di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 28 ottobre 2019
Dal carcere al cinema in carcere con l'inaugurazione della prima sala cinematografica italiana in carcere. Per tutti: detenuti e grande pubblico. La festa del Cinema di Roma anche quest'anno ha ospitato il Rebibbia Festival 2019 promosso da La Ribalta-Centro studi Maria Salerno, Fondazione Cinema per Roma e Provveditorato regionale carceri del Lazio.
Un filone cinematografico tra l'auditorium del carcere romano di Rebibbia e quello del Museo Maxxi di via Guido Reni fatto di proiezioni, incontri e laboratori possibili anche grazie alla disponibilità della Corte costituzionale che a Rebibbia con il suo presidente Giorgio Lattanzi ha incontrato i detenuti, molti dei quali attori del documentario "Viaggio in Italia - La Corte costituzionale nelle carceri".
L'occasione è stata la proiezione del film che racconta il viaggio in sette istituti penitenziari italiani di sette giudici della Consulta che sono entrati a Roma Rebibbia, San Vittore a Milano, nel carcere minorile di Nisida, Sollicciano a Firenze, Marassi a Genova, Terni e sezione femminile di Lecce. "Spero di aver fatto vedere che un altro carcere è possibile sotto l'ombrello della nostra Costituzione che al suo articolo 27 dice che le pene devono tendere alla riabilitazione del condannato", si augura il regista Fabio Cavalli.
E di "un'esperienza di apprendimento e di comprensione di quanto è duro essere privati della libertà e di quanto però i diritti possono essere un patrimonio di tutti", ha parlato il giudice della Corte Silvana Sciarra che a margine dell'anteprima del docu-film all'Auditorium del Parco della Musica, ha raccontato il senso della sua visita: "È stata incentrata soprattutto sul tema del lavoro e della difficoltà di realizzare questa ambizione e questa speranza che i detenuti hanno". Altro incrocio artistico tra cinema e carcere è rappresentato dal fi lm "Fortezza" diretto da Ludovica Andò ed Emiliano Aiello e girato nel carcere di Civitavecchia Passerini, con protagonisti e coautori i detenuti stessi.
Si tratta della rilettura del libro "Il deserto dei tartari" di Dino Buzzati, metafora del carcere tra rassegnazione e speranza di riscatto per chi è costretto a viverne la quotidianità. Il 26 ottobre, invece, guidata dalla regista Francesca Tricarico, la compagnia teatrale "Le donne del muro alto", attrici detenute di Rebibbia femminile, si sono cimentate nel testo Il Postino di Neruda rendendo omaggio a Massimo Troisi nella sua interpretazione cinematografica del film "Il Postino".
L'opera è stata portata in scena da due detenute della struttura carceraria attraverso un lavoro teatrale in cui l'esilio di Neruda diventa metafora dell'attesa della libertà e dove i dubbi e le ambizioni del postino incaricato di portare la posta al poeta cileno, sono paragonabili alle paure e alle speranze delle detenute. E dal carcere al cinema, si arriva al cinema in carcere con l'esperienza bolognese di Cinevasioni, terza edizione del primo festival del Cinema in carcere svoltosi dal 9 al 14 ottobre scorso.
Nello specifico, si tratta del carcere Dozza di Bologna, sede straordinaria per un festival del Cinema tutto organizzato e proiettato all'interno della casa circondariale con una giuria composta da detenuti formati per giudicare le opere di registi e video maker emergenti. L'obiettivo è portare il linguaggio e la cultura cinematografica all'interno della realtà carceraria e aprire il carcere ad autori e studiosi del cinema.
E nello stesso carcere, nasce "Atmosphera", la prima sala cinematografica italiana aperta a detenuti e grande pubblico. È una sala polivalente che l'Associazione Cinevasioni ha trasformato in un cinema gratuito da 150 posti con schermo, pannelli fonoassorbenti e un proiettore di ultima generazione in seguito alla richiesta da parte dei corsisti del corso di cinematografi a dell'istituto di conoscere i fi lm attuali in programmazione.
"Quello che ci hanno chiesto", sottolinea Angelita Fiore, presidente di Cinevasioni, "è di non vedere fi lm deprimenti. Per questo pensavamo di proporre commedie e fi lm che facciano comunque riflettere. Facciamo un appello anche ai distributori, perché ci diano produzioni nuove da proiettare". Presto, anche l'apertura della prima videoteca della Dozza grazie alla donazione di settecento film in dvd da parte di Rai Cinema.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 28 ottobre 2019
Nel campo di prigionia dei seguaci del Califfo. Viaggio nel centro più popoloso di quello che resta dei seguaci di Al Baghdadi proprio poche ore dopo la notizia della sua morte: quasi 71.000 sfollati - prigionieri genericamente sospettati di sostenere l'Isis, per lo più donne irachene e siriane con i figli. "Dobbiamo morire, è il destino di ogni essere vivente. Ma lui è il Califfo Abu Bakr al Baghdadi, non muore mai. Vale il ruolo, non la persona. Ne faranno un altro che prenderà il suo posto".
Due o tre donne completamente velate non si tirano indietro nel dimostrare il loro totale sostegno al Califfo. "Quante volte lo hanno dato per morto e poi non era vero?", reagiscono ostili. Tutte la pensano davvero così? Difficile dire. La maggioranza chiede assistenza medica per i figli e di avere notizie di mariti, fratelli, padri, tutti combattenti tra i ranghi dell'Isis. Catturati dai curdi, oppure feriti, morti? Non lo sanno.
"Che ne è stato di Mohammad? Mio figlio. Ha solo 25 anni. Ci siamo visti l'ultima volta durante la battaglia di Baghouz a gennaio. Non ne so più nulla. Potete aiutarmi?", implora Safa Ahmad, 50 anni, originaria di Aleppo. Un'altra, Aisha Othman, 27 anni, due figli, chiede di Mahmud Ibrahin, suo marito 31 enne, ferito nei villaggi lungo l'Eufrate dopo la caduta di Raqqa nel 2017. "Vorrei andare dai miei genitori a Mosul. Ma non ho passaporto, nessuno garantisce per me", esclama mostrando uno sgualcito foglietto rilasciato dall'ufficio locale della Croce Rossa. Fa ancora caldo, pur a tardo ottobre. Le donne sono sudate, le vesti sgualcite. Anche i tendoni delle agenzie umanitarie Onu mostrano l'usura del luogo. Per puro caso siamo arrivati nel centro più popoloso di quello che resta dei seguaci di Al Baghdadi proprio poche ore dopo la notizia della sua morte.
Una coincidenza, perché la nostra visita era programmata da tempo e le autorità militari curde di Rojawa danno i visti col contagocce alla stampa estera per venire al grande campo di detenzione, a Al Hol. Quasi 71.000 sfollati - prigionieri genericamente sospettati di sostenere l'Isis, per lo più donne irachene e siriane con i figli, miste però ad alcune migliaia di fanatiche pericolose, tra le quali oltre 3 mila volontarie straniere venute apposta per combattere la guerra santa dell'Isis e "donare" al Califfo i loro figli. Sono piccoli jihadisti in nuce: ne hanno oltre 7.000.
Vedove, mogli, orfani dell'Isis, sono ritenuti talmente pericolosi da essere chiusi in un recinto speciale. Tra loro pare vi sia anche un'italiana, di cui però non dicono il nome. "Dobbiamo stare all'erta. Ci aspettiamo attentati e rivolte in ogni momento per vendicare la morte di Al Baghdadi. Esistono anche cellule attive dell'Isis nei villaggi arabi qui vicini e nella città di Hasakah. Più volte hanno tentato di organizzare evasioni di massa. E non sono mancate violenze interne con accoltellamenti e persino tentativi di decapitazioni", spiega la trentenne Meshgar Mohammad, incaricata dall'amministrazione curda di gestire le straniere.
"Abbiamo il problema della carenza di guardie. Sino a tre settimane fa c'erano oltre 800 sentinelle armate al campo. Ma, da quando l'esercito turco ha lanciato l'offensiva contro le nostre regioni, almeno 500 sono andate a combattere al fronte, 107 hanno già perso la vita a Ras al Ayn e Tal Abyad. Con le 300 rimanenti possiamo fare poco, la sicurezza non è più garantita", aggiunge. A onore del vero, il campo oggi appare calmo, senza segnali di rivolte imminenti. Non molto diverso da come lo avevamo visto a marzo, dopo la fine della battaglia di Baghouz, che aveva segnato la fine della dimensione territoriale del Califfato.
Le donne chiedono medicine. Tre cecene si nascondono il viso, ma mostrano i figli emaciati, bisognosi di cure. Due uzbeke, completamente velate di nero, le scarpe sfondate, piangono la loro situazione: "A casa non possiamo tornare. I nostri uomini sono morti, non abbiamo i soldi per i figli che neppure vanno a scuola". Quando chiediamo cosa pensano della morte di Al Baghadi, alcune alzano la spalle: "Non ci riguarda più. Adesso dobbiamo solo sopravvivere".
di Eugenio Grosso
huffingtonpost.it, 28 ottobre 2019
Nel villaggio di al Hol, vicino al centro in cui sono detenuti combattenti e donne del califfato, si temono fughe e rappresaglie. Non si crede a una pace più vicina. A Qamishlo, Rojava, Siria del Nord Est, sono le 3 del pomeriggio quando il presidente statunitense Donald Trump conferma che Abu Bakr al Baghdadi, il leader dell'Isis, è stato ucciso in un'operazione condotta dalle forze speciali.
In strada non si parla d'altro, anche se molti non ci credono. "Magari è scappato, forse non era lui", mormorano gli anziani mentre si avviano a fare colazione verso il bazar. Ed è proprio qui che un'autobomba è esplosa 5 giorni fa. Nessun morto, nessun ferito. Ma è la dimostrazione che Isis è stato sconfitto ma non è finito. E anche oggi che viene annunciata la morte del suo leader, non significa che la pace sia finalmente arrivata. Murat, un venditore di miele e formaggio sorride mentre serve i clienti come ogni giorno. Quando parla del futuro però la sua espressione cambia, si vela di preoccupazione. "Baghdadi sarà anche morto ma i miliziani ci sono ancora".
Bali continua a guidare con gli occhi fissi sulla strada e le mani serrate sul volante. È pensieroso mentre guida verso al Hol dove un vecchio campo profughi risalente alla prima guerra del golfo ospita oggi i familiari dei combattenti di Daesh (ISIS in arabo) e dove oggi tra i foreign fighters e i miliziani locali sono trattenute anche le donne del califfato. Adesso che il loro leader è stato ucciso si temono rappresaglie, i miliziani vorranno vendetta. A dirlo è stato anche Mazloum Abdi, comandante generale delle Forze Democratiche Siriane, che in un tweet ha definito storica e di successo l'operazione in cui è stato ucciso il Califfo.
Girando per le vie del villaggio di al Hol la tensione è evidente. Bali non è contento di fermarsi, figurarsi scendere dalla macchina. Anche i residenti hanno paura. Temono che la morte del leader dello Stato islamico possa rendere più aggressivi i tentativi di fuga dei jihadisti rinchiusi nel campo. "Abbiamo paura, anche se la città è molto controllata tutti sanno dei tentativi di fuga" racconta un uomo che si protegge dal sole sotto la tettoia del suo negozio. Alcuni sostengono che un gruppo di miliziani ancora in libertà possano aver cercato di facilitare la fuga. Una sensazione di pericolo diffusa dunque, tanto che Redur Xelil, un ufficiale delle Forze Democratiche Siriane, ha dichiarato in conferenza stampa che da oggi il lavoro di intelligence sarà intensificato per individuare cellule dormienti in grado di compiere attentati. Intanto però nel Rojava si aspetta. Perché tra poche ore scade l'ultimatum che il presidente turco Erdogan ha dato ai curdi per ritirarsi dalla "safe zone". Uno scenario che la morte di Al Baghdadi potrebbe sicuramente cambiare. In che modo, però, è ancora tutto da vedere.
di Gianni Sartori
ilpopoloveneto.it, 28 ottobre 2019
Nelle carceri marocchine alcuni prigionieri politici saharawi (stando alle prime notizie, facenti parte del gruppo degli arrestati per gli scontri di Gdeim Izik nel 2010) hanno voluto esprimere la loro solidarietà a Sid Bachir Allali Botengiza con uno sciopero della fame di alcuni giorni (a tempo determinato) iniziato il 25 ottobre.
Questo prigioniero è in cella di isolamento dal 21 ottobre. Nel novembre 2010 centinaia di saharawi erano stati arrestati dopo gli scontri con le forze di sicurezza marocchine che avevano distrutto un accampamento a Gdeim Izik nei pressi di El Aaiún (Sahara Occidentale). Nel corso del lungo processo, si era assistito allo scambio di accuse tra il fronte Polisario (l'organizzazione che dagli anni settanta rivendica l'indipendenza per l'ex Sahara spagnolo) e le autorità del Marocco.
Entrambi accusavano la controparte di aver provocato i sanguinosi scontri. In conclusione, accusati dell'uccisione di una decina di poliziotti, 25 saharawi erano stati condannati da un tribunale militare a pene molto pesanti, da 20 anni all'ergastolo.
di Giuseppe Catozzella
L'Espresso, 27 ottobre 2019
Detenuti ammassati e rabbiosi. Agenti di custodia che perdono la testa. E così scattano i primi processi per il reato di tortura. Ma una possibilità per cambiare le cose c'è: aprire le porte al "fuori".
Il Tempo, 27 ottobre 2019
Presentato a Regina Coeli, è stato voluto dall'Unione Cristiana Evangelica Battista d'Italia. Presentato presso l'Aula Conferenze della Casa Circondariale di Regina Coeli di Roma l'importante Progetto a favore degli agenti di polizia penitenziaria dal titolo "Carceri: sostegno al ruolo trattamentale dell'Agente".
di Massimo Adinolfi
Il Mattino, 27 ottobre 2019
Nel frattempo, entri pure in vigore il nuovo regime sulla prescrizione, con la sospensione dopo la sentenza di primo grado. In quale frattempo? In quello che vive questo governo e questa maggioranza, che non ha ancor capito se e quanto durerà, se il voto in Umbria di oggi avrà ripercussioni, se lo avranno le prossime elezioni regionali, se l'accordo fra Pd e Cinque Stelle potrà assumere davvero un profilo strategico, un orizzonte, una visione.
di Giuseppe F. Mennella
ossigeno.info, 27 ottobre 2019
Ossigeno sulle cifre Istat dei procedimenti per diffamazione contro i giornalisti. Tra il 2011 e il 2017 raddoppiate le denunce. "In attesa che il Parlamento approvi la legge per abolire il carcere per i giornalisti (tentativo inutilmente in atto dal 2001), è molto istruttivo dare uno sguardo alle cifre ufficiali e inoppugnabili - elaborate dall'Istat - sulle querele presentate contro i giornalisti, le archiviazioni, le condanne subite da chi è giudicato colpevole di diffamazione a mezzo stampa aggravata dall'attribuzione di fatto determinato (articolo 13 della legge sulla stampa del 1948)".
di Davide Petrizzelli
torinotoday.it, 27 ottobre 2019
Un detenuto tunisino è stato trovato morto impiccato nella sua cella sabato 26 ottobre 2019, nel carcere delle Vallette. La polizia penitenziaria non ha potuto fare nulla per sventare il suicidio, avvenuto nella 12esima sezione del padiglione B. Poco dopo sul posto sono arrivati i sanitari del 118 che hanno constatato il decesso del detenuto.
di Salvo Toscano
livesicilia.it, 27 ottobre 2019
La procura di Agrigento indaga sulla prigione Petrusa. Ecco la relazione choc dei Radicali. La notizia dell'inchiesta aperta dalla procura di Agrigento sulle condizioni di vita all'interno del carcere "Di Lorenzo" in contrada Petrusa è arrivata sabato.
L'ha diffusa l'agenzia Ansa, precisando che si tratta di un fascicolo d'inchiesta al momento a carico di ignoti. Ed è solo l'ultimo passaggio di una vicenda costellata da una serie di denunce sulla situazione della casa circondariale agrigentina. Dopo l'ispezione nella struttura, quest'estate, della delegazione del partito Radicale guidata da
Rita Benardini che ha redatto una relazione, inviata al Dap e al Garante, anche il procuratore capo Luigi Patronaggio ha fatto, assieme ai carabinieri, una verifica all'interno dell'istituto. Sono stati realizzati video e foto.
La visita dei Radicali c'è stata il 17 agosto scorso ed è durata quasi dieci ore. E la relazione che ne è seguita metteva in evidenza una serie di gravi criticità. Le testimonianze dei detenuti erano scioccanti. Alcuni passaggi: "Qui ci tengono in condizioni vergognose, siamo trattati peggio degli animali", lamentano in tanti; "l'acqua esce gialla, e ci dicono che è potabile"; "nel bagno non c'è areazione, quando vado al gabinetto mi devo vergognare per la puzza che non se ne va"; "nei bagni non funzionano nemmeno gli scarichi"; "i materassi fanno schifo"; "guardate i cuscini: sono consunti".
C'è chi ha lamentato l'assenza o l'inadeguatezza delle cure mediche (soprattutto dentistiche) e la carenza di figure quali l'educatore, lo psicologo, l'assistente sociale. Un detenuto indossa soltanto un paio di mutande di carta e riferisce di essere stato vittima di presunte violenze da parte degli agenti e di aver tentato il suicidio: "Mi hanno lasciato nel passeggio una giornata e una nottata, senza mangiare e senza bere, mi hanno dato pedate e schiaffi, poi mi hanno messo in cella liscia (cioè dotata solo di letto e lenzuolo, ndr) per tre giorni, per tre giorni ho camminato senza ciabatte, poi ho mangiato due viti, è da 20 giorni che ho due viti nella pancia, ho anche provato ad impiccarmi".
Un altro detenuto citato nella relazione racconta: "Ho visto detenuti ammanettati e strisciati per terra; io da qui voglio andare via". Accuse ovviamente tutte da dimostrare e riscontrare, ma in generale si può dire che il quadro che emerge dal racconto dei reclusi e dalla testimonianza dei radicali è sconfortante. Si legge tra l'altro nella relazione: "Gli ambienti detentivi versano in stato di forte degrado, con muri sporchi, intonaci scrostati, umidità e infiltrazioni d'acqua; le camere detentive non sono dotate di doccia, in violazione del Regolamento penitenziario; non c'è acqua calda nelle celle e spesso anche nelle docce comuni è disponibile soltanto acqua fredda; i servizi igienici sono sprovvisti di finestra e di areazione; l'istituto è privo di riscaldamento funzionante".
La denuncia dei radicali è stata oggetto di una interrogazione parlamentare di Roberto Giachetti (Italia Viva) presentata il 16 ottobre. E di qualche giorno fa è la notizia, riportata dai media locali, di oltre cento richieste di trasferimento in poche settimane, una provocazione lanciata dagli agenti di polizia penitenziaria in servizio presso la casa circondariale agrigentina che lamentano il permanente stato di criticità organizzativa, soprattutto legato all'esiguo numero di poliziotti in servizio.
"Purtroppo - dice Pino Apprendi dell'associazione Antigone - sugli avvenimenti negativi prevale l'omertà. Trapelano pochissime notizie, per paura di ritorsioni o per convenienza. Le ultime notizie che sono riuscite ad abbattere il muro del silenzio, ci giungono da Monza, San Gimignano, Agrigento e ci incoraggiano per andare avanti per denunciare i casi di violenza e i soprusi".
Secondo Antigone, le carceri italiane sono le più sovraffollate dell'Unione europea. E Antonino Nicosia, direttore dell'Osservatorio internazionale dei diritti umani (Oidu), auspica per Agrigento un tempestivo intervento del ministro e dei vertici del Dap, mentre il sindacato Osapp chiede di tutelare il personale dell'amministrazione penitenziaria. Intanto, il lavoro della magistratura inquirente fa il suo corso.
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