Avvenire, 15 settembre 2019
Il dono dei detenuti del carcere di massima sicurezza di Paliano (Fr). Sul legno scene bibliche di liberazione e riscatto. Ma anche le mamme in cella con i loro bambini. Papa Francesco nell'incontro di oggi con la polizia penitenziaria, ha benedetto la "Croce della misericordia", realizzata dai detenuti del carcere di massima sicurezza di Paliano (Frosinone) con la volontaria Luigia Aragozzini, maestra di iconografia, che ora sarà portata in pellegrinaggio in tutti i penitenziari italiani. Sul legno sono state dipinte scene bibliche di liberazione, di riscatto e di redenzione, ma anche le immagini di mamme in carcere con i loro bambini. A Paliano il Papa era andato in visita il 13 aprile di due anni fa. La Croce è frutto di un laboratorio promosso nel carcere dalla Comunità di Sant'Egidio.
"È una Croce messaggio", spiega l'Ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, don Raffaele Grimaldi, "dove le immagini dipinte richiamano la nostra attenzione su alcuni episodi biblici, la Liberazione di Pietro e di Paolo dalle prigioni, il buon ladrone, e i Protettori, San Basilide (Patrono della Polizia Penitenziaria) e San Giuseppe Cafasso (Patrono dei Cappellani delle carceri). Sul fondo della Croce immagini di bambini con le loro madri in carcere. Questa raffigurazione vuole rappresentare il desiderio, affinché le tante madri con i loro piccoli possano scontare in luoghi alternativi al carcere la loro pena, in modo che, ai loro piccoli, loro malgrado, non venga tolta la speranza".
Tra i tanti doni che sono stati offerti al Papa, c'è anche una casula e una stola realizzata dai detenuti del carcere di Larino, in Molise, che sono impegnati in un percorso sartoriale e seguiti dall'area trattamentale dell'istituto e dalle sarte volontarie. Sulla casula i detenuti hanno voluto rappresentare visivamente la sofferenza della condizione detentiva, accompagnando le immagini delle mani protese con un messaggio di speranza e di fiducia per il futuro.
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 15 settembre 2019
Se qualcuno si aspettava l'arrivo in massa in Cassazione dei magistrati indignati per il più grosso scandalo della storia recente della toghe è rimasto deluso. L'aula magna dove si è svolta l'assemblea generale promossa dall'Anm aveva tante poltrone libere. Ci sarebbe stata molta più partecipazione se si fosse tenuta, ci confida qualcuno dell'Anm, "a botta calda", poco dopo che sono emerse le registrazioni sul tentativo di pilotare prima di tutto la nomina del procuratore di Roma.
Diversi, comunque, gli interventi, non solo dei vertici Anm, molto severi su quanto accaduto. "Fermezza" e "svolta" le parole d'ordine più invocate, oltre al richiamo sulla necessità di regole decisamente più stringenti per evitare le porte girevoli all'interno della magistratura (Anm, Csm, fuori ruolo) nonché in merito al rientro dei magistrati in politica, come proposto dal "parlamentino" dell'Anm.
Dall'Assemblea di ieri è arrivata l'ulteriore conferma che si prospetta un confronto-scontro Anm-Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede sulla riforma che ha punti che non piacciono al sindacato delle toghe, a partire dal sistema elettorale dei consiglieri del Csm.
Il ministro dalla prima ora aveva detto di essere favorevole a un sorteggio indiretto per frenare la correntocrazia mentre il presidente dell'Anm Luca Poniz, ieri, ha ribadito la posizione contraria dell'associazione: "È una riforma che contrasta con la Costituzione, perché elezioni e sorteggio non sono mai equiparabili".
Bisogna trovare, però, "forme più democratiche di partecipazione". Posizione ribadita dal segretario Giuliano Caputo: il sorteggio "non scalfisce le distorsioni torrentizie". I dubbi su come i magistrati possano ritrovare la retta via, se si parla di nomine e di lottizzazioni delle correnti, rimangono fra le stesse toghe, molte rimaste a casa.
di Thomas Bendinelli
Corriere della Sera, 15 settembre 2019
La denuncia del Sindacato Spp che chiede il 41bis per la mafia nigeriana. Il punto di partenza è sempre lo stesso, carceri sovraffollate e scarsità di personale di custodia, ma l'SPP - una delle numerose sigle del sindacalismo autonomo di polizia penitenziaria - chiede soprattutto una modifica delle norme attuali che "hanno di fatto consegnato le carceri nelle mani dei detenuti".
A sostenerlo è stato ieri il segretario nazionale Spp Aldo Di Giacomo in tour da settimane per denunciare la situazione e ieri a Brescia. L'esponente sindacale ha dato i numeri della situazione bresciana: a Canton Mombello, su 189 posti, i detenuti sono 389, di cui 176 stranieri; a Verziano, se 72 posti, i detenuti sono 132, di cui 39 stranieri. le carenze di personale, a Brescia come altrove, sono stimate intorno al 27 per cento.
"Più dei numeri, è il sistema che non funziona - ha detto ieri Di Giacomo davanti al carcere di via Spalto San Marco. Il cosiddetto sistema delle celle aperte operativo da oramai due anni e mezzo ha creato una situazione di continua sopraffazione da parte dei detenuti più forti contro i più deboli e tante aggressioni contro i colleghi".
Il sistema della vigilanza dinamica in carcere parte dalla necessità di introdurre una diversa gestione degli spazi interni agli istituti, di modo che il soggetto detenuto passi in cella il minor tempo possibile e possa invece avere accesso ad altri spazi. Una esecuzione della pena meno passiva, meno legata alle ore in cella e via dicendo. Tutto positivo sulla carta, ma foriero di tante controindicazioni che non vanno. Di Giacomo chiede misure concrete. "Non siamo contro le celle aperte ma è evidente che qualcosa deve cambiare".
In particolare l'Spp chiede di trasformare in reato penale l'introduzione di cellulari all'interno del carcere ("oggi è solo un illecito amministrativo") e di stabilire che chi picchia altri detenuti venga escluso da benefici carcerari di qualsiasi genere. "Due norme che avevamo chiesto di introdurre nel decreto sicurezza, ma ci sono state bocciate", dice Di Giacomo.
Da parte sua anche un inciso sulla mafia nigeriana e alla recente indagine condotta dalla squadra mobile di Brescia: "Non basta arrestarli perché in carcere sono comunque pericolosi - incalza l'esponente sindacale. A questi nigeriani violenti va applicato lo stesso regime del 41bis per i mafiosi italiani". L'ultimo richiamo è sulla necessità di avere nuovi carceri: "Non è possibile che progetti e risorse siano fermi da anni". Il riferimento al nuovo carcere bresciano non è ovviamente casuale.
di Nicola Pinna
La Stampa, 15 settembre 2019
Il carabiniere: "Spero che il nuovo governo si occupi presto di difendermi". Riccardo Casamassima sa che questa intervista gli costerà un'altra punizione. Il sesto procedimento disciplinare, quello che rischia di costargli anche la perdita del grado, cioè il licenziamento. In realtà aveva provato a evitarla l'ennesima punizione e aveva chiesto il permesso di raccontare questa vicenda. Ma poche ore prima dell'incontro un maresciallo gli ha notificato il divieto scritto.
Perché ha deciso di rischiare ancora?
"Voglio solo chiedere aiuto: vorrei attirare l'attenzione del governo, magari del premier e del nuovo ministro della Difesa. Vorrei raccontar loro quello che sto passando. Ho solo la colpa di aver riferito quello che sapevo sul caso Cucchi: sarebbe il dovere di ogni cittadino, specie di un carabiniere".
Qualcuno le ha mai detto che non avrebbe dovuto riferire quella confidenza?
"Nessuno è stato così esplicito ma da quando ho testimoniato sono stato insultato, soprattutto sui social. Da quel momento la vita è diventata impossibile".
Come mai ha raccontato quella confidenza solo nel 2015?
"Non avevo seguito il caso e poi temevo di essere preso di mira. Come infatti è successo dopo".
Perché considera punitivo il trasferimento dall'8° Reggimento alla Scuola allievi?
"Dopo aver fatto centinaia di arresti e dopo aver ottenuto numerosi encomi per l'attività operativa, mi sono ritrovato ad aprire e chiudere un cancello. Non è solo una questione di demansionamento, ma anche un danno economico: tra straordinari vietati e altre indennità perse mi sono ritrovato uno stipendio ridotto di 300 euro".
Dopo il cancello cosa è successo? A cosa sono servite le sue proteste?
"Mi sono ritrovato in un ufficio senza competenze. Da solo, a guardare il muro e a occuparmi di nulla".
Tutti i militari cambiano incarico e spesso svolgono mansioni poco gratificanti. Perché considera i trasferimenti una punizione?
"Per il danno economico e per la coincidenza con la testimonianza. Dopo la denuncia ho lavorato col collega finito sotto inchiesta per 3 anni e non è successo niente. Quando ho parlato in tribunale è iniziato l'incubo".
Lei ha deciso di denunciare questa situazione: cosa è successo dopo?
"Ho subito 4 azioni disciplinari: 3 "procedimenti di corpo" si sono conclusi con 16 giorni di consegna, il quarto deve ancora svolgersi".
Ma adesso è partito un altro procedimento?
"Sì, più grave, "di stato", per le ultime denunce sui social. In caso di condanna rischio di perdere il lavoro".
Nel frattempo è finito anche sotto inchiesta penale. È accusato di spaccio. Come mai?
"Indagine aperta dopo la mia denuncia, basata su un'intercettazione del 2014, quando una pregiudicata - alla quale avevo dato dei soldi per aiutare i suoi bimbi piccoli - racconta che io spacciavo droga. Diceva anche che avrebbe fatto del male ai miei figli, ma visto che nessuno la considerava credibile non ci fu alcun intervento, neanche per difendere i miei bambini. Dopo alcuni anni, guarda caso, quella telefonata è diventata importante per un'inchiesta nei miei confronti. Comunque aspettiamo il processo e vedremo come andrà a finire. Io gli spacciatori li ho sempre combattuti".
Adesso cosa chiede?
"Di tornare a fare il lavoro di prima o di lavorare in una caserma più vicina a quella in cui sta mia moglie, anche lei carabiniere. Sarebbe il ricongiungimento familiare che solo a me viene negato".
articolo21.org, 15 settembre 2019
Già nei mesi scorsi la Presidente della Commissione Giustizia della Camera aveva garantito il suo impegno per eliminare la pena del carcere per i giornalisti nonché per una modifica realmente migliorativa della legge in materia di diffamazione a mezzo stampa e in particolare contro l'uso strumentale delle querele contro i giornalisti.
Ora Francesca Businarolo, parlamentare del Movimento Cinque Stelle, nella sua qualità, appunto, di Presidente della Commissione ha annunciato di voler procedere all'unificazione delle proposte di legge presentate dai parlamentari Mirella Liuzzi, per i Cinque Stelle,e Walter Verini, del Partito Democratico, inerenti proprio il contrasto alle querele bavaglio e alle molestie contro giornalisti e il diritto di cronaca.
"Ci auguriamo che, almeno in questa occasione, si possa arrivare ad una rapida e larga approvazione di un testo che affronti anche le questioni relative al carcere per i cronisti e all'assurdità del sequestro dei beni dei cronisti di testate fallite - commenta il Presidente della Federazione della Stampa, Giuseppe Giulietti. Siamo ovviamente disponibili ad un confronto e a fornire tutto il nostro contributo alla definizione di una iniziativa più volte sollecitata dalla federazione della stampa e da tutte le associazioni ne hanno a cuore l'articolo 21 della Costituzione".
di Federico Fubini
Corriere della Sera, 15 settembre 2019
Uno studio evidenzia tre fattori - avversione ai vaccini, forti diseguaglianze e percezione di precarietà - che in Italia sono chiaramente correlati all'odio digitale. Anche l'odio ha una sua geografia e forse non è mai stato necessario come oggi tentarne una mappa. In un campione di 14 importanti Paesi europei il numero di reati di razzismo e xenofobia registrato dalle polizie è raddoppiato, dal 2013 al 2016, a oltre ottantamila casi.
In Italia sono più che triplicati, fino a mezzo migliaio di episodi l'anno. Ma Alessandra Faggian e Daria Denti, due economiste del Gran Sasso Science Institute, mettono in guardia dalle semplificazioni: le manifestazioni di odio nel mondo reale e quelle in rete - le aggressioni sui social network - geograficamente non combaciano e sarebbe un errore pensare che le seconde inneschino le prime. Faggian e Denti si concentrano soprattutto sulla rete e, lavorando su una banca dati di 75 mila tweet di odio con geolocalizzazione ("The Italian Hate Map", composta dalla Statale di Milano, la Sapienza e l'Università di Bari) studiano una serie di correlazioni. Perché l'odio digitale in Italia ha una sua geografia economica, culturale e psicologica, se lo si studia su ogni "mercato locale del lavoro" (cioè per gruppi di comuni adiacenti).
Prima conclusione: le aggressioni via Twitter arrivano con più frequenza da zone No vax; per la precisione, da dove è più bassa la copertura vaccinale al morbillo e alla difterite. Ma è la seconda conclusione che dà più da pensare: l'odio su Twitter tende a essere più intenso in aree d'Italia con maggiori diseguaglianze di reddito e con livelli più elevati di insicurezza occupazionale (definita come quota di persone che temono di perdere il posto entro sei mesi).
Questi tre fattori - avversione ai vaccini, forti diseguaglianze e percezione di precarietà - in Italia sono i soli chiaramente correlati all'odio digitale. Nessun altro sembra esserlo. Se ne parlerà al Gran Sasso Institute all'Aquila da domani a mercoledì in un convegno sui territori "lasciati indietro" e sulle loro reazioni politiche.
La Repubblica, 15 settembre 2019
Giornalista e attivista politico, è fuggito dalla Turchia ma è stato arrestato in Italia. È in sciopero della fame da una decina di giorni Deniz Pinaroglu, turco 36enne da inizio settembre al Cpr (Centro di permanenza per il rimpatrio) di corso Brunelleschi a Torino. L'uomo, incensurato, racconta di essere arrivato in Italia per fuggire dal regime di Erdogan, che aveva contestato in qualità di giornalista e attivista politico di sinistra.
Fermato a Piacenza senza documenti, è stato portato a Torino come straniero irregolare. Una decina di giorni fa ha fatto richiesta di asilo politico. "È finito in un ingranaggio giuridico da cui non si esce facilmente - spiega il suo avvocato Federico Milano - Lui aveva già fatto richiesta di asilo politico in Grecia e ora la sua pratica è stata inviata a Roma per capire di chi è la competenza. In attesa di una risposta, è costretto al Cpr".
Pinaroglu è in sciopero perché "non ritiene giusta la sua detenzione - spiega Monica Gallo, garante delle persone private della libertà personale del Comune di Torino - lui non ha fatto nulla. È semplicemente un oppositore politico". Alda Re, dell'associazione 'Lasciateci entrarè, aggiunge: "vuole essere trattato come rifugiato politico. Invece si ritrova in un inferno in terra".
di Gaetano de Stefano
La Città di Salerno, 15 settembre 2019
La struttura di Fuorni sovraffollata e con pochi agenti. Le mani della criminalità su traffici illeciti e ingressi di cellulari. Il tentativo non riuscito di una donna originaria di Pagani di far entrare all'interno della Casa circondariale di Fuorni ben mezzo chilo di sostanza stupefacente (400 grammi di hashish e 104 grammi di cocaina) è solo la punta dell'iceberg di una situazione esplosiva nel carcere di Salerno.
Droga, telefonini, risse, lotta per la leadership e minacce agli operatori "zelanti" sono, infatti, la regola e non l'eccezione nel penitenziario cittadino. Un traffico illecito che è nelle mani della criminalità organizzata, che fa continuamente adepti e che cerca d'imporre - anche in carcere - la legge del più forte, con lo spaccio di droga e degli smart-phone.
Colpa, sostengono i sindacati, del nuovo regime "aperto" e del numero esiguo degli agenti in servizio, che costringe il personale a turni stressanti, senza neppure avere il supporto tecnologico necessario. Fatto sta che gli episodi di violenza, i frequenti ritrovamenti di droga e micro-telefoni sono, negli ultimi tempi, all'ordine del giorno.
I detenuti, infatti, non comunicano più con l'esterno coi "pizzini" ma col cellulare. E i micro-telefoni, il più delle volte, vengono scoperti grazie alle segnalazioni della Procura che intercetta le utenze tenute sotto controllo. Gli ultimi due anni dal punto di vista della sicurezza si sono rivelati da dimenticare per la casa circondariale di Salerno e quanto accaduto nelle ultime ore è soltanto l'ultimo di una lunga serie di episodi registrati all'interno dell'istituto di via del Tonnazzo.
Nella relazione annuale del Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Samuele Ciambriello, è emerso come nel carcere di Fuorni a fronte di una capienza regolare di 366 detenuti, ne siano ospitati 507. Nel 2018 sono stati registrati 13 tentativi di suicidio e ben 122 forme di autolesionismo. Situazioni di pericolo sventate dalla polizia penitenziaria, che è perennemente sottorganico (218 su un fabbisogno di 243), e dagli stessi detenuti, intervenuti in extremis per evitare gesti estremi dei compagni di cella. Anche questa è una conseguenza dello stato di degrado della struttura carceraria.
Dunque problemi su problemi che non hanno fatto altro che aggravare la situazione, già di per sé imbarazzante. E proprio per questo motivo il Sappe, il sindacato nazionale polizia penitenziaria, ha invitato "la direzione della Casa circondariale di Salerno ad una concreta verifica dell'organizzazione del lavoro che continua ad essere lacunosa in alcuni settori nevralgici dell'Istituto".
foggiatoday.it, 15 settembre 2019
L'allarme del vicepresidente del Consiglio Regionale Gatta, che martedì prossimo parlerà con il Garante: "Se la pena deve avere funzione rieducativa devono esserci le condizioni strutturali perché ciò avvenga"- "Ho visitato il carcere di Foggia e devo ammettere di aver vissuto un'esperienza toccante, per l'ennesima volta, perché se la pena deve avere una funzione rieducativa, devono esserci anche le condizioni strutturali perché ciò avvenga", è quanto dichiara in una nota il vicepresidente del Consiglio regionale Giandiego Gatta.
"Il carcere foggiano ospitava, qualche giorno fa, in occasione della mia visita, ben 637 detenuti a fronte di 362 che andrebbero ospitati secondo la normativa. Ho potuto verificare le condizioni di vita all'interno della struttura, constatando, purtroppo, l'assenza di luoghi adeguati alla funzione riabilitativa e risocializzatrice della pena ed altre, gravi, criticità.
Per questo, ho scritto al Garante dei Detenuti, ritenendo improcrastinabile un'azione condivisa per migliorare le condizioni di vita di chi sta scontando la sua pena. Inoltre, c'è un'altra emergenza: la carenza di personale penitenziario.
Basti pensare che, in base alla popolazione carceraria, a Foggia occorrerebbero almeno 50 unità in più, senza considerare che, entro il 2020, circa ventotto agenti andranno in pensione. Si tratta di personale costretto a turni di lavoro massacranti pur di garantire la sicurezza all'interno del carcere.
Non solo: a Trani, per esempio, dove i detenuti sono circa la metà, c'è un numero di educatori pari ad oltre il doppio rispetto a Foggia, in cui ce ne sono soltanto 4, dei quali due a tempo pieno e gli altri part-time.
A Verona, la Casa circondariale che ha circa cinquecento detenuti (quindi in numero sensibilmente inferiore a Foggia) ha però un organico delle forze di Polizia penitenziaria pari quasi al doppio dell'istituto foggiano. Tanto basta a disegnare un quadro preoccupante, che abbraccia più aspetti. Di tanto parlerò con il Garante, che ringrazio per la disponibilità, in occasione dell'incontro già fissato per martedì 17 settembre".
di Stefania Maurizi
La Repubblica, 15 settembre 2019
Dopo 4 anni di battaglia legale, il giudice dell'Upper Tribunal di Londra boccia l'appello per ottenere tutta la documentazione del caso. La stampa non ha il diritto di accedere a tutti i documenti del caso Julian Assange. Così ha deciso il giudice inglese Edward Mitchell chiamato a pronunciarsi su un appello all'Upper Tribunal di Londra promosso da Repubblica, dopo che da quattro anni, invano, il nostro giornale cerca di accedere a tutta la documentazione per indagare e ricostruire il caso Assange in modo fattuale.
In una sentenza estremamente tecnica e che il giudice stesso ha ammesso essere "insolitamente lunga", Mitchell ha rigettato le nostre argomentazioni legali e ha affermato che se anche le autorità inglesi del Crown Prosecution Service, che ci negano i documenti fin dal 2015, decidessero di confermare che, effettivamente, hanno comunicato con le autorità americane del Dipartimento di Stato e del Dipartimento della Giustiza sul caso Assange, questo non accrescerebbe la conoscenza del caso da parte dell'opinione pubblica. Una conclusione questa che ha dell'incredibile se si considera che l'intero affaire Julian Assange ruota proprio sul ruolo degli Stati Uniti nel voler mettere le mani sul fondatore di WikiLeaks per estradarlo negli Usa e chiuderlo in prigione a vita, e quindi sapere se le autorità inglesi e americane hanno parlato di questa possibilità fin dall'inizio e ottenere la loro corrispondenza è cruciale.
Julian Assange è in prigione a Londra, nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, in condizioni fisiche molto precarie, tanto da essere ricoverato da mesi nell'infermeria del carcere e l'inviato speciale delle Nazioni Unite contro la tortura, Nils Melzer, ha dichiarato di essere "gravemente preoccupato" per la sua situazione. È in attesa del processo di estradizione negli Usa, dopo che le autorità americane lo hanno incriminato ai sensi dell'Espionage Act per la pubblicazione dei documenti segreti del governo americano. La battaglia legale per l'estradizione entrerà nel vivo nel febbraio del 2020 e se il fondatore di WikiLeaks verrà estradato, rischia una pena di 175 anni di prigione: sarebbe la prima volta nella storia degli Stati Uniti che un giornalista finisce in carcere per il suo lavoro.
Sebbene il caso Assange vada avanti da ben nove anni, nessun media e nessun giornalista, ad eccezione del nostro giornale, ha mai provato ad accedere a tutta la documentazione del caso. Nel 2015, abbiamo presentato una richiesta di accesso agli atti ai sensi del Freedom of Information Act su ben quattro giurisdizioni: l'Australia, il paese in cui è nato; l'Inghilterra dove si trova fin dal 2010 dopo aver pubblicato documenti segreti esplosivi sul governo americano; gli Stati Uniti, dove è incriminato per le pubblicazioni di WikiLeaks; la Svezia, dove è finito al centro di un'inchiesta per stupro aperta il 20 agosto 2010, richiusa il 25 agosto 2010, riaperta il 1° settembre 2010 e richiusa il 19 maggio 2017 e infine riaperta il 13 maggio 2019 e ancora oggi in corso e alla fase preliminare dopo nove anni.
Il nostro tentativo di accedere ai documenti del caso è stato ostacolato ed enormemente ritardato in ogni giurisdizione. Eppure i pochissimi documenti che finora abbiamo ottenuto hanno permesso di rivelare informazioni cruciali. I documenti forniscono la prova indiscutibile che sono state le autorità inglesi del Crown Prosecution Service ad aver contribuito a creare il pantano giudiziario e diplomatico che ha tenuto intrappolato Assange a Londra per nove anni in condizioni di detenzione arbitraria, come ha stabilito il Working Group on Arbitrary Detention delle Nazioni Unite (Unwgad).
Sono state le autorità inglesi del Crown Prosecution Service a sconsigliare ai procuratori svedesi l'unica strategia giudiziaria che avrebbe potuto portare a una rapida soluzione dell'inchiesta svedese: interrogare Assange a Londra, invece che cercare di estradarlo a Stoccolma solo per interrogarlo. Sono state le autorità inglesi del Crown Prosecution Service a non condividere la possibilità di chiudere l'inchiesta per stupro già nel 2013, come i procuratori svedesi avevano valutato di fare. Infine, sono stati loro a scrivere agli svedesi: "non crediate che questo caso sia gestito come un'estradizione come tutte le altre" e ad ammettere di aver distrutto documenti cruciali, sebbene l'inchiesta sia ancora in corso e sia estremamente controversa.
Quando abbiamo cercato di fare luce su questi fatti e di capire perché le autorità inglesi abbiano agito in questo modo e cosa abbia di speciale il caso di Assange, abbiamo incontrato un vero e proprio muro di gomma, tanto che abbiamo dovuto citare in giudizio il Crown Prosecution Service. In primo grado, il Tribunale di Londra ha stabilito che non avevamo diritto ad accedere ai documenti, perché l'esigenza di proteggere la confidenzialità dei procedimenti di estradizione prevale sull'interesse della pubblica opinione di conoscere la verità. Con la sentenza di appello di oggi, il giudice Edward Mitchell conferma che la stampa non ha il diritto di accedervi. E a questo punto non è chiaro chi potrà svolgere un ruolo di controllo nel caso, considerando che viene impedito alla stampa di farlo.
A rappresentarci in Tribunale a Londra sono stati tre avvocati londinesi di alto profilo: Philip Coppel - un'autorità in materia di accesso agli atti ai sensi del Freedom of Information Act in Inghilterra - ed Estelle Dehon dello studio Cornerstone Barristers e Jennifer Robison dello studio Doughty Street Chambers. "La sentenza è deludente per come affronta l'interesse pubblico di chi cerca di accedere ai documenti, in modo particolare per i giornalisti. Stiamo valutando se è possibile appellarla", dichiara Estelle Dehon a Repubblica.
- I progetti del nuovo governo: l'euforia (costosa) del potere
- Il medico degli ultimi fra gli abissi delle necessità
- Prime prove di accordo nella Ue: a Lampedusa i migranti della Viking
- Migranti. Accordo con Germania, Francia e Malta: sanzioni a chi rifiuta quote
- Ian Buruma: "Attenti, il populismo non è morto. E vi spiego perché"










