di Fabrizio Cicchitto
Il Riformista, 6 novembre 2019
Dopo quello che il nazionalismo ha provocato dopo la Prima guerra mondiale, con alcuni milioni di morti, e dopo quello che le sue versioni più estreme (cioè il nazismo, il fascismo, l'antisemitismo portato alle sue estreme conseguenze, cioè fino ad Auschwitz), con molti milioni di morti, sembrava che il mondo e in esso l'Europa avessero trovato un equilibrio che escludeva la riproposizione di quelle aberrazioni. L'istituzione dell'Onu, il piano Marshall, il Patto Atlantico, la stessa divisione del mondo in due blocchi che avevano entrambi il deterrente costituito dalla bomba atomica, l'istituzione dell'Unione europea, il G8-G7, il G20, il Wto, hanno costituito un'intelaiatura fondata su una rete di ammortizzatori destinati ad attutire, ovviamente non a eliminare, le tensioni. Uno degli elementi fondamentali è stato rappresentato dal fatto che le potenze vincitrici, pur dividendosi l'Europa sulla base delle conquiste fatte dai rispettivi eserciti, tuttavia non hanno seguito la linea sciagurata messa in atto a Versailles nel 1919 dalla Francia, dall'Inghilterra, dagli stessi Stati Uniti nei confronti di chi era stato sconfitto, in primo luogo la Germania.
Anzi la Germania occidentale è stata aiutata in tutti i modi dall'Occidente. Per parte sua il totalitarismo comunista ha continuato a sviluppare una politica di potenza, ma essa è stata comunque tamponata dagli Usa e dalla Nato. In seguito a tutto ciò, da un certo momento in poi, abbiamo avuto l'illusione che nazismo, fascismo e, dopo il 1989, anche il comunismo fossero delle aberrazioni, in un certo senso momentanee ed episodiche, che negli anni 30 avevano fatto impazzire la Germania e l'Italia, ma che non erano più ripetibili.
La forza di dissuasione costituita dall'evocazione di ciò che era stata la Shoah con 6 milioni di morti sembrava avesse ridotto ai minimi termini i nostalgici dell'antisionismo, del nazismo, del fascismo. Orbene, purtroppo non è più così. È in atto una rottura nella continuità della memoria storica. Forse la recessione, l'immigrazione incontrollata, il terrorismo islamico, l'uso di internet stanno provocando una reviviscenza dei mostri che ritenevamo fossero scomparsi.
Emerge in alcune aree dell'Europa, dai paesi nordici alla Germania alla Francia e anche in Italia, una reviviscenza di nazismo, antisionismo e di nostalgia per le lugubri simbologie di quegli anni. A sua volta Putin, che non ha più nulla a che fare con il comunismo, ma che sostiene con tutti i mezzi il progetto imperiale della grande Russia per ottenere questo risultato lavora per destabilizzare l'Europa sostenendo l'estrema destra ovunque emerga, dall'Afd in Germania alla Le Pen a Salvini.
A nostro avviso la discussione sull'istituzione della Commissione sull'antisemitismo proposto dalla senatrice Segre al Senato va collocata in questo contesto più generale. Sia per l'esistenza di questo contesto sia perché proposta dalla senatrice Segre noi l'avremmo firmata e votata senza se e senza ma, indipendentemente dal testo che l'accompagna. Dopodiché una volta votata avremmo anche detto sommessamente che chi ha scritto il testo che l'accompagna lo ha inutilmente appesantito: il riferimento "all'odio" in generale rischia di fuorviare l'attenzione in mille rivoli mentre invece essa va concentrata su una sola questione, l'antisemitismo nelle sue varianti, di destra, di sinistra estrema e di un pezzo dell'islamismo. Ciò detto l'errore commesso da Forza Italia a non votare quella proposta è stato molto grave.
Parigi non vale sempre una messa, specie su temi di questo tipo e invece Forza Italia si è sottomessa a un inaccettabile diktat di Salvini, ma anche su questo nodo va fatta chiarezza. Infatti per quello che riguarda le forze sovraniste a nostro avviso va fatta una distinzione fra Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Chi è ambiguo nella condanna dell'antisemitismo è proprio Salvini, che non vuole perdere collegamenti, relazioni, complicità, omertà con gli ambienti filonazisti che hanno come punti di riferimento Borghezio, Savoini, D'Amico (che lavorano anche in Russia nel modo che abbiamo visto) più Casapound, più i nostalgici di quegli anti-valori sparsi per l'Italia e che magari si coprono citando Céline.
Proprio per questo dissentiamo in modo profondo dall'intervista del cardinal Ruini. Anche su questo nodo decisivo Salvini ha operato una netta discontinuità rispetto al limpido e forse un po' rozzo antifascismo di Umberto Bossi. Per molti aspetti invece Giorgia Meloni su questo nodo è più cristallina di Salvini: non c'è dubbio che essa ha fatto il pieno anche di ciò che rimane in piedi del mondo ex An dopo la catastrofe avvenuta con la vicenda Fini, ma, posso dirlo anche per testimonianza diretta avendo fatto parte del Pdl, quel mondo di destra ha rotto in modo profondo e sentito rispetto all'antisemitismo e alle leggi del 1938.
Di conseguenza non votando la proposta della senatrice Segre Berlusconi si è piegato alla peggiore delle tante ambiguità che caratterizzano Salvini e i tanti mondi che si intrecciano intorno a lui. In questo modo non votando quel testo Forza Italia è entrata in contraddizione proprio con quello che costituisce una delle pagine più belle scritte da questo movimento: Berlusconi è stato sempre in difesa di Israele, anche correggendo alcune ambiguità filoarabe della Farnesina. Ma proprio per questo non doveva esporsi a questo opportunismo.
Ciò detto, è auspicabile che l'Italia nel suo complesso non paghi, per l'ambiguità pelosa di Salvini, il fatto molto negativo che una parte cospicua del Senato non ha votato un testo sull'antisemitismo presentato da una persona che sul suo braccio porta il numero che veniva impresso dai nazisti a chi entrava nei campi della Shoah. È quindi auspicabile che alla Camera si faccia di tutto per correggere un vulnus che colpisce la coscienza profonda del nostro paese.
di Erika Nanni
Corriere della Romagna, 6 novembre 2019
"Il lavoro di per sé non è sufficiente a riabilitare un uomo. Per non tornare a delinquere, il detenuto deve guardare e curare le sue ferite". Secondo Giorgio Pieri, il 54enne coordinatore internazionale del progetto "Comunità educante con i carcerati" della Papa Giovanni XXIII, per salvare un uomo dalla reiterazione del reato non è sufficiente dargli un lavoro.
"Alcuni dei detenuti, al tempo della commissione del crimine, un lavoro ce l'avevano. Quello che non avevano era la speranza nel domani". Alle persone in esecuzione della pena che vengono affidate alle case di accoglienza della comunità fondata da don Oreste Benzi si richiede volontà e impegno. "Se vediamo che qualcuno non è disposto a mettersi in discussione, lo rispediamo in carcere. Non facciamo alcun tipo di buonismo".
Don Oreste diceva che "l'uomo non è il suo errore". Cosa significa per lei questa frase?
"Sì, don Oreste diceva che l'uomo non è il suo errore e che dobbiamo passare dalla certezza della pena a quella del recupero. Perché un uomo recuperato non è più pericoloso. Ciò in cui credo, è che bisogna sforzarsi di vedere oltre il crimine che l'uomo ha commesso. Bisogna sforzarsi di conoscere le persone che sono in carcere, scoprire la loro storia, il loro vissuto, cosa li ha portati a delinquere. Solo per dare alcuni numeri, il 25% dei detenuti sono tossici, il 13 - 14% ha una diagnosi di disturbo borderline, e il 75% prende psicofarmaci in carcere per dormire e per stare sereno. Spesso, infatti, dietro a un "carnefice" si cela una storia di dolore e di violenza. Quello che facciamo noi con le persone affidate alla nostra struttura, è ripartire da quel dolore, rivivendo quel trauma, e a quel punto gettare la basi per la costruzione di un futuro diverso".
Perché il tasso di recidiva di chi è stato in carcere è così alto, secondo lei?
"Il tasso calcolato scientificamente è del 70%, ma è una previsione "ottimistica". Se risulta che 7 persone su 10 tornano a delinquere è perché i numeri si riferiscono a chi viene effettivamente riarrestato. In realtà, a ricadere nel crimine sono almeno il 20% degli ex detenuti in più. Sono dati allarmanti, e sono dovuti in larga parte alle condizioni e al sistema carcerario. Il carcere, infatti, ti "educa" all'ozio. Alla brandina. E in carcere si parla solo di carcere. C'è un detto che dice "entri in carcere che sai fare un furto ed esci che sai fare una rapina".
Non avendo altro da fare, i detenuti parlano tra di loro di come poter fare il "colpo" migliore la volta successiva, si confrontano sulle tecniche di scasso e prendono contatti che poi riutilizzano appena escono. Anche perché il "fuori" può essere davvero un nulla. Se quando esci il lavoro che magari avevi l'hai perso, la casa non ce l'hai più e la tua famiglia ti ha abbandonato, quello che ti viene in mente di fare è chiamare il tuo "amico" che hai conosciuto in cella, e ti ritrovi nello stesso ambiente che hai lasciato. Il carcere, così com'è oggi, è un luogo senza speranza".
Come sono organizzati i percorsi di rieducazione all'interno della vostra casa di accoglienza?
"La vita in comunità è dura. È più dura del carcere. In primis, perché sei obbligato a fare. Non solo a lavorare, ma a renderti utile nella vita quotidiana della comunità. E inoltre abbiamo incontri settimanali di confronto e di analisi, cui le persone in affidamento da noi sono obbligate a partecipare. Ad esempio, il lunedì pomeriggio facciamo un incontro con i recuperandi, poi una volta alla settimana ci si confronta sulla dinamica del perdono, e a turno un uomo viene allontanato dal gruppo per far analizzare il suo caso e i suoi progressi agli altri. E poi, tutte le sere alle 20.30 si scrivono le emozioni provate durante la giornata in un quaderno".
Circa un anno fa avevate presentato la vostra proposta di superamento del carcere in un servizio del programma Le Iene. Avete avuto risposte?
"L'avevamo sottoposta anche all'ex ministro dell'Interno Salvini ma per ora nessuna novità. Eppure, è stimato che aprendo comunità diffuse sul territorio si otterrebbe un risparmio di 220 milioni di euro all'anno e un abbassamento della recidiva al 15%".
di Eriberto Rosso*
Il Sole 24 Ore, 6 novembre 2019
Giornate di astensione appena concluse, programmazione di prossimi scioperi, richieste esplicite al mondo politico. Sono le misure messe in campo dall'Unione delle Camere Penali insieme a oltre centocinquanta professori in materie di diritto delle Università italiane contro la nuova legge che di fatto abroga la prescrizione.
Dai profili di illegittimità costituzionale alla presunzione di innocenza, dal ruolo della difesa alla funzione rieducativa della pena. I principi giuridici "sotto attacco" sono molti e delicatissimi. Il contrasto a un'idea violenta del diritto penale, come ci spiega Eriberto Rosso segretario dell'Ucpi, non si fermerà fino a che il Parlamento non decida di introdurre meccanismi per ridurre il numero dei processi al dibattimento, garantendo allo stesso tempo effettività del contraddittorio.
La previsione dell'estinzione del reato dopo un periodo determinato di tempo caratterizza tutti gli ordinamenti penali moderni. Laddove l'istituto non abbia natura sostanziale, con buona pace dei detrattori nostrani, alle decadenze che determinano l'improcedibilità dell'azione penale è riservato il compito di calmierare la potestà punitiva dello Stato, che altrimenti si protrarrebbe all'infinito facendo gravare sul cittadino sottoposto a processo le inefficienze della macchina giudiziaria e le scelte (arbitrarie) degli Organi di accusa. Eppure il nostro Parlamento ha inteso approvare una legge che in poche righe abroga una disciplina complessa, di fatto abolendo la prescrizione, ancorché per il tramite di un improvvido richiamo al meccanismo di una sospensione infinita dopo la sentenza di primo grado.
L'indignazione contro tale legge è di tutta la comunità dei giuristi. Con la Unione delle Camere Penali l'hanno manifestata oltre centocinquanta professori in materie di diritto delle Università italiane segnalandone al Presidente della Repubblica i profili di illegittimità costituzionale e ricordando che la nuova disciplina è destinata a travolgere il principio di presunzione di innocenza, a grandemente ridurre gli spazi della difesa allontanando le scansioni temporali dedicate alla ricostruzione dei fatti, a mortificare il principio costituzionale della funzione rieducativa della pena chiamando ai rigori dell'esecuzione persone ben diverse da quelle ritenute autori del fatto reato a lunghissima distanza dal fatto.
Con argomentatissimo parere, a esso richiesto, il Consiglio superiore della magistratura ha spiegato le ragioni della propria contrarietà e tale posizione è stata, in buona sostanza, fatta propria dalla stragrande maggioranza dei magistrati. Noi avvocati, sotto le insegne della Unione delle Camere Penali italiane, abbiamo dato conto in documenti e delibere della nostra avversione, e abbiamo indetto più giornate di astensione, l'ultima serie delle quali appena conclusa, e altre iniziative sono in programmazione. Le rassegne stampa consegnano le manifestazioni delle giornate di astensione davvero aperte alla cittadinanza e alla società civile. In un tempo buio nel quale la legislazione è informata da una idea violenta del diritto penale (più fattispecie, più pene, più carcere, meno diritti), esiste una cultura che si fa propugnatrice di un diritto penale liberale e della necessità del rafforzamento delle garanzie difensive nel processo.
I trentacinque canoni che compongono il nostro Manifesto del diritto penale liberale e del giusto processo rappresentano la summa di questa cultura e anche uno strumento per spiegare che cosa significhi il diritto all'oblio, il diritto a non essere per sempre in balia della macchina giudiziaria, anche nell'interesse delle persone offese che pure hanno la legittima aspettativa di una risposta di giustizia in tempi ragionevoli, spiegando loro che è proprio delle culture autoritarie consegnare esclusivamente a un arcigno processo penale la risposta al torto subito, così rinunciando a costruire risposte istituzionali alle complessità del nostro tempo e affrontando i problemi sociali. Temi complessi che non sempre è possibile tradurre in modo semplice ma che diventano immediatamente comprensibili quando il riferimento è ai principi generali consacrati nella nostra Costituzione.
Per questo nelle prossime settimane ci recheremo davanti ai luoghi della Politica a chiedere a chi ha il potere di iniziativa di cancellare quella legge, poiché sui principi non sono ammesse mediazioni.
Per resistere una rozza vulgata, praticata anche da qualche pulpito qualificato, su una sorta di abuso del diritto che spingerebbe la difesa tecnica, soprattutto nei processi dei colletti bianchi, a iniziative processuali lecite nella forma ma infondate nella sostanza per perdere tempo ai fini della prescrizione, noi delle camere penali abbiamo appena concluso, in collaborazione scientifica con l'istituto di ricerca Eurispes, un importante monitoraggio nei Tribunali italiani, su un esteso campione di processi, per documentare le vere ragioni della irragionevole durata dei processi; esse sono da attribuirsi praticamente in via esclusiva alla macchina giudiziaria, all'Ufficio del pubblico ministero e all'Ufficio del giudice.
Abbiamo presentato i dati al nostro congresso di Taormina, non a caso intitolato "Imputato per sempre" e ne affineremo l'analisi nei prossimi giorni con una pubblicazione ragionata; intanto vale la pena ricordare che il numero più significativo delle prescrizioni si consuma nella fase delle indagini preliminari, che l'incredibile durata della fase dibattimentale è data dalla cattiva organizzazione della macchina giudiziaria e ribadire che ogni esigenza difensiva diversa dalla pratica del ruolo processuale, importa la sospensione del tempo di prescrizione.
La ragionevole durata del processo che indirettamente è garantita anche dalla prescrizione, è un diritto dell'imputato che deve sapere entro tempi ragionevoli se lo Stato lo ritenga colpevole o innocente di una accusa contro di lui mossa in termini chiari e precisi, la risposta deve avvenire da parte di un giudice terzo dinanzi al quale, in oralità e immediatezza, è raccolta la prova in contraddittorio tra le parti. Per rendere effettivo tutto questo, l'avvocatura penale ha avanzato alcune proposte, condivise dalla magistratura associata: rafforzamento della funzione di filtro dell'udienza preliminare attraverso la ridefinizione della regola di giudizio dell'articolo 425 del Cpp, l'estensione dei casi per i quali è possibile il ricorso ai riti alternativi con la previsione di ulteriori riduzioni di pena a seconda della fase nella quale interviene la richiesta, nuovi parametri per la prova condizionata nel giudizio abbreviato, con riferimento ai concetti di rilevanza e specificità della prova o del tema di prova proposto, una nuova depenalizzazione in materia contravvenzionale. Abbiamo poi sottolineato la necessità di un intervento che renda certo il tempo delle indagini e il tempo per l'esercizio dell'azione penale prevedendo un controllo di giurisdizione sulla data di iscrizione nel registro notizie di reato; una organizzazione degli uffici giudiziari che garantisca l'immutabilità del giudice della prova con quello della decisione. Il Governo espressione della precedente maggioranza ha approvato, salvo intese, un disegno di legge che sulla giustizia penale ha richiamato solo alcune di tali proposte, immaginando un intervento così limitato e per alcuni aspetti contraddittorio con le sue stesse premesse, sostanzialmente un pannicello caldo.
Ora, essendo intervenuta una nuova maggioranza, che almeno in una delle sue componenti dovrebbe avere idee diverse su prescrizione, riforma del processo, modalità di esecuzione della pena, pare si intenda proporre una nuova sintesi. Se il Parlamento rinuncerà all'idea "dell'imputato per sempre", e si vorranno introdurre meccanismi per ridurre il numero dei processi al dibattimento, al contempo garantendo effettività del contraddittorio, noi saremo interlocutori attenti e propositivi.
*Segretario dell'Unione camere penali italiane
di Giovanni Altoprati
Il Riformista, 6 novembre 2019
"Sarà una riforma epocale", dichiarò euforico, lo scorso luglio, il Guardasigilli Alfonso Bonafede, illustrando ai giornalisti il suo maxi piano sulla giustizia. "Porterò il testo al primo Consiglio dei ministri", aggiunse con il tono di voce di chi è consapevole che quell'annuncio sarebbe stato ricordato come uno dei momenti più solenni per il mondo del diritto dopo anni. Nel 2019, per il ministro grillino, finiva un'epoca, quella delle leggi "ad personam" e delle riforme fatte per favorire solo i "delinquenti" e non i cittadini onesti.
Riformare la giustizia non è un'impresa facile per nessuno. Ma Bonafede era convinto di portare a casa il risultato e di passare alla storia, dopo Cesare Beccaria, Piero Calamandrei, Giuliano Vassalli, solo per citare qualche illustre giurista italiano del passato, come colui che fece funzionare l'infernale macchina giudiziaria. Il disegno di legge in questione di epocale aveva pure il titolo: "Ddl recante deleghe al governo per l'efficienza del processo civile e del processo penale, per la riforma complessiva dell'ordinamento giudiziario e della disciplina sulla eleggibilità e ricollocamento in ruolo dei magistrati, nonché disposizioni sulla costituzione e funzionamento del Consiglio superiore della magistratura e sulla flessibilità dell'organico di magistratura".
Una riforma a 360 gradi, dunque, che avrebbe rivoluzionato i tribunali, garantendo processi rapidi e pene certe. E mettendo finalmente in riga anche i magistrati, usciti a pezzi dopo lo scandalo emerso proprio in quel periodo con le intercettazioni effettuate a carico del pm Luca Palamara che avevano disvelato le torbide manovre dei togati per nominare i capi di alcune importanti Procure.
Bonafede si era calato nei panni del riformatore esattamente a gennaio. Per incassare il blocco della prescrizione dei reati dopo la sentenza di primo grado, uno dei cavalli di battaglia dei grillini da sempre, inserita nel famigerato "spazzacorrotti", aveva accettato che tale norma entrasse in vigore dopo un anno, a partire dunque dal 2020.
Durante quest'anno, per evitare lo scoppio della "bomba nucleare" sui processi, come disse l'allora ministro leghista Giulia Bongiorno prevedendo gli effetti del processo eterno, si sarebbero dovuti modificare i codici di rito. Una riforma organica che, nelle intenzioni della maggioranza giallo-verde, avrebbe reso digeribile lo stop della prescrizione, norma palesemente in contrasto con quanto disposto dalla Costituzione a proposito della ragionevole durata dei processi.
Bene, cosa è successo da allora? Assolutamente nulla. In Consiglio dei ministri non è stata presentata neppure mezza pagina di questa "riforma epocale" della giustizia. Neppure il "frontespizio". E, verosimilmente, nulla accadrà da qui alla fine dell'anno.
Anche se il Ddl Bonafede venisse approvato in Cdm, infatti, non ci sarebbe poi il tempo tecnico per il suo passaggio alle Camere entro il prossimo 31 dicembre.
Difficile, poi, che il Pd tenti un colpo di coda per salvare la riforma Orlando sulla prescrizione, annichilita dal testo Bonafede. I dem sulla giustizia sono ormai appiattiti sui diktat grillini e, lacerati al proprio interno, non hanno la forza politica di ricordare all'alleato di governo l'impegno preso.
Vale la pena di ricordare che la riforma Bonafede è stata osteggiata dall'intera comunità dei giuristi. Tranne qualche noto magistrato legato a doppio filo al M5s, tutta l'accademia, il mondo forense e ampi settori della magistratura non ideologizzata, hanno manifestato assoluta contrarietà al riguardo.
Lo stesso vice presidente del Csm, il dem David Ermini, non perde occasione per ricordare che non è possibile tenere una persona sotto processo per tutta la vita. Le Camere penali hanno, il mese scorso, indetto una settimana di astensione dalle udienze in segno di protesta. Tutto inutile. Il ministro della Giustizia non vuole fare un passo indietro: troppo importante questa legge manifesto per la narrazione grillina sull'onestà. Quindi, dal prossimo primo gennaio, via libera, senza troppi pensieri, allo scoppio della bomba nucleare sui processi. Corte costituzionale permettendo.
di Bruno Ferraro*
Libero, 6 novembre 2019
Tre pronunzie, di tre diversi organi giudiziari, hanno messo in allarme l'opinione pubblica e in discussione l'efficacia della lotta alla criminalità organizzata, anche perché, intervenendo a pochi giorni l'una dall'altra, segnalano implicitamente un abbassamento del rigore dell'azione di giudici e forze dell'ordine nella repressione di crimini molto efferati.
Ha cominciato la Corte di Giustizia di Strasburgo, chiamata a pronunziarsi sulla legittimità dell'art. 41bis, ovvero il carcere duro, uno strumento irrinunziabile nella lotta alla mafia ed al crimine organizzato perché impedisce ai boss di continuare a comandare anche dal carcere e spezza il legame dei capi con il territorio. C'è stato tempo fa l'episodio della condanna dell'Italia da parte della Corte Europea dei diritti dell'uomo per la decisione di rinnovare il 41bis a Bernardo Provenzano per il periodo dal 23 marzo al 13 luglio 2016, giorno della sua morte.
Se 20 ergastoli, un elenco impressionante di omicidi efferati ed una decisione favorevole della Cassazione non sono sufficienti a giustificare l'adozione di tale misura, allora è giusto che l'Italia se ne dolga, sia a livello di opinione pubblica sia a livello politico, anche perché il sistema penitenziario italiano è stato più volte definito equo e razionale dalla Corte Costituzionale.
Quindi, non v'e spazio per ritenere "inumana e degradante" la detenzione in carcere di Provenzano e di chi per lui. È grave che non se ne renda conto la Corte di Strasburgo che, sentenziando nell'ottobre 2019 nel caso Viola (ergastolo per mafia, sequestro di persona ed omicidio), ha ritenuto il 41bis incompatibile con il fine rieducativo della pena in carcere. Ha proseguito la Corte di Cassazione che, con sentenza del 22 ottobre 2019, ha escluso l'esistenza di "mafia capitale" bocciando l'apparato accusatorio messo in piedi dalla Procura di Roma a seguito di due maxi retate che portarono (dicembre 2014 e giugno 2015), all'arresto rispettivamente di 37 e 44 persone.
Per la Procura, allora guidata da Giuseppe Pignatone, opererebbe nella Capitale un'associazione di stampo mafioso originale, capace, con la complicità di politici e funzionari, di impadronirsi degli appalti pubblici (campi nomadi, accoglienza per migranti, verde, rifiuti): piccole mafie che (parole di Pignatone) "operano in una sostanziale pax, sulla base di un sistematico accordo tra i diversi responsabili e dell'uso di un comune metodo mafioso fatto di violenza e intimidazione, volto a favorire atteggiamenti omertosi e con l'obiettivo di reinvestire i soldi guadagnati mediante la collaborazione di esperti professionisti".
Sulla fondatezza probatoria di tale impianto ebbi ad esprimere a suo tempo seri dubbi giuridici sulle colonne di questo giornale, per cui mi sembrò conseguenziale la pronunzia del Tribunale di Roma del luglio 2017 che escluse l'esistenza dell'associazione mafiosa ex art. 416 bis. I dubbi mi rimasero anche dopo la sentenza di appello basati sul fatto che il 416 bis richiede un insieme di elementi, non emersi dall'inchiesta penale, che vanno provati dalla pubblica accusa. La decisione della Cassazione riporta il discorso sul piano giuridico.
Di essa beneficeranno gli imputati che in appello chiederanno una riduzione della pena. Ma tant'è, la giustizia non va confusa con il giustizialismo e le supposizioni non assurgono al rango di prova. Terza decisione quella emessa dalla Corte Costituzionale (non si conoscono ancora le motivazioni) che esclude che i benefici penitenziari possano essere negati per la mancata collaborazione del condannato.
Se così fosse, il fine rieducativo della pena non avrebbe ragion d'essere. Il condannato non pentito e non collaborante non mi pare meritevole di mano tesa. Se mai è vero il contrario.
*Presidente Aggiunto Onorario Corte di Cassazione
di Vincenzo Musacchio
Il Dubbio, 6 novembre 2019
Negli ultimi trent'anni le organizzazioni criminali hanno progressivamente ampliato il proprio raggio d'azione su scala internazionale, sfruttando le opportunità offerte dall'apertura delle frontiere interne dell'Unione europea, oltre che dalla globalizzazione economica e dalle nuove tecnologie informatiche e stringendo alleanze con gruppi criminali di altri Paesi per dividersi mercati e zone d'influenza.
Le nuove mafie variano sempre più le loro attività e instaurano legami tra il traffico di stupefacenti e di organi umani, la tratta degli esseri umani, il favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, il traffico di armi e il riciclaggio di denaro. La corruzione tra i nuovi strumenti di cui si serve la criminalità organizzata rappresenta una minaccia notevole per l'Europa.
La creazione di un'area di giustizia penale, oggi, si pone quale supremo imperativo dinanzi a crimini che, per l'appunto, sforano ormai i confini nazionali e impongono una cooperazione tra Stati, sia con riguardo all'esigenza di accertare l'effettiva responsabilità degli autori delle condotte illecite, sia con riferimento alla necessità di operare in una fase antecedente alla commissione del reato.
Al fine di creare uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia occorre, dunque, sviluppare una più profonda cooperazione giudiziaria in materia penale, allo scopo di contrastare i fenomeni criminali a carattere transfrontaliero e di garantire una piena tutela dei diritti sia per le vittime, sia per gli indagati e gli imputati nel corso del procedimento, sia per i detenuti nella fase di esecuzione della pena. Personalmente riteniamo che la criminalità organizzata e il terrorismo meritino una normativa rafforzata mediante l'istituzione una procura europea ad hoc.
La nuova Procura europea antimafia potrebbe essere composta dal Procuratore europeo antimafia e da ventotto magistrati denominati vice procuratori e rappresenteranno ciascuno Stato membro. La struttura potrà essere composta altresì da altri ventotto membri scelti tra gli esperti della materia di ciascun Stato membro.
Il Procuratore europeo antimafia eserciterà le funzioni di coordinamento delle indagini condotte dalle singole unità antimafia (Ua) nei reati commessi dalla criminalità organizzata e dai terroristi. Le materie d'interesse sono quelle che rivestono una particolare importanza nel contrasto alla criminalità organizzata e del terrorismo e che quindi sono seguite e studiate su tutto il territorio europeo al fine di individuare nuovi filoni investigativi.
Le principali sono: a) mafia; b) narcotraffico; c) tratta di organi ed esseri umani; d) riciclaggio; e) appalti pubblici nazionali ed europei; f) misure di prevenzione patrimoniali, g) ecomafie; h) contraffazione di marchi; i) operazioni finanziarie sospette; l) crimini informatici; m) organizzazioni criminali straniere internazionali; n) terrorismo. I vice procuratori europei antimafia potranno lavorare in più direzioni: esercitando l'attività di coordinamento presso ciascun'unità per seguire le indagini e riportare le informazioni al procuratore europeo. L'istituzione della Procura europea antimafia si dovrà fondare sull'operatività del principio del mutuo riconoscimento, che dovrà essere sostenuto dalla condivisione di ogni singolo Stato membro e dovrà essere agevolato dalla stipulazione di accordi tra essi e il nuovo organo giudiziario. Sarebbe, dunque, necessario contemplare tali situazioni negli accordi tra la Procura europea antimafia e gli Stati membri partecipanti alla cooperazione rafforzata. Sarà necessario che simili ipotesi trovino puntualmente regolamentazione negli accordi tra tutti gli Stati membri e la Procura europea antimafia, questo per non creare disparità di trattamento. In conclusione chi scrive, ritiene che l'Europa e le sue istituzioni debbano attivarsi nel più breve termine possibile accompagnando le nuove misure, in parallelo con una radicale revisione della materia della lotta alla criminalità organizzata, per adeguare l'istituenda Procura europea antimafia alla nuova realtà e con l'adozione di normativa ad hoc che preveda l'estensione della competenza del nuovo organo anche ai reati di terrorismo.
La Procura europea antimafia, frutto di un vero e proprio lavoro diplomatico tra tutti gli Stati membri, seppur con limiti e possibili difetti, rappresenta per chi scrive un punto di partenza, non certo di arrivo, verso risultati più ambiziosi nella lotta al crimine organizzato transfrontaliero. La tutela penale dell'Unione europea dalla criminalità organizzata e dal terrorismo non può più essere affidata ai soli strumenti sanzionatori degli Stati membri anche perché ciò produrrebbe risultati assolutamente insoddisfacenti, in specie sotto il profilo dell'armonizzazione e prassi sanzionatoria. Sarà dunque necessario, in una cornice di contestualità temporale, che la tutela penale si attui mediante norme incriminatrici comuni e sanzioni omogenee, soprattutto, per un efficace funzionamento della Procura europea antimafia nella lotta alla criminalità organizzata e al terrorismo.
La Repubblica, 6 novembre 2019
Israele espelle il direttore di Human Rights Watch. La conferma è arrivata con la decisione inappellabile della Corte Suprema che ha respinto il ricorso presentato da Omar Shakir, direttore dell'ufficio israeliano dell'Ong. La radio pubblica israeliana ha annunciato che Shakir, che è un cittadino degli Stati Uniti, ha 20 giorni di tempo per lasciare il Paese.
Secondo uno dei giudici, Neal Hendel, esistono prove sufficienti per confermare che Shakir ha sostenuto il movimento Bds di boicottaggio di Israele, malgrado egli abbia affermato il contrario. Dunque, ha aggiunto Hendel, il ministero degli Interni era autorizzato a ordinare la sua espulsione. Respinta la tesi della difesa secondo cui la sua espulsione suonerebbe come un avvertimento agli attivisti delle organizzazioni di difesa dei diritti civili.
ildispaccio.it, 6 novembre 2019
All'Università Mediterranea di Reggio Calabria il seminario dell'Osservatorio regionale sulla violenza di genere. "Per contrastare la violenza sulle donne di bisogna intervenire anche sugli uomini". Lo affermano Mario Nasone e Giovanna Cusumano, rispettivamente coordinatore e vice coordinatore dell'Osservatorio regionale sulla violenza di genere.
Nasone e Cusumano sottolineano l'importanza di centri specializzati che prendano in carico il maltrattante, subito dopo la prima denuncia della vittima, perché "intervenire tempestivamente sulla persona adusa a perpetrare violenza, potrebbe evitare le conseguenze estreme del femminicidio".
"Le statistiche, infatti, ci raccontano che prima dell'episodio mortale, la vittima aveva sporto varie denunce. Al femminicidio si arriva dopo un certo numero di denunce, ecco perché per prevenirlo è necessario che i violenti intraprendano un percorso di consapevolezza ed assunzione di responsabilità. È, pertanto, auspicabile la presenza sui territori dei cosiddetti Cam, centri specializzati al recupero degli uomini maltrattanti che, anche alla luce della recente normativa, non è infrequente vengono colpiti da misure cautelari.
Ricordiamo, peraltro, che anche il periodo della reclusione deve servire al detenuto per riflettere sul comportamento deviante assunto e deve risultare un'occasione per sviluppare il senso di responsabilità dei danni provocati non solo alla vittima degli abusi, ma all'intero nucleo familiare, al fine di conseguire un adeguato reinserimento nella società. Questa esigenza si rende oltremodo necessaria, soprattutto in presenza di reati di pedofilia e violenza di genere. In questi casi, infatti, i dati di cronaca ci dicono che se l'autore di questi reati, non viene adeguatamente seguito e trattato, le probabilità di reiterare i reati sono altissime.
Ma cosa si fa concretamente, oggi, nel nostro Paese per prendere in carico e curare i soggetti maltrattanti? Quali "rimedi" e strumenti prevede la normativa vigente? La recentissima legge detta " Codice Rosso" prevede certamente interventi sul piano repressivo, ma siamo sicuri che basta la risposta repressiva? In Calabria allo stato esiste un solo centro per l'assistenza e la cura dei maltrattanti che si trova a Catanzaro. Poi abbiamo alcune carceri in cui si sperimentano programmi per i cosiddetti sex offenders, per i quali sono previste apposite sezioni detentive.
Purtroppo, però, possiamo affermare ragionevolmente che ancora mancano interventi organici e continuativi, soprattutto per coloro i quali hanno scontato la pena detentiva. Questi ultimi, infatti, una volta usciti dal carcere senza aver seguito dei corsi di recupero e per i quali non è prevista alcuna presa in carico da parte di servizi specializzati, tornano a rappresentare un vero pericolo per la loro famiglia e per se stessi. Per questo motivo, per contribuire ad aprire una riflessione su questo tema l'Osservatorio regionale sulla violenza di genere in collaborazione con l'Università Mediterranea, ha voluto programmare per il prossimo 8 novembre un evento formativo che vedrà confrontarsi esperti nazionali, referenti di centri specializzati calabresi e della amministrazione penitenziaria. Sarà una occasione per tutti gli attori istituzionali e dei servizi coinvolti per affrontare e lavorare anche su questo versante che richiede particolare competenze e sinergie".
L'evento si terrà venerdì 8 novembre con inizio alle ore 15.00 C/o l'Aula Quistelli dell'Università Mediterranea. La relazione di base sarà tenuta da Rossano Bisciglia - Psicologo Psicoterapeuta Psichiatra del centro assistenza maltrattanti di Firenze.
Il programma prevede: l'introduzione di Mario Nasone, coordinatore osservatorio Regionale sulla violenza di genere; i saluti di Nicola Irto, presidente del Consiglio regionale, di Massimiliano Ferrara, Direttore Digies Università Mediterranea, Dipartimento Giurisprudenza, Rosario Tortorella, provveditore vicario amministrazione penitenziaria. Interverranno: Giuseppina Maria Irrera dell'amministrazione Penitenziaria della Calabria, di Isolina Mantelli di Mondo Rosa, Giovanni Lopez della Casa di Nilla. Modera Laura Amodeo, psicologa. Le conclusioni saranno di Giovanna Cusumano, vice coordinatore Osservatorio regionale violenza di genere.
citta-nostra.it, 6 novembre 2019
Sabato 9 Novembre 2019 alle ore 10,00 presso il Castello Angioino di Mola di Bari, il Comune di Mola di Bari in collaborazione con U.E.P.E. Ufficio esecuzione penale esterna e le associazioni Rinnovamento per la vita e Liberi Avvocati ha organizzato un convegno sul tema "Il carcere non arresta la vita".
Al convegno interverranno l'avv. Giuseppe Colonna, Sindaco del Comune di Mola di Bari, la dottoressa Lea Vergatti Assessore al ai servizi sociali, il dottor Pietro Guastamacchia Direttore dell'U.E.P.E di Bari, dottor Piero Rossi Garante dei Detenuti della Regione Puglia; a seguire ci sarà la testimonianza del sig. Michele Guzzardi ex detenuto. I lavori saranno introdotti dal dottor Filippo Lorusso capo settore servizi socio-culturali del Comune di Mola di Bari e moderati dall'avvocato Donato Sciannameo, Presidente A.L.A. e RpV.
Durante il convegno inoltre, sarà sottoscritto un protocollo d'intesa tra il Comune di Mola di Bari e U.E.P.E., per avviare sul territorio percorsi di giustizia riparativa. Il convegno è ad ingresso gratuito.
Il Mattino, 6 novembre 2019
Negata la possibilità, a un detenuto 35enne, di recarsi dal padre in fin di vita. È quanto denunciano Samuele Ciambriello, garante regionale dei diritti dei detenuti della Campania, ed Emilio Enzo Quintieri, già consigliere nazionale dei Radicali Italiani, che riferiscono del caso di un detenuto campano, C.B., 35 anni, ristretto nel carcere di Cosenza.
L'uomo, ricevuta la notizia che il padre versava in imminente pericolo di vita a causa di un incidente, aveva ricevuto un permesso di necessità dal magistrato di sorveglianza di Cosenza, Silvana Ferriero, per recarsi dal proprio genitore, scortato dalla Polizia penitenziaria.
Ciambriello e Quintieri spiegano che "non appena l'ok del giudice è arrivato alla Casa Circondariale di Cosenza, il personale del Nucleo Traduzioni della Polizia penitenziaria ha provveduto a dare esecuzione immediata al provvedimento, traducendo in data 23 ottobre 2019 il detenuto presso la Casa Circondariale di Napoli Secondigliano, dopo aver ricevuto disposizioni in tal senso dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia. Inspiegabilmente, su ordine del Dap, il detenuto veniva fermato a Secondigliano e non condotto immediatamente al capezzale del padre morente".
Giunto al carcere di Secondigliano, C.B. avrebbe dovuto essere accompagnato all'abitazione del padre, ma, raccontano Ciambriello e Quintieri, "la traduzione non è stata effettuata né lo stesso giorno né nei giorni successivi, nonostante le numerose sollecitazioni effettuate sia dai familiari che dai difensori.
Qualche giorno dopo, mentre stava ancora sperando di essere accompagnato a casa, il suo difensore, evidentemente credendo che fosse già a conoscenza della triste notizia, si è recato in carcere a fargli le condoglianze ma nessuno, sino a quel momento, gli aveva comunicato alcunché. Soltanto dopo il decesso, lunedì 28 ottobre, C.B. ha avuto la possibilità di recarsi al funerale del padre".
Il garante dei detenuti della Campania riferisce che "stando a quanto riferito al detenuto, ai suoi familiari e ai difensori, l'amministrazione penitenziaria, nei diversi giorni trascorsi presso la Casa Circondariale di Napoli Secondigliano, non avrebbe potuto effettuare la traduzione adducendo, come per altri casi analoghi, la mancanza di personale e di mezzi".
Ciambriello e Quintieri ricordano che "le regole penitenziarie europee emanate dal Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa stabiliscono che 'le condizioni detentive che violano i diritti umani del detenuto non possono essere giustificate dalla mancanza di risorsè.
La violazione per difetto di risorse economiche, di personale o di mezzi dei diritti fondamentali dei detenuti e degli internati non può essere addotta quale valida giustificazione alla elusione degli stessi. Le giustificazioni fornite non possono essere tollerate, non è possibile che nel 2019 l'amministrazione penitenziaria non riesca a dare immediata esecuzione ai provvedimenti della Magistratura di sorveglianza per mancanza di fondi", concludono.
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