di Paola Maria Zerman
Il Sole 24 Ore, 23 settembre 2019
In un contesto sempre più vario e dinamico, trovare il giusto equilibrio tra la tutela da infiltrazioni mafiose nell'economia e la libera iniziativa dei privati non è impegno di poco conto, per il legislatore prima, e per il giudice amministrativo poi, chiamato a sindacare la legittimità delle interdittive antimafia emanate dai Prefetti.
"Nella prevenzione antimafia lo Stato deve assumere almeno la stessa flessibilità nelle azioni e la stessa rapida adattabilità nei metodi, che le mafie dimostrano nel contesto attuale", ammonisce il Consiglio di Stato (sentenza 6105 del 5 settembre scorso), respingendo i dubbi di costituzionalità dell'interdittiva antimafia cosiddetta "generica", fondata cioè sull'ampio e non specificato potere di accertamento del prefetto di tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionare la scelta e gli indirizzi dell'impresa, in aggiunta alle ipotesi tipizzate dalla norma (articolo 84 comma 4 lettera d ed e rispetto alle lettere a, b, c ed f del decreto legislativo 159/2011, il Codice antimafia). Il continuo confronto tra Stato e anti-Stato richiede l'uso di strumenti idonei, al di là delle ipotesi previste specificamente dalla legge, a individuare le concrete modalità delle mafie di infiltrarsi nella gestione dell'attività economica del Paese.
Il potere dei Prefetti - La finalità di anticipazione della tutela del sostrato economico-sociale, che contrassegna l'interdittiva antimafia, svincola la potestà prefettizia dalle logiche penalistiche di accertamento "oltre ogni ragionevole dubbio", dovendo valutare il pericolo di inquinamento mafioso dell'impresa, sulla base del giudizio preventivo e discrezionale del "più probabile che non".
Ma il potere dei Prefetti non è arbitrio, né può instaurarsi un diritto della paura. Il pericolo di infiltrazione mafiosa non deve ridursi a un sospetto della Pa, ma ancorarsi a elementi di fatto specifici e condotte sintomatiche, che la stessa giurisprudenza amministrativa ha via via enucleato (ad esempio frequentazione o amicizia, tra amministratori o dipendenti dell'impresa, con membri della criminalità organizzata), con la precisazione che non costituiscono un numerus clausus, per consentire all'ordinamento di adattarsi alle mutevoli forme di infiltrazione.
Il vaglio del giudice amministrativo - In definitiva, i fatti rivelatori di un collegamento tra impresa e criminalità organizzata devono essere "concreti, univoci e rilevanti". Il sindacato del giudice amministrativo, a tutela dell'ordinamento democratico, è determinante per valutare la legittimità dell'interdittiva, sotto il profilo della coerenza, logicità e della gravità del quadro indiziario, posto alla base della valutazione prefettizia circa il concreto pericolo di infiltrazione mafiosa. L'attenzione della giurisprudenza ai limiti della discrezionalità prefettizia è giustificata dalla radicale incidenza dell'interdittiva sulla vita dell'impresa. Non solo, infatti, a quest'ultima sono preclusi la stipulazione o lo svolgimento di contratti con la pubblica amministrazione, ma l'interdittiva può anche comportare la revoca o comunque l'inibizione dell'attività privata soggetta ad autorizzazione o Scia.
Lo ha ribadito il Consiglio di Stato con la sentenza 6057 del 2 settembre, che ha ritenuto legittima la revoca di cinque segnalazioni certificate di inizio attività e la contestuale chiusura delle strutture alberghiere, per l'applicabilità della normativa antimafia anche alle autorizzazioni e alle attività liberalizzate soggette a Scia (argomento basato sull'articolo 89-bis del Codice antimafia, introdotto dal decreto legislativo 153/2014 e ritenuto legittimo dalla Corte costituzionale con la sentenza 4/2018). Uno strumento in più per garantire la sopravvivenza dell'impresa è ora offerto dall'istituto del controllo giudiziale dell'azienda (articolo 34-bis del Codice antimafia, introdotto dall'articolo 11 della legge 161/2017). In caso di agevolazione mafiosa solo occasionale, la nuova norma concede la possibilità di risanamento in tempi brevi dell'impresa, con conseguente sospensione degli effetti interdittivi.
di Michele Bocci
La Repubblica, 23 settembre 2019
Il Sindaco di San Gimignano: "penitenziario abbandonato a sé stesso". Non un caso solo, seppure grave, seppure degno di far ipotizzare alla procura di Siena il reato di tortura. Sarebbero anche altri gli episodi di violenze sui detenuti ad opera della polizia penitenziaria nel carcere di San Gimignano, che allungano un'ombra inquietante sulla struttura.
lavocedibolzano.it, 23 settembre 2019
In teoria tutte le persone hanno diritto alla libertà e a una vita autodeterminata. Ma in alcune situazioni, questo diritto è limitato. La forma più grave è quella della pena carceraria. Ci sono però anche alcuni momenti o situazioni nella vita in cui di fatto avviene o può avvenire una limitazione della nostra autodeterminazione: quando ad esempio siamo ricoverati in ospedale, o non siamo più autosufficienti, quando invecchiamo e siamo ospiti di una casa di riposo, quando non siamo (più) coscienti, quando abbiamo un disagio psichico o sociale e viviamo in un alloggio protetto, quando siamo ospiti in una struttura di accoglienza, ecc.
In Austria la difesa civica è responsabile del controllo del rispetto dei diritti umani nelle strutture in cui le persone vivono in una condizione di limitazione delle proprie libertà personali. Funziona così: la difesa civica nomina una commissione che effettua regolarmente delle visite a carceri, caserme, strutture psichiatriche, case di riposo, alloggi protetti, così come strutture in cui vivono persone con disabilità.
Scrivono a questo proposito i Verdi altoatesini che hanno presentato un disegno di legge apposito in consiglio provinciale a Bolzano: "Come ci ha raccontato l'ex difensore civico austriaco Dr. Günther Kräuter in un convegno organizzato nell'agosto 2016 dalla nostra difensora civica in Consiglio provinciale, nel corso di queste visite sono state constatate diverse situazioni in cui i diritti fondamentali venivano rispettati solo in parte.
Carenza di personale, turni, sovraccarico lavorativo, carenze organizzative, strutture antiquate sono solo alcuni dei motivi alla base del problema. Il fatto stesso però che tali visite vengano effettuate comporta una maggiore presa di coscienza rispetto alla problematica e un miglioramento generale della situazione, secondo Kräuter. In Italia e in Alto Adige la questione è regolata solo in parte dal punto di vista giuridico. Per quanto riguarda i diritti dell'infanzia esiste la garante per l'infanzia e l'adolescenza, la quale ha incarico per legge di controllare che vengano rispettati i diritti umani nei confronti dei minori.
Per i diritti fondamentali delle persone adulte che vivono in situazioni di libertà limitata invece non esiste alcuna prassi preventiva. La difensora civica sarebbe la figura predestinata al compito di controllare preventivamente il rispetto dei diritti umani, ma non ha ancora un mandato ufficiale. Questo disegno di legge vuole coprire il vuoto legislativo in materia".
I contenuti del disegno di legge:
Nella lista delle funzioni e degli incarichi del/la difensore/a civico/a viene inserito il compito di visitare regolarmente strutture come ospedali, case di riposo per anziani, case di cura, strutture di lunga degenza, alloggi protetti per persone con disagio psichico o diversamente abili, ecc. al fine di controllarle e di affiancarle.
Inoltre, la/il difensora/e civica/o può anche nominare delle commissioni indipendenti che accompagnino e supportino questa attività. Le strutture devono mettere a disposizione tutta la documentazione necessaria e al contempo la difesa civica deve avere riguardo per le esigenze delle varie strutture.
"Questo disegno di legge vuole essere un passo chiaro verso una maggiore sensibilizzazione per i diritti umani e il loro rispetto in ogni ambito, anche nella nostra Provincia. Perché anche quando ci troviamo in condizioni di libertà limitate, i diritti umani continuano a valere e abbiamo bisogno di istituzioni e persone che se ne prendano cura e ce lo ricordino", concludono i Gruene.
di Michele Bocci
La Repubblica, 23 settembre 2019
L'assistente capo è contrariato. Alle 10 di mattina di un lunedì del gennaio scorso deve recarsi a Firenze, al Dap, "per quei fatti che sono successi ad ottobre - rivela a un collega indagato come lui - Cioè, andare a perdere una giornata lavorativa per andare eventualmente a giustificare l'operato delle persone, per uno che bisognerebbe pigliare la tanica di benzina, buttargliela addosso e dargli fuoco".
di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 23 settembre 2019
Garanzie per i minori. Dai Centri scandinavi all'aula doc di Reggio. Dalle scandinave Barnahus, centri a misura di minore, alle stanze spagnole con tavoli bassi e giochi divisi per età fi no a Reggio Calabria dove il minore vittima di reato viene ascoltato una volta sola, insieme da tribunale e procura, per ridurne al minimo lo stress e la possibilità di intimidazione secondaria.
La Provincia Pavese, 23 settembre 2019
La scuola entra in carcere. Il primo ottobre si inaugura a Torre del Gallo la sezione alberghiera dell'istituto Cossa di Pavia. Il progetto, deliberato dalla giunta regionale lombarda, coinvolgerà 27 studenti detenuti. Con il Cossa salgono a tre gli istituti scolastici presenti all'interno del carcere di Pavia, dove c'è già il Cpia, per la scuola media e alfabetizzazione (livello 1 e livello 2), e l'istituto Volta (Ragioneria e Geometra).
"Parte integrante del corso sarà la formazione civica dello studente, perseguita anche attraverso il rispetto di codici comportamentali e procedurali previsti nelle pratiche professionali sui luoghi di lavoro, quali ad esempio il rigore nella pulizia e l'ordine come rispetto di sé e l'altro - spiega la direttrice del carcere Stefania D'Agostino -. Questo può avere un'alta valenza educativa nel processo di risocializzazione del detenuto. Il progetto è stato possibile grazie alla collaborazione con la dirigente del Cossa e dell'Area Trattamentale del nostro istituto".
"Aprire una sezione alberghiera nel Carcere di Pavia è per me una conferma del valore umano, educativo e sociale della scuola e della cultura - è il commento della dirigente del Cossa, Cristina Comini. Ho sempre creduto che la scuola sia per i ragazzi di oggi una delle poche certezze, capace di costruire progetti di vita e di generare sogni. La mia scuola vuole essere questo anche per i miei nuovi allievi del carcere anche perché l'indirizzo alberghiero può concretizzarsi per loro in un'opportunità di lavoro".
Le risorse sono però limitate. "Stiamo cercando di superare le difficoltà ma mancano libri, divise, attrezzature per il bar e la cucina - dice Comini. Confidiamo nell'aiuto di tutti, sia delle istituzioni che dei volontari disposti a collaborare". -
di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei
Il Sole 24 Ore, 23 settembre 2019
Aumentano gli stop delle prefetture alle imprese sospettate di infiltrazioni mafiose. Sono state infatti oltre 3.700 le interdittive emesse dai Prefetti negli ultimi quattro anni. Di queste, più di mille sono state adottate da gennaio a oggi: quattro al giorno. La crescita dei provvedimenti, rispetto al 2016, è a tre cifre: +185 per cento.
Regolate dal Codice antimafia del 2011, le interdittive sono uno strumento di prevenzione amministrativa di competenza del Prefetto, introdotto per impedire che la mafia e, in generale, la criminalità organizzata penetrino all'interno dell'economia legale. All'impresa colpita è vietato avere qualsiasi rapporto con la Pa, dalla partecipazione agli appalti alla percezione di fondi o contributi, fino alle autorizzazioni commerciali. Anzi: vengono meno anche le licenze già esistenti.
Come funziona - Il controllo del Prefetto scatta nel momento in cui un'impresa, che entra in contatto con la pubblica amministrazione, ad esempio per un contratto di appalto o per ottenere un'autorizzazione, risulta "sospetta": una prima valutazione che le Pa fanno consultando la Banca dati unica antimafia, che censisce le situazioni delle imprese.
Le Prefetture conducono un'istruttoria - spesso lunga mesi - che mette sotto la lente vari aspetti: dalla parentela di amministratori o dipendenti con famiglie criminali ai rapporti economici, fino ai possibili condizionamenti. Attenzione però: un'interdittiva è un provvedimento amministrativo che non si basa sulla certezza dell'infiltrazione mafiosa (che si deve invece raggiungere per la condanna penale), ma su una valutazione probabilistica fondata su elementi di fatto specifici, concreti e rilevanti. Si tratta comunque di un provvedimento potente, che secondo gli avvocati dovrebbe avere carattere eccezionale: "È uno strumento micidiale più efficace della sanzione penale che andrebbe quindi portato sotto il controllo della giurisdizione", dice Gian Domenico Caiazza, presidente dell'Unione Camere penali.
Territori e settori - La maggior parte delle interdittive emesse dal 2016 a oggi, secondo i dati forniti dal ministero dell'Interno, si concentra nelle regioni tradizionalmente più colpite dalle mafie. Infatti, più del 57% (2.174) sono state emesse in Calabria (909 interdittive in quattro anni), Sicilia (655) e Campania (610). Ma sono elevati anche i numeri delle regioni del Nord, in particolare Lombardia (263 provvedimenti), Emilia Romagna (234), e Piemonte (216).
Delle 3.700 interdittive emesse dal 2016 ad oggi, sono poco più di duemila quelle che hanno toccato aziende coinvolte in appalti pubblici. Le altre hanno riguardato imprese che non lavorano direttamente con la Pa, come ad esempio ristoranti, bar e pizzerie.
Il dato emerge mettendo a confronto i numeri totali delle interdittive forniti dal ministero dell'Interno con quelli dell'Anac, l'Autorità anticorruzione, che censisce solo le aziende che possono partecipare a gare pubbliche. Ma questa forbice non è stata sempre uguale: negli anni si è costantemente allargata (nel 2016 gli operatori colpiti che non partecipavano a gare erano un centinaio mentre nel 2019 quasi mille) a dimostrazione sia della maggiore attenzione di prefetture, autorità giudiziarie e enti pubblici, ma anche di una capacità di penetrazione delle mafie nell'economia che è andata via via oltre il comparto per tradizione più esposto, cioè quello dei contratti pubblici.
Le ragioni del boom - Sono tanti i fattori che hanno contribuito all'aumento delle interdittive. Intanto, il rodaggio del nuovo strumento: nel 2014, nel Codice antimafia è stato introdotto l'articolo 89-bis che permette al Prefetto di adottare un'"informazione antimafia interdittiva" quando accerta "la sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa". Si tratta di una formulazione che lascia più spazio a una valutazione discrezionale rispetto ai criteri previsti per la "comunicazione interdittiva".
Dopo un primo periodo, le Prefetture hanno iniziato a usare meglio lo strumento, anche collaborando con la Pa e le Procure. La Prefettura di Milano, ad esempio, ha sottoscritto un accordo con il Comune per migliorare le sinergie contro le infiltrazioni mafiose. Inoltre, "in questi anni sono aumentate le richieste di documentazione antimafia - spiega il Prefetto di Palermo, Antonella De Miro -, sia per una maggiore attenzione delle pubbliche amministrazioni, sia perché è cresciuta la casistica delle attività per cui è obbligatoria la certificazione antimafia".
A confronto con le richieste, le risposte "interdittive" rappresentano una percentuale minima: nei primi sei mesi del 2019 a Palermo le richieste sono state più di 7mila e le interdittive 33, mentre a Torino a fronte di 9.300 istanze le interdittive sono state otto. Stesso discorso a Bologna dove, dal 2013 a oggi, le richieste di documentazione antimafia e le istanze white list sono state quasi 80mila, mentre i provvedimenti adottati 76.
Le conferme dei giudici amministrativi - Le aziende colpite da interdittiva possono impugnare il provvedimento di fronte a Tar e Consiglio di Stato. Ma in questi anni i provvedimenti adottati dalle prefetture sono stati in larga parte confermati dai giudici sia di primo sia di secondo grado.
Corriere Romagna, 23 settembre 2019
Il giorno dopo i funerali che si sono tenuti nel Cervese la donna chiede maggior attenzione per chi in attesa dì giudizio vorrebbe entrare in comunità. "Mio figlio ce l'aveva quasi fatta ad uscire dal suo tunnel, ma lui come altri giovani sono spesso abbandonati da una burocrazia lenta e disinteressata". È solo uno dei passaggi più duri e commoventi del messaggio che arriva dalla madre del 23enne morto suicida nel carcere di Ravenna pochi giorni fa.
Un messaggio che ora la donna, nonostante il dolore indicibile che sta vivendo, ci tiene a rendere pubblico. Parole che vorrebbero essere una sorta di monito, ma anche sensibilizzare l'opinione pubblica sulle condizioni di tanti altri detenuti nelle carceri italiane. In carcere da agosto G. - che il prossimo ottobre avrebbe compiuto 24 anni - era in carcere dal 19 agosto scorso, quando era stato arrestato per avere rubato un borsello a un altro giovane. In quei giorni, però, era stato raggiunto anche da una ordinanza di custodia cautelare per stalking in seguito alla denuncia sporta dalla ex.
Per entrambi gli episodi era stato chiesto il giudizio immediato. Lui però in quei giorni attendeva un altro responso: quello della comunità di recupero in cui scontare ai domiciliari una misura cautelare più morbida, magari in grado di portarlo fuori dal tunnel della tossicodipendenza. Un responso che purtroppo non ha fatto in tempo ad arrivare. Ieri nel Cervese, dove era cresciuto, si sono tenuti i funerali.
"Vorrei che la morte di mio figlio non sia vana - dice ora la madre - ma serva come presa di coscienza per qualcuno. Chi mi conosce sa quanto abbiamo lottato affinché venisse fuori dal tunnel malefico in cui era entrato ed eravamo già arrivati al primo traguardo, quello del recupero. La sua e la nostra sofferenza ci aveva premiato.
A noi non ci è mai importato del giudizio degli altri, di chi non poteva capire il disagio, di chi si sentiva in potere di giudicare; questo lo può fare solo Dio. Noi - aggiunge - siamo solo autorizzati ad aiutare chi è in difficoltà e non certo ad affondarli". E qui la madre di G. lancia il suo appello: "Le istituzioni non devono abbandonare questi giovani, fragili e sensibili, la burocrazia non sia lenta e disinteressata".
Poi parole commoventi per il figlio che non c'è più: "I genitori hanno il compito di stare vicino ai propri figli, di guidarli e di amarli tutta la vita, ma l'amore verso un figlio è eterno e va oltre la morte. Ringrazio con tutto il mio cuore chi ha combattuto e combatte con noi questa battaglia; in modo particolare le forze dell'ordine, il pm Cristina D'Aniello i detenuti di Port'Aurea per la loro solidarietà". Dopo che la notizia della morte di G. si era diffusa in carcere, i detenuti decisero infatti di rifiutare il cibo in segno di vicinanza al compagno scomparso.
"Una corda fatta con le lenzuola quando era solo"
Il drammatico episodio risale alla tarda mattinata di lunedì scorso. Quel giorno il ragazzo, detenuto nel carcere di Port'Aurea, avrebbe atteso le 11, orario in cui era prevista la cosiddetta "osservazione dinamica". In quel momento era da solo, il compagno di cella si era allontanato, così lui ne ha approfittato per prendere le lenzuola e creare un cappio. Quando gli agenti della polizia penitenziaria lo hanno trovato era già privo di coscienza.
I tentativi di rianimarlo sono iniziati immediatamente, mentre nel frattempo è stata inoltrata la richiesta di soccorso al 118. Un intervento tempestivo, quello del personale del carcere, tant'è che quando i sanitari sono entrati nella casa circondariale il ragazzo era vivo.
I tentativi di rianimazione sono proseguiti per diversi minuti, finché il 24enne è stato caricato sull'ambulanza e portato in gravissime condizioni al "Santa Maria delle Croci". Qui è arrivato ormai in fin di vita, lasciando solo il tempo per gli ultimi disperati tentativi di rianimazione, prima di arrendersi e dichiarare il decesso.
di Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 23 settembre 2019
Oggi, per la prima volta dopo l'elezione di Ursula von der Leyen e la nascita del "Conte 2", a la Valletta si riuniscono i ministri dell'Interno europei. Al suo esordio sulla scena internazionale, la titolare del Viminale Luciana Lamorgese arriverà con una lista di priorità che al primo punto ha la redistribuzione preventiva dei migranti.
La fotografia della barca a vela giunta due notti fa a Crotone con 58 pachistani a bordo è l'immagine più efficace per comprendere quanto sta accadendo. Perché da mesi, mentre il governo guidato da Matteo Salvini portava avanti la sua sfida contro le Ong, barchini e gommoni scaricavano sulle spiagge migliaia di stranieri disposti a tutto pur di entrare in Europa. Il loro numero è stato certamente inferiore a quello degli anni scorsi, gli arrivi non rappresentano in alcun modo un'emergenza. Però è inutile illudersi: nulla arresterà i flussi migratori. Le dimensioni del fenomeno dipenderanno dalle condizioni di vita nei Paesi di origine e soprattutto dalla possibilità di creare una situazione stabile in Libia, ma in ogni caso non si potranno fermare gli sbarchi.
Ecco perché bisogna trovare il modo di governare il fenomeno anziché subirlo. E bisogna farlo mettendo da parte gli egoismi. L'esame dei dati relativi agli ultimi anni dimostra che solo una parte di migranti approdati in Italia vuole rimanere. Gli altri hanno l'obiettivo di raggiungere quegli Stati del Vecchio continente dove già vivono i loro familiari, dove sia possibile cercare un lavoro stabile e così immaginare di potersi costruire un futuro. Nell'ultima settimana i leader europei e in particolare la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen hanno assicurato che il governo guidato da Giuseppe Conte non sarà lasciato solo, hanno parlato di una strategia comune, di un piano di interventi per "cambiare passo".
Dopo l'approccio salviniano dell'uno contro tutti, era abbastanza scontato che una politica più moderata come quella proposta dal nuovo esecutivo avrebbe fatto breccia a Bruxelles. Ma purtroppo la storia, anche recente, insegna che in questa materia passare dalle parole ai fatti è sempre molto difficile. Appena quattro anni fa, dopo i naufragi che causarono centinaia di morti nel canale di Sicilia, i leader europei giunsero a Lampedusa e di fronte alle telecamere pronunciarono le stesse promesse, si impegnarono a ricollocare i migranti giunti in Italia e Grecia in base a una divisione per quote. Quel piano fu un fallimento. La maggior parte degli Stati che avevano assicurato di voler aderire e collaborare si tirò indietro. Moltissimi stranieri vivono ancora qui, senza nessuna speranza di essere regolarizzati ma con la certezza di non essere rimpatriati.
La stessa cosa è accaduta dopo l'emozione suscitata in tutto il mondo dal ritrovamento del corpicino di Alan Kurdi sulla spiaggia di Bodrum. Ci sono state manifestazioni di massimo impegno e invece spesso è prevalsa l'indifferenza nei confronti di queste famiglie disperate. Oggi, per la prima volta dopo l'elezione di Ursula von der Leyen e la nascita del "Conte 2", a la Valletta si riuniscono i ministri dell'Interno europei. Al suo esordio sulla scena internazionale, la titolare del Viminale Luciana Lamorgese arriverà con una lista di priorità che al primo punto ha la redistribuzione preventiva dei migranti presi a bordo dalle navi delle Ong e portati a Malta o in Italia. Non solo.
Conte e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio insistono sulla necessità che tutto ciò avvenga sulla base di quote prefissate e il presidente del Parlamento europeo David Sassoli ha ben spiegato come sia necessario prevedere sanzioni per quegli Stati che non vogliono collaborare alla divisione. Tra i temi discussi nei giorni scorsi, durante i bilaterali con Francia e Germania, è stata evidenziata la necessità di stilare una lista di porti europei che a rotazione possano gestire lo sbarco delle navi. Entro 48 ore si scoprirà se esiste una volontà di gestire il tema dei migranti a livello europeo o se invece le ultime dichiarazioni pubbliche dei leader siano soltanto manifestazioni di buone intenzioni. La riunione dei ministri sarà la sede per comprendere se questa volta si vuole davvero passare dalle parole ai fatti.
È il primo incontro dall'elezione di von der Leyen, sarebbe assurdo credere che basti una riunione a chiudere l'accordo. Ma si tratta comunque di un banco di prova fondamentale. Se anche questa volta le promesse dovessero rimanere tali, a perdere non sarà soltanto il governo italiano, ma i nuovi leader europei che hanno assicurato di voler mettere in minoranza sovranisti e populisti grazie a una politica fatta di risultati concreti. Ecco perché questa volta non si può sbagliare.
di Serena Guzzone
strettoweb.com, 23 settembre 2019
L'ufficio del Garante Metropolitano di Reggio Calabria per i diritti dei detenuti, rappresentato dal Garante dott. Paolo Praticò e dagli Avvocati penalisti Giovanni Montalto, Giuseppe Gentile e Maria Cristina Arfuso, ha iniziato la propria attività, avviando i colloqui conoscitivi nelle inizialmente presso le strutture di San Pietro e Arghillà.
"Numerose richieste di colloquio- si legge in una nota- sono state presentate dai detenuti e successivamente esaminate cinque, segnalando a chi di competenza le problematiche inerenti il diritto alla salute di alcuni e la possibilità di colloqui telefonici di altri che per motivi logistici (distanza dai familiari residenti all'estero) non possono incontrare personalmente.
Gli incontri con i detenuti degli Istituti "Pansera" avranno cadenza quindicinale e l'Ufficio del Garante mira in breve tempo di ascoltare tutti quelli che richiedono l' intervento del predetto Ufficio, fornendo, ove possibile, riscontri positivi. Proseguono anche le visite anche negli Istituti della provincia, oggi area metropolitana. Venerdì 20 settembre l'Ufficio del Garante Metropolitano si è recato nella Casa Circondariale di Locri.
I rappresentanti dell'Ufficio sono stati accolti e guidati nella visita dalla direttrice dott.ssa Patrizia Delfino accompagnata dal comandante della polizia penitenziaria dott.ssa Giuseppina Crea e dall'ispettore Zucco Benedetto, nonché dalle educatrici dott.ssa Marika Foti e dott.ssa Valeriani Maria.
Il carcere di Locri è stata una piacevole sorpresa per efficienza e finalità rieducative atte al reinserimento nella vita civile dei detenuti che vi sono ristretti. Ed infatti all'interno dello stesso sono attivi diversi laboratori artigianali e artistici e si è potuto ammirare ad esempio lavori dei fabbri ferrai che riciclano vecchie brandine in ferro, ricavandone artistiche panchine da destinare ai parchi pubblici che ne fanno richiesta o ad altri istituti penitenziari di ogni parte d'Italia, la falegnameria, i corsi di pittura e di informatica.
Tutto questo è merito dei detenuti che vi sono ristretti ma, anche è soprattutto degli operatori con la direttrice in testa che gestiscono in maniera egregia, personalità non certo semplici da gestire.
Per concludere, c'è da sottolineare un aspetto che personalmente ha molto colpito il Garante, e cioè il silenzio, per chi non lo sapesse la cosa che colpisce e disturba maggiormente i detenuti, perché ricorda loro costantemente il luogo nel quale si trovano, il rumore metallico delle porte blindate che si chiudono delle chiavi che girano e della "battittura" di sicurezza che gli agenti effettuano nelle sbarre per verificarne la compattezza.
Ebbene a Locri il Garante ha potuto "ascoltare" un silenzio quasi mistico e la stessa direttrice su tale aspetto ha riferito che la struttura carceraria all'origine era un convento, facendo venire in mente al Garante il famoso motto dei monaci "Ora et Labora". Ci si augura che venga rafforzato il presidio sanitario presso il carcere di Locri, così come già più volte richiesto".
L'Ufficio del Garante Metropolitano per i diritti dei detenuti è in attesa che il Comune assegni allo stesso un immobile da utilizzare come centro di ascolto, come poliambulatorio specialistico e ove possibile i laboratori artigiani esterni.
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