ansa.it, 12 settembre 2019
Un confronto permanente per garantire a detenuti e persone in condizione di limitazione della libertà personale la fruizione di un miglior diritto agli studi universitari. È quanto prevede il Protocollo d'intesa sottoscritto oggi dal capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Francesco Basentini e dal presidente della Conferenza nazionale universitaria poli penitenziari (Cnupp) Franco Prina.
L'accordo punta a regolare in maniera più omogenea i rapporti fra Provveditorati dell'Amministrazione penitenziaria e Istituti da un lato e singoli Atenei dall'altro. Per far questo, con il Protocollo viene istituito un tavolo di confronto, composto da referenti del Dap e rappresentanti della Cnupp, che permetta un dialogo costruttivo e costante fra le parti.
Il Tavolo elaborerà linee guida e schemi di convenzioni per disciplinare uniformemente i rapporti fra i due enti, convocherà riunioni su specifiche tematiche per migliorare l'esercizio del diritto al proseguimento degli studi universitari e si occuperà di sviluppare iniziative e programmi di collaborazione anche per il personale dell'Amministrazione a livello territoriale.
Saranno inoltre organizzati dibattiti e incontri pubblici finalizzati a sensibilizzare la società sull'importanza di garantire il diritto allo studio universitario in favore delle persone detenute, nonché progetti di ricerca universitaria su tematiche di interesse comune.
La Conferenza rappresenta gli Atenei italiani che operano attualmente in 75 istituti penitenziari italiani per garantire ai detenuti presenti il diritto agli studi universitari. Ottocento circa sono stati nell'anno accademico 2018/2019 gli studenti iscritti alle 27 Università italiane sedi di Polo Universitario Penitenziario: di questi, 743 sono detenuti (223 dei quali in regime di alta sicurezza o sottoposti al 41bis) e 53 in esecuzione penale esterna.
di Marco Belli
gnewsonline.it, 12 settembre 2019
Prosegue fruttuosamente e con soddisfazione il dialogo avviato ormai diversi mesi fa tra le autorità governative italiane e quelle messicane e promosso dall'Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc) in Messico, in tema di reinserimento dei detenuti e di prevenzione della recidiva criminale.
di Iuri Maria Prado
Il Dubbio, 12 settembre 2019
Il premier ha scelto di tenere il tema ai margini del suo discorso. Importa abbastanza poco (perché era del tutto prevedibile) che il presidente del Consiglio, nel proporsi alle Camere, abbia parlato pressoché di tutto senza dire pressoché nulla in argomento di giustizia.
È importante invece osservare (e anche questo era prevedibile, ma più gravemente) come la cosa sia passata dopotutto inosservata, salvo che su questo giornale e in rarissimi altri casi. O peggio: magari la comunità degli osservatori ha ben ammirato la risolutezza "dell'avvocato degli italiani" nel tenersi lontanissimo anche dalla sola ipotesi di mettere al centro dei propri doveri di riforma un comparto - quello della giustizia, appunto - che per una sensibilità civile appena accennata meriterebbe urgentissimi e profondi interventi.
Ma davanti a quel deserto di intendimenti, davanti a quella strepitosa assenza di qualsiasi indizio di una volontà almeno timida di far presente al Paese che la giustizia in Italia è un problema, e che il governo intende farsene carico senza limitarsi alla reiterazione dell'inascoltabile solfa sulla "certezza della pena" o sulla "lentezza dei processi".
Insomma a fronte della riprova che con una simile inaugurazione si prospetti tutto ma non la speranza che finalmente ci si occupi dei diritti delle persone ingiustamente compressi da un sistema di amministrazione della giustizia francamente incivile, ebbene nessuno ha fatto una piega. Nessuno ha avvertito l'esigenza di denunciare che la " certezza della pena" costituisce una specie di bestemmia civile se è certissimo che la pena, in Italia, significa l'affidamento del condannato a un sistema di ignobile degradazione.
Nessuno ha creduto di dover segnalare che i processi troppo lunghi sono indegni ma non diventano degni solo perché sono brevi, giusto come la tortura non diventa più accettabile solo perché è inflitta e si esaurisce più velocemente. Nessuno, infine, ha sentito il dovere di esporre la noncuranza del governo al rilievo che davanti a uno spettacolo come quello offerto dal suicidio quotidiano in carcere, dalla infamia del sovraffollamento, dall'ignominia della detenzione troppe volte inutile, il vagheggiare di un "nuovo umanesimo" rappresenta una specie di tragico insulto.
Lo stato desolante del dibattito pubblico su questi argomenti si spiega, per carità. È roba, come si dice, impopolare. E come l'azione dei governi in materia di giustizia è esattamente misurata sul riscontro, che sarebbe immediatamente negativo in caso di riforme civili e liberali, presso il pubblico spaventato e rabbioso, così il complesso dell'informazione e della cosiddetta stampa libera non è punto dal bisogno di sottrarre alimento alla Bestia. In pasto prosegue a lasciarle l'immagine (che è una realtà) della gente che continua a "marcire in galera". Compiacendosi però ipocritamente del fatto che almeno non c'è più un ministro che lo rivendica e propugna. È persino peggio.
di Giovanni Stefanì*
Gazzetta del Mezzogiorno, 12 settembre 2019
"La riforma della Giustizia penale, civile e tributaria anche attraverso una drastica riduzione dei tempi" è il punto del programma del nuovo Governo accolto con grande speranza da tutti gli operatori della Giustizia e ricordato ieri sulle colonne della Gazzetta dall'avvocato Lorusso.
Sul processo penale, gli organismi di rappresentanza dell'avvocatura hanno più volte manifestato la propria disponibilità ad accettare la rivisitazione dei termini della prescrizione, ma strettamente legata alla riforma del processo stesso, altrimenti il rischio è di fare un clamoroso buco nell'acqua.
L'interruzione dei termini di prescrizione dopo la sentenza di primo grado, che entrerà in vigore dal 2020, rischia, in verità, di divenire un boomerang e peggiorare le cose; va da sé, infatti, che se non si garantisce un efficace ed efficiente svolgimento dei processi penali, gli stessi rischierebbero di divenire sine die proprio perché, essendo sospesa la prescrizione e non esistendo più un tempo tassativo entro cui concludere i tre gradi di giudizio, gli uffici giudiziari, alle prese con innumerevoli contingenze, potrebbero essere meno motivati a imporre tappe forzate ai processi.
La riforma della Giustizia civile, invece, non dovrebbe prescindere dalle garanzie processuali per ogni cittadino, perché non è cambiando le regole del gioco che si possono risolvere i problemi dei tempi e dell'efficacia della Giustizia stessa. Per questo, l'avvocatura è contraria a riforme che vadano verso una suddivisione dei processi tra quelli di serie A e serie B, ipotizzando di garantire solo per i primi il rispetto dei principi costituzionali del giusto contraddittorio, dell'esercizio della difesa e del doppio grado di giudizio di merito a tutti. Avvocatura contraria, ma pronta a proseguire l'interlocuzione con il ministro Bonafede per addivenire a una riforma in grado di ridurre i tempi della Giustizia, ma sempre nel rispetto delle garanzie costituzionali e proprie della giurisdizione.
Tuttavia, parlare di queste riforme alle nostre latitudini, dove gli uffici giudiziari sono allo stremo e le cronache raccontano di allagamenti, calcinacci che cadono, aule pollaio e topi in libertà (neanche vigilata...), appare anacronistico. A queste latitudini la madre di tutte le questioni è quella delle risorse, sia umane (occorre rinforzare gli organici di magistratura e cancellerie) che, soprattutto, materiali.
Va da sé che sedi giudiziarie carenti contribuiscano ad allungare i tempi della Giustizia poiché impediscono a magistrati, avvocati e personale di cancelleria di svolgere le loro funzioni correttamente e con efficienza. Dunque, bene le riforme auspicate dal nuovo Governo ma lo Stato destini all'edilizia giudiziaria ben più risorse di quanto non abbia fatto finora.
Altrimenti, sarebbe come far correre una vecchia e arrugginita Cinquecento (i luoghi dove si svolge l'attività giurisdizionale) su una nuova pista di formula 1 (i processi civili e penali riformati): servirebbe davvero a poco.
*Presidente Ordine Avvocati di Bari
di Giovanni Fiandaca*
Il Foglio, 12 settembre 2019
La conferma del grillino come Guardasigilli è un rischio. Sta al Pd normalizzare la deriva punitivista. Quale penalista di lungo corso, e soprattutto come Garante regionale siciliano dei diritti dei detenuti, raccolgo e condivido il grido d'allarme che da più parti si leva a causa della attuale situazione penitenziaria italiana.
L'universo carcerario, sul territorio nazionale e nei contesti locali, non gode affatto di buona salute. Per una molteplicità di fattori noti e meno noti (riemergente sovraffollamento, degrado di non poche strutture, grave insufficienza di risorse e di personale, frequente carenza di attività trattamentali adeguate e di percorsi scolastico-formativi, ecc.), che la più recente gestione politico-amministrativa è stata ben lungi dal rimuovere o attenuare.
Al contrario, l'assunzione del ruolo di Guardasigilli, quasi un anno e mezzo fa, da parte di un esponente grillino di fede populistico-repressiva come Alfonso Bonafede, con le ricadute che ne sono altresì derivate sulla scelta del nuovo vertice del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e sulla elaborazione delle rinnovate linee-guida gestionali, ha purtroppo prodotto - secondo un'opinione diffusa tra gli addetti ai lavori - ulteriori effetti negativi.
Ciò sotto il triplice e fondamentale profilo delle condizioni di vita nelle carceri, della garanzia dei diritti dei detenuti e delle diverse attività e iniziative che dovrebbero (almeno in teoria) puntare all'obiettivo costituzionale della rieducazione.
Non a caso, nelle interlocuzioni che come garante ho occasione di avere con funzionari e poliziotti penitenziari, educatori, esperti di vario tipo ed esponenti delle associazioni di volontariato, vengono usati per descrivere la drammatica situazione odierna addirittura termini quali disastro, sfascio, sbando, abbandono e simili.
Anche a voler concedere che l'impiego di termini come quelli di cui sopra possa peccare per eccesso di drammatizzazione, rimane il fatto che la recentissima conferma di Bonafede come ministro della Giustizia non può non destare giustificate preoccupazioni.
È per questo che va sollecitata l'attenzione dell'attuale segreteria del Pd, quale nuovo partner governativo del movimento pentastellato, affinché i suoi dirigenti evitino di rimuovere o trascurare la questione carceraria e tentino di promuovere una svolta anche nella politica penitenziaria: per esempio, indicando un sottosegretario dotato di competenze in ambito carcerario e di orientamento più "liberale" che punitivista.
Che il Pd di oggi possa davvero assolve una funzione di antidoto, o quantomeno di ragionevole calmieramento del fanatismo repressivo sinora predominante nel mondo pentastellato, non è però scontato. Incombe, in qualche modo e misura, un rischio. Cioè il rischio che nello specifico settore della giustizia penale la collaborazione governativa demo-stellata abbia, alla fine, esiti più perversi che virtuosi: non è infatti escluso che questa collaborazione rialimenti un certo giustizialismo e punitivismo purtroppo presenti, ormai da non pochi anni, anche nella cosiddetta sinistra progressista. Bisognerebbe scongiurare un tale pericolo.
È perciò fortemente auspicabile che d'ora in avanti prevalgano, invece, quelle componenti politico-culturali di matrice per un verso liberal-garantista, e per altro verso umanitario-solidarista, che tradizionalmente hanno radici nel fronte progressista e ne rispecchiano al meglio lo specifico patrimonio ideale e valoriale.
Tutto ciò premesso, la svolta che ci si dovrebbe attendere dalla presenza del Pd nel nuovo governo va in una direzione intuibile: nella direzione cioè di uno sperabile recupero di quella riemergente prospettiva riformistica che, almeno a livello di iniziali intenzioni, aveva ispirato l'avvio degli "stati generali dell'esecuzione penale" su impulso del precedente Guardasigilli piddino Andrea Orlando. È realistico adesso confidare in un tale recupero, nonostante la sopravvivenza di Bonafede come ministro della Giustizia?
*Garante regionale siciliano dei diritti dei detenuti
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 settembre 2019
La Cassazione annulla un'ordinanza del Giudice di sorveglianza. "Non sono ostativi alla concessione della detenzione domiciliare cd. in deroga l'entità del residuo pena, né il titolo del reato in esecuzione, né l'attuale sottoposizione al regime differenziato di cui all'art. 41bis ord. Pen", così ha stabilito la Corte di Cassazione, sez. I penale, con la sentenza n. 29488, ritenendo che sia necessario provvedere ad una nuova valutazione delle esigenze sottese al caso in questione, annullando con rinvio per un nuovo esame al Tribunale di Sorveglianza di Roma.
Viene così annullata l'ordinanza emessa in data 22 settembre 2017 dal Tribunale di Sorveglianza di Roma, la quale ha respinto le domande proposte da F.S., detenuto al 41bis, per ottenere il differimento della esecuzione della pena o la detenzione domiciliare per grave patologia di natura psichica.
Secondo l'ordinanza del tribunale di sorveglianza la patologia psichica è "di certo presente ed è connotata da gravità, con recenti segnalazioni da parte del servizio sanitario di alto rischio autolesionistico", ciò tuttavia "non comporta la possibilità di applicare l'istituto del differimento della pena previsto dall'art. 147 c.p., né la detenzione domiciliare - sia pure in deroga alla ostatività essendo tali istituti limitati ai casi di gravi patologie di tipo fisico".
Il legale del detenuto al 41bis ha proposto quindi ricorso per cassazione articolando distinti motivi che sostanzialmente vengono accolti. La Corte sottolinea soprattutto che - come emerge da varie sentenze della corte europea - le patologie psichiche possono aggravarsi e acutizzarsi proprio per la reclusione: la sofferenza che la condizione carceraria inevitabilmente impone di per sé a tutti i detenuti si acuisce e si amplifica nei confronti delle persone malate, sì da determinare, nei casi estremi, una vera e propria incompatibilità tra carcere e disturbo mentale.
La Cassazione evidenza anche come in mancanza di un intervento complessivo del legislatore, è il giudice a poter modellare, proprio attraverso il ricorso alla detenzione domiciliare ex art. 47 ter ord. pen., la misura in questione in modo da tutelare, da un lato, la salute psichica del condannato e, dall'altro, la tutela della collettività, proprio perché la collocazione del soggetto portatore della patologia psichica può non individuarsi necessariamente con il "domicilio" ma con il luogo più adeguato a contemperare le diverse esigenze coinvolte, con ovvia valutazione caso per caso ed apprezzamento concreto, "tanto della gravità della patologia che del livello di pericolosità sociale della persona di cui si discute".
La Corte ha precisato, come detto, che alla valutazione di applicabilità della detenzione domiciliare in deroga non può ritenersi di ostacolo né l'entità del residuo pena, né il titolo del reato in esecuzione, né la attuale sottoposizione del ricorrente al 41bis. Alla luce di tali considerazioni complessive, la Corte ritiene che sia necessario provvedere ad una nuova valutazione delle esigenze sottese al caso in questione, annullando con rinvio per un nuovo esame al Tribunale di Sorveglianza di Roma.
di Claudio Mazzone
ottopagine.it, 12 settembre 2019
Il Garante: "Questo indica che il carcere è fallito". Il Garante dei detenuti della Regione Campania, Samuele Ciambriello ha rivelato un dato preoccupante "In Campania torna in carcere per recidiva il 78% dei detenuti". Questa altissima percentuale dimostra in maniera chiara quanto per ora il carcere sia non un luogo di rinascita, correzione e ricostruzione del cittadino ma spesso esclusivamente di sofferenza e punizione.
"Questo indica che il carcere è fallito - ha infatti sottolineato Ciambriello - Non torna in carcere chi ha incontrato un volontario, un cappellano, una cooperativa, ha frequentano un corso di formazione. Bisogna incrementare questi momenti. A Poggioreale abbiamo il più alto numero di volontari che si occupa dei detenuti - ha aggiunto il garante - e a Napoli abbiamo l'esperienza della casa dove ci sono una decina di residenti e una quarantina di persone ogni giorno. È una bella esperienza, la Chiesa si è aperta al dopo carcere che deve essere vissuto da tutti con più impegno. Il sovraffollamento non può essere una pena accessoria - ha proseguito - Io penso che addirittura bisognerebbe fare entrare i sindaci delle città nelle carceri, come fanno i consiglieri regionali, i garanti, i parlamentari. Questo per far capire loro che il carcere è qualcosa che appartiene alla città sia per chi è in carcere per una pena ma anche per chi deve vivere il dopo".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 settembre 2019
È stata trasferita al centro clinico del carcere di Messina, ma è ancora a rischio paralisi in quanto i suoi arti superiori e inferiori sono quasi completamente atrofizzati. Parliamo di Rosa Zagari, condannata in primo grado a otto anni al processo denominato "Terramara Closed", compagna dell'ex latitante Ernesto Fazzalari di Taurianova - catturato nel 2016 - a considerato il ricercato più pericoloso dopo l'imprendibile Matteo Messina Denaro. A denunciare il perdurare dell'immobilismo da parte dell'amministrazione penitenziaria per garantirle le adeguate cure è l'associazione Yairaiha Onlus che si occupa dei diritti dei detenuti.
Più di un mese fa grazie al sollecito dell'associazione e all'articolo pubblicato da Il Dubbio, Rosa Zagari è stata trasferita dal carcere di Santa Maria Capua Vetere dove non veniva curata, per garantirle appunto le terapie prescritte dai medici. Ma cosa le era accaduto? Il nove febbraio scorso, quando era al carcere di Reggio Calabria, è caduta nella doccia.
Subito è stata trasportata all'ospedale, nel reparto di neurologia, e dalla tac è emersa una "duplice rima di frattura lineare in corrispondenza del processo trasverso di destra di L3 e rima di frattura a livello del processo trasverso di L2".
Il primario ha consigliato delle cure adeguate per evitare peggioramenti. "Riposare su letto rigido idoneo - si legge nella cartella clinica - praticare terapia medica con antalgici al bisogno e proseguire con la terapia antitrombotica come da prescrizione neurochirurgica. Si consiglia inoltre di iniziare fin da subito a sottoporsi a prestazioni di Magnetoterapia alla colonna, a massaggio leggero decontratturante dei muscoli paravertebrali, alla rieducazione motoria degli arti inferiori, per cicli di 20 gg. al mese per almeno 5 mesi". E infine: "Utile, ma solo dopo il terzo mese e dopo controllo radiografico e specialistico, oltre alle prestazioni di fisioterapia, la rieducazione dei muscoli paravertebrali e della colonna dorso-lombare in piscina, in assenza di carico sul rachide". Cure però tuttora non ricevute, nonostante il trasferimento al centro clinico del carcere messinese.
L'associazione Yairaiha Onlus si era attivata il 16 luglio scorso scrivendo al Garante nazionale delle persone private della libertà, a quello regionale, al ministro della Giustizia e al magistrato di sorveglianza, sollecitando un intervento urgente perché "le cure ricevute sono state esigue e inadeguate limitando la terapia al busto, che porta ininterrottamente dal 9 febbraio, e ad antidolorifici. Riteniamo - concludono - che il diritto alla salute rientri tra i diritti fondamentali dell'uomo, a prescindere dagli eventuali reati commessi, così come sancisce la nostra Costituzione".
L'avvocato Antonino Napoli, legale di Rosa Zagari, ha anche presentato un'istanza a giugno scorso, denunciando la mancanza di cure e ha chiesto la nomina di un perito per verificare lo stato di salute della donna, anche per chiedere la compatibilità delle sue condizioni con il regime carcerario. Ma a testimoniare le cure non appropriate è proprio la madre di Rosa che ha scritto l'ennesima lettera rivolte alle istituzioni.
"Attualmente Rosa - scrive la signora Teresa Moscato - si trova presso l'Istituto penitenziario di Messina ma non è stata trasferita in una clinica, bensì in un lager, non viene curata, non viene considerata, e i medici oltre ad essere responsabili di atteggiamenti satiriche di basso livello, se ne lavano le mani, ricordando le gesta di un detto Ponzio Pilato.
Nell'Istituto penitenziario di Messina, le hanno sospeso la somministrazione di Flactadol per sostituirlo al Contramal, farmaco che deriva dalla classe degli oppioidi, cure, dunque, non appropriate affinché migliori la condizione di salute di mia figlia".
Il diritto alla salute, da ribadire ancora una volta, è riconosciuto universalmente dalla nostra Costituzione, compreso chi è privo della libertà. Non a caso l'articolo 39 comma 2 dell'ordinamento penitenziario sancisce espressamente l'obbligo di sottoporre a costante controllo sanitario il soggetto detenuto, garantendo, la propria tutela alla salute.
Un diritto garantito anche dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, che sancisce espressamente il divieto di sottoporre i detenuti a trattamenti disumani e degradanti.
newsicilia.it, 12 settembre 2019
È morto dopo una lunga agonia il detenuto catanese Michelangelo Fichera, nella sua stanza di ospedale del Reparto Rianimazione di Siracusa. L'uomo era detenuto al carcere di Floridia, nel siracusano.
Il carcerato, nell'aprile scorso, mentre si trovava in cella, è stato colpito da un ictus. I tempi del ricovero in ospedale, però, avevano spinto la famiglia a sporgere querela per comprendere in che modo l'uomo fosse stato trattato in carcere prima del ricovero al nosocomio.
L'uomo sarebbe rimasto in stato vegetativo per tutti gli ultimi mesi, secondo quanto riferisce il presidente della Onlus "Sicilia Risvegli" Pietro Crisafulli. Con i familiari che potevano vederlo attraverso un vetro e parlargli attraverso un interfono, oppure entrare nella stanza la sera dopo avere indossato gli indumenti di sicurezza. Tutte comunicazioni a cui l'uomo, riferisce ancora Crisafulli, avrebbe risposto con dei movimenti degli occhi e poco altro.
Dopo essere stato colpito da un ictus era rimasto in stato di coma per dieci giorni dentro la sua cella, che condivideva con un altro detenuto, e solo dopo il suo trasporto all'ospedale i suoi familiari avevano potuto sapere cosa gli era successo. Proprio queste circostanze avevano spinto la famiglia a presentare una denuncia querela.
Nonostante le denunce della famiglia e delle Onlus che si erano occupate del caso, il calvario non è cambiato. "Non c'è stato nessun aggiornamento - dice Alessio Di Carlo - la denuncia che avevamo sporto con la famiglia non ha avuto nessun seguito e il detenuto di fatto è morto in rianimazione". Dello stesso parere Crisafulli, di Sicilia Risvegli: "Abbiamo fatto il possibile per spostarlo a Catania o comunque per alleggerire il suo regime, ma le nostre richieste non hanno mai avuto ascolto. Persino alla richiesta di avere una relazione clinica, necessaria per attivare qualsiasi spostamento o cura ad hoc, abbiamo sempre avuto risposte evasive". Crisafulli annuncia che continuerà a denunciare l'accaduto alla magistratura.
di Leandro Del Gaudio
Il Mattino, 12 settembre 2019
Scandalo della festa di 18 anni sul web, si muovono gli ispettori del guardasigilli. Vogliono capire cosa è accaduto. E se ci sono state irregolarità nella procedura avviata dal direttore del carcere di Airola, culminata poi nel permesso premio a uno degli assassini del vigilante Franco Della Corte da parte della corte di appello minorile.
In poche righe, il ministro della giustizia Alfonso Bonafede dà il via libera all'ufficio ispettorato di compiere accertamenti sull'autorizzazione a una sortita fuori dal carcere del detenuto, in occasione del suo diciottesimo compleanno. Un caso che ha sollevato scalpore, grazie alle foto postate in Instagram da una parente di Ciro U., uno dei tre imputati per l'omicidio - omicidio brutale - del vigilante all'esterno della metro di Piscinola. Baci, abbracci, risate tra amici hanno scatenato un moto di indignazione, rispetto al quale il guardasigilli prova a fare chiarezza, per verificare eventuali profili di responsabilità disciplinare.
Si legge in una nota di via Arenula: "L'ispettorato compirà accertamenti preliminari volti a valutare la correttezza della procedura ed eventuali condotte disciplinarmente rilevanti". Verifiche doverose, per capire cosa è accaduto lo scorso luglio, quando la sezione minori della Corte di appello ha autorizzato la sortita all'esterno del carcere di Ciro U.
Stando a quanto risulta al Mattino, nell'istanza del direttore del carcere di Airola non c'era la richiesta esplicita a organizzare una festa, mentre in discussione c'era l'opportunità di concedere al detenuto la possibilità di pranzare con i congiunti al compimento del suo diciottesimo compleanno. In sintesi, il direttore del carcere chiedeva all'autorità giudiziaria di valutare una possibilità di un incontro ristretta ai soli familiari, grazie a un permesso di qualche ora, per giunta scortato dagli agenti penitenziari, sulla scorta del buon inserimento mostrato dal detenuto al protocollo educativo del carcere.
Letta l'istanza, la Corte di appello dei minori dà il via libera al pranzo in famiglia, senza però immaginare che per Ciro U. fosse stato organizzato un party a tutti gli effetti. Stando infatti alle foto pubblicate in Instagram, è possibile notare coriandoli, addobbi, candeline, ma anche amici in un clima decisamente allegro, scanzonato.
Un clima che - occorre ribadirlo - ha turbato i parenti del vigilante ucciso, ma anche l'intera opinione pubblica, quanto mai frastornata per quelle scene di allegria e di compiacimento immortalati dalle foto postate a mezzo social. Ed è questo il punto su cui battono le verifiche azionate ieri dal Ministero. Esiste una relazione da parte degli agenti di scorta sulla festa in canonica? Sono stati identificati tutti i partecipanti al pranzo in famiglia, per capire se ci fossero anche amici oltre che parenti di Ciro U.?
Non ci stanno a fare da parafulmine o da comodo capro espiatorio gli agenti di polizia penitenziaria, almeno a leggere la nota dei sindacati di categoria. "Sempre più spesso - è la critica dell'Uspp, l'unione dei sindacati di Polizia penitenziaria - si devono eseguire bizzarre scorte per eseguire fantasiose ordinanze dell'autorità giudiziaria, ma questo caso indigna e lascia sgomenti".
Per il presidente dell'Uspp Giuseppe Moretti e il segretario campano Ciro Auricchio, è ancora più grave che il nullaosta sia stato dato a chi "non si è ravveduto" e "non si è mai scusato con la famiglia". Un caso scoppiato a pochi giorni dall'inizio del secondo grado di giudizio a carico dei tre imputati (oltre a Ciro, sotto processo anche Luigi C. e Kevin A.), che hanno confessato di aver aggredito alle spalle e ucciso - in modo crudele - il vigilante Franco Della Corte.
Era il tre marzo del 2018 a Piscinola. Difesi dai penalisti Mario Covelli e Nicola Pomponio, i tre imputati puntano ora ad ottenere dai giudici di appello uno sconto di pena. C'è invece fiducia nella giustizia da parte dei parenti della vittima, rappresentati dal penalista Marco Epifania, che non possono costituirsi parte civile (il rito a carico dei minori non lo prevede), ma che hanno rappresentato il proprio stato d'animo, con una lettera in Corte di appello e al sostituto procuratore generale Anna Grillo, che da martedì rappresenterà la pubblica accusa nel corso del nuovo dibattimento.
Spiega oggi Giuseppe Della Corte, figlio del vigilante ammazzato, dopo aver appreso della mossa del Ministro, con l'invio degli ispettori a Napoli: "Certo che mi ritengo soddisfatto, non posso credere al fatto che sia stato concesso un permesso premio all'assassino di mio padre, per festeggiare il compleanno con amici e parenti all'esterno del carcere; questo non lo ritengo rieducativo! Dopo poco più di un anno dall'omicidio, questa belva come può essere premiata? Io non lo accetto, visto che è l'artefice della distruzione della mia famiglia, colui che mi ha provocato tanto dolore".
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