di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 6 novembre 2019
Ci sono voluti quasi quattro anni ed è persino cambiato il governo. Ma alla fine la Rete maldiviana per la democrazia, la più importante Ong del paese nota per le sue denunce di violazioni dei diritti umani, è stata costretta a chiudere.
Nel 2015 la Rete aveva pubblicato un rapporto intitolato "Prima valutazione sulla radicalizzazione nelle Maldive", nel quale si dava conto della crescente influenza del radicalismo islamista nelle leggi e nella cultura del paese: un fenomeno che ha causato gravi violazioni dei diritti umani a livello nazionale e che ha fatto delle Maldive, sul piano globale, il più grande esportatore - in rapporto alla popolazione - di foreign fighters nel conflitto siriano.
Un mese fa, il 10 ottobre, il ministero degli Affari esteri ha annunciato la temporanea sospensione delle attività della Rete, a causa dei contenuti del rapporto del 2015, risultati "diffamanti nei confronti dell'Islam e del profeta Maometto". Gli ultimi aggiornamenti del sito risalgono proprio al giorno precedente il provvedimento. Ne è seguita una campagna di minacce e insulti nei confronti della Rete e in particolare del suo direttore, Shahinda Ismail.
Ieri, infine il ministero della Gioventù, dello sport e della comunità - che si occupa anche del riconoscimento delle Ong - ha annunciato la chiusura della Rete.
Ironia della sorte: del nuovo governo diretto dal presidente Ibrahim Solih fanno parte ex prigionieri di coscienza in favore dei quali, oltre ad Amnesty International, la stessa Rete si era mobilitata per chiedere la scarcerazione.
di Leonardo Fiorentini
Il Manifesto, 6 novembre 2019
È passato un anno dalla legalizzazione della cannabis in Canada e sono possibili delle prime valutazioni, che Transform, nota Ong inglese, presenta in un briefing paper che si può leggere su Fuoriluogo.it.
Dopo un aumento dei consumi nei primi mesi di legalizzazione, l'uso di cannabis si è poi assestato sostanzialmente ai livelli precedenti. Aumenta l'uso frequente, ma i nuovi consumatori - pur raddoppiati - sono per oltre la metà ultra 45enni e il consumo degli adolescenti pare diminuire. Questi dati scontano l'effetto novità, e un effetto di maggiore veridicità nelle rilevazioni. La prevalenza d'uso resta comunque un indicatore inadeguato per gli impatti sulla salute (positivi o negativi), anche perché non indica le modalità ed i contesti del consumo.
Appaiono ancora scarsamente applicate le misure di giustizia sociale. La "sospensione" delle condanne per cannabis, pur richiedibile on line, non cancella il precedente dalla fedina penale. Mancano ad oggi programmi di "risarcimento" nei confronti delle persone e le comunità colpite in modo sproporzionato dal proibizionismo.
Quanto del mercato esistente si è trasferito nei canali legali? Su questo punto i dati sono contraddittori anche per il modello adottato, con la delega alle singole province della definizione del sistema di distribuzione e vendita al dettaglio. Secondo il National Cannabis Survey le persone che si riforniscono al mercato illegale sarebbero scese dal 51% al 38% (compresi i minori che non potrebbero acquistare legalmente), mentre un altro studio stima in circa il 33% la quota di mercato erosa all'illegalità.
New Frontier Data conferma quest'ultima stima mentre le previsioni per il 2024 vedono un netto capovolgimento dei rapporti. Se l'uso medico della cannabis rimarrebbe più o meno stabile, l'uso ricreativo legale arriverebbe a intercettare 7,3 milioni persone, contro 0,9 milioni del residuo illegale. Il valore del mercato legale è destinato ad arrivare a circa 1,7 mld di euro quest'anno, e crescere a quasi 4 entro il 2024, con un aumento di 7 punti del consumo.
Oltre alle difficoltà di approvvigionamento dei primi mesi, alla diversa flessibilità dei modelli di distribuzione locale (in Ontario e Quebec ci sono complessivamente meno di 50 negozi), ed alla interferenza del cosiddetto mercato grigio (i dispensari informali ancora presenti in alcune province) un grosso problema è il prezzo. Secondo Statistics Canada il costo medio di un grammo di cannabis legale è di 10,23 CAD contro 5,59 CAD per quella illegale. Solo in questi giorni sono arrivate sul mercato legale offerte che arrivano a 4,49 CAD al grammo (per confezione da 28gr).
"Questi fattori hanno scoraggiato molte persone con fonti di approvvigionamento stabili a passare al mercato legale" dice Transform nel suo rapporto. Il dato canadese si pone a metà strada fra quello uruguaiano (20% dei consumi intercettati, dopo 2 anni di "rigida" legalizzazione) e quello di mercati relativamente più maturi, come il Colorado, in cui 2/3 del mercato è legale.
Transform mette infine in guardia sulla sostenibilità di un impianto pensato anche per includere produttori di piccole dimensioni, ma di fatto eliminati nella realizzazione. La crescita di società multimiliardarie ha portato ad accuse di attività "predatorie" nei mercati emergenti della cannabis nei paesi a basso e medio reddito. In Colombia come in Messico, Giamaica, Lesotho e altrove, le imprese canadesi hanno assunto posizioni dominanti, sollevando importanti domande su "come le comunità tradizionali che coltivano cannabis possano essere protette e come garantire il commercio equo e lo sviluppo sostenibile". Problemi etici, ma anche finanziari: dopo crescite a 3 cifre, la bolla è scoppiata e nel primo anno di legalizzazione le 30 principali aziende hanno perso il 28,2% alla borsa di Toronto.
di Vincenzo Vita
Il Manifesto, 6 novembre 2019
La tanto mitizzata "rivoluzione digitale" campeggia da tempo -a proposito o a sproposito- nel dibattito pubblico. Intendiamoci. È un tema di primissima grandezza, che si sostanzia nella nuova stagione del capitalismo delle piattaforme. Tuttavia, è bene sempre ricordare che sotto l'enfasi euforica si cela un vasto territorio di conflitti, spesso invisibili perché lontani dalla ribalta o dai consueti schemi interpretativi della vecchia politica. Le lotte dei riders hanno rotto il velo di silenzio, ma l'incipiente controinformazione è stata rapidamente frenata dall'omologazione culturale dominante.
A proposito di piattaforme, spicca il caso di Amazon, in mano al potentissimo Jeff Bezos ed esempio di scuola di come sia mutato il volto dell'accumulazione: da un lato livelli sempre più alti di innovazione tecnologica, dall'altro uno sfruttamento brutale della forza-lavoro che permette a basso costo la diffusione capillare dei prodotti. La società statunitense è finalmente entrata nei radar dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, che ha competenza di vigilanza anche sul settore postale. Oggi il business sta nella consegna dei pacchi (nel 2018 sono stati consegnati 569 milioni di esemplari con un fatturato di circa 4,4 miliardi di euro), mentre sono in crisi le lettere di corrispondenza ampiamente soppiantate da mail e quant'altro.L'e-commerce sale di peso, via via pure in Italia.
E Amazon è l'unica struttura on-line verticalmente integrata nel comparto. In odore, in base alle regole europee, di posizione dominante. L'Agcom ha, infatti, pubblicato, con la delibera n. 350/19/Cons del 20 settembre scorso, il documento di consultazione pubblica, teso proprio ad indagare sullo stato delle cose.
Il bel documento passa in rassegna i problemi e, soprattutto, pone i quesiti essenziali. Amazon è il riferimento dialettico dichiarato o meno delle condizioni cui l'Autorità si riferisce come tasselli preliminari di ogni discorso. "...gli Uffici osservano che un fattore che può comportare l'alterazione del gioco concorrenziale è rappresentato dall'applicazione da parte di alcuni operatori di contrattazioni differenziate e non omogenee rispetto a quelle ordinariamente e storicamente applicate nel settore...".
Così recita un passo importante del testo, cui seguono altri spunti significativi, che riprendono aspetti già trattati nella direttiva 2008/6. Il cuore dell'attenzione è costituito giustamente dal rispetto delle normative contrattuali e dalla cura della sicurezza sul lavoro. Insomma, il titolo abilitativo concesso ad Amazon non giustifica la concorrenza sleale verso Poste italiane, che ha l'obbligo del servizio universale, e verso gli altri operatori. E tantomeno lo sfruttamento schiavistico della nuova servitù della gleba, senza orari e senza tutele.
Il documento dell'Agcom, dalla gestazione sofferta e si capisce perché, non è ancora definito, in attesa dei contributi. C'è da augurarsi che la ormai vicina scadenza della consiliatura già prorogata non rimandi tutto alle calende greche.
La delibera in materia postale, chiara e ben curata, è un esempio di come - se vuole - la sfera pubblica è in grado di incidere sulle magnifiche sorti dei Grandi Fratelli, degli Over The Top. È doveroso uscire dalla sudditanza culturale e psicologica nei riguardi di gruppi grandi ma non infallibili. Sono in gioco diritti fondamentali ed è ora che si immagini un corpo normativo moderno e di sistema, senza disperdersi in rivoli secondari. Ne ha parlato il sottosegretario con delega all'editoria Andrea Martella. Chissà mai che ci riesca.
Corriere di Bologna, 6 novembre 2019
Le detenute in cento scatti: a Palazzo d'Accursio una mostra e incontri fino al 17. Sei fotografe volontarie hanno ritratto le donne e la loro vita in carcere nell'ambito del progetto "Non solo mimosa". Non solo Mimosa compie cinque anni e si racconta alla città attraverso la mostra fotografica "Da dentro a fuori: sguardi di futuro", allestita nella Manica lunga di Palazzo d'Accursio fino al 17 novembre e affiancata ad un opuscolo che porta lo stesso titolo. L'esposizione è la selezione di un centinaio di scatti realizzati all'interno della Casa circondariale Rocco D'Amato da sei fotografe volontarie, Noella Bardolesi, Alessandra Bettini, Sara Colombazzi, Elena Facchini, Emanuela Sforza e Giuseppina Martelli.
Un progetto che ha mosso i suoi primi passi nel 2014 con semplici visite istituzionali alla Casa circondariale, spesso in occasione dell'8 marzo, Giornata della donna, e del 25 novembre, Giornata per l'eliminazione della violenza contro le donne. Da queste visite si è sviluppata la necessità di dare qualche risposta concreta ai bisogni espressi dalle detenute durante gli incontri. L'invito a promuovere un'azione collettiva dedicata alla salute e al benessere delle donne detenute in seguito è stato raccolto da associazioni e singole cittadine che, da cinque anni, hanno messo a disposizione tempo e lavoro in maniera gratuita. Ne sono scaturite attività culturali e di formazione tese a migliorare la qualità della vita e il benessere psicofisico delle partecipanti.
"Le immagini di questo racconto - sottolinea Mariaraffaella Ferri, consigliera comunale e coordinatrice del progetto Non solo Mimosa sono state scattate da alcune fotografe amatoriali che durante le attività si sono affiancate alle volontarie per documentare il lavoro svolto. E se è vero che un'immagine talvolta dice più di molte parole, gli sguardi, i volti, i gesti che la loro sensibilità espressiva ha colto, ci comunicano in modo diretto e subito comprensibile l'intensità degli incontri e la bellezza delle interazioni che si sono create in quel contesto. I cinque anni di Non solo Mimosa sono stati lunghi e brevissimi al contempo, noi li raccontiamo presentando in ordine cronologico i laboratori che abbiamo realizzato, insieme a piccoli commenti che le volontarie hanno scritto sull'esperienza vissuta in carcere. La speranza è che questo abbia contribuito al futuro fuori perché tutte loro avranno da ricostruire un percorso di vita, finito il periodo detentivo".
In contemporanea con la mostra, nella sala Renzo Imbeni di Palazzo d'Accursio sono stati approntati una serie di appuntamenti a cura delle associazioni che hanno aderito al progetto, per far conoscere le attività svolte in carcere e sensibilizzare sul tema della detenzione femminile. Nei prossimi lunedì, per esempio, alle 19.30 è in programma "Arteterapia: esperienze rivitalizzanti fra materiali e colori", mentre sabato alle 10 sarà presentato il volume Le Parole per dirlo, frutto dei laboratori di lettura e scrittura della Sezione Femminile, a cura di Udi Bologna. Con la partecipazione di Alba Piolanti, Giuseppina Martelli, Anna Vinci, Katia Graziosi e Grazia Verasani. Inoltre, venerdì 15 alle 18 si parlerà del film Sezione Femminile. L'immaginario dietro le sbarre con Tiziana Gentili, Adina Sgrignuoli, Valeria Ribani e il regista Eugenio Melloni. Prima e dopo, giovedì e sabato, momenti dedicati alla meditazione e allo shiatsu al femminile.
L'Osservatore Romano, 6 novembre 2019
Pace e giustizia per le vittime degli omicidi extragiudiziali. E più dignità per i detenuti. E quanto torna a chiedere con forza la Chiesa cattolica nelle Filippine che tenacemente interviene in difesa di chi non ha voce. Ai ripetuti appelli dell'episcopato si è aggiunto nelle ultime ore quello lanciato da alcuni sacerdoti, che hanno guidato una manifestazione e celebrato una messa a Manila.
Il gesuita Albert Alejo, padre Flavie Villanueva e padre Robert Reyes - riferisce l'agenzia Fides - hanno organizzato una veglia di preghiera in ricordo delle persone innocenti uccise durante la "guerra contro la droga" lanciata dal governo, che avrebbe fatto circa 30.000 vittime in due anni. Padre Alejo ha esortato i filippini a "parlare delle ingiustizie che si verificano nel paese".
Infatti, "se i vivi sono silenziosi, come possono essere i morti a parlare?". Le vittime delle esecuzioni, ha rilevato, "non sono solo numeri o statistiche, perché l'ingiustizia sta uccidendo anche la verità, la fede e la speranza dei filippini".
E ha invocato "il rispetto dello stato di diritto nel paese". Un appello dei vescovi al rispetto della dignità dei detenuti nel paese - dove le condizioni all'interno delle carceri sovraffollate vanno peggiorando - è contenuto in un messaggio diffuso in occasione della recente giornata nazionale dedicata alla sensibilizzazione sulla situazione dei carcerati. Un testo attraverso il quale l'episcopato ribadisce che "l'amore di Dio è incondizionato e radicale e si estende anche a coloro che hanno commesso il più atroce dei crimini".
Nel documento, a firma di monsignor Joel Z. Baylon, presidente della commissione per la pastorale carceraria e vescovo di Legazpi, la Conferenza episcopale delle Filippine si augura che la popolazione sia consapevole "della difficile situazione dei membri della comunità carceraria, in particolare le persone private delle loro libertà e delle loro famiglie".
"Una persona non perde la sua dignità avendo compiuto un atto peccaminoso, e i carcerati hanno la capacità di migliorare, specialmente in un ambiente in cui sono aiutati a crescere", sottolinea il presule, sperando che questa dimensione venga maggiormente presa in considerazione dal sistema carcerario. "Ed è così che tutti noi nella Chiesa dobbiamo agire - aggiunge monsignor Baylon - guidati dai nostri cappellani e volontari nel servizio penitenziario, in collaborazione con le guardie carcerarie".
"Solo l'amore trasformerà i nostri fratelli che hanno sbagliato - insiste il vescovo di Lezgapi - non è con la paura o il terrore che si riuscirà a riabilitarli". Il messaggio si conclude con un invito a essere "consapevoli della situazione difficile delle persone che sono ignorate o che sono state a lungo considerate morte dalla nostra società, persone che sono state condannate a causa dei peccati che hanno commesso".
E a seguire l'esempio di Papa Francesco che "ci implora di ricordare i prigionieri come parte della nostra missione di cura dei poveri, dimenticati e trascurati". Le parole del vescovo di Legazpi fanno eco all'appello a "trattare i detenuti con dignità" che il vicepresidente della Conferenza episcopale filippina, monsignor Pablo Virgilio S. David, ha rivolto nei giorni precedenti al governo e ai funzionari delle prigioni dell'arcipelago.
"Questa non è un'affermazione dei diritti, è un grido di misericordia - ha lanciato il vescovo di Kalookan - i detenuti non chiedono un trattamento speciale: chiedono solo di essere trattati come esseri umani". In un testo diffuso dall'agenzia Fides, il presule nota che molti prigionieri hanno commesso reati relativamente minori, spesso in circostanze di grave povertà e disperazione, e "languiscono in prigione a causa della mancanza di istruzione, dell'assenza di assistenza legale, della povertà, a causa di un sistema giudiziario scadente" che va riformato con urgenza "per far sì che sia fondato sulla giustizia riparatoria, come nella maggior parte delle società civili".
"Se i leader politici dichiarano apertamente che "i criminali non possono essere recuperati" e che "i tossicodipendenti non sono umani" o se i funzionari governativi incoraggiano apertamente la polizia a uccidere - aggiunge il vescovo - non ci si può aspettare che le forze dell'ordine abbiano comportamenti rispettosi della dignità umana".
Secondo il rapporto di una commissione governativa, le condizioni all'interno delle carceri sono in netto peggioramento: il sovraffollamento delle strutture carcerarie ha raggiunto il 612 per cento, con una popolazione totale di 146 mila detenuti, rispetto a una capacità di circa 21 mila. Negli ultimi anni la popolazione carceraria è aumentata a seguito della politica antidroga lanciata dal presidente filippino Rodrigo Duterte.
Alcune ong fanno pressione sul governo chiedendo un'indagine approfondita sulle operazioni intraprese che avrebbero portato alla morte di almeno 30.00o persone. Nel giugno scorso, per il tredicesimo anniversario dell'abolizione della pena di morte nelle Filippine, la Chiesa ha ribadito la responsabilità dei legislatori a favore della vita e della dignità umana. I vescovi cattolici hanno protestato contro ogni tentativo di ripristinare la pena di morte.
"I legislatori hanno l'obbligo di opporsi a qualsiasi legge che attacca la vita umana", ha dichiarato Rodolfo Diamante, segretario generale della commissione per la pastorale carceraria.
di Gaetano Esposito*
Ristretti Orizzonti, 5 novembre 2019
I motivi per i quali la sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani è tanto discussa e travisata persino dagli addetti ai lavori hanno radici lontane. L'ergastolo non ha avuto la stessa sorte della pena di morte. L'abolizione della capitale è passata per una battaglia che ha visto schierate legioni di giuristi, filosofi, scrittori e intellettuali di varia estrazione. Nulla di tutto questo è avvenuto per l'ergastolo.
di Fabrizio Vanorio*
La Repubblica, 5 novembre 2019
La recente sentenza della Corte costituzionale non ha affatto "abolito" l'ergastolo o "aperto le porte" delle carceri ai boss mafiosi. A distanza di circa una settimana dalla sentenza della Corte costituzionale sul cosiddetto ergastolo ostativo, a sua volta preceduta dalla condanna del nostro Paese in sede europea da parte della Cedu con la sentenza Viola c. Italia del 13 giugno scorso, è forse possibile svolgere un'analisi più pacata sugli effetti concreti della decisione e su alcune questioni di fondo come il contrasto alle organizzazioni mafiose e la funzione della pena detentiva.
di Errico Novi
Il Dubbio, 5 novembre 2019
Il costituzionalista. "Se nel nostro ordinamento si può parlare di ergastolo, se ancora una simile pena esiste, è solo ed esclusivamente perché è possibile per il condannato la prospettiva di un ritorno in libertà. Senza l'accesso almeno potenziale a un esito indispensabile per attuare il fine rieducativo della pena, l'ergastolo sarebbe incostituzionale.
di Mario Chiavario
Avvenire, 5 novembre 2019
Bisogna leggere bene la sentenza della Consulta sull'ergastolo ostativo. Tanti magistrati criticano la Corte costituzionale per la sentenza che ha incrinato il regime dell'ergastolo "ostativo" cominciando ad ammettere che anche chi vi sia sottoposto possa fruire di permessi fuori dal carcere, pur se non abbia prestato una "collaborazione" per far scoprire altri delitti o altri delinquenti.
di Lorena Puccetti
cfnews.it, 5 novembre 2019
La mancata collaborazione con la giustizia non impedisce i permessi premio. La Corte costituzionale, il 23 ottobre 2019, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 4bis, primo comma, della Legge sull'ordinamento penitenziario (L. 354/1975), nella parte in cui impedisce che siano concessi i permessi premio ai condannati che non collaborino con la giustizia, anche se abbiano fornito prova di partecipazione al percorso rieducativo e siano stati acquisiti elementi tali da escludere l'attualità della partecipazione all'associazione criminosa.
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