di Paolo Valentino
Corriere della Sera, 19 settembre 2019
"Sulle migrazioni faremo proposte, non risse o annunci roboanti", dice il neo ministro degli Affari europei, Enzo Amendola, in visita a Strasburgo dove ha incontrato il presidente del Parlamento europeo David Sassoli. "In tutte le sedi europee - spiega Amendola - cercheremo di trovare soluzioni strutturali in modo condiviso e solidale al problema dei migranti. Non vogliamo blocchi contrapposti. È un lavoro di riforma di vari settori della politica europea".
Cosa significa?
"In primo luogo c'è la proiezione esterna, cioè la politica estera. Non a caso il presidente Conte ha incontrato il premier libico Serraj: provare a sciogliere il nodo della Libia è cruciale. Le migrazioni sono un tema centrale anche della visita odierna del presidente Macron perché la Francia è decisiva in questo lavoro. La questione è a più livelli. C'è bisogno di un'accresciuta sensibilità dell'Europa verso l'intero continente africano. Non ci sono solo gli sbarchi. Da parte dell'Ue servono un'efficace gestione dei rimpatri e la volontà di investire politicamente ed economicamente sui Paesi di origine e di transito dei flussi.
Il secondo filone riguarda vari versanti, che toccheranno sia il bilancio pluriennale dell'Ue che le strutture normative: bisognerà migliorare l'efficacia di Frontex per garantire maggior sicurezza alle frontiere. Poi, come ha detto la nuova presidente della Commissione, von der Leyen, si possono anche immaginare nuovi strumenti. Per esempio i corridoi umanitari europei, che consentirebbero in casi di emergenza proprio come la Libia, di evitare il traffico di morte dei mercanti di esseri umani".
Ma sosterrete la riforma di Dublino già votata dal Parlamento?
"Il presidente Conte è stato chiaro. Siamo per una gestione ordinata del fenomeno che utilizzi tutti gli strumenti, migliorandoli quando è necessario. È ovvio che la revisione dell'accordo di Dublino è una delle nostre priorità".
Che clima ha trovato a Bruxelles al suo primo Consiglio affari generali?
"Un'accoglienza molto positiva. Il governo precedente aveva scelto una linea isolazionista e il nostro orientamento di tornare a un dialogo produttivo con i partner europei viene apprezzato. C'è molto da fare. Il quadro finanziario pluriennale ha bisogno di numeri stabili e nuove soluzioni per le risorse proprie della Ue. Bisogna essere creativi nell'aprire margini di intervento migliori, sul clima e sulla disoccupazione. L'Italia deve parteciparvi con le sue proposte, ma anche dando un segnale di stabilità sul proprio impegno e lavorando per una svolta. Il quadro mondiale non è rassicurante: guerre commerciali, squilibri fra i continenti, rallentamento della crescita negli ultimi mesi. Il nostro governo deve unire i suoi sforzi a quelli della Commissione proprio nel momento in cui si discute il bilancio dei prossimi 7 anni".
Che margini reali esistono per una efficace politica della crescita?
"Il riesame del Patto di Stabilità e Crescita non si fa in un paio di giorni. È un processo nell'interesse di tutti, come ha auspicato anche il presidente Mattarella. Questo avverrà nei prossimi mesi. Dobbiamo trovare strumenti originali, in termini di flessibilità e condizionalità. Ci sono fondi tradizionali, come quelli per la politica agricola o di coesione. Ma servirà trovare anche nuove risorse e soluzioni, che possano consentirci determinanti interventi. E sarà un negoziato interessante, dove si dovrà valutare l'impatto di manovre che riguardano la difesa del clima o la tassazione dei giganti del web. L'Italia non starà a guardare, vuole giocare questa partita".
E in Paolo Gentiloni troveremo un commissario all'economia comprensivo o severo?
"Gentiloni è una personalità che fa onore a tutta la politica italiana. Ma è ovvio che lui è commissario nell'esecutivo europeo e si muoverà nello spirito collegiale della Commissione e non della rappresentanza italiana. Ci fa piacere che conoscendo le sue idee sulla stabilità e sulla politica della crescita, porterà argomenti forti in favore dello sviluppo".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 settembre 2019
Un ragazzo gambiano, richiedente asilo, è affetto da un disturbo schizzo-affettivo. A causa del suo disturbo si era reso protagonista di improvvisi atteggiamenti violenti, un uno dei quali aveva tentato - convinto di essere in comunicazione con Dio - di bruciare gli oggetti contenuti in una borsa presente in una stanza del centro di accoglienza.
Dopo questo episodio la Prefettura gli ha revocato le misure di accoglienza, il quale nel frattempo è stato ricoverato. Il ragazzo ha avuto una vita difficile. Non ha mai conosciuto il padre, mentre la madre lo ha affidato a un'altra famiglia. Quest'ultima lo mandava a lavorare, da giovanissimo, per contribuire al loro mantenimento.
Quando "gli affari" non andavano bene e la famiglia non era soddisfatta del suo lavoro, veniva brutalmente picchiato. Un giorno la famiglia aveva dovuto trovare un altro appartamento dove stare, ma per il ragazzo non c'era posto e quindi dovette arrangiarsi da solo facendosi ospitare da un suo amico, ma dopo qualche giorno ha dovuto lasciare anche quel posto perché i genitori dell'amico non lo volevano più. Era andato a vivere alla casa di un signore, il quale però beveva molto, ma soprattutto la casa era senza bagno e non poteva lavarsi. Una vita difficile, che ha contribuito alla nascita della sua patologia mentale. Malattia che in Gambia, di fatto, impatta fortemente sulle concrete condizioni di vita, impedendone l'accesso ai servizi sanitari e assistenziali, al lavoro e l'esercizio dei diritti civili e politici.
Come detto, la prefettura gli ha revocato le misure di accoglienza, ma tramite il difensore ha fatto ricorso e ha vinto. Parliamo di un recentissimo provvedimento emesso dal Tribunale di Milano - Sezione Specializzata in materia di Immigrazione -, con il quale è stato riconosciuto lo status di rifugiato al giovane cittadino gambiano, affetto da una grave patologia mentale. Il motivo? In Gambia le persone con problemi mentali subiscono forti discriminazioni e non vengono, di fatto, tutelati.
Infatti, nella nota difensiva, la difesa sottolineava come il sistema gambiano fosse, in generale, carente sia sotto il profilo della presenza di strutture e personale, sia sotto il profilo della disponibilità di medicinali. Ma la parte interessata riguarda il settore psichiatrico che, nonostante gli inviti ricevuti dall'organizzazione mondiale della sanità e dalla comunità internazionale, il Gambia non ha ancora provveduto a modificare l Suspect Lunatic Act, una legge sulla salute mentale risalente al 1917 e dai contenuti fortemente discriminatori nei confronti dei malati mentali. Secondo le fonti consultate dalla difesa, in Gambia i malati di mente superavano le 120 mila unità.
Le ricerche effettuate dal difensore evidenziavano l'assenza di medici psichiatrici specializzati e l'assoluta carenza di strutture destinate o comunque idonee alla cura dei malati mentali. Secondo le fonti citate nel ricorso, l'unica struttura ospedaliera presente in Gambia contava su un'unica infermiera specializzata nel settore psichiatrico, e due infermieri con formazione generale. A tale riquadro si aggiunge quella che è stata definita da una risposta dell'ambasciata italiana a Dakar, come una "grande percezione negativa della malattia".
Questa è confermata dalle ulteriori fonti consultate: infatti in Gambia "si riscontra la tendenza a ritenere che le persone con malattie mentali siano meno umane di loro stesse, con ciò finendo per negare loro i diritti umani fondamentali.
Ciò sembrerebbe essere ulteriormente esacerbato dalle credenze culturali e all'ignoranza che circonda la malattia che è sovente ricondotta alla stregoneria". Il Tribunale ha rilevato come la Costituzione del Gambia, pur proibendo la discriminazione e/ o lo sfruttamento delle persone con disabilità, non faccia espressamente riferimento ai tipi di disabilità tutelati né alle tipologie di servizi cui hanno diritto di accedere, rimanendo, di fatto lettera morta.
Tutto questo, rileva il Giudice, si traduce in gravi violazioni dei diritti umani, stigmatizzazione e limitazioni ampiamente discriminatorie nell'accesso ai servizi e nell'esercizio dei diritti civili e politici.
Alla luce di queste considerazioni, il Tribunale di Milano ha ritenuto integrati i presupposti di cui all'art. 7 D.Lgs. 251/2007 per il riconoscimento dello status di rifugiato: il ricorrente appartiene a un determinato gruppo sociale, perseguitato sia dalle autorità nazionali, che non provvedono a modificare le discriminatorie disposizioni in vigore nei confronti dei malati mentali, sia dalla società maggioritaria che si rende responsabile di gravissime violazioni anche a danno dell'integrità fisica dei malati.
di Pietro Del Re
La Repubblica, 19 settembre 2019
È accanto alle latrine che si snoda la coda per il cibo, sulla collina dov'è stato allestito il campo profughi di Moria, che coni suoi diecimila ospiti è il più affollato e malconcio d'Europa. "Due ore d'attesa per un uovo, un pomodoro e una patata bollita", si lamenta Mohamed, 32 anni, afgano di Herat, sbarcato la notte scorsa assieme a 194 persone dalle coste turche, che dalle spiagge di Lesbo distano meno di tre miglia marine.
"Mi hanno registrato, messo una coperta in mano e detto che per me al campo non c'è posto e che devo arrangiarmi come posso". Come lui, dall'inizio dell'anno sono già arrivati 40mila disperati, la maggior parte dall'Afghanistan e dalla Siria, gli altri dall'Iraq, dal Congo e dalla Striscia di Gaza.
"Ogni giorno, sulla nostra isola approda una mezza dozzina di barconi ed è soltanto l'inizio di una nuova catastrofe migratoria", dice Giannis Balpakakis, che la settimana scorsa per protestare contro il sovraffollamento e le pessime condizioni igieniche di Moria s'è dimesso da direttore del campo. È vero, la struttura è colma fino all'inverosimile: prevista per tremila persone ne ospita adesso diecimila, con quattro famiglie per container, la cui privacy è assicurata soltanto da un telo divisorio.
Tutto ciò per colpa della nuova politica migratoria del presidente Recep Tayyip Erdogan, che da qualche mese ha reso più poroso il confine turco: da un lato, perché in questo modo spera di sollecitare il saldo dei 6 miliardi promessi dall'Europa nell'accordo del 2016, dei quali gliene sono stati versati un po' più della metà; dall'altro per evocare la possibile sciagura che comporterebbe l'evacuazione degli oltre due milioni di rifugiati ammassati nella regione siriana di Idlib, che è ancora nelle mani delle rivolta e che dallo scorso aprile è pesantemente bombardata dall'aviazione di Mosca e del regime di Damasco.
Eppure, tornata a essere il principale punto di arrivo dell'immigrazione illegale nell'Unione europea, superando Spagna e Italia, la Grecia è totalmente inadeguata ad affrontare una futura, massiccia crisi migratoria. Basti dire che Atene ha mobilitato due soli medici per i diecimila ospiti di Moria, dove si registra una doccia per 440 persone e una latrina per 83.
Per fortuna, a Lesbo sono accorse anche le organizzazioni non governative, prima tra tutte Medici senza frontiere che ha aperto una clinica pediatrica fuori dal campo e una di salute mentale a pochi chilometri da li, al porto di Mitilene. L'altro dato agghiacciante è che questa nuova massa di migranti è composta per il 43% da bambini, che qui vengono morsi da scorpioni, serpenti e topi, che giocano tra escrementi umani e che patiscono la fame.
Negli ultimi due mesi, quasi un centinaio è stato indirizzato verso la clinica di Msf: tre di loro avevano tentato il suicidio, e diciassette avevano compiuto gesti di autolesionismo, ferendosi con dei coltelli o strappandosi con violenza ciocche di capelli. "Sono sempre più numerosi i bambini che smettono di giocare, che hanno incubi, che hanno paura di uscire dalle loro tende e che iniziano a isolarsi dalla vita. Alcuni di loro smettono di parlare.
Con il costante aumento di sovraffollamento, violenze e insicurezza nel campo, la loro situazione peggiora di giorno in giorno. Per prevenire danni permanenti, devono essere immediatamente portati via da Moria", ci spiega Tommaso Santo, capomissione dell'organizzazione umanitaria in Grecia. Intanto, l'afgano Mohamed ha finalmente trovato un angolo dove pernottare, a pochi metri dalla recinzione del campo di Moria, in quello che chiamano il "giardino degli ulivi" o anche, usando un toponimo già tristemente noto sulle coste della Manica, la "giungla".
Al momento, sono già duemila le persone che vi hanno trovato rifugio, accampate alla meglio, senza alcuna protezione e usufruendo delle poche e malandate strutture predisposte per gli ospiti di Moria. "C'è chi sta molto peggio di lui. Qui, fuori dal campo ufficiale, giace in una tenda senza materasso una donna all'ottavo mese di gravidanza. Poco lontano, nelle sue stesse condizioni c'è un malato di cancro", dice Maurizio Debanne, operatore di Msf che ci fa da guida in quest'inferno.
"C'è poi una bimba afgana con una brutta ferita di guerra a una gamba che viene a farsi curare nella nostra clinica e che invano, da settimane, aspetta di essere evacuata sul continente o verso altri Paesi europei". Tutto ciò avviene a pochi passi dalle splendide spiagge e dagli affollati locali di Lesbo dove ancora si divertono i molti villeggianti, per lo più nordeuropei, che riempiono gli hotel dell'isola.
"Siamo ancora in piena stagione turistica, ma l'inverno è diverso: può anche nevicare e l'isola è spazzata da venti gelidi, il che in passato ha provocato vittime a Moria. Non oso immaginare quello che accadrà quest'anno tra le tende della "giungla"", dice ancora Debanne. Fatto sta che quattro anni dopo la più grande crisi migratoria dei tempi moderni, c'è il rischio che la storia si ripeta. I migranti possono liberamente circolare per tutta Lesbo, ma sono prigionieri sull'isola.
Molti di loro aspettano da più di un anno la decisione delle autorità greche e nell'attesa sono l'angoscia, l'inattività e la promiscuità a minare la loro salute mentale, soprattutto per chi fugge la guerra, la tortura o la miseria. Mohamed sembra consapevole del destino che l'aspetta. "Ma adesso sono troppo stanco per pensarci", dice, infilando la testa sotto la coperta.
di Martina Salvini
Corriere del Ticino, 19 settembre 2019
Ecco come fanno gli agenti di custodia a prevenire la radicalizzazione dei detenuti - Il direttore delle carceri Laffranchini: "È un fenomeno sotto controllo, ma restiamo vigili". "Siamo in un periodo di bel tempo, ma ci stiamo preparando al giorno in cui inizierà a piovere".
Usa una metafora legata al meteo Stefano Laffranchini, direttore delle strutture carcerarie ticinesi, per raccontare il fenomeno della radicalizzazione. Pressoché sconosciuto alle nostre latitudini, l'estremismo islamico è un problema sempre più diffuso in Europa. E non è escluso che possa un giorno interessare anche la Svizzera. Da qui è nata l'esigenza, quattro anni fa, di introdurre un corso pensato per le guardie carcerarie, in modo da fornire agli agenti gli strumenti per riconoscere tempestivamente i segnali di radicalizzazione tra i detenuti.
"Il progetto è nato sulla scorta dei fatti di Parigi, Nizza e Barcellona. Il fenomeno è particolarmente avvertito nelle carceri italiane e francesi. Più in generale, negli anni ci si è accorti che il carcere può essere un luogo favorevole alla radicalizzazione", spiega Laffanchini.
"In Ticino, così come in Svizzera, non abbiamo finora notato alcun segnale preoccupante. Sintomo che anche sul nostro territorio si tratta di un fenomeno tenuto sotto controllo. Tuttavia, questo non significa che non ci toccherà mai", prosegue. Meglio dunque prepararsi. E il progetto ticinese intende agire alla radice, cogliendo tempestivamente i segnali preoccupanti e arginandoli.
Uno strumento in più - "Non è un unicum, anche il Centro svizzero di formazione del personale penitenziario si è interessato al tema e sta proponendo diversi corsi che affrontano la questione". Il Ticino ha però preferito affidarsi alla collaborazione con un'università radicata sul territorio, collaborando con la facoltà di Teologia dell'Università della Svizzera italiana. I corsi, della durata di una giornata, si svolgono nelle strutture carcerarie.
"Agli agenti vengono spiegate le peculiarità dell'islam come cultura e come religione. In più, vengono illustrate anche le esigenze spirituali dei musulmani praticanti. A questo si aggiunge tutto il lato della prevenzione: vengono cioè forniti alcuni strumenti per poter cogliere in maniera tempestiva eventuali segnali di radicalizzazione", racconta Laffranchini.
"All'interno del carcere ci siamo inoltre strutturati in una rete di osservazione per cui tutte le persone a contatto con il detenuto hanno un ruolo preciso di segnalazione, volto a combattere l'insorgere del fenomeno".
Detto altrimenti, chiunque nota qualcosa di strano segnala il comportamento sospetto, partendo proprio dagli insegnamenti acquisiti durante il corso. Una proposta che ha immediatamente incassato il sostegno delle guardie carcerarie, conferma il direttore: "In generale, gli agenti accolgono sempre positivamente tutti quegli aggiornamenti che consentano loro di gestire al meglio i detenuti, indipendentemente dal fattore religioso. Ogni lezione legata alla diversità - di qualsiasi natura essa sia - è di solito benvenuta, perché consente di avere mezzi aggiuntivi per meglio approcciarsi ai detenuti".
I segnali d'allerta - Il corso, attivo da quattro anni, si è progressivamente strutturato, permettendo al carcere di dotarsi di procedure via via più efficaci nel riconoscere eventuali segnali di radicalizzazione. Tutto parte da un comportamento insolito notato da una guardia. "Da lì - spiega il nostro interlocutore - vengono poi coinvolti tutti gli attori per capire se la sensazione è condivisa. Fondamentale è anche l'intervento del servizio medico psichiatrico, per capire cioè se un comportamento possa sfociare in estremismo".
Laddove vi sono indicazioni tangibili, scattano le misure specifiche: a dipendenza del "rischio di contagio", il detenuto viene messo in isolamento, oppure gli viene permesso il contatto "solo con quella parte di popolazione carceraria più refrattaria a qualsiasi fenomeno di radicalizzazione". Negli ultimi quattro anni, Laffranchini riferisce di un unico caso sospetto: "Si trattava di un detenuto che si è progressivamente isolato. Poi, con i colloqui e monitorando la situazione, abbiamo capito che si trattava di un falso allarme".
In carcere, la radicalizzazione è però solo uno degli aspetti che devono essere monitorati. "Per noi è prioritario arginare anche la creazione di bande e lottare contro la prevaricazione. Il carcere deve garantire un ambiente idoneo alla risocializzazione. Tutto quello che va contro questo obiettivo, deve essere osteggiato", evidenzia.
Le cifre - In Ticino, i detenuti musulmani sono 87, il 30% del totale. Di questi, una quarantina sono praticanti. A loro, spiega il direttore delle strutture carcerarie, "viene garantita tutta la libertà che desiderano, a patto che ciò non influenzi le attività all'ordine del giorno". Questo perché "rientra fra i compiti del reinserimento far capire che è possibile praticare il culto, a patto che questo non contraddica le regole della società e non infranga il regolamento".
Nessun problema, dunque, se durante il periodo del Ramadan il detenuto mangia solo dopo il tramonto, l'importante è che si presenti puntualmente al lavoro il giorno dopo. Saltuariamente, soprattutto in occasione delle due festività principali islamiche, a varcare le porte del carcere è un imam che officia le due celebrazioni.
"Si tratta - spiega Laffranchini - di una persona di fiducia, a cui i detenuti possono sempre rivolgersi. Proprio in virtù di questa fiducia, non esiste alcun obbligo per l'imam di tenere il sermone in italiano. Come non mi metterei mai ad ascoltare quanto un cattolico dice al prete, così non mi sogno di chiedere a un agente di presenziare alla funzione di un imam per controllare cosa viene detto. Significherebbe non garantire davvero la libertà di culto e andrebbe a vanificare quel rapporto di fiducia che si crea tra i detenuti e l'imam, ma anche tra lui e noi".
di Yurii Colombo
Il Manifesto, 19 settembre 2019
Raccolte 1 milione e 200mile firme contro la condanna dell'attore, e ieri sit in davanti all'ufficio di presidenza di Vladimir Putin. I moscoviti ci hanno preso ormai gusto a mettere il granello di polvere della loro mobilitazione negli ingranaggi della repressione poliziesca e giudiziaria. Lunedì il 24enne attore Pavel Ustinov è stato condannato a tre anni e mezzo di detenzione per resistenza a pubblico ufficiale durante una manifestazione non autorizzata dell'opposizione il 3 agosto scorso. In un processo-farsa Ustinov è stato accusato di aver ferito alla mano l'agente antisommossa Alexander Lyagin, causandogli "danni morali e la necessità di restare in ospedale per 20 giorni con una spalla lussata". A nulla è valsa la difesa del giovane che ha sostenuto di non aver resistito in alcun modo all'arresto. Martedì però il caso è esploso in concomitanza con due fatti che hanno indignato l'opinione pubblica della capitale e non solo. In rete è stato diffuso un video, di cui la difesa aveva chiesto la messa agli atti durante il processo, in cui si vede chiaramente che Ustinov viene attaccato inerme da un gruppo di poliziotti e picchiato selvaggiamente provocando il sarcasmo del pubblico dei social: "Forse l'agente si era lussato la spalla a furia di menarlo" era stata la reazione più blanda.
A far infuriare ancora di più l'opinione pubblica è però la notizia della scarcerazione dei calciatori Alexander Kokorin o Pavel Mamaev dopo un solo un mese di detenzione. I due erano stati condannati a 18 mesi di carcere dopo una "notte da leoni" in cui avevano messo a soqquadro, sotto l'effetto di alcool e stupefacenti, alcuni locali della capitale e pestato malcapitati avventori. Non poteva non stridere l'immagine di una Mosca ricca, volgare e impunita con quella di un giovane a cui vengono calpestati anche i minimi diritti come quello a un giusto processo. Ed è iniziato il tam tam. Sono state raccolte 1 milione e 200mila firme di protesta sulla rete nel giro di 24 ore, ma è stato solo il preludio a quanto successo ieri; dal pomeriggio, a migliaia, con striscioni e cartelli si sono radunati davanti all'ufficio di presidenza di Vladimir Putin per chiedere l'immediata liberazione di Ustinov. Il Cremlino è stato costretto a emettere un comunicato sulla vicenda goffo e imbarazzato: "Si consiglierebbe ai cittadini di attendere la sentenza di secondo grado" ha dichiarato Dmitry Peskov il portavoce personale di Putin. Ma sembra che i moscoviti abbiano ormai preso gusto a mettere alla berlina il potere e non abbiano intenzione di attendere tanto, promettendo di mobilitarsi fino alla vittoria. E anche alcuni grandi giornali indipendenti come Vedomosti e Kommersant hanno annunciato già per domani "iniziative straordinarie" a sostegno di Ustinov.
Il rischio per il governo è ora di dover assistere a un altro sabato di cortei e presidi come quelli di agosto, cercherà probabilmente già nelle prossime ore di trovare una via d'uscita. Il muro contro muro e i sistemi autoritari usati contro l'opposizione nell'ultimo decennio si stanno sgretolando e mostrano la corda ma sembra che gli organi di sicurezza e la magistratura russa non abbiano cultura e tradizione per imprimere una "svolta riformista" alle politiche di ordine pubblico. Del resto sta diventando coscienza comune di non potersi arrestare al caso eclatante. "Abbiamo già una parola d'ordine "Io/Noi siamo tutto il paese". Con ciò vogliamo affermare che tutti i casi giudiziari dei detenuti politici ora in prigione devono essere rivisti. Anche io non sapevo come andassero di preciso i processi da noi, ma purtroppo ora lo so" ha sostenuto il noto attore russo Alexander Pal, tra i primi a mobilitarsi lunedì in difesa del giovane collega.
di Daniele Mastrogiacomo
La Repubblica, 19 settembre 2019
È stata varata dal Senato: nel Paese latino-americano è sempre più crisi. L'Argentina ha varato una legge che dichiara l'emergenza alimentare fino al 2022. L'ha approvata il Senato con i voti di entrambi gli schieramenti. Voto bipartisan. Perché la gente non mangia e ha fame e questo dramma diventa tema di campagna elettorale. Nel Paese la povertà è aumentata notevolmente in questi mesi a causa della caduta del valore del peso argentino, della contrazione dell'economia nazionale e del contemporaneo aumento del costo della vita. Proliferano le mense per poveri e le organizzazioni che aiutano la gente che non ce la fa più.
Il grande paese di Evita e Perón, la seconda patria degli italiani, sprofonda in una crisi a questo punto vitale. Macri ha fatto quello che ha fatto. Male, ma qualcosa ha fatto. La partita era grossa. Sostituire Cristina, farsi stritolare dal Fmi con cui hai un debito di 57 miliardi di dollari che non sai come restituire, non era facile. Adesso la de Kirchner gongola. Il 27 ottobre ci sono le presidenziali e lei si candida in ticket come vice con Alberto Fernández, suo ex braccio destro al governo che l'aveva poi abbandonata in polemica. Il ritorno del peronismo. Macri ha poche chance di essere rieletto. I sondaggi dicono che Fernández e Cristina sono sopra di 15 punti. E così non ha altra scelta: deve dichiarare la fame. L'opposizione, il Frente de Todos che supporta Fernandez, aveva appunto presentato una legge per aumentare del 50% gli aiuti agli indigenti. Si pensava che Macri avrebbe posto il veto alla misura che arriva a ridosso delle elezioni, invece la legge è passata all'unanimità.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 19 settembre 2019
Dopo giorni di accuse a mezza bocca, Riyadh e Washington accusano Teheran. La Casa bianca annuncia nuove restrizioni finanziarie ma da sanzionare c'è rimasto ben poco. Pompeo vola a Gedda per consolare bin Salman. Le reazioni saudita e statunitense all'attacco di sabato scorso ai due impianti petroliferi dell'Aramco alla fine sono arrivate.
Dopo giorni di accuse a mezza bocca, affidate a non meglio specificate fonti interne, Riyadh e Washington partono alla carica. Il "la" lo dà la monarchia presentando quella che definisce "la prova inconfutabile" del mittente dei 18 droni e i 7 missili da crociera che hanno centrato la raffineria di Abqaiq e il giacimento di Khurais: l'Iran. Dalla Repubblica islamica sarebbe partito l'attacco invisibile a tutti, alla difesa dei Saud e alle flotte occidentali nel più pattugliato degli specchi d'acqua, il Golfo persico.
"L'attacco è stato lanciato da nord - dice il ministero della Difesa saudita, mostrando in conferenza stampa i resti dei missili incriminati - sicuramente sponsorizzato dall'Iran". Non dunque da sud, dallo Yemen e dai ribelli Houthi, unici (finora) a rivendicare il colpo grosso. Gioco facile per Mohammed bin Salman, principe ereditario ma di fatto reggente della monarchia, piuttosto silente in questi giorni: impegnato a leccarsi le ferite di una bruciante umiliazione militare ed economica, forse (chissà) pegno da pagare per dimostrare la sua lealtà a Washington, ieri ha rialzato la testa chiedendo al mondo una ferrea presa di posizione anti-iraniana. Da parte sua Teheran continua a smentire: in una nota diplomatica indirizzata alla Casa bianca - tramite l'ambasciata svizzera nella capitale, suo riferimento diplomatico quando c'è da parlare con gli Stati uniti - la Repubblica islamica "enfatizza che l'Iran non ha giocato alcun ruolo".
Il presidente Rouhani ha ribadito la versione Houthi: "Gli yemeniti non hanno colpito un ospedale, una scuola o un bazar di Sana'a, ma un centro industriale. Per avvertirvi". E, Teheran tiene a precisare, reagirà nel caso di un attacco militare. Per ora l'attacco del presidente Trump è la solita pioggia di sanzioni, anche se a questo punto, a 16 mesi dall'uscita degli Usa dall'accordo sul nucleare del 2015, c'è rimasto ben poco da sanzionare: dal maggio 2018 la politica statunitense verso l'Iran è uno stillicidio di punizioni economiche, finanziarie e commerciali.
Quali siano le nuove sanzioni non si sa. Al momento a disposizione c'è solo un tweet di Trump in cui dice di aver "ordinato al Dipartimento del Tesoro di incrementare le sanzioni all'Iran". Da segnalare la presenza a Riyadh del falco che gli Usa hanno per segretario di Stato: Pompeo è in visita a Gedda per discutere con MbS di "come reagire all'aggressione iraniana", spiega una nota del Dipartimento. Al suo arrivo ha detto tutto: "È un atto di guerra".
di Lia Faldini
L'Opinione, 18 settembre 2019
Non si può attendere oltre. È arrivato il tempo di una riforma del mondo carcerario. Lo chiede a gran voce l'Associazione dirigenti di polizia penitenziaria. "Il nuovo governo - scrive in una nota la segretaria nazionale Daniela Caputo - non ci abbandoni: migliaia di donne e uomini in uniforme attendono una importantissima revisione degli schemi organizzativi delle forze di polizia, militari e civili. Si è lavorato un anno per trovare una sintesi tra le amministrazioni di polizia coinvolte e un equilibrio interno alle amministrazioni interessate. Le risorse sono stanziate e si rischia che vadano perse".
di Stefano Anastasia
Il Manifesto, 18 settembre 2019
Significa riprendere la strada segnata dalla Costituzione, non solo nella garanzia dei diritti fondamentali delle persone detenute, ma anche nella offerta di opportunità di reinserimento sociale dei condannati. Completata la squadra, il secondo governo Conte prende il largo.
quotidianosanita.it, 18 settembre 2019
Sileri: "Un problema di nicchia su cui bisogna accendere i riflettori". Voluta dal Viceministro della Salute Pierpaolo Sileri, si è svolta a Roma una tavola rotonda con gli infermieri membri della sezione infermieristica della Simpse-Onlus.










