di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 23 settembre 2019
Cassazione - Sezione IV penale - Sentenza 22 luglio 2019 n. 32505. È configurabile il tentativo di rapina impropria nel caso in cui l'agente, dopo aver compiuto atti idonei diretti in modo non equivoco alla sottrazione della cosa altrui, non portati a compimento per fatti indipendenti dalla sua volontà, adoperi violenza o minaccia per procurare a sé o ad altri l'impunità. La Corte di cassazione, con la sentenza 32505 /2019, ha dichiarato inammissibile il motivo di ricorso con il quale l'imputato pretendeva che il fatto fosse da riqualificare nel concorso del reato di tentato furto con quello di violenza privata.
La precedente decisione delle Sezioni Unite - La Corte ha seguito le indicazioni fornite dalle sezioni Unite (sentenza 19 aprile 2012, Reina), laddove si è appunto affermato che è configurabile il tentativo di rapina, e non invece il concorso tra il tentativo di furto con un reato di violenza o minaccia, nel caso in cui l'agente, dopo aver compiuto atti idonei diretti in modo non equivoco alla sottrazione della cosa altrui, non portati a compimento per fatti indipendenti dalla sua volontà, adoperi violenza o minaccia per procurare a sé o ad altri l'impunità.
Ha supporto le sezioni Unite hanno valorizzato una lettura logico-sistematica dell'articolo 628, comma 2, del Cp, in forza della quale è configurabile la fattispecie tentata della rapina impropria ogni qual volta l'azione tipica non si compia o l'evento non si verifichi, e, quindi, anche nel caso di colui che adopera violenza o minaccia per procurarsi l'impunità immediatamente dopo aver compiuto atti idonei, diretti in modo non equivoco a sottrarre la cosa mobile altrui, non riuscendovi a causa di fattori sopravvenuti estranei al suo volere e ciò negli stessi termini in cui è parimenti configurabile il tentativo di rapina impropria nel caso in cui il soggetto agente abbia sottratto la cosa altrui e subito dopo abbia tentato un'azione violenta o minacciosa nei confronti della vittima o di terzi per assicurarsi il possesso del bene; e hanno altresì considerato la natura di fattispecie complessa della rapina impropria, che resta tale, non ammettendo una considerazione autonoma degli elementi costitutivi, anche nel caso in cui questi - la sottrazione e la violenza - si presentino allo stato del tentativo; ulteriore supporto viene trovato, nella sentenza delle sezioni Unite, nella considerazione della ratio legis, che renderebbe illogico non applicare il medesimo trattamento di rigore previsto per i reati contro il patrimonio caratterizzati da violenza o minaccia alla condotta di chi pur sempre usando violenza o minaccia attenti al patrimonio altrui e non riesca nell'intento per cause estranee alla sua volontà e ciò in perfetta analogia tra il tentativo di rapina impropria e quello di rapina propria, che è tra l'altro configurabile anche nelle ipotesi in cui non si siano perfezionate né l'offesa al patrimonio né quella alla persona, quando la condotta dell'agente sia stata potenzialmente idonea a produrre l'impossessamento della cosa mobile altrui, mediante violenza o minaccia, e la direzione univoca degli atti abbia reso manifesta la volontà di conseguire l'intento criminoso.
Il Sole 24 Ore, 23 settembre 2019
Indagini preliminari - Arresto in flagranza - Diretta e immediata percezione della responsabilità dell'indiziato - Necessità. Ai fini della flagranza è necessario che la polizia giudiziaria percepisca in modo diretto gli elementi a cui ricollegare con elevata probabilità la responsabilità penale dell'arrestato. L'eccezionale attribuzione alla polizia giudiziaria del potere di privare un soggetto della libertà personale trova infatti giustificazione solo nella altissima probabilità, praticamente certezza, della colpevolezza dell'arrestato, suffragata appunto dalla diretta percezione e constatazione della condotta delittuosa e dalla immediatezza dell'intervento rispetto al fatto-reato da parte degli agenti di polizia giudiziaria.
• Corte di cassazione, sezione II penale, sentenza 6 settembre 2019 n. 37303.
Indagini preliminari - Arresto in flagranza - Stato di flagranza - Sorpresa dell'indiziato con cose o tracce del reato commesso immediatamente prima - Significato dell'espressione "immediatamente prima" - Coincidenza con il comune intendimento dell'espressione "poco prima" utilizzata dal previgente codice - Fattispecie. In tema di arresto operato d'iniziativa dalla polizia giudiziaria nella quasi flagranza del reato, il requisito - previsto dall'art. 382, comma primo, cod. proc. pen. - della "sorpresa" dell'indiziato "con cose o tracce dalle quali appaia che egli abbia commesso il reato immediatamente prima" non richiede che la P.G. abbia diretta percezione dei fatti, né che la sorpresa avvenga in modo non casuale, correlandosi invece alla diretta percezione da parte della stessa soltanto degli elementi idonei a farle ritenere sussistente, con altissima probabilità, la responsabilità del medesimo, nei limiti temporali determinati dalla commissione del reato "immediatamente prima", locuzione dal significato analogo a quella ("poco prima") utilizzata dal previgente codice di rito, di cui rappresenta una mera puntualizzazione quanto alla connessione temporale tra reato e sorpresa. (Fattispecie in cui la Corte, in riforma dell'impugnata ordinanza, ha ritenuto che legittimamente i carabinieri avessero proceduto all'arresto, nella quasi flagranza del reato di furto aggravato, di un soggetto - peraltro reo confesso - sorpreso, durante un normale controllo al confine di Stato, alla guida di un'autovettura risultata rubata poche ore prima in una città vicina).
• Corte di cassazione, sezione II penale, sentenza 26 aprile 2017 n. 19948.
Indagini preliminari - Arresto in flagranza - Stato di flagranza - Arresto operato a seguito di informazioni di terzi - "Quasi flagranza" - Sussistenza - Esclusione - Illegittimità dell'arresto - Sussistenza - Ragioni - Fattispecie. È illegittimo l'arresto in flagranza operato dalla polizia giudiziaria sulla base delle informazioni fornite dalla vittima o da terzi nell'immediatezza del fatto, poiché, in tale ipotesi, non sussiste la condizione di "quasi flagranza", la quale presuppone la immediata e autonoma percezione, da parte di chi proceda all'arresto, delle tracce del reato e del loro collegamento inequivocabile con l'indiziato. (Nella specie l'arresto era stato eseguito sulla base delle sole indicazioni della persona offesa, riguardanti le generalità dell'aggressore).
• Corte di cassazione, sezioni Unite penali, sentenza 21 settembre 2016 n. 39131.
Indagini preliminari - Polizia giudiziaria - Attività - Arresto in flagranza - Quasi flagranza -
Nozione - Fattispecie. In tema di arresto da parte della polizia giudiziaria, lo stato di quasi flagranza non sussiste nell'ipotesi in cui l'inseguimento dell'indagato da parte della polizia giudiziaria sia stato iniziato per effetto e solo dopo l'acquisizione di informazioni da parte della vittima o di terzi, dovendosi in tal caso escludere che gli organi di polizia giudiziaria abbiano avuto diretta percezione del reato. La nozione di inseguimento, caratterizzata dal requisito cronologico dell'immediatezza (subito dopo il reato), postula, quindi, la necessità della diretta percezione e constatazione della condotta delittuosa da parte degli operanti della polizia giudiziaria procedenti all'arresto: l'attribuzione dell'eccezionale potere di privare della libertà una persona si spiega proprio in ragione di tale situazione idonea a suffragare la sicura previsione dell'accertamento giudiziario della colpevolezza (da queste premesse, la Corte ha rigettato il ricorso del pubblico ministero avverso il provvedimento del giudice che aveva escluso la quasi flagranza, in una vicenda in cui la polizia giudiziaria aveva proceduto all'arresto per il reato di lesioni personali aggravate dall'uso di un coltello dopo alcune ore dalla commissione del reato ed esclusivamente sulla base delle dichiarazioni rese dalla vittima e dalle persone informate dei fatti nonché degli esiti obiettivi delle lesioni rilevati sul corpo della persona offesa: in una situazione in cui, quindi, secondo le sezioni Unite, non poteva ricorrere l'ipotesi dell'inseguimento inteso nei termini di cui sopra).
• Corte di cassazione, sezioni Unite penali, sentenza 21 settembre 2016 n. 39131.
Corriere Romagna, 23 settembre 2019
In Italia un innocente finisce in carcere ogni otto ore. Convegno e proiezione del film: "Non voltarti indietro". "L'errore giudiziario e l'ingiusta detenzione: il rovescio del diritto. Analisi del fenomeno e delle sue conseguenze". È il titolo del convegno organizzato dalla Camera penale e dall'Ordine degli avvocati di Rimini in programma venerdì pomeriggio 27 settembre (dalle 14.30) al Teatro degli Atti (Rimini, via Cairoli, 42).
Nel corso dell'incontro, evento gratuito e aperto al pubblico, verrà proiettato "Non voltarti indietro", il primo e pluripremiato film documentario prodotto in Italia sul tema delle vite spezzate di chi è finito in carcere da innocente, promosso dall'associazione ErroriGiudiziari.com, per la regia di Francesco Del Grosso. Interverrà, tra gli altri, uno degli autori, Valentino Maimone, giornalista e fondatore di ErroriGiudiziari.com.
Con lui anche la co-responsabile dell'Osservatorio sull'errore giudiziario dell'Unione delle Camere penali italiane, Alessandra Palma. Per l'occasione ha accettato di tornare a parlare in pubblico anche il dirigente d'azienda Mario Rossetti, vittima - da incensurato - di un calvario durato più di cento giorni nelle celle di San Vittore prima e Rebibbia poi e proseguito per altri otto mesi ai domiciliari, per una vicenda di grande clamore mediatico alla quale era completamente estraneo (già in primo grado fu assolto con formula piena).
Un'esperienza dolorosa messa nero su bianco nel libro "Io non avevo l'avvocato", (Mondadori, 143 pagine, 18 euro), una riflessione lucida e priva di rancore che chiama in causa sia gli operatori della giustizia sia quelli dell'informazione. La creazione della banca dati L'elenco dei relatori istituzionali, che animeranno il dibattito aperto al contributo dei presenti in sala, comprende anche Giovanni Rossi, presidente dell'Ordine dei giornalisti dell'Emilia Romagna, Roberto Brancaleoni, presidente dell'Ordine degli avvocati di Rimini, Alessandro Sarti, presidente della Camera penale.
A coordinare l'incontro, che attribuisce crediti formativi agli avvocati, saranno Luigi Renni, responsabile della Camera penale di Rimini, e Andrea Rossini, giornalista di cronaca giudiziaria. L'Unione delle camere penali attraverso l'osservatorio sull'errore giudiziario ha in progetto di procedere alla creazione di una vera e propria banca dati, attingendo dal territorio: la tappa riminese si inserisce in questo contesto.
Ci sono da approfondire le ragioni per le quali l'errore giudiziario e l'ingiusta detenzione superano in Italia i limiti della fisiologia: dai dati, parziali, diffusi dal ministero della giustizia, nel solo 2018 sono state presentate circa mille istanze di riparazione (630 accolte) con una spesa complessiva di 23 milioni di euro.
Ogni otto ore, stando ai dati che saranno illustrati nel dettaglio a Rimini, una persona innocente subisce ingiustamente la custodia cautelare in carcere. Numeri da tenere bene a mente, specie in tempi di populismo giudiziario, che però da soli non descrivono lo smarrimento personale ed esistenziale di chi, sapendosi innocente, ha la sensazione di non essere ascoltato e deve spesso aspettare degli anni prima dell'assoluzione e della riabilitazione agli occhi della pubblica opinione.
di Clarissa Cusimano
lettoquotidiano.it, 23 settembre 2019
Parte ad Ancona i cani educati dai detenuti delle carceri. Un percorso di riabilitazione, che formerà inoltre gli animali in vista di una successiva adozione. Ad Ancona, vi sono delle carceri dove i detenuti, condannati a scontare una pena all'interno della struttura, vengono riabilitati per mezzo dell'educazione cinofila. Il progetto, presentato dall'associazione no profit "Sguinzaglia'ti" di Senigallia, che ha vinto il bando emesso dal Comune di Ancona, ha una duplice finalità: la prima è quella di rieducare i detenuti e la seconda di formare i cani per una successiva adozione.
Gli incontri - Si tratterà di 15 lezioni, già partite a Montacuto e che partiranno a ottobre a Barcaglione. Gli incontri prevedono una parte teorica per i detenuti, con nozioni sull'addestramento dei cani e un focus sulla pet therapy, e altre molto importanti incentrate sulla preparazione dei cani per disabili, grazie alla collaborazione dell'associazione "Il mio Labrador" di Macerata.
Prevista anche una parte pratica, durante la quale i dieci detenuti coinvolti nel progetto dovranno imparare a educare i cani, in modo da prepararli a una successiva adozione. Quest'iniziativa, presentata dall'associazione no profit "Sguinzaglia'ti" di Senigallia, è molto importante sia per creare momenti utili al riscatto delle persone, le quali al termine del percorso saranno in grado di gestire un cane, leggerne i segnali di benessere o di stress; sia per gli animali, che alla conclusione del progetto saranno pronti per essere accolti in una casa.
Negli Stati Uniti, già dagli anni 80 sono stati avviati progetti di questo tipo. Uno di questi, ad esempio, consisteva nell'affidare alcuni cani abbandonati, costretti a vivere in canile, a detenuti in carcere. I risultati ottenuti erano stati così incoraggianti, che molte altre prigioni americane avevano deciso di aderire all'idea.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 23 settembre 2019
È una sfida grande, quella di parlare di bullismo ai piccoli. Occorrono tenerezza, anche umorismo, storie in cui identificarsi, pochi numeri e tante, soprattutto belle illustrazioni. La sfida l'ha lanciata Cristina Obber, scrittrice, giornalista e tra le fondatrici della Rete per i diritti Rebel Network, insieme a Silvia Vinciguerra, che ha illustrato Giro Girotondo, ultimo libro di Settenove, casa editrice nata nel 2013 dedicata alla prevenzione della discriminazione e della violenza di genere attraverso albi illustrati, saggistica, narrativa e percorsi scolastici.
Il libro inizia col girotondo, nel cortile della scuola, di Giorgia e Giorgio, che insieme ai loro amici si ritrovano intorno a un ulivo secolare. Come le farfalle che svolazzano loro intorno, ognuno porta con sé una differenza, fisica o attitudinale. Quando Michele, che ha un problema ad una gamba, cade, il girotondo riprende, ma più lentamente, perché ciò che conta non è farlo di corsa, ma farlo insieme, rispettando i tempi di tutti.
I nomi dei personaggi prendono spunto da reali vittime di bullismo, in Italia e all'estero. Alcune sono riuscite a superare quella sofferenza e a raccontare al mondo la loro rinascita, altre si sono tolte la vita; come Carolina, che era una ragazza leader anche nello sport o come Michele, vessato dai compagni di scuola per le sue difficoltà motorie. C'è anche un omaggio a Mariam, uccisa in Inghilterra per razzismo, da un branco di bulle.
Giro Girotondo, patrocinato da Amnesty International Italia, sarà presentato dopodomani (martedì 24) in Senato, nella Sala dei Presidenti di Palazzo Giustiniani, alle 14,00. Saranno presenti, insieme all'autrice e all'illustratrice, la senatrice Valeria Fedeli, l'editrice Monica Martinelli, la responsabile diritti umani ed educazione di Amnesty International Italia Francesca Cesarotti e, con una testimonianza molto importante, i genitori di Michele Ruffino e di Carolina Picchio, vittime adolescenti di bullismo.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 23 settembre 2019
Domani l'udienza, difficile un nuovo rinvio dopo un anno di inutile attesa delle riforme richieste. Nell'ordinanza del 2018 fissati i confini dell'eventuale legittimità del "suicidio assistito". Qualunque cosa accadrà, per il Parlamento sarà una sconfitta. Perché se pure dovesse arrivare un ulteriore rinvio, che alla vigilia dell'udienza al palazzo della Consulta fissata per domani appare improbabile, sarà la certificazione dell'incapacità di assumersi quella responsabilità che la Corte costituzionale ha sollecitato un anno fa.
A ottobre 2018 infatti, discutendo di suicidio assistito a partire dal caso Cappato-Dj Fabo, il "giudice delle leggi" aveva invitato il legislatore a trovare una soluzione, visti i valori etico-morali in gioco. Non facendo un passo indietro, bensì fermandosi sulla soglia della decisione, invitando il Parlamento a entrare per primo in un campo minato, denso di sensibilità diverse e conflitti all'orizzonte, come dimostrato dagli ultimi, pressanti appelli arrivati da una parte del mondo cattolico e direttamente dal presidente della Conferenza episcopale.
Ma il Parlamento è rimasto fermo, inadempiente, e a un anno di distanza difficilmente può essere considerata sufficiente una telefonata della presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati al presidente della Consulta, Giorgio Lattanzi, per provare a chiedere altro tempo. Anche perché, nell'ordinanza numero 207 del 2018, che Lattanzi ha definito di "prospettata incostituzionalità" della norma vigente, la Corte ha già disegnato il perimetro di una possibile pronuncia. Senza fare alcuna concessione alla temuta, generalizzata liberalizzazione dell'aiuto a morire.
Dignità della persona - Tuttavia, l'evoluzione della scienza e della tecnologia ha portato a "situazioni inimmaginabili" ai tempi della Costituente. Per esempio quelle in cui "l'assistenza di terzi nel porre fine alla sua vita può presentarsi al malato come l'unica via d'uscita per sottrarsi, nel rispetto del proprio concetto di dignità della persona, a un mantenimento artificiale in vita non più voluto e che egli ha il diritto di rifiutare"; nel rispetto dell'articolo 32 della Costituzione, secondo il quale "nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario" se non in base a leggi che non possono "in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana". Del resto nel 2017, con la legge sul "biotestamento" e il "fine vita", il Parlamento ha introdotto la facoltà di rifiutare alcune cure proprio in nome della dignità e dell'autodeterminazione.
Per non portarsi troppo avanti su un terreno tanto scivoloso, la stessa Corte ha pure indicato quattro condizioni - evidentemente riscontrate nel caso di Fabiano Antoniani, in arte Dj Fabo - necessarie alla eventuale non punibilità del suicidio assistito: una "patologia irreversibile", che sia causa di "sofferenze fisiche o psicologiche assolutamente intollerabili" per il malato, in grado di sopravvivere solo attraverso "trattamenti di sostegno vitale" ma comunque "capace di prendere decisioni libere e consapevoli". Solo con la presenza contemporanea di queste quattro situazioni si può aprire la strada alla depenalizzazione per chi aiuti il malato a morire o lasciarsi morire.
Confini già definiti - Confini ristretti e ben definiti, come si vede. E da qui la Corte ripartirà, dopo aver ascoltato ancora una volta le parti; a cominciare dai difensori di Marco Cappato, l'esponente radicale che accompagnò Dj Fabo a morire in una clinica svizzera, e dall'avvocatura dello Stato, in rappresentanza del governo.
Che sosterranno, verosimilmente, ciò che avevano già affermato nell'ottobre scorso: la non punibilità e, per contro, il rigetto dell'eccezione di costituzionalità avanzata dai giudici di Milano che devono giudicare Cappato. "Spetta al Parlamento trovare il punto di equilibrio tra tutti gli interessi in gioco", aveva ammonito Gabriella Palmieri, a nome dell'Avvocatura. Tesi accolta dalla Corte, ma "a tempo", perché in assenza di una nuova legge i diritti della persona malata non possono essere lasciati senza tutela.
Il ruolo del governo - In teoria l'Avvocatura potrebbe chiedere un nuovo rinvio, di cui però al momento non si intravedono i presupposti. Senza fatti concreti o prospettive precise è difficile che i giudici lo concedano, considerato che i capigruppo del Senato non sono nemmeno riusciti a trovare un accordo sulla calendarizzazione dei progetti di riforma esistenti.
Ma l'importanza della posta in gioco consiglia di non escludere alcuna ipotesi. Presentando il nuovo esecutivo, il premier Conte ha escluso un ruolo attivo del governo e lasciato la parola al Parlamento, auspicando "un'ampia condivisione per poter intervenire e legiferare in materia".
Che non s'intravede all'orizzonte. E forse, com'è già successo su temi ugualmente complessi e divisivi quali furono a suo tempo l'aborto e la fecondazione assistita, è lo stesso legislatore - preso atto dell'attuale incapacità di decidere - ad auspicare un intervento della Corte che indichi una strada percorribile.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 23 settembre 2019
Le forze dell'esercito nazionale libico (Lna) guidato dal generale Khalifa Haftar hanno lanciato un attacco a sud di Tripoli. Incerto il numero di vittime e di feriti. Forti bombardamenti hanno svegliato questa mattina la popolazione di Tripoli. Civili libici sul posto parlano di "raid ripetuti da parte di aerei e droni, le esplosioni sono continue". Nei quartieri meridionali della capitale si registrano anche intensi scambi di mortai e armi pesanti.
È la conferma dal campo degli annunci nelle ultime da parte dei portavoce dell'uomo forte della Cirenaica, Khalifa Haftar, circa una "grande offensiva in atto contro le milizie terroriste di Tripoli". Secondo Ahmed Mismari, capo dell'ufficio stampa di Haftar a Bengasi, "tutte le nostre forze di terra, aeree e marittime sono coinvolte nell'offensiva". Da Tripoli i comandanti delle milizie schierate con il governo di Accordo Nazionale diretto dal premier Fayez Sarraj confermano che i bombardamenti più intensi sono registrati nella zona del campo militare di Yarmuk, nel quartiere di Salahaddin, posto una quindicina di chilometri dal centro cittadino.
Scambi a fuoco avvengono anche a Ain Zara e in generale lungo tutta la linea del fronte, estesa una settantina di chilometri a semicerchio attorno a tutta la città. Alcune bombe sono cadute nella zona dell'aeroporto di Mitiga, l'unico operativo per i circa tre milioni di civili residenti nella regione della capitale, che comunque è ormai chiuso da alcune settimane.
I tripolini sono costretti a recarsi allo scalo di Misurata, 200 chilometri a est, per poter volare. E anche quest'ultimo di recente è stato preso di mira, tanto che funziona a singhiozzo. Resta per ora confuso il numero delle vittime. Gli ospedali registrano alcune famiglie ferite. Le milizie tengono segreti per il momento i loro morti. Ma va anche aggiunto che sul terreno non si notano drastici mutamenti della linea del fronte.
Come è già emerso evidente in passato, Haftar dispone della superiorità aerea che gli permette di bombardare quasi indisturbato. Però non ha le fanterie sufficienti a costringere le milizie avversarie alla ritirata. Gli ultimi bombardamenti massicci sono avvenuti otto giorni fa e tuttavia le fanterie di Haftar sono rimaste ferme.
A Tripoli l'intensificazione dei raid viene letta come il tentativo di Haftar di guadagnare posizioni alla luce del fatto che il governo francese pare sempre più incline ad abbandonare il sostegno militare al suo protetto per favorire invece la via del dialogo con Sarraj. Una sorta di ultimo lampo di attività belliche prima del ritorno al tavolo dei negoziati. Ancora giovedì scorso Haftar aveva dichiarato bombastico che avrebbe preso Tripoli "in poche ore". Salvo poi venire smentito dai fatti per l'ennesima volta.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 23 settembre 2019
La denuncia delle ong: espulsi dalle scuole con il pretesto dei documenti mancanti. Il pericolo di nuove ondate di radicalizzazione e dell'aumento del tasso di analfabetismo. "Tutti gli altri bambini possono studiare. Perché ai miei non è permesso?". Secondo quanto riporta la tv curda Rudaw, Umm Khattab è disperata. Suo marito si è unito all'Isis e poi scomparso. Ora lei è sfollata nel campo di Hamam al Alil, trenta chilometri a sud di Mosul. E non solo non può tornare a casa a causa del disprezzo degli abitanti del suo villaggio e dell'ostracismo della sua tribù. Ma Umm Khattab ogni giorno i suoi figli respinti da scuola.
Ufficialmente il motivo dell'esclusione è di tipo burocratico. I bambini Idp, sfollati, possono frequentare le lezioni nelle scuole gestite da organizzazioni umanitarie, ma non sono ammessi nelle scuole irachene a meno che non abbiano documenti in regola. Molti minori però sono sprovvisti di regolari carte di identità. Durante l'occupazione i miliziani dell'Isis hanno sequestrato ai civili i documenti e hanno impedito alle donne i cui mariti non fossero fedeli alla loro causa di registrare i figli alla nascita. Inoltre nella fuga e nella devastazione registri e anagrafi sono andate distrutte. Con il risultato che, secondo l'ong Norwegian Refugee Council (Nrc), sono almeno 80 mila le famiglie della piana di Ninive costrette a tenere i figli a casa, nonostante le lezioni siano iniziate già da una settimana.
In realtà un documento del settembre scorso firmato da alti funzionari del Ministero dell'Istruzione di Bagdad accordava il permesso ai bambini privi di documenti di frequentare le lezioni. Tutta via, secondo l'ong Human Rights Watch, molti presidi agendo in autonomia hanno espulso gli studenti privi di documenti dopo aver concesso solo 30 giorni di tempo per mettersi in regola. Inoltre in alcune scuole sono stati richiesti certificati anche ai genitori, complicando le cose soprattutto a quelle madri rimaste sole dopo l'uccisione dei mariti in battaglia. Così, anche nel caso in cui i bambini abbiano documenti in regola perché nati prima dell'occupazione dell'Isis nel 2014, molti studenti vengono esclusi dall'istruzione solo perché il padre non è più presente o perché la madre non dispone di un certificato di morte del marito o di divorzio.
Secondo Human Rights Watch più che a cavilli burocratici, la negazione del loro diritto allo studio è da imputarsi a motivazioni politiche e a vendette tribali. E va in assoluta controtendenza con i proclami di riconciliazione fatti dai politici all'indomani della sconfitta dello Stato islamico. A molte donne e madri i documenti sono stati negati apertamente perché i loro mariti erano affiliati dell'Isis. Tuttavia - come fa notare Lama Fakih, direttore del Medio Oriente di Human Rights Watch - "negare ai bambini il diritto all'istruzione a causa di qualcosa che i loro genitori potrebbero aver fatto è una forma di punizione collettiva fuorviante". E mette a repentaglio il futuro dell'Iraq minando "l'opera di prevenzione e contrasto dell'ideologia estremista spingendo questi bambini ai margini della società".
L'articolo 18 della Costituzione irachena prevede che a tutti i bambini nati da padre o madre iracheni sia concessa la cittadinanza. Sempre la costituzione garantisce poi a tutti i minori il diritto all'istruzione, senza discriminazioni.
E se un governo deve adottare misure per garantire che l'istruzione non venga interrotta durante le crisi umanitarie, tanto più se si considera che il tasso di analfabetismo in Iraq è tra i più alti del mondo con il 47%, non si capisce allora perché i funzionari iracheni stiano attuando una politica del genere. Tanto più se si considera che l'Iraq ha ricevuto aiuti dalla comunità internazionale che ammontano a 250 milioni di dollari solo dagli Stati Uniti.
"Alcuni bambini iracheni hanno perso tre anni di istruzione sotto l'ISIS" - ha aggiunto Fakih - "Il governo dovrebbe fare tutto ciò che è in suo potere per garantire che i bambini non perdano più anni di istruzione cruciale". A maggior ragione se si vuole evitare una nuova ondata di radicalizzazione religiosa e che un'altra generazione di ragazzi finisca nelle mani delle milizie jihadiste.
di Vincenzo Nigro
La Repubblica, 23 settembre 2019
Le parole di Rouhani arrivano dopo gli attacchi iraniani e la reazione americana. Trump replica facendo sapere che non intende incontrarli, pur sottolineando che il suo atteggiamento rimane "flessibile".
Una parata militare che l'Iran mette in piedi ogni anno, per ricordare i "martiri" della guerra con l'Iraq degli anni Ottanta. Una lunga sfilata di soldati, di carri amati e missili, ma soprattutto di quella guerra che venne scatenata da Saddam Hussein. Una celebrazione per il regime rivoluzionario che il 21 settembre del 1980 era nato da poco più di un anno, e subito si trovò in guerra.
È stato questo stamane il palcoscenico dal quale Hassan Rouhani ha lanciato gli ultimi avvertimenti, ma anche una nuova proposta diplomatica agli Stati Uniti. Un "piano Rouhani" che il presidente (in Iran è il capo del governo) presenterà ufficialmente la settimana prossima alle Nazioni Unite. La creazione di un meccanismo per provare a regolare politicamente i contrasti e le rivalità nella regione del Golfo.
Non è chiaro se la mossa sarà efficace, se sarà possibile prenderla in considerazione, non è chiaro neppure se questo gesto sarà accolto semplicemente come un colpo di propaganda. Oppure se arriverà troppo tardi. Ma Rouhani ci prova. Allo stesso tempo lui e i suoi ministri continuano a lanciare avvertimenti, anche minacce di devastazioni militari di vario tipo. Come dice il capo dei pasdaran Salame, "se ci saranno nuovi attacchi militari contro di noi, la risposta sarà generalizzata".
Il "Piano Rouhani" è qualcosa di cui da anni si è discusso inutilmente: l'idea è di mettere al tavolo tutte le potenze regionali, prevedibilmente assieme agli Stati Uniti ma anche con la Russia e la Cina, e provare a "dividere la torta" del Golfo, per garantire che lo scontro finale fra Usa e Iran sia scongiurato.
Il momento è delicatissimo: il 14 settembre il più importante impianto petrolifero saudita e il più grande pozzo petrolifero sono stati attaccati da una flotta di 10 droni e alcuni missili da crociera. Un'operazione talmente sofisticata da far pensare agli iraniani, non ai ribelli houthi dello Yemen. Da allora la crisi è entrata in una dimensione diversa.
Rouhani oggi ha detto che "la presenza di forze straniere nella regione, col pretesto che si occupano della sicurezza, ha portato solo insicurezza e disgrazie". Il riferimento è agli Usa, alla V Flotta che ha basi in Bahrein, nel Qatar e in Oman. "I nemici hanno iniziato diversi tipi di guerra, inclusa quella psicologica ed economica, e di recente hanno cominciato a minacciare un conflitto militare per creare problemi al popolo iraniano", ha proclamato Rouhani di fronte a migliaia di militari in formazione: "Ma noi non ci arrenderemo, ci difenderemo e fermeremo ogni tipo di aggressione sul nostro territorio".
Nel frattempo, l'orologio della guerra continua a girare: il 14 giugno sono stati attaccati gli impianti petroliferi di Abqaiq e Khurais in Arabia Saudita. Tutto lascia pensare che siano stati gli iraniani, che hanno la capacità militare di pianificare e portare al successo un'operazione così complessa, centinaia di chilometri all'interno dei confini sauditi. Questo ha lasciato sauditi e americani paralizzati: si sono scoperti indifesi, dovrebbero reagire, ma se reagiranno il barile di polvere potrebbe esplodere e dare fuoco a tutto il Golfo Persico.
Rouhani ha insistito difendendo la linea dell'Iran che nega ogni responsabilità in quell'attacco: "Noi non siamo di quelli che violano i confini di altre nazioni (riferimento a Israele? ndr), così come non permetteremo a nessuno di violare i nostri".
Alla parata militare i generali del pasdaran hanno fatto sfilare i loro migliori sistemi militari: c'era anche il Bavar-373, che secondo gli iraniani è un sistema antiaereo capace di eguagliare il russo S-300 che Putin ha appena venduto alla Turchia di Erdogan. Con i missili di difesa, c'erano anche i droni, gli aerei senza pilota che potrebbero aver colpito l'Arabia Saudita: con l'attacco del 14 giugno, il Golfo si è svegliato e ha compreso che nella regione c'è "qualcuno" perfettamente in grado di portare attacchi militari molto complessi.
I sauditi ne sono certi, l'attacco è iraniano, e sabato lo ha ripetuto il ministro degli Esteri aggiunto dell'Arabia Saudita, Adel Al Jubeir: "Se le indagini finali proveranno la responsabilità diretta dell'Iran questo verrà considerato come un atto di guerra, dice l'ex diplomatico.
"Riteniamo l'Iran responsabile, perché i missili e i droni che sono stati lanciati contro l'Arabia Saudita erano costruiti e commissionati dall'Iran", ha detto Jubeir alla Cnn. "Ma lanciare un attacco dal proprio territorio, se è questo il caso, ci mette in una posizione diversa, sarebbe considerato un atto di guerra". Come dire, la differenza la fa la base di partenza da cui sono partiti i missili che comunque sono iraniani.
di Antonio Polito
Corriere del Mezzogiorno, 22 settembre 2019
Confesso che ho tirato un sospiro di sollievo l'altro giorno, quando la corte d'Appello di Napoli ha confermato la condanna a sedici anni e mezzo per i tre giovani che presero a sprangate, alle spalle, fino a ridurlo in fin di vita, la guardia giurata Francesco Della Corte, davanti alla stazione della metropolitana di Piscinola, con l'agghiacciante movente di divertirsi un po' e di rubargli la pistola.
- "Papà è in viaggio d'affari". La doppia condanna dei figli di detenuti
- Aumentano i suicidi in carcere. Tante le motivazioni, poche le risposte preventive
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