di Stefania Valbonesi
stamptoscana.it, 2 novembre 2019
Grande evento ieri alla Casa Circondariale Mario Gozzini, che, nata con l'intento di rendere l'evento detentivo un'occasione per riflettere e riprogettare la propria esistenza attraverso proposte trattamentali ampie, ha richiesto una riorganizzazione del sistema di gestione dei rifiuti, la sensibilizzazione degli "utenti", introducendo buone pratiche e attivando sistemi di riduzione della produzione di rifiuti.
Richiesta cui Alia Servizi Ambientali SpA, h dato risposta, e, per gestire al meglio i rifiuti prodotti in questa "città-microcosmo", ha valutato le necessità esistenti, ascoltando e coinvolgendo le 150 persone in 10 incontri formativi, svoltisi nei mesi di settembre ed ottobre. Dunque, riorganizzazione della raccolta differenziata, posizionamento di oltre 250 contenitori all'interno della struttura, mentre all'esterno sono state riviste le 2 postazioni esistenti, collocate a Nord e Sud della struttura nell'anello interno, composte adesso da 8 e 6 contenitori. Inoltre, è stato richiesto di incrementare la raccolta delle pile esauste, già presente, e sono in fase di attivazione anche raccolte.
In questo contesto di sensibilizzazione e trasformazione si è inserito anche l'intervento di Publiacqua, che torna a distribuire borracce ai detenuti, caraffe per i refettori ed a programmare un'attività didattica dedicata all'acqua del rubinetto. Inoltre, il gestore del servizio idrico si è reso disponibile a rinnovare, dopo quanto fatto negli anni scorsi, il controllo della qualità dell'acqua interna ai rubinetti interni i reparti.
L'interessante iniziativa cala tuttavia in un momento di particolare incertezza del mondo carcerario toscano. Infatti, da venerdì scorso, è scaduto il mandato del garante regionale Franco Corleone, che dunque sta consumando il periodo di prorogatio, come previsto dalla legge regionale sul garante. Un'uscita per raggiunti termini che lascerà un'eredità complicata al suo successore, eredità che costituisce il "pacchetto sciopero della fame" di Corleone: trasformare il Gozzini o Solliccianino che dir si voglia, attualmente metà per i semiliberi e metà custodia attenuata, in carcere femminile, trasferendo il reparto donne da Sollicciano: si tratta, ricorda Massimo Lensi, volto storico dei radicali di Firenze e sostenitore di storiche battaglie per l'umanizzazione delle condizioni carcerarie, di una proposta lanciata anni fa da Don Russo e proseguita da Corleone.
Inoltre, nella lista lasciata aperta dal garante uscente, permane la seconda cucina di Sollicciano, il ripensamento dei carceri di Pianosa e Gorgona, l'apertura della struttura per i semiliberi a Pistoia, lo spazio trattamentale a Lucca, il pieno funzionamento del carcere di San Gimignano, la semilibertà a Firenze, il teatro stabile a Volterra, il rafforzamento del polo universitario a Sollicciano. "E tante altre questioni del cantiere aperto delle carceri in Toscana" dice ancora Lensi.
Per quanto riguarda le nuove nomine, ci sono 4 autocandidature, che verranno proposte al consiglio regionale: Francesco Ceraudo, ex direttore del Centro Sanitario del carcere "Don Bosco" di Pisa; Saverio Migliori, proveniente dalla Fondazione Michelucci; Emilio Santoro, proveniente da Altro Diritto, garante del carcere di San Gimignano, istituto penitenziario che si trova sotto la lente della magistratura per le ben note vicende di maltrattamenti denunciate dai detenuti; Giuseppe Fanfani, ex Csm, di appartenenza Pd origine Margherita, che tuttavia non sembra essere molto gradito all'interno del partito. Per quanto riguarda la candidatura di Emilio Santoro, professore universitario oltre che garante a San Gimignano, verrebbe in essere un motivo di incompatibilità, che tuttavia potrebbe essere sanata nel momento in cui la scelta cadesse su di lui, con una modifica della legge. La nuova nomina deve essere fatta entro 90 giorni dalla scadenza, ovvero da venerdì scorso.
"Il vero problema - dice Lensi - è che l'intero sistema carcerario toscano si trova in condizioni pessime. Nonostante la buona conduzione di Franco Corleone infatti, a causa del continuo taglio dei fondi per le carceri, e anche di una difficoltà burocratica evidente, ciò che si lascia è forse peggio di quanto c'era quando cominciò l'azione del garante". Un problema anche di strumenti in mano al garante stesso come figura istituzionale, tant'è vero che lo stesso Corleone ha messo in atto svariati scioperi della fame per attirare l'attenzione sui problemi gravissimi delle condizioni detentive.
Tanto per fare un esempio, si ricordi la vicenda della richiesta di ventilatori per alleviare le condizioni dei carcerati nei periodi estivi, vicenda che vide due anni di tira e molla, con un primo invio di 60 ventilatori da parte dell'assessore regionale Stefania Saccardi, che non furono utilizzati. Faccenda che si chiuse con l'intervento diretto del cappellano del carcere di Sollicciano don Vincenzo Russo, che si rivolse ai privati.
Anche perché, spiega Lensi "le logiche del carcere sono del tutto proprie, ed è impossibile creare aree di privilegio per 60 celle, e lasciare gli altri senza niente". La conseguenza, è innestare una tensione che, visti i numeri dei detenuti, la scarsità delle risorse umane e la stessa morfologia di Sollicciano, mette a rischio la stessa gestione dell'istituto.
Per capire meglio la situazione limitandosi al solo carcere fiorentino, basti pensare che, nella logica rieducativa che dovrebbe presiedere alla pena detentiva secondo quanto stabilito dalla Costituzione, è vero che ci sono degli educatori che si recano a Sollicciano per svolgere un compito importantissimo, ovvero creare una qualche possibilità di riscatto reale ai detenuti. Ma i numeri rivelano la triste realtà: "Su 740 detenuti attualmente presenti a Sollicciano - rivela Lensi - gli educatori sono nove". E spesso neppure tutti in attività.
Tornando alla nomina del garante regionale che dovrà avvenire a breve, in ballo ci sono 17 carceri toscane (19 contando la Rems, ovvero residenza per l'esecuzione delle misure di scurezza ex Legge 81 di Volterra, e quella ancora in ristrutturazione di Empoli, vale a dire l'ex carcere femminile del Pozzale) per circa 4mila detenuti, il tutto da gestire con fondi sempre più scarsi. Per capire meglio le difficoltà, si pensi che il carcere di San Gimignano, che come è stato ricordato si trova sotto inchiesta della magistratura, ha sì un direttore, ma non è quello definitivo; diciamo che "regge" San Gimignano in via di supplenza.
Anche se, come ricorda l'esponente radicale, "è in corso l'approvazione di un Dlgs del governo che intende togliere (parte dei) poteri al direttore e trasferirli al comandante di Polizia Penitenziaria, creando una situazione particolarmente delicata proprio per la funzione di equilibrio interno che il direttore riveste".
Per quanto riguarda le candidature, da mettere in conto che, a parte le autocandidature ufficiali, potrebbe arrivare qualche novità: ad esempio, il garante comunale Eros Cruccolini, anch'egli in proprogatio, potrebbe rivelarsi un candidato "a sorpresa" per il regionale. Qualcuno vorrebbe in quel ruolo il cappellano di Sollicciano, don Vincenzo Russo, che si segnala per competenza e capacità di comprensione dei problemi, oltre che per la particolare sensibilità verso gli abitanti di questi universi dimenticati dalla società civile e politica che sono le carceri. Tuttavia, una sua eventuale corsa dovrebbe ottenere il benestare dell'Arcivescovo, monsignor Claudio Betori, il che fa sì che le cose si complichino.
Fra le eventualità ventilate per il carcere fiorentino, il sindaco Nardella aveva lanciato la proposta di costruire un nuovo carcere.
Un'idea tuttavia che, per i costi e i tempi, venne ridimensionata alla distruzione di una parte dell'attuale casa circondariale, esattamente quella dove si trovano i magazzini. Un'idea che però non solleva molto entusiasmo. "Un nuovo passo verso la colata di cemento che, fra opere e grandi opere, e al di là dei proclami green dell'attuale governo cittadino, sta per investire la città - conclude Lensi - in realtà va solo migliorata l'attuale struttura di Sollicciano, anche perché l'edilizia carceraria non è mai sinonimo di miglioramento sul piano della funzionalità di un carcere. Fa solo contenti imprenditori del cemento e sostenitori della giustizia punitiva. Ricordiamo che a Pescia esiste un carcere costruito nel 1986 e ancora non inaugurato. Ad oggi, l'unica funzione che ha svolto è stata quella di far girare nei suoi ambienti un film".
di Checchino Antonini
popoffquotidiano.it, 2 novembre 2019
Lo stranissimo suicidio in carcere di un infermiere sindacalista arrestato per errore. Si chiamava Mario Scrocca. Un'inchiesta mai fatta davvero. Primo maggio del 1987, alle 21.30 viene dichiarata, dai medici del S. Spirito di Roma, la morte di Mario Scrocca. Era stato prelevato il giorno prima da casa, accusato di un pluri-omicidio avvenuto quasi dieci anni prima; su sua espressa richiesta durante l'interrogatorio era stato sottoposto a vigilanza a vista. Il ragazzo (27 anni) costretto in isolamento era sorvegliato con la cella aperta. Per un "errore" nel cambio di consegna degli agenti penitenziari, la sorveglianza a vista si trasforma in controllo ogni dieci minuti dallo spioncino.
Scrocca fu arrestato per il duplice omicidio di due neofascisti in via Acca Larentia nel gennaio 1978 sulla base delle rivelazioni di una pentita Livia Todini (all'epoca dei fatti quattordicenne), che parlò di un certo Mario riccio e bruno ma non lo riconobbe nel corso del riscontro fotografico. Questa è una delle storie contenute nel sito di Acad, l'associazione contro gli abusi in divisa, e sulla quale sta per uscire un documentario che verrà presentato l'11 maggio al Cinema Palazzo di Roma.
Alle 20 del primo maggio, orario del cambio di guardia, gli agenti trovano il giovane impiccato, non in una cella anti-suicidio, ma in una cella anti impiccagione. Riuscì ad impiccarsi per uno scarto di 2 millimetri usufruendo dello spazio del water, incastrando la cima del cappio nella finestra a vasistas, cappio confezionato con la federa del cuscino scucita e legata alle estremità con i lacci delle sue scarpe (che erano stato confiscati insieme alla cintura al momento della carcerazione); lacci che torneranno magicamente sulle scarpe del ragazzo (uno regolarmente allacciato) quando arriverà al S. Spirito.
I primi soccorsi vengono effettuati direttamente a Regina Coeli, sembra, nella stessa cella, poi il detenuto viene portato all'ospedale che dista circa 500 metri dalla casa circondariale, che purtroppo sono contromano, 1.6 km per un tempo stimabile al massimo in 10 minuti. Il trasporto avverrà nel portabagagli di una 128 Fiat familiare, anziché sull'autoambulanza di servizio del carcere.
Due agenti di custodia e un maresciallo, senza alcuna presenza del medico che avrebbe dovuto prestare teoricamente il primo soccorso; appare evidente ai sanitari dell'Ospedale che nulla è stato tentato per salvare Mario. Arriverà al S. Spirito alle 21.00 già cadavere.
Non sarà permesso ai familiari (avvisati per altro al telefono e senza qualificarsi) di vedere il corpo fino alle 6 del mattino successivo, che non presenta tracce di lesioni se non per l'enorme ematoma sulla spalla destra e sul collo, solcato da larghi e profondi segni, dichiarati dagli stessi sanitari, non prodotti da stoffa. Tre giorni dopo la morte di Mario, il Tribunale del Riesame revocherà il mandato di cattura.
Dopo la costituzione come parte civile, nel procedimento aperto contro ignoti, della moglie, spariranno tutti i fogli di consegna, di ricovero e requisizione degli oggetti al momento dell'arresto. A distanza di un anno il procedimento si chiuderà in primo grado senza responsabili se non lo stesso giovane. L'accaduto è sempre stato volutamente nebuloso fin dall'arresto su dichiarazioni di seconda mano di una pentita che avrebbe appreso notizie da una persona non rintracciabile. Evidenti le irregolarità nella carcerazione, le stranezze della morte del giovane e nei referti autoptici.
Nessuno ha mai dato risposte se il giovane sia "stato suicidato" o se sia stato istigato al suicidio, reato che all'epoca non esisteva. La responsabilità "reale" di quel giovane è stata avere un nome troppo comune, una famiglia, un bimbo di due anni, un lavoro stabile, essere militante di Lotta continua e poi tra i fondatori delle RdB del settore sanitario, amare il suo lavoro, la sua vita e le sue convinzioni politiche.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 2 novembre 2019
Alla conferenza stampa della chiusura delle indagini sul disastro ferroviario di Pioltello è stato presentato un video, montato dagli investigatori e poi distribuito ai presenti. IL procuratore aggiunto Tiziana Siciliano ha assicurato che non sarà "fonte di prova". Verrebbe quasi da dire che la Procura di Milano ha "istituzionalizzato", questa settimana, il processo mediatico. Una gestione "in house" della singolare attitudine, tutta italiana, a creare percorsi extra processuali lontani dalle aule del dibattimento.
L'occasione è stata offerta dalla chiusura delle indagini sul disastro ferroviario di Pioltello, accaduto il 25 gennaio del 2018, in cui morirono tre persone e ne rimasero ferite quarantasei. La notifica dell'avviso ex articolo 415 bis ai dodici indagati, due manager e sette fra dipendenti e tecnici di Rfi (Rete ferroviaria italiana), oltre ai vertici dell'Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie, è stata infatti accompagnata da una conferenza stampa organizzata dai pm milanesi titolari del fascicolo.
Durante l'incontro con i cronisti, in particolare, è stato presentato un video, montato dagli investigatori e poi distribuito ai presenti, in cui venivano dettagliatamente ricostruite le cause del deragliamento del treno Milano- Cremona. Il filmato, girato con le più moderne tecniche 3D, non lasciava alcuno spazio a dubbi sulle effettive responsabilità dell'accaduto.
"È stato fatto un vero processo con attribuzione di responsabilità", ha dichiarato Giovanni Briola, uno degli avvocati presenti alla conferenza, assieme a Matteo Picotti e Tiziana Bellani, tutti della Camera penale milanese, protestando contro questa "spettacolarizzazione" voluta dalla Procura.
"In alcuni punti di questo video - ha poi aggiunto Briola - c'era scritto "consulenza tecnica", perciò in parte è un atto processuale". Immediata la replica del procuratore aggiunto Tiziana Siciliano, titolare del fascicolo, che ha assicurato che il video 3D non sarà "fonte di prova".
La polemica, però, è proseguita. Sempre l'avvocato Briola: "Avete avvisato i difensori e messo a disposizione i faldoni con gli atti d'indagine? Siciliano ha risposto: sì, certo lo abbiamo fatto ieri pomeriggio. Ma in realtà hanno mandato il 415 bis, l'avviso di chiusura indagini, e quindi nessuno ha potuto visionare la mole di documenti che avremo a disposizione solo tra diversi giorni. In un contesto di correttezza dell'informazione, la Procura fa una conferenza stampa ma, visto che ci sono tutti gli atti depositati, deve dare il tempo anche alla difesa di vederli e preparare la propria versione".
Gli indagati sono accusati di disastro ferroviario colposo, omicidio plurimo e lesioni colpose. Sul punto va sempre ricordato che il Csm ha nel 2018 approvato delle "Linee guida per la corretta informazione giudiziaria". Nella circolare si raccomanda ai magistrati "la tutela della presunzione di non colpevolezza, la centralità del giudicato rispetto ad altri snodi processuali (per esempio le indagini preliminari), il rispetto del giusto processo".
Concetti ribaditi dall'avvocato Andrea Del Corno, consigliere dell'Ordine di Milano: "Il dibattimento è stato da tempo svuotato. A chi interessa conoscere l'esisto di un processo quando ormai la sentenza è stata emessa sui media basandosi sul materiale fornito dall'accusa?".
E a proposito dell'accusa, la Procura di Milano ha iniziato a distribuire ai giornalisti, dal mese scorso e dietro pagamento dei diritti di cancelleria, copia degli atti giudiziari "di rilievo pubblico" e non contenenti informazioni che possano danneggiare il segreto istruttorio. Primi atti divulgati, quelli di "Moscopoli".
di Gioacchino Ciriaco
Il Riformista, 2 novembre 2019
C'è una donna, Rosa Zagari, compagna di un ex superlatitante, Ernesto Fazzalari, in carcere per aver aiutato il suo compagno a eludere la pena, condannata in primo grado, in attesa di appello. Rosa sta in carcere, è scivolata nella doccia qualche mese fa, ha riportato gravi lesioni alla schiena. È rimasta in carcere, spostata dalla cella nel reparto medico della prigione.
C'è una donna, Teresa Moscato, madre di Rosa, convinta che le cure alla figlia siano insufficienti, teme che rimanga paralizzata. C'è un appello che gira perché si faccia quanto possibile, quanto giusto, per aiutare una a stare bene e l'altra a non temere. È uno di quegli appelli che girano poco, fra i soliti fessi convinti che l'umanità venga prima di tutto.
A queste cose, a quelli che stanno in galera, anche i buoni ci badano poco. Sì, anche i buoni, se c'è puzza di mafia, e anche se è tutta da dimostrare storcono il naso, si allineano a tutti quelli che ogni giorno criticano, con quelli che dispensano odio, e che in genere sono coerenti: odiano tutti allo stesso modo.
Quelli che sono buoni no, in genere amano ma poi sanno anche ferocemente odiare. Per loro qualunque giudice o agente è cattivo a prescindere se tocca un Lucano, è sempre nel giusto se persegue un "pungiuto" o presunto tale.
Agenti e magistrati stanno sempre nel male, contro i Cucchi, nelle Genova varie, e sono angeli del bene sempre e comunque contro i palermitani scaltri. E ognuno è libero di essere buono o cattivo a piacimento, di affogarsi nelle proprie ipocrisie. Ci sono due donne che soffrono e io, a Rosa e a Teresa, auguro a una di ritrovare la salute e all'altra la pace.
di Antonella Rampino
Il Dubbio, 2 novembre 2019
Nel secolo di carta che abbiamo (spero non solo) alle spalle i giornali furono strumenti di ricerca del senso, e nell'odierno dominio della comunicazione a rete, che intrappola il lettore nell'ubiquo e nell'indistinto azzerando per l'appunto proprio il senso, quando non anche l'intelligenza, merita grande attenzione il confronto delle argomentazioni.
Dico subito, perché questo è l'uso introdotto dai precedenti discussant, che io, donna di sinistra, sto con Gennaro Malgeri, che è notorio uomo di destra: non è con le manette che si risolvono evasione, elusione e frode fiscale. Non è con la possanza delle pene, e il loro incremento, che si fronteggia la debolezza dello Stato nel contrastare chi sottrae illecitamente risorse a una comunità di destino. Perché questo è una nazione, al di là delle fòle sovraniste (come chiamiamo oggi il nazionalismo): una comunità legata da un destino. E proprio questo era il senso ultimo di una famosa frase del compianto Tommaso Padoa Schioppa, "pagare le tasse è bellissimo": nel Paese che ha mitizzato qualunque mascalzone come eroe eponimo, TPS fu sbeffeggiato. Ma aveva ragione lui.
"Manette agli evasori" è pura demagogia. Non si tratta di scomodare Cesare Beccaria, perché versare parte dei propri proventi da lavoro o da patrimonio al fisco è un obbligo, sottrarsi è perseguibile per legge, e il carcere per gli evasori in Italia c'è già, così come c'è con differente applicabilità in tutti i principali Paesi europei.
Solo che in Italia difficilmente si finisce dietro le sbarre perché le pene sono basse, e c'è la condizionale. Le sbarre sono inderogabili solo se l'evasione supera il 30 per cento del volume d'affari, o va oltre i 3 milioni di euro: sicuri che abbassare la soglia a 100mila euro funzioni? Sicuri che basti un deterrente?
E dunque l'unico, vero, grande Paese occidentale in cui la severità verso questo tipo di reato è massima sono gli Stati Uniti, dove - lasciando perdere Trump, portatore di svariati eccezionalismi - ad accentuarla è stato proprio Barack Obama, nel 2012. Per combattere un'evasione da 450miliardi di dollari l'anno, all'epoca, più altri 100 di elusione, Obama istituì una speciale intelligence con oltre 2mila agenti. E in carcere negli Usa, dove il Tesoro può recuperare il sottratto direttamente dal conto corrente in banca, ci si va davvero: son poche migliaia i casi, ma la detenzione media si aggira sui 3 anni.
E però gli Stati Uniti non solo hanno un sistema giudiziario molto diverso dal nostro: soprattutto non hanno la prescrizione costituzionale di pene che "devono tendere alla rieducazione del condannato" come recita l'articolo 27 della nostra Carta, condensando una intera civiltà giuridica, quella del diritto positivo, che discende dal riconoscimento della dignità umana comune a molte carte costituzionali europee. Da noi, la Corte costituzionale ha iniziato sin da una famosa sentenza del 1990, la 313, a considerare il principio rieducativo non come un'astrazione ma come un preciso dovere di chi amministra la pena.
Da dove nasce dunque l'anelito "manettaro" e l'entusiasmo risarcitorio all'idea di vedere in ceppi chi evade il fisco? Come tutte le illusioni pone le radici nella frustrazione: quella di chi si vive come tartassato, e dubita (anche giustamente) dell'efficacia delle leggi.
E il tutto, in un Paese nel quale sin dagli esordi di Silvio Berlusconi sulla scena politica si è fatta grancassa dell'idea che lo Stato "metta le mani nelle tasche degli italiani": la nostra versione del liberismo, comica. E alle vongole: perché chi ha vinto più volte le elezioni grazie proprio a quel genere di propaganda, ha poi varato condoni su condoni.
Depenalizzando di fatto, oltre che simbolicamente, l'evasione e anche la frode fiscale (si ricorderà che proprio il governo Berlusconi cancellò il reato di falso in bilancio per le aziende, tanto che i magistrati per affrontare il caso Parmalat dovettero applicare la bancarotta fraudolenta).
Non siamo arrivati per caso a una stagione politica in cui regna incontrastata la demagogia. Non meraviglia che il grido "manette agli evasori" susciti entusiasmi, o che attraverso di esso si tenti di scalare il consenso. Meraviglia che non ci si renda conto che quell'invocazione è solo l'ultimo granello di polvere di una eterna stagione italiana.
Quella successiva a Tangentopoli, quando la politica non seppe ritrovare se stessa, non seppe prendere coscienza e avviare un riscatto, lasciando spazi vuoti - anzi, praterie - a soluzioni giudiziarie. E il vuoto, in politica come in natura, non esiste: viene subito colmato. È da allora, da quando la politica ha abdicato a se stessa, che si vedono occhi sbrilluccicanti al tintinnar di inutili manette, non diverse dai cappi agitati in Aula (dal leghista Luca Leoni Orsenigo) un quarto di secolo fa, o dagli apri-scatolette per tonno cari a Beppe Grillo.
Populismi e demagogia attecchiscono dove la politica cede il passo. Gli strumenti per combattere l'evasione fiscale ci sono, e in Italia son stati usati eccome: l'ultimo avanzo primario lo abbiamo avuto con Prodi, e veniva dalle misure anti- evasione adottate da un viceministro delle Finanze che si chiamava Vincenzo Visco. Si faccia una seria lotta all'evasione e all'elusione fiscale, invece di sventolare manette e accontentarsi di alzare la soglia delle pene. Ci diano l'arrosto e non il fumo. Anzi, come direbbero loro: a lavurà!
di Franco Ippolito*
Il Manifesto, 2 novembre 2019
Sapremo soltanto oggi se il nuovo governo giallorosso si è attivato davvero per impedire il rinnovo automatico dell'accordo stipulato dal governo Gentiloni il 2 febbraio 2017 con la Libia, dilaniata da una feroce guerra civile. Ieri Ginevra Bompiani ha raccontato ai lettori de Il Manifesto le atrocità subite da una ragazza somala in un campo di detenzione libico.
Numerosi racconti identici ci furono narrati da vittime e da tanti diretti testimoni, nel corso della sessione che il Tribunale Permanente dei Popoli tenne a Palermo nel dicembre 2017, su richiesta di centinaia di organizzazioni europee, per valutare e giudicare in base al diritto internazionale le politiche di esternalizzazione dei confini europei, sostenute da lauti finanziamenti al regime di Erdogan per la chiusura della rotta balcanica e alle milizie libiche per il blocco dei migranti africani. Di fatto realizzato con inaudite violenze in autentici campi di concentramento, sottratti ad ogni controllo, come risulta dagli allarmi continui dell'Unhcr sulle atrocità di ogni tipo commesse sui migranti e richiedenti asilo.
Particolare attenzione il Tribunale Permanente dei Popoli dedicò all'intesa dell'Italia con le autorità libiche, che non erano né sono in grado di garantire il rispetto dei più elementari diritti umani dei migranti, lasciati di fatto ad abusi di ogni tipo, anche per la sostanziale connivenza tra le "forze dell'ordine e della sicurezza" (cioè le stesse milizie libiche) e le organizzazioni di trafficanti di esseri umani.
In una recente intervista rilasciata a Gad Lerner, il ministro del governo che stipulò l'accordo con la Libia rivendica di "non avere mai autorizzato accordi che sacrificassero l'etica e i diritti umani". Sta di fatto che a quel sistema di atrocità, documentato da decine di verifiche da parte di organismi internazionali e dal coraggioso lavoro di alcuni giornalisti, lo Stato italiano ha fornito e continua a fornire assistenza, mezzi materiali e sostegno economico, al fine di bloccare i flussi migratori africani.
Che questo sia l'obiettivo delle politiche migratorie italiane ed europee è provato dalla mancanza di possibilità legali, sicure e controllate, di giungere in Europa per sfuggire a persecuzioni, guerre, povertà, effetti del cambiamento climatico e, più in generale, dall'assoluta assenza di iniziative politiche e di interventi strutturali idonei a prevenire i motivi di migrazione, al fine di evitare che le persone siano costrette a fuggire dal proprio Paese.
Soltanto provvedimenti di tal genere, unitamente a serie politiche di accoglienza e di integrazione, sarebbero efficaci per ridurre e governare i flussi migratori nel rispetto dei valori scritti nella Costituzione italiana e nelle Carte dei diritti fondamentali adottate in Europa. Nella stessa intervista, l'ex ministro degli interni Minniti lamenta una disparità di trattamento da parte di chi chiede a lui conto della Libia, mentre "nessuno chiede conto alla cancelliera Merkel dell'accordo stipulato un anno prima con Erdogan: sei miliardi per trattenere i profughi in Turchia".
La curiosa giustificazione assomiglia tanto ad una chiamata in correità, effettivamente ben fondata, tanto che il Tribunale Permanente dei Popoli valutò alla stessa maniera "gli accordi della vergogna stipulati" con la Turchia e con la Libia. Entrambi illegittimi sia per i contenuti, in contrasto con elementari diritti delle persone, sia per il metodo, giacché essi furono sottratti alla competenza del Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali, come sempre più spesso accade per intese del genere, tanto più che sovente tali accordi, sotto l'etichetta di "cooperazione allo sviluppo", nascondono il loro effettivo contenuto giuridico, ossia l'inaccettabile scambio tra denaro e persone, realizzato con il blocco delle frontiere esterne dell'Unione europea, delegato a Paesi terzi che non offrono alcuna garanzia di rispetti dei più elementari diritti umani. Su queste scelte concrete, e non su dichiarazioni e parole, va misurata il "nuovo umanesimo" del governo e la discontinuità con le precedenti inaccettabili politiche migratorie.
*Presidente della Fondazione Basso
di Luca Ricolfi*
Il Messaggero, 2 novembre 2019
Ha suscitato qualche inquietudine, anche fra alcuni parlamentari dell'opposizione di destra, il fatto che 98 senatori (tutti di centro-destra) non abbiano votato a favore della "Commissione Segre", ovvero di una Commissione straordinaria "per il contrasto ai fenomeni dell'intolleranza, del razzismo, dell'antisemitismo, e dell'istigazione all'odio e alla violenza".
Anch'io mi sono stupito un po', conoscendo la passione dei parlamentari per le commissioni, e trovando strano che ci si debba dividere persino su principi così generali e ovvi. Possibile che ci siano senatori che difendono l'intolleranza, il razzismo, l'antisemitismo, l'istigazione all'odio e alla violenza? Poi però mi sono ricordato di una cosa: il titolo di una legge, come il titolo di un articolo di giornale, spesso non corrisponde a quel che c'è scritto dentro.
Meglio leggere tutto prima di esprimere un'opinione. Allora ho letto il testo istitutivo della Commissione, e il mio stupore è aumentato, ma capovolto di segno. Ora sono stupito che sia stato possibile mettere al voto un testo simile. Attenzione: ho detto mettere al voto, non approvare. Perché si può essere d'accordo o contrari a una proposta, ma si dovrebbe pretendere che la proposta sia chiara, ossia ben formulata nei suoi presupposti, nei suoi propositi e nei suoi limiti (e magari anche scritta in un buon italiano, come la nostra Costituzione).
Ebbene, questi requisiti sono drammaticamente assenti, quindi la proposta è ingiudicabile nel merito. Come ha già ben detto ieri su queste colonne Carlo Nordio, può essere usata come arma di lotta politica, ma non valutata politicamente. Provo a spiegare perché. I presupposti. Un presupposto (noto, ma non dichiarato nel testo) è costituito dai messaggi d'odio, presumibilmente a sfondo antisemita, indirizzati quotidianamente alla senatrice Segre, come a decine di altri personaggi pubblici.
Un secondo presupposto è la convinzione degli estensori del testo che "il fenomeno denunciato" (i messaggi d'odio sul web, sembra di capire) "è purtroppo in crescita in tutte le società avanzate". Questo secondo presupposto è perlomeno mal definito, e a mia conoscenza non è supportato da alcuno studio empirico condotto sistematicamente nel tempo "in tutte le società avanzate".
Quel che è verosimile, semmai, è che un po' tutti i generi di messaggi siano in crescita sul web per la ovvia ragione che aumenta molto velocemente il numero di utenti del web. Quando dico tutti i generi di messaggi intendo quelli di odio e quelli di solidarietà, quelli ostili agli ebrei e quelli ostili all'Occidente, quelli che fanno l'apologia del fascismo e quelli che fanno l'apologia dello Stato islamico.
Quanto ai personaggi pubblici, credo ve ne siano parecchi, a destra (Matteo Salvini), a sinistra (Laura Boldrini), e persino al centro (Elsa Fornero), che hanno ricevuto, e continuano a ricevere, dosi non certo omeopatiche di ingiurie, specie se sono attivi sul web. I propositi. Che cosa dovrebbe fare la Commissione straordinaria? Non è chiarissimo.
A parte studi, viaggi, scambi di informazioni, missioni all'estero, report annuali, la Commissione ha "compiti di iniziativa per l'indirizzo e il controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all'odio e alla violenza" (fino alla richiesta di rimozione dal web di contenuti che la Commissione giudica manifestazioni di odio, intolleranza o discriminazione). I limiti. Il problema è che nel testo non vengono mai circoscritti e definiti in modo chiaro i comportamenti che si ritengono inammissibili, e dunque potenzialmente segnalatili, stigmatizzabili, sanzionabili, o addirittura perseguibili penalmente.
Se si legge attentamente tutto il testo, si scopre un'incredibile insalata di comportamenti che la Commissione sembra far rientrare nel proprio campo di interesse e di sorveglianza. In alcuni punti, sembra che il bersaglio sia l'odio in quanto tale, a prescindere dal suo contenuto ideologico o politico, fino a includere il cyberbullismo nelle scuole.
In altri punti del testo nel mirino finisce "l'istigazione all'odio e alla violenza nei confronti di persone o gruppi sociali" ma limitatamente al caso in cui l'odio è "sulla base di alcune caratteristiche quali l'etnia, la religione, la provenienza, l'orientamento sessuale, l'identità di genere o di altre condizioni fisiche o psichiche". Altrove il testo si allarga ancora un po' e parla di hate speech e di "tutte le manifestazioni di odio nei confronti di singoli o comunità".
Infine, per quanto riguarda le ideologie, il bersaglio è molto ampio, con qualche omissione: rientrano il razzismo, l'antisemitismo, l'antigitanismo, l'antislamismo, il "nazionalismo aggressivo" (chi stabilirà se il nazionalismo è aggressivo o mite?) e persino l'etnocentrismo; ma non rientrano l'anticristianesimo e l'antioccidentalismo, topoi tipici della propaganda islamica radicale.
Lo stesso strabismo riguarda la denuncia del negazionismo: giustamente stigmatizzato quando è negazione della Shoah, dei genocidi, dei crimini di guerra o contro l'umanità, ma sorprendentemente mai riferito ai Gulag e alle altre tragedie del comunismo (una dimenticanza particolarmente grave in un testo che si sforza di avere un respiro europeo, in un'Europa nella quale i crimini del comunismo sono ancora vivi nella memoria di tanti popoli).
Le perle. Parlando di hate speech, e poggiando sull'autorità del "Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa", si arriva a includere nel raggio di azione della commissione "gli abusi, le molestie, gli epiteti, gli stereotipie le ingiurie che stigmatizzano e insultano".
Gli stereotipi? Chi stabilirà che un'etichetta appioppata a qualcuno è uno stereotipo, e come tale perseguibile o stigmatizzabile? Non sanno gli estensori del testo che la vita sociale si nutre di stereotipi, e che moltissimi stereotipi sono semplicemente la cristallizzazione di esperienze individuali e collettive? Che dire, alla fine?
Siamo di fronte a un testo le cui sacrosante e condivisibili intenzioni, combattere l'odio e l'istigazione alla violenza, convivono con due limiti che, almeno nella tradizione liberale, appaiono difficili da accettare. Il primo è la completa mancanza di consapevolezza di quanto delicato sia l'equilibrio fra il diritto a non essere insultati e offesi, e il diritto alla libera manifestazione delle opinioni, specie in campo politico.
Il secondo limite è l'incapacità di vedere che, ove si decida di percorrere la rischiosa strada di tutto monitorare, controllare, sorvegliare e punire, anche nei casi in cui l'aggressività è confinata al piano verbale, allora occorre essere veramente neutrali, imparziali, universali: il diritto della Boldrini di non subire una campagna d'odio sul web vale quanto l'analogo diritto di Salvini, che di insulti - presumibilmente - ne riceve anche di più, e di assai più organizzati.
Qualcuno ha dimenticato la copertina dell'Espresso (Uomini e no) in cui il leader della Lega veniva presentato come un non-uomo? Se è impossibile, nell'era di internet, impedire a legioni di imbecilli frustrati di sfogare il loro odio e le loro antipatie sul web, potremmo almeno cercare, come sistema dei media, di accordare a tutti il diritto di essere trattati come esseri umani.
*Fondazione Hume
valledaostaglocal.it, 2 novembre 2019
Ne parlano ad Aosta venerdì 8 novembre la figlia dello statista ucciso dalle Br e l'ex brigatista che sparò in via Fani il 16 marzo 1978. Un incontro tra Agnese Moro e Franco Bonisoli è un pezzo della nostra storia contemporanea. Lei è figlia di Aldo Moro, lo statista sequestrato e ucciso dalle Brigate rosse, lui, membro della direzione strategia del gruppo terrorista, il 16 marzo 1978 faceva parte, con Valerio Morucci, del gruppo di fuoco che sparò in via Fani alla scorta di Moro.
Agnese Moro e Franco Bonisoli da tempo portano avanti le tematiche della giustizia riparativa e ne parleranno ad Aosta nel salone parrocchiale della Parrocchia di Saint-Martin-de-Corléans venerdì 8 Novembre alle 21 per raccontare la storia di un cammino durato sette anni, testimoniando che quel dialogo che sembrava impossibile è diventato possibile. La serata è organizzata dall' L'Associazione l'Albero di Zaccheo.
La giustizia riparativa integra la visione puramente compensativa e risarcitoria del nostro sistema giudiziario, in cui trova ampia applicazione la giustizia cosiddetta "retributiva" e offre la possibilità di costruire, al di fuori dei tribunali e delle carceri, dei percorsi di avvicinamento e riparazione tra vittime e colpevoli. Nel corso della serata sarà presentato il Libro dell'incontro, ovvero il racconto dettagliato di anni di cammino che ha visto procedere fianco a fianco colpevoli e vittime del terrorismo, che, insieme, hanno scelto di rendere pubblica l'esperienza della giustizia riparativa, ovvero della giustizia dell'incontro, per esprimere "la bellezza dell'incontrare l'altro anche quello apparentemente più lontano", come ha detto Agnese Moro.
In caso di esaurimento posti e per facilitare la più ampia partecipazione sono previste sedi secondarie dalle quali sarà possibile seguire lo svolgimento della serata su maxi-schermo, attraverso un collegamento in streaming al Teatro Aurora, Parrocchia Immacolata di Aosta ed dall'oratorio inter parrocchiale Giovanni Paolo II di Donnas. È disponibile un servizio di baby-sitting. L'evento ha ottenuto il patrocinio gratuito del Consiglio Valle.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 2 novembre 2019
I rilievi del garante nazionale sul tragico episodio del 13 agosto scorso. Quel maledetto giorno, in piena estate, morì bruciata in un letto del reparto di psichiatria del "Papa Giovanni" di Bergamo. Non poteva muoversi, perché legata al letto con fasce contenitive. Una condizione che non ha permesso alla ragazza di allontanarsi dal letto né ha dato la possibilità al personale e agli altri soccorritori di procedere alle operazioni per metterla in salvo.
Aveva appena vent'anni Elena Casetto, la quale aveva vissuto per sette anni da sola a Salvador de Bahia, studiava, era autonoma. Sognava di dedicarsi alla filosofia, a Londra o ad Amsterdam. Coltivava una vocazione poetica.
Aveva anche vinto un premio con un componimento intitolato "Terra de bandidos" dove si evinceva la paura di restare in Brasile, il paese d'origine della madre. Forse era stato quel timore espresso nella poesia a persuadere Elena ad accettare l'invito della madre di raggiungerla in Italia, nell'appartamentino preso in affitto a Osio Sopra. L'ultimo periodo della vita di Elena è un rapido precipizio, fino a un epilogo che attende più di una risposta.
L'8 agosto tenta il suicidio. Vorrebbe lanciarsi da un ponte, la bloccano i carabinieri. Viene ricoverata prima a Brescia e poi a Bergamo. L'11 agosto supplica la mamma perché la riporti a casa. Il messaggio è rimasto nel cellulare, sequestrato dopo la sua morte.
La mattina del 13 agosto cerca nuovamente di togliersi la vita, stringendosi al collo un lenzuolo. La salvano due infermieri. Viene sedata e contenuta. L'allarme anti- incendio scatta attorno alle 10. I vigili del fuoco trovano Elena Casetto carbonizzata nel suo letto. È stata aperta una inchiesta da parte della Procura.
L'autorità del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, in data 19 agosto 2019, ha inviato il caso alla Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Bergamo e si è costituita parte offesa nell'inchiesta sulla morte di Elena. Il Garante, nell'esprimere la propria vicinanza alla famiglia della giovane vittima, ha sottolineato ancora una volta la drammaticità della contenzione delle persone nelle istituzioni psichiatriche e delle sue possibili conseguenze.
Ma non si è fermato qui. Il compito del Garante è, appunto, quello di monitorare le situazioni dove, di fatto, le persone vengono private della propria libertà. Come ad esempio i luoghi del Servizio psichiatrico di diagnosi e cura (Spdc). Per questo, subito dopo la tragedia, il Garante si è subito attivato avviando una interlocuzione con la direzione del "Papa Giovanni XXIII" di Bergamo e da poco li ha resi pubblici.
Dal registro aggiuntivo telematico "Psicheweb" delle contenzioni attuate presso l'ospedale il Garante ha rilevato che, nelle disposizioni sui controlli da effettuare sulla persona sottoposta a tale misura privativa della libertà, non si prevede, come dovrebbe, un periodo iniziale di osservazione del paziente immediatamente successivo alla contenzione stessa, nella misura di 15- 30 minuti consecutivi prima di attivare periodicamente i controlli delle funzioni vitali, registrandone appositamente gli esiti ogni quarto d'ora.
Nel caso della ragazza, il Garante ha rivelato con particolare disappunto che "non è stata osservata la specifica raccomandazione rivolta al personale sanitario relativa al controllo dell'eventuale possesso di accendini o fiammiferi da parte del paziente, così come prevede il paragrafo 8 del Protocollo sulla procedura specifica "La contenzione fisica in psichiatria".
Evidenza, soprattutto che la contenzione della ragazza non era stata registrata. Ma il Garante, sempre dal registro telematico, ha anche rilevato un elevato numero di contenzioni effettuate e una significativa durata delle stesse, superando talvolta le 40 ore consecutive.
"Emerge - si legge nella lettera inviata alla direzione dell'ospedale - una contenzione ricorrente applicata allo stesso paziente fino a superare le 62 ore interrotte soltanto da un'ora tra le prime 42 e le ulteriori 20". Tale circostanza 15, su 73 contenzioni applicate, quelle notturne risultano 45, superando, in entrambi i casi, il 50% delle contenzioni totali.
Ha quindi posto al Garante problemi rilevanti in considerazione del fatto che la Corte di Cassazione ha descritto in modo inequivoco che la contenzione meccanica non è riconoscibile come "atto terapeutico" e che, pur ammettendo un eventuale ricorso all'articolo 54 del codice penale, "resta impossibile tale valutazione di necessità qualora dell'atto in essere non rimanga documentata né la decisione assunta, né il responsabile e neppure il momento di necessità che l'ha determinata".
In merito alla mancata registrazione della contenzione di Elena, la direzione ha risposto al Garante che lo sviluppo delle fiamme sarebbe avvenuto subito dopo il suo contenimento e quindi non ci sarebbe stato tempo. Poi la direzione dell'ospedale affronta la questione sollevata dal Garante per quanto riguarda il numero elevato delle contenzioni notturne. Sottolinea che si tratta dell'unico ospedale della provincia di Bergamo dotato di un Dipartimento di Emergenza e accettazione di secondo livello, nonché di una guarda psichiatrica attiva h24.
"Su questa base - scrive la direzione -, sono assai numerosi i pazienti in condizione di grave acuzie psicopatologica che giungono in Pronto Soccorso proprio nelle ore notturne", evidenziando che nella quasi totalità dei casi, la patologia è accompagnata da una intossicazione da sostanze d'abuso, di assai difficile gestione.
Poi nella lettera viene affrontato il caso specifico di un paziente per giustificare la lunga contenzione. Spiega che si tratta di un caso eccezionale di un giovane tossicodipendente con un disturbo di personalità borderline e antisociale, con discontrollo degli impulsi, che comportavano gravi crisi e aggressività.
All'ingresso, scortato dalla polizia visto la crisi, essendo intossicato di sostanza, non poteva assumere farmaci per sedarlo ed è stata quindi necessaria la contenzione meccanica fino al momento in cui è stato possibile combinare l'approccio relazionale con i farmaci. Però durante la degenza è fuggito dal reparto, ha di nuovo abusato di sostanze e la polizia l'ha ricondotto in ospedale tramite tso. Anche in quel caso hanno dovuto ricorrere alla contenzione meccanica, quella segnalata in una nota del Garante.
Resta il fatto che il dibattito sull'utilizzo eccessivo della contenzione si è riacceso dopo la tragica morte di Elena. L'uso della contenzione in Italia di per sé non è illegale (sentenza della Corte di Cassazione sul caso Mastrogiovanni), anche se gli ordini professionali e il comitato nazionale di bioetica prevedono la necessità di un suo superamento. Alcune realtà ci sono.
L'Agenzia di tutela della Salute della Brianza ad esempio si è impegnata nel 2019 a non praticarla più, così come i Servizi psichiatrici diagnosi e cura (Spdc) di Ravenna, che da tre anni non legano nessuno. Secondo la campagna "E tu slegalo subito", sono solo 15 su 321 in Italia i Spdc che non usano la contenzione: ovvero il 5 per cento del totale.
di Claudio Del Frate
Corriere della Sera, 2 novembre 2019
Il patto sottoscritto da Minniti ha fatto crollare gli sbarchi ma ha sollevato problemi di natura umanitaria per il trattamento a cui i profughi sono sottoposti nei campi libici. Oggi, 2 novembre, scatterà automaticamente il rinnovo del cosiddetto memorandum tra Italia e Libia sottoscritto nel 2017 dal governo Gentiloni con il capo del governo provvisorio di Tripoli Al Serraj per limitare gli sbarchi dal Nord Africa: un patto che ha effettivamente fatto crollare il flusso lungo la rotta centrale del Mediterraneo ma che al tempo stesso è stato oggetto di ripetute critiche (di organizzazioni umanitarie, di settori della politica) per il ruolo affidato alla Libia e per le violenze e le violazioni dei diritti a cui sono sottoposti i migranti trattenuti al di là del mare. Sia il ministro degli esteri Luigi Di Maio che la collega degli interni Luciana Lamorgese ritengono possibili modifiche al trattato e la prossima settimana è prevista una discussione in Parlamento ma il documento non verrà revocato.
Cosa dice il memorandum - L'accordo è figlio della situazione vissuta dall'Italia tra il 2015 e il 2017, quando l'arrivo di migranti dalla Libia e l'attività degli scafisti erano al loro apice. Nel 2016 gli arrivi erano stati oltre 160.000 con una punta di ben 12.000 in appena 48 ore (tra il 25 e il 27 giugno 2017). Il flusso era alimentato dal fatto che la Libia non esercitava da tempo alcuna sorveglianza sulle sue coste e su questo punto si innesta in via primaria l'accordo promosso dall'allora ministro degli interni Marco Minniti. Il memorandum impegna l'Italia ad addestrare la Guardia Costiera libica, a fornirle mezzi e fondi. Quanti? Secondo il dato fornito dalla ong Oxfam sono 150 milioni di euro in 3 anni, a cui ne vanno aggiunti altrettanti forniti dall'Unione Europea.
Il crollo degli sbarchi - Gli effetti dell'accordo sono immediati: già da luglio 2017 unità navali libiche cominciano a pattugliare la loro zona Sar di competenza (ben più ampia delle semplici acque territoriali) e a riportare indietro barconi e gommoni carichi di migranti. Il numero di sbarchi in Italia - secondo i dati rintracciabili sul sito del Viminale - crolla già nel 2017 a 111.000 che diventano 22.000 l'anno successivo. A ottobre 2019 gli arrivi sono 9.600. Secondo i calcoli dell'Ispi (Istituto di studi di politiche internazionali) dall'entrata in vigore dell'accordo oltre 38.000 migranti sono stati riportati in Libia, il 50% di quelli che partiti.
Ma la Libia non è "porto sicuro" - Bilancio positivo, dunque? Non proprio ed ecco apparire l'altra faccia della medaglia. Il personale della cosiddetta Guardia Costiera è costituito da componenti delle milizie protagoniste della guerra civile, l'utilizzo dei fondi stanziati non è trasparente e sdi teme vada ad alimentare traffici illeciti, la qualità dei soccorsi è scarsa: i numeri di telefono da chiamare spesso squillano avuto, chi risponde dall'altro capo del filo spesso parla solo arabo e non inglese. Ma soprattutto: in base alla convenzione di Ginevra e in base a sentenze della Corte Europea dei diritti dell'uomo la Libia non è considerata "porto sicuro" per i richiedenti asilo: organizzazioni umanitarie hanno più volte documentato le torture, le violenze, gli stupri, le terribili condizioni di vita a cui sono sottoposte le persone ferme nei cosiddetti centri di detenzione in attesa di imbarcarsi per l'Italia; concordi sono le testimonianze di chi è arrivato in Italia. La Ue, inoltre, vieta espressamente a navi battenti bandiera di uno stato dell'Unione di riconsegnare migranti soccorsi in mare alla Guardia Costiera libica.
Quanti migranti in Libia? (Numeri discordi) - Un altro interrogativo riguarda il numero delle persone che attendono di prendere la via del mare verso l'Italia e l'Europa. In ripetute dichiarazioni il capo del governo di Tripoli Al Serraj ha minacciato di far arrivare in Italia 600.000 persone che si trovano nei suoi campi. Rapporti dell'intelligence italiana parlano invece di 5-8.000 migranti trattenuti in quei lager. Cifre oggettivamente troppo discordanti. In più, negli ultimi mesi la rotta del Mediterraneo è mutata: sempre più barche (e di dimensioni più piccole) arrivano non più dalla Libia ma dalla Tunisia.
Realpolitik o diritti umani? - La partita, dunque, dalla prossima settimana si sposta nel parlamento italiano. Sul fronte politico italiano, esponenti sia del Pd che del M5S chiedono la cancellazione del memorandum; altri ne auspicano modifiche, ad esempio attraverso l'apertura di strutture in Libia controllate da organizzazioni internazionali. La Ue ha però già escluso l'apertura di hotspot sotto il suo controllo. La contraddizione dunque si fa evidente: da un lato l'intesa è necessaria per ragioni di Realpolitik e per non far esplodere di nuovo il problema degli sbarchi; dall'altro l'Italia deve affidare il compito di "gendarme" a un partner come la Libia, preda di un'assoluta instabilità politica e militare e totalmente al di sotto degli standard umanitari.
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