agrigentonotizie.it, 4 novembre 2019
Il caso del carcere "Di Lorenzo" arriva in Parlamento. A chiedere chiarimenti al Ministero è il deputato di Fratelli d'Italia Carolina Varchi. "La situazione del carcere, rispetto alla quale la procura di Agrigento, dopo varie denunce, ha aperto un fascicolo a carico di ignoti sulle condizioni di vita all'interno della struttura carceraria - dice - necessita di interventi immediati".
Il deputato parla di una "una vicenda costellata da una serie di denunce sulla situazione sconfortante della casa circondariale agrigentina, dove ai problemi di organizzazione, si aggiungono anche quelli strutturali che si ripercuotono direttamente sulla qualità di vita dei detenuti e degli agenti penitenziari" con criticità, come "le finestre delle camere detentive, oltre alle sbarre, alle quali sono applicate reti a maglia stretta che limitano l'ingresso di aria e luce.
I sei piccoli cortili passeggio di cui dispone il reparto sono spazi squallidi, con il wc alla turca, sprovvisti di panchine.
Tale situazione - continua il deputato - era già stata segnalata dal Sappe, secondo il quale l'insufficiente organico stabilito dalla legge Madia porta il personale a effettuare turni massacranti. Ad aggravare la pesantissima condizione lavorativa dei poliziotti del Petrusa il dovere gestire senza alcuna formazione specifica, dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, i criminali folli che continuano a delinquere anche dentro le galere. Forse è l'unico penitenziario in Italia dove i riscaldamenti non funzionano e le camere detentive sono prive di doccia e l'illuminazione all'interno delle camere è comandata manualmente ancora dall'operatore della Polizia penitenziaria, rendono di fatto questa una realtà da terzo mondo, denunciando, peraltro, come l'unica risposta ricevuta dalle istituzioni sia stato il
trasferimento di ben otto agenti dal reparto al nucleo traduzioni e piantonamenti nonostante a breve verrà avviato il servizio delle videoconferenze con una riduzione del lavoro di oltre il 30% a favore del nucleo, depauperando ulteriormente l'organico. Per questo il deputato chiede al Ministro della Giustizia se era a conoscenza dell'attuale situazione vissuta nella struttura agrigentina e quali misure si intendano adottare.
umbriaindiretta.it, 4 novembre 2019
Un detenuto di etnia marocchina ha tentato di impiccarsi nella sua cella nel carcere di Terni. Il fatto è accaduto sabato. La notizia arriva dal segretario del Sappe Umbria, Fabrizio Bonino. "Non appena se ne sono accorti, è stato rianimato nella Sezione detentiva e trasportato in ospedale. Ha 35 anni ed ristretto per reati di droga. Attualmente si trova in coma farmacologico presso l'ospedale. Il pur tempestivo intervento del personale di polizia penitenziaria ha sì evitato la morte dell'uomo, ma le sue condizioni sono comunque gravissime".
Bonino sottolinea come "ogni anno l'esperienza e la scrupolosità della Polizia penitenziaria cura il mal di vivere di migliaia di persone malgrado le note problematiche del sistema e, in particolare, della carenza d'organico".
Per Donato Capece, segretario generale del Sappe: "Questo nuovo drammatico evento critico commesso da un detenuto evidenzia come i problemi sociali e umani permangono, eccome!, nei penitenziari, lasciando isolato il personale di Polizia Penitenziaria a gestire queste situazioni di emergenza. Gli istituti penitenziari hanno l'obbligo di preservare la salute e la sicurezza dei detenuti, e l'Italia è certamente all'avanguardia per quanto concerne la normativa finalizzata a prevenire questi gravi eventi critici. Ma essi rappresentano un forte agente stressogeno per il personale di polizia e per gli altri detenuti".
"Per fortuna delle Istituzioni, gli uomini della Polizia Penitenziaria svolgono quotidianamente il servizio in carcere - come a Terni - con professionalità, zelo, abnegazione e soprattutto umanità, pur in un contesto assai complicato per il ripetersi di eventi critici - conclude Capece. Ma non si può e non si deve ritardare ulteriormente la necessità di adottare urgenti provvedimenti: non si può pensare che la gestione quotidiana delle costanti criticità delle carceri".
di Eraldo Affinati
Il Riformista, 4 novembre 2019
Guardo incantato Divine, il bambino nigeriano che afferra il mappamondo di plastica quasi più grande di lui e se lo mette sulle spalle andando in giro fra i banchi mentre la madre resta seduta al tavolino impegnata a studiare i tempi verbali. L'infante africano regge il peso del mondo. Di fronte al suo gesto di straordinaria evocazione simbolica, trattengo a stento la commozione. Nel piccolo allievo decifro una speciale udienza impossibile da disertare. Oggi infatti, nel giorno dei morti, non riesco a togliermi dalla mente un'altra madre e un altro bambino, i cui corpi sono stati ritrovati, poche settimane fa, abbracciati in fondo al mare al largo di Lampedusa. Erano quasi arrivati a destinazione ma, come tanti loro compagni sventurati, non ce l'hanno fatta. Ora vorrei che giocassero insieme: i sommersi e i salvati.
"In due nuotano i morti, / in due, e intorno gli scorre vino" scrisse Paul Celan, nella lingua del nemico, ("Zu zweien schwimmen die Toten, / zu zwein, umflossen von Wein"), pensando ai cadaveri dei deportati nei lager nazisti, gli unici, secondo Primo Levi, che avrebbero potuto raccontare l'abominio, se la Medusa non li avesse impietriti.
Un giorno forse un ragazzo studioso, appassionato della storia italiana del Terzo Millennio, chiederà, in buona fede, senza acrimonia, né secondi fini, ai nostri nipoti, o pronipoti, o chi per loro, insomma quando non ci saremo più, dov'eravamo al tempo in cui uomini e donne affogavano a decine, a centinaia, a migliaia, nel Mediterraneo, alle porte di casa, allo stesso modo in cui abbiamo fatto noi con gli abitanti dei paesi intorno a Buchenwald, ad Auschwitz, a Bergen-Belsen, a Sobibor, a Treblinka, a Mathausen.
Dov'erano quei cittadini tedeschi, schiacciati dal totalitarismo, quando vedevano le ceneri dei morti posarsi leggere sui rami degli alberi dei giardini davanti all'ingresso delle loro abitazioni. Come organizzavano le risposte autodifensive da formulare a se stessi, in quale maniera edificavano gli alibi interiori dietro i quali ripararsi, mettersi al sicuro, proteggersi.
E dove siamo noi adesso, cittadini italiani, che godiamo della democrazia, come facciamo a districarci nella ridda di ipotesi e discussioni per interpretare il massacro quotidiano a cui assistiamo. In quale maniera riusciamo a muoverci nei meandri dei codici insanguinati che legittimano questo scempio a cielo aperto. Che notti, le nostre! E quali antiche perfette, fantastiche, burocratiche ipocrisie. Parole false pronunciate nei consessi più autorevoli di un'Europa di cartapesta che lascia illanguidire le sue migliori stelle.
Ammettiamolo: sono domande fastidiose, come potrebbe essere il gesto di raschiare la crosta cresciuta sulla ferita appena rimarginata. Meglio non rispondere, restando in sospensione, alla maniera di retorici equilibristi abituati ad accettare la convenzione giuridica del male minore, quei miserabili scampoli di giustizia terrena costruiti apposta per noi, che siamo in grado di pagare la polizza annuale del premio assicurativo per evitare ogni rischio.
Forse è questa la ragione per cui non stacco gli occhi dal piccolo nigeriano. Lo osservo mentre sembra ridere da solo, quasi a testimoniare una sopravvivenza che, a ben riflettere, non è soltanto sua. È come se il bambino e la madre ventenne mi prendessero per mano. Loro conoscono il sentiero. Giocando col mappamondo, indicano la strada da percorrere.
Dovrò seguirli, nel tentativo di trovare il disincanto e la determinazione che consentì a un altro grande poeta, Philip Larkin, di formulare, nella sua piena maturità espressiva, in Tristi passi, una consapevolezza nuova: si era alzato durante il sonno per andare al bagno e nell'oscurità aveva osservato la luna che fuggiva tra le nuvole sfilacciate come "fumo di cannone", (cito da Enrico Testa, il traduttore), emozionandosi al ricordo di quando lo faceva tanti anni prima. Un brivido lo aveva attraversato. Di cosa si trattava? "La forza e il dolore / della gioventù non potrà tornare, / ma in qualche parte resta, per gli altri, intatta".
Il Fatto Quotidiano, 4 novembre 2019
Detenute per essersi ribellate a nozze forzate e convenzioni sociali. Nawal ha 16 anni e vive a Kabul, in Afghanistan. A maggio è stata arrestata e portata in carcere con l'accusa di adulterio. La sua famiglia l'ha data in sposa quando aveva solo 10 anni e l'ha costretta a vivere con un uomo molto più vecchio di lei, più anziano del padre.
Il marito l'ha poi accusata ingiustamente di adulterio, dopo che aveva perso il loro bambino. Quella di Nawal non è una storia isolata. Accade tutti i giorni in Afghanistan. Amina, Nur, Samia sono solo alcuni dei nomi delle bambine ingiustamente detenute in carcere. Per questo la ong italiana Ciai, che si occupa di sostegno all'infanzia e adozioni internazionali, grazie al supporto di Only The Brave Foundation, ha avviato un progetto a Kabul e a Herat che si chiama Bambine senza paura.
"Bambine - spiega la ong in un comunicato - che vengono private della loro libertà per avere avuto il coraggio di ribellarsi d un matrimonio forzato e prematuro, a convenzioni sociali che le costringevano a una vita senza speranza, privandole della possibilità di andare a scuola, vivere in autonomia, fare delle scelte indipendenti e realizzare le loro aspirazioni. Quello che per noi appare come legittimo, in Afghanistan è reato morale".
Corriere del Mezzogiorno, 3 novembre 2019
Il Garante campano dei detenuti commenta l'ipotesi di riforma: poteri accentrati nelle mani della Polizia Penitenziaria. "Schemi di decreti legislativi correttivi del riordino dei ruoli e delle carriere del personale delle Forze di polizia e delle Forze armate". È una nota del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria n. 0318577 del 22.10.2019 trasmessa all'On. Ministro della Giustizia, alla Segreteria dell'On. Ministro ed alle OO.SS. rappresentative del corpo di Polizia Penitenziaria.
di Viviana Daloiso
Avvenire, 3 novembre 2019
Non basta l'umiliazione dei 12 milioni di euro stanziati ai Centri antiviolenza nel 2017 (che divisi per il numero di donne accolte e sostenute in un percorso di recupero, come ha denunciato Avvenire, fanno poco più di 70 centesimi a vittima).
C'è anche la vergogna dei fondi stanziati per l'anno in corso, il 2019, "fondi per cui non è ancora nemmeno iniziato il riparto tra le Regioni" spiega Valeria Valente, senatrice del Pd e da febbraio presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio. Un ritardo di 10 mesi, "a cui si deve sommare quello medio di altri 8 o 9 delle Regioni per la procedura di effettiva assegnazione".
Concretamente questo cosa significa, onorevole?
Che da un anno gli stessi Centri antiviolenza - l'unico baluardo di difesa delle donne vittime di abusi e maltrattamenti nel nostro Paese - non solo non hanno fondi per procedere con le proprie attività, ma non sanno nemmeno se li riceveranno. Un'incertezza che di fatto impedisce la programmazione degli interventi e la stesura di nuovi progetti, oltre che penalizzare (quando non azzerare del tutto) quelli già in corso.
A cosa si deve questo ritardo?
Banalmente, ai tempi della burocrazia. Nonostante più volte, come Commissione, ci siamo mossi per sollecitare il governo precedente sul Piano di riparto, nulla è stato fatto. E siamo a novembre, quando negli anni precedenti - pur già con un enorme ritardo - si procedeva appena dopo l'estate.
E il nuovo governo?
Si sta muovendo. Proprio questa settimana abbiamo incontrato il premier Conte, che ci ha rassicurati sulla priorità di questo punto. E il ministro per le Pari opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti, che ha insediato mercoledì a Palazzo Chigi la cabina di regia interministeriale sulla violenza contro le donne, ha promesso che in tempi brevi arriveranno i 30 milioni di euro da destinare alla Regioni per finanziare i centri. Sono segnali di un impegno che ci rincuora, ma che va mantenuto.
I reati contro le donne sono gli unici che continuano a non diminuire, nonostante l'Italia negli ultimi anni si sia dotata di norme fortemente punitive nei confronti di chi li commette. Perché?
È vero, il quadro normativo italiano si è arricchito di interventi volti a un inasprimento delle pene sul fronte delle violenze di genere. Dalla legge contro lo stalking fino al recente Codice rosso, abbiamo assistito al tentativo "aggredire" il fenomeno dal punto di vista del diritto penale, coi risultati positivi di un aumento degli arresti e delle denunce. La tutela delle donne, però, non è aumentata. Troppi i casi di violenza, troppi i femminicidi a cui quotidianamente assistiamo quasi inermi. Questo ci dice che pene più aspre non bastano. Serve un cambio di passo, a cominciare da una presa di coscienza culturale di quello che sta accadendo.
Da dove si comincia?
Dalle università, tanto per fare un esempio. Chi si occupa di violenza sulle donne, nel nostro Paese, ancora non ha la formazione e la specializzazione necessarie per farlo. Penso agli avvocati, ai medici di base, agli psicologi, agli ufficiali di polizia: quando, in un percorso di studi standard, si incontrano moduli specifici pensati perché questi professionisti sappiano trattare il caso di una donna vittima di violenza? Chi si sta occupando di arricchire i percorsi curriculari in tal senso? Scopriamo, anzi, che sono sempre gli stessi Centri antiviolenza nella maggior parte dei casi a offrire questo tipo di formazione. Come Commissione d'inchiesta siamo impegnati su questo punto costantemente: proprio con gli atenei stiamo approntando piani di collaborazione e sensibilizzazione in tal senso. E poi siamo al lavoro coi tribunali.
Come?
Stiamo svolgendo una prima indagine, attraverso la distribuzione capillare di questionari, su come vengono affrontate le separazioni civili. Ci siamo resi conto, infatti, che l'area al di fuori del penale resta del tutto scoperta a livello di controlli e attenzioni, quando invece moltissime vittime di violenza continuata in famiglia, per paura di denunciare, intraprendono proprio la via della separazione civile per mettere al sicuro se stesse e i propri figli. Ecco, a quel livello le situazioni a rischio dovrebbero essere intercettate e accompagnate con molta più frequenza di quel che avviene. Sempre coi tribunali, poi, abbiamo avviato una serie di verifiche su alcuni casi di denunce archiviate, e poi sfociate in femminicidi. Serve che certi segnali vadano intercettati prima che le donne muoiano.
di Michele Ainis
L'Espresso, 3 novembre 2019
Hanno cominciato giocando con i numeri; finiranno, prima o poi, per dare i numeri. È la sindrome del riformatore, che ha già dannato Berlusconi e Renzi. L'ambizione di scrivere daccapo tutte le regole del gioco, di meritare un posto fra i padri della patria, consegnando ai posteri una Costituzione tutta nuova.
di Mario Tortoriello
cinquecolonne.it, 3 novembre 2019
Il percorso che i detenuti devono affrontare per avere nuovi contatti con l'ambiente esterno ed essere reinseriti nella società è alle volte lungo e tortuoso anche per via di numerosi problemi psicologici. Basti pensare che secondo i dati del Ministero della Salute il 40% dei reclusi soffre di disturbi psichici, causati da forme di dipendenza da sostanze, problemi nevrotici e di adattamento.
di Danilo Loria
strettoweb.com, 3 novembre 2019
Lo farà il 25 novembre in occasione della giornata internazionale contro la violenza di genere. "La Crpo Calabria, in occasione della giornata internazionale contro la violenza di genere che si celebra il 25 novembre, entrerà nelle carceri".
Lo annuncia la presidente della Commissione Cinzia Nava che aggiunge: "Daremo seguito al protocollo che abbiamo sottoscritto l'anno scorso con il Provveditore delle carceri della Calabria che ha improntato le proprie azioni di sensibilizzazione al rispetto verso la donna e al valore della non violenza all'interno delle carceri.
Infatti, molti direttori degli istituti penitenziari hanno voluto la presenza della Crpo Calabria per il mese di novembre nell'Istituto penitenziario di Cosenza, Rossano, Catanzaro e Castrovillari. Altri, ancora, a breve, indicheranno la data. Questa iniziativa continuerà anche dopo, nella consapevolezza di non dovere mai abbassare la guardia rispetto a queste tematiche di grande valore sociale e culturale. Intanto, c'è una prima data: il prossimo diciotto novembre, alle ore 16 - annuncia Cinzia Nava - nella sala Commissioni di Palazzo Campanella, alla presenza del vicario alle carceri Tortorella Rosario, presenteremo la programmazione che attiene a questa sinergia molto significativa".
di Cristiana Mangani
Il Messaggero, 3 novembre 2019
Il Partito democratico torna alla carica sul Decreto sicurezza e annuncia che nei prossimi giorni ne chiederà la modifica. Qualcosa, però, che vada oltre i rilievi rappresentati dal Quirinale nei mesi scorsi e che preveda il ripristino di alcune garanzie, soprattutto nei confronti di chi ha diritto alla protezione umanitaria.
Che si tratti di un argomento che sta a cuore a una parte del governo è chiaro da tempo. È stato lo stesso ministro dell'Interno Luciana Lamorgese a spiegare in più occasioni che, a breve, si interverrà "per rendere conformi i testi (dei Decreti Salvini, ndr) in base a tutte le osservazioni che sono arrivate dal presidente della Repubblica".
Da quando si è insediata al Viminale, lei non ne ha mai applicato le regole. E lo ha potuto fare proprio sulla base di quanto previsto da quelle stesse norme. Nonostante questo, però, i Dem fanno pressioni sui grillini, ed è facile che da qui alla fine dell'anno qualcosa dovrà cambiare. Ieri il segretario Nicola Zingaretti è tornato sull'argomento con un post su Facebook: "Dopo mesi di chiacchiere e bugie sono state rimesse al centro le politiche per la sicurezza - ha scritto.
Ci sono le risorse per il riordino delle carriere, 48 milioni annui per gli straordinari delle forze di polizia, risorse per il rinnovo del contratto. Dopo le bugie di Salvini sui flussi migratori svelate dal ministro Lamorgese, quello di oggi è l'inizio di un nuovo tormentone. La sicurezza la pretendiamo noi del Pd e per fortuna in Italia c'è un nuovo ministro degli Interni". Le basi per la riscrittura del Decreto sicurezza bis partono dai rilievi fatti dal Colle 1'8 agosto scorso, che ha anche ricordato l'obbligo di salvare vite in mare.
Tre le modifiche alle quali i tecnici del Viminale e di Palazzo Chigi lavoreranno: sparirà la sanzione da un milione per i comandanti che violano il divieto d'ingresso - introdotta con un emendamento - e si tornerà all'iniziale previsione contenuta nel decreto, con sanzioni da 10 mila a 50 mila euro.
Verrà, inoltre, reintrodotta la recidiva per poter confiscare le navi che non rispettano le indicazioni delle autorità e dovranno essere individuati dei criteri per l'applicazione delle sanzioni stesse: tipologia delle navi, condotte poste in essere, presenza o meno di naufraghi a bordo. Ma non è tutto, perché il Pd intende andare oltre, proprio partendo dagli effetti che il decreto sembra aver prodotto sull'immigrazione. Il provvedimento ha sostanzialmente abolito la protezione umanitaria che è una delle tre forme riconosciute in Italia per le persone straniere in difficoltà. Uno strumento legislativo nazionale che si affianca alle due forme di protezione riconosciute a livello internazionale: lo status di rifugiato e la protezione sussidiaria.
Viene concessa quando non ci sono le condizioni per dare la protezione internazionale, ma ci sono comunque "seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello stato italiano" per offrire protezione. Ridurne le possibilità di accesso, secondo il Pd, ha generato un maggior numero di clandestini e ha fatto trovare senza più un lavoro chi ieri ne aveva diritto in base allo status ottenuto.
Altro aspetto sul quale insisteranno i Dem, è il ripristino del sistema di accoglienza Sprar che - "pur con tutti i limiti di alcune gestioni - spiegano - è un sistema che funziona". Inoltre si chiederà di rivedere nel Decreto sicurezza bis quella parte di norma che consente al ministro dell'Interno - di concerto con i ministri dei Trasporti e della Difesa - la chiusura dei porti e il divieto di ingresso alle navi delle Ong, in base a una presunta possibilità che abbiano commesso un reato. Qualcosa che non spetta a un ministro dell'Interno - viene evidenziato - ma a un magistrato.
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