di Alberto Negri
Il Manifesto, 22 settembre 2019
Trump non può lamentarsi troppo dei suoi alleati visto che appena diventato presidente, ha firmato forniture di armi per 100 miliardi di dollari con Riad. La puzza di bruciato del petrolio saudita è arrivata a ogni piano dell'establishment americano, dalla Casa bianca, al Congresso, ai media. La questione non è soltanto cosa fare con l'Iran ma anche con l'Arabia Saudita e un apparato bellico e geopolitico che ha subito un'autentica e costosa beffa nel cuore del barile. "Non siamo i mercenari dei sauditi", scrive il New York Times, mentre si soppesano le opzioni di risposta ricordando una famosa frase di Trump del 2014 durante la presidenza Obama: "L'Arabia Saudita dovrebbe fare da sola le sue guerre o pagarci un'enorme fortuna per proteggerla".
Ma Trump oggi non può lamentarsi troppo dei suoi alleati del Golfo visto che appena diventato presidente, prima di stracciare l'accordo del 2015 sul nucleare con l'Iran e imporre sanzioni a Teheran - la vera causa della crisi attuale - ha firmato forniture di armi per 100 miliardi di dollari con Riad, grande cliente anche dei francesi, che infatti sono subito accorsi al capezzale dei Saud.
La figuraccia in questa vicenda non la fanno soltanto i sauditi, incapaci di proteggere le loro istallazioni, ma anche americani e europei che hanno riempito di armi - forse inutili - una monarchia che in Yemen, pur massacrando i civili a tutto spiano, sta perdendo la guerra contro i ribelli Houthi filo-iraniani. Al punto che persino gli Emirati Arabi si stanno sganciando e preferirebbero arrivare a una divisione del Paese e a un accordo con gli iraniani. Questa volta costituire una "coalizione di volenterosi" per fare la guerra agli ayatollah è complicato: lo ha intuito anche Mike Pompeo.
La figuraccia è ancora più barbina (e sospetta) se si pensa alle basi americane in Qatar, in Iraq, alla flotta statunitense nel Bahrein, agli aerei, ai satelliti: insomma l'audace colpo dei soliti noti o ignoti ha beffato gli Usa e un nugolo di potenze dotate di tecnologie miliardarie. Suonano così assai ironiche le parole di Putin che consiglia ai sauditi di acquistare il suo sistema anti-missilistico "che - sottolinea - abbiamo già venduto a turchi e iraniani". E aggiungiamo: che è schierato pure in Siria nella basi della Russia, alleata dell'Iran nel sostegno ad Assad.
Un uomo dalla memoria corta il presidente americano. Forse è all'oscuro che i sauditi hanno già pagato alcune guerre condotte dagli americani e dai loro proxy per conto delle monarchie del Golfo. Gli emiri versarono in otto anni di conflitto contro l'Iran circa 50 miliardi di dollari a Saddam, che, strangolato dai debiti, finì per invadere nel '90 il Kuwait. Ma soprattutto i sauditi hanno pagato i conti per la liberazione dell'Emirato degli Al Sabah costata 60 miliardi di dollari: Riad versò 16 miliardi agli Usa, il Kuwait la stessa cifra e la Germania 6,4, persino più del Giappone. La questione è che vengono al pettine i nodi strategici di 70 anni fino all'attuale destabilizzazione innescata dagli americani e dai loro alleati. Prima ancora della fine della seconda guerra, appena dopo il patto di Yalta con Stalin e Churchill, il 14 febbraio 1945, Roosevelt e il sovrano Ibn Saud, stringono un accordo fondamentale per il Medio Oriente: petrolio in cambio della protezione americana del regno.
La politica mediorientale americana comincia così, a bordo dell'incrociatore Quincy ormeggiato nel canale di Suez. Israele non è ancora nato e Roosevelt si impegna con il sovrano saudita a non favorire l'emigrazione ebraica in Palestina. L'altro pilastro americano nella regione, oltre alla Turchia che entrerà nella Nato nel '53, era l'Iran dello Shah: è qui che avviene il primo episodio della guerra fredda quando gli americani esigono il ritiro dei sovietici dall'Azerbaijan iraniano dove era nata una repubblica comunista. La strategia Usa di contenimento dell'Unione sovietica sul fronte Sud poggiava su Turchia, Iran e Arabia Saudita, con la prima a sorvegliare gli stretti sul Mar Nero, la seconda a presidiare le frontiere a Sud dell'Urss e la terza a garantire i rifornimenti petroliferi in dollari.
Quello tra Stati uniti e Arabia saudita è stato, finora, uno dei più redditizi rapporti di alleanza degli americani che sfruttarono le risorse saudite per armare contro l'Urss mujaheddin e jihadisti in Afghanistan. Così solido che quando, con la guerra araba dello Yom Kippur del 1973 a Israele, fu decretato l'embargo petrolifero, con un aumento del 400% dei prezzi del greggio, gli americani continuarono segretamente a rifornirsi dalla saudita Aramco.
Del resto l'Aramco l'avevano fondata loro, così come Washington aveva insediato la Banca centrale saudita con il compito di comprare i Bond Usa prima ancora dell'apertura dell'asta pubblica. Cosa che avviene ancora adesso. Dopo abbiamo scoperto che quella guerra servì agli Usa di Nixon e Kissinger a provocare un aumento vertiginoso del petrolio per rafforzare il dollaro che tendeva a svalutarsi in seguito allo sganciamento dall'oro deciso nell'agosto 1971 con il ripudio degli accordi di Bretton Woods. Era questo, allora, l'audace colpo dei soliti noti che governano le fortune del mondo. Se questa volta ci sarà o meno una guerra all'Iran dipenderà anche dai conti in tasca che si faranno i protagonisti. Ecco perché dai piani alti scende puzza di bruciato.
L'Osservatore Romano, 22 settembre 2019
Il giovane era stato catturato dalla Guardia costiera di Tripoli. Tra le tante storie drammatiche che accompagnano la questione delle migrazioni spicca oggi quella di un migrante sudanese che è stato freddato a colpi d'arma da fuoco dalle guardie del centro di detenzione in Libia da dove stava cercando di scappare: lo stavano rinchiudendo nel centro dopo che l'imbarcazione sulla quale aveva tentato la traversata verso l'Europa era stata intercettata e dirottata dalla Guardia costiera libica.
È indignata la reazione dell'Ue e dell'Organizzazione internazionale per i migranti (Oim). L'Unione europea ha espresso "ferma condanna" per quanto accaduto, sottolineando che è "inaccettabile che vengano sparati colpi di arma di fuoco contro civili disarmati". Giovedì, secondo la ricostruzione dell'Oim, nel punto di sbarco erano appena arrivati 103 migranti, tra i quasi 300 che la Guardia costiera libica aveva riportato a terra in cinque giorni.
I migranti hanno opposto resistenza al trasferimento nei Centri di detenzione. Un gruppo di uomini armati ha aperto il fuoco dopo un tentativo di fuga, colpendo il cittadino sudanese. Raggiunto allo stomaco, non ce l'ha fatta a sopravvivere nonostante l'intervento dei medici dell'Organizzazione per le migrazioni (Oim).
"L'uso di armi da fuoco contro civili inermi è inaccettabile in ogni circostanza", ha detto il portavoce dell'Oim, Leonard Doyle. Per l'agenzia Onu, la morte del migrante sudanese è un "severo promemoria delle gravi condizioni in cui si trovano i migranti raccolti dalla Guardia costiera libica dopo aver pagato trafficanti per essere portati in Europa, solo per poi ritrovarsi nei centri di detenzione". Commissione Ue e Onu chiedono alle autorità libiche di condurre una "inchiesta approfondita" e di "fare in modo che simili incidenti non si verifichino più".
La portavoce Ue ha sottolineato che in Libia "la situazione non è cambiata recentemente" e l'Ue continua a lavorare per "la chiusura dei centri e per mettere in piedi strutture che siano in linea con gli standard internazionali". Secondo le stime delle organizzazioni internazionali sarebbero ancora migliaia le persone migranti detenute nei centri libici.
L'Espresso, 22 settembre 2019
Il conflitto nella penisola araba ha le sue radici nel 2011 ed è ancora oggi in corso. E tocca interessi economici e geostrategici con molti protagonisti: a cominciare da Riad e Teheran. La guerra yemenita ha radici nella primavera araba del 2011, quando i manifestanti scesero in piazza, rivendicando democrazia e riforme contro il presidente Ali Abdullah Saleh e chiedendo le dimissioni del suo trentennale governo. Saleh concesse parziali riforme economiche ma rifiutò di dimettersi, trasferendo i poteri al vicepresidente Abd Rabbu Mansour Hadi e aprendo la strada alle elezioni del febbraio 2012.
I tentativi di riforme costituzionali proposti da Hadi furono ostacolati dai ribelli Houti, appartenenti a un ramo dell'Islam sciita noto come Zaydista e sostenuti militarmente dall'Iran. Le speranze di quella che era sembrata una storia di successo della primavera araba sono svanite velocemente. L'inefficacia del governo di Hadi, l'economia in ginocchio e la corruzione endemica hanno portato gli Houti a guadagnare sempre più potere, fino a occupare la capitale, costringendo Hadi a fuggire in Arabia Saudita.
L'occupazione della capitale da parte degli Houti, sciiti, ha scatenato nel Golfo il timore per l'espansione dell'influenza iraniana sui loro confini. L'Arabia Saudita nel marzo 2015 ha risposto lanciando un intervento militare (riunendo una coalizione di nove paesi) sotto la guida dell'allora ministro della difesa, poi nominato principe ereditario Mohamed Bin Salman, per estromettere gli Houti e ripristinare il governo dell'ex presidente Hadi. La coalizione ha scatenato un'intensa campagna aerea, insieme a un paralizzante blocco marittimo e aereo che ha portato lo Yemen sull'orlo della carestia.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno guidato l'offensiva di terra con una forza messa insieme da mercenari, combattenti sudanesi janjaweed e milizie yemenite e gli Stati Uniti hanno fornito supporto logistico, e rifornimento in volo, accelerando le consegne di armi sia in Arabia Saudita che negli Emirati Arabi Uniti. L'intervento, nelle intenzioni della coalizione, avrebbe dovuto concludersi in qualche mese, ma è in stallo ormai da anni.
Gli Houti detengono gran parte delle province occidentali del paese, tra cui Sana'a, e gli altopiani vicino al confine saudita, nonché una parte della costa del Mar Rosso dello Yemen. A dicembre gli Houti e il governo yemenita hanno firmato un accordo di pace sostenuto dalle Nazioni Unite a Stoccolma che avrebbe dovuto essere la svolta che avrebbe avuto inizio con un ritiro congiunto delle truppe da Hodeidah, il porto più strategico dello Yemen e la linea di vita dell'approvvigionamento.
La coalizione saudita imputa agli Houti l'utilizzo di Hodeidah per controllare i flussi di aiuti e il contrabbando di armi. E entrambi si accusano di violare gli accordi di cessate il fuoco. A giugno, gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato un abbattimento delle forze militari degli Emirati intorno a Hodeidah come parte di una "misura di rafforzamento della fiducia" unilaterale per dare il via al processo di pace in stallo. Ad agosto i separatisti del Sud, Southern Transitional Council (STC) altro attore del conflitto, sostenuti e addestrati dagli Emirati, hanno occupato alcune basi militari ad Aden. La guerra ha rianimato vecchie tensioni tra il nord e il sud dello Yemen, paesi precedentemente separati che si sono uniti in un unico stato nel 1990.
L'obiettivo dei separatisti è infatti quello di fare di Aden la capitale di uno Stato indipendente dallo Yemen. Fino a pochi mesi fa, il Consiglio era alleato dei miliziani fedeli al presidente Abd Rabbo Mansur Hadi, contro il nemico comune: i ribelli sciiti Huti.
Con l'occupazione delle basi e il conseguente bombardamento da parte della coalizione guidata dall'Arabia Saudita, si è creata una profonda crepa nell'alleanza sunnita, che sottolinea gli interessi contrapposti di Arabia Saudita e Emirati nell'area e rende più difficile per la coalizione indebolire la presa degli Houti che detengono Sana'a e la maggior parte dei popolosi centri urbani. La settimana scorsa un gruppo di droni ha colpito due stabilimenti della Aramco, l'azienda statale saudita di idrocarburi, uno a Abqaiq, l'altro a Dhahran. Si tratta di due impianti altamente strategici, asset fondamentale degli introiti sauditi.
L'attacco è stato rivendicato dal portavoce militare degli Houti. Secondo un'indagine della Cnn gli ordigni sarebbero partiti da una base iraniana per poi volare sopra il Kuwait. Subito dopo l'attacco il segretario di stato americano Pompeo aveva accusato l'Iran minacciando dure conseguenze. Il costo del petrolio ha subito un'impennata, e le tensioni di questi giorni si aggiungono a quelle vissute nel golfo a giugno, dopo gli attacchi alle petroliere. Azioni di cui sia i sauditi che il governo statunitense avevano accusato l'Iran. La guerra yemenita potrebbe, dunque, subire una nuova escalation militare, a danno della già esausta popolazione civile, diventando ancor di più terreno di scontro al centro dell'accordo sul nucleare Usa-Iran e delle agende iraniane e saudite sul golfo.
La Repubblica, 21 settembre 2019
L'ad Rai Salini: "Fare chiarezza sulla vicenda". Il conduttore di "Porta a Porta" aveva detto "se avesse voluto, l'avrebbe uccisa". Il numero uno di viale Mazzini: "Condivido la forte contrarietà suscitata dai toni dell'intervista".
"Le luci, la concitazione, il pubblico, i tempi velocissimi mi hanno frastornato in modo tale da impedirmi di capire ciò che era appena successo, ma ora a mente più fredda dichiaro di sentirmi profondamente offesa dal tono e dai modi usati da Bruno Vespa nel corso della trasmissione Porta a porta. Mi sento offesa anche a nome di tutte le donne che non sono state "fortunate" come me", ha dichiarato Lucia Panigalli, la donna vittima di violenza che è stata intervistata a Porta a porta nella puntata di martedì 17 settembre.
Un'intervista che ha subito sollevato molte critiche per le parole del giornalista: "È fortunata, perché è sopravvissuta, tante donne vengono uccise". E ancora: "Se avesse voluto ucciderla l'avrebbe uccisa". Affermazioni che oggi hanno visto la dura presa di posizione anche dell'ad Rai Fabrizio Salini, che ha sottolineato come l'azienda "considera la difesa e la tutela dei diritti delle donne un principio imprescindibile e indiscutibile della Rai, su cui non sono mai tollerabili equivoci".
Lucia Panigalli ha poi chiarito che desidera dissociarsi "da quanto apprendo che avrebbe dichiarato uno dei miei legali, fermo restando che ringrazio l'Azienda Rai per l'attenzione che da sempre riserva al mio caso", ha detto la donna, vittima di un primo tentato omicidio per cui l'ex compagno venne condannato e poi di un secondo episodio, per cui l'uomo è stato invece assolto: un altro tentato omicidio, ordinato dal carcere di Ferrara in cui era detenuto.
Dopo l'intervista rilasciata a "Porta a Porta", ha spiegato, "nell'immediato non sono riuscita a capire cosa mi aveva tanto infastidita. E solo in seguito ho realizzato che non mi sono state poste le domande che mi aspettavo dopo i lunghi colloqui con la redazione. Viceversa - ha precisato la donna - mi è stato chiesto di rivivere le fasi più truci dell'aggressione subita, senza quasi darmi modo di spiegare il motivo vero per cui mi trovavo in quello studio e senza che si cogliesse l'estrema drammaticità di quanto patito".
L'intervista aveva scatenato già ieri la prima ondata di polemiche. "Condivido la forte contrarietà suscitata dai toni dell'intervista realizzata da Bruno Vespa alla signora Lucia Panigalli - ha detto oggi l'ad Rai Fabrizio Salini, spiegando che l'azienda "considera la difesa e la tutela dei diritti delle donne un principio imprescindibile e indiscutibile della Rai, su cui non sono mai tollerabili equivoci. Assicuro che saranno svolti tutti gli approfondimenti necessari per fare chiarezza sulla vicenda".
"Prendo atto - ha detto ancora Salini - che lo stesso Vespa si è scusato per gli equivoci. Ribadisco che la Rai e tutte le sue strutture - a cominciare da Porta a Porta - devono aderire alla linea editoriale dell'azienda che condanna fermamente la violenza - di qualsiasi natura, in ogni forma e modo".
Sempre oggi è arrivata la condanna delle Cpo (le Commissioni pari opportunità): quella della Federazione nazionale della stampa, che insieme all'Usigrai si è chiesta "come sia possibile, alla luce del ruolo che la Rai svolge al servizio delle cittadine e dei cittadini, che possa venire tollerata una tale, distorta, tossica rappresentazione della violenza contro le donne". A loro avviso l'intervista è stata "in palese violazione non soltanto delle norme deontologiche e del Manifesto di Venezia, ma del contratto di servizio".
La vicenda è finita sul tavolo dell'Ordine dei giornalisti e la Cpo dell'Ordine ha spiegato che "Bruno Vespa, in seguito a un regolare esposto al Consiglio di disciplina inoltrato al consiglio territoriale del Lazio dall'Ordine nazionale in seguito alla segnalazione di una privata cittadina, sarà sottoposto al rituale procedimento disciplinare concluso il quale seguirà il pronunciamento". Una denuncia all'Ordine e anche alla Rai arriva dalla Cpo dell'Associazione stampa romana, secondo la quale il conduttore ha violato il Testo Unico dei Giornalisti e il Codice Etico Rai.
Ma anche la politica critica quanto accaduto. "Su temi così delicati e sulla sofferenza delle persone, tutti coloro che svolgono il difficile compito di informare devono avere la massima attenzione e delicatezza", ha detto la vicepresidente M5s della Camera, Maria Edera Spadoni, che ha annunciato "una personale segnalazione all'Agcom".
Vespa ha replicato alla bordata di polemiche. "Mi sono dimesso il 23 gennaio 2016 dalla Federazione nazionale della stampa per il carattere violento, pretestuoso e settario delle sue polemiche nei miei confronti. Il mio giudizio si rafforza alla luce dell'incredibile dichiarazione di oggi. Credo sia la prima volta in assoluto che un giornalista viene criminalizzato a causa di una trasmissione per la quale viene al tempo stesso ringraziato dall'avvocato della sua presunta vittima".
E poi alla vittima ha detto: "Alla fine della trasmissione e prima della dichiarazione del suo avvocato, la signora Panigalli mi ha ringraziato con molta cordialità. Successivamente alla nostra collega che la ringraziava al telefono per la partecipazione, ha risposto testualmente: 'Sono io che ringrazio voi'. Se a 24 ore di distanza ha ritenuto di smentire se stessa e il proprio avvocato dicendo di essere frastornata e di non aver capito quanto era accaduto in studio, è facile immaginare una strumentalizzazione ai suoi danni".
federugby.it, 21 settembre 2019
La stagione dente dai detenuti degli istituti di detenzione dei capoluoghi di Piemonte ed Emilia-Romagna, le due Società rappresentano la massima espressione del progetto "Rugby oltre le sbarre" che ha nella Federazione Italiana Rugby e nel Dipartimento di Polizia Penitenziaria i principali promotori e portatori d'interesse. Sviluppato nel corso delle ultime stagioni sulla scorta dell'esperienza positiva di Drola e Giallo Dozza, il progetto "Rugby oltre le sbarre", sostenuto dal protocollo sottoscritto tra Fir e Ministero dell'Interno, ha visto sempre più istituti di pena avvicinarsi e inserire la pratica del rugby nei propri percorsi di formazione e re-inserimento dedicati ai detenuti, apprezzando i positivi riscontri ottenuti dalla pratica del Gioco attraverso la comprensione e l'applicazione concreta dei valori che lo caratterizzano. Diciotto oggi gli Istituti dove, attraverso la collaborazione delle Società del territorio e della Fir, il rugby è regolarmente praticato.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 21 settembre 2019
Musarò, Prestipino, Pignatone: presenze che disegnano l'immagine plastica di un pezzo di Stato che ha voluto e saputo cercare le responsabilità di un altro pezzo di Stato nella morte di un detenuto qualunque - e le complicità che finora l'avevano impedito.
Se ci sono voluti dieci anni per arrivare a costruire un robusto impianto d'accusa contro i presunti responsabili della morte di Stefano Cucchi (e siamo solo alla requisitoria del processo di primo grado, in attesa della sentenza e dei successivi gradi di giudizio) non è per via delle croniche lentezze della giustizia italiana.
Né per distrazioni o dimenticanze. È invece a causa dello "scientifico depistaggio" avviato da subito che ha innescato il "processo kafkiano" contro gli imputati sbagliati, attraverso manipolazioni e occultamenti di prove per nascondere ciò che era accaduto. Com'è successo negli scorsi decenni nei processi per strage, o per altri grandi misteri della storia repubblicana.
La denuncia è del pubblico ministero Giovanni Musarò, che ieri ha pronunciato il suo atto d'accusa avendo al fianco il procuratore reggente Michele Prestipino, dopo che l'ex procuratore Giuseppe Pignatone l'ha affiancato in ogni passo dell'inchiesta parallela sule "carte truccate". Presenze che disegnano l'immagine plastica di un pezzo di Stato che ha voluto e saputo cercare le responsabilità di un altro pezzo di Stato nella morte di un detenuto qualunque, ma anche le complicità che finora l'avevano impedito. Facendo uscire il processo Cucchi dall'ordinaria amministrazione, e trasformandolo in un'occasione di riscatto delle istituzioni. Che prima hanno fatto morire un uomo di 31 anni nelle proprie strutture - dalle caserme, alle celle, al reparto penitenziario di un ospedale, come fosse precipitato in un girone infernale - e poi hanno girato a vuoto per anni imbastendo il processo a persone innocenti che oggi da imputati sono divenuti a loro volta parti offese, come i genitori e la sorella di Stefano.
Certo, dieci anni sono tanti ed è inevitabile rammaricarsi per il tempo trascorso e quello che ancora trascorrerà prima di arrivare all'ultimo verdetto. Ma l'essere giunti a offrire una ricostruzione dei fatti finalmente attendibile, al di là delle valutazioni che ne faranno i giudici per emettere la sentenza, non era un traguardo scontato. Come non lo era la decisione dell'Arma dei carabinieri di sedersi, insieme a due ministeri, accanto alla famiglia Cucchi nel processo sui depistaggi contro alcuni altri suoi rappresentanti, che comincerà a novembre. Un altro segnale del possibile riscatto.
di Stefano Cucchi
Il Manifesto, 21 settembre 2019
Processo Bis. Nell'aula bunker di Rebibbia l'inizio della requisitoria del pm Giovanni Musarò ricostruisce il calvario del giovane geometra, senza zone d'ombra. Ilaria Cucchi: "Sto facendo pace con quest'aula, lo Stato è con noi". Un pestaggio "degno di teppisti da stadio". Poi i depistaggi, "scientifici", a partire dal verbale di arresto per proseguire con il tentativo di accusare tre agenti della polizia penitenziaria, e ancora i medici dell'ospedale. È stata lunga la ricerca della verità per l'omicidio di Stefano Cucchi, 31 anni, massacrato di botte nella caserma della stazione Appia dei carabinieri, dopo il suo fermo per detenzione di stupefacenti, e morto una settimana dopo, il 22 ottobre 2009, all'ospedale Pertini di Roma.
Soltanto ora, dopo dieci anni e vari processi, l'inizio della requisitoria del pm Giovanni Musarò ricostruisce in un'aula di giustizia il calvario del giovane geometra, senza zone d'ombra. Convincendo anche Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, senza la cui determinazione non si sarebbe arrivati alla verità: "Oggi comunque vada, mentre sto ascoltando il pm Musarò, sto facendo pace con quest'aula - annota la donna - e sono commossa. C'è anche il procuratore Prestipino. Il mio pensiero va al procuratore Pignatone. Lo Stato è con noi".
Nell'aula bunker di Rebibbia il pm Musarò mette dei punti fermi. "Stefano Cucchi fu portato in carcere perché il maresciallo Mandolini scrisse nel verbale di arresto che era un senza fissa dimora. Ma lui era residente dai genitori, senza quella dicitura forse sarebbe finito ai domiciliari e oggi non saremmo qui. Questo giochetto gli è costato la vita. Il verbale di arresto è il primo atto di depistaggio di questa vicenda, perché i nomi di Tedesco, Di Bernardo e D'Alessandro non sono nel documento". I tre carabinieri sono imputati di omicidio preterintenzionale, Tedesco anche di falso e calunnia con il maresciallo Roberto Mandolini, mentre della sola calunnia - verso tre secondini - risponde l'altro carabiniere Vincenzo Nicolardi.
Proprio Tedesco, al processo, ha rivelato i particolari del pestaggio: "Mentre uscivano dalla sala, Di Bernardo si voltò e colpì Cucchi con uno schiaffo violento in pieno volto. Poi lo spinse e D'Alessandro diede a Cucchi un forte calcio con la punta del piede all'altezza dell'ano. Nel frattempo io mi ero alzato e avevo detto: 'Basta, finitela, che cazzo fatè. Ma Di Bernardo proseguì spingendo con violenza Cucchi e provocandone una caduta in terra sul bacino, poi sbatté anche la testa. Quindi D'Alessandro gli diede un calcio in faccia. Per dieci anni si sono nascosti dietro le mie spalle".
"In questo processo l'unico che ci ha messo la faccia è stato Tedesco - riconosce il pm - ma la sua dichiarazione non è uno snodo fondamentale. Rappresenta la caduta del muro, ma le prove di quanto accaduto sono già tutte nel fascicolo". Fra queste la testimonianza di un altro militare dell'Arma, Riccardo Casamassima ("Hanno massacrato di botte un arrestato, non sai in che condizioni lo hanno portato"), e quella di un detenuto che incontrò Cucchi dopo l'arresto, Luigi Lainà: "Stava proprio acciaccato de brutto, era gonfio come una zampogna sulla parte destra del volto. Mi disse che erano stati due carabinieri".
Gazzetta di Napoli, 21 settembre 2019
Accordo-quadro con il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. Si apre martedì 24 settembre alle 9.00 nella sede dell'Orientale a palazzo du Mesnil (via Chiatamone 62) la due giorni di convegno internazionale "Ri-conoscere il radicalismo islamico in Italia: analisi, strategie e pratiche alternative". L'obiettivo dell'incontro è quello di comprendere il fenomeno della radicalizzazione, valutandone i rischi, e allo stesso tempo di rispondere correttamente alle richieste di godimento dei diritti religiosi all'interno degli istituti di pena italiani.
di Giulio Petrilli
inabruzzo.com, 21 settembre 2019
Vista la nascita del nuovo governo, che mi auspicavo avvenisse, ora spero che sulla riforma della giustizia, accolga la richiesta di rivedere i criteri e le norme che regolano il risarcimento per ingiusta detenzione. Ho scritto il 30 agosto scorso una lettera al Presidente del Consiglio prof. Giuseppe Conte, confidando in una sua risposta. Spero serva anche a sensibilizzare i parlamentari per fare una legge che garantisca a tutti il diritto al risarcimento. Volevo organizzare come già avvenne un anno fa, una iniziativa davanti Montecitorio, ma poi ho preferito per il momento scrivere e informare, allegando tutti gli interventi e le lettere con risposta della commissione europea perché' credo che in questo momento sia incisivo far conoscere il problema.
di Pietro Di Muccio De Quattro
Il Dubbio, 21 settembre 2019
Il Governo Renzi nel luglio 2014 istituì l'indirizzo rivoluzione@ governo. it invitando i cittadini a fornirgli idee per la riforma della giustizia. Inviai un'email con tre proposte. Due riguardavano l'habeas corpus con rilascio su cauzione e la difesa diretta. La terza, "il risarcimento per l'assoluzione", vale a dire che, quando un imputato viene definitivamente assolto, lo Stato deve risarcirlo di tutte le spese sostenute per difendersi. Tale diritto al risarcimento non ha nulla a che vedere con la responsabilità civile del magistrato, ma configura una responsabilità oggettiva dell'amministrazione giudiziaria, perché è moralmente inaccettabile quanto contrario al senso di giustizia che lo Stato, pur sentenziando l'innocenza di un imputato, possa giungere a distruggerlo economicamente obbligandolo ad affrontare spese, cospicue fino all'insostenibilità, per difendersi in giudizio. Uno Stato che concede il gratuito patrocinio a un colpevole mentre impoverisce un innocente.
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