di Gian Domenico Caiazza*
Il Riformista, 6 novembre 2019
Il Fatto Quotidiano raccoglie le firme a sostegno di un appello al Legislatore perché intervenga per porre rimedio alla sentenza della Corte Costituzionale sull'ergastolo ostativo. I promotori si dolgono per avere io definito quell'appello "tecnicamente e materialmente eversivo", e mi spiegano che è semmai la Mafia ad essere eversiva. Dio solo sa cosa avranno voluto dire, parole in libertà e senza costrutto. Io ribadisco che altro è criticare una sentenza della Corte Costituzionale, operazione del tutto legittima ed anzi insindacabile, altro è chiedere che il Legislatore intervenga per sterilizzare (bando alle ipocrisie, suvvia!) i temuti effetti di quella sentenza, che secondo la manipolatoria propaganda dei suoi detrattori sarebbero devastanti per il contrasto dello Stato alla Mafia.
Rendersi promotori di una simile iniziativa denunzia un totale disprezzo per il ruolo supremo che la Costituzione ha affidato al magistero della Consulta. Resta da stabilire se questo avvenga per analfabetismo istituzionale e costituzionale, o per consapevole e compiuta cultura antidemocratica, ma il risultato non cambia: tecnicamente e materialmente si tratta di una idea eversiva dell'ordine costituzionale, nel senso che oggettivamente presuppone una sovversione degli equilibri disegnati dalla nostra Carta Costituzionale.
La Consulta è il Giudice delle Leggi. Ad essa è attribuito un potere formidabile e senza eguali, è cioè quello di abrogare una legge votata legittimamente dal Parlamento in quanto giudicata non conforme alla nostra Costituzione. È una abrogazione - come si dice tecnicamente - efficace "ex tunc", cioè da quando la legge è stata promulgata: più che abrogare la legge, la incenerisce, quella legge deve intendersi come se non ci fosse mai stata, si adegui la Giurisdizione, si adegui l'Amministrazione dello Stato, si adegui - figuriamoci - innanzitutto il Legislatore (l'Opinione Pubblica, deo gratias, non entra nemmeno in classifica).
Si può rimediare ad una decisione della Corte che non si condivide? Certamente: si promuova una modifica della Costituzione che fissi un principio incompatibile con quello affermato dalla sentenza criticata, ed è presto fatto. Esiste una maggioranza qualificata che abbia questa intenzione? Si accomodi, auguri. Mettete mano, se ne avete il coraggio, all'art. 27 della Costituzione (finalità rieducativa della pena), invocando la cui violazione la Corte ha di fatto abrogato il principio di ostatività predeterminato per legge.
Ma fino a quel momento, chiunque istighi il legislatore a rimediare, a porre un freno, ad attutire - e nel non detto, a vanificare - l'impatto del principio solennemente affermato dalla Corte, sta portando - ripeto, inconsapevolmente o intenzionalmente, il risultato non cambia - un attacco velenoso al cuore del nostro sistema istituzionale e democratico.
Di fronte ad un principio affermato con tanta nettezza, al Legislatore non resta che starsene zitto e buono, e l'ultima cosa che si possa immaginare che accada (salvo che non sia la stessa Corte a chiederlo, ma questa è altra storia) è che si metta a scarabocchiare - as usual - improbabili nefandezze giuridiche, linguistiche e sintattiche, per "rimediare" alla irresponsabile leggerezza di quegli sprovveduti della Corte Costituzionale, che pontificano ignari della realtà, della trincea, e bla bla bla.
Cosa poi dovrebbe mai fare il Legislatore, istigato da questi nuovi sanfedisti? Il Manifesto travagliesco (impreziosito dalle solenni citazioni dei vari Gratteri, Di Matteo eccetera) lo dice a chiare lettere: non lasciare il giudizio sulla concedibilità del permesso "ai semplici Giudici di Sorveglianza". Non so se qui si sconti la poca padronanza della lingua italiana, o se si intenda alludere ad una supposta semplicità d'animo francescana, ad una certa sprovvedutezza, o a chissà quale altro limite umano e professionale di quei Magistrati, ma la domanda è: cosa c'è che non va nei Magistrati di Sorveglianza, signori promotori del Manifesto?
Sono magistrati né più nè meno - anche se a voi suonerà come una bestemmia - di quanto lo siano Gratteri, Di Matteo e gli altri 9000 che hanno vinto lo stesso concorso. Perché mai i "semplici Magistrati di Sorveglianza" sarebbero corruttibili, ricattabili, minacciabili, più di quanto non possano esserlo il Pm che indaga, il Gip che cattura, i giudici del Tribunale e della Corte di Appello chiamati a condannare o ad assolvere il Mafioso?
Per non dire che quei "semplici giudici di Sorveglianza" nel dover accertare, secondo quanto sancito con nettezza dalla vituperata sentenza della Corte Costituzionale, il parametro della interruzione dei rapporti dell'ergastolano richiedente il permesso con la cosca di appartenenza, formuleranno quel giudizio sulla base non del comportamento carcerario, che qui non c'entra nulla, né di una loro epidermica sensazione, ma delle informazioni che riceveranno dalla Polizia Giudiziaria, dalla Direzione Nazionale Antimafia, dalla Procura Distrettuale Antimafia territorialmente competente, e chi più ne ha più ne metta.
Altro è chiedere - come fa con molto garbo, e con tutt'altro senso delle regole e delle Istituzioni, il (semplice?) Magistrato di Sorveglianza romano Marco Paternello sul Corsera di qualche giorno fa- che si rafforzino le dotazioni strutturali dei Tribunali di Sorveglianza. Questo noi penalisti lo chiediamo da anni a prescindere, e questo dovrebbero limitarsi a chiedere le persone serie, che abbiano a cuore ad un tempo la sicurezza sociale e la tenuta delle nostre istituzioni democratiche: tutto il resto è propaganda di bassa lega.
*Presidente Unione Camere Penali
Corriere della Sera, 6 novembre 2019
Il ministro di Giustizia Bonafede, intervistato da Milena Gabanelli e Simona Ravizza, si impegna a fare una legge che preveda uno stipendio "virtuale" per i detenuti: così si trovano i soldi per farli lavorare tutti.
agenparl.eu, 6 novembre 2019
"Nelle carceri nessuna deriva securitaria. Negli ultimi giorni abbiano letto articoli e dichiarazioni alla stampa critici verso l'annunciato nuovo riordino delle carriere del Corpo di Polizia Penitenziaria. Quel che si critica è non già l'intero assetto previsto per il Corpo ma un aspetto, in particolare: quello che toglierebbe poteri ai direttori d'istituto per trasferirli al comandante. L'Osservatorio Carcere dell'Unione delle Camere Penali, associazione di penalisti, è arrivato a parlare di "disegno (criminoso)".
di Milena Castigli
interris.it, 6 novembre 2019
In collaborazione tra il Comune di Coriano e Casa Betania dell'Associazione Papa Giovanni XXIII. "Il momento migliore per piantare un albero era venti anni fa. Altrimenti è adesso", recita un proverbio africano. Proverbio preso alla lettera dagli ex detenuti accolti a casa Betania di Coriano (a Rimini) dove oggi, martedì 5 novembre, a partire dalle ore 12:00 viene inaugurato il progetto "Piantiamo la Speranza". Nato in collaborazione tra il Comune di Coriano e Casa Betania dell'Associazione Papa Giovanni XXIII, all'evento presenziano Mons. Francesco Lambiasi Vescovo di Rimini e la dott.ssa Alessandra Camporota, Prefetto di Rimini, Domenica Spinelli Sindaco di Coriano.
La Comunità Papa Giovanni XXIII è fertile e piena di speranza nell'attenzione ai poveri, in particolare ai carcerati secondo il modello CEC, Comunità Educante con i carcerati, tale attenzione e speranza incontra il parere delle amministrazioni comunali e tale collaborazione si integra con la scelta di piantare piante per ogni detenuto accolto a simboleggiare la speranza che con il recupero di una persona si contribuisce alla crescita di tutta la comunità e come gesto concreto di aiuto al pianeta. "Piantare la speranza" è dunque il titolo di una iniziativa locale, partita da un piccolo comune come quello di Coriano, ma con alto significato simbolico.
"In questo tempo dove la desertificazione aumenta, l'innalzamento dei livelli di anidride carbonica crea effetti devastanti sul clima e tanti poveri sono schiacciati da una economia che in nome del profitto crea catastrofi ambientali e umane...piantiamo piante che assorbono Anidride carbonica e restituiscono ossigeno utile alla vita. Le piante hanno vita lunga come lunga e alta è la visione di quei politici, amministratori, donne e uomini che sanno investire nel futuro", si legge sulla presentazione del progetto. Investire nell'ambiente ed investire negli uomini, dunque, a partire da quelli che sono stati "cattivi".
Casa Betania è stata aperta 46 anni fa per dare risposta a Marino, psichiatrico dimesso dal carcere. "Marino è ancora con noi, a deliziarci con il suo sorriso - sottoliea Giorgio Pieri, responsabile della Comunità Educante con i Carcerati Cec dell'Apg23. Questa è stata la prima casa d'accoglienza della comunità Papa Giovanni XXIII, è stata modello e stimolo per altre 600 realtà d'accoglienza sparse in tutti i continenti, in 40 stati nel mondo. Dal 30 novembre 2017 è iniziata l'esperienza d'accoglienza detenuti secondo il modello Cec.
È la casa di prima accoglienza per quei detenuti che poi saranno destinati in altre realtà. Sono già passate 54 persone, potremmo già piantare 54 alberi. Un grande grazie a tutti i cittadini di Coriano che hanno sostenuto questa casa da sempre! Dal 2008 nella provincia di Rimini sono state accolte oltre 500 persone. Chissà che anche l'amministrazione riminese non prenda spunto da questa iniziativa. A livello nazionale sono oltre 3500 i detenuti accolti, potremmo piantare un bel bosco! È proprio vero, fa più rumore un albero che cade di 3500 che crescono".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 novembre 2019
La vicenda Nicosia riaccende la criminalizzazione di chi è contro il carcere duro. Le investigazioni svolte, oltre a rivelare la partecipazione di Antonello Nicosia alla famiglia mafiosa di Sciacca in epoca datatissima, fin dalla fine degli anni 90, nonché l'attuale pianificazione da parte sua di danneggiamenti, estorsioni e altri gravi delitti, ha dimostrato che tale partecipazione si è aggiornata con nuove e pericolose condotte realizzate attraverso incarichi politici e pubblici da lui progressivamente acquisiti nel corso degli ultimi anni.
Grazie all'impegno in più associazioni volontaristiche, all'elezione nel movimento dei Radicali italiani e, infine, ai rapporti stretti con l'onorevole Giuseppina Occhionero, Nicosia è infatti riuscito ad accreditarsi presso diverse strutture penitenziarie e a fare visita a mafiosi detenuti, a scopi - come si legge nell'ordinanza - "certamente estranei a quelli, dichiarati, della tutela dei loro diritti".
Anche il giudice ha voluto sottolineare che la condotta di Nicosia non ha nulla a che fare con la tutela dei diritti dei detenuti. Più avanti si legge che, sfruttando il baluardo della militanza politica, "ha portato avanti l'ambizioso progetto di alleggerire il regime detentivo speciale di cui all'art. 41bis Ordinamento penitenziario, da sempre tema oggetto di accesi dibattiti sia all'interno dell'associazione mafiosa che nell'agenda politica nazionale".
Ed è qui che taluni partiti e giornali hanno cercato di eliminare la oggettiva differenza tra chi si batte legittimamente contro il 41bis e la mafia, la quale ovviamente non può che avversare il regime del 41bis.
Ogni volta in cui si prova a riaffermare con forza lo Stato di Diritto, è ormai inevitabile che i movimenti politici e giornali più conservatori rispondano con anatemi in nome della sicurezza nazionale e, soprattutto, con la retorica del presunto favore ai terroristi (il caso americano sulla chiusura del carcere di Guantanamo) o ai mafiosi, come nel caso nostrano. Soprattutto nostrano. È il paradosso secondo cui la sacrosanta lotta alla mafia diventa un pretesto per rinunciare, o per sottovalutare, concetti e diritti fondamentali: passa così l'idea che per i mafiosi il diritto non dovrebbe valere, che non dovrebbero essere difesi da un avvocato, che non hanno diritto alla salute e che devono rimanere in carcere anche se gravemente malati.
Quindi un avvocato che difende i boss mafiosi viene visto con sospetto, così come vengono viste con sospetto le battaglie contro il regime duro o l'ergastolo ostativo. In Italia, storicamente, sono i movimenti libertari a condurre da sempre queste battaglie impopolari. C'è il Partito radicale, ma ci sono anche una minoranza della sinistra come Rifondazione o Potere al Popolo, così come il movimento anarchico.
La battaglia si basa su un principio di fondo: il 41bis è una condizione di spietato isolamento, insostenibile per l'essere umano, specie se protratta per anni; è un sistema che genera una sofferenza aggiuntiva ben al di là di quella fisiologicamente connessa alla condizione di recluso. Una simile denuncia viene sollecitata anche da organismi internazionali come il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d'Europa e il Comitato delle Nazioni unite contro la tortura, che ha di recente sollevato critiche sull'eccessiva durata del regime derogatorio e sulla condizione di isolamento in cui versano tali categorie di detenuti.
I mafiosi appoggiano volentieri questa battaglia? Ma è lapalissiano. E allora chi sostiene battaglie di civiltà, ispirate alla Costituzione, sarebbe mafioso per la proprietà transitiva? Un ragionamento del genere presuppone che lo Stato debba applicare le regole mafiose: vendetta, coercizione perpetua per estorcere informazioni, totale mancanza di pietas. Il pericolo, forte, che ogni battaglia per lo Stato di Diritto venga sospettato di favorire la mafia, si fa sempre più concreto. Ha però tutta l'aria del déjà vu.
Leonardo Sciascia, per il suo criticatissimo articolo "I professionisti dell'antimafia", si ispirò allo storico Christopher Duggan che analizzò, prima di tutti, molto bene il fenomeno mafioso italiano, ma anche quello antimafioso qiuale strumento di potere all'epoca del fascismo. Duggan infatti scrisse che "come il fascismo doveva, in Sicilia, liberarsi delle frange "rivoluzionarie" per patteggiare con gli agrari e gli esercenti delle zolfatare, costoro dovevano liberarsi delle frange criminali più inquiete e appariscenti".
La durissima repressione del famoso prefetto Mori, per Duggan non era dunque che "il giuoco di una fazione fascista conservatrice e di un vasto richiamo contro altra, che approssimativamente si può dire progressista, e più debole". Sicché spiegò che l'antimafia è stata allora strumento di una fazione, interna al fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile.
Incontrastabile non perché assiomaticamente incontrastabile era il regime - o non solo: ma perché talmente innegabile appariva la restituzione all'ordine pubblico, che il dissenso, per qualsiasi ragione e sotto qualsiasi forma, poteva essere facilmente etichettato come mafioso", concluse lo storico Duggan. Tale analisi rischia di ritornare di attualità. Dobbiamo stare molto attenti: perché da una battaglia giusta, senza il rispetto del Diritto, può nascere anche una dittatura.
di Valentina Ascione
Il Riformista, 6 novembre 2019
L'arresto dell'ex esponente Radicale si è trasformato nel pretesto per sferrare un violento attacco a chi denuncia le drammatiche condizioni del carcere e si batte per i diritti dei detenuti. Se, come sostiene la procura di Palermo, Antonello Nicosia, l'ex collaboratore parlamentare di Sciacca fermato per associazione mafiosa, strumentalizzava la possibilità di accedere agevolmente agli istituti di pena al deguito della deputata Giuseppina Occhionero (sentita ieri dai pm come testimone) per veicolare all'interno e dall'esterno messaggi e ordini dei boss, è forte in queste ore il rischio - per non dire la certezza- che il suo caso venga strumentalizzato a propria volta.
Brandito, per meglio dire, contro l'attività di monitoraggio delle carceri finalizzata alla vigilanza e alla tutela dei diritti di chi sta scontando una pena. Tanto per cominciare, le reazioni all'arresto di Nicosia, presentato da più parti sui media come "esponente" o "dirigente radicale", allungano l'ombra del sospetto sull'iniziativa dei radicali che delle carceri hanno fatto il principale terreno di lotta politica.
Denunciare le drammatiche condizioni delle carceri italiane, e battersi per il loro miglioramento, è l'obiettivo delle frequenti visite da loro organizzate ed effettuate negli istituti in tutta Italia. Sono invece ben diversi gli scopi che Nicosia avrebbe perseguito, anche strumentalizzando l'elezione nel 2017 nel comitato di Radicali Italiani per accreditarsi presso le strutture penitenziarie, come precisato dagli stessi pm della dda di Palermo.
Ecco perché in questa vicenda, su cui le indagini faranno il proprio corso, i radicali appaiono dunque a tutti gli effetti come una parte lesa. Eppure ieri in prima pagina il Fatto Quotidiano annunciava: "La storia dei garantisti all'italiana".
Il caso di Nicosia "non deve restare confinata nella sua dimensione penale", si poteva leggere nell'articolo all'interno, "a prescindere dalla conclusione giudiziaria" dovrebbe "accendere un dibattito serio sulla natura di "lobby garantista" usata come 'bus' dai criminali di ieri, oggi e domani, assunta dai radicali". A dimostrazione di tale tesi, seguiva una carrellata di dichiarazioni pubbliche (alcune piuttosto datate), iniziative politiche (come la raccolta firme per i referendum sulla giustizia del 2013 o quello sulla responsabilità civile dei magistrati), e aneddoti degli ultimi 30 anni in cui si facevano incrociare il mondo mafioso con quello radicale.
"Nulla di illecito", precisava tuttavia, a più riprese, l'estensore dell'articolo. tiarsenale probatorio a supporto della tesi della lobby cara ai criminali" veniva ripreso nell'editoriale del direttore. "Nel 2013 Pannella raccolse le firme (compresa quella del neopregiudicato B.) per abolire, fra l'altro, l'ergastolo, rendere ancora più intimidatoria la responsabilità civile delle toghe e limitare vieppiù la custodia cautelare: Giuseppe Graviano. in carcere, esultò per l'ideona e la firma di B. Oggi, crollata FI, i clan si guardano intorno a caccia di chi lanci segnali d'apertura alle loro esigenze. Per esempio - scriveva ieri Marco Travaglio - chi plaude (o tace) alle scandalose sentenze anti-ergastolo della Cedu e della Consulta. Ci mancherebbe - è la premessa - purché chi la tiene apra gli occhi sui voti e gli infiltrati mafiosi in arrivo".
Anche i recenti pronunciamenti della Corte europea dei diritti umani e della Corte Costituzionale sull'ergastolo ostativo, che hanno aperto ai permessi premio anche per chi non collabori con la giustizia, sono quindi finiti nel mirino dopo l'indagine di Palermo che ha portato all'arresto di Antonello Nicosia e di altre 4 persone.
E c'è chi come l'ex presidente del Senato ed ex procuratore Pietro Grasso, intervistato ieri dal Fatto, propone lo stop all'ingresso in carcere dei collaboratori dei parlamentari: "anche solo una visita ai detenuti quando non si conoscono i propri collaboratori o i codici mafiosi, può avere grandi conseguenze", avverte.
"I parlamentari devono controllare che vengano rispettati i diritti dei detenuti. Bisogna tutelare questa funzione. Ma i politici devono essere accompagnati dalla Polizia penitenziaria e dal direttore del carcere. Possono parlare solo delle condizioni di vita in cella, se si parla di altro deve essere segnalato. Maggiore attenzione poi quando i contatti sono con chi si trova al 41bis: i detenuti al carcere duro non devono avere alcune possibilità di comunicare su temi al di fuori delle condizioni carcerarie, neanche durante le visite ispettive dei parlamentari".
Ma su questo la norme che regolano le visite in carcere sono estremamente rigide. Solo il Garante nazionale dei diritti delle perone detenute, con membri del suo collegio, isuò richiedere un colloquio riservato anche con detenuti in regime di 41bis.
Tutte le altre figure, dai garanti regionali, provinciali e comunali, e i parlamentari nell'esercizio del sindacato ispettivo non hanno questa facoltà. Saranno le indagini quindi a chiarire in che modo Nicosia, pur entrando come collaboratore della deputata Occhionero, abbia potuto comunicare con i boss. "Si tratta di un fatto grave che non deve comportare una generalizzazione", spiega al Riformista Daniela De Robert, componente del collegio del Garante nazionale dei detenuti, "La vigilanza e la tutela dei diritti è fondamentale, ed è un lavoro di grande responsabilità".
di Francesco Merlo
La Repubblica, 6 novembre 2019
Nella Chiesa in decadenza si rifugiano i più viziosi peccatori perché la crisi dei suoi valori li mimetizza e li rende invisibili. E infatti, tra i tanti delinquenti che in Italia hanno militato nella virtù, tra mafiosi antimafia come Montante, magistrati malandrini e tangentisti antitangente, non c'era mai stato un radicale sradicalizzato. Invece ora si scopre che questo Antonello Nicosia (ma chi lo conosceva?) è riuscito a infiltrarsi nel purissimo garantismo garantito da Pasolini, Tortora, Sciascia, Pannella ed Emma Bonino.
Ha indossato il saio radicale non, come hanno scritto, per entrare in carcere e fare il portalettere della mafia di Matteo Messina Denaro, ma per lucrare, una volta in carcere, sulla parola "radicale". In prigione entrava infatti come assistente - nientemeno - di una deputata (non indagata) della sinistra di Pietro Grasso, ma era iscritto a Radicali italiani nel Comitato nazionale! - perché questa medaglia, che abbaglia più dell'antimafia dello stesso Grasso, lo rendeva sacerdote della libertà, arbitro dei diritti e dei doveri del detenuto.
E quando trafficava, anche in piccole tv libertarie, con i valori radicali, nessuno si accorgeva che c'era troppo inferno in quella maschera transgenica. Eppure era doppio come Pantalone e mentiva anche a stesso quando goffamente tra i tanti maestri di valori scomodava Habermas, Voltaire, Brecht, Dostoevskij, Bobbio, Hermann Hesse, i Papi e Manzoni. Era dunque invisibile non solo ai Radicali Italiani e dunque a Emma Bonino, Marco Cappato, Riccardo Magi, Silvio Viale, ma anche a quegli altri del Partito Radicale che nell'ingiusto e nel disumano delle prigioni, nel bugliolo, nella puzza e nelle violenze dell'universo concentrazionario ancora cercano e scoprono l'umanità dell'Italia, e sto parlando di Rita Bernardini, Maurizio Turco, Sergio D'Elia, dei militanti di Antigone e Nessuno tocchi Caino, di Maria Antonietta Farina Coscioni, Elisabetta Zamparutti, Irene Testa.
Forse nessuno di loro ha visto e capito Nicosia perché la grande cultura radicale è in crisi? Dolenti e divisi, i radicali si contendono - molto male - eredità morali e materiali, e si espongono sia agli infiltrati e sia agli sciacalli che arrivano quando si alza il tanfo del disfacimento. Sono gli stessi sciacalli che già volevano chiudere Radio Radicale, e si spingono sino all'orrore di dire che questo Nicosia è il degno erede del Pannella che digiunava per la giustizia e per l'amnistia, contro l'ergastolo e le leggi speciali, per la mancata riforma penitenziaria, e contro lo Stato italiano che, secondo la Corte Europea, non custodisce ma tortura. Si sa che la fiducia regge il mondo.
E i radicali sono sempre stati affidabili. Lo spread, a cui siamo appesi, è un indicatore di fiducia. E sulla fiducia si basano i mutui bancari. Scegliamo salumieri, pescivendoli e panettieri di fiducia, appunto. Così per i giornali dove una testata non vale un'altra. Persino i libri si comprano per l'affidabilità del nome: di Gallimard, Suhrkamp Verlag, Penguin e Adelphi ci si può fidare.
Ebbene i radicali che entrano in carcere sono ancora la giustizia giusta e la verità scomoda di un mondo volutamente dimenticato. I radicali sono Cesare Beccaria, i soldati del diritto che ci distingue dai califfati, dai turchi di Erdogan, dall'Egitto di al-Sisi.
Dei radicali hanno fiducia sia i carcerati e sia i carcerieri. Quando dunque dalla fiducia emerge l'empietà, lo scandalo è più grave perché sporca il mondo dei valori, ne mostra la fragilità e la possibile corruzione. Ma al tempo stesso dovrebbe rafforzarli perché li mette in guardia. Da più di dieci anni il trafficante di valori è una nuova maschera italiana, un unico carattere che contiene mille identità.
E però i magistrati malandrini come Silvana Saguto non hanno distrutto la magistratura. E gli antipizzo beccati con il pizzo in tasca hanno migliorato la battaglia contro il pizzo. Ci ha reso meno creduloni la vicenda del giornalista Pino Maniaci che aveva la schiena dritta in pubblico ma, di nascosto, la piegava.
E siamo diventati diffidenti vedendo che i corrotti venivano arrestati mentre aprivano convegni contro la corruzione, come l'ex vicepresidente della Regione Lombardia Mario Mantovani condannato a 5 anni e 6 mesi. Ricordate Totò Cuffaro? Fu lui a introdurre la novità epocale del mafioso che si sputava addosso, si sfregiava, si oltraggiava. Quand'era presidente della Regione siciliana inventò infatti lo slogan: "la mafia fa schifo".
Poi fu condannato per mafia. Inaudito? Oggi questo Nicosia che trafficava in pizzini per conto della mafia è l'inaudito radicale. E gli eredi della grande tradizione garantista italiana male fanno ad accusarsi reciprocamente di non essere abbastanza radicali invece di addossarsi tutti insieme, non certo le colpe del farabutto Nicosia che non hanno, ma la responsabilità della decadenza di cui Nicosia è la spia, l'indicatore, il segnale, il cattivo odore.
Lo sciacallaggio in Italia è ormai una banalità ma, se i radicali non fossero ridotti così male nessuno si permetterebbe di volare tanto basso, con l'idea che gratta gratta, dietro Nicosia c'era la banda Bassotti dei garantisti, e che in fondo anche Pannella era solo un complice di Al Capone.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 6 novembre 2019
Scatenata contro garantisti, Consulta e Corte Europea. Chiede più ergastolo. Ama solo tre parole: carcere, carcere, carcere. Di Antonello Nicosia sapiamo ancora pochissimo. Un uomo delle cosche? Beh, aspettiamo a giurare sul Vangelo; non dico aspettiamo una sentenza - che non si usa - ma almeno aspettiamo qualche indizio in più, o magari il rinvio a giudizio, non vi sembra? Dobbiamo accontentarci di un paio di intercettazioni che hanno registrato frasi che più che di un picciotto sembrano pronunciate da un tipo fuori di testa?
È logico che i partiti e gli esponenti politici prendano le distanze. Anche un po' intimoriti, stavolta, non dai magistrati mai dai plotoni di esecuzione schierati dai Cinque Stelle e da Travaglio. Il capo di Leu, Pietro Grasso, costretto a rilasciare un'intervista al Fatto, ha dimostrato fino a che punto si possa intimidire un leader politico.
Noi però, che non dobbiamo difendere nessun serbatoio di voti, vorremmo ripetere una frase che ormai, nel senso comune, è quasi una bestemmia: prima di dire che un tale è un orco, è un pedofilo, è un assassino, è un mafioso, è un farabutto, occorre un'indagine, qualche prova, la definizione di un delitto (che per ora, nel caso Nicosia, non è ancora chiarissima) e magari un processo. Sarà una bestemmia, ma talvolta serve che qualcuno si decida a bestemmiare. Dopodiché bisognerà prendere atto della realtà.
Il paese, l'opinione pubblica, anche gli intellettuali, tutti si sentono sotto tiro e - come diceva Alessandro Manzoni - il buonsenso fugge via e si nasconde per non farsi acchiappare dal senso comune.
Il principale leader di opinione oggi è Marco Travaglio e guida l'opinione pubblica attraverso il suo giornale (e il suo partito, cioè i 5 Stelle). Ieri ha usato il giornale per denunciare i radicali di ogni risma e gli orrori libertari realizzati a suo tempo da Marco Pannella.
Ha accusato il garantismo italiano di "celare collusioni" con la mafia. Ha definito scandalose le sentenze della Corte Costituzionale italiana e della Corte dei diritti europea. E poi si è scagliato contro le lobby del garantismo. Le lobby? Esistono lobby del garantismo? E quali sarebbero?
Quelle che hanno ottenuto in questi anni l'aumento delle pene per tutti i delitti, le legislazioni speciali, la conferma e un incattivimento del 41bis, la legge spazza corrotti che è la prima legge retroattiva da due o tre secoli a questa parte, l'equiparazione dei reati di corruzione ai delitti di sangue o mafiosi, la riduzione al minimo termini dei benefici carcerari, l'ampliamento della gogna mediatica, l'aumento della carcerazione preventiva, e potrei continuare ancora?
Beh, è una lobby di incapaci. Parliamo invece per un momento della lobby delle manette, che vuole cancellare due secoli di cultura giuridica e che propone un modello culturale - lo Stato etico - che in Europa era stato sconfitto dalle armate americane, prima, e poi dalla caduta del muro di Berlino?
Parliamone, perché quella è una lobby potente davvero, raggruppa un bel pezzo della magistratura e quasi tutto il giornalismo giudiziario. Vogliamo chiamarli poteri forti? beh, non è che io conosca poteri più forti dei loro. Il problema è esattamente questo. Non è la punta di lancia di questa lobby - cioè i 5 stelle e Travaglio - il problema è il dilagante condizionamento che questa lobby sta realizzando nel paese.
Ha conquistato i gruppi dirigenti di quasi tutti i partiti, in particolare dei partiti più forti, ha messo la museruola alle forze liberali nei giornali e nell'intellettualità, ha conquistato gran parte delle trasmissioni televisive, ha preso in mano il parlamento e lo guida a suo piacere. È possibile fermare l'avanzata di questa lobby? Il primo passo da muoveresarebbe quello di non farsi più intimidire. Non è facilissimo, però è ancora possibile. Magari tra due o tre anni non sarà più possibile.
Askanews, 6 novembre 2019
Nessun imbarazzo per la vicenda di Antonino Nicosia, l'ex collaboratore arrestato per mafia della senatrice eletta con LeU (oggi in Italia viva) Giuseppina Occhionero. Pietro Grasso, che di LeU è stato il leader fino alla divisione, dopo le elezioni, del listone di sinistra nelle varie componenti, ha commentato così la notizia del blitz della Dda di Palermo in una intervista al Fatto quotidiano.
"Assolutamente no, Nicosia era collaboratore, peraltro allontanato, della Occhionero, non mio. E poi ci sono le intercettazioni in cui si evince che era lui ad essere in difficoltà: si preoccupava del fatto che avrei potuto scoprire i suoi precedenti penali".
"Questa inchiesta però - ha sottolineato l'ex procuratore antimafia - dimostra anche altro: ossia che Cosa Nostra cerca ancora i rapporti con la politica, continua ad infiltrarsi nelle istituzioni".
Quanto all'uso improprio che Nicosia, secondo l'accusa, faceva del suo ruolo accompagnando Occhionero nelle visite ai detenuti, Grasso ha aggiunto: "I parlamentari devono controllare che vengano rispettati i diritti dei detenuti. Bisogna tutelare questa funzione. Ma i politici devono essere accompagnati dalla polizia penitenziaria e dal direttore del carcere.
ùPossono parlare solo delle condizioni di vita in cella, se si parla di altro deve essere segnalato. Io però sono dell'idea di evitare l'ingresso dei collaboratori. Maggiore attenzione poi - ha concluso il senatore di LeU - quando i contatti sono con chi si trova al 41bis: i detenuti al carcere duro non devono avere alcune possibilità di comunicare su temi al di fuori delle condizioni carcerarie, neanche durante le visite ispettive dei parlamentari".
Il Fatto Quotidiano, 6 novembre 2019
L'intervento di Maria Falcone, sorella di Giovanni, a sostegno della petizione per una legge che limiti i permessi agli ergastolani ostativi: "Continuità nella lotta alla mafia".
Gentile direttore, non posso nascondere la mia preoccupazione per i potenziali effetti della sentenza della Consulta che ha dichiarato incostituzionale la norma dell'ordinamento penitenziario che negava i benefici carcerari agli ergastolani per reati di mafia che non avessero avviato una collaborazione con la giustizia.
Non dimentichiamo che si tratta di una disposizione legislativa introdotta dopo le stragi di Capaci e via D'Amelia, un momento tragico per l'Italia, un Paese che ha dovuto fare i conti con una mafia del tutto peculiare rispetto alle altre organizzazioni criminali.
Non dimentichiamo che in nessun altro Stato tanti uomini delle istituzioni hanno pagato con la vita il loro impegno contro le mafie. Faccio questa premessa per ricordare la ratio e la storia di una norma che, come tutta la legislazione premiale per i cosiddetti pentiti, è servita a scardinare una organizzazione considerata granitica.
Perciò il legislatore aveva dato a chi passava dalla parte dello Stato, ed era realmente intenzionato a recidere i legami con il clan, una chance che potesse garantirgli quella rieducazione prevista dalla Costituzione come doverosa per chiunque. E ciò a differenza del trattamento stabilito per chi ha scelto di rimanere fedele al giuramento prestato per diventare uomo d'onore.
La sentenza della Consulta impone ora una "rivisitazione" normativa. Efondamentale che la Corte costituzionale abbia con la sua pronuncia escluso che si passasse a una sorta di automatismo al contrario, optando invece per l'attribuzione al giudice terzo della valutazione della concessione dei benefici agli ergastolani mafiosi. lo ho piena fiducia nel giudizio dei magistrati che sapranno valutare e scegliere.
Pongo però due temi: quello della possibilità di pensare a concentrare la competenza sulla materia a una sola autorità giudiziaria, come accade già per le questioni relative all'applicazione del 41bis (affidate a un solo organo, il Tribunale di sorveglianza di Roma). Questo consentirebbe di avere un indirizzo giurisprudenziale unitario su argomenti tanto delicati. Inoltre sarebbe auspicabile che a occuparsi di queste questioni sia un organo collegiale e non un giudice monocratico, per evitare sovraesposizioni e possibili pressioni sul singolo.
L'auspicio è che la risposta legislativa, che la decisione della Consulta impone, garantisca una continuità della azione antimafia per scongiurare un pericoloso ritorno al passato. Gran parte della politica, cito per tutti il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, ha manifestato preoccupazione per il dopo sentenza e ha sottolineato la necessità di arrivare a una soluzione legislativa che salvaguardi quanto con fatica si èfatto nella lotta alla mafia, che deve restare una priorità per tutti. Maria Falcone
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