ansa.it, 17 settembre 2019
Sono stati individuati gli autori di una rissa nello scorso mese di aprile tra detenuti nel carcere di Salerno e che provocò anche a lesioni ad alcuni agenti della Polizia penitenziaria ed alla stessa direttrice. Si tratta del risultato di una vasta operazione di polizia giudiziaria congiunta della Polizia di Stato e della Polizia Penitenziaria, coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Salerno.
Questa mattina, ufficiali della polizia giudiziaria in servizio al Nucleo Investigativo Centrale - Articolazione Regionale della Polizia Penitenziaria di Napoli, in collaborazione con la Squadra Mobile di Salerno hanno dato esecuzione ad un'ordinanza applicativa della misura cautelare della custodia in carcere nei confronti di 13 persone, all'epoca detenute nel carcere di Fuorni, accusate tra le altre cose di rapina e plurimi episodi di resistenza e violenza a pubblico ufficiale.
La vicenda nasce da una vera e propria "guerriglia" tra bande contrapposte di carcerati.
Un detenuto napoletano venne aggredito da altri detenuti in gran parte salernitani. In seguito a questo episodio, il gruppo dei "napoletani", il giorno successivo, il 5 aprile scorso, aggredì un altro detenuto salernitano per vendicare l'accaduto. Questo episodio scatenò una violenta reazione da parte dei salernitani che, per vendicare il compagno di sezione, intrapresero una vera e propria rivolta interna, aggredendo gli agenti penitenziari, sottraendo loro, con violenza e per ben tre volte, le chiavi di accesso.
Una prima volta per far uscire i compagni di sezione, successivamente per far accesso alla sezione contrapposta e infine per fare ingresso nella sezione A dei "napoletani" e per ingaggiare con loro una rissa. La sezione interessata venne devastata dagli indagati che distrussero tutto ciò che trovarono, azionando anche un estintore per evitare di essere identificati. Fu possibile riportare l'ordine solo grazie all'intervento del personale in servizio e della stessa direttrice del carcere salernitano.
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 17 settembre 2019
L'assessore-sceriffo ha scoperto dieci case dormitorio piene di immigrati clandestini. Ma i proprietari, che non pagano neppure le tasse, non sono stranieri. Prima gli italiani? Sì: ad approfittarsi dei più deboli. Viene da Genova una notizia che dovrebbe far riflettere le prefiche della xenofobia, sempre pronte a intonare il lamento della "sostituzione etnica".
Se sostituzione c'è (e in alcuni carruggi genovesi c'è, eccome: gli antichi residenti essendo spariti quasi del tutto) i primi agenti di questo fenomeno sono nostri connazionali senza scrupoli. Lo certifica il leghista Stefano Garassino (detto "lo Sceriffo"), assessore alla Sicurezza della giunta guidata da Marco Bucci. Seguendo un'intuizione che covava da tempo, lo Sceriffo è andato coi suoi vigili a ficcare il naso in uno di questi vicoli, salita San Paolo, accanto alla famigerata via Pré, dopo un lavoro incrociato con l'Agenzia del territorio, quella delle Entrate e l'Amiu (la municipalizzata della nettezza urbana).
Ha scoperto dieci case dormitorio piene di immigrati clandestini accatastati in letti a castello (per 2-300 euro mensili a posto letto), senza nemmeno l'acqua corrente: veri invisibili. Dai prestanome è arrivato ai proprietari, quasi tutti italiani che non pagavano nemmeno le tasse ("sciacalli che approfittano della situazione per arricchirsi", li bolla pragmatico l'assessore). Era storia nota ma mai messa così in chiaro.
Vecchi residenti rovinati dalla crisi lasciano le case in centro, speculatori italiani le comprano a due soldi: subaffittando a posto letto ricavano seimila euro al mese laddove ne prenderebbero 600 con affitti regolari. E chi occuperà quei posti letto?
I migranti senza permesso di soggiorno, l'ultimo anello debole. Garassino ha seguito la pista della "rumenta" (l'immondizia): se un quartiere ne produce per 28 mila e i residenti sono ventimila, lì ci sono 8 mila invisibili. Ora dice che sciacalli senza coscienza "mettono in pericolo la sicurezza nazionale". E promette repliche. Con uno slogan stavolta assai condivisibile: prima la legalità.
L'Osservatore Romano, 17 settembre 2019
Il magnate dei media, Nabil Karoui, attualmente in carcere, e il costituzionalista Kaïs Saïed sono i due contendenti che si affronteranno al ballottaggio per la carica di presidente della Tunisia. È quanto indicano i primi exit poll di domenica sera che hanno registrato anche un netto calo dell'affluenza (45 per cento) rispetto alle elezioni precedenti.
Secondo le previsioni dell'agenzia Sigma Conseil, Saïed sarebbe in testa, sfiorando il 20 percento delle preferenze. Indipendente, conservatore, è un professore di diritto costituzionale che ha messo la lotta alla corruzione al centro della sua campagna elettorale.
Avrebbe conquistato il consenso soprattutto giovanile, proponendo misure che, accanto alla conferma del ricorso alla pena di morte, prevedono la condanna della depenalizzazione dell'omosessualità e del progetto di legge sulla parità di genere in tema ereditario. Ma il giurista, che si dichiara "non islamista", avrebbe inoltre proposto un programma chiaro e rigoroso di risanamento delle istituzioni statali e di ripresa economica.
I sondaggi avevano invece previsto risultati migliori per Karoui, che sarebbe rimasto appena sopra il 15 per cento. Il voto è stato comunque accolto come un successo dai simpatizzanti del fondatore di Nessma Tv. In carcere da agosto con le accuse di riciclaggio ed evasione fiscale, Karoui ha fatto leggere un messaggio di ringraziamento in cui ha sottolineato che "questo voto esprime la volontà di cambiamento auspicata dal popolo, di dire no all'ingiustizia, no alla povertà, no alla marginalizzazione e sì a uno Stato equo".
Durante la campagna elettorale, il tycoon avrebbe usato la propria rete televisiva per raccogliere fondi per la sua associazione caritativa Khalil Tounes. Così si sarebbe posizionato come il candidato "per il popolo" e per i poveri. Karoui, che si è definito "prigioniero politico", non è stato ancora condannato ed è in custodia cautelare preventiva. Sua moglie Salwa Smaoui, festeggiando il risultato in vista del ballottaggio di ottobre, ha annunciato che la difesa presenterà ai giudici una nuova domanda di liberazione al più presto.
L'aria di cambiamento cui allude Karoui è visibile anche nell'eterogeneità delle elezioni, dove i candidati erano ben 24, e i vincitori, secondo gli exit poll, per lo più indipendenti. Secondo i dati di Sigma Conseil, a seguire Saïed e Karoui, sarebbero Abdelfattah Mourou, il candidato del partito islamista moderato Ennahdha, l'indipendente ministro della Difesa dimissionario Abdelkrim Zbidi, e più in basso il primo ministro uscente Youssef Chahed. Sembrerebbe così superata l'opposizione binaria di campo islamista e progressista, così come il sistema dei partiti tradizionali, lasciando il posto a un orizzonte nel quale si evidenzia in primo luogo la disoccupazione giovanile ma anche una crescente frammentazione politica. Come accennato, l'affluenza alle elezioni, secondo quanto dichiarato dalla commissione elettorale, è stata del 45 per cento, in calo di 20 punti rispetto all'entusiasmo sollecitato solo 8 anni fa dalle rivolte della cosiddetta "Primavera araba". Le elezioni hanno seguito un periodo elettorale breve ma acceso, caratterizzato dalle reciproche accuse di corruzione tra candidati.
di Alfredo Marsala
Il Manifesto, 17 settembre 2019
Le testimonianze di alcuni naufraghi consentono l'arresto in Italia di tre persone. Contestato per la prima volta il reato di tortura. Da bere acqua di mare, pane duro per cibo. Rinchiusi in celle anguste tra immondizia e insetti per mesi. Nel campo, torture di ogni tipo: scariche elettriche, bastonate, colpi con il calcio dei fucili e con tubi di gomma, frustate.
Le donne violentate ripetutamente. Minacce di morte continue per i migranti prigionieri e per i familiari costretti a pagare il riscatto e a guardare le foto dei propri cari mentre vengono torturati. Senza soldi niente partenza con i barconi. Molti non ce la fanno a resistere. Come due fratelli della Guinea, deceduti per le gravi ferite provocate dai torturatori, i loro corpi abbandonati chissà dove.
Siamo a Zawyia, città della Libia. A raccontare le barbarie nella prigione degli orrori sono stati alcuni migranti ascoltati dalla squadra mobile di Agrigento, dopo essere stati soccorsi in mare dalla nave Alex della ong Mediterranea. Le loro testimonianze sono finite nel rapporto che gli investigatori hanno consegnato alla Procura della città dei templi, che ha poi girato il fascicolo per competenza alla Dda di Palermo. Per la prima volta gli inquirenti contestano il reato di tortura, introdotto nel luglio del 2017, oltre all'associazione per delinquere finalizzata all'immigrazione clandestina, la tratta, l'estorsione, la violenza sessuale e gli omicidi.
Tre le persone fermate, riconosciute dai testimoni come i carnefici di Zawyia: Mohamed Condè detto Suarez, 22 anni della Guinea; Hameda Ahmed di 26 anni e Mahmoud Ashuia, 24 anni, entrambi egiziani. I tre si trovavano nell'hotspot di Messina quando sono stati presi in carico dagli investigatori. Molti dei migranti che li hanno riconosciuti, attraverso le foto-segnaletiche, sono stati sentiti nei centri d'accoglienza di Castelvetrano (Tp) e Marsala (Tp) o in alcuni comuni della Calabria, dove nel frattempo erano stati trasferiti dopo l'approdo a Lampedusa.
Hanno raccontato che il capo dell'organizzazione si chiama Ossama, è lui a gestire il campo di Zawyia. Secondo gli inquirenti i profughi, con inganno o violenza o dopo essere stati venduti da una banda all'altra o da parte della stessa polizia libica, vengono rinchiusi nell'ex base militare capace di contenere migliaia di persone. Per chiedere il riscatto alle famiglie dei prigionieri la banda usa un telefono di servizio", tramite il quale i migranti sono costretti a contattare i propri congiunti, alla presenza dei carcerieri, e convincerli a pagare il riscatto. Chi non paga viene ucciso o venduto ad altri trafficanti di uomini; chi paga viene rimesso in libertà, ma con il rischio di essere nuovamente catturato dalla stessa banda e di dover versare altro denaro ai carcerieri di Zawyia.
Strazianti le testimonianze. "Tutte le donne che erano con noi, una volta alloggiate all'interno di quel capannone sono state sistematicamente e ripetutamente violentate da due libici e tre nigeriani che gestivano la struttura. Eravamo chiusi a chiave. I due libici e un nigeriano erano armati di fucili mitragliatori, mentre gli altri due nigeriani avevano due bastoni", racconta una delle vittime della prigione di Zawyia. "Le condizioni di vita sono inaudite - dice il profugo - Durante la mia prigionia ho visto che gli organizzatori hanno ucciso a colpi di pistola due migranti che avevano tentato di scappare". E ancora:
"Eravamo divisi in gruppi per nazionalità e per sesso - riferisce un'altra vittima - Le donne erano messe tutte insieme, mentre noi uomini eravamo divisi per la nazione di appartenenza. Io ero con i camerunensi. Ci davano da mangiare solo una volta al giorno. Tutti i giorni invece venivamo, a turno, picchiati brutalmente e torturati con la corrente dai nostri carcerieri. Erano spietati, il capo si chiama Ossama ed è un libico in abiti civili, con sé aveva delle pistole". L'uomo ha perso la sorella in quel campo, dove sono rinchiusi i suoi nipoti. ""Ho visto morire tanta gente - aggiunge - Con me all'interno di quel carcere c'era mia sorella Nadege, che purtroppo è morta lì per una malattia non curata. Mia sorella aveva con sé le due figlie di 7 e 10 anni, sono ancora detenute in Libia".
Il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, ribadisce l'esigenza di un intervento della comunità internazionale. "L'indagine ha dato la conferma delle inumane condizioni di vita all'interno dei capannoni di detenzione libici - commenta - e la necessità di agire, anche a livello internazionale, per la tutela dei più elementari diritti umani e per la repressione di quei reati che, ogni giorno di più, si configurano come crimini contro l'umanità".
di Stefano Allievi
La Stampa, 17 settembre 2019
Il cambiamento avvenuto al ministero dell'Interno non potrebbe essere più drastico. Non tanto e non solo per il diverso orientamento dei ministri Salvini e Lamorgese - sarebbe banale. Ma per la radicale diversità di metodo e di stile. Si è passati da un ideologo a un tecnico, da un capo partito in perenne campagna elettorale (alle cui esigenze ha distorto la sua carica istituzionale) a un prefetto che nemmeno possiede un account per comunicare sui social, e soprattutto da una persona che aveva interesse a creare problemi e contrapposizioni, perché da essi lucrava il proprio crescente consenso, a una persona abituata a risolverli, i problemi, e sopirle, le contrapposizioni. Per mestiere, prima che per opzione politica.
Ma questo cambiamento dovrà sostanziarsi in politiche: che, per prima cosa, dovranno distinguere la questione dei richiedenti asilo da quella dell'immigrazione, di cui la prima è una parte minore.
Gli "sbarcati" costituiscono infatti solo una percentuale a una cifra del totale degli immigrati, il grosso degli irregolari non è affatto sbarcato (sono overstayers diventati irregolari a causa della legge Bossi-Fini, che vincola il permesso di soggiorno al possesso di un lavoro), e le persone ospitate nei centri di accoglienza non hanno mai superato le trecentomila, e sono in calo. Per questo è bene non lasciare il focus dell'attenzione sulle Ong: questione di bandiera, non di sostanza. Sono molti di più gli immigrati arrivati attraverso gli "sbarchi fantasma" o via terra che quelli salvati dalle Ong.
E nella assurda lotteria su ogni singola barca, per decidere quanti ne avrebbe presi ogni singolo paese, gli stessi a cui si concedeva di fare bella figura a poco prezzo, accogliendone dieci o venti, ne restituivano all'Italia - nell'interessato silenzio del ministero - anche cento volte tanto con i charter dei "dublinanti" rimandati nel paese di primo approdo.
Il problema dei salvataggi nel Mediterraneo non si risolve in mare, ma nelle capitali africane e a Bruxelles - è lì che va concentrata l'azione politica e diplomatica. Attraverso accordi con i paesi di partenza dei migranti (responsabilizzandoli - in cambio di migrazione regolare e regolata - nel controllo dell'immigrazione irregolare), e andando verso una Agenzia europea per l'immigrazione, che gestisca l'intera filiera (salvataggi, redistribuzione, rimpatri - rivedendo gli accordi di Dublino).
Sapendo che la prima azione veramente utile per diminuire gli arrivi irregolari è riaprire i canali di arrivo regolare (i primi sono aumentati esponenzialmente quando si sono chiusi i secondi). Per cogenti ragioni demografiche e di mercato del lavoro Europa e Italia avranno bisogno di una quota non modesta di immigrazione: ma questa deve essere organizzata, gestita, selezionata in base alle esigenze, e soprattutto spiegata ai cittadini.
Passando da una politica basata sulla paura (indirizzata verso un facile capro espiatorio) a un approccio fatto di ragionamenti, di interessi reciproci, di informazioni oneste, di dati. Poi, finalmente, occorre investire in integrazione: la vera posta in gioco sta lì. E conviene.
La Repubblica, 17 settembre 2019
Circa 600 mila membri della minoranza Rohingya vivono in Birmania "sotto grave rischio di genocidio" e i responsabili all'interno dello Stato devono essere portati davanti alla Corte penale internazionale. L'allarme arriva dalla missione di verifica delle Nazioni unite, che ha rilevato "motivi ragionevoli per concludere che gli elementi di prova che consentono di dedurre l'intenzione genocida dello Stato" si "sono rafforzati" dall'anno scorso.
Per gli esperti, "esiste un rischio grave che atti di genocidio possano prodursi o riprodursi". Un anno fa un precedente rapporto aveva constatato "atti di genocidio" nelle "operazioni di pulizia" della Birmania del 2017 che avevano causato la morte di migliaia di persone e provocato la fuga in Bangladesh di oltre 740.000 membri della minoranza musulmana.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 16 settembre 2019
Le scelte del governo su prescrizione e intercettazioni potrebbero consentire al leader della Lega di abbandonare il giustizialismo e costruire un salvinismo meno urlato.
Tra le molte idee confuse messe insieme ieri a Pontida da un sempre più frastornato Matteo Salvini, quella meno confusa, e forse persino più convincente, riguarda un argomento sul quale (assieme alla truffaldina ma astuta mossa maggioritaria sul referendum) il leader della Lega potrebbe provare a costruire un'opposizione responsabile al governo rossogiallo.
di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 16 settembre 2019
Coinvolti Conferenza nazionale universitaria e Mingiustizia (Dap). Un protocollo unico per regolare i rapporti tra carcere e università. Interazione dunque sempre più efficace tra mondo universitario e mondo penitenziario: vi è dedicato il protocollo d'intesa sottoscritto lo scorso 11 settembre dal capo Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria - Dap - del ministero della giustizia Francesco Basentini e dal presidente della Conferenza nazionale universitaria poli penitenziari (Cnupp) Franco Prina.
di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei
Il Sole 24 Ore, 16 settembre 2019
Sono 30mila all'anno i processi penali che, con l'entrata in vigore il 1° gennaio 2020 della riforma della prescrizione, non avranno più scadenza. È l'effetto della legge "spazza-corrotti" - varata a inizio 2019 dal Governo gialloverde, ma con efficacia differita di un anno - che prevede lo stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado, sia di assoluzione che di condanna.
di Franco Corleone
L'Espresso, 16 settembre 2019
L'11 settembre avevo scritto un pezzo su "Il Manifesto" auspicando che il nuovo governo abbandonasse le vecchie ricette sul carcere e segnasse una discontinuità nei programmi e nelle azioni. Il silenzio nel programma è assordante e l'appello del prof. Fiandaca per garantire nel governo la presenza di una personalità che per storia, cultura e esperienza desse il segno di una svolta, cioè del ritorno alla Costituzione è rimasto inascoltato.
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