di Giovanni Panettiere
quotidiano.net, 15 settembre 2019
Udienza di Francesco alla Polizia penitenziaria, ai cappellani e ai volontari dei carceri. Da Bergoglio anche l'appello contro le case circondariali sovraffollate: "Sono polveriere di rabbia". Dietro le sbarre in Italia capienza sforata del 129%. Nessun detenuto deve essere privato del "diritto di ricominciare".
L'Osservatore Romano, 15 settembre 2019
Messaggio di Papa Francesco all'Amministrazione penitenziaria italiana. "Se si chiude in cella la speranza, non c'è futuro per la società": lo ha sottolineato il Papa nell'udienza ai membri dell'Amministrazione penitenziaria italiana, incontrati a mezzogiorno di sabato 14 settembre in piazza San Pietro.
Tra i temi affrontati dal Pontefice nel discorso, quello dell'ergastolo che, ha ripetuto per due volte, "non è la soluzione dei problemi", bensì al contrario "un problema da risolvere". Ecco allora l'esortazione a "mai privare del diritto di ricominciare". Perché, ha chiarito, "sta ad ogni società" alimentare la speranza; "fare in modo che la pena non comprometta il diritto alla speranza, che siano garantite prospettive di riconciliazione e di reinserimento".
-----------------
Discorso del Santo Padre Francesco alla Polizia penitenziaria, al personale dell'Amministrazione penitenziaria e della Giustizia minorile e di comunità
----------------
Piazza San Pietro. Sabato, 14 settembre 2019 - Cari fratelli e sorelle, buongiorno. Vi do il benvenuto e ringrazio il Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria per le sue parole.
Vorrei rivolgervi a mia volta tre semplici parole. Anzitutto alla Polizia Penitenziaria e al personale amministrativo vorrei dire grazie. Grazie perché il vostro lavoro è nascosto, spesso difficile e poco appagante, ma essenziale. Grazie per tutte le volte che vivete il vostro servizio non solo come una vigilanza necessaria, ma come un sostegno a chi è debole. So che non è facile ma quando, oltre a essere custodi della sicurezza siete presenza vicina per chi è caduto nelle reti del male, diventate costruttori di futuro: ponete le basi per una convivenza più rispettosa e dunque per una società più sicura. Grazie perché, così facendo, diventate giorno dopo giorno tessitori di giustizia e di speranza. Grazie a voi!
C'è un passo del Nuovo Testamento, rivolto a tutti i cristiani, che credo vi si addica in modo particolare. Così dice la Lettera agli Ebrei: "Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere" (Eb 13,3). Voi vi trovate in questa situazione, mentre varcate ogni giorno le soglie di tanti luoghi di dolore, mentre trascorrete tanto tempo tra i reparti, mentre siete impegnati nel garantire la sicurezza senza mai mancare di rispetto per l'essere umano. Non dimenticatevi, per favore, del bene che potete fare ogni giorno. Il vostro comportamento, i vostri atteggiamenti, i vostri sguardi sono preziosi. Siete persone che, poste di fronte a un'umanità ferita e spesso devastata, ne riconoscono, a nome dello Stato e della società, l'insopprimibile dignità. Vi ringrazio dunque di non essere solo vigilanti, ma soprattutto custodi di persone che a voi sono affidate perché, nel prendere coscienza del male compiuto, accolgano prospettive di rinascita per il bene di tutti. Siete così chiamati a essere ponti tra il carcere e la società civile: col vostro servizio, esercitando una retta compassione, potete scavalcare le paure reciproche e il dramma dell'indifferenza. Grazie.
Vorrei dirvi anche di non demotivarvi, pur fra le tensioni che possono crearsi negli istituti di detenzione. Nel vostro lavoro è di grande aiuto tutto ciò che vi fa sentire coesi: anzitutto il sostegno delle vostre famiglie, che vi sono vicine nelle fatiche. E poi l'incoraggiamento reciproco, la condivisione tra colleghi, che permettono di affrontare insieme le difficoltà e aiutano a far fronte alle insufficienze. Tra queste penso, in particolare, al problema del sovraffollamento degli istituti penitenziari - è un problema grave -, che accresce in tutti un senso di debolezza se non di sfinimento. Quando le forze diminuiscono la sfiducia aumenta. È essenziale garantire condizioni di vita decorose, altrimenti le carceri diventano polveriere di rabbia, anziché luoghi di ricupero.
Una seconda parola è per i Cappellani, le religiose, i religiosi e i volontari: siete i portatori del Vangelo tra le mura delle carceri. Vorrei dirvi: avanti. Avanti, quando vi addentrate nelle situazioni più difficili con la sola forza del sorriso e di un cuore che ascolta: la saggezza di ascoltare, avanti, con il cuore che ascolta. Avanti quando vi caricate dei pesi altrui e li portate nella preghiera. Avanti quando, a contatto con le povertà che incontrate, vedete le vostre stesse povertà. È un bene, perché è essenziale riconoscersi prima di tutto bisognosi di perdono. Allora le proprie miserie diventano ricettacoli della misericordia di Dio; allora, da perdonati, si diventa testimoni credibili del perdono di Dio. Altrimenti si rischia di portare sé stessi e le proprie presunte autosufficienze. State attenti su questo! Avanti, perché con la vostra missione offrite consolazione. Ed è tanto importante non lasciare solo chi si sente solo.
Vorrei dedicare anche a voi una frase della Scrittura, che la gente mormorò contro Gesù vedendolo andare da Zaccheo, un pubblicano accusato di ingiustizie e ruberie. Il Vangelo di Luca dice così: "È entrato in casa di un peccatore!" (Lc 19,7). Il Signore è andato, non si è fermato davanti ai pregiudizi di chi crede che il Vangelo sia destinato alla "gente per bene". Al contrario, il Vangelo chiede di sporcarsi le mani. Grazie, perché vi sporcate le mani! E avanti! Avanti allora, con Gesù e nel segno di Gesù, che vi chiama a essere seminatori pazienti della sua parola (cfr Mt 13,18-23), cercatori instancabili di ciò che è perduto, annunciatori della certezza che ciascuno è prezioso per Dio, pastori che si caricano le pecore più deboli sulle proprie spalle fragili (cfr Lc 15,4-10). Avanti con generosità e gioia: col vostro ministero consolate il cuore di Dio.
Infine una terza parola, che vorrei indirizzare ai detenuti. È la parola coraggio. Gesù stesso la dice a voi: "Coraggio". Questa parola deriva da cuore. Coraggio, perché siete nel cuore di Dio, siete preziosi ai suoi occhi e, anche se vi sentite smarriti e indegni, non perdetevi d'animo. Voi che siete detenuti siete importanti per Dio, che vuole compiere meraviglie in voi. Anche per voi una frase della Bibbia. La Prima Lettera di Giovanni dice: "Dio è più grande del nostro cuore" (1 Gv 3,20). Non lasciatevi mai imprigionare nella cella buia di un cuore senza speranza, non cedete alla rassegnazione. Dio è più grande di ogni problema e vi attende per amarvi. Mettetevi davanti al Crocifisso, allo sguardo di Gesù: davanti a Lui, con semplicità, con sincerità. Da lì, dal coraggio umile di chi non mente a sé stesso, rinasce la pace, fiorisce di nuovo la fiducia di essere amati e la forza per andare avanti. Immagino di guardarvi e di vedere nei vostri occhi delusioni e frustrazione, mentre nel cuore batte ancora la speranza, spesso legata al ricordo dei vostri cari. Coraggio, non soffocate mai la fiammella della speranza. Sempre guardando l'orizzonte del futuro: sempre c'è un futuro di speranza, sempre.
Cari fratelli e sorelle, ravvivare questa fiammella è dovere di tutti. Sta ad ogni società alimentarla, fare in modo che la pena non comprometta il diritto alla speranza, che siano garantite prospettive di riconciliazione e di reinserimento. Mentre si rimedia agli sbagli del passato, non si può cancellare la speranza nel futuro. L'ergastolo non è la soluzione dei problemi - lo ripeto: l'ergastolo non è la soluzione dei problemi -, ma un problema da risolvere. Perché se si chiude in cella la speranza, non c'è futuro per la società. Mai privare del diritto di ricominciare! Voi, cari fratelli e sorelle, col vostro lavoro e col vostro servizio siete testimoni di questo diritto: diritto alla speranza, diritto di ricominciare. Vi rinnovo il mio grazie. Avanti, coraggio, con la benedizione di Dio, custodendo coloro che vi sono affidati. Prego per voi e chiedo anche a voi di pregare per me. Grazie.
di Marina Lomunno
Avvenire, 15 settembre 2019
Cappellani, religiose, insegnanti, agenti penitenziari con le famiglie, volontari, educatori: venivano da tutta Italia i 12 mila pellegrini che ieri mattina dalle 8 affollavano piazza San Pietro per la prima udienza nazionale riservata al personale dell'amministrazione penitenziaria e della giustizia minorile.
"Un numero inatteso - spiega don Raffaele Grimaldi, ispettore generale delle carceri italiane - tanto che l'udienza, fissata in un primo momento nella Sala Paolo VI che ha circa 6500 posti, è stata trasferita in piazza San Pietro. È un momento importante per tutti coloro che condividono un pezzo di strada con i reclusi, contribuendo al loro riscatto perché non siano discriminati per il reato commesso.
Il Papa oggi ci incoraggia e ci sprona a continuare a dare speranza nonostante le criticità: ne abbiamo bisogno. È molto bello poi che oggi in piazza ci siano i familiari degli agenti, che sostengono moralmente chi ogni giorno varca i cancelli dei penitenziari affrontando situazioni spesso laceranti. Sarebbe stato bello ci fosse anche una delegazione di detenuti, ma mi rendo conto delle difficoltà organizzative".
"Sono qui anche per restituire a nome dei miei ragazzi l'attenzione che papa Francesco ebbe per loro durante la sua visita a Torino nel 2015, quando volle con lui a pranzo in arcivescovado un gruppo di minori reclusi - ricorda don Domenico Ricca, salesiano, cappellano del carcere minorile torinese "Aporti".
La nostra realtà rischia di essere "figlia di un dio Minore" perché i detenuti minorenni, circa 380 in Italia, sono un numero esiguo rispetto agli adulti. Eppure il Papa invita a ricordare che la giustizia rivolta a persone in formazione dev'essere più "dolce", meno rigida e più educativa". Anche Nadia Ferri, responsabile della sede di Genova del Centro giustizia minorile per Piemonte, Valle D'Aosta e Liguria, è venuta a ringraziare Francesco per la sua sensibilità nei confronti dei giovani detenuti: "Non potrò mai dimenticare che la prima visita dopo la sua elezione è stata proprio all'Istituto per minorenni Casal del Marmo di Roma e da allora non c'è viaggio in cui non dedichi uno spazio ai detenuti e a noi operatori. Per noi è di grande conforto sapere che il Papa sostiene e prega per chi vive a stretto contatto con i reclusi e cerca ogni giorno di aiutarli a reinserirsi nella società".
Da Torino viene pure Rosa Cuscito, viceispettore della Polizia penitenziaria del "Ferrante Aporti" : "Francesco è un Papa "umano", che conosce a fondo l'uomo e le sue fatiche. La sua vicinanza spirituale ai detenuti è preziosa, ma anche per noi sapere che ci è accanto nel nostro lavoro di recupero soprattutto con i più giovani è consolante e ci dà forza". Bianca Manna insegna da 9 anni ai geometri presso la Casa circondariale di Ariano Irpino (Avellino), dove sono reclusi 700 detenuti: "Sono qui perché credo che la scuola in carcere sia fondamentale per restituire vita ai reclusi e il Papa sostiene spesso il valore dell'educazione e della cultura per chi è nato in contesti difficili. Io insegno anche ai figli dei boss di camorra, mi dicono che non hanno mai frequentato un'aula scolastica e che andare a scuola è la cosa migliore è capitata loro finora".
L'ultima voce è di Nunzio Brugugnone, responsabile dell'area educativa del carcere dell'Ucciardone di Palermo. È qui con la sua famiglia: "È un giorno memorabile che ci dà forza per continuare il nostro impegno per la rieducazione e il superamento della pena, cosa che ogni giorno facciamo accanto ai volontari. Grazie al Papa che dando voce alla nostra presenza avvicina così il mondo carcerario alla società".
di Gianluca Rubino
gnewsonline.it, 15 settembre 2019
L'arrivo in "papamobile" con il conseguente boato dei fedeli accorsi in piazza San Pietro: è iniziata così l'Udienza di Papa Francesco alla Polizia Penitenziaria, al Personale dell'Amministrazione Penitenziaria e della Giustizia minorile e di comunità. Circa 11mila persone in rappresentanza delle 190 case di reclusione, guidati dall'Ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, don Raffaele Grimaldi. Un momento di coinvolgimento e di preghiera che ha toccato le corde dell'anima dei presenti, attenti ad ascoltare il messaggio del Santo Padre che ha sempre manifestato interesse e sentita partecipazione nei confronti della realtà del carcere vissuta dagli operatori penitenziari e dalle persone detenute che, seppur da prospettive diverse, condividono una mondo complesso.
Prima dell'omelia, il Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Francesco Basentini, ha rivolto un saluto al Pontefice: "La comunità che opera nelle carceri del nostro Paese presente in questa piazza simbolo della Cristianità - ha affermato - è testimone di un impegno che sfida i luoghi comuni, un esercito di pace e di speranza. Gli operatori del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e del Dipartimento della Giustizia Minorile e di Comunità, l'Ispettorato generale dei Cappellani, religiose, religiosi e volontari, hanno accolto numerosi l'invito a essere qui presenti per ascoltare le Sue parole che uniscono, rafforzano noi tutti nel nostro agire quotidiano, ci confortano nella difficile missione di restituire speranza e promuovere il cambiamento nelle persone detenute e in esecuzione penale esterna".
"Santità - ha aggiunto Basentini - abbiamo bisogno del Suo conforto e delle Sue esortazioni a essere migliori, a guardare all'altro come nostro fratello e a sforzarci perché ogni giorno sia un giorno nuovo per il cambiamento, per rendere questo mondo in cui viviamo, lacerato da conflitti e ingiustizie, un posto dove ci sia spazio per tutti, nel solco del riconoscimento della dignità e del rispetto dei diritti umani".
I detenuti, anche se hanno sbagliato, non possono essere mortificati: un concetto di cui Papa Francesco si fa interprete, esprimendo allo stesso tempo profonda gratitudine nei confronti degli agenti di Polizia Penitenziaria per il lavoro svolto con professionalità e attenzione: "Siete persone che, poste di fronte a un'umanità ferita e spesso devastata - ha detto il Santo Padre - ne riconoscono, a nome dello Stato e della società, l'insopprimibile dignità. Vi ringrazio, dunque, di non essere solo vigilanti ma soprattutto custodi di persone che a voi sono affidate perché, nel prendere coscienza del male compiuto, accolgano prospettive di rinascita per il bene di tutti. Siete così chiamati a essere ponti tra il carcere e la società civile: col vostro servizio, esercitando una retta compassione, potete scavalcare le paure reciproche e il dramma dell'indifferenza".
Rivolgendosi ai cappellani e ai religiosi che operano negli istituti di detenzione, il Pontefice ha chiesto di andare "avanti con Gesù e nel segno di Gesù, che vi chiama a essere seminatori pazienti della Sua parola, cercatori instancabili di ciò che è perduto, annunciatori della certezza che ciascuno è prezioso per Dio, pastori che si caricano le pecore più deboli sulle proprie spalle fragili". "Avanti con generosità e gioia: col vostro ministero - ha concluso il Papa - consolate il cuore di Dio". Al termine dell'Udienza, Francesco ha benedetto la 'croce della misericordia', realizzata dai detenuti di Paliano, e su cui sono dipinte scene bibliche di liberazione, di riscatto e di redenzione, ma anche le immagini di mamme in carcere con i loro bambini. Adesso sarà portata in tutti i penitenziari italiani.
di Nicola Pinna
La Stampa, 15 settembre 2019
Dossier dell'Autorità anticorruzione: "Ingiustificati i trasferimenti dell'appuntato che accusò i colleghi". La legge sul whistle-blowing è in vigore anche in Italia dal 2017 e questo è il primo procedimento fatto scattare dall'Autorità anticorruzione per difendere un militare. Uno che ha fatto una denuncia rischiosa e che ha consentito di riaprire un'inchiesta scottante come quella sulla morte di Stefano Cucchi. Quel carabiniere, un appuntato con molti anni di esperienza e spesso in prima linea nella lotta agli stupefacenti, si chiama Riccardo Casamassima.
È lui che nel 2009 ha raccolto la confidenza di un collega e che solo nel 2015 ha trovato il coraggio di raccontare quella frase bisbigliata all'orecchio da un maresciallo: "È successo un casino, hanno massacrato di botte un arrestato". Quel racconto, a Riccardo Casamassima, è costato molto caro e per questo da due anni denuncia di essere finito nel mirino dei superiori. Da un giorno all'altro, l'appuntato si è ritrovato ad aprire e chiudere il cancello di una scuola militare. E dopo qualche mese è stato spostato in un ufficio senza competenze, costretto a passare le ore davanti a una scrivania vuota.
La nuova inchiesta - Il caso è finito ora nelle mani dell'Anac e nei giorni scorsi è stato aperto un "procedimento sanzionatorio" nei confronti di 6 alti ufficiali dell'Arma. Cinque generali e un colonnello, che ora dovranno rispondere di una serie di provvedimenti ordinati, e adottati direttamente, nei confronti del militare che ha fatto emergere la seconda verità sul caso Cucchi, una storia di depistaggi, di innocenti finiti sotto processo e di responsabilità scottanti venute a galla solo con molti anni di ritardo. L'inchiesta dell'Anac sui vertici dell'Arma non è ancora conclusa. E nessuno è stato condannato. Se questo fosse un processo penale, giusto per spiegare meglio la procedura, si potrebbe dire che per i 6 alti ufficiali è stato richiesto il rinvio a giudizio. I generali e il colonnello, dunque, hanno ancora il tempo di difendersi. Ma intanto il Comando generale sceglie di non commentare: "Aspetteremo l'esito degli accertamenti dell'Autorità anticorruzione".
Le accuse - Un primo pronunciamento, comunque, è già stato messo nero su bianco, nelle 6 pagine recapitate alle persone indiziate. Ciò che emerge dalla vicenda, dice l'Anac, sembra essere abbastanza chiaro: non basta la spiegazione dell' incompatibilità tra l'appuntato che aveva fatto la denuncia e il collega - poi finito sotto processo per quella verità scomoda - a giustificare i trasferimenti.
Eppure, a rileggere i provvedimenti firmati pochi giorni dopo la testimonianza di Riccardo Casamassima, l'unica motivazione era proprio l'incompatibilità tra militari. Ad aggravare il quadro, secondo il dossier consegnato all'Anac da alcuni parlamentari del Movimento 5 Stelle e del Gruppo misto, ci sarebbero le punizioni che l'appuntato ha dovuto subire per aver denunciato sui social quella che lui - e gli avvocati Serena Gasperini e Giulio Murano che lo difendono - considerano un accanimento.
di don Marco Pozza*
ilsussidiario.net, 15 settembre 2019
Il carcere è il parcheggio imbruttito e trascurato della città: erbacce, asfalto dismesso, segnaletica insufficiente. Non esiste parcheggio, a rigor di logica, che faccia funzione di officina: abbandonando una macchina rotta in un parcheggio, non la si ritroverà aggiustata. Al carcere, invece, sovente si chiede l'assurdo: "Ti parcheggio certi uomini. Aggiustali, poi tieniteli".
Anche qualora, nel parcheggio, si trovasse un meccanico di buona volontà che ripari l'autovettura, per qualcuno non c'è gioia più grande di sapere che certe storie andranno scordate, sottratte, allontanate dalla città degli uomini. Non hanno più diritto alla cittadinanza.
Eppure, a scuola, tutti abbiamo avuto l'occasione di leggere l'Odissea e chi non l'ha letta non può vantare giustificazioni alla sua ignoranza. In quella storia, ch'è la mamma di tutte le storie, si racconta della guerra di Troia: dieci anni a far la guerra in nome della bellezza di Elena. Finì nel nome di Ulisse, l'avventuriero, l'emblema della furbizia: ben nascosto nel suo cavallo, espugnò Troia con tutto il suo ambaradan.
Il vincitore però, di ritorno a Itaca, incappò in mille disgrazie. I troiani sconfitti, invece, misteriosamente trovarono gloria: secondo la leggenda Roma fu fondata per mano di Enea; la Francia per mano di Francio, un figlio di Priamo; l'Inghilterra da Bruto, il nipote di Enea. Incuriosisce l'illogico di questa vicenda: che tre potenze mondiali siano andate a cercare i loro antenati tra la stirpe che più di tutte personifica la sconfitta.
"Ricordatevi sempre della guerra di Troia - fu l'invito del mio prof più geniale: la vittoria rende arroganti, la sconfitta induce alla meditazione". Per me Troia è città gemellata con tutti i fallimenti della storia, più che città simbolo dell'astuzia che conduce alla vittoria.
Ieri, in piazza San Pietro, Papa Francesco ha dato appuntamento a tutti coloro che operano all'interno delle carceri: non alle persone detenute - "Il Papa ha sempre in mente i carcerati!" dicono in tanti - ma a coloro che, nei parcheggi statali, s'inventano riparatori di storie, rifacitori di senso, esperti di umanità. Per dire loro: "Grazie per tutte le volte che vivete il vostro servizio non solo come una vigilanza necessaria, ma anche come un sostegno a chi è debole (...) Non dimenticatevi del bene che potete fare ogni giorno".
E nel suo discorrere, sotto-sotto, mostrava di custodire un segreto: che lavorare lì dentro sia un'occasione gigante per ripassare la lezione di Troia. A breve sono i vincitori a scrivere la storia, alla lunga la storia si arricchisce maggiormente con l'esperienza dei vinti: "Non lasciatevi mai imprigionare nella cella buia di un cuore senza speranza, non cedete alla disperazione" ha aggiunto rivolgendosi alle persone detenute. Che sono gli sconfitti, i "mostri", quelle storie abbandonate in quei parcheggi di cemento che sono le patrie galere. Storie che diventano terre di nessuno.
Dopo una vittoria chi vince riposa, festeggia. Dopo una sconfitta, chi perde sovente si rimette subito in moto: più feroce, più vitale, più agguerrito. Il Papa lo sa che questo è Vangelo e che gli errori, i peccati, sono storie che partoriscono altre storie: "Avanti! - dice rivolto ai cappellani ai religiosi, ai volontari - quando a contatto con le povertà che incontrate vedete le vostre stesse povertà. È un bene, perché è essenziale riconoscersi prima di tutto bisognosi di perdono".
Il Papa non ha paura: è troppo convinto che, alla fine, Dio non permetterà che la storia vada a finire in maniera diversa da come l'ha sognata Lui. Francesco è mal sopportato dai vincitori, è acclamato dai vinti: i cristiani vincenti, con i loro rappresentanti in doppio petto e berretto, gli vanno contro. I cristiani peccatori lo cercano per chiedergli un passaggio verso il Cielo: "Mai privare del diritto di ricominciare. Mentre si rimedia agli sbagli del passato - chiude - non si può cancellare la speranza". Parlando degli sconfitti, furbo e santo com'è, rilancia il sospetto che sia troppo facile professarsi casti senza mai essere stati tentati.
*Cappellano nella Casa di Reclusione di Padova
di Stefano Anastasia*
huffingtonpost.it, 15 settembre 2019
Completata la squadra, il secondo Governo Conte prende il largo. Di molte cose si è discusso nei giorni scorsi, riguardo alla "compatibilità" programmatica tra Pd e 5 stelle, lambendo i temi di politica della giustizia più presenti nel dibattito pubblico, come la riforma del processo penale e quella del sistema elettorale del Consiglio superiore della magistratura. Non altrettanta attenzione, come sempre, è stata invece prestata al mondo del carcere e dell'esecuzione penale, oggetto di specifici interventi solo grazie alla penna e all'intelligenza di Franco Corleone e Giovanni Fiandaca.
di Mimmo Muolo
Avvenire, 15 settembre 2019
Il "grazie" di Francesco alla Polizia penitenziaria. Ai detenuti: "Abbiate coraggio, siete preziosi agli occhi di Dio". Il problema del sovraffollamento e il no all'ergastolo. "So che non è facile ma quando, oltre a essere custodi della sicurezza siete presenza vicina per chi è caduto nelle reti del male, diventate costruttori di futuro".
di Antonio Maria Mira
Avvenire, 15 settembre 2019
C'è una parola per molti lontanissima dalla parola carcere. Ed è la parola speranza. Eppure Papa Francesco la pronuncia, la spiega, la indica con convinzione e forza. Assieme ad altre parole non meno apparentemente lontane, come dignità, compassione, perdono, recupero, ascolto, coraggio, pace, fiducia, futuro, riconciliazione, reinserimento.
di Massimo Zilio
Il Gazzettino, 15 settembre 2019
Sovraffollamento di detenuti e carenza nell'organico degli agenti, ma non solo. Aldo Di Giacomo, segretario generale del Sindacato di polizia penitenziaria, ha fatto tappa anche a Padova. "A Padova mancano oltre cento agenti - spiega Di Giacomo - il sovraffollamento è del settanta per cento, ma non sono gli unici problemi. La gestione della popolazione carceraria è sempre più difficile è ce lo confermano i dati che vedono una grande aumento di eventi critici come risse, violenze, suicidi e tentativi di suicidio, ma anche i sequestri di droga e di telefoni, un migliaio all'anno in tutta Italia".
Di Giacomo, a Padova con i colleghi Antonio Codirenzi e Leonardo Corrado, segretario e vice segretario regionale del sindacato, ha sottolineato come la composizione della popolazione carceraria sia un elemento che in alcuni casi ne rende più complessa la gestione: "La presenza della malavita nigeriana all'interno delle strutture di detenzione - continua Di Giacomo - è in aumento: negli ultimi anni è quasi triplicata, e si porta dietro un sistema di violenza molto diffuso. Torture e aggressioni sono metodi usati fuori come dentro il carcere, sia all'interno dell'organizzazione sia per imporre il proprio controllo".
Di Giacomo e il suo sindacato chiedono per questo di adattare i metodi e gli strumenti: "Secondo noi il sistema di vigilanza dinamica, con l'apertura diurna delle celle, introdotto per andare incontro alle direttive europee contro il sovraffollamento, crea ulteriori difficoltà e contribuisce ad aumentare gli episodi di violenza: ogni giorno 28 agenti in tutta Italia devono andare in ospedale per violenze subìte sul lavoro, otto ogni mese nelle due carceri, casa di reclusione e circondariale, di Padova. Per questo pensiamo che in certi casi agli esponenti della mafia nigeriana debba essere riservato un trattamento diverso, come succede già per gli esponenti di altri tipo di malavita organizzata".
Lo stesso sindacato è molto duro con gli agenti che si rendono responsabili di comportamenti gravi: "Chi viola le regole mette in difficoltà tutti i colleghi e lede la stessa dignità del nostro lavoro: per questo le punizioni dovrebbero essere esemplari".
- Il Papa benedice la Croce della misericordia. Ora in pellegrinaggio nelle carceri
- Assemblea Anm. I magistrati critici sul Csm "a sorteggio"
- Brescia. Canton Mombello scoppia: "Celle aperte e più regole"
- Casamassima: "Dire la verità era solo il mio dovere. Ma la mia vita è diventata impossibile"
- Querele bavaglio e carcere per i giornalisti, Businarolo (M5S) riunisce le proposte di legge










