rainews.it, 24 settembre 2019
La denuncia del Garante per i diritti delle persone detenute. I fatti avvenuti il 19 maggio scorso. L'ufficio del Garante ha inviato un esposto alla Procura di Udine con allegate le immagini delle telecamere di sicurezza. Nel maggio scorso, esattamente domenica 19 maggio, un detenuto del carcere di massima sicurezza di Tolmezzo per circa un'ora è stato bagnato dagli agenti con degli idranti a getto continuo. La denuncia è stata resa pubblica durante una conferenza stampa del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale Mauro Palma riguardante i pestaggi avvenuti nel carcere di San Gimignano.
Palma e Daniela De Robert, dell'Ufficio del Garante, hanno denunciato quanto visto nel carcere di Tolmezzo lo scorso maggio, dove per circa un'ora - come testimoniato dalle riprese video - un detenuto è stato bagnato dagli agenti con degli idranti a getto continuo. "Il fatto è avvenuto domenica sera - hanno spiegato - siamo arrivati martedì e nella cella era tutto ancora fradicio, compresi i libri ed il corano. Il detenuto aveva soltanto una maglietta asciutta".
L'ufficio del garante ha inviato al riguardo un esposto alla Procura di Udine. All'esposto erano state allegate anche le riprese delle telecamere interne del carcere su quanto era avvenuto.
Sulla visita al penitenziario di Tolmezzo è stato redatto un rapporto molto dettagliato che è stato pubblicato sulla pagina web dell'ufficio del Garante.
Nel rapporto, decisamente critico nei confronti della gestione del carcere di Tolmezzo, il Garante tra l'altro raccomanda all'amministrazione penitenziaria di "inviare un chiaro messaggio all'Istituto di Tolmezzo che chiarisca che il fornire informazioni lacunose o false all'Autorità garante nazionale è comportamento inaccettabile e sanzionabile. Confida che tale situazione non si debba in futuro riscontrare in questo o in altri Istituti del territorio nazionale". Il rapporto completo del Garante sulla visita al carcere di Tolmezzo è disponibile sulla pagina web: http://www.garantenazionaleprivatiliberta.it/gnpl/it/rapporti.page.
Dell'accaduto aveva già parlato il sindacato degli agenti Sappe, e rispondendo ad un articolo pubblicato sul quotidiano "Il dubbio" anche la direttrice del carcere di Tolmezzo, Irene Ianucci.
di Mauro Bonciani
Corriere Fiorentino, 24 settembre 2019
"Da troppo tempo la casa di reclusione di Ranza è abbandonata al suo destino, senza direzione stabile e da mesi senza comandante e vice comandante del corpo di Polizia penitenziaria", hanno denunciato all'indomani della notizia il sindaco di San Gimignano Andrea Marrucci e la parlamentare senese del Pd, Susanna Cenni. E Cenni ha visitato più volte il carcere al centro dell'inchiesta.
Onorevole Cenni, qual è la situazione del carcere della cittadina senese? "La conosco bene, l'ho visto un paio di volte l'anno, come anche Volterra che è un altro mondo, e ci sono stata anche recentemente in estate. La situazione dell'istituto è complicata. Si trova a fatica una direzione stabile e così si passa da una direzione temporanea all'altra, con il responsabile che ha anche altre carceri e sta lì solo qualche giorno a settimana... poi c'è la carenza di organico della Polizia penitenziaria, anche questa da tempo, perché spesso i nuovi agenti poi chiedono il trasferimento, visti i disagi".
Cosa ha provato, alla notizia di quanto sarebbe accaduto?
"Nessuno poteva immaginare una cosa simile, una situazione inaudita. Forse un presidio stabile poteva evitarla. Mi auguro si faccia chiarezza il prima possibile".
Un carcere isolato...
"Infatti. Ci sono i disagi legati ai trasporti, ai collegamenti, oltre a quelli della vivibilità della struttura. Inoltre da tempo non c'è la direzione degli agenti di polizia penitenziaria. Infine, il sovraffollamento, con il ministero che parla di 352 detenuti su 235 posti disponibili".
Cosa ha fatto la politica?
"Io ho segnato più volte la situazione, con atti parlamentari e chiedendo risposte. E ho scritto, assieme al sindaco, una lettera al ministro Bonafede chiedendo misure urgenti. La risposta è arrivata 15 giorni fa".
Cosa dice il ministro della giustizia Bonafede?
"Ha risposto il capo di gabinetto. E sembra che la prossima settimana possa arrivare il direttore del carcere, che ci sia chi ha risposto al bando di interesse aperto dal ministero. Mi auguro che il direttore arrivi e che abbia voglia di rimboccarsi le maniche. E arriverà anche il comandate degli agenti penitenziari, risolvendo un altro problema".
Quindi incalzerete Bonafede?
"Torneremo all'attacco, magari anche con l'aiuto del segretario del partito, per incontrarlo. E spero che visiti il carcere: vedere di persone le cose fa sempre la differenza".
Il territorio non ha sottovalutato l'isolamento del carcere?
"Non mi pare. Sia il Comune che la Provincia sono venuti incontro alle richieste minime arrivate, hanno svolto il proprio ruolo. Quello che è mancato è il presidio e la direzione. Bisogna che le risposte arrivino dagli organi competenti, dal Dap, il Dipartimento di amministrazione penitenziaria".
di Andrea Magagnoli
Il Sole 24 Ore, 24 settembre 2019
Corte di Cassazione - Sezione III - Sentenza 4 settembre 2019 n. 37054. La corte di Cassazione con la sentenza n. 37054/ 2019pone il principio di diritto per il quale la natura di pubblico ufficiale possa essere desunta dal tipo di attività esercitata ed in particolare dalla natura delle norme che la regolamentano.
Il caso di specie trae origine dalla contestazione a carico di diversi imputati del reato di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati tributari. La sentenza di condanna riconosceva l' aggravante della qualità di pubblico ufficiale di alcuni degli imputati desumendola a propria volta dal tipo di attività esercitata e dalle norme che si occupano della sua regolamentazione.
Gli imputati ritenendosi lesi nei propri diritti ricorrevano per cassazione deducendo in apposito motivo di ricorso l' illegittima applicazione della normativa sostanziale nel caso di specie rappresentava infatti il legale degli imputati come la funzione di direzione di un società non potesse di per sé e in assenza di altri elementi essere idonea a potere attribuire a un attività la natura di pubblica funzione dalla quale in via automatica ed ai sensi di legge derivi la qualità di pubblico ufficiale da parte di coloro che la esercitano.
Al di la dell' esame degli altri motivi di ricorso, quello che qui interessa e che si mostra come di particolare interesse riguarda la natura dell' attività esercitata da parte di alcuni degli imputati. In altri termini, si tratta di un attività di carattere privato o di una vera e propria pubblica funzione conseguendone effetti di non poco conto, primo tra tutti l' aggravamento della pena per coloro che la esercitano.
La questione era stata più volte esaminata data la sua importanza conseguente al diverso trattamento normativo previsto per il pubblico ufficiale rispetto a quello previsto per un privato cittadino. I pubblici ufficiali infatti sono oggetto da parte dell'ordinamento vigente di una particolare tutela ma anche ad di un più rigoroso trattamento sanzionatorio nel caso di condotte delittuose eventualmente realizzate. Non solo, il riconoscimento della natura di pubblica funzione determina un'altra importante conseguenza, dato che in tali casi diverranno applicabili anche le figure di reato esclusivamente previste per i pubblici ufficiali. La questione viene risolta sulla base di un criterio preciso che si fonda a propria volta sulle delle disposizioni vigenti. Gli ermellini infatti si espongono su di una posizione che ad ogni modo amplia il carattere della pubblica funzione con tutto ciò che ne consegue. La qualificazione infatti di una attività quale funzione pubblica assume una grande importanza vengo infatti previste sanzioni più severe nei casi di abusi (ad es. peculato) ed al contempo una maggiore tutela per chi la esercita (ad es. reato di resistenza)
I giudici della corte suprema giungono a ritenere il motivo di ricorso relativo alla natura dell'attività esercitata, che secondo il difensore del ricorrente presentava un indiscutibile carattere privato del tutto infondato posto che l' esame dell' ordinamento portava a giungere a conclusioni ben diverse. Si trattava nel caso di specie di un attività di direzione di una società, orbene, sul punto osservano i giudici come le norme che si occupano nell' ordinamento di assicurare una regolamentazione di tali attività, presentano un evidente ed indiscutibile carattere pubblico. Da ciò consegue, ad avviso dei giudici della corte suprema di cassazione, il carattere pubblico della funzione in concreto esercitata.
Da tale prima conseguenza ne discende un'altra relativa in questo caso alla qualità di chi la esercita, che in tali casi dovrà essere considerato un pubblico ufficiale o perlomeno un incaricato di pubblico servizio divenendone allora passibile di tutte le norme che l'ordinamento riserva a tali soggetti che come abbiamo visto ne assicurano una maggiore tutela ma anche una più severa punizione.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 24 settembre 2019
Alla vigilia della calendarizzazione della riforma della magistratura onoraria, assegnata alla Commissione giustizia del Senato, i giudici di pace annunciano due settimane di sciopero. Un'astensione dalle udienze, penali e civili, dal 1° al 14 ottobre, per protestare contro una riforma che disattende tutte le loro richieste (si veda il Sole 24 Ore del 30 luglio). Ad iniziare dall'inadeguata indennità annuale garantita e dall'impossibilità di lavorare a tempo pieno se non a cottimo.
L'unione nazionale giudici di pace e l'associazione nazionale giudici di pace denunciano in una nota la lesione del principio comunitario di non discriminazione, messa in atto con la previsione di un'inconsistente forma di previdenza, che non sarà mai usufruita, per l'impossibilità di raggiungere il minimo contributivo dei 20 anni previsto dalla legge italiana, con oneri contributivi futuri addossati alla categoria.
Nel cahier de doléances anche l'abbassamento dell'età pensionabile da 75 anni a 68, malgrado il limite dei 70 stabilito per magistrati di carriera e per gli avvocati e l'inquadramento nel portale Noipa del ministero dell'Economia e delle finanze come lavoratori manuali, senza tredicesima. In sede di Cdm è stata inoltre cancellata la riduzione, prevista al 40% nel testo approvato salvo intese, dei redditi per il calcolo delle imposte. Oggi il testo dovrebbe essere calendarizzato.
di Francesca Pinaffo
gazzettadalba.it, 24 settembre 2019
Un piccolo corteo segue il trattore carico di casse di Arneis. Chi ha passato la mattinata a raccogliere i grappoli dorati sotto il sole, tra i filari nel cuore di Alba, si avvia verso la cantina. Per un giorno, grazie a un progetto unico nel suo genere, i pregiudizi sono stati ancora una volta abbattuti. Giovedì scorso, all'istituto enologico Umberto I, la vendemmia è stata inaugurata assieme a quattro detenuti del carcere Giuseppe Montalto di Alba.
La collaborazione tra l'istituto carcerario e l'enologica è più che consolidata, perché proprio in corso Enotria viene vinificato il vino Valelapena, che nasce dalla vigna interna al Montalto e viene curato dai detenuti attraverso un corso di operatore agricolo, possibile grazie alla collaborazione tra l'enologica, Syngenta Italia e Casa di carità arti e mestieri Onlus. La novità è che per la prima volta non sono stati gli studenti a varcare i confini del carcere per collaborare in vigna con i detenuti, ma sono stati questi ultimi a raggiungere il vigneto della scuola accompagnati da un gruppo di agenti della Polizia penitenziaria. Commenta la preside dell'enologica Antonella Germini: "È stato un momento molto importante del progetto Vale la pena: un confronto tra due realtà molto diverse, ma fortemente nel segno dell'integrazione".
A seguire gli studenti è Bruno Morcaldi, che insegna enologia: "In vigna i ragazzi hanno fatto da tutor ai detenuti, che hanno imparato le diverse operazioni durante il corso di operatore agricolo. È stato bello vederli lavorare fianco a fianco, senza pregiudizi. Ed è proprio questa la forza del progetto: da un lato sensibilizza ragazzi molto giovani su temi come la legalità e la giustizia penale, che saranno anche oggetto di una delle prove di maturità, dall'altro offre ai detenuti un'opportunità concreta di reinserimento".
Tra gli studenti che hanno partecipato all'iniziativa c'è Sara, della quinta A: "È stata una mattinata molto arricchente per tutti noi. Penso che sia stato utile vedere come si svolge il lavoro in vigna nella quotidianità per i detenuti, così come per noi ragazzi è stato interessante confrontarci con loro".
È d'accordo anche il suo compagno di classe Manuel: "Noi studenti ci siamo sentiti parte di un progetto importante: sono contento di poter dare un'opportunità a persone che oggi si trovano in carcere e che grazie a quest'attività hanno un incentivo reale per migliorarsi". Sentiamo anche le voci del Montalto. C'è chi viene da Milano, dalla Polonia o da più vicino, ma tutti i detenuti sono d'accordo: "Attività come il corso di operatore agricolo sono fondamentali perché non ci fanno stare con le mani in mano. Essere qui, oggi, a scuola, fuori dal carcere, è un grande atto di fiducia e un'opportunità concreta che offre il progetto".
di Riccardo Canetta
informazioneonline.it, 24 settembre 2019
Sovraffollamento, carenza di personale, poche attività di reinserimento. Il Garante dei detenuti del Comune di Busto Arsizio, Matteo Tosi, è stato ascoltato lunedì in Regione Lombardia dalla Commissione speciale sulla situazione carceraria. Tosi ha illustrato all'organismo presieduto da Gianantonio Girelli i problemi del penitenziario bustocco, dal sovraffollamento (450 detenuti e 300 posti disponibili), alla carenza di personale, alle poche attività di reinserimento.
"Ho illustrato le situazioni di urgenza ed emergenza, che sono le stesse di altri istituti del territorio - spiega l'ex consigliere comunale -. In particolare, però, a Busto i problemi interessano la direzione e l'organico dell'area trattamentale. È importante tornare ad avere educatori e un responsabile dedicato esclusivamente al carcere di Busto, che manca ormai da un anno e mezzo, dopo il pensionamento della dottoressa Rita Gaeta".
Tra gli argomenti trattati, "nell'ambito della definizione dei nuovi piani del trasporto pubblico, ho invitato la Regione a valutare la possibilità di inserire una fermata all'altezza della struttura di via per Cassano. È un'idea che ho condiviso con il cappellano del carcere, nell'ottica di andare incontro alle famiglie meno agiate che hanno difficoltà a raggiungere questa zona".
Nella relazione di Tosi, anche la necessità di un mediatore di lingua araba e, ovviamente, le note carenze di personale amministrativo e di agenti. "La polizia penitenziaria è la parte migliore del carcere di Busto. Attualmente è costretta a lavorare in condizioni senza senso". Il garante ha sollecitato gli esponenti dei vari gruppi presenti in Regione a sensibilizzare i rispettivi referenti politici presenti sul territorio affinché si attivino per consentire ai detenuti di svolgere qualche attività lavorativa.
"Che si tratti di lavori socialmente utili, di corsi formativi o quant'altro, è importante dare loro qualcosa da fare. Se non si fa nulla, viene meno il senso di appartenenza alla società civile e si finisce per fare scuola di criminalità, a discapito ovviamente anche di chi lavora in carcere e dei cittadini che avranno a che fare con queste persone una volta tornate in liberà".
Quello con Matteo Tosi è stato l'ultimo incontro della Commissione con i garanti dei detenuti del territorio. Ora la Commissione ha una fotografia della non semplice situazione carceraria lombarda.
di Mauro Bonciani
Corriere Fiorentino, 24 settembre 2019
Tra poche settimane saranno sei anni dalla sua nomina a Garante dei detenuti della Toscana. E Franco Corleone è stato in precedenza Garante dei detenuti per il Comune di Firenze.
"Le risorse ci sono, ma ci sono tante lentezze. È un problema politico: se si vede il carcere come un luogo chiuso e non di rieducazione è difficile cambiare le cose: prevale solo il controllo"
Dottor Corleone, cosa fa il Garante?
"Io, come tutti i garanti delle altre regioni e dei Comuni esercito i compiti fissati dalle norme. Il cardine è affermare il sistema di garanzia dei diritti che discendono dalla Costituzione: dare risposte alle pulsioni che un luogo di potere, sui detenuti e tra i detenuti, come il carcere può scatenare; garantire la dignità della persona e che la pena corrisponda al senso fissato dalla nostra Carta. Poi ci sono le funzioni più "ordinarie", le visite e il monitoraggio agli istituti, o colloqui con i detenuti, i rapporti con la magistratura di sorveglianza, l'interlocuzione con la Regione".
E che limiti ha il vostro intervento?
"Noi abbiamo potere di parola, di denuncia, di sollecitazione, non di governo o gestione. È quindi un potere relativo. Ma mi viene da pensare che se noi non ci fossimo la situazione delle carceri italiane sarebbe ben peggiore. Ad esempio, dopo la condanna della Corte Europea del nostro Paese per il sovraffollamento, tanti detenuti hanno scelto la strada del ricorso, non di atti violenti".
Che voto dà alle carceri toscane: 7, 6 o 5?
"È difficile dare la sufficienza. Anche perché tante situazioni potrebbero essere risolte rapidamente e facilmente, i progetti nuovi su Gorgona e Pianosa, il reparto femminile all'istituto Gozzini di Firenze. Cose che se fatte cambierebbero non solo la situazione ma anche la percezione delle cose".
È un problema politico, culturale o di mancanza di risorse?
"Le risorse ci sono. È un problema politico, di visione: se si vede il carcere come un luogo chiuso, non come di rieducazione come prevede la Costituzione, è difficile cambiare le cose, prevale il controllo. Nelle carceri ci sono esperienze straordinarie che dovrebbero modellare la vita ordinaria, quotidiana degli istituti".
Cosa possono fare di più gli enti locali?
"Occorrerebbe maggior sinergia, invece ognuno tende a fare da sé; ma così le cose non funzionano".
L'impressione è che le cose non cambino mai. Si fanno le stesse denuncie sugli stessi problemi da anni, se non decenni. È così?
"C'è una certa disillusione, che trapela anche negli ultimi scritti di Margara, il mio predecessore purtroppo scomparso prematuramente. A volte la speranza può diventare malattia. Di certo il fallimento della riforma dell'ordinamento penitenziario è stato un brutto colpo. Però per fortuna non è vero che nulla cambia, che tutto è uguale. Ci sono problemi, lentezze assurde, ma anche esperienze come il teatro a Volterra o quella a Massa dove quasi tutti i detenuti lavorano".
di Edoardo Semmola
Corriere Fiorentino, 24 settembre 2019
"Questo di San Gimignano è il perfetto esempio al contrario di come dovrebbe essere un carcere". Così la volontaria Sofia Ciuffoletti, presidente dell'associazione Altro Diritto racconta la situazione in cui si trova il carcere di Ranza finito nella bufera per i presunti pestaggi ai danni di un detenuto tanto da veder indagati per il reato di tortura 15 agenti penitenziari. "Abbiamo raccolto noi i referti dei medici. Ma questo è anche un carcere malsano, isolato, dove nessuno vuole venire o restare".
"Quello di San Gimignano è l'esempio, ma al contrario, di ciò che un carcere dovrebbe rappresentare: un luogo di reinserimento sociale. Completamente isolato sia sul piano strutturale che relazionale, di servizi. Precario sul piano sanitario. Sperduto, nascosto alla vista. Immerso in un paesaggio bellissimo e al contempo estraneo a tutto il contesto. Se ti fai la doccia prendi delle malattie a causa delle infezioni batteriche nei pozzi. Bolle rosse su tutto il corpo. Non puoi bere, l'acqua non è potabile. Ci abbiamo messo anni per far risanare il secondo pozzo che pescava in acque putride e malsane, e si è rotto l'altro. Siamo punto e a capo".
Sofia Ciuffoletti questa realtà l'ha vissuta, e l'ha sofferta, per un anno e mezzo. Da quando ricopre il ruolo di presidente dell'associazione L'Altro Diritto, di cui è volontaria da anni, con compiti di consulenza extragiudiziale in tutti gli istituti di pena della Toscana e a Bologna. E in qualità di presidente è anche garante dei diritti dei detenuti proprio a Ranza, la Casa di reclusione di San Gimignano. "Se stai male - prosegue - rischi di non arrivare vivo in ospedale". Ma cambia poco perché "l'ex direttrice" ora rimossa dopo un'ispezione "impediva ai malati di uscire per le cure perché convinta che l'area sanitaria fosse di manica troppo larga". Lei aveva "un'idea di direzione del carcere di stampo ottocentesco".
L'elettricità c'è "solo quando funziona". L'allacciamento alle tubature comunali no: "Il paese è troppo lontano per essere conveniente portarci l'acqua". "Non è un carcere, è un serio problema di salute pubblica. È il posto da cui tutti vogliono fuggire: ma non i detenuti, parliamo di dirigenti, personale amministrativo, agenti. Fino a poco fa non c'era nemmeno un accesso pedonale, un marciapiede, nulla. Sei nel nulla". Sofia Ciuffoletti gli "effetti dei pestaggi" li ha visti con i propri occhi. Ha "raccolto le testimonianze" del personale medico che ha redatto i referti. La sentenza è chiara: "Erano attentissimi alla sicurezza. Pochissimo ai diritti".
L'Altro Diritto è una realtà nata in seno al corso di Sociologia del diritto all'Università di Firenze, fondata dal professor Emilio Santoro, che da anni si occupa di tappare le falle che l'amministrazione penitenziaria da sola non riesce a coprire: tutto ciò che capita o interessa la vita di un detenuto dal momento della sentenza a quello della sua liberazione. Dai colloqui con la famiglia alle pratiche per il lavoro, l'istruzione, l'Inps, i servizi di base, il rapporto con gli avvocati. Tutto ciò che va sotto il nome di "consulenza extragiudiziale". E ora, per la prima volta in Europa, è stata investita del compito di garante dei detenuti, proprio a San Gimignano. Nessun'altra associazione di volontariato era mai arrivata a ricoprire questa funzione.
"Non ci vuole venire nessuno, qui". Non gli agenti "che non vogliono vivere in una città pensata per i turisti, con i prezzi pensati per i turisti, dove paghi il posteggio uno sfacelo di soldi, e non vogliono andare a lavorare in un luogo inaccessibile, lontanissimo da tutto". Nemmeno i dirigenti: per anni hanno avuto "direttori reggenti a tempo parziale", da Grosseto, da Firenze, ora da Arezzo.
"È il problema maggiore - riflette Sofia - Da quando ho iniziato a venire qui, nel 2014, c'è stato un susseguirsi di direttori che non volevano rimanere per lo stesso motivo degli agenti: Ranza non è un posto dove vieni a vivere con la famiglia". È in questo clima che si sono verificati gli episodi di maltrattamenti, al limite del reato di tortura, su cui si indaga: "Gli agenti sempre sul piede di guerra, il malcontento è generale - spiega lei - con lotte di potere dentro le varie aree del carcere in assenza di una direzione stabile".
umbria24.it, 24 settembre 2019
In Umbria c'è un tasso di 154,12 detenuti ogni 100 mila abitanti contro la media italiana di 95,22. Si è insediato, presso la presidenza della Regione Umbria, il "Tavolo di governance" dell'Osservatorio permanente per la sanità penitenziaria.
All'organismo spetterà di definire annualmente un Piano operativo di indirizzi istituzionali ritenuti strategici per la tutela della salute dei detenuti e delle persone sottoposte a provvedimenti penali, delegandone la concreta programmazione, l'attivazione degli interventi necessari, il monitoraggio e la valutazione dei risultati ad un apposito Tavolo operativo.
Chi ne fa parte Del Tavolo di governance fanno parte l'assessore regionale alla salute, che lo presiede e coordina, il provveditore regionale dell'Amministrazione penitenziaria per la Toscana e l'Umbria, il presidente del Tribunale di sorveglianza di Perugia, il dirigente del Centro per la giustizia minorile per la Toscana e l'Umbria, il dirigente dell'Ufficio interdistrettuale per l'esecuzione penale esterna per la Toscana e l'Umbria, i direttori generali delle Aziende Usl Umbria 1 e Usl Umbria 2, il presidente di Anci Umbria e il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive o limitative della libertà personale della Regione Umbria.
A che serve - Il Tavolo si propone come strumento di alto rilievo istituzionale: un organismo tecnico e operativo nel quale affrontare le questioni legate alla salute in carcere e le problematiche di tutti i soggetti sottoposti a provvedimento dell'Autorità giudiziaria in sede penale, sia maggiorenni che minorenni e ciò nell'ambito di una materia complessa ed articolata, sia sotto il profilo clinico che giuridico.
Nel territorio della Regione Umbria - è stato ricordato nella seduta di insediamento - si trovano quattro istituti penitenziari, due dei quali ospitanti circuiti di massima sicurezza. L'Umbria è inoltre una regione di rilevante incidenza penitenziaria con un tasso di 154,12 detenuti ogni 100 mila abitanti (tasso in Italia 95,22 - dato 2017).
mentelocale.it, 24 settembre 2019
Mercoledì 9 ottobre alle ore 18.30, presso Binaria Centro Commensale appuntamento con l'incontro "Università e carcere. Il diritto allo studio tra vincoli e progettualità". Presentazione del libro curato da Valeria Friso e Luca Decembrotto, ricercatori del Dipartimento di Scienze dell'Educazione dell'Università di Bologna.
Il volume presenta una riflessione corale e multidisciplinare sulla presenza delle università all'interno delle carceri, approfondendo teoria, ricerca e pratiche. Nella prima parte del volume viene approfondito il senso educativo dell'accesso agli studi universitari da parte di persone private della libertà. Nella seconda parte del volume sono presentate le esperienze italiane dei Poli universitari penitenziari. Uno spazio particolare è stato riservato agli atenei di Bologna, Padova e Torino. Nell'ultima parte sono proposte quattro esperienze internazionali, afferenti ad altrettanti approcci di collaborazione fra università e carcere. Insieme ai curatori del libro interverranno Franco Prina, responsabile dei Poli Universitari Penitenziari a livello nazionale; Claudio Sarzotti, docente di Filosofia del diritto e Lucia Bianco dell'equipe Genitori & Figli del Gruppo Abele.










