di Paolo Beltramin
Corriere della Sera, 17 settembre 2019
L'associazione "Avvocato di strada" ha 54 sedi da Bolzano a Catania. Ogni giorno più di cento indigenti ricevono assistenza gratuita. Ecco come funziona. È lo studio legale più grande d'Italia, ma anche quello che fattura meno. Ha 54 sedi sparse in venti regioni, da Bolzano a Catania, e 1.051 collaboratori tra avvocati, praticanti, studenti universitari e pensionati. Tutti insieme potrebbero abbracciare il Colosseo, per farli sedere a riposare in un parco non basterebbero 350 panchine. Avete presente gli squali da processo dei romanzi di John Grisham, o magari gli elegantissimi avvocati d'affari di Suits, la serie tv che ha reso celebre la futura duchessa di Sussex? Ecco, questa è tutta un'altra storia.
Lo studio si chiama "Avvocato di strada", è stato fondato a Bologna nel 2000, in una stanzetta presa in prestito con dentro solo un computer di seconda mano e un telefono fisso. Da allora si è ingrandito parecchio, fino a meritarsi il premio all'impegno civile del Parlamento europeo. Tutti gli avvocati associati, anche se sembra un ossimoro, continuano a lavorare gratis. I loro clienti d'altronde non hanno un soldo in tasca, "portano le scarpe da tennis e parlano da soli"; però, come cantava Enzo Jannacci, in fondo hanno gli occhi buoni.
L'anno scorso i volontari della Onlus "Avvocato di strada" hanno seguito 3.945 pratiche. Offrono assistenza legale in tutte le sfere del diritto: civile, penale, amministrativo. Ogni giorno, più di cento persone in stato di indigenza si rivolgono agli sportelli dell'associazione per chiedere aiuto. Antonio, cittadino italiano senza dimora, si è presentato alla sede di Treviso con le idee chiare: aveva sentito tanto parlare del reddito di cittadinanza e si era messo in testa di averne diritto anche lui, ultimo tra gli ultimi, lui che il lavoro l'ha perso da anni, è stato sfrattato dal suo appartamento, e un po' alla volta è rimasto senza più niente.
In pratica, all'Inps Antonio ha scoperto di essere troppo povero per ricevere il sussidio di povertà: chi non ha la residenza, oltre a perdere automaticamente il diritto di votare alle elezioni, non può presentare domanda per ricevere il contributo pubblico. "Per prima cosa abbiamo contattato il Comune chiedendo la sua reiscrizione all'anagrafe, in una via fittizia - racconta la responsabile dello sportello, Isabella Arena, 38 anni, penalista - ma non è bastato: c'è pure il requisito della residenza stabile e continuativa. Però non ci siamo arresi e abbiamo portato il caso fino al ministero del Lavoro, speriamo davvero che possa essere trovata una soluzione. Il mio assistito non chiede solo un aiuto economico, ma di avere un'opportunità per tornare a lavorare".
Giorgio Fantacchiotti è partner di Linklaters, tra le più prestigiose law firm internazionali. Ed è responsabile di uno dei tre sportelli di Avvocato di strada a Milano, in piazza San Fedele. "Avere un supporto legale pro bono può essere utile non solo a tante persone senza dimora, ma anche a chi rischia di diventarlo.
Noi stiamo assistendo molte famiglie straniere composte da genitori che lavorano e figli piccoli, che hanno acquistato immobili indebitandosi; sono badanti, operai, muratori, che appena vedono contrarsi lo stipendio di poche centinaia di euro, non riescono più a pagare il mutuo. Nel giro di periodi brevi, da 12 a 24 mesi, passano da condizioni di vita dignitose al rischio concreto di non avere più un posto per dormire. Per molte di queste famiglie siamo riusciti a trovare una mediazione, collaborando con il Comune, per ottenere il tempo necessario a trovare loro una sistemazione in comunità, prima che perdessero la casa".
Spesso le difficoltà cominciano dopo una causa di divorzio. Mario, in Puglia, ogni mese doveva versare l'assegno di mantenimento per la sua bambina, ha perso il lavoro da un giorno all'altro, le raccomandate delle bollette non pagate sono rimaste chiuse una sopra l'altra. Quando si è messo in fila nell'ufficio all'Avvocato di strada di Bari, già da tre anni dormiva sotto una capanna fatta di cartoni, che spostava ogni notte tra le vie del centro storico. "Anche se è finito per strada - spiega il suo legale Nicola Antuofermo - Mario è ancora proprietario di un immobile, un appartamento dignitoso in provincia.
Quando non è stato più in grado di mantenerlo, ha deciso di metterlo in affitto, così da avere i 350 euro al mese per poter sopravvivere". Dopo qualche tempo, però, l'inquilino ha smesso di pagare. "Così gli ho inviato la lettera di messa in mora, perché la proprietà è un diritto garantito dalla Costituzione. Anche per chi non ha i mezzi per difendersi. Se c'è una cosa che ho imparato in questi anni di servizio, è che può capitare a chiunque di perdere tutto. Anche a un laureato del ceto medio, anche a un professionista. Sì, potrebbe capitare anche a me".
Ma come ha deciso Antuofermo, 37 anni, di diventare un avvocato di strada? "Volevo dedicare un po' del mio tempo libero alle mie due passioni: il volontariato e la giurisprudenza. Così, ormai dieci anni fa, io e un paio di colleghi abbiamo cercato su Google...". E si sono messi in contatto con Antonio Mumolo, vulcanico giuslavorista del foro di Bologna, oggi consigliere regionale dem in Emilia-Romagna, anche se il suo accento porta dritto a Brindisi, dove è cresciuto. L'idea gli è venuta quando era ancora uno studente universitario, durante le notti passate ad assistere i clochard con l'associazione Piazza Grande.
"Portavamo loro coperte, vestiti e pasti caldi. Ma spesso la cosa più preziosa, per loro, era avere qualcuno con cui fare due chiacchiere. Così, sotto i portici si sparse la voce che ero avvocato, e uno alla volta in molti si presentarono per sottopormi i loro casi. Sembra assurdo, ma in Italia spesso per uscire dalla strada bisogna avere un buon avvocato".
Già, perché chi perde la residenza si trova senza molti diritti basilari: non può più ottenere cure specialistiche in ospedale, non può aprire una partita Iva, non può firmare un contratto di lavoro, non può ritirare la pensione. "Tornare a una vita dignitosa è un percorso a ostacoli, anche per colpa della burocrazia", spiega Mumolo. La giurisprudenza, però, può essere un alleato prezioso: "Anche se in Italia a volte è diventata lo strumento dei più furbi, non dobbiamo dimenticare che la legge è nata per tutelare i più deboli: è questo lo spirito delle tavole di Hammurabi, e anche della Magna Charta. Gramsci diceva che i libri sono come armi. Ecco, per me i codici sono le armi più potenti contro le ingiustizie".
In questi 19 anni, l'Avvocato di strada ha convinto - con le buone o con le cattive ("cioè facendo causa") - centinaia di Comuni a stabilire delle vie fittizie per consentire la registrazione all'anagrafe di chi dorme per strada. "Certo, questo è solo un punto di partenza, non la soluzione del problema", ammette Mumolo. A proposito, ma non si sente mai come chi vuole raccogliere l'acqua del mare con un cucchiaino? "Potrebbe anche essere così... Ma non far niente è peggio. E chi non fa niente perde il diritto di lamentarsi per le cose che non vanno".
E poi a volte capitano vittorie che non hanno prezzo. Allo sportello di Palermo, l'estate scorsa è arrivata la segnalazione di una signora di una quarantina d'anni, che vagava per le strade del centro in stato confusionale. Non aveva documenti, non parlava italiano né inglese, non riusciva a dire nemmeno come si chiamava.
"L'abbiamo portata subito in un dormitorio - racconta Francesco Campagna, 48 anni, primo Avvocato di strada in Sicilia - ed è stata presa in carico dal reparto di psichiatria dell'ospedale. Pian piano, ci sono volute settimane, abbiamo ricostruito la sua storia: si chiamava Paulina, era un'immigrata ghanese, residente regolarmente a Dortmund da anni, con la sua famiglia. Un giorno aveva deciso di prendere un volo low cost per Palermo, dove c'è una grande comunità ghanese, sperando di incontrare alcuni amici.
Appena uscita dall'aeroporto, però, le avevano rubato tutto". Attraverso l'ambasciata del Ghana, di cui è diventato anche console onorario, Campagna ha contattato i parenti della donna in Germania e le ha fatto ottenere un nuovo passaporto. "Ricordo che teneva sempre una bambola di pezza stretta tra le braccia: forse il ricordo di una sua figlia perduta, ma questo non lo saprò mai". Qualche tempo fa, Campagna ha ricevuto una telefonata. Era Paulina, aveva appena rimesso piede a casa sua. Voleva soltanto dirgli grazie.
afp.com, 17 settembre 2019
Il presidente siriano Bashar al-Assad il 15 settembre 2019 ha emanato un decreto per rilasciare o ridurre la pena di vari prigionieri, inclusi alcuni detenuti ai sensi della "legge sul terrorismo" del Paese. La cosiddetta "amnistia generale" è l'ultimo di una serie di decreti, tra cui uno nel 2014 che ha visto il rilascio di migliaia di detenuti.
Quest'ultimo decreto prevede la liberazione di alcuni prigionieri detenuti ai sensi di una "legge sul terrorismo" del 2012, usando un termine generico per attivisti antigovernativi, ribelli e jihadisti. Le persone incarcerate ai sensi della legge del 2012 per "cospirazione" o che non hanno informato le autorità di un atto di "terrorismo" devono essere rilasciate, secondo il decreto. L'amnistia non si estende però a chi è stato condannato per aver ucciso qualcuno o per averlo reso paralitico. Eccezioni a parte, i prigionieri condannati a morte dovranno invece scontare l'ergastolo con lavori forzati. Quelli che sono stati condannati all'ergastolo con lavori forzati dovranno invece lavorare per 20 anni, e quelli che hanno ricevuto una condanna all'ergastolo dovranno passare in carcere 20 anni.
Anche i prigionieri con malattie incurabili di età superiore ai 75 anni saranno rilasciati. I disertori che si consegnano entro tre mesi in Siria o entro sei mesi fuori dal Paese sono esentati dalla punizione. Lo stesso vale per i sequestratori che rilasciano i loro ostaggi sani e salvi entro il prossimo mese.
di Eleonora Alampi e Valerio Vallefuoco
Il Sole 24 Ore, 17 settembre 2019
La Cassazione definisce i contorni del reato di autoriciclaggio con particolare riferimenti all'ostacolo concreto ovvero al concreto nascondimento richiesto dalla norma per integrare la condotta del reato. Integra il reato di autoriciclaggio la vendita di diamanti a prezzi maggiorati ove il profitto venga reinvestito nell'acquisto di nuove pietre, senza che la tracciabilità dei passaggi possa escludere la sussistenza del reato.
Si può così compendiare il principio di diritto contenuto nella sentenza 37606/2019, con la quale la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso avverso una ordinanza del Tribunale di Milano, adottata in sede di riesame di misure cautelari reali, a conferma del decreto di sequestro preventivo emesso dal Gip del medesimo Tribunale, avente ad oggetto il profitto del reato di autoriciclaggio e il prezzo del reato all'articolo 2635 del Codice civile (corruzione tra privati). Ad innescare la vicenda giudiziaria era stata una truffa perpetrata attraverso la vendita di diamanti a prezzi maggiorati rispetto al loro valore di mercato.
di Andrea Colombo
Il Manifesto, 17 settembre 2019
Televisione. "Boez", dieci puntate per Raitre ora su Raiplay: il racconto di sei giovani detenuti sulla via Francigena. Il format rovescia il cliché pettegolo e banale del reality trasformandolo in un bagno nella realtà. Zaino in spalla, poco meno di 800 km da farsi scarpinando per campi e boschi, da Roma fino alla punta d'Italia, sino a Santa Maria di Leuca.
Quattro ragazzi più o meno della stessa età, poco più che ventenni, uno con dieci e passa anni di più sulle spalle, una sola ragazza, di origine Rom. Due guide a indicare il percorso, l'educatrice di comunità Ilaria D'Appollonio e l'escursionista Marco Saverio Loperfido, a dirigere, consigliare e mediare gli inevitabili momenti tensioni.
Una troupe a riprendere il viaggio. È materiale da reality, con solo il movimento, il percorso con i suoi incontri e gli imprevedibili incidenti, a renderlo diverso dalle case chiuse spiate dal Fratello o dall'Isola che ospita che cerca di recuperare una fama perduta o appannata: la marcia degli ignoti.
Ma se i non-famosi in questione vengono tutti dall'universo carcerario, dal carcere dalla comunità o dai domiciliari, se il più maturo è stato scelto proprio perché dietro le sbarre ha passato l'intera giovinezza, essendo entrato in carcere quando aveva l'età dei compagni di viaggio e anche di meno, proprio l'apparente banalità del format moltiplica l'effetto spiazzante, rovescia il cliché pettegolo e guardone come un guanto, trasforma l'accomodante reality in un inquietante bagno nella realtà.
Boez, il programma in dieci puntate che Raitre ha appena finito di trasmettere (ma è disponibile sulla piattaforma di Raiplay), di Roberta Cortella e Paola Pannicelli, con la stessa Cortella anche in veste di regista e guida insieme a Marco Leopardi, ha dimostrato nei fatti come una formula abusata possa con pochi e magistrali tocchi essere non solo rivitalizzata ma anche affrancata dalla sua futilità congenita e trasformata in oro.
Boez è la cronaca registrata di un evento felice. Racconta un viaggio fatto di sorrisi, di ricordi amari e attese dolci, di disperazione controbilanciata e superata dalla voglia di lasciarsela alla spalle, da una boccata di fede regalata proprio da questo improbabile viaggio a piedi. Proprio la felicità che accompagna Maria, Omar, Francesco, Alessandro, Matteo e Kekko anche nei momenti difficili, che spunta anche quando conquistano la fiducia reciproca, e ci vuole un po', necessaria per raccontarsi storie tragiche, rende l'esperienza dello spettatore drammatica, in equilibrio precario tra speranza e tristezza profondissima. I famosi, quando tornano stanchi dall'Isola, trovano ad aspettarli casa, comodità e riposo. Per questi escursionisti la fine della lunga camminata implica la chiusura di una parentesi di libertà. Li aspetta la galera, con o senza sbarre e secondini. Li aspetta, anche nella migliore e più rosea delle ipotesi, un futuro incerto ma in ogni caso difficile.
Cortella e Pannicelli hanno lavorato rovesciando in tutto la logica del format che hanno scelto di adottare per raccontare cos'è davvero quella galera che a troppi sembra un auspicabile rimedio, l'esercito cieco che si balocca esaltando la "certezza della pena". Il reality, per definizione, crea artificiosamente una sospensione della normalità che mira a far impennare la tensione puntando sulla costrizione della spazio chiuso e sulla competitività tra chi in quello spazio è costretto. Qui la costrizione è la norma, la libertà, esaltata dai panorami quasi sempre a cielo aperto, è l'artificio. La solitudine e la diffidenza sono il pane quotidiano, l'amicizia e il cameratismo che nascono tra i giovani detenuti lungo il cammino sono l'eccezione.
Boez ha detto più cose sul carcere e contro il carcere di un centinaio di convegni. Ma ha anche detto molto, indicando una via opposta, sulla banalità dell'uso che della Tv si fa in Italia.
varesenews.it, 17 settembre 2019
Nella giornata celebrativa del 202° anniversario della fondazione del Corpo di Polizia penitenziaria, il consigliere regionale Samuele Astuti (Pd), presente questa mattina alla cerimonia al salone Estense del Comune di Varese, sottolinea l'importanza di porre attenzione alle condizioni di lavoro e di vita all'interno degli istituti penitenziari.
"Troppo spesso le carceri rimangono in un cono d'ombra, dimenticate dalla società. Vale per chi è detenuto ma anche per chi presta servizio, spesso in condizioni difficili. È sbagliato e poco lungimirante, è importante che le istituzioni e la politica prestino la giusta attenzione. Sono stato a luglio in visita ai Miogni e ho toccato con mano la professionalità di chi ci lavora. Allora presi l'impegno di sostenere in Regione la realizzazione di un progetto, per il recupero dei detenuti e, di conseguenza, anche per migliorare le condizioni dell'istituto".
"Si tratta, semplicemente, di un orto la cui cura è demandata ai detenuti. Ho trovato sensibilità nei colleghi consiglieri, soprattutto dal presidente del Consiglio regionale Alessandro Fermi, e la proposta di stanziamento è stata accolta con il voto favorevole ad un mio emendamento all'assestamento al bilancio. Un fatto positivo che spero possa dare frutti in tempi brevi", conclude il consigliere regionale.
di Giovanni Verde e Titti Beneduce
Corriere del Mezzogiorno, 17 settembre 2019
Non viviamo da soli in un'isola felice, ma dobbiamo convivere con altri. È necessario che l'esercizio della libertà di ciascuno non impedisca e comprometta l'esercizio della libertà degli altri e viceversa. Il diritto penale nasce dall'esigenza che si fronteggi qualsiasi episodio di devianza. Cinque permessi in sei mesi: non solo per festeggiare i 18 anni, dunque, ma anche per sostenere un provino con una società calcistica sannita, per pranzare al ristorante con i genitori, per partecipare a riunioni di famiglia.
Il caso di Ciro Urzillo, uno dei tra giovani condannati lo scorso gennaio a 16 anni e mezzo per il brutale omicidio della guardia giurata Francesco Della Corte, continua a suscitare polemiche. La famiglia del vigilante, morto dopo diversi giorni di agonia e senza riprendere conoscenza per le violente bastonate al capo ricevute mentre era in servizio a Piscinola, non si dà pace: "Si sostengono sempre di più i diritti dei detenuti, ma dove sono finiti - si chiede la figlia Marta - i diritti delle vittime e delle famiglie di chi è stato ucciso, di coloro a cui è stato negato il diritto alla vita? Ormai la linea che separa la riabilitazione da comportamenti ridicoli è diventata veramente sottile: un assassino esce dal carcere e va a fare il calciatore? Questa è follia, non posso sopportare che chi ha ucciso mio padre possa anche andare a fare un provino per giocare al calcio. Per me lui deve scontare 16 anni e mezzo dentro il carcere".
Diverso, ovviamente, il parere dell'avvocato Nicola Pomponio, che assiste Urzillo: "Comprendo l'enorme dolore della famiglia Della Corte, ma non bisogna dimenticare che il carcere, soprattutto per chi ha commesso reati da minorenne, è finalizzato alla riabilitazione. Se la sentenza di primo grado venisse confermata, Ciro con ogni probabilità tornerà libero prima dei trent'anni: dovrà pure avere un posto nella società, come è giusto e come la legge prevede. Non dimentichiamo, inoltre, che in quei permessi il ragazzo si è attenuto rigorosamente alle prescrizioni della Corte d'Appello".
Sono stati i giudici della Corte d'Appello minorile, davanti alla quale pende il giudizio, ad accordare a Ciro Urzillo i permessi chiesti da lui stesso per il tramite di un'educatrice dell'istituto di Airola, dove è detenuto. Proprio per dopodomani è fissata la prima udienza del processo di secondo grado: il collegio dovrà decidere, dopo avere ascoltato la relazione del sostituto procuratore generale e la discussione degli avvocati della difesa, se confermare o meno la severa condanna di primo grado.
Si è arrivati a 16 anni e mezzo, infatti, perché i giudici di primo grado hanno ritenuto che sussistesse l'aggravante della crudeltà: "Tale pena - si legge nelle motivazioni della sentenza di primo grado - appare congrua alla luce della estrema gravità dei reati anche desunta dalle specifiche modalità dell'azione. Si tratta di un'azione di elevatissimo allarme sociale, che ha prodotto nella collettività massima riprovazione e sdegno. Gli imputati hanno deciso e agito in gruppo, spingendosi ad aggredire vigliaccamente e con gratuita violenza una guardia giurata al fine sinistro e inquietante di sottrarle l'arma".
Ma la pena, si legge ancora, è congrua anche "alla luce di una valutazione della capacità di delinquere degli imputati, in virtù dei motivi sottesi alla condotta criminosa, della loro spiccata capacità criminale, delle modalità esecutive efferate".
"In diversi casi - spiega Ciro Auricchio, segretario campano dell'Uspp, Unione sindacati di polizia penitenziaria - abbiamo ricevuto segnalazioni di permessi con scorta che ad avviso di chi deve eseguirle sfiorano lo spregio della certezza della pena e mettono in difficoltà il personale di polizia penitenziaria che si trova di fronte ad ordinanze cui adempiere è davvero difficile senza restarne stupiti".
ilsicilia.it, 17 settembre 2019
Un ventenne ieri si é tolto la vita nell'ex Ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto. È il sesto suicidio dal gennaio 2015 ad oggi. Tutti giovani, il più piccolo 20 anni il più grande 42 anni. "La situazione é davvero esplosiva.
Con la chiusura dell'Opg e il passaggio delle competenze sanitarie dallo Stato alla Regione ci si aspettava molto di più, bisognava creare strutture alternative in grado di rispondere al crescente numero di detenuti con disturbi psichiatrici sopravvenuti anche durante la detenzione", lo afferma Pino Apprendi di Antigone Sicilia.
"Il numero dei suicidi é abnorme rispetto al numero dei detenuti nell'Istituto, 200 e rispetto al numero totale dei suicidi in Sicilia, 22 nelle 23 carceri e alla popolazione carceraria complessiva di circa 6.400 detenuti. L'ottavo reparto, salute mentale, di Barcellona Pozzo di Gotto su 200 ospita oltre 50 ristretti disturbati", aggiunge Apprendi.
"La salute mentale dell'Asp di Messina non ha mai preso del tutto in carico questo reparto che manca del sostegno necessario. Assenza di attività trattamentale e prestazioni specialistiche. Il personale della Polizia Penitenziaria é sottodimensionato e insufficiente per una struttura che presenta questi problemi. A giugno, un incendio causato da alcuni detenuti aveva costretto alcuni agenti a ricorrere alle cure ospedaliere per avere cercato di spegnere l'incendio. Lunedì 23 visiterò il carcere con una delegazione di Antigone", conclude Pino Apprendi.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 17 settembre 2019
"Facile fare i sovranisti con le frontiere degli altri". Il neoministro degli Esteri Luigi Di Maio non lascia scivolare come niente fosse l'ingerenza del collega ungherese Peter Szijjarto che ha definito "deplorevole e pericolosa" la decisione del governo italiano di concedere il porto alla Ocean Viking. "L'Ungheria non accetterà alcun tipo di quota e difenderà le sue frontiere con tutti i mezzi", l'annuncio secco di Szijjarto.
Parole davanti alle quali Di Maio ribadisce la posizione dell'Italia nel negoziato europeo sulla ripartizione dei migranti: "L'Italia da anni vive un'emergenza causata anche e soprattutto dall'indifferenza di alcuni partner europei come l'Ungheria. Chi non accetta le quote deve essere sanzionato duramente".
Il braccio di ferro è solo all'inizio anche perché sul tavolo si impone spinosa la questione degli accordi con la Libia. A conferma dello sconcertante rapporto dell'Onu che solo qualche giorno fa a Vienna ha denunciato il criminale ruolo della polizia libica nel riconsegnare e vendere i migranti ai trafficanti, è arrivata l'inchiesta della squadra mobile e della Procura di Agrigento, poi diventata di competenza della Dda di Palermo per la gravità dei reati, a cominciare da quello di tortura per la prima volta contestato in Italia. Un'inchiesta che, per la prima volta, ha acceso i riflettori su un centro di detenzione ufficiale dove per altro ha accesso anche l'Oim e dove la polizia libica porta i migranti consegnandoli nelle mani dei trafficanti aguzzini alimentando il business criminale a suon di torture, stupri, violenze, ricatti, estorsioni.
Imbarazzante è dir poco visto il sostegno finanziario e di formazione che l'Italia e l'Europa continuano ad assicurare alla Libia. Il centro di detenzione-lager è quello nell'ex base militare di Zawija, una fortezza recintata da alte mura a poche decine di metri dalla spiaggia. È il "porto sicuro" che la Libia aveva offerto pochi giorni fa alla Ocean Viking per sbarcare gli 84 migranti soccorsi nel Mediterraneo.
In quell'inferno per mesi hanno svolto con estrema crudeltà il loro lavoro di torturatori i due egiziani e il guineano fermati ieri nell'hot-spot di Messina dove erano arrivati alcuni mesi fa come migranti. A riconoscerli sono stati quattro delle loro vittime approdati poi in Italia a luglio con il veliero Alex di Mediterranea. "Due poliziotti in uniforme ci hanno venduto a Ossama (il capo dei trafficanti). Ci hanno portato in quella ex base militare, eravamo circa 900 persone, anche bambini. Ci davano da mangiare solo pane e da bere acqua di mare.
Un migrante accanto a me è morto di fame, le donne venivano portate via dai carcerieri per essere violentate. Da questa prigione si esce solo pagando", la testimonianza di Yussif Muftaa, rinchiuso lì con la moglie. E poi omicidi a sangue freddo, frustate, torture con scariche elettriche, mazze e bastoni. È la realtà che aspetta anche i migranti che vengono soccorsi dalla Guardia costiera libica e riportati indietro. Dice il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio: "Sono crimini contro l'umanità, è necessario agire a livello internazionale".
di Mario Calabresi
La Repubblica, 17 settembre 2019
Libri. Anticipiamo un capitolo del nuovo libro di Mario Calabresi ("La mattina dopo", Mondadori, pagg. 144, euro 17), in uscita il 17 settembre. L'ex direttore di "Repubblica" racconta di quando a Parigi guarda negli occhi l'uomo condannato per la morte del padre.
Rimaneva una cosa da fare, per mettere ordine e fare i conti con il passato. Il giorno dopo finisce quando i conti sono regolati, quando ti fai una ragione delle cose e puoi provare a guardare avanti, anche se quel davanti magari è molto diverso da quello che avevi immaginato. Dovevo fare un incontro che avevo evitato diciassette anni prima. Volevo tornare a Parigi per parlare con Giorgio Pietrostefani, l'uomo che è stato condannato per aver organizzato l'omicidio di mio padre.
Lo ricordo ai processi, la faccia dura, mai una parola, mai un'emozione. Un oggetto misterioso, sembrava fatto di pietra, non rilasciava dichiarazioni alla stampa, sfuggiva i microfoni e si rifugiava dietro occhiali da sole con la montatura quadrata. Mi provocava molto disagio. A un certo punto dei processi andò a vivere in Francia. Dopo la sentenza di Cassazione che confermò la condanna definitiva tornò in Italia e passò due anni nel carcere di Pisa. Poi venne accordata una revisione del processo, che si tenne a Mestre. Prima della sentenza della Corte d'appello di Venezia, la quindicesima di un percorso durato dodici anni, che rigettava la richiesta di revisione e confermava le condanne, fuggì a Parigi. Non è mai più tornato. E nessuno lo ha mai chiesto indietro con convinzione.
Così ha vissuto libero in Francia per più di vent'anni. Nell'estate del 2002, nei giorni in cui si giocavano i mondiali di calcio di Giappone e Corea del Sud, ero a Parigi per seguire le elezioni politiche. Una sera un collega mi invitò a casa sua per vedere la partita dell'Italia, ma prima di accettare venni a sapere che in quel salotto, nella poltrona di fronte alla televisione, ci sarebbe stato Giorgio Pietrostefani. L'idea di trovarmelo davanti, in un contesto di svago, non era sopportabile, cosi non andai. Pensai che era curioso che tanti lo conoscessero e lo frequentassero ma per lo Stato italiano fosse un latitante. Anni dopo avremmo saputo anche che riceve regolarmente una pensione grazie ai contributi versati quando lavorava in Italia. Ogni volta che sono stato in Francia in questi anni ho immaginato di andare a cercarlo, c'erano molte cose che avrei voluto chiedergli e volevo guardarlo negli occhi, oltre quegli occhiali. Poi c'era sempre qualcosa da fare capace di esentarmi da quella fatica.
Finché l'arresto e l'estradizione di Cesare Battisti, il terrorista dei Pac fuggito prima in Francia e poi in Brasile, hanno riportato il tema dei latitanti della stagione del terrorismo nel dibattito politico e sulle prime pagine dei giornali. Nei miei ultimi giorni di lavoro a Repubblica ho saputo che il suo nome era in cima alla lista della dozzina di ex terroristi di cui il ministero della Giustizia chiede finisca la latitanza parigina. Era stato anche lui protetto in nome della "dottrina Mitterrand". Ma l'accoglienza garantita da quel presidente francese, che regnò per tutti gli anni Ottanta e per ben metà del decennio successivo, si sarebbe dovuta applicare solo a chi non aveva le mani sporche di sangue. Ho trovato il tempo per andare a cercare i documenti e le interviste di François Mitterrand e non ci sono molte cose da interpretare.
Ho cercato allora di capire che fine avesse fatto Pietrostefani, ormai aveva passato la metà dei settanta, e dove vivesse. Ho scoperto che aveva avuto un trapianto di fegato e che viveva quasi più negli ospedali che a casa. Allora ho sentito che era tempo di farlo. Non c'erano più impegni urgenti e pressanti. E avevo chiara la sensazione che se l'avessi evitato di nuovo e l'incontro non ci fosse stato, un giorno avrei considerato tutto questo un'occasione perduta.
Ho cercato un contatto che non desse spettacolo, che fosse riservato. L'ho trovato e ci ho messo due mesi per arrivare in fondo. Ho avvisato mia madre, che mi ha chiesto cosa mi aspettassi e mi ha aiutato a trovare lo spirito giusto. Lei ci aveva pensato molto e alla fine mi ha ripetuto tre volte la stessa frase: "Digli che io ho perdonato, sono in pace e così voglio vivere il resto della mia vita".
Quella mattina esco all'alba, cammino per più di due ore per Parigi, facendo il giro di tutti i posti che hanno qualcosa da dirmi. Il ristorante dove Tonino ci ha fatto provare per la prima volta le ostriche, nell'unico viaggio che abbiamo fatto tutti insieme fuori dall'Italia. Resta una foto bellissima con tutti e quattro i figli appoggiati al muretto di un ponte sulla Senna. Vado in Rue Mouffetard dove il mio amico Corso mi portava a prendere delle gigantesche crêpe salate e scendo a Notre-Dame. Non ci sono ancora turisti ma è tutto transennato, la cattedrale ferita si può guardare solo da lontano. È ancora in piedi e le due torri della facciata danno un senso di forza e di appartenenza che va oltre la cronaca e appartiene alla Storia.
Poi arriva il primo pullman di turisti, scarica un fiume di asiatici che cominciano a farsi selfie con uno degli sfondi più famosi del mondo. È tempo di andare. Si alza un vento fortissimo, annuncia tempesta. Ho imparato la puntualità, arrivare in anticipo mi sembra una delle più belle conquiste di questo tempo nuovo. L'uomo che mi trovo di fronte ha la barba bianca, è talmente magro da sembrare la metà di quello di un tempo. Ha quasi 76 anni, ne aveva 28 quel 17 maggio 1972 quando spararono a mio padre. Io avevo due anni e mezzo.
Infagottato in un giubbotto verde, con gli occhiali da sole quadrati che aveva anche ai tempi del processo. Lo vedo che cammina avanti e indietro di fronte all'albergo, guarda continuamente l'ora, è anche lui in anticipo.
Allora esco e gli vado incontro, anche se non sono sicuro che sia lui perché è irriconoscibile. Solo gli occhi, noto dopo, ricordano chi era. È teso. Deve aver dormito peggio di me. Incontrare uno che somiglia cosi tanto a quel poliziotto contro cui scatenarono una delle più violente campagne di odio della storia del nostro paese, fino al suo omicidio, non deve essere facile. Fare i conti con la Storia nemmeno. Parliamo per mezz'ora, seduti nella hall di un anonimo albergo popolato solo di turisti americani. C'è stato un momento, molti anni fa, in cui mia madre decise che pubblico e privato si sarebbero separati per sempre. Che non avremmo più parlato di processi. Chiedevamo giustizia e, seppur dopo tanti anni, l'abbiamo ottenuta, tutto il resto - dall'esecuzione delle pene, ai permessi, all'estradizione fino alle grazie - non spettava a noi ma allo Stato.
Ricordo l'esatto momento in cui mia madre mi disse che era giusto fare cosi. Eravamo seduti in macchina sotto casa della nonna, chissà perché. Forse perché lei era l'unica ad avere il computer e la stampante, nonostante i suoi ottant'anni. Dovevamo compilare un modulo per dare il nostro parere sulla richiesta di grazia per Ovidio Bompressi, condannato per aver sparato a mio padre, il presidente della Repubblica era Carlo Azeglio Ciampi.
Il modulo prevedeva che noi potessimo dire sì o no. Mia madre si rifiutò e ragionò: non siamo nel Medioevo che una famiglia decide se una persona deve stare o meno in carcere, la giustizia non può essere un fatto privato, tanto che viene amministrata in nome del popolo italiano. Lo Stato deve avere il coraggio delle sue decisioni, assumendosene la responsabilità. Non può nascondersi dietro una famiglia. Noi ci rimettiamo all'interesse generale, non ci metteremo di traverso e non commenteremo in alcun modo, faccia il presidente della Repubblica quello che ritiene giusto per l'Italia. Da quel momento mia madre non ha più detto una parola sulle vicende e ha intrapreso con convinzione un processo di pacificazione interiore. Un percorso privato, con cui ha sempre cercato di contaminare me e i miei fratelli. Questi percorsi sono fatti di passi avanti e marce indietro, ma sono fondamentali per trovare una pace interiore. Cosi sono andato a incontrare quell'uomo che non aveva più nulla dei suoi vent'anni. Dovevo farlo. Adesso, il mio giorno dopo era finito davvero.
di Salvatore Giuffrida
La Repubblica, 17 settembre 2019
La farmacia solidale aperta dai volontari di Regina Coeli in via della Lungara. L'ultima storia di Roma città solidale arriva dalla nuova farmacia di strada, aperta in via della Lungara dall'associazione dei volontari di Regina Coeli con l'aiuto del cappellano del carcere padre Vittorio Trani e i medici di Medicina Solidale.
La farmacia è rivolta a chi ha bisogno di medicinali e cure mediche, ma non ha soldi: senzatetto, tossicodipendenti, ex detenuti, ma anche tante famiglie che faticano ad arrivare a fine mese, italiane o straniere. La farmacia è un presidio medico all'interno del centro di accoglienza dei volontari di Regina Coeli guidati da Angela Iannace con padre Vittorio Trani: pasti caldi, assistenza e sostegno per riscattarsi o semplicemente per non sentirsi soli. "Abbiamo iniziato sette anni fa seguendo i detenuti - spiega padre Vittorio Trani - poi chi aveva bisogno. Ad esempio un ragazzo diabetico che viene per l'iniezione. Se non gliela facessimo rischierebbe la morte".
La farmacia servirà a tutto il centro della capitale. Come Thomasz, senzatetto polacco di 50 anni: è caduto giorni fa da un muro riportando una frattura alla colonna vertebrale, ma non aveva i soldi per i farmaci. Ora potrà andare in via Lungara. "Vengono qui - spiega Stefano Giorgi, volontario - perché hanno timore di andare ai pronto soccorso, non hanno il tesserino sanitario".
Si chiama povertà sanitaria: "Il numero di chi non può comprare medicine aumenta", spiega Lucia Ercoli della Onlus Medicina Solidale, che cura gli indigenti con l'aiuto dell'Elemosiniere del Papa, cardinale Konrad Krajewski. Giovedì sarà inaugurato a Cinecittà un progetto pilota per dare l'accesso gratis alle docce ai bambini che vivono in strada: a ospitarli un istituto salesiano. L'iniziativa coinvolge Medicina solidale, Elemosineria, l'associazione "Dorean dote" e gli scout di Roma est: è un faro su un'emergenza su cui non si possono chiudere gli occhi.
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