di Giuseppe Sottile
Il Foglio, 14 settembre 2019
Trattativa finita, pm in crisi, criminali azzoppati. L'antimafia che resiste è quella editoriale. Ora che i fumi della Trattativa si sono sedimentati in una pesantissima sentenza di condanna per boss e pezzi deviati dello Stato, ora che i magistrati di quel processo hanno avuto il giusto riconoscimento e non c'è più bisogno di tenere alta la tensione sui giornali e nei talk-show, ora che una Corte d'assise ha finalmente disvelato trame oscure e complicità politiche che diedero copertura alle stragi di mafia, ora che la stagione eroica ed esaltante è tramontata che faranno i coraggiosi condottieri dell'antimafia militante, quella che gira per le scuole e mobilita la società civile, quella che invoca giustizia e non si accontenta mai della verità giudiziaria perché c'è sempre una collusione nascosta o una regia occulta da smascherare?
Dei terribili e sanguinari boss degli anni funesti e tenebrosi non c'è più traccia. Totò Riina, che fu capo dei corleonesi e regista delle più avventate sfide allo Stato, ha chiuso la sua vita scellerata in un carcere duro: arrestato nel gennaio del 1993, è stato murato vivo per un quarto di secolo in una cella di massima sicurezza e da lì non ha più visto la luce del sole. Solo lampade a neon. Bernardo Provenzano, suo complice e compare, catturato dalla polizia dopo 43 anni di latitanza e dopo avere mangiato per una vita pane e cicoria, è morto pure lui tra i rigori del 41 bis.
Della potente cosca che scalava le vette della criminalità a colpi di kalashnikov e di tritolo, resta in vita solo Giovanni Brusca, l'uomo che ebbe il coraggio di sciogliere nell'acido con le proprie mani il figlio tredicenne di un pentito e che poi - in età matura: siamo già nel maggio del 1992 - ebbe pure il fegato, così dicono i mafiosi, di premere il telecomando dell'attentato che a Capaci massacrò il giudice Giovanni Falcone, la moglie e i ragazzi della scorta.
Ma dopo queste scelleratezze, il killer più spietato di Cosa nostra ebbe la furbizia di buttarsi sotto le bandiere dello Stato e di mettersi a disposizione di tutti quei pubblici ministeri desiderosi più che mai di smantellare le ultime resistenze dei boss e di riscrivere all'un tempo la storia d'Italia. Brusca ha confermato tutte le tesi dell'accusa e tutti i teoremi.
E quando Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo, ha trasformato Massimo Ciancimino, figlio del vecchio e malvissuto Don Vito, in una "icona dell'antimafia" e in una pedina indispensabile per montare il Grande processo sulla trattativa, Brusca non esitò a cogliere lo spirito del tempo e a confermare - pur sempre con il collaudato metodo del dire e del non dire - anche le patacche che il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo aveva distribuito a piene mani prima nei sottoscala delle procure e poi nelle aule dei tribunali.
Un genio del male, questo Brusca. Gli eroi dell'antimafia da salotto non lo ammetteranno mai. Ma il colonnello Sergio Di Caprio, che con il nome in codice di capitano Ultimo partecipò alla cattura di Totò Riina, lo ha scritto addirittura in un libro. Brusca ha portato a termine non una ma due trattative: "Prima con lo Stato quando faceva le stragi, e poi con la procura quando si è lasciato il passato alle spalle e ha intrapreso la seconda trattativa, lavandosi il sangue dalle mani".
Per l'antimafia militante trovare un nemico contro il quale puntare fucili e baionette non è - diciamolo - un'operazione facile.
Della vecchia mafia non ci sono che i rimasugli. L'ultimo padrino, ancora latitante, è Matteo Messina Denaro. Procure e forze dell'ordine lo cercano da almeno trent'anni. Hanno messo a ferro e fuoco Castelvetrano, pensando che fosse lì il suo quartiere generale, ma non c'è stato verso di snidarlo.
Hanno arrestato parenti, amici e conoscenti; hanno stretto alle corde complici e favoreggiatori; hanno attivato la cultura del sospetto persino sulle confraternite e sulle logge massoniche del circondario ma della Primula rossa non si è percepito nemmeno un lontano odore. Il capo della procura nazionale, Federico Cafiero De Raho, e i più alti ufficiali del Ros affermano periodicamente che "il cerchio si stringe" e che "al massimo fra qualche mese" il boss finirà in manette ma il loro ottimismo non prende più piede. Con la conseguenza che i grandi condottieri dell'antimafia non sanno più a che santo votarsi. E per rendersene conto basta sfogliare i giornali, anche i più coraggiosi.
Nel dicembre dell'anno scorso c'era stata persino una vampata di entusiasmo: si era sparsa la voce che i carabinieri avessero stroncato, ovviamente sul nascere, la nuova cupola di Cosa nostra. Ma poi, dopo i brillanti e promettenti titoli di prima pagina, anche i giornali più zelanti e ardimentosi hanno scoperto che il boss dei boss, comunque finito regolarmente in galera, era un vecchietto di 80 anni, Settimo Mineo. E l'entusiasmo finì lì.
I giornalisti più tenaci e intraprendenti, in particolare quelli che per cinque anni avevano fiancheggiato, con libri e interviste, Nino Di Matteo, magistrato di punta nel processo della Trattativa, hanno allora cercato nuovi fronti e nuovi scoop. Ma hanno trovato cosuzze prive di qualsiasi spessore: la storia delle tre sorelle di Mezzojuso assediate, manco a dirlo, dalla mafia dei pascoli e una storiaccia raccattata in un quartiere palermitano, Passo di Rigano, dove una poveretta travestita da cantante neomelodica, ha salutato dal palco della festa rionale un boss morto tre anni fa. Apriti cielo.
La storia di Mezzojuso è stato un cavallo di battaglia di Massimo Giletti: l'ha usata a piene mani nella sua trasmissione su La7 e dopo averla spremuta fino all'ultima goccia ci ha pure tirato su un libro. La pacchianata di Passo di Rigano è servita a un giornale locale per riempire pagine su pagine e tenere alta la convinzione - l'illusione, si stava per dire - di indirizzare la coscienza civile della gente contro le forze oscure della mafia.
Una mafia che però è quella che è - un rimasuglio, appunto - e che per questo viene definita oggi invisibile e domani sommersa. Mai sconfitta: perché non si deve mai sapere che, nella sfida finale, lo Stato ha vinto e la mafia ha perso.
Diciamolo. L'unica antimafia che resiste, ormai, è quella editoriale. Nino Di Matteo ha preso al balzo la sentenza della Corte d'assise sulla Trattativa e ha pubblicato, con Saverio Lodato, un libro - Il patto sporco - che gli ha consentito per una intera stagione di girare in lungo e largo l'Italia, di predicare il rosario dei mille misteri ancora da svelare e di raccogliere altre venti o trenta cittadinanze onorarie. Salvatore Borsellino, fratello del giudice assassinato ventisette anni fa in via D'Amelio, di libri ne ha pubblicati, nel giro di un anno, addirittura due: uno, La Repubblica delle Stragi, per sostenere le tesi, in linea con Di Matteo, dello Stato complice e assassino; l'altro per verdeggiare la memoria di Paolo, il magistrato che con Falcone aveva disegnato la più efficace strategia d'attacco contro gli ossi più duri di Cosa nostra.
L'impegno editoriale - che resta sempre un impegno civile, ci mancherebbe altro - pervade ormai l'intero piazzale degli eroi: non c'è timoniere dell'antimafia che non consegni alla storia una propria analisi o le proprie memorie. Le librerie si affollano non solo di magistrati e giornalisti con la schiena dritta, va da sé, ma anche di pentiti, di ex killer il cui ravvedimento riesce a commuovere gli editori più magnanimi e i redattori più solerti nel trasformarsi in amanuensi.
Ha scritto un libro Giovanni Brusca, quello del bambino sciolto nell'acido e del telecomando di Capaci; ne ha scritto uno pure Gaspare Mutolo, che si vanta di avere partecipato a settanta delitti e di avere ucciso personalmente almeno venti uomini delle cosche rivali; e ha scritto il suo bel volume - con le prefazioni, manco a dirlo, di due magistrati come Nino Di Matteo e Luca Tescaroli - anche Salvatore Cancemi, ricordato dalle cronache soprattutto per avere giustificato così il fatto di essersi ricordato solo dopo molti anni che dentro le trame oscure c'era pure infilato Silvio Berlusconi: "Presidente, la mia mente è come una vite arrugginita: si svita a poco a poco".
Si dirà, ma è mai possibile che l'antimafia militante oltre ai libri e alle sbandate di due o tre cantanti melodici non riesca a mettere su una campagna seria per la legalità e contro il malaffare? Gli scandali e la corruzione in Sicilia non mancano. Anzi.
Basti pensare all'ultimo maleodorante affare: quello dei novanta milioni pagati dalla Regione a un avventuriero di Pinerolo per un censimento che si è potuto vedere solo dopo dieci anni, quando le rilevazioni sono diventate obsolete e dunque inutilizzabili. L'antimafia militante e anche quella più istituzionale - fondazioni, centri studi, gruppi di ricerca - si sono ben guardate da proferire parola. Come se il discorso non li riguardasse.
Ma una spiegazione forse c'è. E si annida probabilmente nella sudditanza che le nobili e meritorie associazioni - da quella intestata a Giovanni Falcone a quella che porta il nome di Pio La Torre o di Cesare Terranova, vittime indimenticate della violenza mafiosa - hanno verso i finanziamenti, spesso anche sostanziosi, elargiti dalla Regione. Per carità, i soldi non hanno mai ucciso il coraggio, ma tra le anti-mafie organizzate e il potere politico si è creato una sorta di circolo vizioso: alle associazioni servono i soldi per mantenersi in vita e ai palazzi - da Palazzo d'Orleans a Palazzo dei Normanni - fa comodo alimentare il malinteso secondo il quale basta avere concesso quei contributi per ritenersi al di sopra di ogni sospetto; per credere e far credere che anche loro, partiti e gruppi parlamentari, sono in prima fila nella lotta contro gli sprechi e contro le malversazioni, contro la corruzione e contro ogni affare opaco e malandrino.
E le anti-mafie glielo fanno credere. Perché loro, rimaste quasi senza mafia, non conoscono altro impegno se non quello di scrivere libri o di strapparsi le vesti per la sottocultura di una smarrita cantante di Passo di Rigano sorpresa - come i neomelodici che popolano il film di Franco Maresco, premiato a Venezia - a mandare un saluto al boss amico suo morto da tre anni. Riescono a rimanere insensibili davanti a uno scandalo di dimensioni enormi; ma un requiem blasfemo no, non lo sopportano.
di Simona Musco
Il Dubbio, 14 settembre 2019
Parte da Caltanissetta la battaglia contro gli errori giudiziari, con l'apertura del primo sportello in Italia per i "perseguitati" dalla giustizia. Uno sportello che è stato presentato ieri, durante il convegno organizzato dalla Camera penale guidata da Sergio Iacona nel corso del convegno dal titolo "Confronto sul Manifesto del diritto penale liberale e del giusto processo" - al quale era presente anche il presidente dell'Ucpi Gian Domenico Caiazza - e che rappresenta la prima prova pratica delle direttive dell'Osservatorio per l'errore giudiziario istituito dall'Unione delle Camere penali.
di Clemente Pistilli
La Repubblica, 14 settembre 2019
Il Gup ha rinviato a giudizio Daniele Cestra, 41 anni, accusato di aver ucciso due compagni strangolandoli e poi simulando l'impiccagione. Nel carcere di Frosinone, per mesi, si è aggirato un serial killer. Un detenuto trasformatosi dietro le sbarre in assassino seriale, dopo una vita randagia costellata di qualche piccolo reato, fino a macchiarsi di quello di omicidio durante un furtarello, nel momento in cui si era trovato faccia a faccia con la vittima che aveva iniziato a urlare.
La convinzione del sostituto procuratore Vittorio Misiti da oggi è anche quella del giudice per l'udienza preliminare Antonello Bracaglia Morante. Negata sia una perizia medico-legale sulle vittime che una psichiatrica sull'assassino, il giudice ha rinviato a giudizio il 41enne Daniele Cestra, di Sabaudia, accusato di aver ucciso due detenuti e di averne poi simulato il suicidio. La prima udienza davanti alla Corte d'Assise del Tribunale di Frosinone è fissata per il prossimo 16 dicembre.
Sei anni fa, a Borgo Montenero, frazione nelle campagne di San Felice Circeo, all'ombra del promontorio, Anna Vastola, 81 anni, venne uccisa nella sua abitazione. Era dicembre. L'anziana sentì dei rumori in casa e all'improvviso si trovò davanti Cestra, che stava rovistando tra armadi e cassetti. Vastola iniziò ad urlare e il ladro, forse spaventato o solo per cercare di fuggire, la colpì a morte con una pala, dileguandosi poi con un bottino misero, fatto di poveri oggetti. I carabinieri risalirono in breve tempo al 41enne e lo arrestarono. Per quell'omicidio l'imputato venne infine condannato a 18 anni di reclusione. E una volta in carcere il 41enne pontino si sarebbe trasformato in un vero e proprio serial killer.
Nell'agosto 2016, a Frosinone, venne infatti trovato impiccato il compagno di cella del 41enne, l'anziano Giuseppe Mari, di Sgurgola, piccolo centro della Ciociaria, e poco tempo prima era stato trovato nelle stesse condizioni un altro detenuto, il 60enne Pietropaolo Bassi, che ugualmente divideva la cella con il pontino. Troppi due casi per essere frutto solo di casualità. La polizia penitenziaria iniziò a indagare, e il sostituto Misiti aprì un'inchiesta, sospettando che Cestra potesse essere responsabile anche di altri due morti sospette e di un tentativo di avvelenamento sempre in carcere.
Venne disposta una consulenza medico-legale e ora, per la morte di Mari e Basso, anche il giudice per l'udienza preliminare non ha dubbi: sono stati uccisi e ad assassinarli è stato Cestra. Li ha strangolati e poi ne ha simulato l'impiccagione. Ipotesi che dovranno ora trovare eventuali conferme davanti alla Corte d'Assise. Il giudice Bracaglia Morante ha negato un processo con rito abbreviato condizionato alle due perizie, chiesto dai difensori del 41enne, gli avvocati Angelo Palmieri e Sinuhe Luccone, disponendo il rinvio a giudizio.
E i familiari di Bassi, dopo essersi costituiti parte civile, hanno anche chiamato in causa come responsabile civile, per l'eventuale risarcimento, il Ministero della giustizia. Un verdetto che Cestra, presente oggi in udienza, attenderà nel carcere di Terni, dove è detenuto dopo aver cercato anche di evadere dal carcere di Velletri.
ansa.it, 14 settembre 2019
Hanno levigato per giorni il legno, lo hanno preparato e sotto la direzione di una maestra di iconografia lo hanno dipinto finemente seguendo tecniche millenarie: è un grande crocifisso realizzato dai detenuti del carcere di massima sicurezza di Paliano (Frosinone). Una icona che gli stessi detenuti hanno voluto chiamare la 'Croce della Misericordia' e che, dopo la benedizione del Papa, farà il giro delle carceri italiane in una sorta di pellegrinaggio della speranza. La croce, realizzata nel laboratorio promosso nel carcere dalla Comunità di sant'Egidio, sarà portata domani all'udienza del Papa della Polizia Penitenziaria, nell'Aula Paolo VI.
"Sono persone rimaste folgorate dalla visita del Papa nel Giovedì Santo del 2017. Ad alcuni è davvero cambiata la vita e continuano a dire che il Papa ha insegnato loro che cos'è davvero l'amore", riferisce Stefania Tallei, coordinatrice del servizio ai detenuti della Comunità di Sant'Egidio. Una ventina di detenuti, una volta alla settimana con la maestra e volontaria Luigia Aragozzini, ma anche da soli nel tempo libero, si ritrova per riprodurre immagini di arte sacra.
"Alcuni sono talmente bravi che questa attività potrebbe per loro diventare, una volta usciti dal carcere di Paliano, un mestiere", sottolinea Tallei.
Attorno alla figura di Cristo sulla croce ci sono scene della vita in carcere; episodi biblici ma anche la vita quotidiana dietro le sbarre. Le visite dei familiari, le mamme con i bambini, la lettura, la preghiera. "Hanno anche preparato una lettera per Papa Francesco, la consegnerò io a loro nome", dice ancora la responsabile delle attività nelle carceri di Sant'Egidio.
"Tessitori di giustizia e messaggeri di pace": hanno scelto questo slogan i 250 cappellani delle carceri che incontreranno Papa Francesco domani mattina a Piazza San Pietro. Arriveranno da tutto il Paese, accompagnati dagli agenti della Polizia Penitenziaria e del personale che presta servizio negli Istituti di pena. Saranno circa 11mila in rappresentanza delle 190 case di reclusione, guidati dall'Ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, don Raffaele Grimaldi.
di Aristea Canini
araberara.it, 14 settembre 2019
Metà detenuti in carico al Serd con terapia psicofarmacologica. 18 utenti con hiv, 60 utenti con epatite C. 10 utenti con epatite B oltre a molte altre patologie che necessitano di cure mediche quotidiane. Detenuti che non possono essere curati, personale infermieristico che manca, malattie che dilagano.
La situazione sanitaria del Carcere di Bergamo è allarmante. A metterlo nero su bianco undici dipendenti dell'ospedale. Poche settimane fa gli infermieri del penitenziario di Bergamo hanno preso carta e penna e scritto alla Direttrice generale Maria Beatrice Stasi, a tutti i responsabili sanitari e per conoscenza alla dottoressa Teresa Mazzotta, direttrice dell'Istituto Penitenziario segnalando alcune problematiche.
Dopo aver ricordato che la "gestione della salute negli Istituti di pena e detenzione che prima erano in carico al Ministero della Giustizia" adesso sono a carico del Servizio Sanitario Nazionale. "La scelta aziendale nel 2010 è stata quella di prendere in carico la Casa Circondariale di Bergamo con personale infermieristico dipendente dall'Azienda".
E proseguono: "Il personale infermieristico - scrivono - lamenta ormai una carenza di organico per trasferimenti, licenziamenti o pensionamenti che purtroppo non è stato sostituito nell'ultimo biennio (per la peculiarità dell'ambiente lavorativo e/o per la legislazione nazionale che non permette nuove assunzioni).
di Sabrina Chiellini
Il Tirreno, 14 settembre 2019
Il carcere Don Bosco è sovraffollato. Si parla di carenze croniche, visto che da circa 50 anni non vengono fatti investimenti importanti sulla casa circondariale. Ma i numeri che sono stati resi noti durante la cerimonia per il 202esimo anniversario della fondazione del corpo di polizia penitenziaria balzano agli occhi. Per "capienza regolamentare", come la definiscono gli addetti ai lavori, il carcere prevede la gestione di 205 detenuti. Al momento invece la casa circondariale ne accoglie 280.
"Tra questi ci sono molti soggetti pericolosi, con problemi di dipendenza da droghe e gravi problemi psichiatrici e con una preponderante presenza di detenuti stranieri, circa 170", ha spiegato il commissario capo, Vincenzo Pennetti, dopo il saluto del direttore del carcere, Francesco Ruello.
Ai 280 detenuti entro la fine dell'anno si aggiungeranno le 30 detenute del reparto femminile che ora è in ristrutturazione ma che presto sarà ultimato. Nel conto dovranno essere inseriti anche altri 15 detenuti di una sezione del reparto penale che attualmente è inagibile. In condizioni ordinarie il Don Bosco si attesterà sulle oltre 300 presenze.
Nel ricordare l'attività svolta nell'ultimo anno (da settembre 2018) dalla polizia penitenziaria, Pennetti si è soffermato sulle 72 denunce all'autorità giudiziaria effettuate, sui 10 sequestri di sostanza stupefacente e su una perquisizione straordinaria dell'istituto finalizzata a contrastare l'introduzione di droghe che è stata svolta con il supporto delle unità cinofile della Finanza. Dal carcere sono entrati e usciti per varie ragioni 1.185 detenuti. Le aggressioni sono il problema che più incide sugli operatori del carcere.
"Nell'ultimo anno ci sono state 13 aggressioni da parte di detenuti nei confronti di 16 agenti che hanno determinato ben 305 giorni di assenza per infortunio sul lavoro" ha aggiunto Pennetti. Così come mancano ispettori e sovrintendenti rispetto a quanto è previsto dall'attuale pianta organica. A fronte di 22 ispettori previsti ce ne sono 11, i sovrintendenti previsti dovrebbero essere 32 invece ce ne sono 6. "La carenza di sottufficiali dei due ruoli, pari a 37 unità, comporta inevitabili difficoltà per il corretto andamento della gestione dell'istituto", ha aggiunto il capo della guardie penitenziarie.
Una fotografia della situazione che non registra solo ombre. Per il Don Bosco si potrebbero aprire nuove prospettive. Dopo 50 anni di immobilismo, oltre ai lavori della sezione femminile, è stata finanziata la ristrutturazione della sala convegni che ieri il prefetto, Giuseppe Castaldo, ha inaugurato. Un segnale, anche se nel complesso il carcere ha bisogno di importanti interventi di ristrutturazione, a cominciare dal centro clinico che non viene ammodernato da quando è stato aperto. Intanto proprio in questi giorni il Comune sta definendo la data in cui la commissione Politiche sociali andrà a visitare, per rendersi conto direttamente delle carenze, il carcere insieme al garante dei detenuti, avvocato Alberto Marchesi.
di Giovanna Corrieri
La Nuova Ferrara, 14 settembre 2019
Celebrato, ieri nella Casa Circondariale di via Arginone, il 202° anniversario della fondazione del corpo di Polizia Penitenziaria che, sempre più spesso oggi, "si trova a operare in condizioni oggettivamente problematiche", come ricordato nel messaggio, per l'occasione, del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, "e a far fronte a sempre più frequenti situazioni di tensione acuite dal problema del sovraffollamento". La cerimonia è stata l'occasione per fare il punto sulla situazione della Casa circondariale ferrarese.
Nella sua relazione tecnica il comandante Annalisa Gadaleta ha sottolineato il numero in costante crescita dei detenuti, 378 attualmente, e le numerose iniziative per la formazione e il benessere del personale di cui si è reso protagonista nel tempo il reparto ferrarese: il 2018 ha visto 403 ingressi totali, 74 detenuti hanno potuto fruire, dato in costante aumento, di permessi o licenze; grande importanza è stata data, poi, ai legami familiari per chi è recluso, con 5779 colloqui in un solo anno, di cui 442 effettuati in area verde; e grande attenzione è stata data al monitoraggio delle condotte di radicalizzazione dei ristretti di fede islamica.
Per quanto riguarda la formazione del personale, la relazione ha ricordato quella antincendio, per esempio, che a breve comincerà e coinvolgerà 108 agenti: "il Comune ci sta offrendo anche questa possibilità", ha sottolineato il neo direttore Maria Nicoletta Toscani, "ci è molto vicino - ha aggiunto - e ci ha già donato per il personale anche condizionatori che posizioneremo nella mensa e masserizie per ristrutturare un carcere che gestisce detenuti di una certa portata, soggetti con reati veramente efferati, e che già da tempo è valorizzato dalle istituzioni della città".
Gadaleta si è detta fiera anche della collocazione in carcere della prima panchina rossa contro la violenza sulle donne, "simbolo sempre vivo di una battaglia che è purtroppo sempre attuale", e ha ricordato, fra le iniziative per il benessere del personale, i tornei di Beach tennis, e fra quelle di solidarietà, la Befana del Poliziotto, con l'acquisto di doni per i piccoli pazienti dell'ospedale di Cona.
Un messaggio è anche arrivato la ministro della Giustizia Bonafede: "il Governo ha previsto per il 2019 investimenti nel personale, con 1.300 unità in più, e una straordinaria e ordinaria manutenzione delle carceri" per far fronte alla difficile situazione che vede "un numero di aggressioni in carcere, nel giugno 2018, pari a 803, con una media di 2 aggressioni al giorno" .
di Nicola Munaro
Il Gazzettino, 14 settembre 2019
Sovraffollamento, problema cronico: 245 detenuti per una capienza di appena 160 posti. Numeri scarsi, orari di lavoro quasi raddoppiati, cinque mila ore di straordinari non pagati da inizio 2019 a oggi. E ancora divise tecniche per affrontare il servizio in laguna assenti, così come deficitaria è la manutenzione sui mezzi acquatici tanto che cinque imbarcazioni sono da tempo ferme ai box perché mancano i fondi per rimetterle a nuovo.
Questa è la fotografia scattata ieri mattina dall'Uspp, l'unione dei sindacati della polizia penitenziaria, che ha visitato la casa circondariale di Santa Maria Maggiore. Obiettivo: evidenziare le (tante) pagine nere, applaudire le (poche) pagine bianche e immagazzinare tutti i dati da far arrivare poi al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e alla Direzione dell'Amministrazione Penitenziaria per denunciare la situazione del carcere di Venezia "per cui servirebbe una specificità. A Venezia tutto è più complicato e tutto costa di più, anche in termini di servizi", chiarisce Giuseppe Moretti, presidente dell'Uspp.
I numeri sono quelli che danno lo spaccato migliore di quella che lo stesso Dap considera una "sede disagiata". A Santa Maria Maggiore ci sono 174 agenti in servizio e ne servirebbero almeno 40 in più. I detenuti sono 245, ma i posti sono 160: il saldo è +75. "Senza contare che questa struttura come carcere di sede di Corte d'Appello vede circa 500 ingressi e uscite all'anno: il volume di passaggio è ben maggiore rispetto alla numero dei detenuti stanziali" fa presente ancora Moretti. Capitolo dolente, le condizioni di lavoro degli agenti di polizia penitenziaria.
"Da contratto sono sei ore che vengono aumentate a otto con uno straordinario organico - denuncia Leo Angiulli, segretario regionale Uspp - ma ci sono stati casi, non poi così isolati, in cui gli agenti hanno lavorato per dodici ore di fila. E per quanto riguarda gli straordinari, non sono pagati. Da inizio anno l'amministrazione è già indietro di 5 mila ore". Sul banco degli imputati anche le condizioni della caserma di alloggio del personale. Così il segretario provinciale Umberto Carrano: "Si va facilmente in overbooking e ci sono agenti costretti a dormire fuori Venezia. Per loro poi si presenta il problema di dove parcheggiare per arrivare a lavoro. C'è da considerare che gli accasermati servono, sono i primi a entrare in azione nelle emergenze". Tra i nodi da risolvere al carcere di Venezia, anche la mancanza di di un comandante di reparto che viene coperta da un inviato di Roma "che cambia ogni sei mesi", segnala ancora Moretti.
Oltre alle imbarcazioni ferme perché non ci sono i fondi, altre non vengono manutenute per lo stesso motivo. "Servono investimenti in uomini e mezzi - conclude il presidente Uspp. Lo chiedono anche i nuovi regolamenti a livello europeo che sottolineano come i detenuti debbano essere più liberi dentro al carcere. Per far sì che succeda, ecco la necessità di avere maggiori agenti. Anche per sedare le aggressioni: in quest'anno ce ne sono già state diverse".
98 rifugiati salvati dalla Libia e trasferiti in Italia. Unhcr: "In migliaia hanno bisogno di aiuto"
di Annalisa Cangemi
fanpage.it, 14 settembre 2019
98 migranti vulnerabili trasferiti dalle carceri libiche in Italia dall'Agenzia Onu per i rifugiati. Con questa operazione sale a 1.474 il numero di rifugiati vulnerabili assistiti dall'Unhcr ed evacuati dalla Libia nel 2019; tra essi, 710 sono stati trasferiti in Niger, 393 in Italia, e 371 reinsediati in Europa e Canada. Che la Libia non fosse un luogo sicuro l'Onu lo aveva già dichiarato in più di un'occasione.
Nel Paese nordafricano i diritti delle persone, rinchiuse nei centri di detenzione, vengono sistematicamente violati. Oggi l'Agenzia Onu per i Rifugiati è passata ai fatti. Un gruppo di 98 rifugiati è stato evacuato dalla Libia in Italia. Si tratta della terza evacuazione umanitaria diretta realizzata quest'anno verso il nostro paese.
L'Unhcr ha spiegato che "con il conflitto che continua a infuriare in Libia, le operazioni di evacuazione rappresentano un'ancora di salvezza per i rifugiati più vulnerabili che si trovano nei centri di detenzione e in contesti urbani e che hanno un disperato bisogno di sicurezza e protezione". I rifugiati vengono da Eritrea, Etiopia, Somalia e Sudan, e tra esse vi sono anche 52 minori non accompagnati. Il più piccolo migrante portato in Italia è Yousef, un bimbo somalo di sette mesi nato in un centro di detenzione e in viaggio insieme ai genitori. La maggior parte dei rifugiati è stata a lungo trattenuta nelle carceri, alcuni per oltre otto mesi. Prima dell'evacuazione, l'Agenzia internazionale ha ottenuto il rilascio dei rifugiati dai centri di detenzione e li ha trasferiti in un Centro di Raccolta e Partenza (Gathering and Departure Facility - GDF) a Tripoli, dove i migranti hanno ricevuto cibo, riparo, cure mediche, supporto psico-sociale, e anche abiti e prodotti igienici.
Con questa operazione sale a 1.474 il numero di rifugiati vulnerabili assistiti dall'Unhcr ed evacuati dalla Libia nel 2019; tra essi, 710 sono stati trasferiti in Niger, 393 in Italia, e 371 reinsediati in Europa e Canada. "Oggi abbiamo trasferito al sicuro 98 persone, ma sono ancora poche rispetto alle migliaia che hanno bisogno di aiuto.
Nei centri di detenzione ci sono ancora oltre 3.600 rifugiati. Dobbiamo urgentemente trovare una soluzione per loro, come per migliaia di rifugiati più vulnerabili in contesti urbani", ha detto Jean-Paul Cavalieri, capo della missione per la Libia dell'Unhcr. L'Agenzia Onu per i Rifugiati esprime la propria gratitudine per la cooperazione del ministero dell'Interno libico e per il supporto dell'organizzazione partner LibAid nel garantire il rilascio e il trasferimento dei rifugiati.
"L'evacuazione di oggi - ha spiegato Roland Schilling, Rappresentante Regionale per il Sud Europa dell'Unhcr - è un esempio di solidarietà, ringraziamo il Dipartimento per le Libertà Civili e l'Immigrazione del Ministero dell'Interno e la Polizia di Frontiera per averlo reso possibile. Ci auguriamo che altri paesi seguano questo esempio e realizzino simili operazioni umanitarie salva-vita".
di Cenzio Di Zanni
La Repubblica, 14 settembre 2019
L'appuntamento, organizzato con Repubblica Bari, è per venerdì 20 settembre alle 19.15, negli spazi dell'auditorium San Luigi di via Mario Pagano. Prima con la proiezione della pellicola prodotta da Clipper Media e Rai Cinema. Poi con una fra le protagoniste del tour della Corte Costituzionale.
Se la pietra miliare dei Dialoghi di Trani 2019 è l'idea di un'etica della responsabilità "che tiene presente la libertà propria e quella degli altri" - come si legge nella presentazione dell'iniziativa - la rassegna non può prescindere dal tema delle carceri.
Dalla vita sospesa oltre le sbarre, dalla rieducazione del condannato messa nero su bianco nella Costituzione. Lo sanno bene da queste parti. Tanto da mettere in cartellone la proiezione del docu-film di Fabio Cavalli, Viaggio in Italia, la Corte costituzionale nelle carceri. L'appuntamento, organizzato con Repubblica Bari, è per venerdì 20 settembre alle 19.15, negli spazi dell'auditorium San Luigi di via Mario Pagano.
Prima con la proiezione della pellicola prodotta da Clipper Media e Rai Cinema. Poi, con una fra le protagoniste del tour della Consulta: Marta Cartabia, 53 anni, vicepresidente della Corte dall' 8 marzo 2018, giudice costituzionale da settembre 2011 e docente di Diritto costituzionale all'università di Milano Bicocca. La stessa che i bookmakers, secondo le indiscrezioni circolate nei giorni caldi della crisi di governo, davano come favorita per succedere al premier Giuseppe Conte a Palazzo Chigi.
Prima dell'intervista con la giornalista di Repubblica Liana Milella, risponde dall'università di Yale, nel Connecticut (Usa), dov'è impegnata nel Global Constitutionalism Seminar, il ciclo di conferenze che dal 1996 chiama a raccolta i giudici delle corti supreme e delle corti costituzionali di tutto il mondo.
"Il docu-film è stata un'esperienza molto importante. Per la Corte, da un lato, perché ci ha consentito di conoscere una realtà non molto frequentata e di rendere presente il valore della Costituzione come fondamento della tutela di tutti. E dall'altro per i detenuti - assicura - perché penso che l'incontro con i giudici della Corte sia stata l'occasione per sentirsi parte integrante, anche se in una condizione particolare, della comunità civile a cui si rivolge la Costituzione".
Oltre oceano sono passate da poco le 10 del mattino e la professoressa anticipa il bilancio dell'esperienza dei sette giudici nei sette penitenziari italiani, da San Vittore (Milano) al carcere femminile di Lecce, passando per Rebibbia (Roma). "Come in tutti gli incontri veri, l'effetto è stato positivo per entrambe le parti. Il docu-film è uno strumento che intende condividere questa esperienza con tutti coloro che avranno la curiosità e la pazienza di assistere alla proiezione". Il film è andato in onda in uno Speciale Tg1 domenica 9 giugno.
Il viaggio dei giudici delle leggi nel girone delle carceri è condotto da Sandro Pepe, un gigante buono con la divisa della polizia penitenziaria. Rievoca il Viaggio in Italia di Guido Piovene degli anni Cinquanta. Ma è il viaggio fra due umanità, "entrambe chiuse dietro un muro e apparentemente agli antipodi". Dicono dalla Consulta: "Da un lato c'è la legalità costituzionale, dall'altro l'illegalità, ma anche la marginalità sociale" . I muri cadono in un'esperienza che è un unicum nella storia della Corte, nata nel 1956. L'anno in cui Piovene chiudeva il suo Viaggio.
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