistema di previdenza sociale. Il mito dei fondi pensione cileni, osannato in mezzo mondo negli anni Novanta come modello da imitare, si è sgretolato per fattori demografici ed economici.
Il modello dei fondi pensione si è rivelato nel tempo una trappola. L'errore consiste nella sovrastima della capacità di contribuzione: le pensioni pagate dal sistema Afp (quello dei fondi pensioni) sono state in media di 100 dollari al mese e il 50% di chi ha aderito non arriva neppure alla pensione minima costringendo lo Stato a integrarle.
Da qui la necessità di intervenire con fondi pubblici che mitigassero i disastri sociali ed economici dell'esperimento. Anche perché il sistema Afp prevedeva 20 anni di contribuzione che nessuno è riuscito ad ottenere. Solo il 10% di chi ha aderito ai fondi è stato in grado, negli ultimi due decenni, di effettuare versamenti regolari dodici mesi all'anno.
Il Cile è un Paese abituato ad avere una delle economie più dinamiche della regione e durante il primo governo di Piñera (2010-2014), poi rielletto nel 2018, è cresciuto in media del 5,3% l'anno, rispetto alla media del 3,3% del primo mandato presidenziale (2006-2009) della socialista Michelle Bachelet.
Ai ricchi imprenditori cileni, nonostante la poca belligeranza nei loro confronti del centrosinistra dal 1990 in poi, non sono piaciute molte cose della Bachelet. Soprattutto non è piaciuta la riforma fiscale che ha aumentato l'aliquota dell'imposta sul reddito delle società dal 24% al 27% e ha reso, dicono loro, "più complicato il sistema tributario".
La loro insofferenza s'è sommata al malcontento tra i poveri (quelli che vanno all'università indebitandosi per una vita e quelli che all'università hanno rinunciato in partenza). È stato così che le ultime presidenziali hanno riaperto le porte del palazzo della Moneda a Piñera e a parte di quella destra cavernicola che Piñera sa blandire all'ora di dover raccogliere voti per vincere. La stessa che ha voluto lusingare dichiarando il coprifuoco all'inizio della rivolta.
Mai, nessun governo dopo la fine del regime aveva osato pronunciare la parola coprifuoco. È come far aleggiare il fantasma del defunto dittatore sulla testa di chi protesta. Un ricatto, una minaccia considerati finora una via impraticabile, intollerabile per la società cilena. Piñera l'ha fatto. La scelta gli si è rivoltata contro. La folla inferocita ha continuato a scendere in strada, incappucciata, nonostante il coprifuoco finché il coprifuoco è stato ritirato. La gabbia non s'è rotta, ma è stata incendiata.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 novembre 2019
Critiche dalla Conferenza dei Garanti dei detenuti e 100 dirigenti scrivono al Capo del Dap. Divisi i Sindacati degli agenti. Il Sappe: "è giunto il momento che i vertici provengano dal corpo di polizia penitenziaria". La Uil-Pa invita a un approccio sereno ed equilibrato.
A umentano le proteste contro il decreto legislativo, attualmente in esame alle Camere, che depotenzia il ruolo dei direttori degli istituti penitenziari, innalzando quello dei comandanti della polizia penitenziaria.
di Emilio Pucci
Il Messaggero, 7 novembre 2019
Il Decreto di riforma voluto da Bonafede rende autonoma la Polizia penitenziaria. Il Pd non ci sta e si schiera con i dirigenti: norma irricevibile, rischio militarizzazione. "È una norma irricevibile, così rischiamo di militarizzare le carceri, la cambieremo".
Il Pd si schiera al fianco dei 50 direttori di carceri italiane che, viene spiegato, hanno inviato una protesta formale al ministero della Giustizia.
Libero, 7 novembre 2019
Il prossimo terreno di scontro tra Pd e M5S sarà sulle carceri. Al centro, una norma contenuta nel Decreto legislativo di revisione dei ruoli di Forze di Polizia e Forze armate e che darebbe la possibilità di fare carriera agli agenti di custodia in modo che possano diventare dirigenti, togliendo così poteri al direttore di carcere per trasferirli al comandante di Polizia penitenziaria.
di Patrizio Gonnella*
comune-info.net, 7 novembre 2019
Il sistema penitenziario italiano sembra avviato a tornare a un modello di pura custodia e di sola polizia. Il nuovo profilo organizzativo proposto dal governo prevede un notevole ridimensionamento del ruolo del direttore carcerario in favore delle pressioni corporative avanzate dal Sindacato autonomo della Polizia penitenziaria.
di Valerio Onida
Il Fatto Quotidiano, 7 novembre 2019
La sentenza contro il "fine pena mai" ha suscitato molte reazioni negative. Ma la Costituzione parte dal presupposto che nessuno è irrecuperabile. Caro direttore, mai mi sarei aspettato che la sentenza della Corte costituzionale (peraltro non ancora conosciuta nella sua motivazione) sull'articolo 4bis del nostro ordinamento penitenziario - là dove vieta in modo assoluto la concessione di permessi premio ai detenuti condannati per reati di criminalità organizzata a meno che non collaborino con la giustizia - suscitasse tante reazioni negative e preoccupate anche in ambienti di giuristi e in settori di opinione pubblica lontani dalla visione e dalla retorica del "buttare via le chiavi".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 novembre 2019
Intervista a Fabio Gianfilippi, il magistrato che ha portato l'ergastolo ostativo alla Consulta. Diversi magistrati hanno criticato la Corte costituzionale per la sentenza sul regime dell'ergastolo "ostativo", dichiarando il 4bis incostituzionale, nella parte in cui escludeva radicalmente dai permessi premio i condannati per reati di mafia e assimilati, che non avessero intrapreso un percorso di collaborazione con la giustizia.
di Vincenzo Iurillo
Il Fatto Quotidiano, 7 novembre 2019
Nove casi. Cambiano gli equilibri camorristi, ma soprattutto pesa la recente sentenza della Consulta contro l'ergastolo ostativo. Secondo un investigatore è il risultato di due fenomeni in corso: lo smottamento degli equilibri camorristi nel rione delle Case Celesti di Secondigliano, e la recente sentenza della Consulta contro l'impianto dell'ergastolo ostativo, che ha aperto nuovi spiragli a futuri permessi carcerari e sconti di pena.
Ed ecco, forse, spiegato il boom di dissociazioni nel clan degli Scissionisti di Napoli. Almeno nove casi, secondo quanto risulta al Fatto Quotidiano. Alcune pubbliche, perché avvenute in un'aula di Tribunale, altre coperte dal riserbo della Dda che le sta verificando con le cautele del caso. Altre, infine, rivelate in commissione Antimafia, annunciate da lettere con queste date: l'11 giugno ha scritto alla Procura di Napoli Oreste Sparano, il 21 giugno Carmine Amato, il 25 giugno Carmine Pagano, il 18 luglio Carmine Calzone e Ciro Mauriello, il 23 luglio Ciro Caiazza.
L'ultima dissociazione - che si distingue dal pentimento perché non si rendono accuse contro terzi, ma solo contro se stessi - è di pochissimi giorni fa: nel corso del processo con rito abbreviato che lo vede imputato dell'omicidio del 2011 di Ciro Nocerino, Roberto Manganiello ha chiesto scusa ai familiari della vittima e ha affermato di non avere più rapporti con la cosca Marino, di cui era ritenuto il reggente.
Manganiello è già stato condannato in secondo grado a 21 anni - in primo grado gli era stato inflitto l'ergastolo - dopo aver confessato, durante le udienze di Appello, il duplice omicidio di Claudio Salierno e del nipote Fulvio Montanino. I killer agirono nell'ottobre 2004, in via Vicinale di Cupa dell'Arco, nei pressi del bunker di Paolo Di Lauro detto Ciruzzo 'o milionario, il boss che ha ispirato il personaggio di don Pietro Savastano in Gomorra.
Fu il delitto che diede il via alla faida tra il clan Di Lauro e gli Scissionisti. Manganiello non è un camorrista di seconda fila: è il nipote di Gennaro Mc Kay Marino, il capo del clan che ha la sua roccaforte nei 144 appartamenti delle Case Celesti. Per i pm Vincenza Marra e MaurizioDe Marco, Montanino ha retto lefiladellacoscaapartire dal 2012, dopo l'omicidio a Terracina del reggente dell'epoca, il fratello di Gennaro, Gaetano Marino.
Manganiello avrebbe ereditato il comando dal primo marito di Tina Rispoli, la signora che a marzo, con un matrimonio "Casamonica style", si è risposata con il famosissimo neomelodico Tony Colombo. La coppia ormai regina del gossip è stata diverse volte ospite del salotto di Barbara D'Urso e nei giorni scorsi Selvaggia Lucarelli sul Fatto ha ric ordato che questo è avvenuto senza ricordare il contesto criminale in cui nacque la relazione tra Marino e la signora Rispoli (che, va ricordato, è incensurata), e le circostanze che fanno sembrare inverosimile che la signora Rispoli non conoscesse il "lavoro" del marito boss.
Nelle stesse ore della dissociazione di Manganiello, è arrivata la sentenza grazie alla quale Raffaele Amato, altro esponente di spicco della camorra di Secondigliano, ha evitato l'ergastolo ed è stato condannato a "soli" 20 anni in un processo stralcio per l'omicidio Salierno-Montanino. Sconto di pena ottenuto dopo aver scritto una lettera ai giudici in cui ha ammesso di aver saputo dell'agguato mentre s i trovava in Spagna e di non aver fatto nulla per impedirlo. Non è una dissociazione vera e propria. Non ancora.
Qualcosa però bolle da tempo nelle pentole dei piani difensivi di vecchi e nuoviboss di camorra. Da prima della sentenza della Consulta. In un'audizione in Commissione parlamentare antimafia il 24 ottobre, il procuratore capo di Napoli Giovanni Melillo ha fornito dati e circostanze: "C'è una linea di evoluzione della strategia processuale dei gruppi criminali che assume le forme di una simulazione di atteggiamenti collaborativi per contenere le pene", ha avvertito Melillo. Che ha ricordato di aver ricevuto tra il 21 giugno e il 23 luglio "una serie di lettere dei capi del cartello Amato-Pagano che annunciavano volontà collaborative, che poi si sono espresse solo in affermazioni di tipo dissociativo.
È impossibile - è il parere di Melillo - non leggere in questa concentrazione temporale il segno di una strategia di tutto il vertice dell'organizzazione: alcune di queste figure sono oggetto di condanne definitive".
Le direttive della Procura napoletana riflettono un orientamento molto duro verso le dissociazioni: i pm stanno infatti continuando a chiedere gli ergastoli, come nel caso di Manganiello per l'omicidio Nocerino. Vengono ritenute, secondo le nostre informazioni, come un negoziato che ha il solo scopo di abbandonare le falangi militari dei clan per salvaguardarne i vertici, e i loro interessi nella corruzione e nel riciclaggio.
Una posizione netta. Che ovviamente si confronta con quelle opposte del mondo forense. L'ex vicepresidente nazionale della Camera Penale, Domenico Ciruzzi, auspica "che le attenuanti previste dalla dissociazione siano normate anche nei casi di mafie, come già lo sono per il terrorismo, per ridurre la discrezionalità dei magistrati e ribadire che la pena deve rieducare".
Per l'avvocato Alfonso Furgiuele, docente di Procedura Penale della Federico II, "sul piano astratto il doppio binario viola la Costituzione e non può condurre a presunzioni assolute contro il detenuto mafioso. Sul piano concreto, è giustificabile la diffidenza verso le scelte collaborative dei mafiosi, che vanno verificate con rigore".
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 7 novembre 2019
Confronto sulle modifiche "non rinviabili", secondo il ministro. Anche il vicepresidente del Csm, David Ermini si è dichiarato favorevole ad una riforma dell'organo di autogoverno delle toghe.
"Non è più rinviabile il progetto di riforma ordinamentale della magistratura". Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede lo ha detto ieri nel suo intervento al corso straordinario della Scuola superiore della magistratura presso la sede della Banca d'Italia. È tornato così su un tema aperto da tempo, richiamato nel programma di governo anche del primo governo Conte e ora destinato a essere definito con la riforma del processo in via di elaborazione a via Arenula.
Quella dell'ordinamento giudiziario, in particolare, è una riforma necessaria "anche alla luce dei gravi fatti emersi la scorsa primavera" ha aggiunto il guardasigilli, a proposito dell'inchiesta di Perugia che ha coinvolto l'ex presidente dell'Ann Luca Palamara e cinque togati del Csm, poi costretti alle dimissioni. "Si è trattato di azioni gravissime - ha detto Bonafede - che hanno danneggiato prima di tutto la stragrande e silenziosa maggioranza dei magistrati. Ora è necessario rafforzare gli strumenti che ne garantiscono l'indipendenza, ostacolando ogni ingerenza della politica: ciò sarà possibile", secondo il ministro, "soltanto bloccando, una volta per tutte, le cosiddette ' porte girevoli' tra politica e magistratura e individuando sistemi di incompatibilità per i membri del Csm e per i magistrati fuori ruolo", ha proseguito il guardasigilli, ricordando infine che "il merito deve essere il parametro esclusivo nella crescita professionale del magistrato".
Sul punto va ricordato che ad ogni legislatura vengono presentare riforme in tal senso. Nel 2013, addirittura, venne elaborato al Senato un testo bipartisan, del quale erano firmatari Pierantonio Zanettin (Fi) e Felice Casson (Pd), poi finito alla Camera su un binario morto.
Anche il vicepresidente del Csm, David Ermini si è dichiarato favorevole ad una riforma dell'organo di autogoverno delle toghe. "Ma non al sorteggio", ha puntualizzato. "Il Csm è pronto a interventi di autoriforma che incidano sulla propria organizzazione, evitando comunque, come nel caso del sorteggio, norme di dubbia legittimità costituzionale", ha ribadito Ermini, auspicando che venga favorito "l'accesso degli esponenti maggiormente dotati, sul piano scientifico e culturale, della magistratura, dell'accademia e del Foro".
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 7 novembre 2019
Il convegno del Cnf sulle linee guida psicoforensi. Il Professor Gulotta: "nel processo si eviti la visione a tunnel: fatta un'ipotesi, la mente va a caccia di tutto ciò che la comprova, mentre tende a giudicare di poco interesse tutto ciò che la smentisce".
"Il garantismo è un principio che esula dalla giurisdizione ed è una cultura", è stato l'esordio del presidente del Cnf Andrea Mascherin, per spiegare lo spirito del convegno "Gli errori giudiziari e la loro riduzione, le linee guida psicoforensi", che ha visto la partecipazione non solo di giuristi, ma anche di psicologi forensi, coordinati nei lavori dal consigliere Cnf, Stefano Savi.
L'obiettivo, infatti, è stato quello di analizzare le ragioni degli errori giudiziari, a partire dalla valutazione degli errori di valutazione umani. Ad affrontare il tema è intervenuto Guglielmo Gulotta, già professore di psicologia giuridica all'Università di Torino, ma anche avvocato e psicoterapeuta, e ha cominciato mettendo in luce una enorme carenza del nostro sistema: "Nel mondo anglosassone esistono raccolte di dati per analizzare gli errori più comuni commessi nei giudizi, estrapolandoli dalle sentenze di revisione. Noi sappiamo quanti soldi sono stati spesi per ingiuste detenzioni, ma non sappiamo quali errori le hanno provocate".
Proprio perché i giudici siano meno influenzabili da fattori esterni, ma soprattutto che la formazione della prova non sia condizionata da elementi esterni nella valutazione di testimoni, perizie o confessioni, sono state stilate le linee guida psicoforensi.
"Servono a evitare la cosiddetta visione a tunnel: fatta un'ipotesi, la mente umana va a caccia di tutto ciò che la comprova, mentre tende a giudicare di poco interesse tutto ciò che la smentisce", ha spiegato Gulotta. Una di queste regole, per esempio, riguarda il metodo di condurre le identificazioni: "Bisognerebbe usare la tecnica del doppio cieco: l'ufficiale non deve sapere se oltre il vetro c'è o meno il sospettato, altrimenti rischia di condizionare con il suo comportamento la vittima che lo deve identificare.
Lo stesso vale per le perizie: al perito non si dovrebbe chiedere se la pistola ha effettivamente sparato quel bossolo, ma gli andrebbero consegnati dieci bossoli, chiedendo se uno di essi sia stato esploso dall'arma ritrovata. Tesi accolta e sostenuta anche dal penalista Antonio Forza: "Gli errori più grossi nel processo penale si fanno nella fase investigativa, dove gli investigatori rischiano di orientarsi in una certa maniera e poi perdono di vista tutti gli elementi dissonanti rispetto a una prima valutazione". Sulla stessa linea, dal fronte opposto della magistratura, si sono confrontati anche i magistrati Fabrizio Gandini del tribunale di Roma e il consigliere di Cassazione, Angelo Costanzo: "Nel celebrare i processi dobbiamo recuperare una sintassi logica, senza le illusioni del formalismo logico. Nel processo si traducono i fatti della vita in formule linguistiche, poi i giudici valutano se esse siano sussumibili in specifiche fattispecie penali".
Il professore dell'Università di Padova, Giuseppe Sartori, si è occupato invece di come i nuovi studi neuroscientifici possano essere utili strumenti di perizia, per valutare la presenza di malattie psichiatriche. "L'aleatorietà della perizia psichiatrica è dovuta al fatto che le diagnosi sono necessariamente condizionate dall'elemento soggettivo.
Dunque, pur essendo prove scientifiche, hanno un tasso di attendibilità molto più basso della prova del Dna". Sartori ha spiegato la rilevazione delle malattie psichiatriche si basa sulle dichiarazioni del paziente, mentre le neuroscienze permettono "attraverso una risonanza magnetica del cervello che mostra i correlati nervosi, di aggiungere alla valutazione un dato oggettivo non manipolabile, confermando o smentendo la percezione del soggetto in modo non mediato dalla sua percezione".
Sul fronte più processuale, la professoressa Antonietta Curci dell'Università di Bari si è occupata dell'attendibilità della memoria di un testimone e dei pericoli delle domande suggestive nella fase delle indagini preliminari: "Il rischio è quello della suggestionabilità interrogativa: l'accettazione e l'autoconvinzione di ricordi spuri, veicolati all'interrogato da chi conduce l'interrogatorio". Sul fronte opposto di chi giudica, ha aggiunto la professoressa Patrizia Catellani dell'Università Cattolica di Milano, "il rischio è quello della correlazione illusoria, ovvero che le esperienze precedenti o gli stereotipi possano influenzarne il ragionamento. Un esempio classico: la porabilità che chi è spacciatore possa commettere anche rapina".
Di qui l'importanza delle linee guida, sottolineata anche dall'ex giudice di Cassazione, Rocco Blaiotta, autore della storica sentenza Cozzini, "perché sono il frutto del lavoro di autoregolamentazione dei soggetti più preparati: psicologi, avvocati e magistrati". L'utilizzo del sapere scientifico nel processo "è intriso di insidie: i giudici non sono preparati ad utilizzarlo, ma anche la scienza è mutabile. Per questo le linee guida prevedono di valutare ogni tecnica scientifica utilizzata con il grado di condivisione che essa ha nella comunità scientifica di riferimento". Le linee guida psico forensi sono scaricabili dal sito psicologiagiuridica.com.
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