di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 25 settembre 2019
Corte di cassazione - Sentenza 38954/2019. L'archiviazione per particolare tenuità del fatto va scritta nel casellario giudiziale. Le Sezioni unite della Cassazione, con la sentenza 38954, prendono le distanze dall'orientamento consolidato, secondo il quale dell'archiviazione in base all'articolo 131-bis del Codice penale non deve restare traccia nel casellario, trattandosi di un provvedimento non definitivo. Ad avviso del Supremo collegio, c'è più di una buona ragione per discostarsi dalla tesi più restrittiva e nessuna controindicazione. I giudici escludono che la memorizzazione del provvedimento leda i diritti dell' interessato. L'iscrizione costituisce, infatti, l'esito della procedura speciale (articolo 411, comma 1-bis del codice di rito penale) che assicura il contradditorio, blindando il diritto di difesa. Inoltre ha il solo scopo di "documentare" l'archiviazione con effetto limitato all'ambito del circuito giudiziario.
Nessuna menzione dell'archiviazione deve, infatti, comparire nei certificati rilasciati a richiesta dell'interessato, del suo datore di lavoro o della pubblica amministrazione. Una certezza sulla quale non incide la modifica apportata al Testo unico del casellario giudiziale con il Dlgs 122/18, che avrà effetto dal 26 ottobre prossimo, con la quale è stata eliminata la tradizionale divisione tra certificato generale e certificato penale del casellario. La previsione non incide sul contenuto del certificato unico - che dovrà essere rilasciato dal prossimo 26 ottobre al datore di lavoro - che resta quello stabilito dal Testo unico per il certificato generale, con esclusione di qualunque riferimento ai provvedimenti adottati secondo l'articolo 131-bis.
Spazzato il campo dai dubbi sui pregiudizi, le Sezioni unite chiariscono che l'iscrizione è invece in linea con gli obiettivi della legge. La necessità di lasciare una traccia di tutti i provvedimenti ispirati all'articolo 131-bis del Codice penale consente, infatti, al giudice, eventualmente, di valutare in futuro l'abitualità del reato attribuito all'indagato o all'imputato: una condizione che sarebbe di ostacolo a una nuova applicazione dell'istituto. Il giudice non è così costretto ad affidarsi solo alle categorie tradizionali della condanna e della recidiva, con un criterio non esauriente per stabilire quanto il comportamento sia abituale. In quest'ottica va considerato fondamentale il riferimento che il terzo comma dell'articolo 131-bis fa alla commissione "di più reati della stessa indole".
L'abitualità che farebbe scattare il semaforo rosso al "beneficio" si può concretizzare "non solo in presenza di più condanne irrevocabili, ma anche nel caso in cui gli illeciti si trovino al cospetto del giudice che, dunque, è in grado di valutarne l'esistenza". L'assenza dell'annotazione determinerebbe, quindi, la possibilità di ottenere molte volte un verdetto di non punibilità nei confronti della stessa persona. L'iscrizione diventa così un antidoto indispensabile contro l'abuso dell'istituto.
ansa.it, 25 settembre 2019
La squadra di rugby "Le pecore nere", composta da detenuti dell'alta sicurezza del carcere di Livorno parteciperà per la prima volta ad un campionato regionale, "Old" amatori, della Federazione italiana Rugby. Giocherà sempre in casa, nel campo interno del penitenziario. Alla presentazione dell'iniziativa, che si è tenuta oggi, martedì 24 settembre, negli uffici della direzione del carcere, hanno partecipato il direttore della casa circondariale Carlo Alberto Mazzerbo, l'assessore al sociale del Comune di Livorno Andrea Raspanti, il garante dei detenuti Giovanni De Peppo, alcuni dirigenti della Fir e il presidente del Coni provinciale Gianni Giannone.
"È un vanto, ma soprattutto un'occasione di riscatto - ha detto De Peppo -, per la prima volta la squadra dei detenuti del carcere di Livorno parteciperà a un campionato federale. Uno sport che ha un grande valore come il rugby dove c'è una capacità di gioco di squadra, una condivisione delle regole e del rispetto dell'avversario con grande solidarietà e altrettanta condivisione anche fuori dal campo". 'Le pecore nerè saranno allenate dai tecnici Manrico Soriani e Michele Niccolai, due ex giocatori Lions Amaranto che da qualche anno si sono messi a dare una mano ai detenuti mettendo insieme la squadra di rugby. I reclusi disputeranno appunto le loro partite sempre in casa, nel campo interno del carcere, un terreno sintetico che avrebbe bisogno di qualche intervento di ristrutturazione. "Mi attiverò con i cani istituzionali - ha spiegato Giannone - per vedere se si riesce a trovare una possibilità di intervento per rifare il manto erboso".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 25 settembre 2019
Il Capo del Dap ha visitato l'Istituto penitenziario. A pochi giorni dalla vicenda che ha coinvolto il carcere toscano di San Gimignano per il presunto caso di tortura perpetrato da alcuni agenti nei confronti di un detenuto tunisino, il Capo del Dap Francesco Basentini si è recato ieri in visita presso la Casa di reclusione per verificare di persona il morale del corpo di polizia penitenziaria e per far sentire la vicinanza dell'Amministrazione da lui presieduta: "A San Gimignano ho trovato una situazione tutto sommato accettabile - ha dichiarato al termine Basentini - nella misura in cui da parte della Polizia penitenziaria ho visto la massima consapevolezza, pur nella criticità del momento. Ho trovato un corpo molto compatto. Ho visto veramente un ambiente molto unito. In generale, si vede uno stato d'animo piuttosto colpito da ciò che è successo".
A chi in questi giorni, come questo giornale, ha parlato di un carcere abbandonato a sé stesso, Basentini ha replicato così, rispondendo a un giornalista dell'Ansa: "Non mi sento di concordare con questa affermazione.
Nei mesi precedenti all'episodio, quando la realtà di San Gimignano è stata prospettata criticamente, il Dap è intervenuto. Qui sono stato un anno fa per incontrare i direttori e i comandanti di tutti gli istituti del Provveditorato della Toscana; quando nel febbraio scorso sono stati evidenziati i problemi nella direzione dell'istituto penitenziario, è stata inviata una ispezione per capire quali fossero le criticità e le esigenze e all'esito di quella ispezione sono stati poi adottati dei provvedimenti; il Dipartimento ha poi risposto rispetto alla mancanza del comandante con la nomina di un comandante che proprio ieri ha preso servizio".
Sull'inchiesta in corso, il capo del Dap ha precisato: "Dall'inchiesta ci aspettiamo che, come è giusto e sarà sicuramente così, la magistratura di Siena effettuerà tutti gli approfondimenti investigativi che sono necessari per fare chiarezza. Sono certo che si giungerà alla ricostruzione dei fatti così come sono avvenuti.
Ci tengo però a dire che è troppo frettoloso e facile il giudizio di chi vuole avvicinare o sovrapporre questo episodio con quello che invece è il lavoro coraggioso ed eccezionale che fa la Polizia Penitenziaria tutti i giorni a San Gimignano come in tutti gli istituti penitenziari. Si deve difendere il lavoro prezioso che fa la Polizia Penitenziaria, che è una risorsa dello Stato civile, ricordiamocelo. Il lavoro della Polizia Penitenziaria non ha nulla a che fare con l'episodio accaduto".
Dell'accaduto non hanno parlato i detenuti che hanno incontrato Basentini nelle sezioni di media sicurezza, quelle con maggiore criticità dovute al sovraffollamento, e nelle sezioni con quelli in isolamento.
I reclusi hanno invece espresso "carenza di lavoro e una inadeguata assistenza sanitaria. Il clima tra i reclusi era buono e di piena collaborazione e rispetto nei confronti del lavoro degli agenti penitenziari". Domani, come si legge sul profilo Facebook della Lega di Poggibonsi, è atteso nel carcere di San Gimignano anche l'ex ministro Salvini.
di Guido Neppi Modona
Il Dubbio, 25 settembre 2019
Due recentissimi esempi provenienti da realtà e sistemi giuridici profondamente diversi - quello anglosassone del Regno Unito e quello di tradizione europea/ continentale della Spagna - dimostrano il fondamentale ruolo di garanzia e di equilibrio svolto dalle Corti costituzionali o da organo equivalenti, quali le Corti supreme, a tutela del corretto funzionamento dei rapporti tra i poteri dello Stato o tout court della difesa della democrazia. In Gran Bretagna il governo ha chiesto la sospensione dei lavori parlamentari sino all'esito della Brexit, ma la Corte Suprema di quel Paese ha dichiarato illegittima la richiesta in quanto lesiva delle facoltà del Parlamento di svolgere le sue funzioni istituzionali.
In Spagna la Corte Suprema ha approvato all'unanimità la richiesta di esumare i resti di Francisco Franco dal monumento della Valle dei Caduti, fatto costruire da Franco tra il 1940 e il 1958 ricorrendo al lavoro dei detenuti politici, ove erano custoditi i resti di migliaia di vittime dei due schieramenti della guerra civile 1936- 1939. Il governo spagnolo ha sottolineato che si tratta di una grande vittoria della democrazia in quanto la salma dell'ex dittatore in quel luogo costituiva "una mancanza di rispetto e di pace per le vittime che vi sono sepolte".
Ecco allora che in due situazioni apparentemente scollegate tra loro entra in funzione un particolare organo giudiziario, che proprio per la sua composizione e le sue funzioni può intervenire quale garante e tutore dei valori della democrazia. Vediamo allora più da vicino quali sono le caratteristiche della nostra Corte costituzionale e perché nel corso della sua ormai lunga attività - a partire dal 1956 - ha svolto funzioni così importanti nella storia italiana.
La funzione di garanzia super partes è in primo luogo assicurata dalla composizione voluta dalla stessa Costituzione: i quindici membri sono designati per un terzo dal Presidente della Repubblica, per un terzo dal Parlamento in seduta comune con la maggioranza qualificata dei due terzi nei primi due scrutini e dei tre quinti nei successivi; per un terzo dalle alte magistrature ordinaria e amministrative (tre dalla Corte di Cassazione, uno dal Consiglio di Stato e uno dalla Corte dei conti). La pluralità degli organi chiamati a nominare i giudici costituzionali è di per sé garanzia di una equilibrata rappresentanza delle varie competenze tecnico giuridiche necessarie al buon funzionamento della Corte; il Presidente della Repubblica può infine intervenire per garantire il pluralismo ideologico e in senso lato politico dei suoi componenti. Sono queste le ragioni per cui la Corte è sempre stata in grado di intervenire al di sopra dei condizionamenti delle varie forze politiche. Sin dalla sua prima sentenza n. 1 del 1956, quando, andando in contrario avviso alla posizione della Cassazione, ha affermato che la Corte poteva prendere in esame la legittimità costituzionale di tutte le leggi ordinarie, anche quelle entrate in vigore prima della Costituzione, aprendo così la strada alla dichiarazione di illegittimità costituzionale della legislazione fascista.
Ha avuto così inizio la lunga marcia della Corte costituzionale, che colmando i ritardi e le lacune del Parlamento, ha mano a mano smantellato l'impianto legislativo ereditato dal fascismo ed ha poi resistito ai tentativi di vanificare importanti conquiste legislative - dalla legge sul divorzio a quella sull'interruzione volontaria della gravidanza - dichiarando infondate le relative questioni di legittimità costituzionale.
In più occasioni è stata poi la stessa Corte a stimolare il legislatore ad affrontare temi sino ad allora trascurati, dal servizio pubblico televisivo al segreto dei giornalisti sulle fonti delle informazioni, preavvisando il Parlamento del rischio di creare pericolosi vuoti legislativi. Ed ancora una volta proprio in questi giorni la Corte è chiamata a decidere delicatissime questioni in tema di eutanasia e di suicidio assistito.
di Fabio Galati
La Repubblica, 25 settembre 2019
I doverosi richiami garantisti alla conclusione del lavoro della magistratura sui presunti casi di tortura all'interno del carcere di San Gimignano non possono esimere il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede dal prendere posizione e intervenire. E non sugli eventuali reati commessi da agenti di custodia. Per quelli, appunto, la parola è ai magistrati.
Piuttosto sulla condizione stessa del carcere di San Gimignano. In questi giorni Repubblica ha scritto che il garante regionale dei detenuti Corleone giudicava la struttura "un bubbone che doveva scoppiare". Il sindaco Marrucci ha spiegato di aver più volte comunicato al ministero stesso che il carcere era "abbandonato a se stesso".
Ora si scopre che la direzione è affidata a mezzo servizio a un reggente che deve dividersi con Arezzo. Al netto dell'inchiesta che ha, appunto, fatto scoppiare il bubbone, il ministro dovrebbe ora prendere la parola e annunciare interventi immediati.
La visita del Capo del Dap organizzata in tutta fretta ieri non può ovviamente bastare. Tanto più che all'uscita le parole sono sembrate di tono assai diverso rispetto alle critiche riportate prima. E se è per questo (leggete tutto nell'articolo accanto) a quelle del magistrato di sorveglianza Venturini. Il sovraffollamento, le tensioni evidenziate e addirittura la mancanza d'acqua d'estate necessitano di un piglio decisamente più incisivo.
Tanto più che le massicce richieste di trasferimento da parte degli agenti che storicamente segnano la storia della struttura sono un'altra evidente spia che si debba trattare di un luogo decisamente poco ospitale. Pensare di lasciare la soluzione di problemi di questa portata ad un dirigente che deve dividersi tra due carceri distanti 110 chilometri di strada (o 66 in linea d'aria) assomiglia troppo ad una scelta pilatesca.
di Andrea Aliverti
malpensa24.it, 25 settembre 2019
"Non lasciamo i detenuti chiusi nelle celle a far niente". Altrimenti il sovraffollamento rischia di trasformare il carcere in una vera e propria polveriera. È un allarme quello che ha lanciato lunedì, nel corso della sua audizione in commissione speciale carceri al Pirellone, il Garante dei Detenuti della Casa circondariale di via per Cassano Matteo Tosi.
Rivolgendo un accorato appello ai rappresentanti politici a "sollecitare l'attivazione di borse lavoro per i detenuti e in generale più attenzione" per le condizioni di chi vive e lavora dietro ai e degli cancelli di via per Cassano, a partire dagli "agenti di polizia penitenziaria", che per primi subiscono gli effetti di "una situazione che si sta aggravando".
In 450 in una struttura da 300 posti - I numeri che il Garante ha dato ai consiglieri regionali rimandano ad un'epoca che sembrava ormai superata, quella del sovraffollamento record di qualche anno fa: attorno ai 450 detenuti presenti, contro una capienza di circa 300, il 50% in più di quanto la struttura di via per Cassano potrebbe, e dovrebbe, ospitare.
"Ma non è quello il problema più urgente - ammette paradossalmente Matteo Tosi - oltre ad essere sfibrata dagli spazi ristretti, la popolazione carceraria è in gran parte lì a far niente. Avrebbero diritto a compiere delle attività, come corsi, laboratori, lavoretti, misure alternative, ma l'assenza di un ufficio trattamentale realmente costituito paralizza tutto".
Da più di un anno, infatti, da quando la storica responsabile Rita Gaeta è andata in pensione, il settore che sovrintende alle attività educative, lavorative e ricreative è affidato a figure part time in missione a tempo determinato "che fanno quello che possono", con il risultato che "non si riescono più a programmare iniziative, se non interne ed estemporanee, o ad organizzare qualcosa di nuovo, ma nemmeno a ripetere iniziative che si sono sempre fatte, come le visite delle scuole". Meno attività si fanno, è la sintesi del ragionamento del Garante, più tensioni e frustrazioni si accumulano nelle celle.
"Ritardi sulle misure alternative" - Ma, ancor più grave, si accumulano "ritardi sulle misure alternative", il che rappresenta per i detenuti un problema di "diritti calpestati", come fa notare Matteo Tosi, facendo il paragone con la nota vicenda dell'ex governatore lombardo Roberto Formigoni. "Nel suo caso la relazione di sintesi (il documento redatto dall'area trattamentale che serve per "aprire le porte" alle misure alternative alla detenzione, ndr) è stata aperta e chiusa in sei mesi, mentre qui ci sono detenuti per i quali dopo un anno nemmeno si è aperta" afferma l'ex consigliere comunale bustocco.
Quadro impietoso: serve "un segnale" - Se a questo problema si aggiungono quelli strutturali della Casa circondariale, come le carenze di organico (personale di polizia, educatori, assistenti sociali e medici), la presenza di una maggioranza di detenuti stranieri e provvedimenti che tardano a concretizzarsi come l'arrivo di un mediatore in lingua araba o l'attivazione dei colloqui via Skype, la fotografia della situazione in via per Cassano è tutt'altro che rassicurante. Ecco perché alla politica regionale Matteo Tosi ha chiesto qualche "segnale" di inversione di tendenza, che restituisca speranza ai detenuti: non solo "attivarsi per sollecitare la nomina di un responsabile per l'area trattamentale", ma anche "sollecitare le amministrazioni locali del territorio a mettere a disposizione dei detenuti qualche borsa lavoro, che dia occasione di uscire dalla cella per fare qualche lavoretto, imbiancature, manutenzioni, giardinaggio". In fondo, un appello a rivolgere un po' di attenzione, con un pizzico di buona volontà, a quel che succede dietro le sbarre del carcere di Busto Arsizio.
ansa.it, 25 settembre 2019
I detenuti protagonisti di eventi culturali e ricreativi. Al via anche nel 2019 le attività culturali del progetto "Liberi da dentro", realizzate da una rete di soggetti, coordinate dall'associazione Apas, all'interno del carcere di Trento. Realizzato con il finanziamento della fondazione Caritro, il progetto si avvale della collaborazione della Casa circondariale e dell'Ufficio di esecuzione penale esterna di Trento.
L'obiettivo dell'iniziativa è creare un'occasione di scambio tra la cittadinanza ed i carcerati, nell'ottica rieducativa della pena e di coinvolgimento attivo del territorio trentino. Il progetto prevede tre ambiti di attività: la biblioteca vivente (per dare voce alle testimonianze delle persone detenute), l'economia carceraria e le "cene galeotte" (eventi culinari promossi da detenuti formati dall'Istituto alberghiero di Levico Terme e Rovereto). Il primo appuntamento avrà luogo sabato 28 settembre a Riva del Garda (dalle ore 16 alle 19 in piazza delle Erbe). Il programma completo è presente sul sito: apastrento.it.
materanews.net, 25 settembre 2019
È stato siglato il 23 settembre un "protocollo per l'inclusione sociale di persone sottoposte a provvedimenti dell'autorità giudiziaria" tra l'Ufficio Locale di Esecuzione Penale Esterna di Matera e la Fondazione Matera Basilicata 2019, che prevede per soggetti "messi alla prova" di effettuare attività di volontariato nel quadro del programma della capitale europea della cultura. A firmare il protocollo, il direttore dell'Uiepe Annarita Di Gregorio e il presidente della Fondazione Salvatore Adduce.
Con la riforma del 2014, infatti, alla misura della sospensione dell'esecuzione per i condannati con meno di tre anni da scontare per il fine pena, si è accompagnata l'estensione agli adulti della possibilità, da tempo prevista per i minori, di chiedere la sospensione del procedimento giudiziario per un periodo di "messa alla prova". Un percorso composto da lavori di pubblica utilità, volontariato, supporto per il reinserimento e, ove possibile, risarcimento della vittima.
In questo scenario la città di Matera, con il suo ruolo di punta nella promozione culturale e nella visibilità internazionale, rappresenta un eccellente scenario per perseguire gli obiettivi specifici del protocollo: promuovere legami tra cittadini autori di reato e comunità per favorire l'attivazione di percorsi orientati alla responsabilizzazione e all'autonomia; favorire nelle persone coinvolte, la sperimentazione delle proprie capacità investendole nel rapporto con gli altri e nel proprio contesto di vita; stimolare forme di cittadinanza attiva migliorando la qualità delle relazioni di prossimità e la partecipazione alla vita della Comunità.
Vasta la gamma delle attività che caratterizzano l'impegno dei Volontari di Matera 2019 e che coinvolgeranno i destinatari del protocollo: accogliere artisti e partecipanti agli eventi, delegazioni, studenti e visitatori; pubblicizzare gli eventi attraverso il volantinaggio e distribuire informazioni in luoghi strategici della città; partecipare ai laboratori insieme ai cittadini; svolgere attività di supporto alla logistica, agli uffici, ai progetti di comunità.
Per ciascun soggetto coinvolto Uiepe e Fondazione Matera Basilicata 2019 collaboreranno per elaborare e realizzare un programma di trattamento individualizzato, esplicitando gli impegni specifici, il numero di giorni, le ore, nonché le modalità di attività di volontariato per le attività, eventi e progetti relativi a Matera Capitale Europea della Cultura 2019. Il protocollo è valido cinque mesi, è prorogabile, non prevede costi per le due parti.
quinewselba.it, 25 settembre 2019
L'associazione Dialogo, che svolge varie attività di volontariato per aiutare i detenuti della Casa di reclusione di Porto Azzurro, interviene con un appello per raccogliere alcuni oggetti di uso quotidiano. "Questa Associazione - spiegano dall'associazione Dialogo - è impegnata in varie forme di assistenza ai detenuti della Casa di Reclusione di Porto Azzurro, fra le quali quella di fornire ad essi oggetti di uso quotidiano che spesso non possono procurarsi. In quest'ambito, confidando nello spirito di solidarietà e generosità dei nostri concittadini, dei negozianti e delle Associazioni di Categoria, rivolge un invito a donare a queste persone meno fortunate (nella maggioranza stranieri) oggetti a loro utili anche recuperabili dall'invenduto o dal non più attuali".
"Per indicazione - si legge nella nota dell'associazione- elenchiamo alcuni dei generi più richiesti precisando che sono destinati solo al sesso maschile: biancheria intima, abbigliamento in genere quali felpe e tute, magliette, maglioni, giacconi, pantaloni jeans, berretti, scarpe, asciugamani, coperte/plaid, oggetti per l'igiene personale come sapone, dentifricio, spazzolini da denti, ecc.". "Nel ringraziare in anticipo - concludono dall'associazione Dialogo - preghiamo coloro che desiderano aderire alla richiesta di contattarci al seguente numero 347.9223157, un nostro incaricato passerà a ritirare gli oggetti".
Il Fatto Quotidiano, 25 settembre 2019
Bisognerà attendere il prossimo 17 dicembre per conoscere le sorti della detenuta tedesca. Era il 18 settembre 2018 attorno a mezzogiorno quando la detenuta compì il gesto: la detenuta scaraventò giù dalle scale i suoi due figli: una bimba di quattro mesi e il fratellino di due anni. Alice Sebesta, la detenuta che uccise i suoi due figli scaraventandoli dalle scale della sezione "nido" di Rebibbia, deve essere assolta per "vizio di mente".
È questa la richiesta del pm Eleonora Fini presentata al giudice per le indagini preliminari capitolino Anna Maria Govone. Bisognerà attendere il prossimo 17 dicembre, però, per conoscere le sorti della detenuta tedesca.
Il giudice, infatti, prima di decidere ha deciso di far valutare al perito Fabrizio Iecher lo stato permanente - o meno - della condizione di pericolosità sociale della donna. Sarà lo psichiatra a recarsi al Rems di Castiglione delle Stiviere (Mantova), dove la Sebesta è ospite, per una visita. Lo specialista ritornerà poi a metà novembre davanti al Gup per illustrare gli esiti degli accertamenti.
Era il 18 settembre 2018 attorno a mezzogiorno quando la detenuta compì il gesto. La donna aspettò che le altre detenute si mettessero in fila per il pranzo, si avvicinò alle scale della sezione nido del carcere romano e scaraventò giù i suoi due figli: la bimba di 4 mesi morì sul colpo, il maschietto di quasi due anni morì qualche giorno dopo.
"Sono una buona madre, sono consapevole di quello che ho fatto. Volevo liberare i miei figli, avevo paura della mafia e li volevo proteggere. Ero impaurita dalle cose che leggevo sui giornali", disse durante l'interrogatorio di convalida dell'arresto.
Durante le indagini venne fissato un incidente probatorio per valutare le capacità di intendere e di volere della donna al momento del fatto, nonché la sua pericolosità sociale. Secondo la prima perizia la Sebesta era capace di intendere e di volere al momento del fatto, anche in considerazione della "deliberata assunzione di sostanza stupefacente in dose massiva per un mese prima del fatto reato".
Una conclusione opposta rispetto a quella a cui era arrivato il consulente del pubblico ministero che l'aveva considerata totalmente incapace di intendere e di volere. Poi, a inizio del 2019, il gip sostituì, su richiesta della procura, il perito, arrivando alla nomina dell'attuale consulente: Fabrizio Iecher.
Dopo una prima analisi della donna, Iecher concluse che la Sebesta "è affetta da un disturbo schizo-affettivo di tipo bipolare" e al momento dei fatti "era totalmente incapace di intendere ma sufficientemente in grado di volere". Ora la parola passa di nuovo al giudice che, dopo un'ulteriore verifica del perito, potrà stabilire le condizioni della donna.
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