di Peter Gomez e Marco Travaglio
Il Fatto Quotidiano, 1 novembre 2019
Se la Consulta ha considerato incostituzionale l'articolo 4bis dell'Ordinamento penitenziario, il legislatore deve adoperarsi subito per approvare una nuova norma che stabilisca parametri e principi fissi da seguire per concedere o negare i permessi agli ergastolani "ostativi".
Una legge che li sottragga alla discrezionalità dei semplici giudici di sorveglianza sul "percorso rieducativo" e "l'attualità della partecipazione all'associazione criminale". Ma come si fa a capire se boss all'ergastolo, come Leoluca Bagarella e Giuseppe Graviano, condannati per le stragi, stiano realmente compiendo un percorso rieducativo?
Nei casi degli altri ergastolani "comuni" la valutazione si basa principalmente sul comportamento da loro tenuto in carcere. Un comportamento che per i boss mafiosi è, però, tradizionalmente sempre impeccabile. Come allora stabilire se un capomafia vuole cambiare davvero vita e non sta fingendo? È possibile concedere benefici ai boss delle stragi, sebbene non abbiano raccontato i segreti di cui sono depositari?
L'ergastolo ostativo era stato introdotto dopo Capaci. Da oggi in poi basterà invece trovare un giudice di sorveglianza che applichi pedissequamente la sentenza della Consulta per vedere mafiosi pericolosissimi uscire dal carcere in permesso premio. Anche perché se un giudice da solo dovrà decidere se concedere un beneficio a un boss, sarà esposto alle pressioni, ai ricatti, alle minacce di morte e ai tentativi di corruzione dei clan.
Considerata la necessità e urgenza della lotta alla mafia, chiediamo una legge - o meglio un decreto legge - che impedisca a capimafia e agli altri responsabili di stragi di ottenere permessi e altri benefici senza meritarli. Una norma che il Parlamento dovrebbe approvare all'unanimità.
di Marcello Mancini
La Verità, 1 novembre 2019
La riforma del codice di procedura penale introdotta il 24 ottobre 1989 ha deluso aspettative e prospettive. Uno dei pochi legali alla Perry Mason spiega: "La novità era l'attività di difesa investigativa. È stata ignorata".
È un Paese democratico quello nel quale un cittadino ha paura della Giustizia? Si può definire un Paese libero quello nel quale un cittadino indagato o testimone, appena entra in un'aula si sente privato dei suoi diritti e ha difficoltà a svolgere il ruolo di testimone e, se indagato, ha paura ad affrontare il giudizio in tribunale?
"Vede", mi spiega Eraldo Stefani, avvocato penalista, "le aule di giustizia sono gelide, il cittadino si sente trasformato in un fascicolo, sente di perdere la propria identità e avverte di essere un semplice numero". Mentre si continua a parlare di riforma, il nostro Paese non è riuscito ad applicare come si deve il Codice di procedura penale introdotto 3o armi fa. Stefani mi racconta di essersi trovato in un processo, come difensore, ad assistere una persona indagata, che veniva chiamata come sessantottesima nell'elenco dei processi che in totale erano ottanta.
"Il cliente che mi stava vicino e aspettava il suo turno, balbettava, non potevo fare niente per tranquillizzarlo, tanto era inquietante la calca delle persone: che cosa aggiungere a questo stato d'animo del povero cittadino indagato, che potesse ridurre la sua ansia?".
La giustizia, la nostra Giustizia, che dovrebbe essere "uguale per tutti", spesso odora più di ingiustizia che di legalità, ignora ormai il valore fondamentale del dubbio di fronte alla decisione di condannare o di non condannare quell'essere umano che è l'imputato. "Il dubbio è un sentimento, è come un crinale in alta montagna, e l'uomo si deve fermare di fronte al crinale del dubbio, così come recita l'articolo 533 del codice penale "...il Giudice pronuncia sentenza di condanna se l'imputato risulta colpevole del reato contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio", riflette Stefani.
Questo avvocato fiorentino rimane uno dei pochi in Italia ad aver indossato l'abito del "Perry Mason", previsto dal nuovo Codice, esattamente 30 anni fa (il 24 ottobre 1989). Molti altri hanno lasciato l'abito nell'armadio delle cose perdute. Per scelta, per convenienza o per pigrizia. Stefani è stato protagonista di processi di difesa penale investigativa, di fondamentale importanza per riaprire processi, anche cold case, frutto di macroscopici errori giudiziari che nel nostro Paese sono numerosi. In questi giorni in tutta Italia si celebra l'anniversario dell'entrata in vigore del nuovo processo - convegni, buffet e lectio magistralis - ma c'è poco da festeggiare.
Il nuovo processo è ancora quello vecchio, che risale al 1930 e porta il nome, quasi famigerato, di Alfredo Rocco, il Guardasigilli del governo Mussolini. Le novità che furono introdotte in pompa magna ne11989, non sono state mai veramente applicate. La più rivoluzionaria si chiamava "difesa penale investigativa", ed era interpretata dall'avvocato che indaga al pari del pubblico ministero sul modello, appunto, del sistema americano e del celebre Perry Mason televisivo.
Cioè si istituiva la figura dell'avvocato che contribuisce all'accertamento dei fatti per trovare la verità e non del difensore che si limita a confutare le accuse mosse dal pubblico ministero. Oltre tutto con la facoltà di avvalersi del contributo di un investigatore privato che l'avrebbe affiancato nella individuazione e nella raccolta delle prove.
Mi racconta Stefani: "Si trattava di una novità epocale: il cittadino aveva la possibilità di difendersi provando. Da una parte c'era il pm, che poteva interrogare e verbalizzare le dichiarazioni dei testimoni, e dall'altra l'avvocato aveva l'opportunità, diversamente dal passato, di interrogare e raccogliere le dichiarazioni dei testimoni".
Per spiegare, l'avvocato fa un esempio pratico: "Il pubblico ministero poteva andare sul luogo del delitto con i propri ausiliari del sopralluogo, medico legale, il biologo, e l'avvocato poteva fare altrettanto andare con i propri ausiliari. Tutto questo imponeva una nuova cultura".
Lo fermo, perché voglio capire il motivo per cui tutto questo non è accaduto. La prima risposta è sorprendente: "Perché il pubblico ministero, cioè colui che svolge il ruolo dell'accusa, non accetta una condivisione investigativa con l'avvocato".
E il giudice?, chiedo. "Il giudice, che non conosce il fascicolo processuale, conosciuto soltanto dal pm e dal difensore, dovrebbe essere terzo e imparziale, spettatore passivo anche nella fase dibattimentale, cosa che la prassi operativa ha completamente disconosciuto". Al fallimento di questa "Grande legge di civiltà giuridica" hanno contribuito però anche altri elementi.
"Noi avvocati prima di tutti", ammette Stefani, "che non siamo stati in grado di metabolizzare dal punto di vista culturale e operativo il nuovo ruolo che il codice ci assegnava, un ruolo che esaltava il diritto di difendere provando, senza stare in attesa dell'operato dei pm".
Ma qui c'è un'altra stampella che non ha sostenuto il nuovo processo, ed è l'Università che non ha diffuso un insegnamento pratico delle diverse attività di indagine utile per i futuri avvocati e magistrati. Questa è l'analisi. Chiedo a Stefani se c'è una soluzione. Ma è la stessa, fmo ad oggi disattesa: istituire in Italia una scuola, pubblica o privata, delle indagini difensive.
La sfiducia nella giustizia persisterà se non saranno affrontati i limiti culturali che impediscono il cambiamento radicale. Se continuiamo a trovarci davanti a sentenze di Cassazione che smentiscono accuse e sospetti ritenuti credibili nelle precedenti fasi del giudizio. "Il nostro processo penale di ispirazione accusatoria che ha oggi trenta anni", commenta Stefani, "è simile a quello dei paesi anglosassoni di common law nel quale vige il principio dello stare decisis e cioè il valore del precedente giudiziario. Nel nostro ordinamento giuridico questo principio non è stato recepito, per cui la Cassazione alterna decisioni in un senso e decisioni nel senso opposto. Tutto questo origina una incertezza della interpretazione della legge e una preoccupante situazione di incertezza della Giustizia".
Trent'anni sono passati inutilmente. Sono ancora numerosi i processi indiziari celebrati ogni armo in dibattimento (Corte d'assise, Tribunale) che invece, secondo le previsioni ottimistiche del legislatore, avrebbero dovuto essere una percentuale minima, nell'ordine del 10%, rispetto alla percentuale del 90%, dei processi definiti con i riti alternativi del patteggiamento e del giudizio abbreviato.
Ne serviranno altri trenta per recuperare il ritardo? "Confido in una nuova generazione di giovani che sappia svolgere le nuove nobili funzioni di avvocati, pubblici ministeri e giudici che insieme, nel rispetto reciproco, sappiamo creare una giustizia più giusta per tutti. Credo fermamente in questo futuro che risolva la grave crisi della giustizia, oltre la quale, ne risentirà un beneficio risolutivo la crisi della politica e la crisi della società nella quale viviamo".
di Beppe Manni
Gazzetta di Modena, 1 novembre 2019
Pubblicazione interna per condividere i sogni di una nuova vita Trent'anni di Gruppo Carcere Città per rompere il muro della separazione. Intravvediamo il carcere di Sant'Anna, quando passiamo sulla tangenziale: una fortezza isolata alla periferia della città. Sappiamo che dentro ci sono i carcerati che "giustamente" scontano la loro pena per aver infranto le leggi.
Sono dentro al sicuro, protetti dalle sbarre per loro e per noi. Non suscitano in noi, cittadini per bene, nemmeno la pietà che siamo soliti spendere per i malati terminali, i profughi in balia delle Mediterraneo, i bambini affamati dei mondi lontani o i barboni. La loro pena, si è soliti pensare, se la sono voluta. Sgretolare queste sicurezze, rompere il silenzio che li circonda è un'operazione difficile. Il carcere di Sant'Anna è stato inaugurato nel 1991 e ha sostituito l'antico edificio di via Sant'Eufemia; ha una capienza di 369 detenuti ma al 30 settembre ne ospita 512 tra cui 31 donne (Dati del ministero di giustizia). Gli stranieri sono la maggioranza, 330. Provengono in ordine di numero dal Marocco, Tunisia, Albania, Romania, Nigeria ecc.
Eppure, da più di 30 anni il Gruppo Carcere e Città, fondato da Paola Cigarini, cerca di far cadere il muro che separa il carcere dalla città, ascoltando i carcerati e organizzando attività all'interno assieme ad altri volontari. Si lavora perché sia conosciuta all'esterno la situazione delle persone detenute, con iniziative pubbliche e articoli sui giornali. Si cercano vie alternative per il lavoro e l'inserimento nella società civile dei detenuti e finanche un dialogo tra chi ha commesso un reato e le vittime. Carcere che si apre alla Città dunque: una specie di ponte che unisce la "galera" alla cittadinanza. Perché non sia un'istituzione chiusa ma in qualche modo dialoghi con il territorio.
Nel carcere modenese è nata da qualche anno una sezione speciale che si chiama "Ulisse". Raccoglie una quarantina di ospiti che si sono resi disponibili a collaborare attivamente in diverse iniziative: scuola di inglese, teatro, corsi di formazione professionale, momenti ricreativi ecc. Da un po' di tempo con la direzione del volontario Pier Giorgio Vincenzi, è nato anche un giornale dal titolo appunto di "Ulisse", stampato in poche copie per parlare dei problemi interni. Da quest'anno ha fatto un salto di qualità. "Ulisse" diventa ufficialmente aperto a tutta la città. I carcerati raccontano se stessi e i problemi della loro detenzione per entrare in dialogo con la società. Ne vengono stampate un centinaio di copie ed è pubblicato, oltre che sul sito del Gruppo, anche all'interno del Giornale on-line MoCu Modena Cultura diretto dalla giornalista Valentina Fabbri. Il sottotitolo di questo primo numero è: "Diventare adulti in carcere".
Le testimonianze e i disegni raccontano la storia travagliata e sfortunata di dodici giovani e giovanissimi carcerati. Esprime il disagio di questi ragazzi che per una serie sfortunata di avvenimenti familiari e sociali sono entrati nella rete della delinquenza e non sono più riusciti a uscirne. Vorrebbero rifarsi una vita attraverso un lavoro, la ricongiunzione con la famiglia, una casa dove stare senza sentirsi bollati come lebbrosi. "14 anni di galera, me li sento sulle spalle. Non è facile stare dentro e più ci penso e più mi pento di quello che è successo.
Ho perso gli anni più belli della mia vita e non auguro a nessuno di non potersi permettere un sogno" (Karim Beradi). "Ho 18 anni, ci hanno tagliato le ali...vi prego vorrei poter uscire a fare un giro fuori" (Achraf Cherif). "Il recupero di un giovane non si ottiene con il carcere... lo distrugge per poi marchiarlo in modo indelebile. Bisognerebbe valutare nuove e diverse forme alternative, per renderlo consapevole dell'errore che ha commesso e del danno che ha arrecato..." (Farid e Marco). "Non so da dove cominciare ma so che sono cambiato da quando sono entrato in carcere, anche grazie a due miei amici che frequento nella sezione Ulisse. Il carcere serve se lo vuoi tu" (Ousama Lebbarà).
Giulio dopo avere raccontato la sua lunga storia iniziata a 19 anni: "Di fronte ad un adolescente è difficile dire quello che si deve fare ma vi dico... non lasciatevi trascinare per il solo brivido dell'illegale e dalla facilità della droga". "Con la nostra voce dal pianeta Carcere vogliamo fare capire alla gente fuori chi siamo veramente, come viviamo l'espiazione della pena e arriviamo a prendere coscienza dei nostri errori... abbiamo tanto da dare da raccontare e da insegnare..." (Dungaj Fatmir). "Sono Teki albanese rinchiuso nel carcere di Modena da un anno e sette mesi".
"Sono Alexander, un Rom, e mi trovo in carcere a Modena da 8 anni... avrei voluto essere diverso con un lavoro onesto e una casetta dove stare con la mia famiglia". Roberto scrive al sindaco di Modena: "In una realtà come quella di Modena... non è possibile che dentro il carcere non ci siano corsi specializzati... per aiutare i carcerati a cambiare stile di vita... occorre costruire un ponte offrendo occasioni per un cambiamento concreto per coloro che hanno sbagliato... condannati a pagare per sempre causa i pregiudizi della gente... Anche la spazzatura è diventata risorsa. Anche noi possiamo essere una risorsa economica.
Abbiamo a disposizione una enorme quantità di manodopera che no produce nulla. Il tempo da solo non guarisce". E conclude. "Signor sindaco, lei ha il dovere di preoccuparsi di tutti i cittadini, anche di quelli rinchiusi in carcere". Il nuovo "Ulisse" viene ufficialmente presentato il 4 novembre alle ore 21 in via Morandi 71 a Modena, all'interno di una iniziativa curata da MoCu. Operation Jurassic. Si potrà sfogliare e portarlo a casa per leggerlo con calma.
Il Gazzettino, 1 novembre 2019
Torna il progetto "A scuola di libertà" per parlare di carcere e legalità in classe. Per contrastare l'incidenza di reati tra i minorenni, anche bellunesi, e accrescere la consapevolezza su responsabilità civili e penali, l'associazione bellunese Jabar ripropone per il terzo anno il progetto nazionale A scuola di libertà. Si tratta di un'occasione per portare in classe riflessioni e dibattiti sul tema del carcere e per educare gli studenti alla legalità consapevole.
La proposta si inserisce in un percorso ideato ormai diversi anni fa dalla Conferenza nazionale volontariato giustizia, di cui la Conferenza regionale del Veneto è membro attivo, la quale riunisce le associazioni che in Italia di occupano di volontariato in carcere o di temi sul carcere.
Il progetto, alla settima edizione, è stato ideato per contrastare la facilità con cui i giovani scivolano in comportamenti a rischio, che si configurano nella maggior parte dei casi come veri e propri reati. Obiettivo è quindi ragionare assieme agli studenti sia dei rischi sia dei pregiudizi che riguardano il carcere e il mondo della pena in generale, in un percorso di formazione in classe che può andare dalle 2 alle 8 ore a seconda della disponibilità e delle esigenze dei singoli istituti.
La proposta è gratuita e viene gestita da parte di alcuni volontari dell'associazione appositamente formati e preparati. Gli incontri sono caratterizzati da incontri frontali, slide, video e testimonianze. I temi trattati spaziano dal diritto penale alla responsabilità civile, dalle attività dell'associazione fino alla configurazione degli istituti carcerati italiani, con una parentesi dedicata anche al carcere bellunese.
La partenza ufficiale del progetto è fissata al 15 novembre. Le scuole secondarie di secondo grado interessate a ospitare il progetto nel loro percorso educativo dovranno inviare la loro adesione ad
comune.fi.it, 1 novembre 2019
Coinvolte oltre 150 persone, con una riorganizzazione ed ampliamento della raccolta differenziata, borracce per i detenuti e caraffe nei refettori. L'ambiente protagonista anche nella Casa Circondariale Maschile "Mario Gozzini" di Firenze, l'istituto adiacente al più ampio Complesso Penitenziario di Sollicciano. Presentato oggi alla stampa il progetto che ha visto coinvolte le oltre 150 persone, tra detenuti e personale, presenti nell'Istituto, una realtà apparentemente chiusa al mondo esterno ma estremamente sensibile alle tematiche ambientali. Il progetto è stato realizzato in collaborazione con la struttura penitenziaria, Alia Servizi Ambientali SpA, Publiacqua, l'Amministrazione comunale e la Città metropolitana.
La Casa Circondariale, nata con l'intento di rendere l'evento detentivo un'occasione per riflettere e riprogettare la propria esistenza attraverso proposte trattamentali ampie, ha richiesto una riorganizzazione del sistema di gestione dei rifiuti, la sensibilizzazione degli "utenti", introducendo buone pratiche e attivando sistemi di riduzione della produzione di rifiuti. Alia Servizi Ambientali SpA, per gestire al meglio i rifiuti prodotti in questa "città-microcosmo", ha valutato le necessità esistenti, ascoltando e coinvolgendo le 150 persone in 10 incontri formativi, svoltisi nei mesi di settembre ed ottobre.
La riorganizzazione della raccolta differenziata, progettata per la "Città Gozzini", ha lo scopo di incentivare la corretta separazione dei rifiuti ed il riciclaggio di materiale. È stato previsto il posizionamento di oltre 250 contenitori all'interno della struttura (cucina, lavanderia, biblioteca, refettori, laboratori vari, aula magna, stanza ricreativa, reparti, mensa del personale, etc..). Questi punti di raccolta prevedono postazioni complete, composte dai contenitori per: carta e cartone; imballaggi in plastica, metallo, tetrapak e polistirolo; organico e residuo non differenziabile.
In esterno sono state riviste le 2 postazioni esistenti, collocate a Nord e Sud della struttura nell'anello interno, composte adesso da 8 e 6 contenitori. Inoltre, è stato richiesto di incrementare la raccolta delle pile esauste, già presente, e sono in fase di attivazione anche raccolte.
In questo contesto di sensibilizzazione e trasformazione si è inserito anche l'intervento di Publiacqua, che torna a distribuire borracce ai detenuti, caraffe per i refettori ed a programmare un'attività didattica dedicata all'acqua del rubinetto.
Inoltre, il gestore del servizio idrico si è reso disponibile a rinnovare, dopo quanto fatto negli anni scorsi, il controllo della qualità dell'acqua interna ai rubinetti interni i reparti. Il lavoro illustrato oggi rappresenta la prosecuzione di un percorso intrapreso a seguito di accordi tra l'allora Provincia di Firenze e la Casa Circondariale Gozzini nel 2004, con l'operatività del Laboratorio Didattico Ambientale delle Città Metropolitana di Firenze.
"Sosteniamo con convinzione questo progetto che da un lato promuove anche in questo luogo buone pratiche ambientali, dall'altro, coinvolgendo i detenuti in prima persona nella filiera del riciclo e nella raccolta differenziata, fornisce loro ulteriore opportunità di formazione, utile al reinserimento sociale - dice Cecilia Del Re, assessore Ambiente Comune di Firenze -. La rivoluzione 'green' che come Amministrazione vogliamo portare avanti passa anche da iniziative come queste".
"Questo progetto è un primo importante passo verso un cambiamento di approccio culturale al carcere. Attraverso l'ambiente lavoriamo per ridurre la marginalità a 360° - ha commentato la Direttrice della Casa Circondariale, Antonella Tuoni-. Credo molto nel mantenimento da parte del detenuto del ruolo della cittadinanza attiva, fondamentale in un paese democratico.
Così come recita l'art. 3 comma II° della Costituzione noi abbiamo anche il compito di rimuovere gli ostacoli che hanno impedito alla persona di operare in maniera corretta nella società. In quest'ottica si inseriscono i percorsi partecipativi come questo, reso possibile grazie al coinvolgimento collettivo nella realizzazione delle buone pratiche. In questo senso facciamo tesoro dei suggerimenti di tutti i detenuti, compresi quelli arrivati oggi di stoviglie lavabili e riutilizzabili e di fontanelli pubblici".
"Non è facile entrare in un contesto come questo, con regole restrittive ed intervenire con un cambio di mentalità. Grazie al lavoro di squadra di tutti gli attori coinvolti è stato possibile creare strutture rispondenti alle necessità della Casa Circondariale, inserendo oltre 250 contenitori per le raccolte principali ma anche per quelle particolari, come i piccoli Raee, le pile e gli oli esausti di origine alimentare - così Alessia Scappini, AD di Alia Servizi Ambientali SpA-. Abbiamo progettato un sistema a 360°, che monitoreremo costantemente, parlando di rifiuti e di ambiente, di corretto conferimento e riciclaggio di materia. Con questo progetto semiamo cultura per la tutela dell'ambiente, un passo importante per tutti".
"Riprendiamo il progetto con la Gozzini a distanza di qualche anno e, come allora, distribuiremo borracce per ogni singolo detenuto e caraffe per le mense. Ci metteremo inoltre a disposizione dell'amministrazione per verificare la qualità dell'acqua erogata all'impianto interno della struttura e, con la stessa amministrazione stiamo valutando la possibilità di installare due erogatori a disposizione di detenuti e personale del carcere - ha commentato Lorenzo Perra, Presidente di Publiacqua. È un progetto per noi molto importante. La Gozzini lavora tutti i giorni per restituire alla società cittadini migliori e più consapevoli, nel nostro piccolo, anche noi cerchiamo di fare la nostra parte".
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 1 novembre 2019
Mediterranea, Open Arms, Sea-Watch, Sea-Eye, Medici Senza Frontiere attaccano l'esecutivo e le proposte avanzate dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Dopo la lettera delle associazioni che compongono il Tavolo asilo, anche le Ong attive nelle missioni umanitarie nel Mediterraneo e nei campi di prigionia libici attaccano duramente l'esecutivo sul rinnovo del memordandum d'intesa con la Libia. Mediterranea, Open Arms, Sea-Watch e Sea-Eye hanno diffuso ieri un comunicato congiunto in cui chiedono di approfittare di "questa importante scadenza per dimostrare un cambio di passo".
Le modifiche annunciate dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio durante il question time parlamentare di mercoledì scorso non hanno convinto nessuno. "Riteniamo grave l'intenzione da parte del governo italiano di voler confermare un accordo che ha avuto come unico risultato quello di aumentare in modo indiscriminato la violenza e la violazione dei diritti in territorio libico", scrivono le Ong.
Nel documento smontano punto per punto le asserzioni avanzate dal capo politico dei 5 Stelle sull'affidabilità dell'interlocutore libico e sull'equazione, di salviniana memoria, tra meno partenze e meno morti. In termini assoluti la diminuzione degli arrivi ha causato un aumento delle violenze e delle torture delle persone bloccate o riportate in Libia. In termini relativi i dati di Unhcr e Oim dimostrano che il rapporto tra partenze e decessi nel 2018 era di 1 a 29, mentre nel 2019 è divenuto di 1 a 6.
"Maquillage umanitario" è invece la definizione utilizzata da Medici senza frontiere (Msf) per le proposte di Di Maio. Le équipes dell'organizzazione sono attive lungo la rotta mediterranea centrale e forniscono assistenza medica nei centri di detenzione libici. "L'unica soluzione umanitaria possibile è superare il sistema di detenzione arbitraria, accelerare l'evacuazione di migranti e rifugiati dai centri favorendo alternative di protezione e porre fine al supporto ad autorità e guardia costiera libica che alimenta sofferenze, violazioni del diritto internazionale e traffico di esseri umani", afferma Marco Bertotto, responsabile advocacy Msf.
di Gabriele Romagnoli
La Repubblica, 1 novembre 2019
È molto difficile spiegare il razzismo a chi non lo conosce, non lo ha dentro, non lo considera naturale. Perché pensa sia qualcosa di estraneo, inculcato. Non è nel sangue, è un veleno che viene iniettato, preparato chimicamente da chi trae una qualche forma di vantaggio diffondendolo. Razzisti non si nasce e molto spesso e volentieri non si diventa.
Sono cresciuto a Bologna che, a dispetto dei luoghi comuni, non era la città aperta e cordiale che veniva raccontata. Di una famiglia del palazzo sentii dire che era "brava gente, benché marocchini". Erano pugliesi. Quando si prendeva un treno per Roma circolava la raccomandazione di assicurarsi non proseguisse oltre, o ci sarebbero stati passeggeri "che si tolgono le scarpe e mangiano formaggi". Anni più tardi andai a lavorare a Torino e qualcuno mi accolse ringhiando: "Perché vieni a rubarci posti da giù?".
Dove "giù" era il luogo che i miei concittadini del giorno prima consideravano "su". Quando tutto è relativo, ne consegue che ogni affermazione non si basa su una verità, ma su una pretesa: riguardante alloggi, posti, lavori. Basta spostarsi dal centro di gravità, non rendendolo permanente, per vedere il ballo dei punti di vista diventare frenetico. Un nordafricano su un autobus lombardo era guardato decine di anni di fa come un'eresia ambulante.
Chissà come si sentiva. Nessuna rappresentazione può restituirci le sue emozioni, bisognerebbe sperimentarle. Più o meno come mi è capitato spesso, da unico occidentale, bianco in mezzi di trasporto o stazioni africane o arabe. Aveva motivo la diffidenza o addirittura il ribrezzo fondamentalista nei miei riguardi? Ero una minaccia per gli altri? A mille chilometri di distanza, in quello stesso istante, le parti e i colori non erano forse rovesciati?
C'è un episodio abbastanza convincente che può essere tramandato. Esiste un'isola dispersa nell'oceano, chiamata Tristan da Cunha, a metà strada tra Brasile e Sudafrica. I suoi abitanti discendono per la maggior parte da un gruppo di naufraghi. Sono stati abituati a vivere senza seguire condizionamenti "culturali" preesistenti, tant'è che hanno organizzato la società prevedendo una turnazione degli incarichi e delle mansioni.
Generazioni si sono succedute in questa remota landa finché, all'inizio degli anni Sessanta, una minaccia atmosferica ne consigliò l'evacuazione. Vennero trasportati a Città del Capo dove vigeva l'apartheid e si narra che ebbero una reazione sbalordita, non capendo come fosse possibile e, soprattutto, non adeguandosi. Il che porta a chiedersi: chi mai, di suo, per natura, potrebbe odiare la senatrice a vita Liliana Segre?
Pensare di dover spiegare l'assurdità e la pericolosità del razzismo a qualcuno, di qualunque età, sembra un torto alla sua intelligenza e sensibilità. D'altronde, chi compie l'operazione contraria fa un torto, ben più grande, all'intera umanità. Purtroppo la sovrappopolazione del pianeta non offre sufficienti isole deserte in cui trapiantare costoro e lasciarli a disegnare confini, erigere muri, frammentarsi negli infiniti e immaginari popoli sovrani di su e di giù.
livornotoday.it, 1 novembre 2019
Lunedì 4 novembre alle 14.30, nella Casa Circondariale di Livorno, andrà in scena la performance di teatro e danza "Un tuffo al cuore". La rappresentazione è frutto del lavoro del laboratorio teatrale permanente a cura di Arci Livorno con la direzione artistica di Francesca Ricci, il sostegno della Regione Toscana e in collaborazione con la direzione della Casa Circondariale di Livorno, Atelier delle Arti e Nuovo Teatro delle Commedie. Lo spettacolo rientra nel programma dello Sharing Lab, un festival di laboratori teatrali che coinvolge molte realtà cittadine e che, per la prima volta, entra nel carcere di Livorno.
Sono molti gli spettacoli prodotti negli spazi detentivi e rappresentati sia dentro sia fuori dal carcere: Teatro Goldoni, Nuovo Teatro delle Commedie, Effetto Venezia, Roma e nelle città di Firenze e Pesaro per la Rassegna Nazionale di Teatro e carcere Destini Incrociati. Nell'area interna è proficua la collaborazione con le scuole superiori di secondo grado che hanno la possibilità di entrare all'interno dell'istituto per assistere agli spettacoli. Lunedì 4 novembre sarà la volta dei cittadini, circa 30 persone, che potranno varcare i cancelli del carcere e partecipare alla performance "Un tuffo al cuore". Lo spettacolo è già stato proposto l'estate scorsa presso Villa Sansoni e nella Chiesa di S. Caterina durante Effetto Venezia, mentre a dicembre, è tra gli spettacoli selezionati per la Rassegna nazionale Destini Incrociati presso il Teatro Civico di Saluzzo in Piemonte.
"Un Tuffo al Cuore" è una performance di teatro e danza che dà voce e corpo a una raccolta di lettere legate a figure femminili importanti nella vita dei detenuti-attori. Un tappeto sonoro accompagnerà l'intera performance, in un crescendo che è un vero e proprio tuffo al cuore. Le azioni coreografiche sono pensate e create per dare corpo e spazio al bisogno di cura e alla relazione con l'altro, in un tempo impiegato nell'attesa dell'incontro.
Regia di Francesca Ricci. Azioni coreografiche di Chelo Zoppi. Aiuto regia Raffaele Papa. Supporto tecnico Matteo Giauro. Le lettere sono scritte e interpretate da Ghassen Hammami, Idrissi Ouali Driss, Haikal Mouradi, Karim Abdelkadir, Giuseppe Allocca, Yassine Ammar, Mohammed Ouhdif e Luca Minucci; con la partecipazione di Asia Pucci, Clio Pucci, Simona Baldeschi e Francesca Ricci. Lo spettacolo è a numero chiuso e le prenotazioni sono terminate il 20 ottobre.
L'Osservatore Romano, 1 novembre 2019
Udienza ai partecipanti al corso di formazione dei cappellani militari cattolici. Anche nel contesto dei conflitti armati il rispetto della dignità e dell'integrità fisica dei detenuti "è un dovere morale a cui ogni persona e ogni autorità è chiamata". Lo ha affermato Papa Francesco nel discorso rivolto giovedì mattina, 31 ottobre, ai partecipanti a un corso di formazione per i cappellani militari cattolici, svoltosi nei giorni scorsi all'Augustinianum.
Durante l'udienza, svoltasi nella Sala Clementina, il Pontefice ha ricordato che "il diritto internazionale umanitario prevede numerose disposizioni in ordine alla protezione della dignità dei detenuti, specialmente per quanto concerne il diritto applicabile ai conflitti armati internazionali". Esse, ha detto, hanno un "fondamento etico" e una "importanza cruciale" per "la salvaguardia della dignità umana nel tragico contesto dei conflitti armati", e per questo vanno "adeguatamente e rigorosamente rispettate e applicate". Ciò vale anche "nei confronti delle persone detenute, indipendentemente dalla natura e dalla gravità dei crimini che esse possono aver commesso".
E di tutela della dignità umana, in special modo di quella delle persone sofferenti, Francesco ha parlato anche durante la successiva udienza alla Fondazione Don Gnocchi, svoltasi in tarda mattinata nell'Aula Paolo VI. Richiamando "il senso e il valore della professione sanitaria e di ogni servizio reso al fratello infermo", il Papa ha evidenziato che la sofferenza "chiede di essere condivisa, chiede atteggiamenti e iniziative di compassione". Si tratta, ha detto, "di "soffrire con", compatire come Gesù che per amore dell'uomo si è fatto Egli stesso uomo per poter condividere fino in fondo, in modo molto reale, in carne e sangue, come ci viene dimostrato nella sua Passione".
Per il Pontefice, "una società che non è capace di accogliere, tutelare e dare speranza ai sofferenti, è una società che ha perso la pietà, che ha perso il senso di umanità". Da qui l'invito a proseguire "nell'impegno di promozione umana, che costituisce anche un contributo indispensabile alla missione evangelizzatrice della Chiesa". L'annuncio del Vangelo, infatti, "è più credibile grazie all'amore concreto con cui i discepoli di Gesù testimoniano la fede in Lui".
Discorso del Santo Padre Francesco
Cari fratelli e sorelle, Sono lieto di accogliervi in occasione del V° Corso internazionale di formazione dei cappellani militari cattolici al diritto internazionale umanitario, dedicato al tema "La privazione della libertà personale nel contesto dei conflitti armati. La missione del cappellano militare". Ringrazio il Cardinale Peter Turkson per le cortesi parole che mi ha rivolto a nome vostro, saluto cordialmente il Card. Fernando Filoni e sono grato alla Congregazione per i Vescovi per l'organizzazione del Corso.
Quattro anni orsono, nel ricevere i partecipanti alla precedente edizione di questo Corso di formazione, sottolineavo l'esigenza di respingere la tentazione di considerare l'altro come un nemico da distruggere e non come una persona, dotata di intrinseca dignità, creata da Dio a propria immagine. Esortavo inoltre a ricordare sempre, persino in mezzo alle lacerazioni della guerra, che ogni essere umano è immensamente sacro.
Questa esortazione, che desidero rinnovare oggi, assume un significato ancora più pressante nei confronti delle persone private della libertà personale per motivi connessi con i conflitti armati, giacché la vulnerabilità dovuta alla condizione di detenzione è aggravata dal fatto di trovarsi nelle mani delle forze combattenti avverse. Non di rado, le persone detenute nel contesto dei conflitti armati sono vittime di violazioni dei loro diritti fondamentali, tra cui abusi, violenze e diverse forme di tortura e trattamenti crudeli, disumani e degradanti.
Quanti civili, poi, sono oggetto di rapimenti, sparizioni forzate e omicidi! Fra di loro, si contano anche numerosi religiosi e religiose, dei quali non si hanno più notizie o che hanno pagato con la vita la loro consacrazione a Dio e al servizio della gente, senza preferenze o pregiudizi di bandiere e di nazionalità.
Assicuro la mia preghiera per tutte queste persone e per le loro famiglie, affinché possano avere sempre il coraggio di andare avanti e di non perdere la speranza.
Il diritto internazionale umanitario prevede numerose disposizioni in ordine alla protezione della dignità dei detenuti, specialmente per quanto concerne il diritto applicabile ai conflitti armati internazionali. Il fondamento etico e l'importanza cruciale di queste norme per la salvaguardia della dignità umana nel tragico contesto dei conflitti armati fa sì che esse debbano essere adeguatamente e rigorosamente rispettate e applicate. Ciò vale anche nei confronti delle persone detenute, indipendentemente dalla natura e dalla gravità dei crimini che esse possono aver commesso. Il rispetto della dignità e dell'integrità fisica della persona umana, infatti, non può essere tributario delle azioni compiute ma è un dovere morale a cui ogni persona e ogni autorità è chiamata.
Cari Ordinari e Cappellani militari, vi invito, nell'adempimento della vostra missione di formazione della coscienza dei membri delle forze armate, a non risparmiare sforzi affinché le norme del diritto internazionale umanitario siano accolte nei cuori di coloro che sono affidati alla vostra cura pastorale. Vi fanno da guida le parole del Vangelo contenute nel grande "protocollo" o grande regola di comportamento: "Ero in carcere e siete venuti a trovarmi" (Mt 25,36).
Si tratta di aiutare quella particolare porzione del popolo di Dio affidato alla vostra cura a individuare nel patrimonio comune che lega tutti gli uomini, e che trae la sua origine già dal diritto naturale, quegli elementi che possono diventare ponte e piattaforma di incontro con tutti. I ministri di Cristo nel mondo militare sono anche i primi ministri dell'uomo e dei suoi diritti fondamentali. Penso a quanti tra voi sono accanto ai militari in situazioni di conflitto internazionale, chiamati ad aprire le loro coscienze a quella carità universale che avvicina l'uomo all'uomo, qualunque sia la razza, la nazionalità, la cultura, la religione dell'altro.
Ma prima di questo c'è il lavoro preventivo, che è un lavoro educativo, complementare a quello delle famiglie e delle comunità cristiane. Si tratta di formare personalità aperte all'amicizia, alla comprensione, alla tolleranza, alla bontà, al rispetto verso tutti; giovani attenti alla conoscenza del patrimonio culturale dei popoli, impegnati per una cittadinanza universale, per favorire la crescita di una grande famiglia umana. Il Concilio Vaticano II chiama i militari "ministri della sicurezza e della libertà dei popoli" (Cost. past. Gaudium et spes, 79): voi siete in mezzo a loro perché queste parole, che la guerra offende e annulla, possano essere realtà, possano dare senso alla vita di tanti giovani e meno giovani che, come militari, non vogliono farsi derubare dei valori umani e cristiani.
Cari fratelli e sorelle, il 12 agosto 1949 venivano sottoscritte a Ginevra le Convenzioni per la protezione delle vittime di guerra. In questo 70° anniversario desidero riaffermare l'importanza che la Santa Sede accorda al diritto internazionale umanitario e formulare l'auspicio che le regole che esso contempla siano rispettate in ogni circostanza. Là dove opportuno, esse siano ulteriormente chiarificate e rafforzate, specialmente per quanto concerne i conflitti armati non internazionali, e in particolare la protezione della dignità delle persone private della libertà personale per motivi connessi con questi conflitti.
Posso assicurarvi che la Santa Sede continuerà a dare il suo contributo nelle discussioni e nei negoziati in seno alla famiglia delle Nazioni. Vi affido all'intercessione della Vergine Maria, Madre di Misericordia, e di cuore imparto la mia benedizione a voi e ai vostri cari. E anche voi, per favore, pregate per me. Grazie!
di Roberto Saviano
La Repubblica, 1 novembre 2019
Il governo nato dall'alleanza tra M5S e Pd - la cui primaria esigenza è non scomparire con nuove elezioni - in materia di immigrazione sta sbagliando tutto. O forse non sta sbagliando, perché l'accordo tra Italia e Libia per il contenimento dei flussi migratori nasconde altro e cioè il tentativo di tutelare gli interessi energetici dell'Italia in Libia?
Il dubbio che la questione migratoria sia la migliore copertura possibile per la questione energetica è forte. Ci hanno parlato per anni di invasione, ci hanno fatto sentire insicuri nelle nostre case, hanno proclamato che non sono importanti i numeri, ma la percezione che abbiamo di quei numeri. Tutto questo non è stato fatto solo per polarizzare l'opinione pubblica al fine di ottenere i voti degli arrabbiati, ma probabilmente per un fine ben più strategico: giustificare lo stanziamento di fondi da mandare in Libia, magari a vantaggio di una parte.
E se l'accordo sul "contenimento" dei flussi migratori fosse anche una copertura per sostenere Fayez al Serraj con l'avallo di Trump? Sarebbe un modo per partecipare alla guerra civile, anche perché l'impressione è che la vita delle persone detenute illegalmente nei lager libici sia senza valore al cospetto degli interessi petroliferi italiani.
Se da un lato le motivazioni dell'accordo italo-libico parrebbero chiare, resta la amara consapevolezza che più a lungo questo governo lascia in mare chi fugge dall'inferno libico, più i feroci populisti potranno urlare facendo campagna elettorale sulla pelle di quei disperati. Nei prossimi giorni verrà rinnovato l'accordo: si tratterebbe di altri 50 milioni che si aggiungono a quelli già stanziati dall'Europa negli scorsi anni.
Questo accordo fa il paio con quello che la Germania di Angela Merkel ha siglato con il tiranno Erdogan per il controllo dei confini orientali dell'Europa. Ma quale pensiamo possa essere il nostro futuro se finanziamo governi autoritari e in guerra? Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha detto che avrebbe convocato una commissione italo-libica per favorire un ulteriore coinvolgimento delle Nazioni Unite.
Di Maio ignora che le Nazioni Unite, visto il numero abnorme di migranti illegalmente trattenuti in Libia (650mila è la stima per difetto) non riescono a prestare soccorso, a creare corridoi umanitari o anche a rimpatriare chi dalla Libia non vuole nemmeno più venire in Europa, ma tornare al proprio Paese di origine. E mentre accade questo, a noi viene portata come prova dei presunti effetti positivi dell'accordo italo-libico la diminuzione degli sbarchi. Dagli oltre 100mila arrivati in Italia nel 2017, si è passati ai quasi 3000 del 2019.
Ma queste cifre non ci dicono che sono calati gli arrivi in Libia dai Paesi limitrofi prima ancora che gli arrivi in Europa. E non ci dicono nemmeno che fine fanno le migliaia di persone che restano Libia e non possono partire. Non ce lo dicono, ma noi lo sappiamo: restano bloccate in centri di detenzione dove subiscono ogni genere di tortura. Restano bloccati nel Paese che ci minaccia di lasciarli venire tutti in Italia e in cambio ottiene soldi. Possibile che ci sia qualcuno al governo che abbia il coraggio di rivendicare questa schifezza?
Ma non è tutto: il Consiglio presidenziale di Tripoli ha emesso un decreto che impone alle Ong di non intervenire senza il permesso della Guardia costiera libica, anche in caso emergenza. Il decreto, inoltre, impone alle Ong di garantire l'accesso alle loro imbarcazioni a ufficiali libici. Magari a salire a bordo saranno gli stessi che hanno aperto il fuoco mentre la Alan Kurdi salvava i migranti. O sarà proprio Abdulrahman Al Milad, detto Bija, riconfermato a capo della Guardia costiera di Zawyah nonostante, secondo l'Onu, sia un torturatore e un trafficante di esseri umani. Non è assurdo imporre alle Ong che salvano vite l'ennesimo codice di condotta, mentre nessun codice di condotta è imposto a chi tortura e uccide?
Due giornalisti, Nello Scavo e Nancy Porsia, sono stati posti sotto tutela proprio per aver raccontato chi fosse Bija e per aver svelato la sua presenza in Italia nel 2017, seduto a un tavolo con funzionari dell'Interno (al Viminale c'era Minniti) con cui trattava il blocco dei migranti. Un criminale ha trattato con l'Italia il blocco dei migranti.
Forse potremmo fermarci qui e non aggiungere altro, ma due navi sono ancora in mare: la Alan Kurdi della Ong Sea-Eye con 90 naufraghi e la Open Arms, che ne ha 15. I migranti della Alan Kurdi non hanno solo subìto torture e maltrattamenti in Libia, ma sono stati soccorsi mentre i criminali della Guardia costiera libica, che noi italiani addestriamo e finanziamo, gli sparavano addosso.
Il governo, prima di concedere tregua ai disperati della Ocean Viking, ha aspettato di perdere nel voto in Umbria. Le prossime elezioni ci saranno in Emilia Romagna tra troppo tempo, mentre in mare la disperazione è tangibile, e urgente è la necessità di far sbarcare le 105 persone della Alan Kurdi e della Open Arms, provando ad agire senza sentirsi costretti alla ferocia da una tendenza generale. Ma credo che sia importante tranquillizzare chi ritiene che questo secondo governo Conte abbia aperto i porti.
Niente affatto: i porti sono chiusi, anzi, si aprono e si chiudono proprio come quando al governo c'era Salvini, per mera propaganda e convenienza elettorale. Su immigrazione e sicurezza tutti gli ultimi governi hanno agito in totale continuità. Esiste una gestione dell'immigrazione inaugurata da Minniti, proseguita da Salvini e abbracciata dal secondo governo Conte che individua nemici per scaricargli addosso responsabilità che non hanno, che crea tensione e odio sociale senza risolvere alcun problema e che ignora quel che invece è fin troppo chiaro: non si possono chiudere i porti, non si possono bloccare i flussi migratori; si tratta di sfide epocali che si devono affrontare con senso dello Stato, con senso della comunità e con l'umanità del diritto. Non sento di poter chiedere a questo governo un cambio di rotta, ma se il suo destino è segnato, che almeno dimostri di tenere in conto la vita umana, perché la realpolitik non sarà una scriminante innanzi alla Storia.
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