di Alice Facchini
redattoresociale.it, 26 ottobre 2019
Nella Casa circondariale bolognese arriva la prima proiezione nella sala cinematografica AtmospHera, prima in Italia aperta al pubblico dentro a un carcere: sullo schermo "Ammore e malavita", seguito dall'incontro con i registi Manetti Bros. Fiore: "Vogliamo rendere straordinario quello che per noi è ordinario: andare al cinema e guardare un film"
Foto di Alessio Cremonini Sala Atmosphera, carcere Dozza, un momento della proiezione
"Quanto è costato il film?". "In quante lingue è stato tradotto?". "La protagonista è marocchina?". "A Napoli la vita è ancora così?". "In futuro vi piacerebbe girare un film anche qui nel penitenziario?". Sono tante le domande che arrivano ai registi Manetti Bros dalla curiosissima platea di AtmospHera, il nuovo cinema di Bologna nato all'interno della casa circondariale Rocco D'Amato, primo in Italia aperto al pubblico dentro a un carcere. È appena finita la proiezione di "Ammore e malavita", la prima della nuova sala finanziata dal Gruppo Hera, e seduti sulle poltroncine ci sono un centinaio di detenuti, insieme alle autorità, ai giornalisti e ai volontari delle associazioni che lavorano nell'istituto penitenziario. "La cosa bella è che nelle scene d'azione, nei momenti di suspense, arriva la battuta comica: il film è stato stupendo, ci siamo divertiti", ringraziano i detenuti.
Il cinema si trova proprio all'interno di un braccio del carcere della Dozza, a cui si accede superando una serie di cancelli e due cortili interni. Oltrepassata la barriera che porta nel quinto sbarramento, spunta il primo cartello: un semplice foglio A4, con una freccia a destra e la scritta "Sala AtmospHera". Percorriamo un lungo corridoio dal soffitto basso, intervallato da grosse telecamere di sicurezza: dritto, destra, sinistra. Le finestre strette con le sbarre verniciate di un blu acceso non fanno entrare abbastanza luce e le lampade al neon sono accese per illuminare l'ambiente. Superiamo il locale della lavanderia e finalmente ci siamo: appena entrati nel cinema, i detenuti già seduti in platea si voltano a guardare chi sarà con loro a vedere il film.
La platea è piena, tanto che gli agenti devono portare delle sedie in più. Uno schermo fisso è appeso al centro, le finestre sono coperte da tende oscuranti e sulle pareti sono incollati rossi pannelli fonoassorbenti, per migliorare l'acustica. "Da oggi a Bologna c'è una nuova sala cinematografica - afferma Angelita Fiore, presidente dell'associazione Cinevasioni, introducendo la proiezione -. Vogliamo rendere straordinario quello che per noi è ordinario: andare al cinema e guardare un film". E aggiunge Filippo Vendemmiati, che nel 2015 ha ideato il primo progetto di cinema in carcere: "Il nostro obiettivo non è portare le star qui dentro, ma creare sistemi di relazione nel carcere attraverso il cinema: noi siamo solo il proiettore, il film siete voi".
Dopo i saluti della direttrice della casa circondariale Claudia Clementi e del critico cinematografico Davide Turrini, alle 10.20 si spengono le luci. Nel buio si sente ancora una ricetrasmittente della polizia penitenziaria gracchiare, poi il silenzio. Lo schermo si illumina. La prima scena è un piano sequenza di Napoli dall'alto, le strade, i monumenti, una chiesa. Già dopo pochi minuti il film prende il via: sparatorie, pallottole scampate e criminali in fuga. Le scene d'azione vengono alternate a canzoni, a metà tra il musical e la sceneggiata napoletana, e quando a cantare sono quattro giovani agli arresti domiciliari a Scampia scoppiano le risate e gli applausi. Nelle due ore successive tutti in sala sono ugualmente catturati dalla trama, detenuti e agenti: quando i due protagonisti rischiano di essere uccisi, nel pubblico i volti illuminati dalla luce dello schermo si fanno tesi. Poi lo scioglimento: l'amore trionfa, i protagonisti scappano in un paradiso tropicale e i criminali finiscono (guarda un po') in una cella a Poggioreale. La proiezione termina con lunghi applausi e fischi dalla platea.
"Per questa prima visione, il film è stato scelto dagli studenti del corso di catalogazione cinematografica di Cinevasioni - racconta Irene Sapone, una delle organizzatrici -. Abbiamo oltre 700 dvd donati da Rai Cinema: i ragazzi stanno imparando come catalogarli e archiviarli in vista dell'apertura della prima videoteca nel carcere. Quando hanno avuto per le mani 'Ammore e Malavita' si sono incuriositi: non amano i film drammatici, per loro sono troppo deprimenti. Preferiscono le commedie, i film d'azione o i grandi classici: amano Totò, Monicelli e tutti i cult visti e rivisti in televisione. Il cinema è un modo per trascorrere in modo diverso, divertente, il tempo qui dentro".
di Lorenzo Rosoli
Avvenire, 26 ottobre 2019
Il Segretario generale della Cei e alcuni leader musulmani ieri nello storico carcere milanese. Il Papa ci ha invitati a dare segni concreti. Ecco perché come Chiesa italiana abbiamo scelto di celebrare la Giornata dell'amicizia islamo-cristiana in un carcere.
È un segno che offriamo - anche alla società civile - per dire che anche in un luogo di convivenza forzata è possibile vivere incontri positivi, all'insegna della fratellanza, della pace, del dialogo tra persone di culture e di fedi diverse".
Così il vescovo Stefano Russo, segretario generale della Cei, spiega il significato dell'incontro avvenuto ieri pomeriggio a Milano, all'interno della storica casa circondariale di San Vittore. Con lui hanno varcato la soglia del carcere autorevoli esponenti dell'islam nazionale e milanese, tutti invitati ad assistere - assieme ai detenuti - ad uno spettacolo teatrale, "Leila della tempesta", scritto e interpretato da Alessandro Berti con Sara Cianfiglia.
"Un'opera che nasce dalla straordinaria esperienza di dialogo vissuta in carcere da Ignazio De Francesco, monaco della Piccola Famiglia dell'Annunziata, in particolare con una donna detenuta. Da quell'esperienza - riprende Russo - è nato un libro, e dal libro una pièce, che permette di toccare temi come la religione, la cittadinanza, il rapporto uomo-donna e altri ancora, calati nel concreto della vita. Portare quest'opera in un carcere ci dice che l'uomo può cercare il bene ovunque".
Offrire segni concreti. Partire dalla vita. Ecco di cosa ha bisogno il dialogo islamo-cristiano per diventare amicizia generatrice di bene comune. "L'incontro di vertice, fra leader, non basta. Il dialogo autentico deve abitare la quotidianità, per farsi incontro, conoscenza e riconoscimento reciproco", scandisce Yassine Lafram, presidente nazionale dell'Ucoii (Unione delle comunità islamiche d'Italia). "Dobbiamo educare alla cultura del dialogo - riprende Lafram.
E proprio il carcere può essere il luogo di questo dialogo della vita, dove nella convivenza con persone di fede diversa, mentre impariamo a conoscere e rispettare gli altri, riscopriamo la nostra fede".
Ed è questa la via per affrontare i rischi di radicalizzazione che a volte insidiano i detenuti di fede musulmana. "Un problema sovradimensionato ma reale, che si verifica perché non è garantito il diritto costituzionale ad avere assistenza spirituale in carcere - sottolinea il presidente dell'Ucoii. Quando per anni non entra un imam, accade che si formino gruppi di detenuti e, al loro interno, imam autoproclamati, col rischio di dare "copertura" religiosa ai sentimenti di rabbia e rivalsa così diffusi in carcere. Serve un accordo fra Stato e comunità islamiche per individuare imam e guide che possano dare assistenza spirituale in carcere, alternativa alla religione "fai da te".
Guide che possono anche essere donne, come le due che a nome dell'Ucoii prestano servizio a Bollate". La Giornata dell'amicizia islamo-cristiana ricorda lo storico incontro interreligioso di preghiera per la pace convocato da san Giovanni Paolo II ad Assisi il 27 ottobre 1986 e ha trovato nuovo slancio dal Documento sulla fratellanza umana firmato lo scorso febbraio ad Abu Dhabi da papa Francesco e dal Grande Imam di Al Azhar.
Un primo frutto di questo cammino, la visita di monsignor Russo e l'incontro sul documento di Abu Dhabi dello scorso 29 giugno alla Grande Moschea di Roma. Ieri, l'incontro di Milano. Nella Rotonda di San Vittore, al fianco di Russo, fra gli altri, il vicario generale della diocesi di Milano, vescovo Franco Agnesi, e don Giuliano Savina, direttore dell'Ufficio nazionale per l'Ecumenismo e il dialogo interreligioso. Fra il pubblico il costituzionalista Valerio Onida, coinvolto - con De Francesco - in incontri con i detenuti in preparazione all'evento.
"A San Vittore, ogni giorno, arrivano persone dalla strada, dalla povertà, dalla marginalità più grave. Persone che non si scelgono ma che qui devono imparare a convivere - ricorda il direttore del carcere, Giacinto Siciliano. Per questo promuoviamo molteplici iniziative, soprattutto nella formazione. Ed è bello che un luogo di convivenza forzata come il nostro possa mostrare anche a chi sta fuori che il rispetto e l'incontro fra persone di cultura e fede diversa è possibile".
albanianews.it, 26 ottobre 2019
Il ddl, che ora passerà in parlamento per il via libera definitivo, stabilisce 24 categorie di detenuti condannabili a regime d'isolamento. Il consiglio dei ministri albanese ha approvato due giorni fa un nuovo disegno di legge sulle carceri, che ora passerà in parlamento per il via libera definitivo, riporta Shqiptarja.com.
Il ddl stabilisce nel dettaglio i diritti e il trattamento dei detenuti, l'organizzazione del sistema così come le competenze e i doveri degli organi statali competenti. Tra le altre cose, prosegue Shqiptarja.com, il nuovo ddl prevede un'implementazione più completa del regime speciale - meglio noto come 41bis - per le categorie pericolose di prigionieri, con lo scopo di intraprendere misure per reprimere la criminalità nelle carceri. La proposta legale del governo, infatti, definisce 24 categorie di detenuti che, in casi particolari, saranno soggetti a un totale isolamento impedendo loro qualsiasi contatto con il mondo esterno. Nello specifico, il ddl definisce 23 reati gravi a cui è stata aggiunta un'ulteriore categoria ad alto rischio che include i detenuti con legami con la criminalità organizzata accusati o condannati per omicidio di funzionari pubblici o forze di polizia. Le altre categorie includono i detenuti per tutti i reati connessi al terrorismo previsti dal codice penale e i detenuti condannati per partecipazione e/o creazione, organizzazione, gestione di bande armate, così come di organizzazioni criminali che gestiscono la produzione e il traffico di sostanze stupefacenti.
Secondo il disegno di legge, la durata del regime di isolamento nel carcere di massima sicurezza sarà di un anno ma può estendersi per ulteriori anni a seconda della valutazione del rischio.
Come viene presa la decisione La decisione di porre un detenuto in regime d'isolamento nel carcere di massima sicurezza è presa dal ministro della giustizia, su richiesta giustificata della Procura Speciale. Nel prendere questa decisione, il ministro della giustizia si avvale di una consultazione con il ministro degli interni, con il direttore generale delle carceri, con gli organi specializzati nella lotta contro il crimine organizzato e il terrorismo e dei dati e delle informazioni del direttore generale della polizia di stato. Il regime d'isolamento viene imposto per impedire contatti con le organizzazioni criminali di cui i detenuti fanno parte o con cui collaborano.
Il regime d'isolamento - Ai detenuti che andranno incontro a regime d'isolamento sarà concesso un solo incontro al mese con i propri famigliari. Per coloro che non avranno incontri con i famigliari, sarà concessa una conversazione telefonica al mese della durata massima di 10 minuti e che verrà registrata. Per i detenuti in isolamento, inoltre, è vietato l'uso di denaro o altri oggetti che in regime normale è possibile ottenere dall'esterno, così come verrà ridotto il tempo trascorso all'aria aperta: massimo due ore al giorno, ma non meno di un'ora.
di Eleonora Fagnani
news-town.it, 26 ottobre 2019
"Aggrappatevi alla poesia per non far morire la speranza di libertà". È stato il toccante intervento di un giovane detenuto della Casa circondariale dell'Aquila ad aprire, questo pomeriggio, la cerimonia di premiazione del Premio internazionale di poesia intitolato alla scrittrice aquilana Laudomia Bonanni, dedicata ai componimenti dei detenuti negli istituti di pena italiani. Il ragazzo ha voluto lanciare un appello all'ospite d'onore dell'edizione 2019, il poeta Homero Aridjis, una delle voci più autorevoli della letteratura messicana e profondo sostenitore delle sfide a protezione dell'ambiente.
"Vorrei che Homero ci donasse una parte della sua immaginazione perché per noi non è facile averne. Questa è una giornata importante, è un momento per non sentirci abbandonati e invisibili", le parole che il giovane ha pronunciato emozionato davanti alla platea del teatro della struttura detentiva di Preturo, dove si è svolta la cerimonia.
Quest'anno la giuria ha ritenuto di non assegnare il primo premio della sezione detenuti, ma di devolvere l'intero importo (di mille euro) alla Casa circondariale dell'Aquila per l'acquisto di materiale didattico e libri. Secondo e terzo classificato sono invece Gennaro Mazzarella (Casa circondariale di Lanciano) e Nello Nero (Casa circondariale di Frosinone).
Una cerimonia toccante a cui hanno preso parte Raffaele Marola, presidente del Premio, Stefania Pezzopane e Anna Maria Giancarli, rispettivamente, presidente e membro della Giuria, la direttrice della Casa circondariale Barbara Lenzini, Giuliano Tomassi, segretario del Premio e Marcello Cipriani della Bper. Presenti tra il pubblico anche gli alunni del liceo classico e del liceo di scienze umane dell'Istituto superiore "Domenico Cotugno" accompagnati dalla docente Francesca Del Papa.
Molti gli interventi da parte dei detenuti del carcere dell'Aquila, per lo più rivolti al poeta Aridjis, che ha voluto condividere con loro un momento doloroso della sua vita. "Quando avevo dieci anni fui colpito accidentalmente da un proiettile esploso da un fucile da caccia di mio fratello maggiore, e fui ricoverato in ospedale in fin di vita". Le voraci letture durante la degenza, da Salgari, a Verne ai fratelli Grimm, lo spinsero ad avvicinarsi alla poesia. "Dopo quell'esperienza così vicina alla morte l'unica cosa che mi restò per esprimere me stesso fu la poesia".
"È così che ho scoperto a cosa serve l'arte della poesia: a comunicare noi stessi e quindi i sentimenti che non possono essere espressi in modo diverso. Con i vostri componimenti che mi hanno molto colpito - ha detto rivolgendosi ai detenuti del carcere dell'Aquila - avete fatto una cosa importantissima: se non avete ancora aperto la porta che vi porterà fuori da qui, avete aperto la porta che vi condurrà a conoscere voi stessi".
Un intervento toccante, quello del poeta messicano, tutto teso ad evidenziare l'importanza del rispetto della dignità dei detenuti. Emozionante il parallelismo tra chi è costretto in carcere e chi, per motivi religiosi, decide di vivere da eremita. "Questo periodo di sofferenza e solitudine deve essere un momento per riflettere sul passato e recuperare la vostra identità, interrogandovi sul senso del vostro desiderio di libertà. Esattamente come fanno gli eremiti, che si appartano dal mondo per cercare delle risposte". "Ho ascoltato e letto le vostre poesie e vi dico che è quello il filo cui aggrapparsi per non far affievolire la speranza di libertà. Buona fortuna per il vostro futuro - ha concluso Aridjis - che è percorrere la strada dove troverete le risposte di cui avete bisogno".
Corriere della Calabria, 26 ottobre 2019
La toccante testimonianza della vittima di una brutale violenza di genere nel corso del Forum Agape a Reggio Calabria L'applicazione delle novità introdotte dal Ddl 1200/2019, meglio noto come "Codice rosso", è stata al centro del forum organizzato a Reggio Calabria dal Centro comunitario Agape, presieduto da Mario Nasone, patrocinato dal Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Reggio Calabria e dal Consiglio regionale, in collaborazione con l'Istituto di Terapia familiare di Reggio Calabria e Messina e l'associazione avvocati "Marianella Garcia".
Una rete di partner: la Questura di Reggio Calabria e il Comando provinciale dei Carabinieri, esperti del settore, magistrati ed operatori dei centri antiviolenza, per fare il punto sugli aspetti giuridici qualificanti e quelli psicologici delle vicende che riguardano sempre più donne nel nostro Paese. Un fenomeno in preoccupante espansione che ha indotto il legislatore ad introdurre modifiche al codice penale ed al Codice di procedura penale e prevedere nuove disposizioni in materie di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere.
Il "Codice rosso" ha stabilito una corsia preferenziale nello svolgimento delle indagini, per renderle più rapide, e ha introdotto pene molto più severe per reati commessi in contesti familiari o nell'ambito di rapporti di convivenza. Una normativa che presenta, tuttavia, molte luci ed altrettante ombre, è stato detto nel corso del forum aperto dal Presidente del Consiglio regionale Nicola Irto, che dicendosi "rammaricato per la mancanza di una copertura finanziaria della legge", ha sottolineato "la necessità di potenziare la parte informativa e di prevenzione del fenomeno.
Davanti a fatti come quelli di Maria Antonietta Rositani, avvenuti poco lontano da qui - ha affermato il presidente Irto - ci chiediamo se le tante attività che mettiamo in campo come istituzione, non restino alla fine chiuse nel "Palazzo", in una sorta di cassa di risonanza. Serve un'azione pedagogica forte, perché la battaglia contro la violenza di genere non riguarda solo le donne che subiscono violenza, ma deve creare la base per una diffusa consapevolezza sul fenomeno, che investe l'intera società".
Toccante la testimonianza di Maria Antonietta Rositani, attraverso una lettera inviata dal suo letto d'ospedale, dove è ancora in cura per le gravi ustioni subite dall'aggressione, nel marzo scorso, da parte dell'ex marito, che le lanciò all'interno della sua auto del liquido infiammabile con lo scopo di ucciderla.
Una lettera, letta dalla figlia Annie, in cui Maria Antonietta, moglie, prima felice, "con un matrimonio da favola", madre amorevole, con la nascita della piccola Annie, e successivamente di William, afferma di vivere "nel tempo gli incubi della paura, della solitudine all'interno delle mura domestiche. Costretta a mascherare il suo dolore, il dramma che vive dentro le mura domestiche, nascondendo tutto persino al padre, ai familiari".
"Mentivo a lui, mentivo a me stessa, mentivo con le amiche... una vita di menzogne - scrive Maria Antonietta - tra urla, schiaffi, calci e paura".Tanta paura del marito, fino a quando l'uomo non aggredì anche la figlia, intervenuta in sua difesa. "Da quel giorno - scrive la donna - dissi basta, pur ancora amandolo. Basta per i miei figli".
La scelta di denunciare, che rimase lettera morta, nonostante le rassicurazioni ricevute, fino a quando, con l'ennesima aggressione, la figlia Annie non informò i nonni e lo zio. L'arresto e nonostante tutto la paura di raccontare tutto al proprio avvocato. "Dopo essere stata bruciata, offesa e umiliata, finalmente ho capito che il mio non era più amore".
Maria Antonietta, nella lettera, rivolge un appello a tutte le donne. "A volte - scrive - non è semplice rendersi conto di alcune cose, nonostante siano molto gravi, e ci convinciamo che quello che pensiamo non sia la verità. Se avete dubbi è quasi certo che tu sia una vittima di violenza, perché, come dice il detto "quando si sente il rumore del ruscello c'è l'acqua".
Quindi l'esortazione a non sottovalutare nemmeno gli "episodi" sporadici. "L'amore non è una lotteria dove non sappiamo se arriva un premio o una punizione. Non c'è niente di più pericoloso. Ecco perché, appena Dio me ne darà la forza, io sarò accanto a tutte coloro che lo vorranno, mettendo la mia vita, la mia storia, la mia sofferenza, le mie paure, al loro servizio.
Affinché mai più una donna, una figlia, una mamma possa più tremare all'interno della sua casa. Tra le mura domestiche. Occorre denunciare subito - conclude Maria Antonietta - al primo urlo e non al primo schiaffo. Non abbiate paura. Urlate... denunciate. Grazie a tutti. Vi penso da questo letto e vi voglio bene".
di giordano stabile
La Stampa, 26 ottobre 2019
Ricercato dalla Turchia, corteggiato da Russia e America. Trump invia truppe nei campi petroliferi, Putin al confine. Ha una taglia di un milione di dollari sulla sua testa, in Turchia rischia l'ergastolo, ma Stati Uniti e Russia lo corteggiano per allargare o mantenere la loro influenza nel Nord-Est della Siria. Il comandante delle Forze democratiche siriane, Mazlum Abdi Kobani, è al centro di una partita diplomatica e militare che può decidere le sorti del Rojava, il Kurdistan siriano autonomo sognato dai curdi. Mosca conta su di lui per una transizione rapida che consenta alla polizia militare russa di prendere il controllo della frontiera. Gli Stati Uniti vogliono mantenere una loro presenza militare, limitata alla provincia orientale di Deir ez-Zour, e sperano che le forze curde continuino a collaborare con loro in quell'area. Abdi passa così da una telefonata con Donald Trump a una videoconferenza con il ministro della Difesa russo Serghei Shoigu. Per poi ricevere un invito a Washington da parte dell'influente senatore Lindsey Graham.
Ma queste attenzioni hanno mandato su tutte le furie la Turchia. Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha ricordato che Abdi è "un terrorista ricercato dall'Interpol" e che gli Stati Uniti "devono consegnarlo alle autorità turche", anche perché sulla sua testa c'è una taglia da 1,1 milioni di dollari ed è accusato di aver causato la morte di "47 persone" durante la guerriglia del Pkk nel Sud della Turchia. Abdi si è finora destreggiato senza errori. Il suo obiettivo è mantenere un minimo di amministrazione autonoma nel Rojava. Ha chiesto a Mosca che i militari russi "impediscano altri massacri". A Washington di "mantenere la pressione" su Ankara.
Abdi, vero nome Ferhat Abdi Sahin, è un guerrigliero di lungo corso. Nato nel 1967, milita nel Pkk siriano fin dai primi anni Novanta, quando l'organizzazione curda era appoggiata dall'allora presidente siriano Hafez al-Assad e aveva le sue basi in Siria. Secondo il think tank turco Seta, Abdi è attivo sul fronte turco alla metà degli anni Novanta e poi di nuovo dal 2003 al 2013. Quell'anno torna in Siria per organizzare la difesa militare del Rojava, allora abbandonato dall'esercito governativo e assaltato da gruppi jihadisti, fino all'emergere dell'Isis. È allora che aggancia anche agli americani.
I curdi, sia in Iraq che in Siria, diventano la principale diga anti-Isis. Nel 2017 Washington punta su di lui per trasformare le Ypg curde nelle Forze democratiche siriane. Fino alla giravolta di Trump e l'invasione turca. Abdi stringe subito un accordo con Bashar al-Assad perché spiega, "meglio un compromesso, anche doloroso, piuttosto che il genocidio del proprio popolo". Ora aspetta le ultime mosse del capo della Casa Bianca. Il Pentagono è intenzionato a crearsi una piccola enclave attorno ai pozzi petroliferi dei Deir ez-Zour e ha annunciato, dopo il ritiro dal Nord, l'invio di truppe corazzate nella zona petrolifera. Ma ancora una volta ha bisogno di lui, il comandante Kobani.
di Francesca Ronchin
Corriere della Sera, 26 ottobre 2019
Risponde l'Arcigay: "Gli avvocati la smettano di usare simili trucchi". Il segretario generale dell'associazione Gabriele Piazzoni: "Non chiediamo l'orientamento sessuale a nessuno. Deve essere una libera scelta parlarne". "Agli avvocati che consigliano ai migranti non Lgbt di utilizzare l'escamotage dell'orientamento sessuale per ottenere l'asilo, una volta per tutte chiediamo loro di smetterla".
In seguito alla nostra video-inchiesta, finalmente l'Arcigay prende una posizione ufficiale anche perché, come ci spiega il Segretario Nazionale Gabriele Piazzoni, il fenomeno è conosciuto da tempo. "Lo sappiamo che c'è chi prova ad ottenere la protezione internazionale con qualsiasi mezzo e questo è un grande problema che finisce per falsare la situazione a discapito di chi ha davvero bisogno.
Questo però dipende dal fatto che l'attuale sistema della migrazione è disfunzionale. Ci sono intere popolazioni per le quali l'unico modo di ottenere un permesso di soggiorno è cercare escamotage come questi. Bisognerebbe aprire canali legali anche per i migranti economici".
Lei dice che la nostra inchiesta lascia intendere che Arcigay faccia da sponda a questi avvocati. Cosa potete fare per non lasciare spazio a dubbi?
"In realtà c'è ben poco che possiamo fare perché siamo noi stessi vittime. Noi siamo aperti a tutti e i Tribunali sanno bene che la tessera non è un certificato di omosessualità. Più di dirlo non possiamo fare altro perché non siamo né la polizia né la magistratura, non abbiamo poteri di indagine e non possiamo certo fare controlli".
Considerando che in molti degli oltre 50 circoli territoriali di Arcigay sono presenti sportelli che si occupano dell'accoglienza dei migranti Lgbt, è possibile che molti migranti vengano da voi solo per ottenere un permesso di soggiorno?
"I nostri gruppi possono avere diverse funzioni, dalla socializzazione al contrasto dell'omofobia interiorizzata, pensi che in tanti paesi africani non esiste nemmeno la parola "omosessualità". Sicuramente tanti vengono per capire come ottenere l'asilo e a questi offriamo un servizio informativo".
Ma lei è a conoscenza del fatto che i vostri gruppi per migranti Lgbt, perlomeno su Roma, sono frequentati in larga parte da eterosessuali?
"Quando si presenta un migrante noi non chiediamo mai se è gay, così come non lo chiediamo a nessuno. A volte questo può emergere dalla storia che racconta ma deve essere una libera scelta
parlarne".
Dunque se i migranti che frequentano i vostri centri dovessero essere in maggioranza eterosessuali, per voi non è un problema?
"Questo lo dice lei".
In realtà non lo dico io, lo dice un vostro operatore di Roma e le assicuro l'intervista era molto puntuale, si parlava proprio dei gruppi per migranti Lgbt...
"Non so quale sia la percezione dell'operatore con cui ha parlato, magari ha assistito a casi di persone che si sono presentate una o due volte solo per ottenere la tessera e se ne sono andate. Non escludo che vi siano eterosessuali che frequentano questi gruppi spinti dall'idea che riusciranno a ottenere il permesso come gay ma non credo siano molti. Penso sia difficile per chi non è omosessuale ottenere la protezione. Magari con un bravo avvocato può riuscirci ma credo che capiti più spesso il contrario, che chi è davvero omosessuale non riesce a dimostrarlo perché a fronte di un incremento sospetto delle domande il giudice non si fida. Non vorrei comunque che si pensasse che l'associazione ha qualcosa da guadagnarci da tutto questo, ci reggiamo sul volontariato e non cerchiamo altri fondi pubblici".
Dal bilancio 2018 e da quello preventivo per il 2019 risulta che l'Arcigay si regge in buona parte proprio sui finanziamenti devoluti da associazioni impegnate nella difesa dei diritti dei migranti come Osife e Chiesa Valdese, nonché di progetti ministeriali ed europei finalizzati all'accoglienza come "Migranet" di Unar del Dipartimento per le Pari Opportunità, "Accept" e "Integrate". Piazzoni, per non lasciare spazio a malintesi non sarebbe più coerente togliere la specifica "Lgbt" in modo che i vostri gruppi siano riferimento per tutti i migranti al di là dell'orientamento?
"Colgo il suo invito, rifletteremo su questo anche perché già è così. Comunque me lo faccia ribadire, spero che il vostro lavoro possa servire a che gli avvocati senza scrupoli si mettano una mano sulla coscienza. Fenomeni distorsivi come questo ledono il diritto d'asilo e penalizzano chi ne ha bisogno".
informazioneonline.it, 26 ottobre 2019
Un gruppo di attori liberi e "diversamente liberi" porta in scena lo spettacolo "Ginestre". Giovedì 14 novembre, la nuova produzione della compagnia di attori detenuti del carcere di Busto Arsizio dal titolo "Ginestre" inizia la sua tournée al Teatro Nuovo di Varese. Dopo il successo del debutto dello scorso aprile al Teatro Sociale di Busto Arsizio, con più di 500 persone fra il pubblico, lo spettacolo si appresta ad una piccola tournée nella provincia. E la prima data è proprio come ospiti della rassegna varesina "Note di Scena", organizzata da Film Studio 90 presso il Cinema Teatro Nuovo, in partenariato con il Comune di Varese. Lo spettacolo è realizzato in collaborazione con la Direzione della Casa Circondariale, del Direttore Orazio Sorrentini, dell'Area Educativa dell'Istituto.
"Un ringraziamento speciale al sostegno ricevuto dai Magistrati di Sorveglianza - affermano i promotori - che credendo nel valore educativo e risocializzante dell'esperienza teatrale, hanno concesso i permessi speciali di uscita ai detenuti attori e agli ex detenuti".
"Ginestre" vedrà insieme sul palco un gruppo eterogeneo di attori detenuti e liberi. Lo spettacolo si ispira al libro "Essere Esseri Umani" di Marta Zighetti, psicoterapeuta varesina autrice del libro e direttrice scientifica dello studio di psicoterapia "Essere Esseri Umani" e anima dell'omonimo progetto. Ginestre richiama quel fiore del deserto che Giacomo Leopardi, quasi prossimo alla morte, sceglieva come simbolo di resilienza, l'eroica capacità dell'uomo di sopravvivere al trauma e alla sofferenza per progredire oltre ad esse, grazie al mutuo aiuto e alla cooperazione con "l'umana compagnia". Sotto la guida della regista Elisa Carnelli, l'eterogeneo gruppo dei "Contaminati" (attori detenuti e liberi cittadini che recitano fianco a fianco) ha messo in campo la propria umanità per svelarsi e svelare con coraggio le dimensioni del nostro essere. Storie del proprio passato ed aspirazioni per il futuro, dal coltello che un bimbo di 7 anni lancia alla propria madre, al proclama "sono nato criminale ma non morirò criminale". Scorci di storie commuoventi ed intense, raccontate con immagini che cercano il simbolico.
Collaborazione tra individui e umana compassione sono i temi del saggio "Essere esseri umani" di Marta Zighetti cui lo spettacolo poeticamente si ispira, traducendo in azioni, immagini e racconti biografici la lucida sintesi che la psicoterapeuta opera nella descrizione della nostra specie dal punto di vista culturale, biologico, psicologico e neuro-scientifico.
Appuntamento giovedì 14 novembre, alle ore 21, al Teatro Nuovo di Varese in viale dei Mille 39. I biglietti si possono acquistare direttamente la sera dello spettacolo (ingresso 12 euro, ridotto 10/8 euro). È possibile prenotare un posto scrivendo a
L'associazione L'oblò - L'associazione di Promozione Sociale L'Oblò Onlus Liberi Dentro, costituita nel 2016, nasce dall'esperienza dei suoi fondatori fra carcere, teatro e scuola. Si occupa di realizzare interventi riabilitativi e risocializzanti mediante l'uso di terapie a mediazione artistica per favorire il benessere psicofisico e la qualità della vita di detenuti, ex-detenuti, loro famiglie. L'esperienza maturata nel carcere di Busto Arsizio dal 2008, negli ultimi anni si è ampliata ed aperta alla cittadinanza, con interventi artistici pensati come esperienze di osmosi tra il dentro e il fuori del carcere, occasioni di integrazione attiva e corresponsione tra detenuti e gente libera per promuovere ampiamente lo scambio sociale, la consapevolezza comunitaria e la responsabilità civile. A questa visione si legano le cene con delitto in galera che hanno portato quasi 400 persone in carcere, e la rassegna di teatro in carcere "Sbucciare il buio" che ospita spettacoli di compagnie professioniste nella casa circondariale di via per Cassano per un pubblico misto di detenuti e gente libera.
Progetto Contaminazioni - Con questo intento nella primavera del 2017 L'Oblò Onlus ha lanciato l'esperimento di Contaminazioni, una serie di laboratori espressivi per persone libere e diversamente libere che si sono svolti nella casa circondariale di Busto sotto la guida di professionisti esperti in vari settori (scrittura drammaturgica, vocalità espressiva, danza e movimento). I temi trattati erano ispirati al libro "Essere esseri umani" della psicoterapeuta Marta Zighetti, Edizioni d'Este.
Tutti i sabati mattina, per un anno, un gruppo di una decina di appassionati di teatro è entrato in carcere ed ha lavorato fianco a fianco con gli attori detenuti nella creazione dello spettacolo Ginestre, il nuovo spettacolo teatrale della compagnia L'Oblò.
di Stefania Moretti
Corriere della Sera, 26 ottobre 2019
Rigano, condanna per mafia e omicidio: "Faccio anche cose buone". Si sentiva impacciato in quel completo blu con cravatta che non usa mai. Filippo Rigano, 62 anni, da 27 in carcere, si è presentato mercoledì in commissione di laurea al teatro di Rebibbia, i capelli bianchi e il vestito migliore. Il suo relatore Giovanni Guzzetta, docente di Diritto pubblico a Tor Vergata, gli ha chiesto il perché della sua tesi sull'ergastolo ostativo.
"Perché sono un ergastolano ma, anche se non mi crederete, sono libero". Ergastolo ostativo significa fine pena mai: niente permessi premio, condizionale, semilibertà. A meno che il detenuto non collabori; una norma bocciata come incostituzionale proprio nel giorno della laurea di Rigano. "La mancata collaborazione con la giustizia - per la Consulta - non impedisce i permessi premio, purché ci siano elementi che escludono collegamenti con la criminalità".
A sollevare il caso sono stati due ergastolani per mafia. Come Rigano: siciliano di Acireale, entrato in carcere a 35 anni. Associazione mafiosa, il pizzo ai commercianti, due omicidi da uomo del clan Santapaola, le vittime uccise a colpi di pistola nel 1985 e nel 1993. Rigano organizza i delitti ma non è lui a sparare.
Dopo 27 anni in cella - unica uscita l'anno scorso, per assistere la madre malata - il neo-dottore scrive di sentirsi un "figliol prodigo": ha sbagliato, ma con quegli errori fa i conti da 9.855 giorni. E "per ogni giorno si butta il sangue" in questo "surrogato della pena di morte" che per lui è l'ergastolo. "Evocare l'inferno non è esagerato", scrive: Una pena eterna non può essere che disumana". Ha avuto 851 milioni di secondi per pensare al suicidio, ma non l'ha fatto: "Il perché è nella mia speranza che, anche se tardi, l'Italia si conformi alla Costituzione".
A quell'articolo 27 che prevede pene umane e rieducative. Pagare è logico e ovvio, riconosce, ma non vuole pagare due volte, forzandosi a una collaborazione che "in certi contesti equivale a mettere a rischio la vita propria e dei propri cari". Vent'anni a ricostruirsi "per dimostrare che ero in grado di fare delle cose buone".
A Rebibbia studia, fa il manovale, frequenta i laboratori di "Nessuno tocchi Caino" e il teatro: recita sullo stesso palco dove si è laureato. A brindare con lui moglie e figlie, i compagni dell'Alta sicurezza, il Partito radicale, la sua tutor Marta Mengozzi e i colleghi che lo hanno seguito. Il garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasìa si congratula: "Aveva solo la seconda elementare". Ora è dottore in Legge con no e lode. E da mercoledì, dopo la decisione della Corte Costituzionale, può sperare che, forse, non morirà dentro il carcere.
di Michele Serra
La Repubblica, 26 ottobre 2019
Nessuna contraddizione tra il fatto che Luca Sacchi fosse un ragazzo d'oro, come dice il padre schiantato dal dolore, e l'ipotesi, accreditata dagli inquirenti, che il delitto abbia avuto come prologo un acquisto di droga (hashish, si dice). Sono centinaia di migliaia i bravi ragazzi che danno corpo al gigantesco mercato clandestino degli stupefacenti: non c'è mercato senza clientela, e se gli spacciatori sono migliaia è perché i consumatori sono milioni.
Non c'è più niente di "maudit" nello sballo, niente di marginale o di trasgressivo, con una pallina di roba in tasca o una pasticca in pancia non si è avanguardia né retroguardia, si è come (quasi) tutti gli altri. La droga, come la pornografia, come l'azzardo, è un consumo di massa.
A ciascuno il suo giudizio sul fenomeno; ma il vero problema è che questo consumo, a differenza degli altri, è clandestino, dunque è nelle mani della criminalità, quella grande che dirige il traffico, quella piccola che lo amministra quartiere per quartiere. Non solo i consumatori, anche molti piccoli spacciatori sono bravi ragazzi; o convinti di esserlo.
Detesto le droghe, con l'eccezione dei derivati dell'uva, e ancora di più detesto il conformismo dei consumi; ma sono antiproibizionista da tutta la vita. Legalizzare le droghe leverebbe alle mafie una fetta enorme di potere e di reddito; ma leverebbe anche dalle strade molte situazioni borderline, di conflitto e di ricatto. Se la ricostruzione dell'omicidio romano è quella della polizia, è inevitabile chiedersi quanti bravi ragazzi e ragazze sarebbe ancora vivi in un Paese dove l'hashish si compra in farmacia.
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